menù

Visualizzazione post con etichetta Accadde oggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Accadde oggi. Mostra tutti i post

mercoledì 15 aprile 2026

15 aprile 2019 – Un incendio divampa nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi

Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

L'incendio della cattedrale di Notre-Dame è avvenuto nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi tra il 15 ed il 16 aprile 2019.

L'evento ha provocato all'edificio danni significativi, tra cui la distruzione del tetto e della guglia e il crollo di alcune volte sottostanti, oltre al ferimento di due agenti di polizia e un vigile del fuoco intervenuti per spegnere il fuoco e a chiudere l'area.

La cattedrale di Notre-Dame de Paris è il più importante luogo di culto cattolico di Parigi ed uno dei più noti del mondo, nonché uno dei monumenti più famosi della capitale francese. Costruita tra il XII e il XIV secolo sull'Île de la Cité, nel cuore della città, è stata oggetto di importanti interventi e ricostruzioni nel XIX secolo[1].

La cattedrale non era mai stata precedentemente colpita da un incendio.[2] Negli spazi del sottotetto, soprannominato "la foresta" per la struttura molto intricata, non era mai stata portata la corrente elettrica proprio allo scopo di limitare il rischio di incendio.[3]

Lavori di restauro

Nel mese di aprile del 2019, da diversi mesi parte del monumento era in restauro, soprattutto per ripulire e consolidare la parte esterna della guglia (flèche, in francese), annerita dall'inquinamento, e una serie di sculture metalliche ossidate.[4]

Lo Stato aveva finanziato 2,5 milioni di euro per il restauro della flèche, una somma che Monsignor Patrick Chauvet, rettore della cattedrale all'epoca, aveva ritenuto insufficiente per coprire tutti i lavori di ristrutturazione[5].

Benjamin Mouton, responsabile dell'architettura dei sistemi di sicurezza della cattedrale dal 2000 al 2013, ha dichiarato che quando gli era stato affidato l'incarico non era mai stata svolta una valutazione dei rischi di incendio.

A causa della struttura del tetto, fu impossibile installare dei moderni sistemi antincendio e si decise di affidarsi a un sistema di sensori di fumo e di allarmi, nonché sulla presenza costante di addetti alla sorveglianza[6].

L'incendio è scoppiato alle 18:45 del giorno di lunedì 15 aprile 2019, all'inizio della Settimana Santa[7][8], ed ha avuto origine nel sottotetto alla base della flèche, progettata dall'architetto Viollet-le-Duc, composto da 500 tonnellate di legno e 250 tonnellate di piombo, che sormonta i transetti che lo attraversano e culmina a 93 metri.[9]

Secondo i vigili del fuoco, le fiamme si sono avviate su un ponteggio installato sul tetto dell'edificio.

Le fiamme si sono poi diffuse velocemente, raggiungendo l'intero tetto e distruggendo la struttura, la più antica di Parigi, costruita con il legno di 1.300 querce, 21 ettari di foresta, venendo domate solo dopo poco più di 15 ore.[10][11]

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Photo credit LeLaisserPasserA38, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


giovedì 9 aprile 2026

9 aprile 1948 - Massacro di Deir Yassin: su ordine del futuro primo ministro israeliano Menachem Begin, l'organizzazione paramilitare Irgun, attacca il villaggio arabo di Deir Yassin uccidendo 250 persone


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti ebrei sionisti appartenenti all'Irgun e alla Lehi (comunemente nota come "Banda Stern") attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino a Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.

L'assalto, concepito come parte dell'operazione Nahshon, aveva lo scopo di alleviare il blocco di Gerusalemme operato da forze arabo-palestinesi durante la guerra civile del 1947-48, che precedette la fine del mandato britannico della Palestina. Gli abitanti resistettero all'attacco, che si risolse in una lotta casa per casa e nell'uccisione di circa un centinaio di civili,[1] tra cui donne e bambini, e nell'espulsione dei superstiti.[2]

In una lettera al New York Times pubblicata il 4 dicembre 1948 Albert Einstein, Hannah Arendt ed altri eminenti esponenti della comunità ebraica statunitense condannarono aspramente il massacro di Deir Yassin e definirono "fascisti", "nazisti" e "terroristi" nell'ideologia, nell'organizzazione e nei metodi sia Menachem Begin (comandante dell'Irgun, che aveva perpetrato la strage) sia il partito Tnuat Haherut (il Partito della Libertà), di cui lo stesso Begin era leader:[3][4][5]

«[...] L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà. All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. [...] Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.[...] Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e antimperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.[6]»

La presa di distanza di Einstein dalla deriva politica di Israele fu tale che lo scienziato rifiutò la proposta di David Ben Gurion di diventare presidente dello Stato di Israele.[5]

Il massacro fu duramente condannato dalla leadership dell'Haganah e da esponenti religiosi ebraici, ma non fu preso alcun provvedimento verso i responsabili.

