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martedì 15 marzo 2016

Torcet e Bicerin per la Settimana Nazionale dell'Unità d'Italia: Torino ed i caffè che hanno fatto la Storia d'Italia.

Torino - A. Venditti 
Il 17 marzo si festeggia il compleanno della nostra Italia.
Non è una festa nazionale, tanto che si celebra ogni cinquantenario ed il prossimo (2061) non potrò proprio raccontarvelo.
La data è così misconosciuta, che in questa giornata è più facile vedere gente vestita di verde folletto celebrare S. Patrizio dietro un boccale di Guinness, che sentir parlare di Unità d'Italia.
Per questa ragione, con l'Associazione Italiana Food blogger, il Calendario del Cibo Italiano celebra per un'intera settimana, la Cucina dell'Unità d'Italia, ricordando attraverso alcuni piatti emblematici, un momento cruciale della nostra storia.
Vi invito a questo proposito, a leggere lo splendido post scritto da Giulia Robert autrice del blog Alterkitchen, Ambasciatrice della Settimana, che ha dipinto in maniera magistrale il panorama storico e gastronomico dell'Italia Risorgimentale.
Perché se è vero che all'epoca vi era chi spianava la strada al concetto di "Suolo Patrio" attraverso brecce e combattimenti alla baionetta, vi era anche chi prendeva decisioni strategiche seduto comodamente in meravigliosi caffè in stile liberty, sorbendo corroboranti bevande accompagnate da ogni delizia.
Questo è uno degli aspetti che mi ha sempre affascinato di questo periodo storico.
Se si vuole fare un salto a ritroso nel tempo visitando una città come Torino, cuore pulsante del Risorgimento italiano, non si possono trascurare i suoi caffè storici.
Durante il mio primo viaggio in questa città, una quindicina di anni fa, ho avuto la fortuna di essere invitata dall'Ufficio di Promozione Turistica e di poterla scoprirla insieme a chi la vive.
Ricordo che erano i famigerati "giorni della merla": dietro un cielo terso e azzurrissimo, si stagliavano le Alpi innevate che grazie alla rifrazione, sembravano a portata di mano.
Il freddo intenso costringeva i nostri ospiti a fare delle tappe in luoghi caldi per ritemprarci, e strategicamente erano stati scelti i caffè risorgimentali.
La prima tappa fu dedicata al Caffè San Carlo, affacciato sull'omonima piazza considerata il "salotto buono" della città: specchi, stucchi, fregi dorati in art deco', tappezzerie in velluto rosso, cristalli e imponenti lampadari, sale e salette di uno charme ed un eleganza senza fine (il "gabinetto cinese" è un piccolo gioiello).
Non so se fui più impressionata dalla ricchezza degli ambienti o dal parterre des rois che gravitò in quei locali: Cavour, D'Azeglio, Lamarmora, Giolitti, Einaudi, alcuni dei nomi.
Forse Alessandro Dumas trovò qui ispirazione per uno dei suo avventurosi romanzi dopo aver sorseggiato il suo primo "Bicerin".
Di certo Gramsci qui concepì l'idea dei "Ordine Nuovo".
Poco distante vi è un'altro caffè spettacolare: Il Caffè Torino, aperto solo i primi del novecento, è diventato presto uno dei luoghi più amati dai torinesi e dalla mondanità internazionale e negli anni '50 era il punto di incontro di nomi del Jet Set cinematografico: da Ava Gardner a Brigitte Bardot, da James Stewart a Erminio Macario.
Anche solo facendo il giro dei caffè storici di Torino, si può scoprire la città attraverso uno speciale punto di vista, che è quello delle delizie che qui vengono servite.
Uno dei miei preferiti e che in questo momento è chiuso per restauri, è il Caffè Platti, su Corso Vittorio Emanuele, frequentato all'epoca da Cesare Pavese.
Mentre al Florio, rifugio di Gozzano, ho il ricordo di un bellissimo pomeriggio trascorso in compagnia di Giulia, Alessandra e tanta cioccolata, dopo aver girato a lungo per trovare un tavolino che ci ospitasse.
Al Mulassano, dov'è nato il "tramezzino", ho fatto colazione con frolle e tramezzini al salmone sentendomi quasi una regina, ma il posto che non posso dimenticare è lui, il mitico "Al Bicerin".
Io, che mi aspettavo un locale imponente sulla scia dei precedenti, mi sono ritrovata in un buchino che a malapena ospita una decina di tavolini tondi per due: boiserie eleganti ma sobrie, scaffali carichi di caraffe in cristallo contenenti confetti di ogni forma e colore, un'atmosfera ovattata e fuori dal tempo.
Il caffè non è centralissimo e merita una bella passeggiata.
Di fronte al Santuario della Consolata, era il caffè prediletto da Puccini, che abitava proprio nei pressi, ma anche Cavour, che adorava la bevanda che ha dato il nome al caffè, spesso trascorreva qui il suo tempo libero (c'è ancora il tavolino a cui si sedeva).
Dalla sua nascita, nel 1763, "Al Bicerin" ha subito una sola modifica ai primi dell'800 e da allora ha mantenuto integro il suo aspetto, testimoniando la tradizione delle cioccolaterie torinesi del XIX secolo.
Senza alcuna pretesa di insegnarvi come si prepara un Bicerin (la ricetta è tenuta segreta dai proprietari da secoli), ho voluto giocare "alle signore" e per questa occasione ho preparato i tradizionali "Torcet", biscotti secchi tutto burro originari delle valli di Lanzo, da servire con la celebre bevanda.
Ho cercato a lungo una ricetta che mi convincesse perché ho un ricordo chiaro del sapore e della consistenza di questi dolcetti, che all'assaggio assomigliano ad un misto fra frolla e sfoglia, friabili e leggeri da sembrare sfogliati.
Fra tutte le paste secche servite nei caffè Torinesi, garibaldin, briciolan, parisien, crocion, michette, ecc, i Torcet, Torchietti o universalmente Torcetti, sono i miei preferiti.
Sarà per la loro modestia, la non eccessiva dolcezza e l'inebriante sapore del burro, ma li trovo irresistibili e ringrazio proprio Giulia per avermi fornito questa ricetta attraverso la quale ho ritrovato quel sapore e quella fragranza.
Se vi consiglio di non dimezzare la quantità di ingredienti è perché non potrete fare a meno di finirvi da sole la prima placca una volta tolti dal forno.
Vi prego, fateli raffreddare e contenetevi.
Creano una fortissima dipendenza.
Il Bicerin è una bevanda a base di cioccolata, caffè e crema di latte (panna semimontata e non dolcificata).
Secondo la tradizione (e sta qui l'abilità nel preparare un Bicerin perfetto), i tre strati devono essere perfettamente separati e l'uso è di servire il tutto in bicchierini di vetro per consentire la vista di questi 3 livelli di godimento.
La cioccolata deve essere sufficientemente densa e cremosa per sostenere il caffè espresso senza inglobarlo mentre la panna deve essere leggera e sufficientemente spumosa per consentire al cucchiaino di attraversarla senza difficoltà e raggiungere i due strati inferiori morbidamente. 
Pare semplice eh?
Non avendo la ricetta, sono andata per sperimentazione ed ho preparato una cioccolata/ganache, facendo sciogliere 70 g di cioccolata fondente al 50% e tritata finemente, dentro 40 ml di panna scaldata fino a farla fremere.
Ho lasciato la cioccolata riposare qualche istante mentre preparavo il caffè (moka).
Ho mescolato bene la cioccolata fino ad ottenere una crema fluida e lucida.
Ho montato 25 ml di panna fino ad una consistenza spumosa ma ferma.
Ho versato la cioccolata in due bicchierini coprendone i primi  2/4.
Aiutandomi con un cucchiaino, ho versato il caffè sopra la cioccolata per 1/4 del bicchiere facendo attenzione a non versarlo tutto nello stesso punto per non creare un buco al centro della cioccolata.
In ultimo ho versato con molta delicatezza la panna fino al bordo del bicchierino.
Come primo esperimento, niente male.
Ingredienti per c.ca 80/100 torcetti
500 g di farina 00
250 g di burro morbido di ottima qualità
10g di lievito di birra fresco
30 g di zucchero semolato (un cucchiaino per il lievito)
100 g di latte (o birra a scelta)
un cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
zucchero di canna Demerara a cristalli grandi per rifinire
In una ciotolina sciogliete il lievito nel latte tiepido con un cucchiaino di zucchero. Lasciate attivare.
Intanto setacciate la farina e con lo zucchero fate una fontana nella ciotola dell'impastatrice.
Al centro mettete il burro morbido quindi aggiungete il latte con il lievito una volta attivo ed impastate a velocità media per ottenere un composto omogeneo simile ad una frolla.
Avvolgetelo in una pellicola e fatelo riposare 30 minuti (non in frigo).
Su una spianatoia tagliate dei pezzi di impasto e ricavate dei bastoncini lunghi e sottili come matite (cresceranno in cottura quindi non fateli troppo spessi), e tagliateli alla lunghezza di 10/12 cm.
Adesso su un lato della spianatoia versate un mucchietto di zucchero demerara e rotolatevi dentro i bastoncini e richiudeteli formando la tradizionale goccia.
Sistemateli su una placca ricoperta da carta da forno.
Riscaldate il forno a 180°.
Prima di infornare picchiettate i torcetti con un pennellino bagnato (questa operazione aiuterà la caramellatura dello zucchero) e fate cuocere per 15/18 minuti, ruotando la teglia a metà cottura.
Toglieteli quando avranno raggiunto un bel colore caramello.
Continuate così fino al termine dell'impasto.
Fate raffreddare bene quindi conservate in scatole ermetiche.
Si conservano a lungo e migliorano nel tempo.

