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lunedì 2 maggio 2016

Chianti Classico: 300 anni e non sentirli. Il Peposo dell'Impruneta

Country Roads - John Denver
Ogni tot non ben identificato, vengo colta da rigurgiti di orgoglio territoriale e non posso fare a meno di sbandierare al mondo (ehm...al mio modesto seguito) quanto possa considerarmi fortunata a vivere in questa parte d'Italia.
Trovo impossibile l'idea che non si possa amare la Toscana così come non resisto nel mettermi nei panni di quei turisti stranieri che arrivano per la prima volta nella mia provincia e finiscono col ripartire storditi da troppa bellezza.
Uno degli eventi più importanti dell'anno dalle mie parti, sono i 3 secoli di "nascita" del Chianti Classico.
300 anni tondi tondi che scoccheranno esattamente il prossimo 24 settembre ma che per tutto il territorio coinvolto, diventano pretesto per una festa lunga un anno.
La storia racconta che il 24 settembre del 1716, il Granduca Cosimo III De Medici volle definire in maniera ufficiale i confini dei territori vocati alla produzione viticola di alta qualità e fra quelli, individuò anche "Il Chianti" (nella zona che oggi conosciamo come Chianti Classico), definendo così il primo "Territorio di vino".
Per celebrare degnamente la ricorrenza, i soci del Consorzio Chianti Classico, hanno deciso di inoltrare richiesta all'Unesco affinché si riconosca questo territorio come Patrimonio dell'Umanità e personalmente non posso che sperare in un esito positivo.
Oggi si parla del "mio Chianti", quello che conosco e che vorrei ancora scoprire, quello che mi sorprende ogni volta e che non è mai lo stesso grazie ad una natura generosa e mutevole.
Lascerò parlare Lui attraverso le immagini se riesco.
Voi perdonate se potete, certi sbrodolamenti da innamorata.
"Chianti.
Tutti quanti pronunciando il mio nome si riferiscono a quel territorio compreso tra le province di Siena e Firenze, una terra cuscinetto tra due città che si sono a lungo combattute e che tutt'ora restano sospettose e schive l'una nei confronti dell'altra.
Eppure per essere precisi, dovrebbero sempre utilizzare l'aggettivo Classico ed allora si che potrebbero dirsi esperti e corretti.
- Vado nel Chianti -  Si, ma quale? Rufina o Colli Pisani? Colline Fiorentine o Colli Senesi? Colli aretini o Chianti Classico? Precisione ci vuole!
Mi viene la pelle d'oca ogni volta che sento qualcuno raccontare di "spettacolari tour nelle Valli del Chianti".
Ma quali valli e valli! Chiamate le cose con il proprio nome.
Il mio è Chianti Classico!
Sono una terra antica, dura e dispotica.
L'uomo mi ha domato sasso dopo sasso, piantando vigne là dove prima c'era il galestro, coprendo di olivi intere colline e addolcendo l'intricata macchia con cipressi e pini romani.
Quello che oggi il tuo occhio accarezza, è frutto del lavoro centenario di uomini che mi hanno amato tanto da rendermi così bella ed unica.
Il mio sangue è rosso come il vino che scorre dalle mie vigne.
Il mio cuore è verde come il mare dei boschi che da sempre solcano le mie colline.
Ho 300 anni e non li dimostro.
In realtà sono sempre stato qui, dove una volta arrivava il mare (solo 3 milioni di anni fa).
Se vuoi scavare, puoi trovare rocce marine, conchiglie e fossili che te lo raccontano.
