giovedì 23 gennaio 2020

La settimana ideale

Sono tre fine settimana di seguito che lavoro e francamente non avere neanche una pausa lavorativa inizia a pesarmi. Questo fine settimana, per non smentirmi, lo passerò così:
  • sabato mattina lavoro al lavoro
  • sabato pomeriggio lavoro ai seggi
  • domenica lavoro ai seggi
  • domenica notte lavoro ai seggi
Credo di riuscire a sopravvivere solo grazie alla prospettiva che poi mi dovrebbero spettare martedì e mercoledì di riposo. So già che per un'importante riunione dovrò essere presente al lavoro mercoledì ma sto meditando di starmene a casa giovedì per recuperare ciò che è di diritto. In questo intruglio di giorni, settimana prossima dovrebbe così figurare:
  • lunedì ai seggi si sforerà sicuramente la mezzanotte per cui risulta lavorativo per cui a casa
  • martedì a casa
  • mercoledì al lavoro
  • giovedì a casa
  • venerdì al lavoro
Tutte le settimane dovrebbero essere così.

Dov'è il mio ti voglio bene?

E' da più di 11 anni che tutte le sere la metto a letto io. In questi anni è cambiato davvero poco. All'inizio inventavo le storie più incredibili adesso invece le leggo libri ma bene o male tutto è rimasto immutato. Mi metto seduta per terra, con la luce soffusa della lampada da comodino, leggo per una ventina di minuti e poi spengo la luce, le rimbocco le coperte, le faccio due coccole, me la sbaciucchio dolcemente e le sussurro “Ti voglio bene”. A quel sussurro in tutti questi anni è seguita sempre la stessa risposta “Ti voglio bene anche io mamma” ma da una settimana a questa parte non arriva più. Lo so che sta crescendo, lo vedo, ma mi manca tanto la sua risposta. Vedere i figli crescere senza metterci parola è davvero uno dei lati più difficili dell'essere genitore. E io non lo sapevo.

martedì 21 gennaio 2020

Chissà se vale

Ho sognato tutta notte di lavorare e di fare riunioni e lavorare e lavorare e lavorare e fare riunioni e lavorare e lavorare. La domanda dunque sorge spontanea: ma tutte queste ore di sonno valgono straordinario?

lunedì 20 gennaio 2020

Quando si cerca di guarire

Il paragone non è azzardato, il paragone è calzante, perfetto, giusto. Quando una persona alcolizzata decide di curarsi intraprende un percorso difficile e complicato, fatto di alti e bassi, fatto di momenti di sconforto e momenti di perfetta serenità. Quando ne sta uscendo si sente equilibrato, felice, sicuro di sé. E poi una sera esce con gli amici, magari va a fare un aperitivo e si sente titubante “ma si... magari un solo bicchiere. Ce la posso fare ormai” e invece quel solo semplice bicchiere che ad altri non fa né caldo né freddo lo manda completamente in crisi. Ecco cosa mi è successo in questi giorni. Mi è bastato il pensiero di poter perdere qualche chilo, un pensiero che ad altri non fané caldo né freddo per mandarmi completamente in crisi. Ieri pomeriggio, abbracciata a Mr D., ho pianto tanto. Ho pianto di rabbia per una malattia che non ho voluto, ho pianto di delusione per una malattia che ancora non ho debellato, ho pianto di frustrazione per una malattia che ancora mi assilla, ho pianto di disperazione per una malattia che a volte ancora mi totalizza. Ho pianto e dopo sono stata bene. E ho capito quanto meraviglioso possa essere D. che ammette davanti a me di non comprendermi fino in fondo ma che per me c'è sempre.

