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lunedì 6 luglio 2020

Galette di amaretti alle pesche e cioccolato: il mio primo video

You're the best thing - Style Council 
Oggi una intro breve breve per presentarvi una novità. 
Niente di che, sia chiaro, ma nel periodo della quarantena ho speso parte del mio tempo libero a sperimentare l'idea di realizzare piccoli video delle mie ricette. 
Lavoro ingrato perché non ne so assolutamente nulla: a parte qualche video live girato sui social mentre vado in giro, qualcosa di simile, con organizzazione, luci, musica e montaggio tutto fatto in casa, era per me qualcosa di inimmaginabile. 
Ci ho provato e ve lo lascio qui. E' la procedura per fare la ricetta di questa deliziosa galette di stagione. 
Se avrò più tempo in futuro, magari ci riproverò. Voi ditemi se vi è piaciuto. Ma anche se vi ha fatto schifo, che dalle critiche si impara sempre. 
Una buona giornata a tutti amici. 



Ingredienti per 6 persone 
200 g di farina 00
60 g di zucchero semolato superfine
50 g di amaretti ridotti in polvere. 
un pizzico di sale
125 g d di burro tagliato a pezzetti
2 tuorli leggermente battuti
100 g di cioccolata al 70% tritata grossolanamente
5 pesche Nettarine a giusta maturazione, con la buccia. 
1 o 2 cucchiai di zucchero demerara per rifinire
Poco latte per spennellare. 
  • Per prima cosa fare la pasta. Con una frusta o una forchetta, miscelate la farina, lo zucchero, la farina di amaretti ed il sale nella ciotola di un mixer. Trasferite nel mixer ed aggiungete il burro e con il pulse frullate per ottenere una consistenza briciolosa. Aggiungete i tuorli, poco alla volta pulsando dopo ogni aggiunta per ottenere un'impasto rustico. Potrete fare l’intera operazione a mano. 
  • Versatelo su una spianatoia, impastate brevemente e date la forma di un disco. Coprite con pellicola e fate raffreddare per 30 minuti.
  • Nel frattempo preriscaldate il forno al 180° e mettete una teglia all'interno a scaldare.
  • Stendete l'impasto fra due fogli di carta da forno in un cerchio di c.ca 32 cm di diametro. Con cautela togliete il foglio superiore. Utilizzando una ciotola o un coperchio come guida, segnate (facendo attenzione a non tagliare) una circonferenza di c.ca 22 cm di diametro nel centro dell'impasto.
  • Cospargete la cioccolata all'interno del cerchio piccolo. Affettate le pesche e sistematele con grazia sulla cioccolata. Piegate i lembi della frolla verso l'interno, plissettando e premendo delicatamente per ottenere un bel bordo via via che lavorate.
  • Spennellate con il latte e cospargete l'impasto e la frutta con lo zucchero demerara. Velocemente fate scivolare la galette con il foglio di carta da forno sulla teglia calda e cuocete per 30 minuti fino a che non sia dorata e croccante sotto.
  • Servite ancora calda magari accompagnata con una pallina di gelato alla vaniglia. 

lunedì 9 settembre 2019

Torta di prugne con Armagnac e noci: se solo me ne fregasse qualcosa.

Lady don't mind - Talking Heads
Ok, per pubblicare questa ricetta ci ho messo esattamente due anni.
La ragione non è né la mancanza di tempo, né la qualità della ricetta che se devo pronunciarmi, è assolutamente strepitosa.
Il problema è un altro, di cui mi imbarazzo solo a confessarlo - ma adesso lo faccio - con un impeto di liberatorio menefreghismo: il problema sono le foto.
Non mi sono piaciute e non mi piacciono tutt'ora. 
Sono mal fatte, piene di errori a partire dall'esposizione, il fuoco e la nitidezza ed una lista lunga che non starò qui ad elencare per rispetto alla vostra intelligenza. 
Questo per farvi capire come 'sta faccenda delle foto abbia e stia condizionando buona parte del mio impegno nei confronti del blog.
Perché se da una parte scrivere non mi mette fatica, non mi crea ansia né tensione, fotografare si, tantissimo. 
Intendiamoci: amo la fotografia, follemente. 
Ma fotografare il cibo è un'altra cosa. 
Tanto sono rilassata e giocosa quando scatto in viaggio e con gli amici, tanto sono schizofrenica e incazzosa quando fotografo il cibo. 
Mi stanco dopo dieci minuti. 
Tutto sto togli e metti, e sposta e gira perché la luce cambia, e scherma e alza, e pulisci perché il pannello è piombato sul piatto, e ricomponi il piatto perché il pannello ha spatasciato la fetta, e li mortacci de sto treppiede dove inciampo quaranta volte al minuto....
Uccidetemi.
Scarico sul computer la fatica del mio lavoro e 90 volte su 100 non ce n'è una che mi piaccia seriamente. 
Al che, ho in archivio una quantità di ricette meravigliose e buonissime che mai vedranno la luce su questo blog. 
Perché stavolta allora ho pubblicato? 
Semplicemente per cogliere l'occasione di sdoganare la mia insofferenza al dover produrre foto belle per attirare l'attenzione qui sopra,  così da farvi scattare la voglia di cucinare, per rispetto di chi legge o guarda o semplicemente cerca una buona ricetta ben presentata. 
Non è quello che tutti dicono? Nel foodblogging quello che più conta è una bella foto. 
Ecco, se solo me ne fregasse qualcosa. 

E' tempo di prugne quindi quale migliore occasione di provare un dolce davvero speciale?
Prima che decidiate di buttarvi nella preparazione di questa torta, alcune piccole raccomandazioni:
- Le prugne: devono essere preparate un giorno prima affinché assorbano l'aroma del liquore. Lasciatele in ammollo tutta la notte e sarà perfetto.
- Il dolce è fantastico servito tiepido e lo stesso giorno che lo preparate. Dura tranquillamente fino a 3 giorni ma abbiate occhio di riscaldarlo un poco prima di servirlo.
- La ricetta è tratta dal libro Sweet di Ottolenghi e Helen Goh, ormai un feticcio di questo blog.

