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giovedì 9 aprile 2026

Le bufale fasciste


Negli ultimi tempi il fascismo ha rialzato la testa, sui social network e non solo, girano tante bufale e cose inventate sul ventennio fascista. Sono stanco di leggere ca..ate e di tutto questo revisionismo storico, i miei nonni mi hanno raccontato di anni bui, dove la fame era all'ordine del giorno, per non parlare di libertà e diritti negati.

Non esiste fascismo buono, ci rendiamo conto che parliamo di una dittatura?

Tra l'altro voglio ricordare, che il fascismo è un reato.

Tratto da Wikipedia

Nell'ordinamento italiano, l'apologia del fascismo è un reato previsto dall'art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione"), anche detta Legge Scelba.

 La "riorganizzazione del disciolto partito fascista", già oggetto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, avviene ai sensi dell'art. 1 della citata legge
« quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. »
La legge n. 645/1952 sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF, del PFR e del NSDAP. Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni.
La norma prevede sanzioni detentive anche per i colpevoli del reato di apologia, più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa[1]. La pena detentiva è accompagnata dalla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici[1]

Inoltre invito a sfatare tutti i miti che circolano, visitando questa pagina:

Tutte le fake news sul fascismo: ecco la verità

La storia non si può cambiare, ma possiamo studiarla per non sbagliare più!



lunedì 16 marzo 2026

Il NO difende i cittadini. Il SÌ difende il Governo



Articolo da Osservatorio sulla legalita' e sui diritti


Come cavallette appena tu scrivi sui social che voti NO al Referendum costituzionale, troll, militanti di questo governo vanno sulla tua pagina per smontare la tua tesi con un mare di bugie.
"Questa Riforma farà pagare i magistrati che sbagliano, finalmente giustizia sarà fatta".

Falso, signora Maria, come tutti i lavoratori, i magistrati sono responsabili dei propri errori.

L’errore fisiologico è ineliminabile e dipendente dalla complessità dei fatti e delle leggi: per questo in Italia ci sono tre gradi di giudizio (anche per una semplice multa).

1° Grado (Giudizio di Merito): La causa viene introdotta davanti a un primo giudice (Tribunale o Giudice di Pace) che esamina prove, testimonianze e ricostruisce i fatti per emettere una sentenza.

2° Grado (Appello - Giudizio di Merito): La parte insoddisfatta della sentenza di primo grado può ricorrere in Appello. La Corte d'Appello (o il Tribunale in funzione di appello) riesamina completamente la controversia, potendo confermare, modificare o annullare la decisione precedente.

3° Grado (Cassazione - Giudizio di Legittimità): La Corte di Cassazione, a Roma, non riesamina i fatti, ma verifica solo se le leggi sono state applicate correttamente dai giudici precedenti. Il suo giudizio è definitivo ma può anche rinviare il caso al tribunale d'appello perché la sentenza venga riformata..

Lei signor Pinco Pallino che viene a commentare nella pagina di chi vota No con epiteti contro i magistrati, sicuramente lei vuole un solo grado di giudizio simile al modello USA con un giudice infallibile.

Se lei vuole, signor Pinco Pallino un solo grado di giudizio l'alternativa è seguire il modello USA: un giudice "infallibile" e un solo grado di giudizio come fu per Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti.

Le racconto la storia di Sacco e Vanzetti, la loro storia rappresenta uno dei casi più celebri di errore giudiziario e intolleranza razziale/politica della storia statunitense del XX secolo.

Nel maggio 1920 furono arrestati con l'accusa di aver ucciso un contabile e una guardia durante una rapina al calzaturificio Slater-Morrill di South Braintree.

Il processo si svolse in un clima di "isteria" contro gli immigrati e le ideologie sovversive (il "pericolo rosso"). Le prove erano scarse e gli alibi ignorati, portando alla condanna a morte.

Vennero giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927, nonostante anni di mobilitazione internazionali, scioperi e petizioni di intellettuali come Albert Einstein.

Nel 1977, cinquant'anni dopo, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emise un proclama per riconoscere ufficialmente che il processo era stato iniquo e per riabilitare la memoria dei due italiani.

In Italia se i magistrati commettono un reato sono responsabili penalmente.

Se recano un danno alle casse pubbliche sono responsabili davanti alla Corte dei Conti.

Se recano un danno al cittadino questo può chiedere i danni (come per ogni professionista, e infatti i magistrati hanno anche una assicurazione privata).

Ma sono previste anche sanzioni disciplinari.

