martedì 31 luglio 2018

I motivi maledetti con finale a sorpresa

Ci sono vari motivi per cui non mi piace parlare di quello che sto attraversando con le persone che mi sono vicine, uno di quelli più mastodontici è il cambiamento di comportamento di queste persone nei miei confronti. L'ho notato da quando ho lanciato la bomba a mio padre perché prima... beh... lo sapeva bene o male solo Mr D. Comunque ho notato due mutamenti principali che più volte mi hanno fatto pensare che aver fatto outing sia stato un errore:
  1. Quando mangi insieme a loro ti osservano come se fossi un alieno da tenere sotto controllo
    Mr D. ha tutta una sua tecnica che consiste nell'aspettare che inforchetti qualcosa per abbassare lo sguardo sul piatto, tenere la testa ferma davanti a sé e con gli occhi guardare dalla mia parte. Una faccia dritta con gli occhi storti di lato. E ovviamente quando secondo lui mangio troppo poco, me lo fa notare subito, facendomi quel bel pressing di cui non ho assolutamente bisogno perché ci sono già io a fare pressing a me stessa... e pure troppo. Mio padre invece non lo nasconde. In 37 anni non ha mai insistito perché mangiassi molto, anzi, ha sempre delle due frenato il mio mangiare. Venerdì sera era un tutto: ma perché non mangi questo? Ma perché non fai il bis di quest'altro? Hai mangiato a sufficienza? Ma perché non ti unisci a noi e prendi il gelato?
  2. Non comprendono la situazione ma la possono accettare
    Chi non ha vissuto un disturbo alimentare non può davvero comprendere cosa comporti e questo semplicemente perché non è un disturbo che si possa capire con il raziocinio. Il primo impatto dunque è sempre lo stesso: mi guardano e mi parlano come se fossi stupida. Ne ho scritto giusto ieri quando precisavo che è abbastanza normale pensare di avere a che fare con un idiota se quello di fronte a te non mangia e pesa 40 kg, o se mangia e poi subito vomita volontariamente, o se si scofana di cibo fino a non riuscire più ad alzarsi dal letto. Non è facile, dunque, capire che non sono stupida ma che sono semplicemente malata.
A onor di cronaca preciso anche che da quando mio padre è venuto a conoscenza di questa cosa ha cambiato in generale il suo atteggiamento nei miei confronti. Da padre completamente assente quale è sempre stato si è trasformato in una persona che si fa vivo almeno una volta al giorno e in almeno un messaggio mi scrive quanto mi voglia bene. Non capisco se sia dovuto al fatto che qualche domandina se la stia ponendo e si senta in qualche modo responsabile della situazione (cosa che francamente non credo) oppure sia semplicemente preoccupato per me. Francamente non credo che saprò mai la verità, ma intanto mi godo la felicità di averlo visto venerdì e di rivederlo domani... due volte in una settimana. Nevicherà.

Colpi di scena

Tornata a casa dopo aver incassato l'infelice frase che ho citato ieri alla fine del post, stavo davvero male. Sono stata male tutto il giorno pensando che avrei fatto meglio a non dire nulla perché io lo so che i dca, per chi non li vive, possono essere accettati ma difficilmente compresi. Cosa si può pensare di una persona che decide di smettere di mangiare? O di una persona che mangia e poi vomita volontariamente? O di una che mangia mangia mangia senza un freno fino a diventare 250kg? Beh, si pensa sia stupida, no? O quantomeno stupidamente autolesionista. Lo so che è facile pensare questo e quando mio padre mi ha salutato dicendo Usa la testa mi ha confermato il perché io in tutti questi anni sia stata zitta. Ma a questo giro qualcosa è scattato, qualcosa che mi ha fatto pensare che non è giusto starci male per un commento, che non sono stupida e che era giunto il momento di dirlo. E così ho scritto a mio padre:















 








In fondo, cosa avevo dal perdere? Ho cercato per tutta la vita di essere perfetta ai suoi occhi, di non fare alcuno sbaglio governata dalla paura che mi incuteva ma ormai mi sono rivelata per quello che sono davvero. E comunque sto già male di mio, non ho intenzione di stare male anche per i commenti altrui. Appena inviato il messaggio ho messo il cellulare in modalità aereo, stavo malissimo. Ho passato i minuti seguenti chiusa in bagno a piangere, nella speranza di calmarmi per accettare qualsiasi risposta che ne sarebbe seguita. E così è stato. Ho riattivato il cellulare e le risposte sono arrivate a raffica, una più bella dell'altra:
 
La conversazione poi è andata avanti perché quanto mi ha scritto mio padre non torna con quanto dimostra e, beh, io gliel'ho detto. Non ho voglia ora di continuare a fare un resoconto così dettagliato di quanto è successo ma quello che mi ha fatto strano è che dopo un messaggio simile, sarei dovuta stare meglio. E invece non è stato così: ho vissuto un vortice fortissimo di sconvolgimento non del tutto positivo e in questi giorni mi sono chiesta il perché. Sono giunta a un elenco di motivi, uno più ovvio dell'altro:
  1. non sto meglio perché per quanto abbia scritto cose splendide, in realtà non me le ha mai dette di persona né tantomeno dimostrate coi fatti
  2. anche se magari qualche volta me lo potrà avere anche detto (il dubbio mi è sorto) probabilmente ho rimosso subito (come faccio sempre coi commenti positivi) perché la mia impostazione mentale era stata tarata su un'autostima di merda
  3. non sto meglio perché quanto scrive mi sbatte in faccia come sia stata io in tutti questi 37 anni: una figlia perfetta in tutto e per tutto perché ha vissuto nel timore profondo di deludere il padre, una paura profonda di lui. Forse ce l'ho fatta, a leggere sembrerebbe, ma la consolazione è davvero molto magra
Una cosa positiva però in tutto ciò è emersa: per la prima volta in 37 anni sono stata me stessa con mio padre, mi sono fatta vedere per quella che sono: imperfetta. E per la prima volta non sono stata zitta davanti a una ferita, ma ho alzato la testa e ho risposto.

