E così…

E così, nonostante abbia fatto mille scongiuri, è successo: la scorsa settimana sono stata travolta dal solito malanno di stagione, con dolori alla gola e alle ossa, febbre, raffreddore e un conseguente umore tetro che mi ha impedito di scrivere sul blog.

Ora mi trovo in quell’opaca zona grigia chiamata convalescenza, una terra di mezzo incolore in cui la malattia ha deciso di andarsene, ma la guarigione completa non è ancora arrivata, anche se manca davvero poco all’agognato traguardo.

Non sono stata frenata soltanto dalla malattia, a dire il vero; anche il cambiamento di stagione, l’arrivo del gelo invernale e l’oscurità di queste ultime giornate hanno influito sul mio umore, determinando una breve battuta d’arresto e il riposo momentaneo del mio blog.

Però ieri ho fatto il mio dovere e, come ogni anno, ho vestito questo spazio con gli abiti della festa. Confesso di aver provato un po’ di malinconia nel togliere tutte le belle immagini autunnali: anche questo è stato un mutamento, il passaggio a un nuovo ciclo, un lievissimo trauma. Ma tutto cambia, nulla resta immobile, e l’inverno è ora qui, in mezzo a noi, e bisogna accoglierlo nel migliore dei modi:

C’è qualcosa di buono in questi pomeriggi tanto brevi – qui il sole è tramontato alle 16:35 – e nel mio stato di malata in via di guarigione, ed è il fatto che trascorrerò il resto della giornata scrivendo per preparare i prossimi post, per tracciare bozze, frasi e pensieri. Forse leggeri, leggerissimi, oppure no.

Pensieri d’inverno, se così vogliamo chiamarli.

Dedicato al piccolo club degli amanti delle stagioni

Siamo pochissimi, è vero, però agguerriti: amiamo osservare, ascoltare e comprendere l’inarrestabile flusso delle stagioni, che ci racconta chi siamo e come pensiamo e ciò che desideriamo.

Su un blog come questo, dedicato al mutare della natura attraverso il ciclo delle stagioni, non può mancare un post a tema che resti fisso, sempre a disposizione di chi ama riflettere e lasciarsi avvolgere dalle atmosfere di primavera, estate, autunno e inverno.

Così, ho pubblicato nella sezione Pagine fisse, che si trova nella colonna a destra del blog, un post intitolato Le quattro stagioni. Questo post, però, ha una particolarità: pur essendo completo, rimane in fieri, in continuo divenire, perché ho intenzione di modificarlo ogni volta che ne avrò il desiderio. Potrò allungarlo, accorciarlo, approfondirlo o stravolgerlo a seconda dell’umore.

Perché la vita è un viaggio, è un continuo mutare, e con essa muta anche il senso delle stagioni per ciascuno di noi. E muta per me, che scrivo qui da più di sedici anni.

Scrivo e poi cancello

Scrivo una frase e poi cancello. Cambio argomento, ricomincio, l’idea è buona – è vero – ma no, non mi va e cancello di nuovo. E pensare che non mi mancano i temi e neppure i concetti, tanto che potrei scrivere cinque post tutti insieme.

Ma mi sento così, mi sento incerta e stanca e strana e distratta, come di fronte a un bivio con mille strade ad aspettarmi: questo va bene, questo no, questo è troppo, questo non sarebbe compreso. Mi fermo, ripenso, provo ancora, eppure no, no, qualcosa non va.

Vorrei che piovesse, ecco. Vorrei che il cielo fosse denso di tinte scure – e i tuoni e lo scorrere dell’acqua sui vetri e finalmente in pace. Allora scriverei una parola dopo l’altra, senza pormi domande, cullata dalla pioggia, meravigliosa compagna.

Ma lo so, so cosa sta succedendo: è l’arrivo della primavera a stordirmi – l’ora legale, i pomeriggi troppo lunghi, la luce, la luce costante. Eppure passerà anche questo, perché è soltanto una questione di abitudine. Bisogna accettare la transizione, assestarsi, trovare un equilibrio, sopportare il mutamento.

Talvolta, il passaggio da una stagione all’altra è un piccolo fardello. Occorre imparare a portarlo con sé, a farlo proprio, e senza lamentarsi, per non avvertirne troppo il peso.

Di freddo e dicembre

Sono giornate freddissime ma limpide, come capita spesso all’inizio di dicembre. Nel tardo pomeriggio, uscirò per andare alla ricerca di alcuni regali. Sarà buio, sarà già notte e il freddo accompagnerà la mia passeggiata. Preferirei un’altra compagnia, meno aggressiva e più docile, come le nebbie autunnali non troppo fitte, gli umori incerti di ottobre, le quiete malinconie dell’inizio di novembre: la dolcezza al posto dell’arroganza, la delicatezza al posto dell’invadenza.

