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mercoledì 5 ottobre 2016

Orecchiette di grano arso alla mia maniera. Parole e metereopatia.

It's raining again - Supertramp
Non mi vengono le parole.
Balbetto, parlo a fatica e nella formulazione di una frase di senso compiuto, inceppo, barcollo, scivolo senza riuscire ad aggrapparmi a quella parola che sia in grado di sostenere il mio bel discorso.
La lingua si annoda, cado nel vuoto.
Sta per piovere.
Io lo so.
Non me lo dice l'alluce dolorante, l'anca sbilenca, la cervicale selvaggia.
Sta per piovere perché tartaglio come un ubriaco e faccio pause alla Celentano che levati.
Ormai ci sono abituata. Da una vita.
Il maltempo continuato non mi fa niente. E' il cambiamento che mi uccide.
Oggi è una giornata magnifica, tersa, un tramonto rosso come il fuoco.
Eppure questa maledetta lingua intontita mi avvisa che fra massimo 36 ore arriverà un bel temporale.
Non sbaglia mai.
Non è tanto la chiacchierata con gli amici che mi preoccupa.
Prova tu a rispondere al telefono al cliente americano quando sei in questo stato? Una risata.
Ed essere chiacchieroni come la sottoscritta non aiuta per niente. Perché di tutte le parole che conosci, non te ne viene neanche una.
Però potrei fare domanda all'Aeronautica come Maga della Pioggia.
Tanto di sicuro, sarei più affidabile dei vari colonnelli che si vedono in tv.
Fatemi parlare e vi dirò se piove!
Ok, visto che fra poco dovremo definitivamente dire bye bye a questo strascico d'estate, io ho voluto metterla ancora una volta nel piatto, sposata a delle orecchiette artigianali di grano arso (non le ho fatte io, mi arrivano da Matera).
Melanzane grigliate, polpa di pomodoro fatta in casa, ricotta e caciocavallo delle monache.
E ditemi se non sentite il sole scottare sulla vostra pelle.
Facile, veloce e strabuona!

Ingredienti per 4 persone
320 g di orecchiette di grano arso essiccate
1 melanzana variegata
200 g di polpa pronta fatta in casa 
150 g di ricotta di pecora freschissima
50 g di Caciocavallo delle monache grattugiato
1 spicchio d'aglio
un mazzetto di basilico fresco
Olio extravergine Vulture Dop
peperoncino a piacere.

  • Lavate ed asciugate la melanzana quindi affettatela a fette di 5 mm c.ca. Grigliatele su una bistecchiera ben calda quindi tagliatele a striscioline non più larghe di 1 cm. Tenete da parte.
  • Versate 3 cucchiai d'olio in una larga padella insieme allo spicchio d'aglio. Fate profumare l'olio a fiamma dolce quindi versatevi la polpa pronta e mescolate bene. Aggiungete le melanzane a striscioline ed alzate la fiamma facendo insaporire il tutto. Cuocete 4/5 minuti
  • Aggiustate di sale ed aggiungete il basilico spezzettato a mano. Mescolate e spegnete.
  • Portate a ebollizione abbondante acqua salata e cuocete le orecchiette seguendo le indicazioni della confezione (in genere sono 7/9 minuti). 
  • Scolate tenendo da parte una tazza di acqua di cottura, e versate le orecchiette nella padella con il condimento. Saltate a fiamma vivace per qualche istante. Aggiungete qualche cucchiaio di acqua se necessario quindi spegnete.
  • Impiattate rifinendo con ciuffetti di ricotta fresca ed una bella manciata di caciocavallo e piacendo, un pizzico di peperoncino. Filo d'olio e servite subito. 

giovedì 28 luglio 2016

Il Pasticciotto leccese: Giornata Nazionale del Pasticciotto

Non vivo più senza te - Biagio Antonacci 
 
“Non vivo più senza te, anche se anche se …” si lagnava Biagio Antonacci nel tormentone che ha imperversato nelle radio e nelle nostre teste qualche estate fa. Una vacanza in Salento per dimenticare una delusione amorosa, favorita da vino, taranta e piccanti avventure.
Ma per chi come noi in Salento c’è stato per volontà, per curiosità o per caso, innamorarsi di un luogo che segna i confini tra terra e mare, che ha i colori dell’estate anche in inverno e sembra cristallizzato in un passato di cui non vorremmo privarci mai, è inevitabile.
Ecco che allora il “non vivo più senza te” assume un significato ben diverso e ti viene da pensare che Antonacci abbia scritto questa canzone dopo aver fatto colazione con un pasticciotto caldo, seduto su una terrazza di Otranto di fronte al mare.
Il pasticciotto è il benvenuto più cordiale di questa regione così ricca di fascino. E’ ciò che ho trovato nella mia camera d’hotel appena arrivata a Lecce, ancora caldo di forno ed è ciò che gli amici del luogo ti invitano ad assaggiare prima di metterti in viaggio alla scoperta del Salento.
Come spesso accade per la maggior parte dei piccoli e grandi capolavori della storia gastronomica, questa pastarella di frolla friabilissima dal colore ambrato e dal cuore di crema vellutata, è frutto del caso e del recupero. Questa volta non abbiamo garzoni pasticcioni che mischiano involontariamente impasti, torte rovesciate o sovrani capricciosi dalle voglie improvvise. 
La storia del Pasticciotto coincide con la storia di una famiglia che cerca di far quadrare il bilancio di un’attività traballante e che in un giorno di festa, offre ai passanti minuscole torte nate dall’improvvisazione.
Contrariamente a molte ricette la cui origine si perde nella storia dei tempi, la nascita del Pasticciotto leccese si fa coincidere con una data ben precisa: il 29 giugno 1745. Pare che proprio nella giornata della festa del Santo Patrono celebrata alla basilica di S. Paolo, nella pasticceria della famiglia Ascalone a Galatina, Nicola Ascalone foderò con ritagli di frolla piccoli stampi in rame, riempiendoli casualmente con avanzi di crema pasticciera.  
Ancora calde, queste tortine vennero offerte ai clienti di passaggio. Il risultato iniziale probabilmente non piacque a Nicola, che lo considerò un vero e proprio pasticcio (da qui il nome), ma il sapore non doveva essere poi così male perché da quel momento il nome della pasticceria Ascalone di Galatina, divenne celebre ed i Pasticciotti, dopo quasi 270 anni, restano indubbiamente il dolce più amato dagli abitanti del Salento, e non solo.
Un ottimo prodotto esige materie prime di elevata qualità, abilità manuale e fedeltà alla ricetta tradizionale, che nel caso dei Pasticciotti segue un’importante regola: la parte grassa componente della frolla, è rigorosamente strutto. Niente burro quindi e ancora meno margarina. Solo il grasso di maiale, unico ingrediente reperibile all’epoca in cui questo pasticcino è nato. Da allora nulla è cambiato. Si usano stampini dalla forma ovale a bordi lisci (di cui io purtroppo non disponevo), frolla a base di strutto, ottima crema pasticciera aromatizzata al limone e forni ad alte temperature. Semplicità e passione. Nulla di più.
Non potevo mancare alla celebrazione della Giornata Nazionale del Pasticciotto visto che è in assoluto uno dei pasticcini che amo di più e che per me racchiude gran parte dell'amore che provo per la terra Salentina. 
Il Calendario del Cibo Italiano ricorda oggi questo semplicissimo e straordinario dolce attraverso il post ufficiale scritto da Lucia Melchiorre, del blog Le Ricette di Luci, appassionata ambasciatrice della giornata. Andate ad approfondire le origini di questa meraviglia ed a scoprire i contributi dei soci AIFB che hanno voluto far festa con noi. 
INGREDIENTI PER 8 PASTICCIOTTI
Per la pasta frolla:
250 g di farina 00
125 g di strutto 
125 g di zucchero semolato 
80 g uova
ammoniaca per dolci (la punta di un cucchiaino) 
La scorza di un limone bio grattugiata sottilmente.