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


venerdì 20 marzo 2026

20 marzo 1994 – A Mogadiscio, in Somalia vengono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Ilaria Alpi giunse per la prima volta in Somalia nel dicembre 1992 per seguire, come inviata del TG3, la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre. Alla missione prese parte anche l'Italia, superando in tal modo le riserve dell'inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta.

Le inchieste della giornalista si sarebbero poi soffermate su un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici che avrebbero visto, tra l'altro, la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni italiane:[1][2][4][5] Alpi avrebbe infatti scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei paesi industrializzati e dislocati in alcuni paesi africani in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici locali. Nel novembre precedente all'assassinio della giornalista, era stato ucciso, sempre in Somalia e in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.[6]

Alpi e Hrovatin furono uccisi in prossimità dell'ambasciata italiana a Mogadiscio, a pochi metri dall'hotel Hamana, nel quartiere Shibis; in particolare, in corrispondenza dell'incrocio tra via Alto Giuba e corso Somalia (nota anche come strada Jamhuriyada, corso Repubblica). La giornalista e il suo operatore erano di ritorno da Bosaso, città del nord della Somalia: qui Ilaria Alpi aveva avuto modo di intervistare il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor, che riferì di stretti rapporti intrattenuti da alcuni funzionari italiani con il governo di Siad Barre, verso la fine degli anni ottanta e successivamente, negli ultimi cinque minuti finali del colloquio, su domanda esplicita della Alpi, parlò della società di pesca italosomala Shifco, azienda della quale lo stato italiano aveva donato dei pescherecci che furono usati molto probabilmente anche per il trasporto dei rifiuti.[7] L'intervista durò probabilmente 2 ore ma arrivarono in redazione RAI poco meno di 15 minuti.[8] La giornalista salì poi a bordo di alcuni pescherecci, ormeggiati presso la banchina del porto di Bosaso, sospettati di essere al centro di traffici illeciti di rifiuti e di armi: si trattava di navi che inizialmente facevano capo ad una società di diritto pubblico somalo e che, dopo la caduta di Barre, erano illegittimamente divenute di proprietà personale di un imprenditore italo-somalo. Tornati a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin non trovarono il loro autista personale, mentre si presentò Ali Abdi, che li accompagnò all'hotel Sahafi, vicino all'aeroporto, e poi all'hotel Hamana, nelle vicinanze del quale avvenne il duplice delitto. A bordo del mezzo si trovava altresì Nur Aden, con funzioni di scorta armata.

Sulla scena del crimine arrivarono subito l'imprenditore italiano Giancarlo Marocchino e gli unici giornalisti italiani presenti a Mogadiscio: Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Una troupe americana (un libero professionista che lavorava per un network americano) arrivò mentre i colleghi italiani spostavano i corpi dall'auto in cui erano stati uccisi, successivamente portati al Porto vecchio. Una troupe della Televisione svizzera di lingua italiana si trovava invece all'Hotel Sahafi (dall'altra parte della linea verde) e filmò su richiesta di Gabriella Simoni - perché ci fosse un documento video - le stanze di Miran e Ilaria e gli oggetti che vennero raccolti.[9]

Il duplice omicidio determinò l'apertura di due distinti procedimenti penali a carico di ignoti: l'uno, presso la procura di Roma, per la morte di Alpi (p.p. 2822/94 RGNR mod. 44); l'altro, presso la procura di Trieste, per la morte di Hrovatin (p.p. 110/1994 RGNR mod. 44). Titolari delle indagini erano, rispettivamente, i sostituti procuratori Andrea De Gasperis e Filippo Gulotta; in seguito, il 22 marzo 1996, il procuratore capo di Roma Michele Coiro affiancò a De Gasperis il sostituto Giuseppe Pititto, senza tuttavia procedere ad una revoca formale delle indagini nei confronti di De Gasperis.

Pititto dette alle indagini un impulso significativo: dispose l'autopsia sul corpo di Alpi, laddove, in precedenza, erano stati effettuati soltanto rilievi necroscopici esterni; richiese una nuova consulenza tecnica balistica, a seguito della quale fu accertato che i colpi furono inferti alla giornalista a una distanza ravvicinata, alla stregua di un'esecuzione, mentre la prima consulenza, effettuata nel maggio 1994, aveva accreditato l'ipotesi che i colpi fossero stati sparati da lontano; soprattutto, il 12 giugno 1997 convocò a Roma, quali persone informate sui fatti, Mohamed Nur Aden, la guardia del corpo della giornalista, e Sidi Ali Abdi, che aveva accompagnato i due cronisti dall'aeroporto di Mogadiscio fino all'hotel Hamana, in prossimità del quale era avvenuto il duplice omicidio (sia Nur Aden che Ali Abdi erano stati rintracciati dalla Digos di Udine).