L'attuale Csm ha emesso 199 sentenze disciplinari: 82 condanne (41%); 94 assoluzioni (47%), 23 non doversi procedere (in 15 casi il magistrato si è dimesso prima della sentenza). 8 sono state le rimozioni dall’ordine giudiziario. Il Ministro ha impugnato solo 6 sentenze della Sezione Disciplinare.

Continua la lettura su Osservatorio sulla legalita' e sui diritti

Fonte: Osservatorio sulla legalita' e sui diritti

Autore: Santina Sconza

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Osservatorio sulla legalita' e sui diritti


venerdì 28 novembre 2025

L’emergenza dell’analfabetismo funzionale in Italia


In Italia, il problema dell’analfabetismo funzionale è più grande di quanto si pensi. Secondo i dati dell’OCSE, tra il 28% e il 35% degli adulti fatica a capire e usare informazioni scritte nella vita di tutti i giorni. Non significa che non sappiano leggere e scrivere, ma che incontrano difficoltà quando devono interpretare testi un po’ più complessi o seguire ragionamenti articolati. E questo ha conseguenze concrete: meno autonomia, meno possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale e lavorativa.

Questa difficoltà si vede ancora di più sui social, che ormai sono la fonte principale di informazione per tanti. Le fake news e la disinformazione si diffondono a macchia d’olio proprio perché chi ha problemi a valutare criticamente le fonti rischia di cascarci più facilmente. Il risultato? Un mare di confusione e divisioni, dove opinioni personali si mescolano ai fatti e le discussioni degenerano in litigi senza senso.

I social dovrebbero servire per dialogare e confrontarsi, ma spesso finiscono per premiare i contenuti più emotivi e superficiali, quelli che generano reazioni rapide e si diffondono senza che nessuno si preoccupi troppo di verificarli. E così si crea un circolo vizioso: ognuno cerca solo conferme alle proprie idee, si chiude in bolle di informazioni e finisce per rinforzare convinzioni sbagliate.

Questo ha un impatto enorme sulla democrazia. Senza un confronto serio e basato sui fatti, diventa difficile prendere decisioni consapevoli e costruire un dibattito pubblico sano. La conseguenza? Una società sempre più polarizzata e meno aperta al dialogo.

Per cambiare le cose bisogna agire su più fronti. La scuola deve rinnovarsi e aiutare i ragazzi a sviluppare capacità di lettura, comprensione e pensiero critico fin da piccoli. Ma serve anche un cambio di mentalità nell’uso dei social: saper distinguere le informazioni affidabili, ridurre le notifiche inutili e dare più spazio alle relazioni reali invece di quelle virtuali.

Insomma, l’analfabetismo funzionale non riguarda solo l’istruzione: è una questione sociale e culturale che tocca tutti noi e la qualità della nostra democrazia. Con l’esplosione delle fake news e il ruolo dominante dei social, è più urgente che mai trovare soluzioni concrete.

L'autore di questo post, si è riservato il diritto di restare in anonimato, quindi non verrà rivelata l'identità e la fonte.

Autore: Anonimo

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

Quest’articolo è stato condiviso e segnalato dal suo autore. Se vuoi pubblicare i tuoi post in questo blog, clicca qui

Post originale 10 giugno 2025


martedì 28 ottobre 2025

Commenti liberi: italiani, popolo di creduloni?


Ci fidiamo di chi urla più forte, di chi promette miracoli, di chi ci dice quello che vogliamo sentirci dire. Ci piace pensare che basti un post, uno slogan, una diretta per cambiare tutto. Ma intanto, chi racconta  favole continua a vincere, mentre le persone continuano a credere.

Ti è mai capitato di credere a qualcosa di politico, mediatico oppure virale che poi si è rivelato una bufala? Cosa ti ha fatto aprire gli occhi?

Attendo una vostra opinione in merito e ringrazio tutti per la partecipazione.

Immagine generata con intelligenza artificiale


Le bufale fasciste


Negli ultimi tempi il fascismo ha rialzato la testa, sui social network e non solo, girano tante bufale e cose inventate sul ventennio fascista. Sono stanco di leggere ca..ate e di tutto questo revisionismo storico, i miei nonni mi hanno raccontato di anni bui, dove la fame era all'ordine del giorno, per non parlare di libertà e diritti negati.

Non esiste fascismo buono, ci rendiamo conto che parliamo di una dittatura?

Tra l'altro voglio ricordare, che il fascismo è un reato.