domenica 29 luglio 2018

Outing

Fare outing non è così liberatorio come si potrebbe pensare, o almeno così non è stato per me. Non so neanche esattamente spiegare cosa mi è scattato nel cervellino in quel nanomicrosecondo che ho deciso di parlare. Venerdì però mi è stato servito l'abbocco su un enorme piatto di platino e probabilmente mi sono resa conto in quell'istante che se non avessi parlato subito, non ne avrei parlato mai più. E' come quando arrivi sul ciglio di un enorme salto sul mare, guardi di sotto e ti rendi conto che se continuerai a guardare giù non ti tufferai mai e senza pensarci fai un salto e pluf. A me è successo pressapoco così venerdì pomeriggio quando, insieme alle birbolotte, ero a casa di mio padre. Le cinnazze giocavano allegramente inconsapevoli fuori in giardino mentre io, mio padre e la sua compagna eravamo in casa a sorseggiare caffè. Nessun Mr D., nessun parente lontano o vicino, nessuna figlia intorno.
“Sai, Babbuccio, ho scritto a mia cugina. Domani scendendo se ho tempo volevo passare a salutarla con le bimbe”
“E' da un po' che non la vedi? E' diventata uno scheletro... ho parlato con la zia pare che sia bulimica da anni”
… … …
“La zia me l'ha detto in confidenza eh... pare però che lei non faccia niente. Bah”
“A guarda io sono bulimica da vent'anni e ho deciso di curarmi solo da due mesi per cui se la volontà non parte da lei nessun altro potrà convincerla a farlo”
Silenzio di tomba. Occhi a palla. Gelo totale.
A ripensarci non so cosa cavolaccio mi sia preso. E poi non è che puoi lanciare una bomba simile e non aspettarti il caos totale. Non starò a raccontare nei dettagli il seguito della conversazione. Basti sapere che io, che non fumo, mi sono fatta fuori un pacchetto di sigarette da sola, con la tremarella alle mani e la voce malferma ma apparentemente calma e impassibile da veder da fuori. Non ho detto tutto quello che sto vivendo, ho parlato in modo molto razionale, pragmatico, toccando un po' tutti gli argomenti ma senza andare a fondo nella questione. Ho detto che in un anno sto investendo i risparmi di 37 anni di vita ma che, spero, ne varrà la pena. Mi hanno chiesto il perché, io ho detto che ancora non lo so perché parlare del fatto che forse un papà che da piccola ti contava i maccheroni nel piatto e che ti costringeva a mangiare tutto anche se andavi in bagno a vomitare e poi tornavi a tavola, prendevi un altro boccone, andavi a vomitare e poi tornavi a tavola e via di seguito non mi sembrava da dire in quel momento. La compagna di mio padre si è rivelata comprensiva e accogliente, salutandomi il giorno dopo mi ha abbracciato e mi ha detto che, qualora avessi bisogno, loro ci sono sempre. Mio padre ha bene o male reagito come mi sarei aspettata da lui: duecento domande tutte logiche, estremamente calcolatore, estremamente razionale, ha parlato esattamente come se si riuscisse ad affrontare una malattia mentale con il raziocinio. E' come dire ad un diabetico: oh, concentrati e usa la testa e vedrai che anche mangiando dolci non starai male. Bene o male il ragionamento è stato lo stesso. Mi ha salutato dicendomi “Per i soldi non ti preoccupare, un po' ti aiuterò io. Ma tu mi raccomando, usa la testa”. Di questa affermazione finale, una bella coltellata dietro al schiena, in mezzo alle costole, sì, proprio lì, ne parlerò meglio domani.
To be continued...

giovedì 26 luglio 2018

Una piccola vittoria

Ieri sera l'ho riconosciuta, la stronza. Di solito confondo i suoi pensieri coi miei al punto dal sentirmi costantemente in colpa a causa sua. Sono anni che non riesco a distinguere se agisco/penso perché è lei che me lo fa far/pensare per cui è molto molto molto difficile capire dove sta la verità e soprattutto dove sto io perché ormai lei mi ha fagocitato. Ieri sera invece l'ho riconosciuta e anche grazie al diario che tengo. Leggendo quanto scritto avevo mangiato il giusto, a dire il vero forse anche un po' troppo poco, non avevo neanche mal di stomaco, stavo bene eppure avevo la viscerale sensazione di aver mangiato decisamente troppo, una sensazione per nulla fisica ma solo esclusivamente, inutilmente, fastidiosamente mentale. Era fin troppo facile capire a sto giro che qualcosa non quadrava, che non aveva alcun senso, che era assurdo. E così mi sono calmata e sono riuscita a non vomitare nonostante fossi sola (e la stronza con la solitudine va a braccetto). La bilancia questa mattina mi ha dato ragione (non oso pensare se non me l'avesse data) ma nonostante questa piccola vittoria, fatico a togliermi dalla mente la tristezza dei giorni passati (vedi vecchio post) perché mi ha fatto capire quanto lungo ed estenuante sia questo percorso.

50 e 50

Potevamo passare o la mia vista da falco (12 decimi netti) o la vista da talpa di Mr D. (non so esattamente quanto gli manchi ma il fatto che quando si toglie gli occhiali gira per casa toccando ovunque i mobili perché non li trova più, e magari li ha a pochi centimetri di distanza fa capire quanto ci veda). Ci avevano informato che il problema probabilmente si sarebbe presentato alle medie, epoca in cui anche Mr D. si rese conto che stava iniziando a non vederci una cippa e invece... E invece Sbibulina non ci vede un tubo. Ho passato tutto ieri pomeriggio dal medico a farle una estenuante lunghissima visita e la sentenza è stata quella prevista: occhialuta a vita. Se non altro la piccolotta era super-entusiasta: MAMMA!!!! MAMMA! Mamma ci vedo! Ci vedo mamma! E così, dopo due ore e un bagaglio di informazioni da memorizzare, siamo uscite dall'ospedale per andare di corsa a ordinare un paio di occhiali che devono necessariamente essere pronti prima della nostra partenza: Signora, corra subito dall'ottico, SUBITO. La bimba ne ha bisogno il prima possibile, non ci vede niente, poverina. Ero partita con la convinzione che, se avesse avuto bisogno di occhiali, se li sarebbe scelti da sola e qualsiasi cosa avesse pescato dal cilindro, anche un paio oro e paiettes, me ne sarei stata zitta zitta buona buona. Ne ha provati pochissimi e col suo carattere deciso ha scelto subito e anche molto bene. L'ho portata dritta a prendersi un enorme gelato e poi al parco con gli occhiali scuri (grazie alle simpatiche goccine pupillodilatatrici) a giocare con gli amici come gratificazione per essersi comportata davvero bene. E fra una settimana andrò in giro con un'esatta copia di me un po' più bassa, un po' più bionda e con gli occhiali color arcobaleno.