Per la crema pasticciera:
500 ml di latte intero
4 tuorli
150 g di zucchero semolato
40 g di amido di mais
La scorza di un limone bio o una bacca di vaniglia

Per la lucidatura:
1 tuorlo sbattuto con un cucchiaio di latte


  • Per prima cosa preparate la crema che dovrà essere ben fredda per confezionare i Pasticciotti. Portate il latte ad ebollizione in una casseruola con fondo spesso, insieme alla scorza di limone o la vaniglia (a piacimento) quindi spegnete il fuoco e lasciate in infusione almeno 1 ora.
  • Sbattete bene le uova e lo zucchero miscelato alla farina fino a che non saranno pallide e gonfie. Rompete la crema con un paio di cucchiai del latte intiepidito ed mescolate con una forchetta. Accendete il fuoco sotto il latte e versatevi il composto di uova e zucchero quindi con una frusta, mantenendo la fiamma bassa, non smettete di mescolare. Quando la crema comincerà a sobbollire, controllate la densità preferita e spegnete senza superare i 3/4 minuti dall’inizio dell’ebollizione, per non rischiare di stracciarla. Una volta pronta, versatela velocemente in una ciotola di metallo. Appoggiate la ciotola in una ciotola più grande, dove avrete messo acqua e ghiaccio e cercate di raffreddare velocemente la crema mescolandola con la frusta. Quando sarà intiepidita, copritela con una pellicola trasparente a contatto, per evitare che si formi la “pellicina” e riponetela al fresco fino all’utilizzo.
  • Disponete la farina a fontana, mettendo al centro lo zucchero, lo strutto, le uova e gli aromi. Amalgamate tutti gli ingredienti con una forchetta senza intaccare la farina. Fatto questo, portate la farina sopra gli ingredienti umidi e lavorate il tutto velocemente cercando di non farlo riscaldare. Otterrete una pasta liscia ed omogenea. Fatela riposare in frigo almeno per un’ora o se preferite per tutta la notte (poi ricordatevi di toglierla almeno mezz’ora prima di lavorarla).
  • Imburra gli stampi per Pasticciotto e metteteli in frigo.
  • Su una spianatoia stendete con un matterello la pasta allo spessore di 3 o 4 mm.  Tagliatene dei pezzi sufficientemente grandi per riempire lo stampo e fuoriuscire dai bordi (vedi foto). Appiattite bene la pasta all’interno dello stampo quindi riempitelo con la crema fredda. Con un altro pezzetto di frolla, richiudete la crema e schiacciate la pasta lungo i bordi tagliandola delicatamente con le dita. Esercitate una pressione con le dita tutto intorno ai bordi e vedrete formarsi la caratteristica cupoletta. 
  • Sbattete il tuorlo con il latte e spennellate bene il coperchio. Procedete alla stessa maniera fino alla fine degli ingredienti. Una volta pronti, mettete gli stampi in frigo per almeno mezz’ora, in modo da raffreddare ulteriormente la crema ed evitare che fuoriesca in cottura.
  • Mettete gli stampini in forno preriscaldato a 220°. La friabilità finale è data anche dalla cottura veloce ad alta temperatura. Dovranno cuocere dai 7 ai 10 minuti, dipende da forno a forno. Controllate il colore, che deve essere ambrato e lucido.
  • Una volta pronti, toglieteli e sformateli subito facendoli raffreddare su una griglia. Gustateli ancora tiepidi perché sono perfetti così! 


                  

lunedì 22 giugno 2015

Merenda d'estate in terrazza: la focaccia pugliese di zia Enza.