UNA RACCOMANDAZIONE:
- Usate del burro molto molto buono. Non fateli con il primo che vi capita fra le mani.
- Non dimenticate il passaggio con il pennello inumidito
- Conservateli in maniera che non prendano aria.
- Cercate di manipolarli il meno possibile quando li formerete.
- Non aggiungete zucchero alla ricetta. Quello è più che sufficiente.


venerdì 7 novembre 2014

Salone del Gusto 2014: la differenza la fanno le persone.

People - B. Straisand
Il Salone è passato in un lampo.
Lo abbiamo aspettato due anni e come tutte le cose belle che si attendono con palpitazione, è durato il tempo di un attimo.
Nella concitazione del momento, fra i chilometri macinati nel ventre di padiglioni senza fine, riesco a mettere insieme dei pensieri soltanto ad acque ferme.
L'emozione sedimenta e resta a galla una sorta di consapevolezza di una banalità disarmante.
Quella stessa che ci accompagna in ogni ambito della nostra vita e che governa le meraviglie della scienza, della tecnologia, di ogni progresso e di ogni scoperta.
Di ogni bontà che troviamo sulle nostre tavole, o tra le foglie di un albero da frutto, nei chicchi di una  spiga di grano e tra i granelli di sale.
La differenza la fanno le persone.
La differenza la fanno le persone.
Hai voglia a parlare di qualità, di eccellenza, della meraviglia di un territorio, della ricchezze di certe aree geografiche e della bontà di certe produzioni.
Hai voglia a parlare di rivoluzioni alimentari, di salvaguardia di prodotti speciali, antichi, rari, sconosciuti, recuperati.
Hai voglia di parlare di cibo sano, di consumo sostenibile, di fame e abbondanza.
La differenza la fanno le persone.
Per ogni meraviglioso filo di extravergine che verserai sul tuo piatto, per quella farina così speciale, profumata e perfetta, per ogni scaglia di quel formaggio che ti porta in bocca il sapore del fieno e delle valli, per ogni frutto della terra, così saporito e sorprendete per il quale ti chiederai "perché non posso trovarlo così anche a casa mia", sappi che la differenza l'ha fatta lui, l'uomo che ha lottato per averlo.
A nulla serve la perfezione della natura senza l'intervento intelligente e rispettoso dell'uomo, senza il suo lavoro incessante, senza la sua ricerca ed il suo sforzo, senza la sua saggezza e lungimiranza.
A nulla servono macchine, strumenti, tecnologia senza una testa dominata da un sogno e da un bisogno.
Per questo il mio sguardo al Salone di quest'anno si è fermato molto più sulle persone che sui prodotti.
Perché questi ultimi sono figli dei primi e non serve a nulla sapere che esistono mille specie diverse di mele se non c'è nessuno che si preoccupa di coltivarle con cura, preservarle al meglio ed portarle sul banchetto di un mercato.
Dentro al Salone mi è sembrato fosse presente una gigantesca concentrazione di questa saggezza e lungimiranza.
Una volontà che non si arrende ad un mondo che corre verso tutt'altra direzione e che in tutta risposta serra i denti nello sforzo e le mani intorno ad un badile.
Dopo aver raccontato i 10 prodotti che avrei voluto trovare al Salone, sintetizzo qui la mia esperienza a Torino per la quale non smetterò di essere grata a Garofalo e Unforketable, il bellissimo progetto costruito intorno alla scuola di Niko Romito (grazie Emidio a te e a tutta la tua meravigliosa banda di entusiasti).
Ho potuto osservare i giovani chef lavorare senza la minima emozione di fronte ad una platea di astanti curiosi e concentrati e mi sono divertita a raccontare un ingrediente nobile come l'acciuga (di cui poi magari vi parlerò in un post a parte).
Adesso ci provo con i dieci sorprendenti incontri al mio ultimo Salone. In ordine rigorosamente causale.
1. L'AGLIO ROSSO DI NUBIA
Non ridete.
Quando ho sentito il nome Nubia, per deformazione professionale ho pensato all'Egitto.
Mai mi sarei aspettata di fare un errore così grossolano. Questo aglio è italianissimo, anzi, per meglio dire, sicilianissimo, per la precisione della zona di Trapani.
Alla vista è di una bellezza intrigante. Io, che detesto cordialmente l'aglio ma che ovviamente non mi esimo nell'usarlo (in maniera parca) quando cucino, ho avuto il desiderio di toccarlo ed annusarne l'intenso profumo.
La testa è rotonda, compatta, quasi perfettamente sferica e non bitorzoluta come l'aglio che siamo abituati a trovare nella grande distribuzione. Tosto, bello con quella sfumatura violetta che emerge dalle tuniche interne nascoste da un velo candido. Viene raccolto a giugno, intrecciato con arte in trecce grandissime (con oltre 100 teste l'una), e così venduto. Dura molti mesi in perfetto stato.
Il suo sapore è intenso, decisamente superiore alla media ed è impiegato con generosità in alcune tra le più rinomate ricette di quest'area, tra cui il pesto alla trapanese e nel celebre cuscus di pescato.
2. IL CACIOCAVALLO DI CIMINA'
Formaggi. Tanti, troppi.
Vi dico che in tre giorni di Salone ho assaggiato più formaggi che qualsiasi altro tipo di alimento.