mercoledì 25 luglio 2018

Quando in due non si fa la testa di uno

Io e Mr D. abbiamo, purtroppo, la stessa fobia il che non aiuta quando ci si ritrova faccia a faccia con il problema e per il momento è sempre capitato quando si è soli. Io e Mr D., infatti, abbiamo evidenti problemi con ragni di abnormali dimensioni, cavallette e calabroni giganti e a complicare la situazione c'è la mia assoluta convinzione che non bisogna uccidere nessun animale. La prima volta che si è presentato questo problema di coppia eravamo ancora nella vecchia casa. Primogenita dormiva pacifica nel suo lettino quando un calabrone è entrato in camera da letto e, prontamente, io mi sono fiondata sulla culla, ho preso la bambina, e me la sono data a gambe. Abbiamo passato tutta la notte con la piccola che dormiva per terra sul tappeto e noi a discutere sul da farsi. Le opzioni comprendevano:
  1. chiamare mio padre nel cuore della notte per spiegargli la tipologia di insetto e capire se avrebbe attaccato
  2. chiamare nel cuore della notte il fratello di Mr D. il quale avrebbe provveduto a far tutto lui
  3. chiamare nel cuore della notte i pompieri
  4. andare a dormire in albergo per pensarci poi il giorno dopo
Dopo esattamente quattro ore e mezza Mr D., armato di coraggio, di un asciugamano sulla testa, di occhi chiusi e di un veleno per calabroni, ha inondato la camera da letto di spruzzi insetticidi rovinando la tv a schermo piatto, il letto, il lampadario e la maggior parte dei libri.
Il secondo episodio si è verificato tre estati fa quando, andando in camera da letto per coricarmi, ho visto un enorme ragno peloso, probabilmente uscito dalla teca di qualche stronzetto universitario del piano superiore, adagiato sulla mia testata del letto. A quel punto le opzioni comprendevano:
  1. chiamare mio padre nel cuore della notte per spiegargli la tipologia di ragno, capire se poteva saltare, se poteva deporre le uova e capire se avrebbe attaccato
  2. chiamare nel cuore della notte il fratello di Mr D. il quale avrebbe provveduto a catturare l'intruso e a liberarlo da qualche altra parte che non fosse casa mia
  3. chiamare nel cuore della notte i pompieri
  4. andare a dormire in albergo per pensarci poi il giorno dopo
Alla fine, dopo circa tre ore di stallo totale, tenendo sempre d'occhio l'animalazzo, ho sentito entrare nel cortile interno uno studente universitario strafigo, strapalestrato e strasicuro di sé. Gli ho chiesto di aiutarmi mentre Mr D. si nascondeva in bagno perché il maschio alfa non può mostrare alcuna debolezza al prossimo. L'aitante ragazzotto alla vista del ragnazzo ha ammesso che se lo aspettava più piccolo e meno pelosone, comunque senza battere ciglio ha preso uno scottex, ha preso il ragno e via.
Il terzo episodio si è verificato qualche giorno fa e a sto giro la bestia era una bella cavalletta verde. Mentre mi apprestavo a prendere un mestolo nel cassetto della cucina, eccola, statuaria, enorme, schifosa. Ho cacciato un urlo così forte che la mia gatta è schizzata in aria come un proiettile, rifugiandosi coraggiosamente sotto il letto e non uscendone più. Ho chiamato Mr D. il quale, a questo giro, sembrava assai più sicuro di sé: le cavallette non pungono, le cavallette sono innocue, le cavallette si possono essere gestite senza problemi. Ma per gestire senza problemi questa situazione ci abbiamo messo esattamente due ore e un quarto perché nessuno dei due aveva il coraggio di agire e Mr D. alla fine l'asciugamano sulla testa se l'è messo lo stesso. Il povero animaletto è stato messo dentro ad un contenitore e liberato dall'altra parte della strada. Mi chiedo, non senza timore, quale sarà la prossima belva che ci toccherà affrontare insieme.

martedì 24 luglio 2018

Bonjour tristesssss

Non tutti i giorni sono buoni, oggi è uno di quelli (o meglio son quattro giorni che oggi è uno di quelli). E' da sabato, quando sono rimasta sola in casa per due giorni in attesa delle birboline, che le cose non vanno bene per niente. Io non mi ritrovo mai da sola, e comunque non mi ci ero ritrovata più da quando avevo cominciato il percorso al centro. Da sabato è stata tutta una picchiata verso il basso. La sensazione predominante è la tristezza, che inonda quasi ogni sfumatura di questo punto per me tanto dolente. Mi sento triste perché mi rendo conto di quanto io sia ancora impantanata in tutta 'sta merda, mi sento triste per essere giunta fino a questo punto, mi sento triste perché non ho il controllo dei miei pensieri, sono loro che controllano me, mi sento triste perché ci sono ricascata in un modo ancora diverso e non vedo vie d'uscita, mi sento triste perché non ne sono capace, non ancora, mi sento triste per aver preso un misero chiletto e mi sento triste perché ancora mi sento triste per queste cose. Non è una novità cadere, sono caduta tante volte anche da quando ho cominciato ad andare al centro, ma ogni volta cado diversamente. E' come fare un corso di autodifesa personale in cui ti insegnano a cadere se spinta in un determinato modo, ma ogni volta ti spingono in modo diverso e così quanto insegnato non sembra servire. Mi sento triste perché da qualche giorno non vedo vie d'uscita.