Tratto da Wikipedia

Nell'ordinamento italiano, l'apologia del fascismo è un reato previsto dall'art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione"), anche detta Legge Scelba.

 La "riorganizzazione del disciolto partito fascista", già oggetto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, avviene ai sensi dell'art. 1 della citata legge
« quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. »
La legge n. 645/1952 sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF, del PFR e del NSDAP. Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni.
La norma prevede sanzioni detentive anche per i colpevoli del reato di apologia, più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa[1]. La pena detentiva è accompagnata dalla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici[1]

Inoltre invito a sfatare tutti i miti che circolano, visitando questa pagina:

Tutte le fake news sul fascismo: ecco la verità

La storia non si può cambiare, ma possiamo studiarla per non sbagliare più!



venerdì 22 agosto 2025

Cosa vediamo quando la bugia è la verità?



Articolo da Dialektika

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Dialektika

Come possiamo, come individui e come società, promuovere una cultura che valorizzi la verità e il pensiero critico in un ambiente sempre più incline alla disinformazione e alle realtà soggettive, e ricostruire così la fiducia nella parola? 

È chiaro che viviamo in un mondo in cui le informazioni fluiscono all'infinito e le opinioni vengono spesso confuse con i fatti, dando origine a un fenomeno che, almeno per me, è inquietante: la mitomania sociale, la creazione e l'adesione a realtà fabbricate, cementate nella menzogna. Non si tratta di un mero capriccio individuale, ma di un sintomo allarmante di una crisi più profonda: la svalutazione della verità nella patetica era della post-verità. Ci troviamo su un precipizio in cui il soggettivismo estremo e il relativismo assurdo minacciano di disintegrare le fondamenta della comprensione condivisa, erodendo così il valore intrinseco della parola. 

La menzogna, insieme alla sua controparte, la verità, è stata una preoccupazione centrale della filosofia fin dalle sue origini. Platone, nel suo dialogo La Repubblica , ci metteva già in guardia dai pericoli della falsità, soprattutto quando si maschera da verità per manipolare l'opinione pubblica. Per lui, la verità non è una costruzione soggettiva del linguaggio, ma una realtà trascendente, accessibile attraverso la ragione. Al contrario, la menzogna ci allontana da quella realtà, immergendoci in un mondo di ombre e inganni. Nello specifico, nell'opera sopra menzionata, afferma che " se qualcuno è capace di percepire il bello in sé e di percepire tutte le cose che partecipano del bello, senza confondere il bello in sé con ciò che partecipa del bello, né ciò che partecipa del bello con il bello in sé, non dovremmo forse dire che costui è sveglio e non un sognatore?" (Platone, La Repubblica , Libro V, 476c). Platone sta quindi tracciando la distinzione tra realtà e apparenza, una demarcazione fondamentale per comprendere la verità e la falsità. 

Ora, dobbiamo pensare all'era della post-verità come a un fertilizzante per la fabbrica di bugie di massa e alla normalizzazione e banalizzazione della menzogna come stile di vita quotidiano. Il nostro mondo contemporaneo ha esacerbato questo problema promuovendo una sorta di licenza per l'invenzione: sentimenti ed emozioni hanno la precedenza sulle prove, e la risonanza con le convinzioni preesistenti diventa più preziosa della veridicità dei fatti. Come sottolinea Harry Frankfurt nel suo saggio " On Bullshit" (traduzione di "On Bullshit", 2005), mentire non è la stessa cosa di dire stronzate. Mentre il bugiardo cerca deliberatamente di nascondere la verità, chi dice stronzate "non si preoccupa affatto della verità. Non mente nemmeno, perché quando mente, la verità gli importa. Si sta solo inventando le cose" – in altre parole, è un maleducato. In questo scenario, l'indifferenza alla verità è forse più pericolosa della falsità stessa, poiché annulla qualsiasi incentivo a cercarla e difenderla. Frankfurt lo spiega con precisione quando sottolinea che "una 'bufala' non è una menzogna. Sia il bugiardo che il 'burlone' intendono rappresentare le cose come sono realmente, e quindi entrambi ingannano. Ma lo fanno in modi diversi: il bugiardo cerca di far credere alle sue affermazioni il suo pubblico, mentre il 'burlone' non si cura affatto della verità" (Op. cit., 2005, p. 55). 