Ma a chi arriva, non interessa poi molto sapere della mia lunga vita, piuttosto del mio presente, reso noto dal vino che ha preso il mio nome, dalla quiete romantica dei miei borghi, dal sogno di un "bien vivre" a cui molti si abbandonano.
I miei figli sono nove, ben 4 fiorentini e 5 senesi e si chiamano: S. Casciano e Tavarnelle in Val di Pesa, Greve, Barberino in Val d'Elsa, Castellina, Radda, Gaiole, Castelnuovo Berardenga e Poggibonsi.
Se deciderai di venire a scoprirmi, che tu sia a nord o a Sud, prendi la SS 222, che mi attraversa tutto e quando vorrai perderti, basterà voltare ad uno degli innumerevoli bivi che troverai lungo la strada.
Il mio cuore selvaggio è percorso da strade bianche e polverose che costeggiano vigneti, si tuffano in tunnel di alberi frondosi, salgono irte e scendono in picchiata in fondo alla vallata dove sempre attende silenzioso, un casale.
Potrei dire che non esiste altro luogo al mondo con una così altra concentrazione di Castelli e Fortezze in un territorio così circoscritto. Oltre 15 sulla sola 408, la vecchia Chiantigiana che conduce a Gaiole in Chianti, ma non sorprendetevi se viaggiando continuerete a scoprirne lungo la linea dell'orizzonte.
Il mio è un nobile pedigree: Conti, Marchesi, Principi hanno segnato la mia storia di vicende appassionate e battaglie sanguinarie.
 Dopo tanto viaggiare, non potrai far altro che cercare un posticino dove rinfrancarti con la mia cucina schietta e saporita ed avrai solo l'imbarazzo della scelta. Non ti dimenticare però, di accompagnare il tutto con buon bicchiere di Chianti, magari Riserva! 
Un grande piatto che rende onore al Chianti è sicuramente il Peposo, muscolo di manzo cotto per ore in abbondante vino rosso e strutturato, possibilmente di terra Chiantigiana. 
Gli odori che lo rendono amato da molti e che lo caratterizzano sono generoso pepe nero in grani ed aglio. 
Vi lascio con gran piacere la ricetta, invitandovi a venire nel Chianti Classico tutto l'anno, anche se ci siete già stati, perché c'è sempre un angolo incantevole da scoprire ed un piatto delizioso da provare. 
INGREDIENTI PER 4 PERSONE
600 g di muscolo di manzo (la migliore parte è il reale, economico e perfetto per lunghe cotture)
½ litro di vino rosso, possibilmente di struttura, in questo caso rigorosamente Chianti Classico. 
1 bicchiere d’acqua
1 cucchiaio e mezzo di pepe nero in grani
5/6 spicchi d’aglio in camicia
un bouquet garni con salvia, rosmarino, timo e prezzemolo
Sale q.b.
Riducete il pezzo di carne in uno spezzatino grosso quindi sistematelo in un coccio di terracotta. 
Fate in modo che la carne non sia fredda di frigo; toglietela almeno un’ora prima affinché abbia un minimo di frollatura.
Disponete gli spicchi d’aglio sulla carne e cospargete il tutto con il pepe.
Aggiungete le erbe aromatiche che avrete legato con uno spago da cucina.
Versate il vino sulla carne che dovrebbe esserne quasi coperta.
Coprite il coccio con il suo coperchio e date inizio alla cottura utilizzando uno spargifiamma, a fuoco dolce.
La carne deve cuocere per lungo tempo, fino a 4 ore, e rimestata non troppo frequentemente.
A metà cottura, aggiungete il sale e se necessario, anche un po’ d’acqua affinché il liquido non si asciughi mai del tutto.
A fine cottura la carne sarà tenerissima, con la tendenza a sfaldarsi, ed avrà formato un sontuoso sughetto.
Servitela con del pane toscano abbrustolito ed un bel bicchiere di Chianti.