Perché io amo qualsiasi cosa esca da un caseificio, il mio frigorifero è una riserva inesauribile di cacini ed in questa speciale classifica, vi renderete conto che la mia è una passione malata.
Parliamo di Calabria e di un formaggio a pasta filata che abitualmente si consuma molto giovane, a pochi giorni dalla produzione.
La tradizione locale lo vuole tagliato a fette e cotto sulla griglia, ma attraverso Slow Food (questo caciocavallo è protetto dal presidio) i produttori hanno cominciato a mettere in commercio forme più grandi destinate a stagionature prolungate. Il latte utilizzato per la produzione di questo capolavoro, che gustato fresco ricorda l'erba appena tagliata mente stagionato vira verso la nocciola, è quello di vacche podoliche che vivono allo stato brado e si alimentano di ciò che trovano nel pascolo.
Ho la fortuna di avere assaggiato molti tipi di caciocavallo ad oggi, e quello di Ciminà è sicuramente in cima alle mie preferenze.
3. I CAPRINI DI WHITE LAKE 
Questo formaggio mi ha costato momenti di puro panico durante il mio viaggio di ritorno da Torino in business sul Frecciarossa. A neanche mezz'ora dalla partenza il mio naso sensibilissimo ha cominciato a percepirne l'insofferenza puzzolente nonostante fosse adeguatamente sigillato, sistemato all'interno di una doppia busta e custodito in un grande bagaglio a mano con molte altre cose buone.
Semplicemente lui mi chiamava usando la sua arma fetente.
Quando finalmente l'ho tolto dalla sua prigione una volta a casa, la mia famiglia è fuggita spaventata.
Ma vi garantisco che fra gli acquisti fatti, questo straordinario caprino del Somerset, affinato sotto la cenere, è in assoluto il mio preferito.
Questo prodotto è un altro esempio di come la persona faccia la differenza.
I due mastri caseari Peter Humphries e Roger Longman hanno sperimentato sul latte di capra per anni ottenendo dei prodotti che adesso sono vincitori di premi internazionali.
La produzione di White Lake è limitata al mercato locale ma vi dico che se esportassero, io sarei in prima fila a comprare le loro meraviglie.
4. IL CECE DI CICERALE
Piccolo, direi pure minuto, dal colore giallo dorato con lievi sfumature marroncine, cresce in provincia di Salerno, nel comune di Cicerale, a ridosso del parco Nazionale del Cilento.
L'intensità del suo sapore è indirettamente proporzionale alla sua dimensione e secondo ricerche storiche, furono i romani ad introdurre la coltivazione di questo legume in quest'area, che chiamarono "terra quae cicera alit" ovvero terra che nutre i ceci. Cicerale ha come stemma proprio una piantina di ceci, simbolo della città e della sua fama.
La semina avviene tra marzo e aprile e la coltura non viene bagnata né concimata. La raccolta comincia a luglio e finisce ad agosto e le piantine vengono lasciate seccare al sole stese su sacchi di iuta.
Quando sono secche, si coprono con i sacchi e vengono battute con i bastoni per estrarre i legumi.
Sull'uso del prodotto, la fantasia è tutta vostra ma per quanto mi riguarda, lessato con una foglia di alloro e condito con un ottimo extravergine campano come una DOP del Cilento e macinata di pepe fresco...paradiso.
5. IL SALE DEL FIUME NZOIA
Questo è per me uno dei prodotti più sorprendenti del Salone 2014.
Ciò che vedete spuntare tra le foglie del banano, è sale di fiume.
Per l'esattezza sale del fiume Nzoia nel Kenia occidentale.
Quest'area africana è rimasta per secoli esclusa dalle tradizionali rotte del sale.
Gli abitanti locali hanno sviluppato nel tempo un originale ed ingegnoso metodo per estrarre il sale dalle piante acquatiche che crescono esclusivamente nel fiume Nzoia.
Una volta cresciute, le radici vengono estratte e fatte seccare sulle rocce del fiume. Successivamente bruciate a fuoco lento e le ceneri residue vengono mescolate a lungo nell'acqua calda e filtrate.
L'acqua viene poi fatta bollire in maniera che evapori, lasciando il sale puro sul fondo della ciotola.
Il sale viene raccolto ed "impacchettato" in fogli di banano ed asciugato sotto le ceneri calde durante la notte.
La quantità di sale prodotta serve giusto al fabbisogno locale quindi non è possibile trovare questo incredibile prodotto se non in occasioni come questa. Io l'ho assaggiato e posso dirvi che appena sulla lingua, l'esplosione del salato è immediata e fortissima ma sparisce con la medesima velocità lasciando un sentore resinoso, metallico ed affumicato. Decisamente molto piacevole.
Dal 2009 è Presidio Slow Food e mai come in questo caso il lavoro di questa realtà mi è sembrato più prezioso.
6. LA MELA ROSA DEI MONTI SIBILLINI
E' lei, proprio lei, la mela presente nella mia speciale classifica dei prodotti del desiderio.
L'ho trovata, toccata, annusata e me la sono pure portata a casa, dove è immediatamente finita dentro la pie di Jamie Oliver. 
Le storie meravigliose raccontate dalle mie amiche blogger su questo frutto, sono tutte vere e presto tornerò a parlare di lei perché se lo merita.
7. IL TORRONE DI TONARA