Il 16 giugno 1997, tuttavia, il nuovo procuratore capo di Roma, Salvatore Vecchione, revocò la titolarità delle indagini a Pititto per assegnarla a Franco Ionta. La motivazione addotta in proposito fu che Pititto avrebbe assunto la gestione del procedimento senza informare il contitolare delle indagini, De Gasperis, di fatto estromettendolo; segnatamente, Vecchione asserì di avergli revocato il procedimento «dopo aver constatato l'esistenza di disparità di vedute sulle modalità di conduzione dell'indagine». Nondimeno, come fu accertato nell'ambito di una successiva ispezione disposta dal ministero di grazia e giustizia, allorché, nel marzo 1996, il precedente procuratore, Coiro, decise di affiancare Pititto a De Gasperis, questi, come da lui stesso espressamente dichiarato, rimise il procedimento al procuratore, considerandolo «come se fosse stato assegnato in via esclusiva al dottor Pititto». La relazione ministeriale del 14 maggio 1998 giunse alla conclusione che Pititto, ritenendo a ragione di essere l'unico designato alla conduzione del procedimento, aveva omesso ogni coordinamento legittimamente. La motivazione addotta dal procuratore per revocare le indagini apparse così discutibile:

«Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità, non può che allarmare.»

(Dott. Giuseppe Pititto, intervista a Famiglia Cristiana, 23 aprile 2000)

In tal modo, Pititto non poté sentire i due potenziali testimoni chiave della vicenda: all'assunzione di informazioni procedette così, il 17 luglio 1997, il nuovo titolare dell'inchiesta, inopinatamente chiamato a prendere cognizione della consistente mole investigativa e a valutare i diversi elementi di prova sino ad allora raccolti in appena un mese dall'assegnazione del fascicolo. Assunto a informazioni, Ali Abdi dichiarò che Alpi gli aveva riferito di dover andare insieme a Hrovatin all'hotel Hamana per incontrare il giornalista Remigio Benni, in realtà già partito da due giorni alla volta di Nairobi, precisando che, una volta giunti a destinazione, solo Alpi sarebbe scesa dalla vettura; l'altra persona escussa, Nur Aden, dichiarò invece che entrambi i cronisti erano entrati nell'hotel.

Il 6 giugno 1997, intanto, Panorama aveva dato conto, in un ampio reportage, di numerose violenze asseritamente commesse dalle truppe italiane in Somalia nell'ambito della missione Ibis (UNOSOM I e II), pubblicando alcune foto; inoltre, era stato diffuso un memoriale (memoriale Aloi), in cui l'estensore, un maresciallo all'epoca in servizio presso il reggimento Tuscania, aveva denunciato una serie di presunte violenze messe in atto dal contigente italiano ai danni di civili somali, adombrando un possibile collegamento tra la morte della giornalista Alpi e certi comportamenti dei militari italiani. Al fine di accertare la perpetrazione di eventuali abusi nei confronti della popolazione, il 16 giugno fu nominata un'apposita commissione governativa d'inchiesta (presieduta da Ettore Gallo e composta da Tina Anselmi, Tullia Zevi, i generali Antonino Tambuzzo e Cesare Vitale). Di lì a poco, d'altra parte, emerse la mendacità delle affermazioni rilasciate nel corso dell'intervista a Panorama da uno degli accusatori[10], mentre la stessa commissione Gallo, al termine dei lavori, escluse che il contingente italiano si fosse reso responsabile, nel suo complesso, di atti di violenza contro i civili (al contrario di quanto fu accertato per il contingente canadese, nell'ambito del cosiddetto Somalia affair, e per quello belga)[11].

Nel corso del 1997, un giornalista, Giovanni Maria Bellu, portò alla luce una singolare circostanza. Dal momento che due componenti del commando erano rimasti feriti, Bellu, recatosi nella capitale somala, chiese ad un amministratore dell'ospedale Keysaney, unico presidio di Mogadiscio in grado di affrontare emergenze di una certa rilevanza, di poter visionare i registri delle persone che si erano presentate presso detto ospedale. A tal fine, Bellu fornì come pretesto la vicenda delle presunte violenze commesse dai militari italiani ai danni della popolazione civile e richiese i registri relativi a date disparate, tra le quali inserì però la data dell'agguato; ebbene, nel registro relativo al 20 marzo 1994, giorno dell'agguato, figuravano solo due feriti d'arma da fuoco e il nome di entrambi i pazienti era stato cancellato con il bianchetto e poi riscritto sopra.