giovedì 8 ottobre 2015

Storia di Sophie, cacciatrice di idee...e di sogni.

Dream a little dream... - E. Fitzgerald & L. Armstrong
A pochissimi chilometri da Siena, nel cuore di quello che viene notoriamente chiamato "Chianti Classico", sorge una fattoria di antichissime origini: la Fattoria di Tregole.
Si pensa che il piccolo agglomerato urbano, caratterizzato dalla presenza di una stupenda cappella che ricorda quella del Brunelleschi a Firenze, fosse presente già dall'anno mille, ma le prime documentazioni scritte ed ufficiali risalgono al 1560.
Oggi la Fattoria è un delizioso b&b gestito da Edith, di origini altoatesine, e da sua figlia Sophie.
Il destino e l'amore per la Toscana le ha portate qui 15 anni fa ed il rudere di allora si è trasformato con lavoro duro ed una visione chiara, nell'attuale Fattoria.
Il piccolo borgo è circondato da 30 ettari di terreno, boschi fitti in cui possono trovarsi anche pini marittimi ed un totale di 6 ettari di vigne da cui si produce Chianti Classico DOCG e vini Igp.
Edith è la padrona di casa, sempre presente, regina della cucina (tiene quotidianamente dei corsi di cucina Toscana per i suoi ospiti) e del ristorante.
Sophie, classe 1988, è l'anima dell'azienda agricola.
Questa giovane donna racconta con orgoglio di essere una Imprenditrice Agricola Professionale (IAP) e se oggi sento il desiderio di trasmettervi la sua storia, è perché poche volte mi sono trovata di fronte ad una gioventù così determinata e desiderosa di condividere le proprie opportunità con chiunque abbia la medesima visione della vita.
Dopo una lunga esperienza nell'ambito vitivinicolo, che l'ha portata a viaggiare anche molto lontano ed a lavorare duramente perché la terra non accetta compromessi, oggi Sophie si trova a gestire la fattoria di famiglia e vuole farlo fortissimamente, ma non da sola.
Ha capito che da soli non si va da nessuna parte e in un'economia che lascia giovani di belle speranze al palo, lei sa che solo restando attaccati alla terra si ha una speranza.
Mentre racconta il suo sogno, osservo questa giovane donna bellissima, forte, solidamente attaccata alla sua visione: mi ricorda un albero dalle radici profonde che difficilmente un colpo di vento potrebbe smuovere.
Sophie sa che la sua fattoria ha un enorme potenziale e che da sola non potrà mai farlo emergere, così pensa: e se qualcuno avesse un sogno come il mio ma gli mancasse la base, la terra, il luogo dove realizzarlo?
Così piano piano, quella che all'inizio le sembra una cosa impossibile, oggi diventa "Semi di Futuro".
Sophie decide di cercare delle idee di "business agricolo", in grado di poter sfruttare in maniera efficace ed innovativa le risorse della fattoria.
E per fare questo lancia un concorso aperto a chiunque abbia un'idea.
Non c'è limite di età ma neanche di settore.
Le idee non dovranno essere dirette esclusivamente all'ambito agricolo ma anche alla ricettività e ristorazione, realizzabili a Tregole.
Tregole, sotto la spinta di Sophie, diventa quindi un laboratorio di idee che ovviamente dovranno avere una sostenibilità in termini economici, ma essere coerenti con quelle che sono le caratteristiche dell'azienda.
La raccolta di idee avrà una durata di 6 mesi, durante i quali Sophie ed una giuria di esperti, valuteranno i progetti.
Il vincitore diventa quindi artefice del proprio sogno, affiancato da Sophie.
Per farvi entrare nella bellezza di questi luoghi, lascio parlare le immagini.
L'autunno è già arrivato sulle Colline del Chianti eppure è proprio in questa stagione che il suo fascino raggiunge l'apice.
La vita di Sophie a Tregole è intensa e piena.
Soprattutto quando la natura rinnova la sua sfida. Che non sempre si può battere.
Oggi, le Colline del Chianti sono attraversate da orde di daini.
Negli ultimi 5 anni questo incontrollato popolamento, è diventato una vera e propria piaga.
Ne sanno qualcosa i contadini ed i viticultori locali.
Sophie per esempio, ci raccontava che da un vigneto da cui ottiene mediamente 60 quintali di uva, quest'anno ne è riuscita a salvare solo 5.
Non è grandine. Non è un parassita.
Questo è un graspo che ha subito la visita di un daino.
I cerbiatti sono ghiotti di uva. A nulla servono recinzioni, escamotage a base di feromoni e qualsiasi altra azione coercitiva.
Loro riescono sempre ad arrivare e sono peggio delle locuste.
Tregole è anche e sopratutto un luogo di buen retiro e qui arrivano da tutto il mondo.
Chi cerca il silenzio ma anche la bellezza, la magia ed un'atmosfera capace di riportarti alle cose essenziali dell'esistenza, a Tregole può trovarle.
A partire da una cucina assolutamente vera e di sostanza.
Se poi si vuole scoprire tutto, ma proprio tutto sulla storia del Chianti, del suo vino e della sua gente, Dario Castagno, scrittore appassionato e anticonformista amante di questa terra, vi guiderà lungo un percorso unico ed affascinante, anche questo parte del progetto di Sophie, che crede fortemente nella condivisione di intenti ed affinità.
Dario è un best selling author nei paesi anglosassoni ed in particolare Nord America e praticamente sconosciuto a casa sua.
Turisti da tutto il mondo vengono per conoscerlo e sentirlo raccontare e chi passa da Tregole non può perdersi il Chianti di Dario.
Per saperne di più sul progetto di Sophie, visitate "Semi di Futuro" e non esitate a contattarla direttamente a Tregole. 
Personalmente auspico che l'esempio di Sophie divenga un modello di sviluppo intrapreso da molti e che tante idee arrivino a Tregole come pulsanti e rigogliosi semi di un futuro possibile.