I dolci al Salone non mancano e posso garantirvi che se una telecamera segreta mi avesse anche solo ripresa per mezza giornata, avrebbe registrato il mio viaggio della speranza tra stand di cioccolata, biscotti, panettoni e dolciumi di ogni genere come quello di un tossico che non può fare a meno della sua dose quotidiana.
Per almeno 4 volte sono incappata nella postazione del Torronificio Pili di Tonara, ed ogni volta mi sono fermata, assaggiando di nascosto pezzettini di torrone rivestito di cialda croccante, torrone morbido, friabile, aromatizzato al mirto o al limoncello....alla fine ho trovato il coraggio di fare alcune domande alla signora in costume tradizionale, con la timidezza di un innamorato che rivolge la parola alla sua bella per la prima volta.
Ed ho scoperto cose bellissime: che questo torrone è fra i più rinomati d'Italia; che la famiglia Pili produce torrone dal 1889 grazie alla passione di Tiu Giuanneddu Pili, che girava le sagre dell'isola con il suo carretto.
Adesso, i segreti di quest'arte sono custoditi da Gianni e Patrizia (la deliziosa signora che ha risposto alle mie incessanti domande), una coppia che lavora insieme.
Con entusiasmo, sostenuta dalla comune passione per questo dolce antico e affascinante, la cui preparazione richiede ore di lavorazione e tecnica finissima.
Anche qui se il torrone di Tonara è famoso nel mondo, la differenza l'hanno fatta Gianni e Patrizia, e la faranno i loro figli continuando questa tradizione.
8. IL POMODORINO REGINA DI TORRE CANNE
Il nome di questo pomodorino è estremamente poetico e pare che la ragione di questo appellativo derivi dalla caratteristica del peduncolo che assomiglia ad una piccola corona una volta cresciuto.
Torre Canne è mare, mare di Puglia.
Si parla di alto Salento, di luoghi incantevoli come Ostuni e Fasano, della litoranea sabbiosa e del salmastro che regala a questi frutti dell'orto alcune caratteristiche molto importanti, come la buccia spessa che consente loro la lunga conservazione.
In quest'area la coltivazione dei pomodori cominciò nella seconda metà dell'800, sostituendo quella del cotone, che invece era presente sul territorio da secoli (ed era una enorme risorsa economica).
Dopo che la produzione del cotone divenne di predominio americano ed asiatico, gli abitanti di questa zona diedero al pomodoro ed al grano un grande impulso tutt'ora fondamentali per l'economia della regione.
L'aspetto affascinante è che la coltura del cotone non smise del tutto.
L'uso di coltivare il cotone fra i filari dei pomodori è tutt'ora viva: il cotone prodotto diventa poi la cordicella con cui vengono intrecciati i mazzi di pomodori che vengono poi conservati appesi.
I grappoli di pomodorini regina si chiamano "ramasole".
Tradizione vuole che la ragazza da marito che possiede molte ramasole, sia la più ambita.
Una dote specialissima, più preziosa del corredo! Mica stupidi i pugliesi.
9. IL PANNERONE DI LODI
E' l'ultimo formaggio, promesso, ma è troppo curioso per non parlarvene.
Il Pannerone è chiamato anche "il gigante lodigiano" per la sua stazza importante (12/13 kg di peso a forma, 25/30 cm di diametro per una altezza di 20 cm).
Il suo nome deriva da "panera" che in dialetto locale significa crema di latte o panna.
La sua particolarità, e vi invito ad assaggiarlo se vi capita, è la totale mancanza di salatura sia in produzione che in invecchiamento (che chiamerei più stagionatura, visto che dura non oltre i 10 giorni).
La crosta ha un colore giallo chiaro e la pasta invece è bianco panna, con tanti piccoli "occhielli" diffusi  , molto morbida e profumata.
All'assaggio mi ha lasciata completamente senza parole.
Dopo aver provato formaggi estremamente saporiti, di grande struttura, sapidità ed incredibili sfumature di sapore, ho pensato che questo formaggio non fosse buono.
Cioè avesse dei difetti.
In realtà il Pannerone è un prodotto difficile da capire per il nostro palato non abituato a codificare un formaggio senza sale.
L'impressione che si avverte è una "pseudo dolcezza" che dopo poco vira verso l'amaro, caratteristica di qualità del perfetto Pannerone. Ho scoperto che ci sono estimatori di questo formaggio, e che la sua morte è l'abbinamento con mostarde, uva fresca, confetture, miele aromatico ed anche con distillati di vinacce. Io però non l'ho inserito nella mia collezione di cacini.
10. IL TOPINAMBUR
Beh, lo conoscete tutti lo so.
Finisce nelle nostre vellutate, nelle omelette, in gustose chips fritte, in salse e zuppe, al forno o nel risotto. E' un tubero conosciuto anche come Carciofo di Gerusalemme ed effettivamente il sapore ricorda proprio quello del carciofo.
Io non ho potuto fare a meno di soffermarmi per ammirarlo in tutta la sua bitorzoluta bellezza ed ho trovato che non assomigli per nulla alla radice che a volte mi capita di comprare al supermercato.
Purtroppo la maggior parte delle volte trovo dei topinambur rinsecchiti, piccoli, dal colore spento.  Mi passa la voglia di comprarli.
Preferirei decorare la tavola con un mazzo di quelle margheritone gialle da cui provengono.