Ma la stagione è un’altra e bisogna sopportarla. Si tratta di chiamare a raccolta tutta la propria forza interiore per sfidare il gelo e l’oscurità. In fondo, le feste giungono anche per questo.

Di neve e silenzio


D’inverno, il silenzio sa essere talmente profondo da apparire solenne e meritare rispetto. Talvolta, quando i giorni sono tetra agonia di nero e di grigio, incute timore suscitando pensieri fra tenebre e gelo.

Però, mentre cade la neve lenta e costante, il silenzio è un abbraccio sincero, uno scrigno di ricordi e segreti, una bianca promessa di pace e infinito.

Era d’estate


A una certa età si è dotati d’una vitalità straordinaria. Quando avevo nove o dieci anni, ad esempio, e trascorrevo buona parte della stagione estiva in montagna, non sapevo cosa significasse la parola “riposo”. Pur di stare tutto il giorno fuori casa, in giardino e non solo, pranzavo in fretta e furia, scalpitante e con gli occhi rivolti alla porta in attesa d’uscire quanto prima. Il caldo del primo pomeriggio non solo non mi spaventava, ma mi era addirittura gradito, era un amico al quale non avrei saputo rinunciare.

Verso i dodici anni, mi divertivano le piccole fughe organizzate con mia cugina mentre i nostri genitori dormivano oppure erano così impegnati a conversare fra loro da non fare caso alle nostre trame. Mia cugina, che aveva quattro anni più di me, aveva escogitato un piccolo sistema per allontanarci in vespa senza che nessuno se ne accorgesse: siccome per arrivare sulla strada dovevamo percorrere, da casa, una discesa, riuscivamo a farla in vespa silenziosamente, senza accendere il motore; poi, una volta giunte in strada, mia cugina metteva in moto. A quel punto qualche nostro parente, richiamato dal rumore, s’affacciava svelto a una finestra e ci vedeva correre via. Ma ormai era troppo tardi per tentare di fermarci.

Queste piccole fughe erano innocue, addirittura ingenue: o ci fermavamo al fiume, a pochissimi chilometri da casa, per parlare sedute sui sassi guardando scorrere l’acqua, oppure raggiungevamo qualche altro paese, tanto per regalarci l’illusione d’essere andate chissà dove. Era bello correre al vento, sentire il sole sopra le nostre teste e avvertire un’indescrivibile sensazione di libertà. Ma era soprattutto bello avvertire l’enigmatica lentezza del tempo: quei pomeriggi, infatti, sembravano interminabili, lunghissimi, quasi non dovessero finire mai.

C’è un’età in cui i pomeriggi d’estate sembrano dover durare all’infinito.

Domenica d’inverno


Freddo intenso, atmosfera spettrale e persino alcuni fiocchi di neve: l’inverno mantiene intatto il suo eccezionale vigore, anche se, prima o poi, sarà costretto ad andarsene. Certo, la sua caparbietà colpisce. C’è il rischio d’invidiare un po’ la forza che dimostra a dispetto del tempo che trascorre, condannandolo alla resa.

Come spesso capita in questa stagione, ai colori spenti di giornate infinitamente squallide s’accompagnano lunghe ore di silenzio, interrotte solo a tratti dal rumore di qualche automobile in fuga.
In fondo, anche questo è il riposo della domenica.

Alla fine di gennaio


Ho trascorso circa tre quarti d’ora a cercare immagini di dipinti ottocenteschi, perdendomi fra colori e atmosfere ma senza decidermi. In realtà avevo quasi scelto, quando una voce interiore, saggia e cortese, mi ha consigliato di fermarmi. Arriva sempre un momento in cui occorre fermarsi per riordinare le idee, recuperare la necessaria lucidità e attendere che le ombre, almeno quelle più cupe, svaniscano.

Queste giornate di fine gennaio sono sempre freddissime. Tuttavia, sembra che il gelo non impedisca ad alcuni di uscire a quest’ora: dalla strada, infatti, arrivano grida e risate. Il divertimento del venerdì sera prosegue nonostante l’inverno e il copione è sempre lo stesso. Assistendo al ripetersi dei medesimi riti, sulla medesima via e stagione dopo stagione, si ha l’impressione che nulla cambi mai. Eppure qualcosa dovrà mutare.

Gennaio se ne sta andando, terribile come sempre, col suo volto severo e gli occhi duri di chi non riesce a provare alcuna pietà. Ma quasi non l’ho vissuto perché l’ho sentito fuggire via in fretta, e l’ho guardato con freddo distacco, addirittura con una punta di disprezzo. Ormai neppure gennaio riesce a colpirmi. Questa è la prova che gli anni non sono trascorsi invano.