Nei primi mesi del 1997, intanto, in un'intervista rilasciata a Isabel Pisano e Serena Purarelli per Format, Osman Omar Weile (detto Gasgas), colonnello della polizia di Mogadiscio nord, sostenne di avere i nominativi degli esecutori materiali dell'agguato: egli, infatti, era intervenuto sul luogo del delitto il giorno del tragico evento e aveva provveduto ad ascoltare alcune persone presenti sul posto per tentare di ricostruire la dinamica dell'agguato, incaricando poi il suo vice, Ali Jiro Shermarke, di redigere una dettagliata relazione. Il capo della polizia di Mogadiscio nord era, all'epoca dei fatti, il generale Ahmed Jilao Addo.

Nel frattempo, attraverso l'attività svolta dall'ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, venne rintracciato un possibile testimone oculare, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il quale asseriva di essersi trovato sul luogo dell'agguato al momento del duplice omicidio e alla cui individuazione si giunse mediante i buoni uffici di due cittadini somali, Ahmed Mohamed Mohamud (detto Washington), a sua volta coadiuvato da Abdisalam Ahmed Hassan (detto Shino), e di Mohamed Nur Mohamud (detto Garibaldi). Gelle fu così accompagnato a Roma in veste di persona informata sui fatti: assunto a sommarie informazioni dalla Digos di Roma il 10 ottobre 1997 e nuovamente escusso da Ionta il giorno successivo, accusò dell'omicidio Alpi-Hrovatin un suo connazionale, tale Hashi detto "Faudo", riconoscendolo come uno degli autori materiali del duplice omicidio e precisando di aver assistito personalmente alla sparatoria mentre si trovava davanti all'hotel Hamana. Il 23 dicembre 1997 la Digos di Udine riuscì a identificare la persona indicata da Gelle, sennonché, il giorno stesso, Gelle divenne irreperibile.

Successivamente, l'11 gennaio 1998, Cassini condusse a Roma undici cittadini somali per essere sentiti dalla commissione Gallo: alcuni in qualità di vittime delle violenze asseritamente commesse nei loro riguardi dai militari italiani; altre perché comunque ritenute persone informate sui fatti. A tal fine, l'ambasciatore si era rivolto ad Ali Mahdi e al figlio del generale Aidid, Hussein Farrah Aidid, i quali, a loro volta, avevano affidato l'incarico di redigere una lista delle possibili vittime ad un gruppo di anziani, la Società degli Intellettuali Somali. Tra le persone accompagnate in Italia vi erano l'autista di Ilaria Alpi, Ali Abdi, e la persona accusata dallo stesso Gelle quale autore del duplice omicidio, Hashi Omar Hassan: a suo dire, infatti, alcuni militari italiani lo avrebbero legato e gettato in mare presso il porto vecchio di Mogadiscio insieme ad altre venti persone che, in tale occasione, avrebbero perso la vita[12].

Il 12 gennaio 1998 fu di nuovo assunto a sommarie informazioni l'autista di Alpi, giunto a Roma appena il giorno precedente. Mentre nella precedente escussione, effettuata il 17 luglio 1997 da parte di Ionta (a seguito della convocazione disposta da Pititto), Ali Abdi non aveva rilasciato alcuna dichiarazione eteroaccusatoria in merito al duplice omicidio, dinanzi agli inquirenti della Digos egli fornì una diversa versione dei fatti: in particolare, nella serata del 12 gennaio, ripresa l'escussione precedentemente interrotta, Ali Abdi dichiarò di riconoscere in Hashi uno degli uomini presenti all'interno della Land Rover con a bordo i sette componenti del commando, armati di fucili mitragliatori FAL[13]. Tale dichiarazione fu confermata nella successiva assunzione a sommarie informazioni del 20 gennaio 1998.

Il 13 gennaio Hassan fu così sottoposto a fermo (p.p. 24/1998 RGNR mod. 21); due giorni dopo veniva disposta la custodia cautelare in carcere, con ordinanza confermata dal tribunale del riesame il 7 febbraio. Parallelamente, si apriva un nuovo fascicolo contro ignoti (p.p. 6403/1998 RGNR mod. 44).

Il 15 luglio 1998 furono assunti a sommarie informazioni altri tre cittadini somali: Adar Ahmed Omar, una donna che gestiva una bancarella del the davanti all'hotel Hamana; Hussein Alasow Mohamoud (detto Bahal), seduto davanti al medesimo albergo; Abdi Mohamed Omar (detto Jalla), il quale si era intrattenuto nelle vicinanze dell'albergo. Costoro non rilasciarono alcuna dichiarazione accusatoria nei confronti di Hassan ed erano giunti in Italia a seguito delle indagini svolte dalla Digos di Udine sulla base delle informazioni assunte da due somali: Mohamed Moamud Mohamed (detto Gargallo), la cui identità non era stata rivelata dalla Digos per motivi di sicurezza (fu poi avventatamente resa pubblica nel corso dei lavori della commissione presieduta da Taormina); Umar Hajimunye Diini (detto Omar Dini), giornalista. 