mercoledì 27 novembre 2013

Cremosa bianca e Verde Laudemio. L'incredibile colore dell'eccellenza (parte prima)

Sesta Sinfonia "Pastorale" - L. V. Beethoven
Ritorno a parlare di olio extravergine.
Chi mi segue, conosce il mio amore per questo importante prodotto, fondamentale per la nostra cucina ancorché salute.
Nel mio piccolo mi sento una paladina del suo uso corretto, della sua conoscenza e soprattutto della sua valorizzazione perché tanto c'è ancora da dire sull'olio extravergine.
L'occasione questa volta me l'ha fornita la visita a due splendide aziende olivicole della mia regione, appartenenti al Consorzio Laudemio: il castello di Nipozzano e la Tenuta Santa Tea.
Il Laudemio Blog Tour mi ha infatti permesso, in compagnia di care amiche blogger, di ritornare in un'area della provincia di Firenze che amo molto, il Chianti Rufina, che si estende a pochi chilometri a sud di Firenze, dietro ai borghi di Pontassieve, Reggello e tra le innumerevoli pievi e castelli che si trovano aggrappolate a queste stupende colline.
Tempo di raccolta, ma l'autunno si sa, riserva sorprese e nel suo lento scorrere, le giornate spesso si svegliano coperte da un velo di bruma. La nebbia ed il maltempo non ci hanno però impedito di meravigliarci di fronte alla bellezza di questi luoghi, che a metà del giorno, hanno fatto capolino dietro un raggio di sole.
Il nostro primo ospite, di cui parlerò in questo post, è stato il Castello di Nipozzano, storica magione dei Marchesi de' Frescobaldi, la cui storia è direttamente allacciata alla storia di Firenze fin dal medioevo.
Banchieri, esploratori, poeti, musicisti, commercianti ma soprattutto uomini legati alle proprie terre ed ai frutti da esse ricavati, la famiglia de' Frescobaldi  è oggi un nome che in Italia e nel mondo, significa "vino".
Ma non un semplice vino qualsiasi: qui si parla di eccellenze, di premi, di vini sempre al top nelle classifiche dei migliori. Un nome per tutti: Pomino.
Eppure su queste terre aride (Nipozzano significa appunto senza pozzo), l'uomo è riuscito a vincere la sua battaglia impiantando vigneti generosi che hanno cambiato in meglio la silhouette del paesaggio. Più tardi sono comparsi gli olivi ed anche in questo la maestria dei Marchesi è riuscita ad ottenere un prodotto di pregio e grande rispetto.
Gli oliveti che crescono e coronano le tenute di Nipozzano, Pomino, Castiglioni, Valiano e Poggio a Remole, contribuiscono a dare vita al Laudemio de' Frescobaldi.
Quest'olio dall'incredibile verde tendente allo smeraldo, che a me viene da definire Verde Laudemio, è prodotto principalmente da cultivar Frantoio.
Molto fruttato, ha un sapore morbido, rotondo, in cui l'amaro ed il piccante sono armonizzati con grazia ma persistenti all'assaggio.
Per ottenere il Laudemio, vengono frante solo olive che crescono tra i 200 e 500 metri di altezza, con raccolta precoce.