Questo relativismo dilagante, in cui la "mia verità" è valida quanto la "tua verità", indipendentemente dall'evidenza empirica o dalla coerenza logica, è un affronto diretto alla tradizione filosofica che ha cercato un solido fondamento per la conoscenza. Aristotele, nella sua "Metafisica", sosteneva che "dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso, mentre dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero" (Aristotele, Metafisica , Libro IV, Capitolo 7, 1011b26-27).    

Teniamo presente che la concezione classica della verità come corrispondenza con la realtà è stata l'ancora della nostra capacità di discernere e costruire collettivamente la conoscenza. Non si tratta di una semplice affermazione; è, di fatto, il pilastro su cui è stato e continua a essere eretto l'edificio della scienza moderna. Questa idea, secondo cui la verità di una proposizione risiede nella sua adeguatezza ai fatti o a uno stato di cose nel mondo, è il fondamento metodologico che distingue la conoscenza scientifica dalle altre forme di conoscenza. 

Fin dal suo inizio, la scienza occidentale ha operato sulla base del presupposto che esista una realtà esterna, indipendente dalla nostra percezione, e che l'obiettivo della conoscenza scientifica sia descrivere, spiegare e predire tale realtà nel modo più accurato possibile: questo principio si traduce nella ricerca dell'oggettività. Non si tratta di ciò che crediamo essere vero, né di ciò che sentiamo essere vero, ma piuttosto di ciò che è vero in senso verificabile e testabile.  

La scienza, nella sua essenza, è un processo di osservazione empirica e sperimentazione. Ogni esperimento, ogni misurazione, ogni ipotesi verificata cerca di determinare se un'affermazione (una teoria, una legge) corrisponde o meno a ciò che accade nel mondo reale. Quando uno scienziato formula un'ipotesi, propone una possibile corrispondenza tra un'idea e un fenomeno. Il successivo processo scientifico – raccolta dati, analisi, replicazione degli esperimenti da parte di altri ricercatori – è uno sforzo collettivo per verificare se tale corrispondenza sia valida.  

Ad esempio, quando il grande Isaac Newton formulò le sue leggi del moto universale e della gravitazione, non le propose come semplici idee piacevoli e comode. Le postulò come descrizioni di come funziona realmente l'universo . La validità di queste leggi fu stabilita dalla loro capacità di prevedere accuratamente il comportamento degli oggetti celesti e terrestri, ovvero dalla loro corrispondenza con la realtà osservabile. Se le previsioni delle leggi di Newton non avessero corrisposto alle osservazioni astronomiche o agli esperimenti sulla Terra, sarebbero state scartate o modificate.  

Allo stesso modo, in medicina, quando viene sviluppato un nuovo farmaco, la sua efficacia non si basa sulla fiducia o sulla buona volontà, ma su rigorosi studi clinici. Questi esperimenti mirano a stabilire una corrispondenza verificabile tra la somministrazione del farmaco e un effetto misurabile sulla salute del paziente. Se questa corrispondenza non viene dimostrata con dati empirici, il farmaco viene direttamente disapprovato.  

Come abbiamo cercato di dimostrare, la concezione della verità come corrispondenza è, in ultima analisi, ciò che consente alla scienza di essere cumulativa e autocorrettiva. Le scoperte precedenti servono come base per nuove ricerche, poiché si presume che le verità consolidate corrispondano ad aspetti affidabili della realtà. Quando nuove prove suggeriscono una mancanza di corrispondenza, le teorie vengono riviste, migliorate o sostituite. Questo meccanismo di autocorrezione è vitale e si basa sulla premessa che esista una realtà oggettiva a cui le nostre teorie devono adattarsi, e non il contrario. Senza questa concezione fondamentale, la scienza si dissolverebbe in un mare di opinioni e narrazioni soggettive; se la verità fosse semplicemente un costrutto sociale slegato dall'empirico, non ci sarebbe modo di distinguere una teoria scientifica da una credenza pseudoscientifica o da un'invenzione personale. Pertanto, l'oggettività e l'intersoggettività, cruciali affinché la conoscenza scientifica sia condivisa e convalidata da una comunità globale di ricercatori, dipendono intrinsecamente dalla ricerca di tale corrispondenza.  

Tornando al nostro problema, ciò che più ci preoccupa di questa situazione è la deplorevole tolleranza che noi esseri umani abbiamo per le bugie. Sembra che oggi essere bugiardi non sia più un problema, uno stigma, ma piuttosto un altro tratto della personalità, o addirittura un'abilità strategica in certi ambiti. La spudoratezza e l'inganno sono diventati normali, e il giudizio sociale verso chi opera nella falsità è drasticamente diminuito. Il problema non è solo che le persone mentono, ma che i bugiardi spesso la fanno franca e vengono persino ricompensati, il che rafforza questo circolo vizioso. Questa promozione del soggettivismo, in cui ognuno fabbrica la propria "verità" senza alcuna base verificabile, confonde i confini tra realtà e finzione, facendo percepire la disonestà come una semplice differenza di prospettiva morale.  