mercoledì 15 ottobre 2014

Torino Salone del Gusto: la mia personale Top Ten ed il conto alla rovescia.

Dieci ragazze per me - L. Battisti
Una settimana all'inizio del Salone.
Così è chiamato da chiunque graviti intorno al mondo food, con un misto di rispetto e soggezione.
La mia prima volta è stata due anni fa e posso dire che mi sembra solo ieri per l'intensità di emozioni provate, persone incontrate ed incredibili prodotti passati sotto il mio palato.
Quest'anno si ritorna, nuovamente ospiti di un protagonista assoluto come Garofalo, senza avere la più pallida idea di cosa aspettarmi da due giorni di follia gastromobile.
Quello che posso solo augurarmi è di poter trovare questi (per me) "magnifici 10", che vorrei scoprire, riassaggiare, toccare e possibilmente, alla fine della giostra, portarmi a casa.
Tutti rigorosamente in ordine alfabetico.
1. La Cuddrireddra di Delia
Cosa sarà mai vi chiederete.
E' un dolce, che ho scoperto proprio al Salone di due anni fa. Il primo incontro  gironzolando in solitaria tra gli stand della Regione Sicilia. Ed il produttore fu così carino che siamo rimasti a parlare per un quarto d'ora di quanto incredibile e rara sia la storia di questo biscottino.
Preparato ancora dalle mani delle donne di Delia, in quanto non è possibile riprodurre la sua forma, che assomiglia ad una piccola corona puntuta, utilizzando macchinari.
Anche la sua storia è particolare. Pare che sia un omaggio alle castellane che vivevano a Delia durante il periodo dei Vespri Siciliani. Grano duro, uova, strutto, scorze di arancia e cannella. Il tutto fritto in olio profondo. Un morso e l'intensa croccantezza speziata ti trascina in un caleidoscopio di sensazioni, che a me hanno riportato alla tavola di Natale, ai suoi profumi, a me bambina.
Spero che ci siano al Salone. E se ci andrete, cercatela, la Cuddrireddra
2. La Farina di grano arso
Per trovarla dovrete scendere fino in Puglia, a meno che non sia anche lei al Salone. E se ancora non ne avete provato il sorprendente gusto tostato e lievemente affumicato, non avete gustato l'essenza più vera della cucina pugliese. Quando ancora il grano si batteva sulle aie, vi era l'uso dei contadini della zona, di bruciare le stoppie ed i chicchi che restavano sulla terra, venivano raccolti dalle donne (perché nulla poteva essere sprecato) e macinati successivamente. I chicchi tostati dal fuoco, producevano questa farina dal colore della cenere e dal sapore unico. Strascinati di grano arso, cime di rapa e ricotta forte. Mi basta questo per un viaggetto in paradiso.
Uno dei frutti del mio cuore: il fico. Ma questo, che cresce in una regione di prodotti meravigliosi, è speciale. Piccolo, dalla buccia verde chiarissimo e dal cuore rosato, quando secca diventa rotondo e bianco e viene generalmente arricchito con mandorle e frutta secca dalle donne della zona. E' privo di filamenti che lo rendono particolarmente morbido anche quando viene disidratato ed è assolutamente meraviglioso da usare nelle preparazioni dolci. Lasciamo perdere la marmellata, assolutamente da capogiro. 
Aver letto di questa mela così speciale attraverso i blog di amiche, e non aver ancora avuto l'opportunità di vederla da vicino, annusarla e scoprirne il gusto, mi procura un senso di mancanza. Di disagio nervoso, come quando passi davanti ad una vetrina e vedi una borsa che sai non potrai mai permetterti. Sta lì, la guardi, sospiri e passi dritta.
Ecco, Mela rosa dei Monti Sibillini, ti ho dichiarato caccia grossa e ti stanerò dal catalogo del salone per venire a trovarti e portarti via.
A parte scherzi, questa  piccola mela è autoctona delle Marche e cresce tra i 450/900 metri di altezza in particolare sui versanti dei Monti Sibillini, vicino all'Umbria.E' un frutto piccolo, modesto e poco appariscente, dalla buccia grigiorosata, con un profumo intenso e molto aromatico (che ovviamente non vi so raccontare). Siccome viene raccolta tra agosto e ottobre, io mi aspetto che a Torino ci sia. Vero?
Si, proprio lei. Anche se sono Toscana, e vivo nel cuore di una zona in cui si producono salumi che meriterebbero delle standing ovation, io cerco la Mortadella di Prato. 
Non so se per campanilismo o per strategie commerciali, ma in terra di Cinta, non si trova la Mortadella di Prato.
E per chi non la conosce, non si aspetti di vedere un salume vagamente somigliante alla più conosciuta Bologna. La mortadella di Prato sembra più un salame, a grana grossa, morbida, di colore rosato opaco, e dal profumo inconfondibile. Nell'impasto viene aggiunto l'alchermes, come facevano le nostre nonne nelle loro preparazioni dolci, per dare un profumo speciale. E' un salume raffinato ed antico e spero di trovarlo al Salone. 
6. Il pane nero di Castevetrano