lunedì 23 luglio 2018

Esofagogastroduodenoscopia

Settimana scorsa è arrivato il referto del prelievo che mi avevano fatto durante l'esofagogastroduodenoscopia (odio la lunghezza di questo nome). Mentre andavo in ospedale continuavo a pedalare pedalare pedalare quasi senza pensare con un fortissimo mal di testa (ovviamente muscolotensivo) che aveva deciso di martellarmi il cervello. Sono andata da sola, più per urgenza di vedere quello che c'era scritto che per necessità di affrontare la notizia in solitudine. Ho ritirato la busta con le mani che tremavano e mentre mi avviavo alla bici ero così tesa che faticavo ad aprirla. Una volta letto il contenuto mi sono esattamente divisa in due: una parte di me era felice per quello che stavo leggendo, l'altra parte di me invece era preoccupata. In effetti è stato motivo di enorme sollievo leggere che i forti dolori di stomaco che mi accompagnano da anni non sono tutti frutto del mio cervellino malato ma che hanno una causa. Mi avevano anche psicologicamente preparato ad un referto poco roseo per cui, diciamocelo, lo sapevo. Ma avevo tantissima paura che su quel foglio ci fosse scritto che ero sana come un pesce perché avrebbe voluto dire che tutto quanto si sarebbe facilmente riassunto in una semplice asserzione: sono psicologicamente matta. E invece no. Ho pedalato verso casa cercando di mantenere la calma. Non sono un medico per cui ho cercato (inutilmente) di non fasciarmi la testa prima di essermela rotta. E così venerdì sono andata. In questi mesi la dottoressa mi aveva detto che sicuramente avremmo trovato una gastrite (anche se io, ripeto, avevo la paura fottuta che si trattasse solo di paranoie mentali), sperava fosse lieve, sperava fosse dovuta a helicobacter pylori. E invece no. La gastrite ormai è cronica e non è dovuta ad alcun batterio ma a vent'anni di comportamenti sbagliati da parte mia. Dire che mi sono sentita una merda è dire poco. Poteva sicuramente andare peggio, pare che con 5/6 mesi di pasticconi belli pesi la cosa si potrebbe risolvere (ovviamente eliminando la causa della gastrite stessa cosa che, attualmente, non è ancora avvenuta). Ho dato un occhio alla confezione del farmaco che in rosso, a caratteri cubitali, recita Può alterare la capacità di guidare veicoli e usare macchinari. Io di macchinari pesanti non ne guido, macchina non ce l'ho, direi che posso cominciare.


giovedì 19 luglio 2018

6 anni di te

Tu, che sei considerata la piccola di casa ma che tanto piccola non sei più, con la tua sensibilità spinta a mille su qualsiasi cosa, con il tuo carattere speciale e deciso che riesce ancora a sconcertarmi. Tu, che sai quello che vuoi e fai di tutto per ottenerlo, che con un semplice sorriso sei capace di sciogliermi il cuore e regalarmi il paradiso. Tu, che sei dolce e riservata, determinata e splendida. Tu sei quanto di più bello potesse capitarmi. Ti Amavo prima ancora di incontrare il tuo sguardo e ora che sono sei anni che non voglio più a distogliere gli occhi da te posso dirti con tutto il mio piccolo cuore che non esiste Amore più grande di quello che provo per te.
Auguri, Amore mio.

La crisi dietista

Come approssimativamente spiegato qui, mi è stata assegnata una dietista in quanto pare che io mangi troppo poco e sia sottopeso. Panico. Panico assoluto. Quando mi fissarono il primo appuntamento passai tutti i giorni immediatamente successivi a pensare ad un'unica cosa: disdirlo. Per farvi capire le lotte interiori che affronto quotidianamente con la mia malattia ecco in breve le evoluzioni del pensiero nell'arco delle 96 ore successive all'aver fissato l'appuntamento:
  1. voglio tirare su la cornetta, inventare una qualsiasi riunione all'ultimo momento e fine
  2. voglio tirare su la cornetta, inventare una qualsiasi riunione all'ultimo momento per prendere tempo e parlare con la dottoressa per dirle che io dalla dietista non ci voglio andare perché io peso non ne voglio prendere, a costo di prendere baracca e burattini, salutare tutti e fine
  3. voglio tirare su la cornetta, inventare una qualsiasi riunione all'ultimo momento per prendere tempo e parlare con la dottoressa e la psicologa delle mie paure prima di procedere eventualmente con la dietista
  4. abbandono l'idea di disdire l'appuntamento, mi presento, ascolto, annuisco, prendo la documentazione, vado a casa e ignoro del tutto quanto mi è stato detto
  5. abbandono l'idea di disdire l'appuntamento, mi presento, ascolto, annuisco, prendo la documentazione, vado a casa provo a seguire quanto mi dicono, regredirò al punto da vomitare ogni singolo giorno e infine ignorerò del tutto quanto mi è stato detto
  6. sono mentalmente malata, lo sanno, hanno a che fare con gente come me tutti i giorni, tiro su la cornetta e gli dico che non me la sento e che non ci vado più
  7. sono mentalmente malata, lo sanno, hanno a che fare con gente come me tutti i giorni, tiro su la cornetta e gli dico che non me la sento. Vediamo cosa succede
  8. sono mentalmente malata, lo sanno, hanno a che fare con gente come me tutti i giorni, tiro su la cornetta e gli dico che non me la sento, che si confrontino fra di loro perché io peso non ne voglio prendere e che mi dicano come procedere sennò io abbandono tutto e non mi vedranno mai più
  9. sono mentalmente malata, lo sanno, hanno a che fare con gente come me tutti i giorni, tiro su la cornetta e gli dico che non me la sento, che si confrontino fra di loro perché io peso non ne voglio prendere e che mi dicano come procedere perché ho bisogno di andare avanti più lentamente sennò non ce la faccio
Quello che si legge in meno di tre minuti è stato per me un travaglio interiore durato circa quattro giorni. Alla fine ho tirato su la cornetta, mi sono fatta passare la dietista e le ho detto che non me la sentivo di andare da lei se il suo scopo era quello di farmi prendere due chili. E che se ci fossi andata sarei o regredita o non avrei seguito nulla per cui non aveva alcun senso procedere così. L'ho pregata infine di parlare con il mio medico per capire come fare. Si è complimentata con me (davvero!) per non essermela data a gambe e per averle detto i dubbi che mi erano insorti e mi ha richiamato il giorno dopo dicendo che in realtà l'aumento di peso non era stato pianificato, che tutto quello che avremmo affrontato sarebbe stato uno schema alimentare basato sull'aumento del cibo per mantenere il peso corporeo attuale. Ogni variazione sarebbe stata prima discussa con me. Respiro di sollievo, ma solo momentaneo. Quando mi si è parata davanti la lista di cose che dovrei assumere durante la giornata sono rimasta shockata (fra le altre cose è stata pure brava, sono solo alimenti che già mangio e che mi piacciono, basterebbe aumentare la frequenza e la quantità). Sono passati otto giorni dall'incontro con la dietista e ancora non ho fatto nulla di quello che mi ha consigliato. Assolutamente nulla. Ho messo i suoi bei fogli dentro alla mia cartellina del centro, ogni tanto li tiro fuori, scuoto la testa e li rimetto via. Non sono pronta, questo lo so. E non ha senso fare il passo più lungo della gamba per poi ruzzolare indietro. Aspetterò il prossimo appuntamento e ne parlerò con loro.
Una grandissima, immensa, fatica mentale.