Teniamo presente che quando ogni individuo diventa artefice della propria realtà, le parole, veicolo fondamentale della comunicazione e della comprensione reciproca, perdono il loro peso. Se ciò che viene detto non ha alcun collegamento verificabile con la realtà, che valore ha? Promesse, giuramenti, testimonianze – tutti pilastri della convivenza sociale e giuridica – crollano quando le parole vengono svuotate del loro contenuto veritiero.  

A questo punto, le riflessioni di Friedrich Nietzsche diventano particolarmente pertinenti. Nella sua opera "Verità e menzogna in senso extramorale" (1873), egli tentò di mettere in discussione la nozione tradizionale di verità universale e oggettiva: per lui, la verità non è una scoperta, ma un'invenzione umana, una "armata di metafore, metonimie, antropomorfismi". La verità, nel senso nietzscheano del termine, è il risultato di un accordo sociale per la sopravvivenza e la coesistenza, una convenzione linguistica che ci permette di vivere in società: "Che cos'è dunque la verità? Una mobilissima moltitudine di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve, una massa di relazioni umane che sono state esaltate, trasferite e adornate poeticamente e retoricamente, e che, dopo un uso prolungato, un popolo considera ferme, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni dimenticate; metafore logore e prive di forza sensibile; monete che hanno perso il loro timbro e sono ora considerate come metallo e non più come monete"  (Nietzsche, F., 1873). 

La prospettiva nietzscheana, spesso erroneamente interpretata come un assegno in bianco per un relativismo assurdo, è in realtà una critica bella e profonda dell'ingenuità con cui presumiamo l'oggettività della verità. Tuttavia, nell'era della post-verità, questa critica può essere pericolosamente distorta per giustificare la proliferazione della mitomania. Se "ogni verità è un'illusione", allora perché non creare le nostre illusioni, le nostre "realtà" su misura per i nostri desideri? La risposta di Nietzsche a questo non è un nichilismo che annulla ogni validità, ma un appello all'onestà intellettuale e a una volontà di potenza che mira all'auto-miglioramento e alla creazione di valori vitali, non a un comodo autoinganno. La mitomania, fabbricando realtà comode e infondate, è esattamente l'opposto di quella volontà di potenza che osa affrontare la durezza della realtà. Il problema non è Nietzsche, sono i nietzschiani.  

Di fronte a questa ondata di soggettivismo e di assurdità naturalizzata, la filosofia ha un ruolo cruciale da svolgere. Non si tratta di tornare a dogmi immutabili, ma di riaffermare l'importanza del rigore intellettuale, del pensiero critico e dell'onesta ricerca della verità. Come direbbe Kant, la ragione deve essere la nostra guida, spingendoci a "pensare con la nostra testa" e a non accettare verità prefabbricate senza esame critico. L'etica della fede – ovvero la responsabilità morale che abbiamo nel formare e mantenere le nostre convinzioni – diventa più urgente che mai. Ricordiamo che nel suo saggio intitolato Che cos'è l'Illuminismo ? Kant esorta: "Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo intelletto!" (Kant, I. (1784), diventando così un perenne appello all'autonomia intellettuale di fronte all'eteronomia del pensiero altrui o alla cecità autoimposta causata da convinzioni infondate.  

In breve, cari lettori, la mitomania sociale non è semplicemente un problema psicologico dei tanti idioti che ci circondano, ma piuttosto il sintomo di una società che ha iniziato a perdere il suo ancoraggio nella realtà condivisa. Riaffermare il valore della verità, l'importanza dell'evidenza e la necessità di un linguaggio che aspiri alla precisione, non alla manipolazione, è un compito filosofico, educativo e civico urgente. Solo così possiamo ricostruire i ponti della comprensione ed evitare che la realtà si dissolva in un mare di invenzioni e capricci personali. 


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Fonte: Dialektika

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Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.