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Photo credit Madamemasked, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons



lunedì 16 marzo 2026

16 marzo 1968 – Guerra del Vietnam: soldati statunitensi torturano, stuprano e uccidono 347 civili durante il massacro di My Lai



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il massacro di Mỹ Lai, conosciuto anche come massacro di Sơn Mỹ, fu un massacro di civili inermi che avvenne durante la guerra del Vietnam, quando i soldati statunitensi della 23ª Divisione di Fanteria dell'esercito statunitense, agli ordini del tenente William Calley, uccisero 504[1] civili inermi e disarmati, principalmente anziani, bambini e neonati.

Seymour Hersh pubblicò un libro dopo i suoi colloqui con il soldato Ron Ridenhour.

Il massacro avvenne il 16 marzo 1968 a Mỹ Lai, una delle quattro frazioni raggruppate nei pressi del villaggio di Sơn Mỹ, sito nella provincia di Quang Ngai e a circa 840 chilometri a nord di Saigon. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Come fu poi riferito da un tenente dell'esercito sudvietnamita ai suoi superiori, fu la vendetta per uno scontro a fuoco con truppe Viet Cong che si erano mischiate ai civili.

Il massacro fu fermato dall'equipaggio di un elicottero statunitense in ricognizione, che atterrò frapponendosi tra i soldati americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota e warrant officer Hugh Thompson Jr., affrontò i capi delle truppe americane e disse che avrebbe aperto il fuoco su di loro se non si fossero fermati.

Mentre due membri dell'equipaggio dell'elicottero - Lawrence Colburn e Glenn Andreotta - puntavano le loro armi pesanti contro i soldati che avevano preso parte alle atrocità, Thompson diresse l'evacuazione del villaggio. I membri dell'equipaggio furono accreditati di aver salvato almeno 11 vite.[2] Trent'anni dopo, i tre furono premiati con la Soldiers Medal, l'onorificenza più alta dell'esercito statunitense per atti di coraggio che non coinvolgano il nemico.

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


venerdì 13 marzo 2026

13 marzo 1987 – Disastro della motonave Elisabetta Montanari: alle ore 9:05 di venerdì 13 marzo, un incendio nella stiva di una gassiera causa la morte per asfissia di 13 operai addetti alla manutenzione



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il disastro della motonave Elisabetta Montanari fu un incidente sul lavoro, con conseguenze tragiche, che avvenne a Ravenna venerdì 13 marzo 1987 durante le operazioni di manutenzione straordinaria della omonima nave gassiera. L'evento fu scatenato da un incendio scoppiato nella stiva numero 2 dell'imbarcazione: le esalazioni sprigionate della combustione causarono la morte per asfissia di 13 operai, in quel momento impegnati nel cantiere di manutenzione.[1]

L'imbarcazione, appartenente al compartimento marittimo di Trieste, era una nave cisterna di fabbricazione norvegese adibita al trasporto di gas GPL. Da alcuni giorni era stata tirata in secco in un bacino di carenaggio del porto di Ravenna per essere sottoposta a operazioni di riclassificazione condotte in un cantiere di manutenzione di cui era titolare la Mecnavi s.r.l., azienda di proprietà dei fratelli Arienti[2].

L'incendio nella stiva, scoppiato alle 9:05, era stato causato, in maniera involontaria e accidentale, dalle operazioni di una squadra di operai intenti a lavori di saldatura nella cisterna, condotti con l'ausilio di una fiamma ossidrica. A prendere fuoco fu l'olio minerale fuoriuscito da una tubazione: la squadra di saldatori tentò di estinguere l'incendio. L'inutilità degli sforzi iniziali, vanificati dall'assenza di estintori o altri mezzi idonei, costrinse gli operai a mettersi al sicuro, ignari della presenza di altre persone.

Le fiamme divampate tagliarono ogni via di fuga a un'altra squadra di manutentori/pulitori che lavorava, in contemporanea, in un piano inferiore: si trattava dei cosiddetti "picchettini", così come vengono chiamati, in gergo, i lavoratori impegnati negli umili lavori di pulizia, rimuovendo incrostazioni, ruggine e residui di combustibile, muovendosi in cunicoli bassi e angusti, servendosi di stracci, spazzole, raschietti e pale[2]. La loro morte avvenne per soffocamento: i periti incaricati dell'autopsia dei cadaveri rilevarono l'esito di un edema polmonare dovuto all'inspirazione delle esalazioni tossiche di acido cianidrico e altri gas sviluppatisi nell'incendio[2]. Come si sarebbe accertato in seguito, la morte degli operai era avvenuta al termine di una lunga agonia.