martedì 17 luglio 2018

SpettiZac

Una tagliata spettinata a sto giro non mi è bastata e a pensarci bene credo che faccia parte di una sorta di rinascita anche questo. Perché io di autostima non ne ho mai avuta molta (anzi) e vedermi allo specchio è sempre stato un problema. Ci sono poche cose nel mio fisico che mi fanno rimanere in comfort zone e una di queste sono i capelli. Ho i capelli molto neri, molto grossi, molto lisci. Con i capelli lunghi sto decisamente bene, per tantissimo tempo li ho portati poco al di sopra del sedere e coi i capelli corti mi son sempre vista grassottella. Lo ammetto, qualche chilo fa questo secondo passo non lo avrei fatto con tanta leggerezza, ma non importa. Ieri sono andata e ZAC. Di nuovo (per il primo step leggere qui). Sempre più corti. Sempre più spettinati. E' stata una grande vincita contro la mia bassa autostima vedere che anche coi capelli quasi a zero e sparati in alto un pochino mi piaccio. Ovviamente Mr D. mi ha guardato varcare la soglia di casa e mi ha senza mezzi termini detto che con me era inkazzato nero, è uscito di casa ed è tornato solo alle nove di sera dopo una pedalata durata almeno due ore. Pazienza, gli passerà. Io a sto giro un tassellino di autostima ce l'ho guadagnato.


lunedì 16 luglio 2018

De gustibus non est palestrandum

Parte della terapia del centro consiste nel capire cosa mi piace davvero e cosa no. Questo dilemma è stato anche traslato, due settimane fa, a quella che è stata una delle mie più grandi compensazioni sul cibo: la palestra. C'è stato un periodo della mia vita infatti che la bulimia era traslata proprio lì, con una compensazione assurda di sforzi fisici. E' stato il periodo in assoluto più fisicamente spettacolare della mia vita, avevo un fisico scolpito da paura, mangiavo tanto ma sempre tutto sotto stretto supercontrollo e andavo in palestra tutte le volte che potevo per tutte le ore che potevo. Adesso che la corsa mi è preclusa il dubbio era nato spontaneo: quanto mi avrebbe fatto bene ricominciare ad andare in palestra? Per una persona come me, con il mio disturbo, il rischio di viverla come una compensazione è altissimo per cui, inondata da miliardi di dubbi e ansie, prima di scegliere se iscrivermi di nuovo ne ho parlato con la Psycocosa la quale mi ha chiesto, col suo solito candore da vent'enne: “Ma a lei piace andare in palestra oppure no?” Panico. Boh. E che ne so io. E chi se lo è mai chiesto. Io ci sono sempre andata per compensare. Punto e basta. E così ho fatto la prova, mi sono piazzata in sala pesi con la mia musica nelle orecchie e ho fatto un abbonamento trimestrale giusto per avere un assaggio e comprendere come l'avrei presa a sto giro. Non è stato facile capire se mi piace o meno fino a venerdì scorso quando i tre mesi erano giunti al termine. Mi ero ripromessa, visto che fra un paio di settimane partirò per le ferie, di non rinnovare l'abbonamento e di andare a fare qualche bracciata in piscina. L'ho fatto, eh, l'ho fatto eccome ed è stato di una noia mortale. Ho passato un'ora a nuotare in una spettacolare piscina all'aperto con anche la musica nelle orecchie ma per tutta l'ora del nuoto non ho fatto altro che chiedermi quando cavolacchio sarebbe scattato il momento di smettere. Noooooia. Noia pura e infinita. Quella sì che è stata compensazione. Un'inutile ora della mia vita in cui non riuscivo a smettere perché mi sentivo in colpa per non aver fatto abbastanza sport. E così ieri ho rinnovato l'abbonamento in palestra perché in fondo a me piace proprio andarci. Sono sempre e comunque sul filo del rasoio, mi impongo di andarci due volte a settimana (né più né meno) come mi impongo di pesarmi non più di una (massimo massimo due) volte al giorno. Detto questo mi rendo conto che tendo a sentirmi sempre in colpa se una volta salto causa forza maggiore e tendo ad andare in paranoia se penso che passerò tre settimane in ferie senza fare attività fisica. E questo probabilmente sarà l'argomento fulcro della prossima seduta.