Articolo tratto interamente da Dialektika


martedì 10 giugno 2025

L’emergenza dell’analfabetismo funzionale in Italia


In Italia, il problema dell’analfabetismo funzionale è più grande di quanto si pensi. Secondo i dati dell’OCSE, tra il 28% e il 35% degli adulti fatica a capire e usare informazioni scritte nella vita di tutti i giorni. Non significa che non sappiano leggere e scrivere, ma che incontrano difficoltà quando devono interpretare testi un po’ più complessi o seguire ragionamenti articolati. E questo ha conseguenze concrete: meno autonomia, meno possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale e lavorativa.

Questa difficoltà si vede ancora di più sui social, che ormai sono la fonte principale di informazione per tanti. Le fake news e la disinformazione si diffondono a macchia d’olio proprio perché chi ha problemi a valutare criticamente le fonti rischia di cascarci più facilmente. Il risultato? Un mare di confusione e divisioni, dove opinioni personali si mescolano ai fatti e le discussioni degenerano in litigi senza senso.

I social dovrebbero servire per dialogare e confrontarsi, ma spesso finiscono per premiare i contenuti più emotivi e superficiali, quelli che generano reazioni rapide e si diffondono senza che nessuno si preoccupi troppo di verificarli. E così si crea un circolo vizioso: ognuno cerca solo conferme alle proprie idee, si chiude in bolle di informazioni e finisce per rinforzare convinzioni sbagliate.

Questo ha un impatto enorme sulla democrazia. Senza un confronto serio e basato sui fatti, diventa difficile prendere decisioni consapevoli e costruire un dibattito pubblico sano. La conseguenza? Una società sempre più polarizzata e meno aperta al dialogo.

Per cambiare le cose bisogna agire su più fronti. La scuola deve rinnovarsi e aiutare i ragazzi a sviluppare capacità di lettura, comprensione e pensiero critico fin da piccoli. Ma serve anche un cambio di mentalità nell’uso dei social: saper distinguere le informazioni affidabili, ridurre le notifiche inutili e dare più spazio alle relazioni reali invece di quelle virtuali.

Insomma, l’analfabetismo funzionale non riguarda solo l’istruzione: è una questione sociale e culturale che tocca tutti noi e la qualità della nostra democrazia. Con l’esplosione delle fake news e il ruolo dominante dei social, è più urgente che mai trovare soluzioni concrete.

L'autore di questo post, si è riservato il diritto di restare in anonimato, quindi non verrà rivelata l'identità e la fonte.

Autore: Anonimo

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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domenica 9 febbraio 2025

Le bufale fasciste


Negli ultimi tempi il fascismo ha rialzato la testa, sui social network e non solo, girano tante bufale e cose inventate sul ventennio fascista. Sono stanco di leggere ca..ate e di tutto questo revisionismo storico, i miei nonni mi hanno raccontato di anni bui, dove la fame era all'ordine del giorno, per non parlare di libertà e diritti negati.

Non esiste fascismo buono, ci rendiamo conto che parliamo di una dittatura?

Tra l'altro voglio ricordare, che il fascismo è un reato.

Tratto da Wikipedia

Nell'ordinamento italiano, l'apologia del fascismo è un reato previsto dall'art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione"), anche detta Legge Scelba.

 La "riorganizzazione del disciolto partito fascista", già oggetto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, avviene ai sensi dell'art. 1 della citata legge
« quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. »
La legge n. 645/1952 sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF, del PFR e del NSDAP. Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni.
La norma prevede sanzioni detentive anche per i colpevoli del reato di apologia, più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa[1]. La pena detentiva è accompagnata dalla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici[1]

Inoltre invito a sfatare tutti i miti che circolano, visitando questa pagina:

Tutte le fake news sul fascismo: ecco la verità

La storia non si può cambiare, ma possiamo studiarla per non sbagliare più!



sabato 31 agosto 2024

La verità non si definisce in politica, ma in filosofia


Articolo da Mundiario

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Mundiario

Sia la dimensione tecnocratica del potere che la conversione della politica rurale in uno spettacolo sono a loro agio per una ragione che Arendt aveva già previsto ai suoi tempi. 

Qualche anno fa la casa editrice Página indómita ha pubblicato un nuovo libro di Hannah Arendt, Verità e bugie in politica, che comprende due brevi opere della famosa filosofa ebrea. Il primo, Verità e politica, scritto negli anni Sessanta del secolo scorso, suscita la polemica attorno a Eichmann in Jesusalén. Il secondo, Lies in Politics, successivo ai cosiddetti Pentagon Papers dell'inizio degli anni Settanta, anch'essi del secolo scorso.