Ingredienti per uno stampo a ciambella da 23 cm di diametro

250 g di prugne denocciolate e ridotte in quarti
100 ml di Armagnac (o Brandy)
la scorza di una arancia non trattata finemente grattugiata
300 g di farina 00 setacciata
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 cucchiaino di bicarbonato
1/2 cucchiaino di sale
200 g di burro non salato a temperatura ambiente + extra per imburrare
200 g di zucchero
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
2 uova grandi a temperatura ambiente
230 g di panna acida (crème fraiche) tolta dal frigo 30 minuti prima di usarla
zucchero a velo per rifinire

Per il crumble di noci
40 g di light brown sugar (si può sostituire con del muscovado)
2 cucchiaini di cannella in polvere
40 noci tritate grossolanamente
un pizzico di sale
  • Mettete le prugne in una ciotola con l'Armagnac (o il brandy) e la scorza d'arancia. Coprite la ciotola con pellicola e lasciate riposare a temperatura ambiente durante la notte, mescolando un paio di volte prima di utilizzarle. 
  • Preriscaldate il forno a 200°. Imburrate lo stampo ed infarinatelo. 
  • Preparate il crumble combinando tutti gli ingredienti e tenete da parte. 
  • Setacciate la farina, il lievito e bicarbonato ed il sale in una larga ciotola e tenete da parte.
  • Montate il burro con lo zucchero con una frusta elettrica o nella planetaria fino a che non avrete un composto soffice, leggero e gonfio.  Aggiungete la vaniglia quindi le uova, una alla volta, battendo bene per incorporare ed aggiungendo la seconda solo quando la prima è ben amalgamata. Ripulite le pareti della ciotola con la spatola ad ogni aggiunta. 
  • Adesso è tempo di inserire la farina e la panna acida. Dovrete farlo in tre tempi, alternando farina e panna, cominciando e finendo con la farina, in modo che l'impasto si stabilizzi e prevenga l'effetto "cagliata"
  • Togliete la ciotola dal mixer ed aggiungete le prugne con il loro sciroppo alcolico, incorporandole delicatamente con una spatola .
  • Versate metà dell'impasto nello stampo quindi cospargete il crumble di noci e ricoprite con il rimanete. Fate cuocere per 50/55 minuti e fate la prova stecchino, che dovrà uscire ben asciutto. 
  • Fate raffreddare 10 minuti su una griglia quindi capovolgetelo sul piatto di servizio. Spolveratelo di zucchero a velo solo al momento di servire. 


venerdì 19 maggio 2017

Cestini croccanti con mousse alla bottarga e fragole: gioie e dolori del condomio

It's oh so quiet - Bjork 
Da mesi ormai, dormo pochissimo e di un sonno al limite della veglia.
Ho una stanchezza talmente calcificata che alle 14.00 del pomeriggio, puntualmente, comincio ad avere strane visioni, mi si ribaltano gli occhi nelle orbite ed ho piccole crisi di narcolessia, vale a dire mi addormento mentre scrivo o faccio qualsiasi altra cosa.
Ieri, dopo una mattinata stremante in macchina, sotto il primo caldo della stagione, una volta a casa mi sono concessa mezz'ora di pennica tra le due e le tre del pomeriggio.
Ho steso le gambe sul divano e mente appoggiavo la testa sul cuscino, ho provato una sensazione di tale immensa beatitudine che ho pensato mi avesse baciata la Madonna.
Peccato che qualche attimo dopo, il Diavolo in persona ha trovato il mio numero di telefono e mi ha chiamata.
Riposare il pomeriggio per me è impensabile, visto che il cellulare squilla in continuazione (e non posso spegnerlo, il mio lavoro non me lo consente).
Arrivo alla sera che ho un portamento da "non morta".
Dopo cena mi sdraio sul divano e spero in qualche bel film, di quelli da guardare in famiglia, forieri di bei sogni. E puntualmente mi addormento.
Normale, direte voi. Impossibile, dico io.
Nella vita non mi sono MAI addormentata davanti ad un bel film né generalmente davanti alla tele. Piuttosto me ne vado a letto, perché nonostante sia bello lasciarsi cullare dal blaterare ipnotico del tubo catodico, quando ti risvegli pensi che devi ancora fare tutto e prepararti per la notte.
Ma quando arriva il meraviglioso momento del letto (ahhhh benedetto chi l'ha inventato), e spengo la luce, la consapevolezza di vivere in un condominio si fa agghiacciante.
Immediatamente ricordo che ho dei vicini sordi forte, tanto che il volume del loro televisore raggiunge decibel da drive in.
Vicini sordi e nottambuli perché non vanno mai a letto prima della mezzanotte.
Ed il bello è che quando vanno a letto, manifestano la loro stanchezza lanciandosi in sbadigli che metterebbero in soggezione Shreck ed altri mostri della laguna.
Prima di dormire devono raccontarsi tutta la giornata e la sventura vuole che il capofamiglia abbia la voce di un pastore maremmano (il cane) a cui è scappato il gregge.
Bofonchia a tutto volume, risbadiglia, ribofonchia e poi, finalmente, decide di dormire.
Fino alle 5.45, quando si risveglia con un urlo/sbagliglio che fa vibrare la parete della camera da letto (ebbe si, è adiacente alla nostra), e ricomincia a bofonchiare con la moglie fino alle 7.00, quando, inutilmente, suona la mia sveglia.
Capirete come nonostante tutto, dormire non sia un atto automatico né scontato e che la stanchezza influisca anche sulla voglia di cucinare.
Oggi infatti, per la bellissima Giornata Nazionale delle Fragole, all'interno del Calendario del Cibo Italiano, avrei potuto preparare qualsiasi cosa.
Anzi, ero determinata a ripostare una crostata stupenda fatta agli albori del blog, e di cui sono andate perse le foto quando ho rifatto il layout.
E' la "Nera con fragole" che vi invito a provare, perché se la crostata al cioccolato di Knam vi ha fatto piangere di commozione, questa vi farà ululare di piacere. Garantito.
Ma non l'ho fatta, perché all'ultimo momento mi sono sentita tonica come un budino.
Zero voglia di accendere il forno, zero fantasia.
Per cui oggi vi beccate una NON RICETTA, nata dalla svogliatezza e dalla mancanza di fantasia, e da ingredienti che in genere ho sempre in frigo.
E se vi lamentate ancora che non è facile, vi mangio in un boccone come questi cestini:
Ingredienti per 4 persone

150 g di robiola di capra freschissima
50 ml di panna fresca
3 cucchiaini di bottarga di cefalo in polvere
150 g di fragole fresche
1 piccolo mazzetto di timo limonato
fiocchi di sale agli agrumi
pepe nero macinato fresco
Olio extravergine d'oliva Oliena Dop
1 cucchiaino di aceto balsamico