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.



mercoledì 11 marzo 2026

11 marzo 2011 – Terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011: un terremoto di magnitudo 9.1 della scala Richter della durata di circa sei minuti e con epicentro nell'Oceano Pacifico di fronte alla Prefettura di Miyagi, in Giappone, sviluppa uno tsunami con onde fino a 40 metri d'altezza che devastano centinaia di chilometri di costa

Damage from the tsunami inundation of Kamaishi city with a maximum runup height of 11.7 m -1-6-2011- and of Ofunato city with a maximum runup height of 10.9 m -1-6-2011-


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011 (東北地方太平洋沖地震?, Tōhoku-chihō Taiheiyō Oki Jishin, lett. "terremoto in alto mare della regione di Tōhoku e dell'oceano Pacifico") si verificò alle 14:46 JST (05:46 UTC) dell'11 marzo 2011.[1] Il megasisma sottomarino di magnitudo 9.1 mww[2][3][4] avvenuto a 29 km di profondità con epicentro nell'Oceano Pacifico, a 72 km a est della penisola di Oshika della regione di Tōhoku, è durato circa sei minuti[5], generando un maremoto.[6]

Il sisma, denominato anche Grande terremoto del Giappone orientale (東日本大震災?, Higashi nihon daishinsai)[7], è stato il più potente mai registrato in Giappone e il quarto più potente al mondo dall'inizio delle registrazioni moderne nel 1900.[2]

Il terremoto ed il successivo tsunami sono stati la causa dell'incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi. L'onda di maremoto mise infatti fuori uso i generatori di emergenza, che alimentavano i sistemi di raffreddamento di tre dei reattori della centrale. 

l terremoto si è generato nella prefettura di Miyagi. La zona presso l'epicentro ha tremato per circa 6 minuti, raggiungendo una magnitudo momento di 9,0.[5] Sulla terraferma, circa 100 km dall'epicentro, si è rilevato un valore di scuotimento sismico massimo (Intensità Mercalli Modificata), corrispondente al nono grado.[8] L'accelerazione del suolo ha raggiunto picchi di 2,99 g. Ulteriori scosse si sono succedute dopo quella iniziale delle 14:46: una di magnitudo 7,0 alle 15:06, una di magnitudo 7,4 alle 15:15 ed una di magnitudo 7,2 alle 15:26, e sono state oltre quaranta le scosse di magnitudo superiore a 5,0 che hanno avuto luogo nelle ore seguenti la scossa iniziale. Molte parti della città di Tokyo sono rimaste temporaneamente senza fornitura di energia elettrica.

All'alba del 13 marzo (ore 5:00 locali) si sono verificate altre scosse di 6,8 e 6,0 nel nord est del Paese.[9] Il 14 marzo si verifica un'altra grande scossa di magnitudo 6,2 avvertita anche a Tokyo.[10] Il 15 marzo un'altra scossa dello stesso magnitudo si è riscontrata a 120 chilometri a sud-ovest di Tokyo, nei pressi del Fuji con epicentro a Shizuoka.[11] Il 16 marzo una scossa di 6,0 scuote la prefettura di Chiba, alla periferia est di Tokyo.[12] Il 17 marzo la televisione di Stato NHK annuncia che una nuova scossa di magnitudo 5,8 si è registrata poco fuori da Tokyo, con epicentro al largo delle coste della prefettura di Ibaraki, a nord della capitale.[13]

Con l'attuale numero di 15 704 morti[1] (la gran parte delle vittime e dei danni è stata causata dallo tsunami) è stato superato il numero di morti del terremoto di Kobe del 1995 nel quale morirono 6 434 persone;[14] per aiutare i parenti delle vittime a superare il lutto, venne costruito il Telefono del vento.

Intensità

La forte scossa è stata registrata con un'intensità shindo 7 sulla scala sismica dell'agenzia Meteorologica Giapponese a Kurihara, nella prefettura di Miyagi. Le stazioni sismiche delle prefetture di Fukushima, Ibaraki e Tochigi, hanno registrato un'intensità shindo 6+ superiore, mentre nelle prefetture di Iwate, Gunma, Saitama e Chiba un'intensità shindo 6- inferiore. A Tokyo è stata, invece, misurata un'intensità shindo 5+ superiore

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Photo credit Anawat Suppasri, Nobuo Shuto, Fumihiko Imamura, Shunichi Koshimura, Erick Mas, Ahmet Cevdet Yalciner, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons


venerdì 6 marzo 2026

6 marzo 1984 – Inizia lo sciopero dell'industria britannica del carbone, che durerà per dodici mesi

Support the Miners March.Camberwell Road, SE5 London. 1984


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Lo sciopero dei minatori britannici del 1984-1985 (in inglese UK miners' strike) fu un'azione di lotta sindacale condotta dall'Unione Nazionale dei Minatori (NUM) di Arthur Scargill tra il marzo 1984 e il marzo 1985[1], volta ad impedire la chiusura di venti giacimenti carboniferi nel Regno Unito con il conseguente licenziamento di circa 20.000 minatori.