È vero, come ricorda Hannah Arendt, che in alcune occasioni, non di rado, il contrasto tra verità e menzogna è inevitabile in politica, qualcosa che non sembra preoccupare troppo gli attori politici, solitamente ossessionati dal far sì che i media riflettano le loro verità punti di vista. In questo senso si tenta addirittura di convertire i fatti, la realtà ostinata, in semplici opinioni, molte delle quali condannate a lasciare lo spazio pubblico.

In questo contesto, la Arendt richiama l’attenzione su una realtà indubbia: la menzogna non è solo patrimonio delle dittature. Anche nei regimi democratici ci si presenta come un fattore molto distruttivo, capace di violare le coscienze degli stessi cittadini, nella misura in cui provoca imposizioni ideologiche volte a trasformare la realtà stessa per giustificare le proprie decisioni.

Arendt ha sempre criticato la tendenza tecnocratica del potere politico così come il predominio dell’azione politica da parte del marketing. Oggi, come si vede quotidianamente, sia la dimensione tecnocratica del potere sia, d’altro canto, la conversione della politica all’aria aperta in spettacolo per una ragione che Arendt già aveva previsto a suo tempo.

Infatti, se le associazioni cittadine e comunitarie articolate dalla spontaneità sociale non sono il centro dello spazio pubblico, esso è dominato, come avviene oggi, dai partiti politici, dall’ideologia e dalla propaganda. Se a ciò aggiungiamo l’alleanza strategica orchestrata dai poteri mediatici, finanziari e politici, allora troviamo quella che viene chiamata privatizzazione dello spazio pubblico.

Ebbene, in questo scenario, la menzogna, l’inganno e il calcolo prendono il sopravvento sull’esercizio della politica, che finisce per diventare un’attività estranea all’interesse generale e associata, a volte anche crudamente, alla dittatura del privato, che macchia di tutto ciò che tocca. corruzione.

In questo contesto, denunciato dalla Arendt decenni fa, si crea il terreno fertile ideale per l’emergere del populismo e della demagogia che, incoraggiato da quella visione marketiniana, dello spettacolo politico, porta all’assurdità che contempliamo. Una situazione che richiede il protagonismo dei cittadini e la conseguente liberazione dello spazio pubblico dal dominio degli interessi privati ​​che cercano solo di aumentare i propri profitti.

Oggi in Spagna, ad esempio, basta accendere la televisione in prima serata per vedere cosa è diventata la gestione e la direzione della cosa pubblica. Basta infatti ascoltare, ad esempio, alcuni discorsi di alcuni politici, solo ed esclusivamente occupati a fare gli straordinari per affermare quella concezione della politica e del potere che Hannah Arendt denunciò a suo tempo.

Il filosofo ebreo è un esempio di ribellione intelligente contro l'imposizione del pensiero unico e del politicamente corretto, da qualunque parte provenga. Personalità come quella della Arendt sono oggi di grande attualità, perché occorre combattere quella battaglia per la libertà e la verità nella quale lei si è distinta con grande senso di coerenza.

Insomma, rileggere Arendt in questo momento costituisce una boccata d'aria fresca in un mondo in cui la dittatura del tecno-strutturale e la conversione del politico in una guerra senza limiti, confermano il pericolo della banalizzazione di un'attività orientata e diretto niente meno che al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini in un ambiente di centralità della dignità dell'essere umano.

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Fonte: Mundiario

Autore: Jaime Rodríguez - Arana

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Mundiario


giovedì 15 febbraio 2024

Il libero pensiero è in pericolo?



Articolo da Nuevatribuna

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Nuevatribuna

Se c'è qualcosa che ogni giorno viene messo in discussione, monitorato, sequestrato, silurato, censurato e addirittura squalificato come bufala, censurato e molte altre cose del genere, è il libero pensiero. Basta pensare a Julián Assange e a tanti altri personaggi noti, come lo spagnolo Pablo González, per sapere che ai nostri giorni tutto ciò che non è conforme al  copione ufficiale di ciò che si dovrebbe pensare,  diventa sospetto e viene messo in quarantena. ..o dietro le sbarre. E il fatto è che se qualcosa è socialmente indesiderabile per il potere in una qualsiasi delle sue versioni, è la verità e quindi rende indesiderabili i suoi difensori.

Non è che si tratti di una novità storica. Dire la verità, proclamarla come bene primordiale e osare esercitarla in modo esemplare è stata la causa dell'orrendo assassinio di Gesù di Nazareth e della condanna a morte di Socrate e di tante altre migliaia di persone, nel corso dei tempi, il cui amore per la verità era unito alla l'amore per i propri simili, una combinazione insopportabile a quanto pare. Per chi?