 2 confezioni di cestini croccanti in pasta di pane (comprati all'IKEA :D)
  • NOTA BENE: QUESTO FINGER VA FATTO E SERVITO, QUINDI PREPARATE MOUSSE E FRAGOLE IN ANTICIPO E RIEMPITE I CESTINI SOLO AL MOMENTO DI SERVIRE PER EVITARE CHE SI "SMOLLINO". 
  • Lavate le fragole sotto acqua corrente, senza togliere il picciolo, per evitare che si rovinino, quindi asciugatele. Eliminate il picciolo e scegliete le fragole dello stesso calibro, non troppo grandi. Tagliatele a fettine spesse 5 mm.  
  • Preparate una vinaigrette con 3 cucchiai di olio extravergine ed il cucchiaino di aceto balsamico. Sbattete bene con una forchetta. Mettete le fragole in una ciotola e versatevi sopra il condimento. Mescolatele bene con delicatezza in modo da condirle. Tenete da parte. 
  • Mettete la robiola in una ciotola e con un cucchiaio mescolatela in modo da renderla cremosa. Aggiungete la bottarga, le foglioline di timo limone, il pepe macinato, due cucchiai di olio extravergine e mescolate il tutto molto bene per renderlo omogeneo. Evitate di salare perché la bottarga lo è di per sé. Inoltre finirete il tutto con fiocchi di sale. 
  • Montate la panna ben ferma quindi incorporatela al composto di robiola. Con delicatezza mescolate l'insieme ed assaggiate. La panna tende ad addolcire il tutto quindi, se necessario aggiungete altra bottarga. Dovrete andare un po' a sentimento, assaggiando il tutto prima di finire il finger. 
  • Mettete la mousse in un sac a poche con bocchetta a stella, e riempite i cestini facendo strabordare la mousse di mezzo cm, decorate con una fettina di fragola ed un capo di timo limonato. Completate con una macinata di fiocchi di sale agli agrumi. 
  • Servite immediatamente, accompagnandolo come ho fatto io, con un Franciacorta Vigna Dorata Satèn a giusta temperatura. Al momento sto sviluppando dipendenza da questo meraviglioso Chardonnay in purezza prodotto a due passi dal Lago D'Iseo. Molto aromatico, con un ricordo di fiori d'arancio e pesca, ma fresco e minerale in bocca.  E' davvero perfetto per un aperitivo fra amici, ma adatto anche a tutto pasto su piatti leggeri e di non grande struttura. 



lunedì 19 settembre 2016

Confettura di pere Carmen con vaniglia, anice e cannella: la sindrome della formica.

Grace - Jeff Buckley 
Ho la sindrome della formichina. 
Ultimamente sento il bisogno di riempire la dispensa con cose fatte da me.
Che puntualmente finisco per donare ad amici e familiari perché niente è buono se non è condiviso.
La colpa è tutta dei miei "omini" di fiducia, i produttori della Coldiretti da cui mi rifornisco settimanalmente.
Ormai mi conoscono e ogni volta divento vittima di proposte indecenti, come l'ultima, una cassetta di pere Carmen pronte per essere trasformate.
Il bello è che mi comprano con l'offerta speciale - "Signora, le do una cassetta da 3 chili per 1 euro e 50. Sono le ultime se ci vole fa' la marmellata" -
Che è un po' come sventolare un panno rosso davanti a un toro: e chi resiste!
Torno a casa carica di pere, senza avere alcuna idea di come utilizzarle.
Apro il frigo ed noto il pecorino di Oliena, il Blu di capra, il provolone delle Monache appena arrivato da Venafro, il caciocavallo Ragusano stagionatissimo, tutti che mi osservano con sguardo minaccioso ed indagatore, quasi a dire: ma te la dai una svegliata?
Ok, dai, ci faccio una confettura tutta per voi! Poi dite che non vi voglio bene!
Il lavoro più ingrato è mondare la frutta. Soprattutto perché le pere mature non hanno alcuna intenzione di farsi stringere fra le mani.
Fino a che non ho visto l'intera quantità di pere sbucciate ed affettate, non mi sono provata ad assaggiarle.
Ho fatto bene, perché il sapore di queste Carmen, chiamate anche "le pere estive", così succose e zuccherine, è la fine del mondo: ricorda quello delle Williams, con quel finale deliziosamente acidulo, ma la pasta è più soda e compatta e nella maturazione non si ammorbidiscono tantissimo.
Sono stata tentata di addentarne una bella manciata, ma ho preferito desistere.
Questa confettura è per i miei formaggini!
Per ulteriori consigli su come realizzare una confettura buona, non ossidata e perfetta, vi rimando a questo post scritto non troppo tempo fa.
Sempre secondo il metodo della meravigliosa Christine Ferber
Ingredienti per c.ca 10 vasetti da 200 g
2 kg di pere Carmen
700 g di zucchero
il succo di un limone
1 mela matura
1 bacca di vaniglia
1 bacca di anice stellato
1 stecca di cannella
  • Sbucciate le pere e la mela e riducetele a fettine sottili
  • Versatele nella bassina insieme allo zucchero, il succo di limone e le spezie (incidete la bacca di vaniglia e spargete i semi nella frutta). Mescolate bene il tutto, coprite con pellicola e lasciate in macerazione al fresco per 3/4 ore o per tutta la notte.
  • Il giorno successivo, filtrate lo sciroppo che si sarà formato separandolo dalla frutta, quindi versatelo nella bassina insieme alle spezie e portatelo ad ebollizione fino a 121°. In caso non possediate un termometro, potrete osservare le bolle che si formano al centro della pentola, grandi e trasparenti come il vetro. 
  • Se vi piace una confettura cremosa, questo è il momento di usare un mixer a immersione, con cui potrete frullare parte della frutta. 
  • Versate la frutta con cautela nello sciroppo e proseguite la cottura a fuoco medio/vivace mescolando di tanto in tanto.  La confettura sarà pronta in 35/40 minuti
  • Invasate ancora bollente nei vasetti sterilizzati, tappate con cura e capovolgeteli. Lasciate raffreddare completamente in modo che si formi il sottovuoto, in genere 8/10 ore. 
  • Conservate al fresco ed al buio per 12/24 mesi. Perfetta con i formaggi stagionati ed erborinati ma anche in tartelette con caprino e noci. Usate la fantasia. 

lunedì 5 settembre 2016

Confettura di pesche bianche e salvia ananas: il potere dei gesti ripetuti.