Non me ne vogliate ma ho una propensione verso il sud del mondo ed in questo caso i prodotti del nostro meridione la fanno da padroni nella mia lista speciale. Ho assaggiato questo pane grazie a mio marito che me ne portò un po' dopo un viaggio a Castelvetrano, abbinato al loro straordinario extravergine Nocellara. Dopo anni mi sogno ancora quell'aroma di tostato, dato da un frumento antico chiamato Timilia. Il pane diventa nero durante la cottura, effettuata solo nei forni a legna e la crosta ha il colore del caffè ed è cosparsa di semi di sesamo. Il mio pellegrinaggio nel padiglione della Sicilia sarà quello di una cercatrice d'oro nero.
7. Le paste di Meliga
Sono irriducibile. Mi piacciono i dolci e questi biscotti, che ho assaggiato per la prima volta proprio al Salone due anni fa, mi sono rimaste nel cuore. Un po' come i Crumiri e come tutti quei biscotti dall'anima rustica e paesana. L'uso della farina di mais conferisce una grana ruvida e pastosa a questi dolcetti, ma ciò che li rende assolutamente irresistibili è l'uso del burro di alpeggio, che li profuma e dona loro una friabilità unica. Sono certa che li troverò. Ci conto.
8. Il puzzone di Moena
Il nome mi ha sempre fatto simpatia. Ma se dovessi dirvi com'è questo formaggio, non potrei, perché non l'ho mai assaggiato e neanche visto da vicino.
So benissimo dove viene prodotto, nel cuore delle Dolomiti. Conosco Moena, luogo incantevole, le sue malghe, ma mi manca lui, il famigerato puzzone dal profumo penetrante e la tradizionale crosta color rosso mattone. La lavorazione di questo formaggio è particolare: durante la stagionatura ogni forma deve assolutamente essere lavata una volta alla settimana, a partire da 90 giorni fino a 16 mesi. Si produce solo da giugno a settembre in alpeggio....quindi io lo so che ci sarà a Torino...basterà seguirne il profumo.
Prima di tutto non è nero, ma di un verde scuro intenso. Cresce nella zona di Trevi, Montefalco e Bevagna e si ottiene lasciandolo crescere senza lavorazioni speciali, ovvero senza sbiancamenti.
Ancora non ho avuto il piacere di assaggiarlo, ma amici della zona me ne hanno raccontate meraviglie: assolutamente privo di filamenti (e questa è una roba che mi fa uscire di testa), ha una base panciuta ed un cuore molto tenero e ricco di polpa. La sua struttura consente ai locali di realizzare una ricetta che mi incuriosisce non poco e che spero di poter assaggiare presto: il sedano nero ripieno.
A metà ottobre vengono raccolti ma la produzione è molto limitata, circoscritta alla sua area. Ci sarai a Torino caro Sedano Nero? Spero davvero di si.
Finisco con una delle verdure che amo di più, il carciofo, di cui ho parlato spesso e volentieri in questo blog. Il piccolo carciofo di Perinaldo è una scoperta recente, grazie a svariati viaggi verso la Liguria. Cresce nella provincia di Imperia da maggio a giugno. Piccole teste di colore violetto, senza spine e cuore delicato. Sono conservati al naturale o sott'olio ed una preparazione speciale è quella destinata ai gambi, assolutamente deliziosi e privi di cuore fibroso. So per certo che non li troverò freschi, ma in barattolo è sempre comunque una festa. 

E voi, conoscevate questi prodotti? Vi ho incuriosito? Magari potreste raccontarmi il vostro prodotto del cuore. 


venerdì 18 ottobre 2013

Gastrofanatici, venite in viaggio con me? Tarte all'extravergine con crema di marroni e ganache fondente

Autumn leaves - Eric Clapton

C'è un distinto signore che vive a Firenze e che oltre al sembrare uscito da un dagherrotipo di inizio secolo scorso, ha un bellissimo blog e cucina piatti che farebbero la felicità di noi donne (come sempre succede osservando un uomo cucinare per noi!)
Questo distinto signore, un giorno mi chiama e mi lancia lì un'idea: a Torino c'è il più grande mercato all'aperto d'Europa, una roba da perdercisi dentro e per noi blogger malate di shopping mangereccio, un vero e proprio lunapark. 
Si tratta del Mercato di Porta Palazzo
L'idea di partenza è stata: andiamoci! 
Tutti insieme, amici, curiosi e mangioni, con un bel torpedone tipo gita scolastica, vassoi di biscotti e stuzzichini portati da casa che fanno su e giù lungo il corridoio del bus, senza soluzione di continuità.
Ci abbiamo pensato su un po' e la data che è uscita per il nostro viaggio, ma questa è stata voluta, è in coincidenza con CioccolaTO' , perché ovviamente non potevamo trasformare questo week end in un vero e proprio pellegrinaggio gastronomico. 
Torino città del cioccolato, nei giorni che celebrano chi il cioccolato lo fa da sempre. 
Così io mi rivolgo a voi, amiche, amici, lettori, fooblogger in astinenza da short escape, che siete in Toscana o nelle vicinanze, ma anche un po' più lontani ma che vorreste viaggiare con noi. 
Leggete qui: il programma dettagliato del viaggio.
Vi vogliamo con noi il 23 e 24 novembre per un week end alla scoperta della Torino più gustosa, tra bancarelle, caffè storici, tocchi di cioccolata e Bicerin per ritemprarsi dalla stagione brumosa e avara di caldo. 
Ma la cioccolata è buona in autunno ed inverno, e viaggiare in compagnia scalda il cuore e l'umore! 
Corrado ed io vi aspettiamo, non mancate! 


