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martedì 8 febbraio 2022

Marmellata di arance: cicale o formiche?

Se qualcuno mi facesse questa domanda non saprei onestamente cosa rispondere. 
Guardando indietro la mia vita, posso quasi affermare di essere entrambe in una strana, disarmonica combinazione.
Sono stata cicala ogni volta che ho avuto la possibilità di partire, di viaggiare, anche solo per brevi periodi, per il piacere e la necessità di scoprire qualcosa di più di questo pazzo mondo (e quindi di me stessa).  
Il destino ha voluto accompagnarmi ad una persona che non si è mai posta limiti se non quelli della sopravvivenza al quotidiano, diventando un complice di follie itineranti fino a che un virus maligno ha messo i freni a fughe e scorribande. 
Sono formica in cucina, quando metto via vasetti, conserve, congelo alimenti da utilizzare nel tempo, stipo farine e spezie in dispensa, centellino gli ingredienti preferiti sperando che non finiscano mai.
A volte questo accantonare mi prende la mano e finisce che scopro alimenti scaduti che ahimé non riesco a riutilizzare e mi darei padellate in testa. 
Allora capisco che essere formica in questo ambito è rischioso e forse la misura sta sempre nel mezzo. 
Una cosa che so, che ho imparato, è che bisogna smettere di rimandare l'opportunità. 
Se si ha occasione di fare qualcosa che desideriamo, se ne si ha la possibilità, non si deve rimandare. 
Come diceva il buon vecchio Battiato "ne abbiamo avute di occasioni, perdendole, non rimpiangerle mai". 
Quest'anno grazie al dono di una conoscente, sono venuta in possesso di diversi chili di ottime arance biologiche, ancora un poco asprine, così che ho deciso di lasciarle maturare per poi farne della marmellata da tenere in dispensa per la mia colazione (da buona formica). 
Erano arance rosse, con una buccia sottile il che non mi avrebbe dato dei problemi sul fronte dell'"amaro" che rilascia in genere la parte bianca della zeste di agrumi. 
Ho cercato in rete e mi è venuta in aiuto la cara Anna Gentile con la ricetta che ha fatto lo scorso anno quindi considerando quanto io stimi questa meravigliosa donna, blogger ed amica, ho deciso che avrei seguito la sua ricetta. 
Che poi ho scoperto arrivare direttamente da un'altra incredibile persona e blogger eccezionale, la bravissima Giulia di Jul's Kitchen
Insomma, ho potuto tuffarmi sul morbido, se capite cosa voglio dire. 
Quello che mi sento di consigliarvi, quando vi accingerete a preparare la marmellata, lavorate sempre un chilo di arance alla volta. 
Controllerete bene la cottura ed il risultato sarà eccellente. 
Soprattutto, non abbiate fretta. Le cose buone richiedono calma e pazienza. 

PS - La brioche che vedete in foto, è quella con biga che trovate sul blog. 

Ingredienti per c.ca 8/10 vasetti da 200g 
1 kg di arance biologiche con buccia edibile
2 litri di acqua
il succo di 2 limoni 
1500 g di zucchero 

Termometro digitale per zucchero
Una garza di mussola non trattata 
  • La sera prima lavate accuratamente le arance, asciugatele, tagliatele a metà e spremetele, raccogliendo tutto il succo in una ciotola. Dalle mezze sfere delle arance, aiutandovi con uno spilucchino, esportate la parte delle pellicine che contengono il succo e mettetele nella garza, così come anche gli eventuali residui e noccioli che resteranno sul vostro spremiagrumi. Chiudete la garza a sacchetto con poco spago e tenete da parte. 
  • A questo punto tagliate in 4 parti ogni metà di scorza e con un coltello affilato, riducetela in fettine sottili, anche la parte bianca senza nessun problema. Mettete le scorzette che otterrete in una ciotola. 
  • Versate il succo d'arancia, le scorzette e 2 litri d'acqua in una pentola o caldaietta per confetture, aggiungete il sacchetto di garza nel liquido e lasciate riposare tutta la notte. 
  • Il giorno dopo, accendete la fiamma sotto la pentola a calore alto e portata ad ebollizione, quindi abbassate la fiamma (medio bassa) e fate sobbollire fino a che il liquido non si sia ridotto della sua metà. Ci vorranno un paio d'ore. 
  • Una volta ridotti i liquidi, prendete una ciotola su cui appoggerete un setaccio di metallo rotondo, togliete la garza dalla pentola e trasferitela sul setaccio, quindi con un cucchiaio di legno o un pesta carne, cercate di strizzarla per fare uscire tutto il liquido. Importante perché questo liquido contiene la pectina che servirà alla vostra marmellata per farla addensare. Buttate il contenuto della garza. 
  • Versate il liquido nella pentola, seguito dal succo dei due limoni e dallo zucchero, mescolare e riprendete la cottura a fiamma media
  • Quando il liquido ricomincerà a bollire munitevi di termometro e cominciate a monitorare la temperatura. La vostra marmellata dovrà arrivare a 105° affinché la pectina dia il via al processo di gelificazione. Se interromperete la cottura a 105° otterrete una marmellata morbida, a 108° una marmellata stile quella inglese. Oltre non è consigliabile perché raffreddando diventerebbe molto dura. Io ho optato per una via di mezzo, 106°, spalmabile ma ancora morbida. 
  • Appena sarà pronta, riempite i vasetti che avrete preventivamente sterilizzato, chiudeteli con tappi nuovi e ben funzionanti e capovolgete su un foglio di carta o canovaccio e lasciate raffreddare completamente prima di toccarli. 
  • Per apprezzare al pieno la marmellata, consiglio di conservare al buio in luogo fresco per almeno 2 settimane prima utilizzarla. 