domenica 15 luglio 2018

L'ultima settimana

Ed eccomi arrivata all'ultima settimana senza figlie, le birbolotte torneranno domenica inondando la casa di caos e amore. Io a riguardo ho sentimenti contrastanti: sono felicissima del loro rientro, le ragazze mi mancano tantissimo, ma ho una parte di me che ha paura che questo sconvolgimento renda più difficile il lavoro che sto facendo su me stessa (vedi questo post). Nelle ultime settimane infatti è stato sempre più difficile concentrarmi sui compiti che mi hanno assegnato e il timore è che, con loro a spargere confusione e risate, io non riesca a tenere il punto. Detto questo sono pronta a godermi l'ultima settimana cercando di non impegnare troppo le mie giornate e, montaggio mobili, reintroduzione della roba nella cameretta (vediquest'altro post) e pulizie a parte, assaporarmi i miei ultimi sei giorni di relax semisolitario.

giovedì 12 luglio 2018

Vi racconto un po' cosa sta succedendo

Come ho scritto qualche tempo fa sono molto chiusa riguardo al centro DCA. Fatico a parlarne perché la mia è una malattia che porta come bagaglio una vergogna interiore molto profonda. Tuttavia questa mattina mi sono alzata con la voglia di scriverne un po' e quindi cavalco l'onda. Diciamo che in queste tre/quattro settimane di cose ne sono successe. Fin dall'inizio mi hanno dato da compilare giornalmente un diario alimentare dettagliato in cui occorre segnare non solo quanto e cosa mangio ma anche le sensazioni e i pensieri legati ad ogni pasto e ad ogni alimento. Potrebbe sembrare esagerato, potrebbe sembrare maniacale, ma in effetti aiuta a mettere chiarezza in un mondo che per me non ne ha. Le sedute hanno cadenza settimanale e vengono suddivise così: un'ora con il medico e un'ora con lo psicologo. Il medico che mi segue è una signora dai modi gentili ma determinata, che non fa altro che ripetermi gli stessi scientifici dati per rassicurarmi ma che, a quanto pare, fatico ad assimilare. In queste settimane di esami su esami (esami del sangue, gastroscopie, elettrocardiogrammi e chi più ne ha più ne metta) è venuto fuori che la mia ventennale bulimia di danni ne ha fatti ma per il momento sono tutti recuperabili (ancora stiamo aspettando i referti della gastro ma speriam bene). Mi ha anche fatto tutto un esame dal nome impronunciabile e immediatamente dimenticabile in cui mi hanno misurato massa grassa, massa magra, acqua, fabbisogni calorici e tutta sta roba qui. Il risultato mi ha lasciato a dir poco basita: per farla breve ho 4 kg in più di massa magra rispetto a quella che dovrei avere e 3 kg in meno di massa grassa rispetto a quella che dovrei avere (mica ciccia eh, anche ghiandole, massa cerebrale e roba simile). La dottoressa era assai stupita perché valori simili (parole sue) si trovano solo negli sportivi a livello agonistico e io sicuramente non lo sono. Inoltre pare che io sia sottopeso di due chili (che in realtà si sono tramutati in quattro perché da quell'esame ne ho persi altri due per la paura che ho di assaporare i cibi - vd post passato). Ha poi calcolato con una pazienza infinita e diari alimentari alla mano tutte le calorie che assumo giornalmente (sia nei giorni normali che durante le abbuffate e vomitate) ed è venuto fuori che mangio troppo poco, sempre, e che anche quando assumo più calorie nei giorni in cui mi abbuffo, rimango sotto la soglia della normalità. Per farla breve tutte le calorie che assumo durante il giorno io le brucio nelle prime quattro ore della giornata, ovvero alle undici di mattina sono già in deficit. Per questo ora sono seguita anche da una dietista che mi ha messo profondamente in crisi (ma di questo ne parleremo meglio un'altra volta). E questa è solo la prima parte. La seconda riguarda le sedute con la psicologa. La Psycocosa è una ragazza apparentemente troppo giovane ma di una bravura stupefacente. Già dalla prima seduta ha buttato lì un paio di ipotesi sul perché si sia scatenata in me la bulimia ed entrambe le sue supposizioni erano così azzeccate che non sono state cambiate (di questo ne parleremo un'altra volta, sennò troppa roba). Nell'ultima seduta abbiamo provato anche ad affrontare varie tecniche (di cui ancora non ho provato l'efficacia) per affrontare gli attacchi di vuoto interiore che m si presentano così di frequente e che mandano in pappa il mio piccolo cervellino e a 'fanculoil mio fisico. 
A raccontare quanto mi sta succedendo sembra tutta una passeggiata. In realtà ci sono settimane che vanno meglio, settimane che vanno decisamente peggio. E' un impegno costante e faticoso che richiede una forte concentrazione, bracci di ferro con me stessa, riflessioni interiori basate sull'ascolto del mio corpo, sull'ascolto della mia mente e sull'ascolto delle mie sensazioni. Per non parlare poi delle resistenze che ancora vengono fuori e che a volte mi fanno salire l'immensa voglia di mandare tutto a puttane. Sapevo sarebbe stato un percorso difficile ma non pensavo sarebbe stato così mastodontico. Comunque la mia filosofia è rimasta la stessa: un passo in salita alla volta, e se il passo è troppo lungo e cado ruzzolando indietro, mi rialzo e ne faccio un altro più corto, ma decisamente ancora in avanti.