Amarantine - Enya
Se la testa va per conto suo ed i pensieri scappano impazziti come formiche da un formicaio calpestato da piede crudele, c'è un unico modo per riprendere in mano la situazione.
Che ovviamente è diverso per ognuno di noi, ma alla fine è simile ed è la ricerca di un ritmo che si accosti il più possibile a quello del battito del cuore.
Un cuore calmo ovviamente.
Io mi rifugio nei gesti ripetuti.
Lenti, conosciuti, sicuri.
Azioni che potrei eseguire ad occhi chiusi ma che nel loro identico susseguirsi, hanno un potere ipnotico e rassicurante in grado di trascinare con sé e sgombrare la mente dal casino più totale.
Di un'estate di cui vorrei cancellare traccia, resteranno perciò decine di vasetti di confettura deliziosa, profumata e discreta come un'amica a cui confidi un amore o un dolore, che tanto è lo stesso.
Il paradosso sta proprio nell'osservare come la difficoltà del vivere raggiunga la sua catarsi sbucciando una pesca succosa e cercando di impedire che i suoi pezzi ti sfuggano dalle dita come pesci guizzanti.
La lama del coltello sfiora più volte i polpastrelli ma il segreto per evitare di provarne i denti, è la lentezza, l'occhio che si aggrappa al disegno della buccia vellutata rimossa dalla polpa.
Il ritmo costante dei pezzetti che cadono nella bassina, le bolle che increspano lo sciroppo di zucchero trasparenti come vetro, il cucchiaio di legno che rotea lento nella materia rovente e la placa per un istante, per poi ricominciare.
Sento i pensieri sciogliersi nello zucchero come la polpa delle pesche e prego che non mi vengano restituiti quando spalmerò quel nettare su del pane fresco.
Una cassa di pesche bianche ancora calde di sole mi è arrivata dalla Puglia, la metà già sofferente per il viaggio.
Nonostante il caldo allucinante di questi giorni, ho deciso che non le avrei perse e le avrei trasformate in confettura.
Per quanto io ami le pesche mangiate nature, con tanto di buccia, la confettura non mi entusiasma.
In genere la trovo troppo dolce e poco personale.
Le pesche bianche che ho avuto in dono sono magnifiche: una polpa candida ed un cuore acceso di un rosso purpureo. Un sapore pieno, zuccherino, armoniosamente acidulo.
Mi hanno conquistato immediatamente ed ho deciso che le avrei sposate a della salvia ananas, che da dono splendido da parte dei miei amici Jury e Daniela, è diventata un cespuglio rigoglioso sulla mia terrazza delle erbe aromatiche.
La Salvia Ananas (Salvia Rutilans) prende il suo nome dall'ammiccante profumo di ananas che sprigiona una volta strofinata fra le dita.
E' splendida se usata nelle macedonie, nei cocktail ghiacciati, in qualche crema sorprendente, ma anche nella preparazione di chutney o liquori. Ho studiato l'argomento perché inventarmi come usare un cespuglio di tali dimensioni ci vuole fantasia.
In più è bellissima all'aspetto: foglia ovale allungata e coperta di peluria non urticante, ha un colore verde bottiglia accesso ed in autunno i vertici si riempiono di fiori allungati di un rosso appassionato.
Con le pesche bianche è un matrimonio d'amore: provare per credere. Io ne sono conquistata.

Ingredienti per 4 vasetti da 220 g c.ca
1 kg di pesche bianche al netto di buccia e noccioli
300 g di zucchero
il succo di mezzo limone
10 foglie di salvia ananas
Sbucciate le pesche un un coltello dalla lama a seghetto e tagliatele a pezzi grandi staccando accuratamente la polpa dal nocciolo.
Una volta pulita tutta la frutta, tagliatela a pezzi piccoli quindi pesatela.
Mettete la frutta nella bassina in cui la cuocerete (o in una larga ciotola), aggiungete lo zucchero,  6 foglie di salvia ananas.
Mescolate bene e coprite con una pellicola.
Tenete al fresco per tutta la notte. Durante questo tempo le pesche rilasceranno una grande quantità di succo e assorbiranno l'aroma della salvia.
Il giorno dopo, scolate le pesche attraverso un setaccio, raccogliendo bene lo sciroppo formatosi.
Versate lo sciroppo nella bassina, eliminate le foglie di salvia ed accendente il fuoco a fiamma sostenuta.
Fate ridurre lo sciroppo per c.ca 20 minuti e quando raggiungerà la temperatura di 105° (controllate con un termometro da zucchero), potrete versare la frutta nello sciroppo, facendo molta attenzione a non alzare schizzi. Aggiungete il succo di limone.
Se amate la confettura a pezzi, potrete proseguire la cottura abbassando a fiamma media, fino a che la confettura non si sarà addensata alla consistenza che preferite (non vi serviranno più di 20/30 minuti). A me piace che sia morbida e bella spalmabile.
Se invece preferite una confettura più cremosa (come piace a me), prima di versare la frutta nello sciroppo, potrete passarne 2/3 nel passaverdure oppure utilizzare un mixer a immersione, riducendo parte delle pesche in purea.
Proseguite poi la cottura come indicato sopra, schiumando via via per ottenere una confettura limpida e lucida.
Ricordate che la lunga cottura ossida la frutta, scurendo inevitabilmente il bel colore delle pesche (nel mio caso la confettura ha un bellissimo colore rosa antico) e indurendola.
Con il raffreddamento poi, la confettura diventa ancora più dura.
Quando sarà pronta, inserite una foglia di salvia ananas sul fondo dei vasetti  che avrete precedentemente sterilizzato e versatevi la confettura ancora bollente.
Chiudeteli con cura e capovolgeteli su un foglio di carta di giornale.
Coprite i vasetti con un canovaccio in modo che non prendano luce e lasciate raffreddare completamente prima di capovolgerli nuovamente (meglio tutta la notte).
Conservate il luogo fresco e buio e consumate entro l'anno.
Ho preparato questa ricetta con il metodo di Christine Ferber, che preserva la frutta dall'ossidazione e dall'eccessiva cottura.

venerdì 10 luglio 2015

Precoche sciroppate: ricordo di vacanze laboriose e felici.