Al termine dello sciopero, durato un intero anno, si registrarono due minatori morti ed un totale di 11.291 arresti da parte della Polizia per "turbamento dell'ordine pubblico" e "interruzione della mobilità veicolare". 

Preludio della protesta

Agli inizi del '900 le cave di estrazione carbonifera nel Regno Unito erano circa un migliaio. Nel 1984 ne erano rimaste in funzione solamente 173, e l'occupazione complessiva era passata da circa un milione di minatori e operai (1920) ai 231.000 del 1982.

Questo calo della produzione e del consumo del carbone è un aspetto a cui si è assistito contemporaneamente in varie parti del mondo, in particolare negli Stati Uniti d'America.[senza fonte]

L'estrazione del carbone era stata nazionalizzata dal Governo Inglese nel 1947 e nel corso dei decenni successivi l'industria carbonifera era stata spesso sovvenzionata dallo Stato.[senza fonte]

Perdipiù, nel 1984 i giacimenti si erano praticamente esauriti e il carbone rimanente diventava di giorno in giorno più costoso da raggiungere.[senza fonte] La soluzione proposta dal Governo per ovviare a questo problema fu un aumento della meccanizzazione del lavoro e la richiesta di una maggiore efficienza da parte dei minatori.

Nonostante questi accorgimenti,[non chiaro] tra il 1958 ed il 1967 si assistette ad una profonda ristrutturazione dell'industria nazionale del carbone in collaborazione con i sindacati, che portò ad un dimezzamento della forza lavoro occupata.

Tra il 1968 ed il 1977 vi fu quindi una fase di temporanea stabilizzazione del comparto industriale, con le chiusure ridotte al minimo così come i licenziamenti. Tuttavia la domanda di carbone continuava a decrescere costantemente.[senza fonte]

In questi anni si assistette ad una massiccia migrazione di minatori, che dai giacimenti carboniferi oramai già in rovina in Scozia, Galles e Lancashire si spostarono in cerca di lavoro nello Yorkshire e nelle Midlands.[senza fonte]

Lo sciopero generale dei minatori

La disputa iniziò quando il governo conservatore guidato da Margaret Thatcher annunciò la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, nello Yorkshire, come primo atto dello smantellamento di altri venti siti estrattivi, che avrebbe comportato la perdita di ulteriori 20.000 posti di lavoro. A tale annuncio, il NUM rispose proclamando uno sciopero nazionale[2].

Lo sciopero coinvolse fino a 165.000 minatori, che furono appoggiati da gente di tutto il mondo. Il governo dispiegò ingenti forze di polizia intorno alle miniere di carbone[2] e numerosi furono gli scontri violenti[3]

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Photo credit sludgegulper, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons


martedì 3 marzo 2026

3 marzo 1944 – Si consuma il disastro di Balvano, il più grave incidente ferroviario avvenuto in Italia



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Il disastro di Balvano è un incidente ferroviario avvenuto il 3 marzo 1944 nella galleria "Delle Armi", nei pressi della stazione di Balvano-Ricigliano, in provincia di Potenza, lungo la ferrovia Battipaglia-Metaponto. Il treno merci 8017, che trasportava abusivamente numerose persone, si fermò all'interno del tunnel e non riuscì a proseguire in quanto troppo pesante per la pendenza della linea. I tentativi falliti di smuovere il mezzo messi in atto dalle due locomotive produssero elevate quantità di gas di scarico tossici che provocarono il decesso di oltre 500 persone.

Secondo i dati forniti dall'allora Consiglio dei ministri, la tragedia provocò 517 morti; secondo altri le vittime sarebbero di più, forse più di 600. Alcuni sopravvissuti, 90 in totale, riportarono danni permanenti. La tragedia, avvenuta poco più di un anno prima della fine della seconda guerra mondiale, venne censurata dalle forze alleate; solo nel dopoguerra furono eseguite indagini più accurate, ma restarono parecchi interrogativi a causa dell'irreperibilità di alcune documentazioni. Il disastro di Balvano è il più grave incidente ferroviario per numero di vittime accaduto in Italia e uno dei più gravi disastri ferroviari della storia[1][2].

Storia

Un mese prima dei fatti, in una galleria sulla tratta Baragiano-Tito, successiva nella direzione verso Potenza a quella in cui avrebbe avuto luogo la tragedia, con pendenze superiori al 22% un treno dell'autorità militare statunitense aveva subito un incidente simile: il personale era rimasto intossicato dai gas di scarico prodotto dal carbone di scarsa qualità. Il macchinista Vincenzo Abbate era svenuto ed era rimasto schiacciato tra la motrice e il tender.[3]

Nel primo pomeriggio della giornata di giovedì 2 marzo 1944 il treno merci 8017 partì da Napoli per Potenza, trainato da una locomotiva E.626, che alla stazione di Salerno venne sostituita da due locomotive a vapore poste in testa al treno per poter percorrere il tratto successivo, che all'epoca non era elettrificato (e sarebbe stato dotato di trazione elettrica solo nel 1994). Il treno arrivò nella stazione di Battipaglia poco dopo le 18:00.