Summer wind - F. Sinatra
Anche gli esami sono finiti.
La loro fine ha coinciso con l'entrata dell'estate nella nostra routine e dopo la gioia di esserci tolti anche l'esame di terza media, la domenica ha trascorso oziosa e lenta con un senso di incredibile sollievo e liberazione.
E adesso cosa ce ne faremo di tutto questo tempo libero?
E' una domanda che mi balena guardando mia figlia mentre gira per casa quasi confusa nel silenzio, dopo giorni mantra mammesco: "e studia".
Confesso che anche per me è cominciata la vacanza.
Adesso faremo tardi la sera per vederci un film invece di ripetere l'era Giolittiana (non che mi sia dispiaciuto rileggermi la storia del mio paese, ma dopo un po' basta).
Da noi si comincia a respirare aria di Palio.
Fra pochi giorni metteranno la terra in piazza (il nostro modo per dire che la piazza verrà coperta di tufo) ed il suono dei tamburi riempirà il silenzio dei pomeriggi estivi.
E' una bella sensazione.
Se poi, smettesse anche di diluviare quando meno ce lo aspettiamo, potrei godermi il mio terrazzo per qualche bella cena a lume di candela.
Per adesso si approfitta di ogni momento di sole ed in terrazza ci facciamo la merenda.
Questa volta con una focaccia la cui ricetta arriva da una zia di mio marito, zia Enza, da poco volata in cielo, e che ricordo spesso per la sua meravigliosa cucina, i suoi panzerotti fritti sul tetto di casa nella mezzanotte di mille agosti fa.
Durante l'ultimo viaggio fatto a Palo del Colle, dove abitava, le ho chiesto di darmi la ricetta della sua inarrivabile focaccia, che ho fatto spesso ultimamente nel tentativo, vano, di riuscire a farne una buona come la sua.
Spero che mi guardi con occhio benevolo da lassù.
Ingredienti per 2 teglie da 24 cm di diametro o una grande da 35
350 g di semola rimacinata (io Senatore Cappelli
150 g di farina 00
200 g di patate lesse
10 g di lievito di birra (mia zia ne usava 20 - ma con il caldo 10 g bastano e avanzano)
10 g di zucchero
5 g di sale
350 ml di acqua tiepida (ma questo dipende dalla farina che userete)
250 g di pomodorini tondi di Pachino
passata di pomodoro q.b.
olio extravergine d'oliva
origano secco
Lessate le patate e schiacciatele bene con una forchetta.
Mettete il lievito in una ciotola con acqua tiepida e lo zucchero e mescolate bene lasciando riposare una decina di minuti affinchè il lievito si attivi.
Setacciate le farine.
Sulla spianatoia mettete le patate schiacciate (non importa se ancora calde) e sopra le farina e fate la fontana. Al centro versatevi 3 bei cucchiai di olio extravergine.
Sui lati della fontana cospargete il sale.
Una volta che il lievito è attivo, versate piano piano l'acqua la centro della fontana e cominciate ad incorporare con le mani o con una forchetta dal centro fino a prendere la farina sulle pareti.
Aggiungete l'acqua via via ed impastate.
Dovrete ottenere una palla morbida e malleabile, anche un po' appiccicosa.
Lavorate qualche minuto quindi oleate bene i vostri stampi, ben bene le mani e dividete l'impasto stendendolo bene nelle teglie.
Fate lievitare da 1h30 a 2 ore. La pasta raggiungerà il bordo degli stampi.
Accendete il forno a 230° mettendo la griglia nella parte più bassa.
A questo punto si passa a condire la focaccia.
Lavate e tagliate i vostri pomodorini.
Stendete qualche cucchiaiata di passata di pomodoro sulla focaccia
Inserite i pomodorini nell'impasto schiacciandoli con il tagli verso l'alto.
Strofinate l'origano fra le mani sbirciolandolo sulla focaccia senza risparmiarvi.
Condite con un filo d'olio extravergine ed sale.
Infilate la focaccia in forno e cuocete per 5/10 minuti.
Passato questo tempo, spostate la griglia al centro e continuate la cottura per altri 20 minuti a 200°.
La focaccia dovrà essere bella dorata ed i bordi anche un po' sbruciacchiati se vi piace.
Toglietela immediatamente dalla teglia e sistematela su una griglia a raffreddare.
Buona calda, tiepida, fredda e riscaldata il giorno dopo, farcita con mortadella, prosciutto, formaggio. Insomma è buona sempre.





venerdì 6 giugno 2014

Bulgur speziato vegetariano per la Cucina dell'Extravergine.

The best is Yet to come - F. Sinatra
Mentre la voglia di cucinare lascia campo ad attività di altro genere, come il sognare le vacanze, io cerco modi veloci per portare qualcosa a tavola senza faticare troppo e con mio grande piacere ho scoperto la versatilità del Bulgur che avevo già assaggiato a Cagliari, in occasione del Med Diet Camp, quando lo chef libanese ci servì un meraviglioso Kebbeh tradizionale (prima o poi mi appresterò a rifare).
Questo alimento sembra una semola più grossa del tradizionale cous cous, ma non è una semola.
In verità si tratta di chicchi di frumento integrale trattati in maniera particolare: prima vengono cotti al vapore, quindi fatti asciugare e seccare. In alcuni casi il Bulgur ha un aroma affumicato che deriva dal modo in cui viene effettuato il secondo passaggio, quello dell'essiccatura.
Quando poi i chicchi sono belli secchi, vengono passati alla macina e ridotti in piccoli pezzi.
La cosa importante di questo prodotto, è che contiene una grande quantità di vitamina B e di potassio, che per una persona come la sottoscritta, in totale carenza, diventa una mano santa.
Altro fatto molto positivo è che non scuoce.
Una volta cotto in acqua come indicato sopra, non c'è bisogno di sciacquarlo in acqua fredda per interrompere la cottura. Resta bello al dente e piacevolissimo al palato. Per trovarlo, non dovete fare i salti mortali girando tutti i negozi di bio della vostra città, perché si trova anche nella grande distribuzione, senza alcuna difficoltà. Non avete scuse quindi per provarlo.
Per la Cucina dell'Extravergine, ho pensato di prepararci un'insalata leggera e speziata utilizzando l'Olio extravergine Pastorella che arriva da una terra splendida, il Gargano.
Un olio biologico dal caratteristico colore verde che tende a riflessi dorati e che ha pochissima nota amara e prevalenza di dolce e fruttato.
Che si sposa benissimo con le verdurine e le spezie della mia ricetta.
La cultivar da cui si ottiene è la Ogliarola Garganica.
Una nota sulle spezie: io ho utilizzato una miscela marocchina composta da 25 spezie che viene abitualmente utilizzata nelle tajine di verdure. Non ho idea di che spezie siano presenti, ma non è piccante. Ovvero, ha una nota lievemente piccante ma per il resto sono evidenti curcuma, coriandolo, cumino, zenzero, zafferano, noce moscata, paprika dolce...credo che possiate inventare la vostra miscela a piacimento. Per esaltare le spezie, provate a scaldarle lievemente nell'olio con cui preparerete la citronette. L'aroma sarà molto fragrante.
Prima di lasciarvi alla ricetta, vi invito come sempre a visitare le ricette delle amiche che con me animano questa rubrica:
Spaghetti ai peperoni di Cracco - di Teresa Scatti golosi
Sgombro con olive e cipolle  - di Stefania Cardamomo & co
Crema fredda di melone al profumo di menta con scampi di Sabina Cookn'book
Ingredienti per 4 persone
220 g di Bulgur
4 zucchine fiore
1 piccola melanzana
12 pomodorini pachino
200 g di primo sale
un mazzetto di basilico
il succo di mezzo limone
miscela di 25 spezie per tajine vegetariana
Olio Extravergine
sale
Mettete il bulgur in una casseruola con il doppio del suo volume di acqua fredda.
Fate cuocere a fiamma bassa per 20/25 minuti. Il bulgur assorbirà l'acqua e si cuocerà. Controllate via via che non si attacchi al fondo mescolando con delicatezza.
Una volta pronto, scolatelo e mettetelo in una ciotola ampia con un cucchiaio di olio extravergine e mescolate bene. Lasciate raffreddare.
In una larga padella antiaderente, scaldate 3 cucchiai d'olio e cuocete le zucchine e la melanzana tagliate a dadini piccoli, saltandole a fuoco medio, per una decina di minuti, tenendole croccanti. Salate.
Lavate e tagliate i pomodorini in 4 spicchi.
Tagliate il primo sale a dadini grandi come le verdure.
Mescolate le verdure, il formaggio ed il bulgur, aggiungete il basilico spezzando le foglie grossolanamente con le dita.
In una ciotolina, sbattete 3 cucchiai di olio extravergine, il succo del limone, un cucchiaino di sale ed un cucchiaino di spezie fino ad ottenere una citronette densa con cui condirete il bulgur.
Mescolate bene ed assaggiate, quindi aggiustate se necessario, di sale ed olio.
Servite a temperatura ambiente.
E' un ottimo piatto unico ma anche un piccolo antipasto o un contorno originale.