Bisogna anche dire che gli olivi Frescobaldi sono relativamente giovani perché la gelata del 1985 ha praticamente distrutto gran parte degli oliveti, ma la famiglia Frescobaldi non ha perso il coraggio ed il reimpianto ha sicuramente dato nuovi stimoli alla produzione.
Vi lascio qui di seguito una ricetta facile e veloce su cui ho voluto provare quest'olio speciale e che in questi giorni gelati, è come una carezza di conforto.
Ingredienti per 4 persone
200 g di verza tagliata a julienne
300 g di finocchio
1 patata media
1 piccola cipolla
mezzo bicchiere di latte
2 fette di pane toscano
olio extravergine Laudemio
Acqua qb
sale qb - pepe nero macinato fresco
Pulite e tagliate la verza a julienne.
Pulite e tagliate il finocchio a fettine.
Pelate la patata e tagliatela a dadini.
Pulite e tritate la cipolla e fatela rosolare in 2 cucchiai di olio extravergine a fuoco dolce in una casseruola capiente. Aggiungete le verdure e fatele insaporire nella cipolla quindi coprite le verdure a filo con acqua fredda e fate cuocere fino a che le verdure non saranno morbide (c.ca 15/20 minuti). Salate.
Aggiungete il latte alle verdure quindi con un mixer a immersione, frullate fino ad ottenere un composto vellutato. Tenete da parte al caldo.
Riducete le fette di pane in dadini e tostatele su una padella antiaderente, quindi versate la cremosa nei piatti di portata, aggiungete i crostini, alcuni ciuffi delle barbe del finocchio e rifinite con una macinata di pepe nero ed un abbondante giro di Laudemio.
NB - omettendo i crostini di pane, questa è una ricetta completamente gluten free.

Termino questo post con una carrellata di immagini che racconteranno meglio di me, quanto speciale sia stata questa giornata.
Nipozzano è apparso dalla nebbia come un castello fantasma.
La delusione di non poter ammirare la valle da cui sovrasta è durata un attimo, perché l'atmosfera era così intensamente magica da lasciarci senza parole.
Lo sparuto gruppo di blogger coraggiose, si è addentrato sotto la pioggia attraverso un paesaggio silenzioso e mistico. Nell'aria l'odore della campagna bagnata era intenso e commovente.
Abbiamo osservato uomini impavidi affrontare il freddo e continuare a ripetere gli stessi gesti di migliaia prima di loro, in un rito antico e pure moderno.
La visita all'orciaia con terrecotte centenarie ci lascia a bocca aperta ma di fronte al primo olio affiorare dalla centrifuga, i nostri occhi sono tutti per lui, quel filo di perfezione verde dorata.

Ma l'olio nuovo va assolutamente assaggiato su piatti degni ed in grado di valorizzarlo.
Ovviamente secondo tradizione toscana.
Semplicità, sapori antichi e mano gentile nelle preparazioni.
Merito delle presenze femminili in cucina che hanno saputo conquistarci.
Il Laudemio è stato il protagonista su una stupenda zuppa di orzo e porri e su una magistrale tagliata.
Dopo il pranzo, all'uscita ci ha sorpreso il sole, inaspettato e giocoso.