Always the sun - The Stranglers
Come diligenti formichine, affrontiamo l'estate lavorando alacremente per imprigionare i sapori del sole e delle cose buone che questa stagione meravigliosa ci mette a disposizione.
E' faticoso, è impegnativo, è fonte giornaliera di incasinamento e botte di calore.
Eppure i nostri barattoli sono lì, belli in fila e pronti ad accogliere i frutti del nostro indefesso lavoro.
All'orecchio vi confido che una volta tanto vorrei essere "cicala" e stare spaparanzata al sole cantando la mia gioia oziabonda.
Le pesche sono un frutto capace di trascinarmi indietro nel tempo, alle vacanze che passavo con la mia famiglia all'Ansedonia.
Trascorrevamo il mese di agosto in una tenuta a poca distanza dal mare.
Un luogo incantevole con una ricco frutteto.
Il nostro soggiorno coincideva con la maturazione dei frutti per cui anche noi bambini aiutavamo i grandi a raccogliere le pesche, le lavavamo improvvisando guerre d'acqua in giardino ed alla fine eravamo i primi ad assaggiare le pesche pronte per essere versate nello sciroppo o la marmellata bollente da invasare.
Erano pesche rosse, così profumate e succose che credo di non averne più mangiate di così buone.
La pelle si toglieva incidendo con un'unghia alla fossetta del picciolo, e veniva via docile senza rompersi, lasciando il frutto nudo, perfetto, lucido e ancora caldo di sole.
Con un coltello e facendo molta attenzione, dividevamo le pesche a metà e queste si staccavano croccanti dal nocciolo che cadeva pulito e asciutto nel piatto.
Il resto passava alle mamme che procedevano alla cottura.
Ricordo che per ogni tre pesche sbucciate, la quarta finiva nella mia bocca, sgocciolando generosa lungo il mento ed attirando stormi di api pronte a gettarsi su quel nettare profumato.
Il divertimento di partecipare a quella catena laboriosa ci faceva sentire grandi e indispensabili. L'attenzione durava molto più del normale, ma il premio finale era troppo ghiotto.
Pagherei perché mia figlia avesse ricordi del genere.
Le pesche cotogne o precoche come le chiamano al sud, non sono così facili da trattare.
Purtroppo la loro buccia è ostinatamente attaccata alla polpa e vanno necessariamente pulite con uno spelucchino.
Inoltre il nocciolo è radicato nel cuore del frutto ed anche lì bisogna avere pazienza e scavare con la lama al fine di recuperare più polpa possibile.
Ma il loro sapore è unico e ricorda davvero tutto il sole dell'estate.
Quello che vi lascio è il procedimento per sciroppare le precoche utilizzato dai miei parenti in Puglia. E queste pesche arrivano proprio da lì.

Ingredienti per 3 vasi da 500 ml
PESCHE COTOGNE (PRECOCHE) SCIROPPATE
1 KG DI pesche cotogne o precoche a metà maturazione
440 g di zucchero
1 litro d’acqua
1 baccello di vaniglia
1 bicchierino di ruhm

Prendete le pesche e pelatele accuratamente con uno spelucchino. 
Tagliatele poi a pezzi grandi, spicchi o metà, anche se sarà difficile staccarle dal nocciolo.
In un litro d’acqua fate bollire lo zucchero con il baccello di vaniglia inciso sulla lunghezza per almeno 10 minuti fino a quando non si formeranno delle bolle grandi in superficie.
A questo punto versateci le pesche, il ruhm e fate bollire per non più di 5 minuti.
Prendete dei vasi grandi distillati in precedenza, in cui potrete mettere tutte le pesche.
Filtrate velocemente lo sciroppo e riempite i vasi comprendo bene le pesche. Chiudete ermeticamente.
Lasciatele al buio e fresco per almeno 3 mesi.
Potrete consumare le pesche e conservare lo sciroppo come bagna per dolci e farciture.

lunedì 1 settembre 2014

Settembre ricomincia con ThreeF

The sweetest thing - U2
Considerando l'estate appena passata, fatta di bombe d'acqua (e non gavettoni), temporali al limite del nubifragio, vento inarrestabile, grandine e si, anche neve, probabilmente il mese di Settembre che sta appena cominciando, ci riserverà giornate calde e temperate dal colore dorato.
Dico probabilmente perché gli ultimi mesi ci hanno provato che nulla, mai va dato per scontato quando si parla di meteo.
In ogni caso, se avete nostalgia di calore e cercate l'evasione dalle rogne del maltempo, ci ha pensato la Redazione di ThreeF a creare l'atmosfera perfetta per imprigionare la bellezza dell'estate.
Tra le pagine del numero di Settembre, che potrete sfogliare a partire da oggi, c'è tutta la fantasia e creatività delle amiche in materia di recupero e trasformazione.
Nulla si spreca e tutto si rinnova, sempre con un occhio attento alla stagionalità ed al sapore, al gusto.
Immagini come sempre bellissime ed evocative, con il tocco minimale e delicato che contraddistingue lo stile di ThreeF.
Inoltre potrete scoprire qualcosa delle persone che da ormai 7 numeri, lavorano dietro lo quinte di questo piccolo gioiello. Le tre F misteriose che per la prima volta si presentano a voi.
Scaricate e sfogliate il numero 7 di ThreeF e buona lettura a tutti.