Perché la verità è così fastidiosa?  Perché il mondo è nelle mani di poteri bugiardi e crudeli e perché anche noi mentiamo facilmente a vicenda. Se potessimo vivere senza mentire a noi stessi e senza paura della verità, non ci sarebbe potere al mondo capace di controllarci. Lo sappiamo noi e lo sanno “loro”, i proprietari dei seggioloni.

Al giorno d'oggi, tutto ciò che non è conforme al copione ufficiale di ciò a cui si dovrebbe pensare diventa sospetto e messo in quarantena... o dietro le sbarre.

Il fegato del potere è estremamente sensibile ai contropensieri che gli impediscono di digerire adeguatamente i propri, e non appena si penetra nei suoi circuiti, siano essi informativi, politici, religiosi, sanitari, intellettuali, economici o altro, il fegato del potere corrispondente Il circuito cerca di neutralizzare questo ostacolo con più o meno durezza a seconda del grado di pericolo per la pace digestiva. E vedere come sempre meno voci dissonanti si lasciano ascoltare, e come quelle che suonano opposte vengono subito ripudiate o ignorate dai grandi media al servizio del fegato delle Grandi Potenze, siano esse civili o militari, religiose o laici, sembra evidente che vogliano condizionarci a pensare ciò che dovremmo pensare e sulle cose che dovremmo pensare e non sugli altri. Ma cosa accadrebbe se tutto ciò che vogliamo evitare o proibire fosse la cosa più interessante, la più vera, liberatoria e persino sacra? Se così fosse, e credo che sia così, parteciperemmo ad un programma di dominio progettato per condizionare la nostra percezione della realtà e del mondo e quindi controllare le nostre vite. Allora bisognerebbe parlare dell'assalto  all'ultima roccaforte del nostro io: la coscienza . Sta succedendo una cosa del genere proprio adesso? Ancora una volta, penso di sì. Credo che la nostra coscienza venga quotidianamente condizionata e aggredita dalle aule scolastiche, dalle chiese e dai centri del potere giudiziario, politico e mediatico.

Nel frattempo, chiunque di noi, ovunque su questo Pianeta, può vivere la propria vita credendo di pensare liberamente, e quindi può credere di sentire e agire liberamente. Tutto ciò però può essere un’illusione perché, senza esserne consapevoli, potresti pensare cosa  dovresti  pensare e nei termini in cui  dovresti  farlo. Così quel cittadino che si crede padrone dei suoi pensieri, non pensa, ma  è pensato  e indirizzato a seconda di ciò che pensano gli altri, che lo decidono per lui. Ciò può essere visto con la chiarezza del sole, ad esempio, nei cosiddetti  mass media . 

Parteciperemmo ad un programma di dominazione progettato per condizionare la nostra percezione della realtà e del mondo e quindi controllare la nostra vita.

Non appena guardiamo il contenuto dei media dominanti, vediamo che i messaggi che emettono possono mancare di rigore intellettuale, estetico o etico, come al solito, ma ciò che non manca è la capacità - e la tenacia - di mentire, distrarre e indurre a pensare o desiderare ciò che dovrebbero essere pensato o desiderato i  proprietari di questi media , i loro inserzionisti o i loro mecenati sanitari o politici, come abbiamo potuto vedere con la cosiddetta “Pandemia Covid”, che merita un articolo a parte.

Il risultato immediato della perfetta cooperazione tra l’industria farmaceutica e i governi dell’intero pianeta per il controllo globale dei cittadini, è che  i conti correnti dei più ricchi hanno raddoppiato la loro ricchezza nei “due anni Covid” a causa della  pandemia. Pandemia,  che esattamente nella stessa proporzione ha aumentato il numero dei poveri, e che tutta l’umanità è stata disciplinata come risultato di quel grande esperimento riuscito di potere mondiale per il controllo delle persone. E con questo riuscito controllo della salute fisica, mentale e globale, il potere politico dei ricchi non solo completa il dominio effettivo sulla comunità globale, ma lascia anche la porta aperta per chiudere la nostra quando vogliono, come è successo con Covid. Se i governi dichiarassero guerra, ad esempio, sarebbe molto più facile per loro gestirci. Abbiamo aperto loro la porta.

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Fonte: Nuevatribuna

Autore: Navarro Valero


Articolo tratto interamente da 
Nuevatribuna.es