lunedì 24 maggio 2021

Il Bensone modenese: un dolce che sa di casa

In questo week end appena trascorso, abbiamo fatto un salto a Firenze con l'idea di visitare gli Uffizi. 
Poi ci siamo resi conto di essere partiti troppo tardi, di non avere prenotato come da procedure anti Covid ed abbiamo lasciato perdere per dedicarci ad una passeggiata fra le vie di questa incredibile città.
Sembrava un normale giorno di piena stagione turistica, stracolmo di gente ovunque, a piedi, in auto, in bicicletta, in monopattino...diciamo che forse era anche la prima vera giornata di primavera, con un caldo davvero presente nonostante il vento. 
Ogni tanto nel caos percepivo voci straniere, soprattutto tedesche e dentro il cuore sentivo che un'idea di normalità cominciava a prendere forma. 
Se non fosse stato per i volti coperti da mascherine, avremmo potuto credere che nulla fosse mai accaduto. 
Quanto è strano.
Un anno e mezzo in cui il mondo si è capovolto, è successo di tutto, abbiamo perso cari, amici, pezzi di cuore. Però come sempre, la vita si fa spazio e va avanti. 
La vita che va avanti ha un nome: speranza. 

Questa ricetta vagola nel mio archivio da tempo immemore e solo da poco ho ritrovato le foto e mi sono ricordata di averla. 
Un dolce di casa così buono a confortante che è un peccato non condividerlo. 
Il Bensone o Bensoun, come lo chiamano nella provincia di Modena, è una sorta di pagnotta di pasta frolla lievitata molto morbida e profumata, che originariamente non prevedeva alcun ripieno.
Nel tempo, grazie alla fantasia delle casalinghe, nell'impasto è finita dell'ottima confettura di amarene, spesso miste a prugne ed oggi ognuno lo arricchisce con fantasia, secondo il proprio gusto. 
In realtà questo era il dolce della domenica, che nei periodi di festa veniva portato in Chiesa per essere benedetto e da qui pare derivi il suo nome, ovvero da "benedizione" a "bensone" il passo è stato breve. 
La prima volta che ho avuto occasione di assaggiarlo, accompagnavo un gruppo a visitare la zona. 
Pranzavamo a Nonantola, presso il Ristorante Il Patriarca,  e alla fine del pasto ci fu portato questo semplice dolce casalingo accompagnato da un bicchierino di Nocino, liquore di cui questa provincia è grande custode e produttrice. 
Morbido, friabile, confortante e così piacevolmente casalingo, senza pretese né trucchi ma solo ingredienti semplici che tutti abbiamo in casa. 
Sfacciatamente ebbi il coraggio di chiedere la ricetta al gestore con cui orami lavoravo da tempo e quella che vi lascio è la versione della sua famiglia, quindi affidabile al 100%.
Le mie colazioni sono così piacevoli con una fettina di bensone e la sera, dopo cena, una perfetta chiusura avvolgente come una carezza. 
Siccome la cosa più complicata è trovare la consistenza della frolla, che deve comunque restare malleabile e non sostenuta come quella delle crostate, ed anche per capire la formatura, vi lascio un video molto chiaro dove è spiegato bene tutto il procedimento. Spero vi sia utile. 
Provatelo e saprete dirmi. 