venerdì 10 gennaio 2014

Fave e cicoria e lo splendore di un borgo antico: Bitonto.

Lu pollo cusutu 'culo - Checco Zalone
Fave e cicoria ovvero: l'ode alla semplicità! 
Se esiste un piatto povero che potrei mangiare fino a sentire uno strappo nei pantaloni, quello è proprio il modestissimo Fave e Cicoria.
Che se potessi, chiamerei in dialetto nella bella lingua della sua terra, la Puglia.
Pugliese non sono, ma fortemente innamorata si, per cui oggi farò una piccola immersione in quella regione, che ho potuto riabbracciare proprio prima del Natale, in una tre giorni intensa e soleggiata nella piccola e poco conosciuta città di Bitonto.
Insieme a tre amiche speciali ed a persone che ti aprono la porta della loro casa come si fa con un parente che non si vede da lungo tempo, che ti accolgono con gli occhi sempre sorridenti, con la battuta pronta e la voglia di scherzare che non manca mai.
I pugliesi sono così e non si può non perderne la testa.
Se poi, dietro allo scherzo, ci sta anche una bella fetta di "fugazza", allora non c'è proprio nulla che li batta!
A Bitonto sono tornata dopo 4 anni, grazie all'ultima tappa di Girolio 2013, organizzato dall'Associazione Nazionale Citta dell'Olio  ed il Comune di Bitonto.
L'ultimo di una serie di interessanti eventi all'interno del progetto MedDiet di cui ho già parlato qui.
Non vi tedierò con troppe parole ma mi farò aiutare dalle immagini, come sempre, perché sono quelle che poi ci trascinano in luoghi lontani anche solo con la fantasia.
Vi parlerò di Bitonto come una turista, una che ama viaggiare e che del viaggio ha fatto il suo lavoro, così magari, un giorno non molto lontano, deciderete anche voi di fare una tappa tra queste mura di pietra chiara.
Bitonto è piccola, ma neanche tanto se si pensa che gli abitanti sono c.ca 56.000, poco meno di quelli della mia città, e si trova nella provincia di Bari.
Da qui, l'unico mare che si vede, è quello degli oliveti che la circondano quasi a proteggerla dietro una barriera argentata.
Il centro storico è un reticolato di viuzze, passaggi stretti, gallerie vicinali, corti e palazzi cinque/seicenteschi in pietra chiara dalla bellezza travolgente.
Non ci siamo perse nel nostro girovagare, grazie alla presenza di una guida bravissima, la simpatica Chiara Cannito, che non ci ha abbandonato un attimo, mostrandoci gli angoli più incantevoli della città.
La cosa più incredibile è stato apprendere che il centro città si è lentamente spopolato negli ultimi 40 anni, lasciando disabitati la maggioranza di questi eleganti palazzi.
Ma negli ultimi anni stanno riprendendo vita grazie alla lungimiranza di appassionati.
Se deciderete di pernottare a Bitonto, sappiate che non ci sono Hotel ma una rete di b&b assolutamente splendidi, molti dei quali situati all'interno di queste strutture storiche.
E per essere coccolati con un costo medio di € 40 a notte, credetemi il gioco vale la candela.
Arrivando a Bitonto, accederete al centro storico dalla Porta Baresana, imponente porta in pietra bianca che guarda in direzione di Bari.
Chiara ha visto bene di aprire le danze prendendoci per la gola, con la sosta ad una delle pasticcerie artigianali storiche del centro città: Boccabò, proprio a due passi dalla porta. Come dire: i bocconotti più buoni della storia!
Giusto per spiegare a chi non è della zona: i bocconotti sono delle pastarelle di frolla tirata molto sottile e dalla ricetta segreta, ripiene di ricotta freschissima e cotte al forno. Di una bellezza delicata e antica.
Non mancano mai sulle tavole della festa a Bitonto, ma la storia vuole che anche i contadini che in passato lasciavano la casa per lavorare la terra restando in campagna tutta la settimana, portassero con se un bocconotto al giorno, che restava fresco per tutto il periodo (è vero, sono buonissimi anche dopo 3 o 4 giorni).
Siamo arrivate che stavano cuocendo, e li abbiamo visti palpitare da dietro il vetro del forno....
Ovviamente ditemi voi come si possa restare indifferenti a questa magia! 
La colazione era già stata fatta ma dire di no a tale bellezza, è un vero sacrilegio!
Ne sa qualcosa la famiglia proprietaria del forno, Amedeo e Mariella Savoni, che con il figlio adolescente, gestiscono con successo questa attività artigianale, fatta di grande attenzione alla qualità, alla storia della tradizione ed anche alle tasche dei loro clienti.
Ed ovviamente, secondo un rito immancabile, il primo bocconotto che esce dal forno, è per il proprietario (ma non abbiamo scoperto chi, tra Mariella ed Amedeo, sia il fortunato!).
Tutto questo per dirvi che perdere una sosta a Boccabò arrivati a Bitonto, è peccato mortale!
Ripartire per la visita dopo una così dolce sosta, non è tanto complicato.
Si attraversa il centro storico in direzione della cattedrale e ciò che si incontra è davvero incantevole.