Benvenuti nella mia testa

Sabato mi sono pesata: 62,9. Crisi. Non volevo pesarmi e ho pensato molto al perché ho sentito la necessità di farlo a tutti i costi e credo che la risposta stia proprio nel post di giovedì: perché mi stavo in qualche modo concentrando sul mangiare più piano per il motivo sbagliato. Mi sono pesata e non vedevo quel numero da quando ero incinta di 6 mesi di Primogenita e di 7 mesi di Sbibulina. E mi è preso lo sconforto e sono andata in palla. Ho ricominciato a pensare che però ora non sono più al punto di partenza, che ora ho altri strumenti e che forse sono pronta per poter affrontare un dimagrimento senza per forza ricadere nella bulimia o senza per forza sfondarmi di cibo dopo averci provato per meno di ventiquattro ore. E invece mi sbagliavo. La cosa diversa rispetto a qualche tempo fa è che ora non ho solo una vocina interiore che rema per farmi dimagrire, ne ho un'altra che cerca di farmi ragionare tirando fuori dal suo cilindro tutto quello che ho analizzato in questo anno e mezzo e faccio fatica a capire chi ascoltare e questo perché non sono sicura che una delle due abbia ragione. Perché ho una vocina che rema per farmi dimagrire, e non ci vedo nulla di male nel voler perdere qualche chilo, è ho una vocina che forse è più la voce della paura che altro. E' una vocina che dice che in fondo non ce la posso fare e che potrei ricadere nella malattia o, come davvero succede, nel mangiare più del necessario. E' da sabato che vivo in una lotta costante senza riuscire a fare il punto ed è per questo che oggi ho voluto ricavarmi qualche momento per pensarlo, questo stramaledetto punto. Ci proverò con qualche domanda da porre a me stessa, chissà se funziona:
  • Perché alla fine mi sono pesata?
    Credo che principalmente il motivo sia perché avevo iniziato a mangiare diversamente per il motivo sbagliato
  • Che cos'ha di tanto sconvolgente il numero sulla bilancia?
    Credo che ancora nella mia mente sia rimasto fissato il numero 57 che poi a volte si trasforma in 56 e arriva fino a 54. Le differenze sono evidenti, non tanto sulle cosce che, beh, sei chili si vedono eh, ma anche nel seno e soprattutto nel viso e nel sottomento. Non mi piace avere questi chili in più perché queste piccole differenze non mi piacciono
  • Cambierebbe qualcosa se pesassi 57 kg?
    Io questo non lo so. Il mio passato mi insegna di no, ma nella mia testa ho ancora la convinzione che se pesassi sui 57 kg mi sentirei meglio e starei meglio con me stessa
  • Cosa cambia sapere che peso 62,9?
    Mi cambia l'approccio ma in modo sottile e non evidente
    • Cambia il motivo per cui vado a correre e mi mette in profonda crisi visto che vedo non evidenza che non serve sicuramente a perdere peso. Continuo a pensare di dover correre e fare sport perché ne ho voglia e mi piace e non per dimagrire però alla fine ci rimango male. E lo vivo con la paura che, non andando a correre, magari io possa perdere l'allenamento e il fiato, e mi chiedo perché vado a correre se poi non ho uno scopo nella corsa perché ho smesso di viverla come un dimagrimento o come il raggiungimento di uno scopo (come correre una maratona o roba simile). E mi demoralizzo a vedere Mr D. che pare molto più in forma di me, o una buona parte dei miei amici su Strava che corrono corrono corrono e hanno prestazioni migliori delle mie.
    • Cambia il mio modo di pensare al cibo. Probabilmente mangio più di quanto io abbia bisogno perché continuo a prendere peso ma è mai possibile che se non mi concentro e mangio rilassata, così come mi viene, io poi prenda peso? Ecchedduemaroni!
    • E cambia il motivo per cui alla fine non riesco a concentrarmi nel mangiare.
  • Perché non riesco come ogni persona normale a decidere di perdere qualche chilo senza andare in crisi?
    Credo che sia perché dopo tanti anni di malattia io abbia paura di ricascarci nella malattia. O forse no. Perché a pensarci bene forse no. E' che ogni volta che ci provo proprio non ci riesco, come se ci fosse una parte di me che mi rema profondamente contro. Basta solo il pensiero di limitarmi col cibo che scatta il contrario e mangio più di quanto sarebbe giusto per il mio corpo.
  • Perché non riesco ad approcciarmi col cibo con lentezza e consapevolezza senza pensare al fatto che potrei dimagrire facendo così?
    Non so... credo che ci sia di mezzo sempre la malattia. Nel senso che per vent'anni ho sempre fatto così e credo non sia facile per me riuscire a cambiare impostazione. Forse occorre solo tempo, ma io ho paura. Ho paura che, mangiando quello che voglio ascoltandomi poi io alla fine finisca per continuare ad ingrassare, cosa che francamente già faccio non ascoltandomi...
  • Di cosa ho davvero paura?
    Io ho paura di continuare ad ingrassare se mangio quello che ho voglia di mangiare. La Dottoressa del centro mi ha detto che se mangiassi solo quello di cui ho voglia e bisogno non potrei ingrassare. Il problema sorge proprio perchè o mangio meno (quando mi limito) o mangio di più (quando non mi ascolto). E allora ricomincio a pensare che dovrei ascoltarmi ma ci penso sempre per il motivo sbagliato: dimagrire. E poi ho paura che, intrapresa la decisione di perdere qualche chilo io non sia in grado di portarla avanti in modo equilibrato, come in effetti ancora è.
E che cosa vorrei davvero? In questo momento, con tutto il cuore, vorrei non pensare più al voler dimagrire. Ma vorrei dimagrire.
E la cosa triste è che mi sento molto delusa da me stessa perché proprio martedì avevamo stabilito che ero pronta per poter dimezzare le sedute e oggi mi trovo a chiamare il centro per fissarne subito una domani.