Il Chianti in tutta la sua bellezza ammirato dalla torretta sulle terre del vino.
Abbiamo chiuso in bellezza entrando nel tempio del vino di Nipozzano, la barriccaia.
Vi parlerò ancora di questa giornata in un prossimo post tutto dedicato all'Azienda di Santa Tea e ad una ricetta da lei ispirata.




lunedì 6 febbraio 2012

Tutto bianco intorno: tempo di Doughnuts!

La nevicata del '56 - M. Martini
Venerdì 3 febbraio: Roma si sveglia sotto una pioggia gelata. Guardo fuori dalla finestra ed è ancora buio. Accendo la televisione ed il colonnello del tempo indica con una lunga bacchetta nuvole cariche di neve sulla mia regione. Forse nel pomeriggio neve sulla capitale. Dovrei preparare la borsa e le cartelle per gli ultimi appuntamenti al workshop ma un senso d'ansia e lieve preoccupazione mi assale. Mi sento tanto un animale che ascolta il suo istinto ed automaticamente metto in valigia le mie cose, raccolgo gli oggetti in giro per la stanza, controllo gli orari dei treni sul computer e scendo di corsa a far colazione. Non sono ancora le otto ma ho deciso: torno a casa
E' assurdo lo so: sono una persona scrupolosa sul lavoro, fin troppo. Se ho un impegno, cadesse il mondo lo porto in fondo, ma oggi sento che devo andarmene da Roma il prima possibile. Alle 8,30 sono già in stazione a fare la fila per il biglietto. Quando chiedo per Siena via Chiusi, il simpatico ometto al di là del vetro mi guarda e sorride: "è sicura"? Con gli occhi sbarrati domando se ci sono dei problemi e lui mi risponde che l'unico treno garantito al momento è quello in partenza alle 9.13 e che il tratto da Chiusi a Siena è previsto in bus a causa della linea interrotta per la neve - "Signora, prenda questo, mi dia retta. Almeno è sicura di arrivare!". Gulp...l'ansia parte al galoppo. Faccio la strada che mi separa dalla biglietteria all'infinitamente lontano binario 2 est quasi di corsa ed arrivo sconvolta, la lingua ai ginocchi. Il treno è lì bello pronto. Salgo, prendo il mio posto e mi accomodo con il cuore più calmo. 
Superiamo Settebagni, la pioggia è incessante. Mi distraggo, sfoglio Vanity ed alla prima galleria chiudo la rivista. Appena riappare la luce, fuori è tutto cambiato: la campagna è bianchissima, nevica a vento, un altro pianeta. Resto per qualche istante senza fiato. La campagna romana, fino a pochi istanti prima di un verde lucido, adesso è lattea e lontana...
Sono arrivata a casa alle 4 del pomeriggio, stravolta. Mi dico che è una delle decisioni più sensate che abbia preso in vita mia, per una volta ascoltando la voce interiore. Guardo fuori lontana dal caos: è tutto bianco intorno.
Quando ancora mezza Italia è sommersa dalla neve e lo sarà per qualche tempo credo, è innegabile che questo bianco elemento impreziosisca l'inverno. Vale la pioggia, vale la nebbia ed il freddo boione, valgono i temporali che durano giornate. Ma la neve parla d'inverno e quando lei arriva, allora tutto rallenta magicamente, la casa è più casa e chi ha più voglia di uscire? Tutto quello di cui ho bisogno è una tazza di cioccolata calda, un bel film strappabudella e un paio di queste ciambelline americane, i meravigliosi Doughnuts di Homer Simpson, che per una volta potremo goderci senza grossi sensi di colpa perché BADA BEN BADA BEN BADA BEN, sono AL FORNO! 