E' incredibile pensare di essere a Dicembre con un cielo di questo colore.
La Puglia è davvero il paese del sole!
La cattedrale di Bitonto è un vero gioiello e fa parte del trittico delle cattedrali in stile romanico pugliese insieme a quelle di Ruvo e di Minervino.
Soltanto questi tre meravigliosi esempi architettonici della presenza normanna in Puglia, varrebbero un viaggio in questa regione. Vi consiglio di farlo con una guida esperta come la nostra Chiara, per apprezzare in pieno il grande valore di questo monumento, la cui visita richiederà almeno un'ora.


Essere foodblogger ha un unico neo: non ci si può esimere dall'assaggiare ciò che ti viene presentato con grande gentilezza.
Quindi quando Chiara ci ha condotto in uno dei forni più antichi della città (si parla del 1800), è ovvio che tutte noi abbiamo fatto le personcine educate e sorridendo, abbiamo detto si.
Che poi, diciamocela tutta, quanto sarà mai difficile dire di si a questo?
Il Forno di San Giovanni (U' furn de San Giuann), è un'altra realtà a completa gestione familiare.
Le deliziose sorelle Rosa ed Enza Marinelli, insieme al padre che è il "capitano" alla bocca del forno, sono i proprietari di un luogo dove restare senza fiato. Non si tratta di un forno qualsiasi.
Se vi affacciate alla bocca del forno, vi si apre una vera e propria stanza di oltre 50 mq in cui vengono ordinatamente sistemate con l'ausilio di una pala lunghissima e sostenuta da un argano ingegnoso, un numero impressionante di teglie per taralli, focacce, dolci tipici, pani, e tutto quello che la vostra fantasia riesce ad immaginare.
Questa meravigliosa famiglia, tieni in piedi una tradizione secolare, ovvero il forno ad uso conto terzi.
Vale a dire che un tempo non si andava al forno a comprare il pane, ma a cuocere quello che si preparava in casa. Un concetto ed un uso assolutamente magnifico, tutt'ora ancora valido al Forno San Giovanni, ma che sarebbe bello ripristinare in molte zone della nostra penisola.
Non c'è bisogno che vi dica che la focaccia è fantastica vero?

Dopo molte fatiche (che sono quelle di assaggiare), siamo entrate sfacciatamente in casa di una adorabile signora di Bitonto, la suocera della nostra Chiara, e l'abbiamo osservata preparare delle favolose orecchiette, con religioso silenzio (solo il rumore degli scatti era percepibile! )

Vi tranquillizzo: non abbiamo mangiato le orecchiette, purtroppo non queste, però di cose buone lungo il nostro cammino ce ne sono state tante, ma tante che se vi facessi l'elenco, vi verrei a noia!
O no?
Il pomeriggio è volato in un attimo all'interno di una splendida azienda olivicola e produttrice di mandorle nonché ciliegie ferrovia.
Si tratta del Feudo dei Verità , un'antica masseria che apparteneva in origine ad una famiglia nobile di origine spagnola e che adesso invece, è di proprietà della famiglia Delorusso.
La sorpresa più piacevole è stata scoprire che l'azienda viene intelligentemente guidata dall'abilità di una  donna, una ragazza in verità, Francesca Delorusso, che si occupa della qualità del prodotto e del settore commerciale e che ha portato l'azienda verso una direzione dinamica e di successo con l'apertura del settore di trasformazione delle mandorle prodotte, vendute ed esportate anche fuori Italia.
Per altro di una bontà unica: possono spedirle ovunque ed il costo è assolutamente onesto.
Abbiamo brindato a Francesca con l'olio appena spremuto! Evviva le donne!
Le mie stupende amiche Benedetta, Anna e Cristiana con cui ho trascorso un week end di emozione e di risate, mi hanno abbandonata la mattina della domenica, sfuggendo allo show cooking che era stato previsto dall'organizzazione insieme allo chef Emanuele Natalizio del ristorante Il Patriarca Natalizio.
Emanuele è una forza della natura, cucina da Dio e domina la scena alla grande.
Quando ho saputo che avrei dovuto cucinare con lui davanti a tutti, sono entrata modalità stand by.
Poi come al solito, è emersa la faccia a gomitolo della sottoscritta e mi sono buttata.
Prima di me però si sono esibite due belle ragazze di Bitonto, entrambe grandissime cuoche ed ho scoperto con mio grande piacere che una di loro, Elena Piscopo, è anche una bravissima blogger!
In meno di mezz'ora ha preparato un tortino di patate e polpo con pesto di rucola e crema al balsamico da leccarsi i baffi.
Anche nella splendida presentazione, ha dimostrato di essere veramente molto brava.
La mia partecipazione a Girolio si è conclusa con questo gioco sul palco, in cui ho "fatto finta" di cucinare a fianco di questo omone simpatico e pieno di energia e mi sono divertita come non mai.
Le mie facce probabilmente lo raccontano.
 Mi porto ancora nel cuore il ricordo di questi splendi tagliolini con gamberi, cime di rapa, funghi cardoncelli e pomodorini: di una facilità estrema ma di un sapore unico e pieno come il carattere dei pugliesi!
Grazie Bitonto!
E per finire, sperando che non siate svenute stremate sul computer, vi lascio la ricetta delle fave e cicoria con la speranza che vogliate provarle: sarà un colpo di fulmine anche per voi, ne sono certa!
Ingredienti per 4 persone
300 g di fave secche decorticate (le mie non lo erano)
1 patata media
1 o 2 foglie di alloro
700 g di verdura come cicoria o catalogna o cicoria selvatica
olio extravergine Terre d'Otranto Dop
Sale
Mettete le fave secche in una grande ciotola e copritele abbondantemente con acqua fredda ed un pizzico di sale. Lasciatele a bagno tutta la notte.
Il giorno dopo scolate le fave.
Sbucciate e tagliate la patata a fette di c.ca 1 cm di spessore, riponetela sul fondo di una pentola, possibilmente di coccio (io ho usato il mio coccio toscano), versatevi sopra le fave e coprite il tutto con acqua fredda. L'acqua deve coprire le fave di almeno un paio di cm.
Aggiungete la foglia di alloro e cominciate a cuocere a fuoco dolce per almeno 1h30.
All'inizio dovrete schiumare le fave perché cuocendo, il bordo si coprirà di schiuma.
Cercate di non mescolare il composto nei primi 45 minuti di cottura.
Aggiungete acqua calda quando questa raggiungerà il livello delle fave: dovranno essere sempre lievemente sommerse dall'acqua.
Aggiungete il sale una decina di minuti prima della fine della cottura, e mescolate energicamente.
Le fave si trasformeranno in una purea granulosa.
Possono essere servite frullate con un mixer a immersione o anche nella loro consistenza di fine cottura. L'arte di questa ricetta è far si che il purea di fave non sia troppo asciutto e duro, ma neanche brodoso.
Mentre cuociono le fave, lavate bene e pulite la cicoria.
Cuocetela in abbondante acqua salata per 5/6 minuti affinché resti croccante.
Scolatela.
Versate la purea di fave nel fondo di una scodella.
Prendente una forchettata di cicoria, realizzate un piccolo nido e disponetelo sul pure.
Servite irrorando con abbondante olio extravergine pugliese ed aggiungete pepe macinato fresco o peperoncino a piacere.