giovedì 16 gennaio 2020

Il mio suono preferito

Se me l'aveste chiesto qualche anno fa io avrei risposto che il mio suono preferito lo ascoltavo alla mattina ancora mezza addormentata nel letto quando sentivo il rumore dei piedini delle bambine attraversare il corridoio per venire a intrufolarsi nel lettone. Un tichitichitichi meraviglioso, unico, che regalava felicità. Quel suono mi manca davvero tanto ma ormai i piedini delle bambine si sono trasformati in fette gigantesche e quel suono non esiste più. Se dovessi stabilire ora qual è il mio suono preferito avrei comunque le idee molto chiare: il suono dei miei passi nel silenzio dell'evasione. La mia vita da centrocittaista è fatta di rumori. C'è rumore quando mi sveglio, rumore quando apro le finestre, rumore quando vado al lavoro, rumore davanti alla scuola delle bimbe, rumore in casa, rumore ovunque. Ma ringraziando il cielo vivo sì in pieno centro bolognese ma bastano una ventina di minuti di corsa per ritrovarmi sui colli in mezzo alla natura o sulla cima di San Luca. Ed è lì che arriva il mio suono preferito: il rumore cadenzato dei miei passi nell'assoluto silenzio. E' un suono che mi rilassa profondamente, che quando arriva d'istinto mi fa chiudere gli occhi e sorridere. Lo ascolto e sento la quiete che mi invade come una benedizione. Non si sente altro, solo i miei piedi che vanno avanti. Quello, adesso, è il mio suono preferito.