Se parlo di cioccolato, non posso che prodigarmi nel postare una ricetta che il cioccolato lo esalta. 
E' una ricetta pensata per Extra Dolcemente, a cui sono arrivata per tentativi.
Avevo in mente di unire la crema di marroni dell'Amiata, fatta in casa, con la cioccolata in un guscio friabile. E soprattutto di usare un olio extravergine del territorio Amiatino, lo splendido Seggiano DOP prodotto in diversi comuni del versante Grossetano del Monte Amiata, da una maggioranza di cultivar Olivastra di Seggiano e che, rispetto ad altri oli toscani, ha un flavor estremamente delicato, di oliva verde e di frutti bianchi. 
L'olio Toscano in generale, ha un carattere particolarmente incisivo ed una personalità importante per cui, a parte alcuni dolci di pasticceria secca, come le famose ciambelline al vino o tozzetti o cantucci, è difficile utilizzarlo in pasticceria.
Il Seggiano Dop è particolarmente gentile e per bilanciare la sua presenza, ho pensato di utilizzare una parte di farina di castagne nell'impasto della frolla, che ha decisamente armonizzato con l'extravergine. 
Ho aggiunto poi nel guscio cotto in bianco, uno strato di crema di marroni, coperto da un abbondante strato di ganache fondente. 
Ingredienti per uno stampo da 22 cm.
Per la frolla
200 g di farina 00
50 g di farina di castagne macinata a pietra 
100 g di zucchero a velo
80 g di olio extravergine di Seggiano DOP
25 g di acqua
40 g di tuorlo 
1 cucchiaino di estratto naturale di vaniglia
Per il ripieno
150 g di crema di marroni 
200 g di cioccolato fondente al 70%
250 ml di panna liquida fresca
2 cucchiaini di glucosio (che possono essere sostituiti con miele di acacia)
Setacciate le farine e disponetele a fontana su una spianatoia
Preparate l'emulsione con l'olio ed i tuorli. Mettete i tuorli, l'acqua ed il cucchiaino di estratto di vaniglia in un lungo bicchiere per mixer ad immersione, e cominciate a frullare. Aggiungete a filo il vostro olio, per ottenere una maionese piuttosto soda e frullate fino all'esaurimento del vostro olio.
Versate l'emulsione aiutandovi con una spatola di gomma al centro della fontana e cominciate ad incorporare la farina con la miscela di uova, prima aiutandovi con una forchetta e successivamente con le vostre dita. 
Quando la farina sarà completamente incorporata, impastatela velocemente fino ad ottenere una palla, ed avvolgetela nella pellicola, mettendola in frigo per 30 minuti.
Stendete la frolla su un piano infarinato, ad uno spessore di 3-4 mm.
Imburrate uno stampo per crostate con fondo amovibile, foderate la base con carta da forno e adagiatevi delicatamente la vostra frolla. 
Rifinite i bordi con un coltello affilato. Decorate la corona come preferite. Io ho ricavato delle foglioline con un coppa pasta, e le ho sistemate obliquamente lungo i bordi interni. 
Bucate la base con una forchetta, copritela con un foglio di alluminio e versatevi sopra uno strato di legumi secchi.
Fate cuocere in forno preriscaldata a 180°C per 25/30 minuti, dipende dal vostro forno (a me mezz'ora serve tutta), e comunque fino a quando vedrete i bordi dorati. 
Una volta cotto il guscio, fatelo raffreddare completamente.
Preparate la ganache.
Portate ad ebollizione la panna in una casseruola con fondo spesso.
Toglietela dal fuoco e versatevi il cioccolato tritato grossolanamente. 
Con una frusta, mescolate delicatamente per far sciogliere la cioccolata cercando di non incorporare aria. Quando la cioccolata sarà sciolta, aggiungete il glucosio e mescolate sempre con delicatezza per ottenere una crema lucida e vellutata. Se si formeranno delle bolle, sarà difficile eliminarle quindi attenzione ad incorporare aria in questa operazione.
Fate raffreddare una decina di minuti.
Spalmate la crema di marroni sul fondo del guscio di frolla.
Versatevi sopra la ganasce intiepidita ma ancora liquida e fate raffreddare completamente.
Una volta fredda mettete in frigo. Dovrà stare almeno 2 ore o se volete tutta la notte. In quel caso copritela con un foglio di alluminio (non con la pellicola perché rischiate che si attacchi alla ganasce rovinando il vostro capolavoro.)
Prima di servirla, toglietela dal frigo almeno mezz'ora prima.
Per tagliarla, passate un coltello affilato in acqua bollente, e procedete. 
Fate così per ogni fetta per avere degli spicchi perfetti.
Servite se vi piace, con panna semimontata. 


Con questa ricetta partecipo all'iniziativa ExtraDOLCEMENTE sui dolci con l'Olio Extravergine organizzata da Dolcemente Pisa.







lunedì 29 ottobre 2012

E dopo il Salone del Gusto, ma quanto danno fastidio 'sti foodblogger?