NOTA: scusate l'irriverenza della colonna sonora: non ho potuto esimermi. 
Un pugliese che si prende gioco dei suoi conterranei è da sentirsi male dal ridere! Vedetelo

DIMENTICAVO: NON MANCATE LUNEDI' - 
C'E' UNA FESTA DA ANDATE CON GUSTO! 

sabato 25 maggio 2013

Taieddhra blues per l'MTC.

Azzurro - Stefano Bollani
Sono cresciuta con la musica.
A 14 anni detestavo cordialmente Miguel Bosè che all'epoca faceva furore con Super Superman, e passavo i pomeriggi ad ascoltare I Vespri Siciliani, Don Giovanni o Traviata. 
Un po' sfigata, lo ammetto, ma io mi galvanizzavo tantissimo ed un po' mi piaceva sentirmi un'intellettualoide fuori dal mondo.
Sono sempre stata molto esigente nella scelta delle cose da ascoltare: ero una ragazzina, studiavo al Conservatorio ed ero convinta che sarei diventata una musicista. 
La cosa bella di quei tempi era il fatto che noi ragazzi del conservatorio, fossimo immersi nella musica completamente, parlassimo di lei come qualcosa di sacro, puro, non profanabile. 
Fatta questa premessa, immaginate la mia reazione quando mi capitava di sentire casualmente la Quinta di Beethoven in versione disco, con tanto di rullanti a tutto fuoco ed effetti da Studio 54, oppure All by Myself scritta sul tema portante dell'Adagio del Concerto per piano nr 2 di Rachmaninoff...Anatemaaaa...
Ma avevo 14 anni, e a quell'età quando si prendono sbandate, sappiamo benissimo che non ci sono mezze misure, non si scende a compromessi. 
Tutto quel genere di musica era per me un offesa ai geni immortali che l'avevano creata.
Si cresce, fortunatamente e si scoprono nuove prospettive, si sviluppano nuovi gusti e si realizza che però il Bach swingato da les Swingles Singers, è una gran figata, che i Beatles eseguiti dalla London Simphony Orchestra fanno venire i brividi, che le divagazioni jazz di Stefano Bollani su temi classici da Mozart a Verdi hanno il potere di  mandarmi in estasi, ma anche che Marilyn colorata come una scatola di pastelli a cera da Andy Warholl ha il suo perché. 
Ho scoperto il significato di cover: non smetto mai di sorprendermi di come certe canzoni meravigliose siano state così bene ed intensamente rilette da abili esecutori, da aver perso mordente nella loro versione originale. 
Avete presente "Knockin' on Heavens door" dei Gun N Roses o la meravigliosa Over the Raimbow dall'ukulele di IZ Kamakawiwo'ole, giusto per citarne un paio?
La libera interpretazione così come la rilettura personale in musica è una pratica abituale, comunissima, che io ammiro moltissimo. 
La mia convinzione è che in musica nulla si possa più inventare o scrivere (a parte roba dodecafonica inascoltabile ed incomprensibile) e che tutto ormai sia stato già scritto. 
Alla fine le note sempre 7 sono
Così ben vengano tributi, libere interpretazioni e riletture dei grandi classici fatti con il cuore, in un omaggio sentito e sincero agli autori originali.
Stessa cosa penso della cucina. 
Mi capita spesso di vedere la ricetta come uno spartito su cui sono scritte molte note. 
Che c'è di male se presa dal trasporto, mi escono trilli, abbellimenti, acciaccature o glissati? Il cibo e la musica, sono fatti per trasportarci in un altro luogo, per accarezzarci lo spirito, consolarci e divertirci. Lasciamoci portare.
La vita non è già troppo seria così?  
Allora io mi preparo una Taieddhra Blues! 
Christian, mi rivolgo a te vincitore del tuo primo MTC. 
Ma che buglione mi hai scatenato? E proprio la Taieddhra dovevi scegliere? Naturalmente scherzo! ;) 
Su questo blog non è un segreto il mio amore sincero per la Puglia che considero la mia seconda casa. 
Tutto grazie a mio suocero, di Palo del Colle, che non ha mai smesso di trasmettere a sua moglie, molisana ed ai figli, il suo attaccamento alla terra di Puglia. 
E di questo amore ne parlo qui, e qui, e qui, e qui, e qui.......
Insomma, l'idea di preparare la Taieddhra o Tiella come la conosco io, mi procura grande gioia. 
Una ricetta monumentale che racconta molto di un popolo. 
La mia libera interpretazione segue passo passo l'originale e ci infila alcune svisature blues come le erbe aromatiche di stagione, un meraviglioso caciocavallo podolico del Gargano, una manciata di agretti per uno spunto di freschezza ed una buona dose di predisposizione alla risata tipico della bella gente di Puglia. 
Ingredienti per 6 persone:
300 gr di riso Roma
2 patate medie (io ho usato patate novelle)
6 pomodori Piccadilly 
mezza cipolla di Tropea
800 gr di cozze (peso senza guscio)
un mazzetto di agretti ( o Barba di Frate - c.ca 100 gr puliti)