mercoledì 15 gennaio 2020

Per il motivo sbagliato

Due giorni fa, dalla Psicocosa, si è deciso di diminuire le sedute dimezzandole, ovvero una ogni due settimane. Di comune accordo, decisione indolore. Quasi tutti i tasselli stanno tornando lentamente al loro posto, le cose da affrontare sono sempre meno e la malattia quasi non si può più considerare tale anche se ci sono cose dalle quali non guarirò mai. Gli ultimi nodi emersi hanno tuttavia in comune un'unico grande delineato filo rosso: il passato nel presente. Il mio passato travagliato fatto di contraddizioni e di abbandoni mi ha così profondamente segnato da influenzare totalmente il mio presente, spingendolo così tanto che per eliminare i miei malesseri mi devo costantemente ricordare che ora non vivo più là, che ora non sono più con quelle persone e che ciò che è passato ora non esiste più. E' un lavoro costante, a volte stancante, ma che dà decisamente i suoi frutti. Questo tipo di impegno fino ad ora era stato limitato al rapporto coi miei familiari, in particolare con mio padre, mia nonna e mia madre ma adesso è venuto fuori che purtroppo trattengo un'impronta sbagliata anche su altre cose che ormai non hanno più motivo di esistere. Una di queste, sempre mastodontica, è il momento dedicato al mangiare. Ora non occorre più mangiare in fretta, ingurgitare tutto senza assaggiare, non occorre più finire per forza il piatto che hai davanti o fuggire appena si è finito il pasto. Ci sto lavorando ma mi sembra un'altra montagna da affrontare, ancora un'altra montagna... dopo tutte quelle che in questo anno e mezzo ho scalato. La cosa però che mi lascia perplessa è il motivo per cui lo faccio. C'è ancora infatti una parte di me, una parte che si fa sentire prepotente e fastidiosa, una parte che ormai non ha più motivo di esistere ma che c'è ancora e che è assai rumorosa, che mi dice di fare questo per dimagrire, che mi spinge a mangiare piano perché magari così mangio meno e così miglioro nel fisico. Una parte irrazionale, completamente insensata, ancora legata a una malattia che ormai è quasi del tutto svanita. Lavoro su come mangio da quando ho iniziato ad andare al centro DCA, ricordo ancora i “compiti per le vacanze” che mi hanno dato due estati fa ed era pieno di tanti piccoli punti su come approcciarsi a tavola. Ma ora è diverso, ora si lavora di fino, ora il lavoro è più profondo e a me sembra sempre di lavorarci per il motivo sbagliato.

martedì 14 gennaio 2020

Saggezza sbiulinica

“Uffa papà! Lasci parlare la mamma? Ma non lo sai che bisogna avere rispetto per le donne e che le donne hanno sempre ragione?”
Francamente non so dove Sbibulina tiri fuori certe uscite a volte.

venerdì 10 gennaio 2020

Dialoghi fra sorelle

“Ma che sta facendo quello?”
“Ma chi Sbibulì?”
“Quello! Quello lì! Il protagonista”
“Ah sta facendo la destinazione bocca a bocca”
… …. ….
“Ah”

mercoledì 8 gennaio 2020

Pillole di vita familiare

Quando Mr D. canta, è così stonato che entrambe le mie figlie urlano all'unisono “esci da questo corpo”.
Fine.

martedì 7 gennaio 2020

L'amore si misura in mandarini

Premessa:
Io ODIO l'odore dei mandarini, ODIO l'odore dell'arancio. Io li ODIO li ODIO li ODIO. Non voglio essere fraintesa, il sapore mi piace e mi mangerei tonnellate di mandarini, ma l'odore proprio non lo reggo, quell'odore che ti si appiccica alle mani e non se ne va più via. Mi da fastidio su di me, mi da fastidio sulle persone vicine a me, mi da fastidio a tavola alla fine del pasto. Mi da fastidio sempre. Sono sicura che questo fastidio profondo sia legato alla mia infanzia. Mia madre adora il profumo dell'arancio e il profumo del mandarino a tal punto da sminuzzare le bucce in tanti piccoli pezzettini e fare quel simpatico giochetto di sparaflusciarti l'odore della buccia sotto il naso semplicemente piegandola. Ho passato la mia infanzia spruzzata di agrumi. Ah.... i traumi infantili. Oggi a 38 anni suonati non ne sopporto davvero l'odore e quando qualcuno della mia famiglia approccia a mangiarne un qualsivoglia esemplare io devo cambiare stanza e se quella persona poi vuole avere a che fare con me si deve ripetutamente lavare le mani perché sennò io vicino non la reggo.
Detto questo purtroppo abbiamo passato le vacanze con un Mr D. assai influenzato, febbre a 40 e nausea da manuale. Dopo un'intera giornata passata a letto senza toccare cibo mi guarda e con voce flebile chiede:
“Amore... ho voglia di mandarini”
“Ehm... tesoro... sarebbe meglio una patata lessa o qualche fetta biscottata”
“No... sento proprio il bisogno di mandarini”
... … …
... … …
“Ok, Amore mio, te ne vado a pelare tre e te li porto”
“Ah... Amore mio... devi davvero amarmi tantissimo per fare questo per me”
Eh sì. E' molto vero. Lo devo amare davvero tanto.