Alle 19:00 il treno 8017 ripartì da Battipaglia in direzione di Potenza. Le due locomotive erano la 476.058[4] e la 480.016, assegnate al deposito di Salerno. Il convoglio era composto da 47 carri merci[5] e aveva la ragguardevole massa di 520 tonnellate.

In origine non erano nemmeno previste due locomotive; la 480.016 fu aggiunta in quanto era necessario spostarla da Battipaglia a Potenza per esigenze di servizio e si volle approfittare del fatto che la doppia trazione avrebbe reso più facile l'attraversamento del difficile valico tra Baragiano e Tito. Come tutte le locomotive a vapore dell'epoca, entrambe avevano la cabina aperta e richiedevano un equipaggio di due persone: un fuochista che alimentava e controllava la caldaia a carbone e un macchinista che si occupava della condotta.

Sul treno salirono centinaia di persone, tra cui molte donne e alcuni ragazzi, provenienti soprattutto dai comuni tra Napoli e Salerno, stremati dalla guerra, che nei paesi di montagna lucani speravano di poter acquistare derrate alimentari in cambio di piccoli oggetti di consumo. Alla stazione di Eboli alcuni di questi passeggeri abusivi vennero fatti scendere, ma alle stazioni successive ne salirono ancora di più, fino ad arrivare a circa 600. Molti avevano acquistato un regolare biglietto valido sulla tratta nonostante il treno fosse composto da soli carri merci.

Verso mezzanotte il treno arrivò alla stazione di Balvano-Ricigliano, dove registrò 37 minuti di ritardo per le procedure di accudienza delle locomotive, per poi ripartire alle 0:50 di venerdì 3 marzo in direzione della stazione successiva, quella di Bella-Muro, a cui sarebbe dovuto giungere circa venti minuti dopo, percorrendo un tratto caratterizzato da forti pendenze e numerose gallerie molto strette e poco aerate, tra le quali la galleria "Delle Armi", lunga 1968 metri e avente una pendenza media del 12,8. A causa di una serie di movimenti inconsulti e dello slittamento delle ruote, in quanto la grande pendenza impediva alle locomotive di movimentare agevolmente la grande massa del convoglio, a 800 metri dall'ingresso esso finì per fermarsi e cominciare a procedere in senso contrario.

La galleria presentava già una concentrazione significativa di monossido di carbonio a causa del passaggio, poco prima, di un'altra locomotiva. Gli sforzi delle locomotive svilupparono a loro volta grandi quantità di fumi di scarico contenenti zolfo e monossido di carbonio, che fecero perdere i sensi al personale di macchina. In poco tempo anche la maggioranza dei passeggeri, che in quel momento stava dormendo, venne asfissiata dai gas tossici, che non riuscivano a defluire dalla strettissima galleria.

L'unico membro del personale di bordo che sopravvisse fu Luigi Ronga, il fuochista della locomotiva 480; egli dichiarò che il macchinista suo compagno, Espedito Senatore, prima di svenire aveva tentato di manovrare per uscire dalla galleria all'indietro. Nella seconda macchina, la 476.058, invece, il macchinista Matteo Gigliano e il fuochista Rosario Barbaro interpretarono la retrocessione come una perdita di potenza e aumentarono la spinta. I due equipaggi non poterono comunicare per accordarsi sulla manovra da eseguire prima di essere sopraffatti dalle esalazioni; così le due locomotive agirono in modo opposto: la prima in spinta all'indietro e la seconda in trazione in avanti. Determinante in tale sequenza di eventi fu il fatto che la locomotiva 476 era di costruzione austriaca, quindi con la postazione di guida del macchinista situata sulla destra. A complicare ulteriormente la situazione, quando il treno iniziò a retrocedere, il frenatore del carro di coda, rimasto fuori dalla galleria, siccome il regolamento prevedeva l'attivazione del freno manuale in caso di arretramento, eseguì tale operazione, rendendo quindi del tutto impossibile un ulteriore movimento del mezzo.

Il capostazione di Balvano dette l'allarme solo alle 5:10, più di quattro ore dopo l'inizio degli eventi. I soccorsi arrivarono ancor più tardi e la situazione apparve subito molto grave, al punto da non poter rimuovere il convoglio a causa dei corpi riversi anche sotto le ruote. 

Continua la lettura su Wikipedia, l'enciclopedia libera

Questo articolo è pubblicato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Esso utilizza materiale tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.