un ciuffetto di origano fresco
un ciuffetto di basilico
qualche rametto di timo limoncello
mezza zucchina (per decorare)
40 gr di caciocavallo podolico fresco grattuggiato 
40 gr di parmigiano grattuggiato
Olio extra vergine Terre d'Otranto
1 litro di fumetto di pesce 
Pulire bene il guscio delle cozze con un raschietto ed eliminare il bisso come spiega chiaramente Christian qui, e aprirle secondo la sua procedura. Raccogliere l'acqua delle cozze in una ciotola in cui depositerete anche il frutto di mare eliminando i gusci. 
Pelate le patate ed affettatele sottilmente a mano o con una mandolina.
Lavate i pomodori ed e affettateli. 
Pulite e lavate gli agretti. 
Pulite ed affettate la cipolla. 
Condite tutte le verdure con un filo d'olio.
Versate un filo d'olio nella Tiella o nella pirofila quindi disponete la cipolla a coprire il fondo. Successivamente disponete garbatamente le fettine di cipolla seguite da i pomodori. Cospargete i pomodori con le foglioline di origano fresco e basilico.
Disponete gli agretti in uno strato sottile e spargete sugli agretti il timo limoncello. 
Fate uno strato sottile di riso, precedentemente sciacquato in acqua fredda, e non preoccupatevi se vi sembrerà poco perché il riso crescerà in cottura. 
Sul riso disponete un altro strato di pomodorini con il basilico e l'organo, quindi copriteli con le cozze disposte ordinatamente su uno strato.
A questo punto io ho versato il fumetto di pesce (ho utilizzato il brodo di pesce preparato in abbondanza per la Fideuà e conservato in congelatore) miscelato con metà dell'acqua delle cozze. 
Ho tenuto una metà di questo liquido da parte.
Spolverare la superficie con metà parmigiano e metà caciocavallo quindi proseguire con un altro strato sottile di agretti, coperto dalle fettine di patate.
Per decorate ho tagliato a fettine sottili una mezza zucchina e l'ho disposta sulle patate. 
Una spolverata generosa dei due formaggi ha completato il tutto. 
Versare il resto del liquido a filo dell'ultimo strato di verdure e irrorare generosamente con olio extravergine Terre d'Otrano. 
Fare cuocere a 160° per 1h30, alzando la temperatura a 200° gli ultimi 15 minuti per dorare la superficie. 
Fate riposare la tiella almeno 10 minuti prima di servirla. In questo modo sarà più compatta e potrete porzionarla meglio. 
Personalmente trovo che calda sia buona ma tiepida assolutamente irresistibile. 
Con questa ricetta sono felicissima di partecipare all'MTC di maggio con la Taieddhra di Christian

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lunedì 19 novembre 2012

Da grande farò la contadina. Io e l'orto dei sogni!

Secret Garden - Bruce Springsteen
Io vivo in Toscana in una delle più belle province d'Italia. 
Sono ufficialmente una persona fortunata. 
La mia casa è un appartamento di 69 mq all'interno di un complesso costruito con edilizia popolare. Terzo piano, vista bellissima e due grandi terrazzi che d'estate moltiplicano lo spazio abitabile e che per una famiglia di tre persone con ambizioni goderecce, sono di gran conforto. 
Il mio "orto" è una fioriera larga un metro e lunga quasi tre in cui cresco erbe aromatiche di ogni genere con mia enorme soddisfazione, ma verdure neanche a parlarne. 
Il mio orto.......dissolvenza, musica in sottofondo, cambio di scena.
Eccovi nel mio orto, quello che avrò da grande, quando i viaggi saranno un lontano ricordo e per lavoro farò la contadina. 
Vi ci porto volentieri, seguitemi, perché questo orto esiste davvero, le foto lo testimoniano, ma come ogni amore impossibile che si rispetti, non sarà mai mio. 
Siccome ho vissuto tutta la vita a Siena con una propensione sviscerata verso la Puglia, il mio orto è a sud, molto più a sud di qui. 
Giusto al termine dell'incantata Valle d'Itria, alle porte di Fasano, dove tutto cresce come in un giardino dell'Eden. 
La mia casa è di pietra bianca, con il tetto piatto e luccicante nel sole in estate. Grande, molto grande perché intorno a me non possono mancare familiari e amici in ogni periodo dell'anno. 
Gli olivi incoronano la casa e la proteggono dagli sguardi dei curiosi. Gli olivi sono il simbolo della nostra casa e la fonte dell'olio meraviglioso che produciamo ogni anno, con olive raccolte a mano, anticipando i tempi affinché non cadano e rovinino definitivamente questo prezioso nettare con troppa acidità. 
Gli alberi di frutta abbondano: precoche, albicocche, prugne, sontuosi fichi d'estate, melograni, mandorle, cachi e pere in inverno. Il Signore non è stato avaro con questa terra.