lunedì 6 gennaio 2020

Respira...

“Mamma?”
“Si, Sbibulì?”
“Ma ai tuoi tempi esistevano i lego?”
… … …

mercoledì 1 gennaio 2020

La preadolescenza

Ancora non è una cosa da tutti i giorni ma il cambiamento è avvenuto nel giro di una settimana, tutto molto veloce, tutto molto in fretta. Ci sono giorni in cui è così dalla mattina alla sera, giorni in cui compare sporadicamente e giorni in cui proprio non si fa vedere ma lasciatemelo dire: la preadolescenza fa schifo. Appena infatti si osa contraddire Primogenita le possibili risposte sono due:
  1. Tu non puoi capire
  2. Tu non capisci
La ragazza ha iniziato a ribattere per qualsiasi cosa non le vada a genio senza cedere di un millimetro e continuando continuando e continuando a ribattere fino allo sfinimento. La ragazza ha iniziato ad essere sempre arrabbiata con tutto e con tutti (Ieri Sbibulina mi ha detto, con gli occhi lucidi: Mamma? Mia sorella è sempre arrabbiata. Le ho detto che io non le ho fatto niente e lei mi ha risposto che quando si arrabbia, ora si arrabbia con tutti). Nel suo mondo preadolescenziale bisognerebbe fare tutte le cose che vuole lei, quando le vuole lei, come le vuole lei e con chi vuole lei. La parola giusta in questa fase è: irriverenza. Non mi fraintendete, ci sono ancora segni di quella dolce bambina che è, ma la trasformazione ormai è iniziata. Mr D. non ce la può fare, non la vuole vedere, fatica ad accettarla. Ieri fra lui e Primogenita è scattata una litigata da manuale perché lei voleva mettersi non so cosa addosso e lui non voleva. E' venuto da me disperato e la conversazione è stata pressapoco questa:
Macheddiavolo ha? Aiutami tu per favore! Falla ragionare!”
Non si ragiona D... sta cambiando.”
Non è vero!”
E invece sì. Non la vedi? E' cresciuta, porta le mie scarpe e ieri mi ha prestato un suo maglione. Sta cambiando, sta crescendo.”
Non è vero.”
Ehm... sì che è vero. Ormai sono quasi due settimane che ha questi atteggiamenti, ti devi adattare. Non te ne sei accorto?”
Non è vero.”
La soluzione comunque è una sola: adattamento. La ragazza sta attraversando una fase e non resta da fare altro che tararci su questo nuovo carattere, trovare un nuovo equilibrio, imporre nuove regole ed essere morbidi là dove si può esserlo. La cosa peggiore però rimane sempre la stessa: il tabù. Io ho figliato a 26 anni, le mie amiche hanno iniziato a figliare qualche anno fa e non ho nessuno con cui parlare di questi argomenti. Quando lo accenno alle mamme conoscenti che hanno figlie dell'età di Primovenita mi rispondono che tutto va bene, che le loro figlie sono perfette e stupende ma basta guardare gli atteggiamenti che hanno per capire che non può essere così. Ma nessuno ne parla, nessuno ammette che è una fase complicata e delicata. E allora lo dico io: la preadolescenza fa schifo.