sabato 8 marzo 2014

Pain perdu con composta di lamponi al timo per UnLampoNelCuore

Sono passati 20 anni.
Un'eternità.
Un giorno.
Avevo da poco aperto la mia attività. Mi sarei sposata di lì ad un anno.
Due dei miei soci avevano portato la Bosnia nel nostro ufficio, curando la redazione di un libro che raccoglieva storie dell'assedio di Sarajevo scritte da grandi giornalisti italiani. Quel poco che so della Bosnia, l'ho appreso da quelle pagine, trasudanti orrore, indignazione, lacrime, stupore, speranza.
E molto altro che noi tutti, così lontani ma paradossalmente vicini a quella terra, non potremo mai veramente capire fino in fondo.
Incomprensibile come le guerre. Difficile come riuscire a leggere le parole di Annamaria sulle donne di Bratunac senza provare uno strappo terribile e subito dopo poter credere alla possibilità di una rinascita, di un riscatto.
Ma la speranza non muore, così come non cede la forza delle donne, il loro spirito indomito che ha insito nel profondo una primaria e grande missione: quella di dare la vita.
Di creare, e non parliamo solo di figli, ma di opportunità, di coraggio, di piccole e grandi imprese, di tappeti volanti verso il futuro.
In questa giornata ipocritamente dedicata all'altra metà del cielo, come se non esistesse altra occasione per celebrare la forza delle donne, centinaia di blogger colorano di rosso lampone l'etere, ricordando come le meravigliose donne di Bratunac siano ripartite da lì, da un piccolo frutto di bosco per rimettere insieme i pezzi delle loro vite e della loro dignità.
L'emozione con cui partecipo a questa iniziativa è difficilmente quantificabile.
Ma si fonde ad un prepotente senso di orgoglio e privilegio derivato dalla consapevolezza che l'etere moltiplica le voci di chi vuole farsi sentire, e di voci oggi se ne levano tante, in uno stupendo coro di sorellanza.
Con questa iniziativa, i food blogger che aderiscono a "unlamponelcuore" intendono far conoscere il progetto "lamponi di pace" della Cooperativa Agricola Insieme , nata nel giugno del 2003 per favorire il ritorno a casa delle donne di Bratunac, dopo la deportazione successiva al massacro di Srebrenica, nel quale le truppe di Radko Mladic uccisero tutti i loro mariti e i loro figli maschi. 
Per aiutare e sostenere il rientro nelle loro terre devastate dalla guerra civile, dopo circa dieci anni di permanenza nei campi profughi, è nato questo progetto, mirato a riattivare un sistema di microeconomia basato sul recupero dell'antica coltura dei lamponi e sull'organizzazione delle famiglie in piccole cooperative, al fine di ricostruire la trama di un tessuto sociale fondato sull'aiuto reciproco, sul mutuo sostegno e sulla collaborazione di tutti. 
A distanza di oltre dieci anni dall'inaugurazione del progetto, il sogno di questa cooperativa è diventato una realtà viva e vitale, capace di vita autonoma e simbolo concreto della trasformazione della parola "ritorno" nella scelta del "restare".
Aiutiamo le donne di Bratunac acquistando i Lamponi di pace e le confetture della Cooperativa Agricola Insieme. 
In onore di queste donne, ho voluto scegliere una ricetta dal nome simbolico: il pain perdu. 
Un nome che mi ha sempre affascinato per il suo suono dolce e malinconico: pane perduto. 
Un pane che in realtà non si è mai perso, e che trova nella sua seconda vita, il suo momento migliore. Esattamente come le donne di Bratunac, che tornano a nuova vita ritrovando il loro posto nella loro terra.
Il pain perdu è un'invenzione francese ma fa parte di quell'immensità di ricette di recupero in cui il pane è protagonista. 
La sacralità di questo alimento fa si che non si possa pensare di disfarsene gettandolo quando orami vecchio e indurito.
I francesi sono maestri nella preparazione di pani speciali e di alta pasticceria e siccome il pan brioche è un misto fra i due, di certo era impensabile di sprecare una cosa così buona solo perché passata.
Allora che fare? 
Un goccio di latte, uova, burro e via che una fetta di pane raffermo si trasforma nella colazione perfetta. 
Accompagnato da una composta aromatica di lamponi, poi, è assolutamente l'estasi. 
Si parte ovviamente dalla preparazione del pan brioche, per il quale ho utilizzato una ricetta che non prevede zucchero. 
Non volevo un pane dolce, ma una brioche fragrante, morbida e lievemente profumata di miele. 
Per l'aroma, la composta di lamponi si prenderà tutto il merito. 
Ho usato una ricetta molto bella trovata qui, che ho modificato leggermente. 
Un lievitato maestoso, che vi darà un'incredibile soddisfazione. 
Ingredienti per uno stampo a cerniera rotondo da 26 cm di diametro
Per il pan brioche 
350 g di Manitoba
350 g di farina 00
10 g di lievito di birra
350 g di latte parzialmente scremato
120 g di burro a temperatura ambiente
2 uova grandi a temperatura ambiente
1 cucchiaio di miele millefiori + 1 cucchiaino
un tuorlo 
un cucchiaio di latte
un cucchiaino di sale
Per la composta di lamponi 
250 g di lamponi
100 g di zucchero a velo
1 rametto di timo
1 cucchiaino di succo di limone
Per il pain perdu (per 4 persone)
1 uovo
250 ml di latte
1 cucchiaio di zucchero
4 fette di pan brioche 
1 cucchiaio di burro
PREPARATE IL PAN BRIOCHE
Intiepidite il latte e scioglietevi dentro il lievito di birra ed il cucchiaino di miele
Attendete 10 minuti affinché il lievito si attivi. Quando avrà fatto la schiumina in superficie, sarà pronto
Nella ciotola della planetaria miscelate le due farine.
Formate una fontana e cominciate a versare il latte con il lievito ed attivate la planetaria con il gancio a bassa velocità. 
Impastate e continuate a versare il latte fino ad esaurirlo. 
Impastate per qualche minuto poi aggiungete il sale quindi il primo uovo.
Impastate fino a che non è incorporato bene, poi aggiungete il secondo.
Continuate ad impastare qualche istante, poi aggiungete il miele.
Quando anche questo sarà incorporato, cominciate ad aggiungere il burro a fiocchetti piano piano continuando ad impastare a velocità media, fino ad esaurimento del burro.
Lasciate che la planetaria lavori l'impasto per almeno una decina di minuti, fino a che si staccherà dalle pareti lasciandole lucide e pulite, ed avrà una consistenza liscia ed elastica. 
Io ho smesso di impastare solo quando l'impasto ha superato la prova del velo
Mettete l'impasto in una ciotola oleata e fatelo lievitare per un paio d'ore coperta con una pellicola (io l'ho messa in forno con la luce accesa).
Una volta raddoppiato il volume dell'impasto, rovesciatelo su una spianatoia e sgonfiatelo con delicatezza, quindi impastatelo a mano per qualche minuto.
Ricavate un rotolo che dividerete in 3 pezzi di uguale peso. 
Allungate ogni pezzo cercando di ottenere 3 cilindri lunghi c.ca 50 cm, unite i tre capi ed intrecciateli con delicatezza.
Dopo aver imburrato la tortiera, sistematevi la treccia di pasta brioche facendo combaciare l'inizio e la fine della vostra treccia.
Rimettete la tortiera in forno con la luce accesa e lasciate lievitare ancora per non meno di un'ora. 
Quando toccando l'impasto, questo riprenderà la sua forma velocemente senza lasciare impronta, sarà pronto per la cottura.
Spennellatelo bene con un tuorlo d'uovo sbattuto con un po' di latte, quindi mettetelo in forno a 180°C per 35/40 minuti. 
Quando sarà ben dorato e gonfio, togliete da forno e lasciate raffreddare una decina di minuti su una griglia.
Toglietelo dallo stampo e fatelo raffreddare completamente. 
Per il pain perdu utilizzate delle fette di pan brioche di almeno 2 giorni.
Preparate la composta di lamponi, mettendo i lamponi in un pentolino dal fondo spesso insieme allo zucchero ed al limone. Quando lo zuccherò sarà sciolto, aggiungete le foglioline di timo strappate dal rametto.
A fiamma bassa, fate cuocere per 15 minuti, fino a che non otterrete una composta lucida e fluida.
Fate raffreddare.
Sbattete l'uovo con il latte e lo zucchero in una scodella.
Mettete la fetta di pan brioche nel composto liquido ed immergetela su tutti e due i lati per qualche istante.
Fate sciogliere il burro in una padella antiaderente a temperatura media quindi aggiungete le fette di pane facendole cuocere per 2 o 3 minuti fino a quando non saranno dorati e fragranti.
Ancora caldi sistemateli sui piatti di servizio e versatevi la composta aromatica. Mangiate subito.
La composta si conserva ottimamente per oltre una settimana in contenitori ermetici. 