Torino. Salone del Gusto 2012. 
Cibo, tanto cibo in tutte le forme. Chilometri nelle gambe per annusare, assaggiare, ammirare prodotti da tutto il mondo senza mai stancarsi. 
Una folla oceanica di curiosi, appassionati, professionisti, golosi cronici. E nel mezzo dell'oceano, un'onda anomala di strani individui, armati di macchine fotografiche, block notes, sporte piene di qualsiasi cosa e sorriso stampato sulla faccia. Senza soluzione di continuità. 
Perché se metti un foodblogger in una stanza piena di cibo, quello prima ride, va in estasi e poi tira fuori la macchina fotografica. 
Torino. Salone del Gusto 2012: invasione di foodblogger. 
Questa è stata la mia prima esperienza di condivisione di un evento così grande ed importante con amici foodblogger, tanti. 
Il tutto fortemente voluto e realizzato con precisione millimetrica da Emidio Mansi, Mr Gente del Fud/Garofalo, che ci ha generosamente ospitato e dal suo fantastico staff sempre presente. 
Al di là dell'esperienza in sé, che mi ha lasciato tantissimo umanamente e di cui potrei parlare per i prossimi 20 post, i 3 giorni a Torino mi hanno spinto ad una riflessione, una sorta di sedimentazione di sensazioni e domande che mi giravano nella testa da un po'. 
L'effetto innesco è stato il convegno su Gastronomia 2.0 tenutosi nella sala blu del Lingotto all'interno del Salone, sabato 27 ottobre, qualche minuto prima che partissi. Ci sono andata con alcune care amiche e ho ascoltato con reale interesse. Tra i relatori, lo stesso Emidio Mansi, Marco Bolasco Direttore Editoriale di Slow Food, Anna Maria Pellegrino,La Cucina di QB in rappresentanza della categoria Food Blogger, la giornalista di Repubblica Licia Granello e Giuseppe Cavalcanti, responsabile del Canale Terra e Gusto Ansa.it. 
Non mi dilungo troppo sul contenuto del convegno perché alla fine ha girato esclusivamente intorno ad un concetto essenziale: la comunicazione sul cibo e gastronomia oggi passa dal web. 
Il problema principale è che per chi la comunicazione la fa di mestiere, la/il foodblogger è colui che fa disinformazione sul cibo nascondendosi dietro ad un mare di ricette. 
Eloquente è stato l'intervento di Licia Granello che, se pur ampiamente condivisibile, mi è sembrato un coup de theatre anche un tantinello demagogico. Ma io sono una foodblogger e un po' mi dispiace sentirmi dire che prima di parlare di ricette (" prendi un chilo di pomodori"? Che significa un chilo di pomodori? Da dove vengono? Chi li coltiva? e così via andare), bisogna sapere di cosa si parla, bisogna sapere con cosa è fatto un dado, bisogna conoscere chi produce una certa farina. Mi infastidisce un certo modo accalorato di rivolgersi alla platea come se si parlasse a bambini della prima elementare, alzando la voce e sfogando una frustrazione tutta personale: "Dobbiamo fare guerra all'ignoranza che gira intorno al cibo. Abbiamo il diritto di sapere come e dove un prodotto è fatto". Vero, condivisibilissimo...ma a chi fare guerra?
La rete oggi è un mare magnum di ricette e di voci spesso strampalate e superficiali. La "nebulosa" foodblogger, come la chiama la Stampa in un articolo di ieri 28 Ottobre, è effettivamente un fenomeno impressionante se si pensa che la stima del numero di blog sul cibo si aggira in Italia intorno ai 3500 (ma non si hanno dati certi). 
Quello che però non mi è chiaro è il perché la Sig.ra Granello e una buona parte del mondo della comunicazione di massa, siano così inveleniti contro i foodblogger
Tenendo presente che:
- I foodblogger non vogliono e non ambiscono ad essere giornalisti. Gli bastano quelli già presenti. 
- I foodblogger si aspettano di ricevere informazioni dettagliate ed approfondite sul food e gastronomia dalla stampa ufficiale e quando non le ricevono, se le cercano e trovano da soli. Anche dove si produce il pomodoro Siccagno. 
- I foodblogger amano il cibo, amano la cucina, amano condividere molto più che comunicare ed amano la libertà che offre loro la rete. Dietro la quale non si nascondono.
- I foodblogger sono liberi di dire quello che pensano perché nessuno li paga per questo. Se scrivono di un prodotto, nella maggior parte dei casi è perché il prodotto vale lo spot. Il foodblogger che si rivolge all'azienda è libero di fare quello che vuole se l'azienda risponde, così come l'azienda che si rivolge al foodblogger più sentirsi rispondere "no, grazie". 
- I foodblogger quando vanno al ristorante, pagano all'uscita. E se sono stati male, sono liberi di dire che fa schifo senza dover per forza piegarsi a 90° solo perché è un ristorante di grido. O perché sono pagati per questo. E questa è una gran bella soddisfazione. 
- I foodblogger sono persone. Nella maggior parte dei casi sono donne. Nella grande maggioranza dei casi sono donne istruite, laureate, libere professioniste, lavoratrici e madri di famiglia. Sono donne curiose, di grande spirito e sterminata passione. Sono donne con capacità di spesa. 
Il blog è spesso ragione di shopping da ogni punto di vista: dal cibo all'attrezzatura fotografica, all'oggettistica per il food styling e per la cucina. Per i viaggi che le portano a cercare quell'ingrediente strano e prezioso o a scoprire una cultura lontana principalmente attraverso quello che viene portato in tavola. Sono le donne che alimentano il blog e non viceversa. 
L'unico ritorno che queste donne hanno dal blog, è un volume di sincere amicizie e piccole soddisfazioni personali. Perché di denaro neanche a parlarne. E solo per questo, per essere l'unico settore sociologico che in questo periodo alimenta l'economia stagnante, dovrebbero essere rispettate e riverite! 
- I foodblogger non fanno paura a nessuno. Sono una nebulosa che scrive di ricette e di vite personali e a volte fa anche informazione. 
Ci mettono la faccia e non hanno ambizioni secondarie. 
Stia tranquilla Sig.ra Granello.