mercoledì 11 luglio 2018

A differenza degli altri anni in cui riuscivo in questo periodo a gettarmi a capofitto nel relax più intenso, da quando sono partite le birbolotte quest'anno il delirio. Oltre ad aver sistemato il balcone e la cantina (aaaaah... la cantina...) e aver per necessità dovuto svuotare la cameretta delle bambine (aaaah... la cameretta...) per far spazio ai montatori di mobili che metteranno su librerie e scrivania per la futura prima elementare di Sbibulina, insomma oltre a tutto ciò mi si sono accavallati duecentomila impegni che hanno fatto sì che da quando se ne sono andate, circa dieci giorni fa, io non abbia avuto un'ora libera per me stessa. Sarei voluta andare in piscina, sarei voluta andare a cena fuori, e invece no. Due – tre impegni ogni pomeriggio, come se piovessero dal cielo. E allora ho cercato di capire come mai io mi sia ritrovata così impantanata perché, diciamocelo pure, queste sono le mie ferie. Nonostante lavori alla mattina, qualsiasi madre lavoratrice sana di mente ammetterà che sono più ferie quelle passate a lavorare ma senza figli piuttosto che quelle passate al mare coi figli. E se ci aggiungiamo pure che quest'anno le nostre tre settimane di ferie per me non saranno ferie... voilà... Perché per me le vere ferie sono quelle passate in isolamento da tutto e tutti, da soli noi quattro in mezzo al nulla. E invece quest'anno passeremo una settimana dai parenti pugliesi grazie a un simpatico matrimonio il 5 di agosto a mezzogiorno e due settimane con due coppie di amici con figli in quel delle Marche (e dove sta il mio isolamento?!? Dov'è?!?). Comunque dicevo che ho cercato di capire come mai mi sia ritrovata in questa situazione. Probabilmente mi si sono aggiunti nuovi impegni, come ad esempio il Centro DCA, le chiacchierate settimanali con il Don, le suonate col gruppo. In più sicuramente ci ho aggiunto molte cose che con le bimbe non avrei potuto fare (vedi sistemazione e svuotamento spazi casalinghi). Insomma, a farla breve, le mie figlie tornano fra una decina di giorni e io ancora non ho goduto di un solo giorno di relax. Proprio per questo oggi e domani ho disdetto tutti gli impegni presi proprio per stare in panciolle in casa a poltrire. Preferirei la piscina, ma chi vive al nord sa il clima inclemente che ha fatto capolino in questi giorni. Spero solo di essere data per dispersa per addormentarmi sul divano alle quattro del pomeriggio.

martedì 10 luglio 2018

Lavorando su sé stessi

Lavorando su noi stessi a volte vengono fuori cose impensate, a volte invece emergono cose così tanto ovvie che non ci si aveva mai fatto caso. L'ultima rivelazione per me è stata proprio di questa seconda categoria. Il succo è: da quando ero piccola ho sempre assecondato mio padre per paura (e fin qui nulla di nuovo), da quando ero piccola ho sempre assecondato mia madre per paura di farla soffrire (e qui apriti cielo). Da notare che è la cosa più banale che io possa dire di me, lo so, l'ho sempre saputo, mi son sempre comportata così, ma sotto questa luce ancora non l'avevo considerata. E allora una domanda sorge spontanea: ma se assecond-avo (ci starebbe anche bene il presente, ma questa è un'altra storia) le volontà di mio padre per paura e assecond-avo le volontà mia madre per paura di farla soffrire, le mie volontà che fine hanno fatto? I miei desideri? Il mio potere esecutivo? La Psycologa mi ha fatto notare che alla base di alcune malattie mentali (fra cui ci piazziamo anche la mia) c'è una necessità di esercitare un controllo inutile, ossessivo ed esagerato su alcuni aspetti della vita perché da piccoli è mancato un potere vero, esecutivo, sulle proprie volontà. Se aggiungiamo poi il caos emotivo e reale in cui ho vissuto dall'infanzia fino a poco prima dell'età adulta, è facile intuire come il mio desiderio di riuscire a mettere ordine in quello che ordine non aveva abbia potuto degenerare in alcuni ambiti del mio essere. E buongiorno.

lunedì 9 luglio 2018

Accadde due settimane fa ovvero Il discorsetto

Primogenita sta crescendo così in fretta che il cervello di noi genitori fatica a starle dietro. Nel giro di due settimane il suo fisico è nettamente cambiato e la cosa strana è che ha la mia identica faccia sul corpo clonato del padre: le mie sopracciglia delineate, i miei occhi grandi, le mie labbra e poi spostando lo sguardo in giù vedi le spalle larghe e alte del padre, la panciotta del papà, il suo cavallo alto, le fossette sulle natiche e due gambe spettacolari, identica in tutto e per tutto a suo padre. Questo sviluppo improvviso ha gettato nel caos mentale il povero Mr D. mentre io mi sono resa conto che il momento del discorsetto è arrivato e non c'è più tempo per rimandare oltre. E così un paio di settimane fa ho chiesto a Mr D. di appartarsi con Sbibulina mentre a Primogenita ho spiegato cosa sta succedendo al suo corpo e al suo umore nel modo più scientifico e rassicurante possibile. Non ho affrontato ancora il sesso, per quello c'è decisamente ancora tempo. Comunque si è dimostrata attenta e interessata ma alla fine la domanda è arrivata:
“Mamma? Una sola cosa ti vorrei chiedere”
“Si Amore mio?”
“Ho saputo che si può rimanere incinta molto molto giovani..."
... ... ...
"Tipo 19 anni”
fiuuuuuu
“Si Amore”
“Ma è possibile evitare di rimanere incinta?”
“Ma certo Amore”
“E come si fa?”
… … …
“Tesoro, questo presuppone che tu sappia come si rimane incinta... Lo sai?”
“No mamma”
“Ok... vuoi saperlo?”
... … …
… … …
“Mmmmm... No mamma”
fiuuuuuu
“Allora, Amore mio, te lo spiegherò la prossima volta”

Rimozione forzata

Della mia infanzia ho molti vuoti di memoria probabilmente dovuti a una forte forma di autodifesa inconscia ma mai mi sarei aspettata di averli anche della fase adolescenziale. Di quel periodo io ricordo tutto, ricordo l'odio provato nei confronti di mia madre, il senso di solitudine, tristezza, incomprensione. Ma qualcosa in tutto ciò non mi quadrava, qualcosa non tornava e così, per la prima volta in vita mia, ho chiesto spiegazione a mia madre. L'ho sempre vista come una persona estremamente fragile, ansiosa e bisognosa di protezione per cui ho sempre cercato di non chiederle quasi nulla rispetto al nostro passato burrascoso, ma questo tarlo continuava a rodermi e così, sabato, ho chiesto spiegazioni. Ne è venuto fuori che ho un buco di 9 anni in cui non ricordo nulla. Nove anni... Porca paletta nove anni sono davvero tanti. A farla breve ho vissuto l'abbandono emotivo di mia madre a 12 anni (quando entrò nel nostro esclusivo e simbiontico rapporto il suo marito attuale) ma in realtà lei se ne andò di casa quando io ne avevo 21. Io invece ricordo che lei se ne andò a 12. Il mio vissuto reale e il mio vissuto emotivo non combaciano ma almeno le incoerenze che prima non mi tornavano (ovvero l'amore viscerale di mia madre per me e il suo abbandono ai miei 12 anni) ora sono sparite. Rimane solamente questo divario fra realtà e interiorità che è anche tutto sommato facile da spiegare. Sebbene il passato non cambi, ora mi sento più serena.

venerdì 6 luglio 2018

Che senso ha sentirsi in colpa se la colpa non c'è?