mercoledì 11 settembre 2013

Risotto al sidro, con fichi e pancetta di cinta croccante: la saggezza del fico.

The sweetest thing - U2
I fichi sono un'altra delle mie macchine del tempo. 
Nella tenuta dove sono cresciuta a due passi da Siena, Settembre era un mese costellato da infinite attività. 
L'estate terminava con lunghe passeggiate lungo le siepi di rovo che popolavano il viale di cipressi secolari e si immettevano nel bosco. 
Si raccoglievano le more. 
Mia madre riempiva cestini di vimini, io e mia sorella le nostre bocche di bambine cresciute senza conoscere il significato della parola "merendina". 
More grandi come chicchi d'uva, succose e spesso arse dal sole, il che non era certo una benedizione per i nostri giovani intestini. 
Ogni tanto scappavamo inseguite da serpenti frustoni, disturbati dal nostro pesticciare nell'erba alta, e non era raro imbattersi in vipere addormentate al sole, il cui ricordo ha tormentato i miei sonni in più di una notte. 
Finite le more, toccava all'albero di fico più grande della fattoria. 
Potevamo arrampicarci anche sui rami più alti, grazie ad un muretto che si affacciava proprio a metà altezza. 
Grondava di frutta e di api festanti. 
Non ricordo di aver mai mangiato fichi deliziosi come quelli...ma forse era il senso di avventura a rendere tutto assolutamente irresistibile. 
Ricordo che un'estate, una delle amiche più grandi che capeggiava questi raid fruttiferi, mangiò così tanti fichi da farsi venire la febbre. 
Quell'albero perse per lei ogni romanticismo.
La pianta di fichi ha costellato la mia infanzia, è stata una presenza saggia, silenziosa, nei ricordi delle vacanze trascorse al lago, così come nei racconti di mio padre bambino, che come me, si arrampicava sull'albero di fioroni come un pirata sull'albero maestro. 
L'albero di fichi di mio padre cresceva in un paese che adesso non esiste più, ed il suo nome fa parte del mito della mia storia familiare: Fontefredda. 
Ci sono stata, molto tempo fa, e le case abbandonate erano ormai popolate dalla vegetazione: parietaria, rovi e rigogliose piante di fico, affacciate alle finestre sgarrupate, come dame malinconiche in attesa di una serenata. 
Questa ricetta ha quasi un anno e non ho mai avuto l'occasione di pubblicarla fino ad oggi.
La potete trovare sul libro "Cucina Italiana 2.0", di Roberta D'Ancona, in cui è presente anche il mio piccolo contributo.  
L’idea è partita da un bicchiere di sidro e da alcuni fichi freschi appena colti. Perché non farci un bel risotto? Il riso è molto versatile e decisamente buono con la frutta, dalle fragole ai mirtilli e pure con il melone. 
Anche qui un assaggio della mia terra, con questa pancetta di Cinta Senese, che diventa bella croccante e regala un perfetto contrasto sapido alla delicatezza dei fichi e all’acida dolcezza del sidro. 
Ingredienti per 4 persone
330 gr di riso Carnaroli
1 piccola cipolla
4 fichi freschi
100 gr di pancetta di Cinta Senese tagliata sottile
50 gr di Pecorino di Pienza grattugiato
mezzo bicchiere di sidro
Olio Extra vergine d’oliva
Brodo vegetale
Tagliate finemente la cipolla e fatela rosolare in una casseruola antiaderente, in 3 cucchiai di olio. Quando la cipolla è dorata, versate il riso e fatelo brillare qualche istante mescolando continuamente. Alzate la fiamma quindi versate il sidro e continuate a mescolare fino a che non sarà evaporato. Cominciate la cottura aggiungendo il brodo vegetale con un mestolo e mescolate di tanto in tanto.
Allo stesso tempo, su una piastra antiaderente, fate cuocere la pancetta senza altri grassi, fino a che non sia bella croccante. Toglietela e ponetela su carta assorbente, tamponando l’unto in eccesso.
A metà cottura aggiungete 1/3 della pancetta sbriciolata ed i fichi sbucciati e ridotti a pezzettini. Continuate la cottura mescolando ed aggiungendo il brodo quando necessario. Quando il risotto sarà all’onda, toglietelo dal fuoco ed mantecatelo con il pecorino ed un filo di olio extra vergine. Impiattatelo e cospargete sulla superficie la pancetta sbriciolata e croccante. Servite subito.
Accompagnatelo da un bel bicchiere di sidro freddo. 