Questa è una ricetta che tengo nel cassetto da esattamente un anno, dopo essermene innamorata visitando lo strepitoso sito di Tuki. Era il periodo di Carnevale, mi ero ripromessa di farli ma alla fine passò il periodo e l'idea restò nel cassetto. Un ricetta semplice ed affidabile che sono certa vi verrà voglia di provare irresistibilmente. Io li ho gustati con un'incredibile confettura regalatami da Cristina a Natale, l'armonia di un'arancia, zucca e cardamomo che splendidamente si sposa con l'impasto semplice e fragrante di queste ciambelline. 
Il risultato finale è estremamente soffice e leggero e non vi farà rimpiangere quelle fritte. A piacere, le più golose potranno glassarle all'americana, con glassa al cioccolato o perché no, al limone. 
Ecco la ricetta di Tuki per una quindicina di ciambelle:
- 1 uovo a temperatura ambiente
- 225 ml di latte intero tiepido
- 60 gr di zucchero semolato
- 450 gr di farina (270 di manitoba ed il rimanente di 00)
- 7 g di lievito di birra disidratato
- 100 gr di burro a temperatura ambiente
- 2 cucchiaini di estratto di vaniglia
- 1 pizzico di sale
Per la finitura:
- burro fuso
- zucchero semolato
Versare nella planetaria l'uovo leggermente sbattuto, lo zucchero, il latte, l'estratto di vaniglia ed il sale, mescolare bene il tutto utilizzando la foglia. Aggiungere c.ca 2/3 della farina con il lievito ed impastare a bassa velocità fino a quando non si otterrà un composto liscio ed omogeneo. Montare il gancio ed azionare la planetaria a velocità medio bassa, aggiungendo il burro morbido tagliato a cubetti, un cubetto alla volta, ed impastare fino a quando l'impasto non avrà assorbito tutto il burro (c.ca 5/8 minuti). Aggiungere la farina rimanente, un po' per volta (non è detto che dobbiate usarla tutta), ed impastare fino ad ottenere un composto lucido ed elastico, morbido ma non eccessivamente appiccicoso. Versare l'impasto sulla spianatoia leggermente infarinata e lavorarlo brevemente a mano fino a quando non si attaccherà più alle mani. 
Trasferire l'impasto in un recipiente leggermente unto, coprire con uno strofinaccio umido e lasciar lievitare in un luogo tiepido per c.ca 1 ora. Sgonfiare l'impasto e stenderlo ad uno spessore di c.ca 1cm o poco più e ricavare le ciambelle utilizzando un coppapasta da 7,5 cm ed uno di 2,5 cm. Sistemare gli anelli ben distanziati sulle teglie coperte di carta da forno e continuare la lievitazione coperti di pellicola, per altri 30 minuti, o fino a quando il volume non sarà praticamente raddoppiato. Cuocere in forno statico preriscaldato a 200° per c.ca 6/8 minuti, o fino a quando i doughnuts non saranno leggermente dorati. Una volta fuori dal forno, spennellarli con burro fuso e passare in abbondante zucchero semolato. Servire caldi. 
E i buchi dei doughnuts? Guardate un po' qui:
Si, perché ovviamente non si spreca niente e siccome i "buchi" erano così carini che non potevo reimpastarli, li ho messi su una teglia e li ho passati al forno per 5 minuti. Un boccone dietro l'altro. 
Quelli che avanzano (se avanzano) possono essere conservati sotto la pellicola in modo che non si secchino. Per dare nuova fragranza alle ciambelline basta scaldarle nuovamente in forno per qualche istante. 




Vi lascio con un'immagine della nostra campagna alle porte di Siena, la vista sconfinata di un Chianti vestito di bianco in posa per l'occasione. 
Così strano vederlo innevato, ma così incantevole. 
Con questa ricetta partecipo al contest del Molino Chiavazza sui dolci per il Carnevale.