La casa è antica, lo so, ma la sua bellezza sta nel segno del tempo. Lasciamo che fiori e piante avvolgano la pace del giardino, aiutandoli soltanto a mantenere la grazia e la gentilezza di un "ordine" naturale. D'altronde loro erano lì prima di noi ed è giusto che restino i padroni del luogo.
Faccio la contadina. 
Le preoccupazioni principali della mia vita adesso, sono se e quando pioverà; che la mosca non attacchi il mio oliveto; che animali selvatici non pasteggino sui miei fiori di zucca e con le mie carote; che l'estate non sia troppo arida come spesso qui succede. 
Niente cellulare, niente computer, qualche dolore alla schiena e mani sempre sporche. 
Un totale, completo, esaltante senso di libertà e comunione con la terra. 



Il ritmo della mia vita segue le stagioni e le necessità dell'orto
Ogni giorno c'è tanto da fare e a tavola si portano solo i prodotti che ci regala la terra, trasformati con amore in piatti semplici e completi. Il nostro olio, i nostri pomodori, le nostre zucchine, zucche e melanzane, i nostri cavolfiori, broccoli, fave e cicoria. Ogni stagione è una festa per il palato. 
Non produciamo vino, non abbiamo animali. Ma le masserie intorno a noi possono rifornirci di ogni bene! E poi le mozzarelle e i fiordilatte qui sono tra i più buoni mai assaggiati!
D'estate trovo anche il tempo di godermi il meriggio ed il canto delle cicale oziando nella nostra piccola pozza o dondolando con un libro sull'amaca. 
Se allungo un braccio, riesco persino a prendere un frutto dall'albero. 
E' una vita faticosa e piena di insidie ma volete mettere? 
Ho tutto quello che mi serve e la mia camera tiene fuori il mondo intero, custodendo solo notti amorose e serene. 
Questo è il luogo dove vivrò quando sarò una contadina. 
Nei periodi di raccolta sarò felice se vorrete venire. Tutto quello che prenderete, lo porterete via con voi! 
PS - Tutte le foto appartengono a questo magico posto di cui forse un giorno vi svelerò il nome. Ho avuto la fortuna di visitarlo qualche tempo fa durante uno dei miei soliti peregrinare. E mi ha rubato il cuore per sempre. 
Tornando alla realtà con un piede nella mia fantasia, tutto questo è per Sabina, la mia carissima amica di Cook n' book, che si è inventata un gioco stupendo e che per un momento mi ha fatto volare davvero lontana. 
Vivendo idealmente in Puglia, non potevo che pensare ad una pasta fatta in casa, magari a dei cavatelli che preparo sempre volentieri grazie al passaggio di testimone di mia suocera Molisana. I cavatelli si fanno anche in Puglia, ma più grandi di quelli molisani ed in questo caso ho pensato di colorarli con una delle verdure di stagione del mio magnifico orto, cime di rapa, che spesso accompagnano gli strascinati ma anche i cavatelli stessi. 
Questa volta, le cime di rapa le ho messe nei cavatelli ed ho pensato di condirli semplicemente con delle mazzancolle freschissime, appena saltate nella mia polpa pronta fatta in casa, il tutto morbidamente avvolto da una passatina di lenticchie che ben si sposa con la dolcezza dei crostacei. Un bel filo d'olio extravergine Terre d'Otranto ed il piatto è completo. Ci starebbe bene anche un po' di piccante per chi ama il genere, ma la mia propensione di gusto si dirige verso ingredienti che non coprano con la loro personalità tutto il resto. Quindi uso pochissimo il peperoncino. 
Ecco la ricetta dei miei Cavatelli verdi su passatina di lenticchie e mazzancolle. 
Per 4 persone:
Per i cavatelli:
200 gr di farina di semola rimacinata
100 gr di cime di rapa (le cimette e le foglie più tenere) peso da cotte. 
un pizzico di sale
acqua q.b.
Per il condimento
12 mazzancolle fresche
100 gr di lenticchie di Castelluccio
1 carota piccola
1 cipolla piccola
1 un gambo di sedano piccolo
100 gr di polpa pronta (io ho usato la mia
olio extra vergine
1 spicchio d'aglio
sale - pepe 
Preparate le lenticchie. Fate un battuto di cipolla, carota e sedano, quindi lavate bene le lenticchie. Fate dorare il battuto in 3 cucchiai di oli extra vergine e versatevi le lenticchie e 2 cucchiai di polpa pronta. Mescolate bene per farle brillare quindi aggiungete acqua fino a coprirle. Salate e fate cuocere a fuoco medio per c.ca 45 min. Le lenticchie di Castelluccio sono piccole e tenere e cuociono velocemente. Controllate spesso l'acqua ed aggiungetela se dovesse assorbirsi. Le lenticchie devono restare brodose. 
Preparate i cavatelli. Lessate le cime di rapa quindi mettete in un bicchiere da mixer a immersione con 3 cucchiai della loro acqua e frullate fino ad ottenere una purea molto liscia. Se necessario aggiungete acqua quanta. 
Mettete la farina a fontana su una spianatoia. Al centro versate il purea di cime di rapa ed il pizzico di sale quindi cominciate ad incorporare la farina, aggiungendo acqua fino a quanta ne incorpora la farina. Impastate a lungo con energia, almeno per 10/15 minuti fino a che non otterrete una palla liscia. Copritela con una ciotola e lasciatela riposare per una ventina di minuti. 
Per la preparazione dei cavatelli guardate qui

In una larga padella antiaderente fate profumare l'olio con uno spicchio d'aglio e versatevi un bicchiere di polpa pronta. Fate insaporire bene e salate, quindi aggiungete le mazzancolle che avrete precedentemente sgusciato ed a cui avrete eliminato il filo intestinale. Fate saltare qualche istante quindi tenete da parte. 
Cuocete i vostri cavatelli in acqua bollente salata e scolateli quando saranno saliti in superficie (assaggiate comunque per sentire la cottura). 
Frullate le lenticchie con il mixer a immersione ed un po' della loro acqua, e versate la passatina a specchio sui piatti.
Scolate i cavatelli e fateli saltare nel condimento con le mazzancolle. 
Disponete la pasta sulla passatina, decorate con le mazzancolle e servite irrorando con generosità con Olio extra vergine Terre d'Otranto. 
Con questo post partecipo con grande piacere al contest di Sabina in collaborazione con il Club delle Cuoche "Voglia d'Orto - Maramao perché sei morto?"