venerdì 22 marzo 2013

Sarò mai abbastanza matura? Filetto di maiale alla salvia e uva bianca e nera

Sweet Dreams (are made of this) - Eurythmics
E' successo di nuovo. 
Ancora quel sogno. 
Che poi più che un sogno mi sembra la più terribile delle realtà. 
Mi risucchia in uno stato di agitazione tale che mi dura per giorni e purtroppo è un sogno ricorrente che si presenta puntuale ogni qualvolta mi trovo in periodi di stress o tensione. 
I sogni ricorrenti sono 3 nella mia vita. 
Il primo sono i serpenti. Tanti, di tutte le dimensioni, arrotolati tra loro, pericolosissimi e velenosi.
Il secondo sono i denti che mi cadono (e questo è veramente terribile perché sento chiaramente i denti staccarsi dall'alveolo e cadermi sulla lingua). 
Il terzo, ma ovviamente non quello di minore importanza, lui: l'esame di maturità! 
Non ridete, la cosa è serissima
Voi penserete forse che il mio inconscio mi faccia ripetere l'esame in sogno. Sbagliatissimo. 
Magari fosse così: il mio esame di maturità è stato bellissimo
Per la legge di Murphy, sono stata la prima tirata a sorte tra tutta la scuola. Notte prima degli esami trascorsa a piangere come una deficiente perché il cervello aveva dato forfait e si rifiutava di ricordare un concetto che fosse uno, la più piccola nozione: stop, il black out totale. 
E la mattina presto classico attacco di colite da panico (che si ripeterà puntuale con tutti gli esami successivi affrontati nella mia vita). 
Ma all'orale fui gagliardissima. 
Ero completamente sfatta dalla notte insonne e sfiancata dalla colite, ma avevo l'adrenalina a mille ed ho parlato ininterrottamente per un'ora e un quarto, perché la Commissione doveva impostare i tempi d'esame essendo io la prima. 
Solo che io non volevo più andarmene. 
Avevo messo il turbo, correggevo il membro di inglese perché mi aveva fatto una osservazione mentre parlavo, tenevo banco. Più che una studentessa, sembravo una che si era appena fatta di qualche stupefacente. 
La sala d'esame, piena delle mie compagne e delle alunne delle altre classi, nonché dei miei professori, mi accolse in trionfo all'uscita. 
Una giornata che non dimenticherò mai, anche perché alle cinque del pomeriggio dello stesso giorno ero già al mare, con una gioia difficile da descrivere. 
Allora perché questo sogno
Perché sogno di dover rifare l'esame con la convinzione che il mio non sia valido
Non sto scherzando. Avete presente il film "Immaturi", in cui un manipolo di sfigati si ritrova coinvolto in un difetto di procedura e deve ripetere l'esame di maturità dopo vent'anni? Vi giuro che qualcuno ha rubato la mia paura. 
Io faccio questo sogno da sempre: ritornare a scuola e ristudiare tutte le materie, affrontare tutte le prove, le interrogazioni, i test, gli scritti semplicemente perché il mio esame non è valido. 
La cosa più assurda è che mentre sto scrivendo, l'ipotesi stessa mi piace, perché ho sempre amato studiare e amavo la scuola. 
Magari poterlo fare ancora. 
Però nel sogno tutto è terribile. Mi sale un'angoscia che mi stritola perché so che devo fare tutto questo continuando la mia vita com'è adesso, quindi lavorando e studiando per l'esame di Maturità. Nel sogno la mia scuola è terribile: per raggiungere la mia classe devo arrampicarmi su per una scala di legno stile medievale, al limite della precarietà e salire molto in alto (altra paura, l'altezza). Insomma, un vero incubo. 
Mio Dio quanto tempo è passato. 
La Maturità, una parola che al solo pronunciarla scatena tremori ed emozioni ineguagliabili. 
Io lo so che tutte voi conservate un ricordo fortissimo di questo momento. 
Lo so perché è così e mi piacerebbe sapere com'è stata la vostra. 
Ma poi, ci affrancheremo mai dalla nostra Maturità? 
Io probabilmente no, il mio sogno me lo conferma.



Tanto per arrivare sereni al week end, vi stresso con le mie paturnie, che denotano l'instabilità mentale della sottoscritta. 
Per farmi perdonare vi lascio la ricetta perfetta per l'arrosto della domenica. Una ricetta facile, deliziosa, assolutamente non impegnativa anche per chi, come me non è una grandissima preparatrice di carne. 
Ma questo filetto mi piace moltissimo ed il risultato è assolutamente gustoso. Non è una ricetta di stagione semplicemente perché l'ho preparata lo scorso settembre e la potete trovare sul libro "La cucina Italiana 2.0", di Roberta d'Ancona, appena uscito nelle librerie per la Giunti Editore. 
Un libro molto interessante che vi consiglio di leggere perché effettua un'analisi della realtà "foodblogger" nei giorni nostri. La nascita del fenomeno attraverso la bocca di chi lo vive e le ricette di 22 abili blogger italiane, tra cui, grande orgoglio, anche la sottoscritta. 
Non ve lo perdete. 
Tornando alla ricetta, al posto dell'uva potrete utilizzare altri tipi di frutta, in particolare mele o prugne secche, o un misto delle due. 
Un classico della cucina toscana. Le mele ci vanno a nozze, ma l’uva per me è stata una scoperta molto intrigante. Ho potuto notare che piace molto a mia figlia, quindi è un piatto adattissimo anche ai bambini.
Il maiale nella frutta fa festa!

FILETTINO DI MAIALE ALL’UVA BIANCA E NERA

Ingredienti per 4 persone
600 gr di filetto di maiale
100 gr di uva bianca tipo Italia
100 gr di uva rossa tipo Cardinal
1 bicchierino di Cointreau
20 gr di burro
2 cucchiai di olio extra vergine
½ limone
qualche foglia di salvia
sale – pepe bianco
Cospargere generosamente di sale il filetto, massaggiandolo su tutta la superficie. Aggiungere una bella macinata di pepe e massaggiare ulteriormente. Disporre le foglie di salvia sulla superficie, quindi arrotolare il filetto con lo spago da cucina, cercando di fermare le foglie di salvia opportunamente.
Far fondere a fiamma media il burro con l’olio in una casseruola che possa contenere tutto il filetto. Far rosolare bene la carne su tutti i lati fino a che non sia bella dorata quindi alzare la fiamma e bagnare con il liquore. Una volta evaporato, bagnare con un mestolino di acqua bollente e far cuocere a fiamma bassa per almeno 25/30 minuti, coperto. Passato questo tempo, aggiungere gli acini d’uva lavati e la buccia grattugiata del limone. Continuate a cuocere per 5/8 minuti fino a che noterete che la buccia degli acini comincerà a incresparsi. Togliete dal fuoco. Fate riposare la carne per almeno 10 minuti prima di tagliarla e servitela con l’uva, il suoi succhi ed una tempura di verdurine.
Ottimo se accompagnato da un vino rosso secco, Morellino di Scansano DOC.