Mio padre da metà maggio a metà giugno se n'è andato in America attraversandosela da una parte all'altra in moto con due suoi amici. In quel mese che è stato via, nonostante fosse partito che avevo il mio bel principio di polmonite, non ha mai chiesto di me (neanche una volta) nonostante mi inviasse quotidianamente foto del suo viaggio. Niente di nuovo purtroppo perché, beh, lui è fatto così. Quando è tornato ha insistito per vedermi subito non per una reale necessità di affetto ma solo per pura praticità: aveva una cosa da lasciarmi che gli stava in mezzo alle balle e voleva liberarsene il prima possibile. Anche nei dieci minuti necessari allo scambio, nonostante avessi perso cinque chili dall'ultima volta che ci eravamo visti, non mi ha chiesto come stavo. Nonostante i fatti parlassero chiaro mi sono comunque sentita in colpa per aver pensato male di lui perché avrei potuto anche sbagliarmi, magari aveva davvero voglia di vedermi. Il tempo, ahimé, mi ha dato ragione. Da quel momento ormai è passato un mese e non si è fatto più sentire, un mese in cui il mio senso di colpa si è trasformato in rabbia. Ora: sono 37 anni che lo conosco, 37 anni che non si smentisce mai e 37 anni che ancora ci sto male. Nell'ultimo periodo della mia vita l'ho giustificato pensando che in fondo lui è fatto così, ma questo, a tutti gli effetti, non lo rende meno stronzo. Tutto questo per dire che oggi, messa da parte la mia rabbia nei suoi confronti perché in fondo a me manca tantissimo, l'ho chiamato. Mi ha detto che partirà per la Puglia per andare qualche giorno a trovare dei nostri lontani parenti. In Puglia da dei lontani parenti? E come mi devo sentire io? Ho un padre che non trova una mezz'ora della sua vita per attraversare la città e venirmi a trovare. Ho un padre che non trova un nanosecondo della sua vita per scrivermi un messaggio, figurarsi telefonare, e poi si fa 800 Km per andare a trovare dei parenti semisconosciuti? L'ho salutato col sorriso, ho messo giù il cellulare, e ho iniziato a piangere.

giovedì 5 luglio 2018

Il potere degli anestesisti

Ieri ho fatto una simpatica esofagogastroduodenoscopia e per la prima volta in vita mia mi hanno fatto una bella anestesia totale.
“Signora, mi raccomando, assecondi il farmaco”
“Assecondo cosssssssroooooonf”
Mi sono svegliata non so quanto tempo dopo completamente rinco e ci ho messo tutta la mattina a smaltire quanto iniettato. Ora io rifletto: ma gli anestesisti quanto cacchio di potere hanno nelle loro minuscole mani umane?

martedì 3 luglio 2018

Di mail tutte della stessa persona

Ore 8,14 a.m.
Ciao Spetti buongiorno, in allegato ti mando una foto da pubblicare sul nostro sito. Buona giornata
Allegato mancante
Ore 8,17 a.m.
Ciao Spetti buongiorno, ecco in allegato il foglio firma del fine settimana. Fammi sapere se va tutto bene
Allegato mancante
Ore 8,25 a.m.
Ciao Spetti mi sono dimenticato di dirti che sono venuto apposta da Piacenza fino a Bologna questo fine settimana per fare quello che mi avevi chiesto... ma... non so come dirtelo... sono venuto fino a Bologna e me ne sono dimenticato. Sono tornato a Piacenza senza aver fatto nulla
Ricevere queste mail in un lunedì di Luglio non può che rincuorarmi sul fatto che sarò io stanca e fuori di testa ma c'è chi sta decisamente messo peggio di me.

lunedì 2 luglio 2018

Quella strana libertà

Fino allo scorso anno accoglievo con felicità le tre settimane delle nanerottole al mare coi nonni. Quest'anno, invece, mi sono sentita in colpa e triste perché mi perderò del tempo prezioso con loro. E tutto questo perché le ragazze crescono e mano a mano che crescono, inevitabilmente e giustamente, diventano sempre più indipendenti e si allontanano. Quest'anno, inoltre, si aggiunge la mia consapevolezza profonda, fino ad oggi sepolta, che ci mancano davvero pochissimi anni al giorno in cui io e Mr D. ci ritroveremo a rincorrerle per stare insieme a loro. Tuttavia, salutate le bambine dopo averle meticolosamente inondate di baci, mi sono gettata sul primo treno per Ferrara e ho passato la giornata in piscina insieme a una mia amica. Tornata a casa la sera mi sono ricongiunta con Mr D. e ho passato da sola con lui sia la serata che tutto ieri. Mentre passeggiavamo mano nella mano mi sono resa conto che per tutto il tempo in cui siamo stati insieme ho avuto un sorriso ebete stampato sulla faccia, felice come i primi giorni di un nuovo amore, ridendo spensierati per qualsiasi cavolata. Niente di nuovo eh, tutti gli anni la stessa identica cosa, tuttavia non può che confermarmi, con immenso piacere, quanto amore, quanta complicità, quanto desiderio e quanto affetto alberghi ancora nei nostri semplici cuori. E' qui che ho pensato che è davvero inutile sentirmi in colpa per una ritrovata libertà ed è giusto sentirmi triste per il distacco dalle mie figlie. E lo dico con tutta la sincerità possibile: io, con mio marito, sono davvero felice.