Ingredienti per 2 Bensoni
500 g di farina 00
200 g di zucchero semolato 
250 g di burro morbido 
2 uova piccole + 1 per spennellare 
la scorza ed il succo di un limone piccolo 
12 g di lievito 

Per la farcitura
500 g di confettura di amarene (oppure potete mischiare amarene con prugne) 

Per rifinire
Granella di zucchero qb 
  • In una larga ciotola, versate lo zucchero con il succo di limone e la scorza. Con una spatola mescolate con energia in modo che lo zucchero si sciolga leggermente nel limone quindi aggiungete il burro ed incorporate bene con una spatola. 
  • Aggiungete le uova e mescolate ancora in modo da incorporarle bene quindi setacciate la farina con il lievito sul composto e cominciate ad impastare con una spatola cercando di aggregare gli ingredienti. 
  • A questo punto rovesciate il tutto su una spianatoia bene infarinata. Questa frolla morbida che si va formando, va lavorata velocemente con le mani impastandola con cura. Nel caro vi risulti troppo morbida sotto le mani, aggiungete una manciata di farina. Quando avrete ottenuto una palla liscia e duttile ma non eccessivamente morbida, dividetela in due parti identiche, appiattitele, avvolgetele nella pellicola e mettetele in frigo per 20 minuti. Non deve diventare dura. 
  • Preparate una teglia coperta con carta da forno e scaldate il forno a 180°.
  • Sulla spianatoia spargete una manciata di farina e schiacciate con le mani la prima pallina. Mettetela su un foglio di carta da forno. Aiutandovi con le mani o utilizzando un matterello, stendete un cerchio spesso 5/7 mm. Al centro versate la metà della confettura e spargetela con una spatola lasciando 3 cm di bordo, 
  • Arrotolate l'impasto su se stesso aiutandovi con la carta da forno con la chiusura verso l'alto. Mettete in frigo il primo Bensone e preparate il secondo allo stesso modo, che lascerete riposare per almeno 30 minuti. 
  • Una volta trascorso il tempo in frigo, trasferite i due bensoni sulla teglia distanziati almeno 5/7 cm l'uno dall'altro. Rovesciateli sulla teglia facendo in modo che la chiusura vada sotto. Schiacciate le estremità a 3 cm dal fondo in modo che non fuoriesca la confettura e piegandole sotto al bensone. 
  • Spennelateli con l'uovo sbattuto e cospargeteli con granella di zucchero. In senso longitudinale praticate un taglio lungo una decina di cm al centro dell'impasto e fateli cuocere per 40/45 minuti fino a quando non saranno dorati ma non troppo scuri. Il taglio aiuterà la lievitazione e farà in modo che l'impasto non si spacchi in maniera irregolare. In ogni caso, siccome la frolla è molto morbida, è possibile che durante la cottura vi si apra proprio come è successo a me. Mal di niente,  e' buono lo stesso.
  • Fate raffreddare sulla teglia e spostateli su una gratella solo quando saranno quasi freddi perché l'impasto sarà comunque morbido e molto friabile. 
  • Si conservano per una settimana coperti o tagliati e conservati in una scatola di latta. 


lunedì 19 settembre 2016

Confettura di pere Carmen con vaniglia, anice e cannella: la sindrome della formica.

Grace - Jeff Buckley 
Ho la sindrome della formichina. 
Ultimamente sento il bisogno di riempire la dispensa con cose fatte da me.
Che puntualmente finisco per donare ad amici e familiari perché niente è buono se non è condiviso.
La colpa è tutta dei miei "omini" di fiducia, i produttori della Coldiretti da cui mi rifornisco settimanalmente.
Ormai mi conoscono e ogni volta divento vittima di proposte indecenti, come l'ultima, una cassetta di pere Carmen pronte per essere trasformate.
Il bello è che mi comprano con l'offerta speciale - "Signora, le do una cassetta da 3 chili per 1 euro e 50. Sono le ultime se ci vole fa' la marmellata" -
Che è un po' come sventolare un panno rosso davanti a un toro: e chi resiste!
Torno a casa carica di pere, senza avere alcuna idea di come utilizzarle.
Apro il frigo ed noto il pecorino di Oliena, il Blu di capra, il provolone delle Monache appena arrivato da Venafro, il caciocavallo Ragusano stagionatissimo, tutti che mi osservano con sguardo minaccioso ed indagatore, quasi a dire: ma te la dai una svegliata?
Ok, dai, ci faccio una confettura tutta per voi! Poi dite che non vi voglio bene!
Il lavoro più ingrato è mondare la frutta. Soprattutto perché le pere mature non hanno alcuna intenzione di farsi stringere fra le mani.
Fino a che non ho visto l'intera quantità di pere sbucciate ed affettate, non mi sono provata ad assaggiarle.
Ho fatto bene, perché il sapore di queste Carmen, chiamate anche "le pere estive", così succose e zuccherine, è la fine del mondo: ricorda quello delle Williams, con quel finale deliziosamente acidulo, ma la pasta è più soda e compatta e nella maturazione non si ammorbidiscono tantissimo.
Sono stata tentata di addentarne una bella manciata, ma ho preferito desistere.
Questa confettura è per i miei formaggini!
Per ulteriori consigli su come realizzare una confettura buona, non ossidata e perfetta, vi rimando a questo post scritto non troppo tempo fa.
Sempre secondo il metodo della meravigliosa Christine Ferber
Ingredienti per c.ca 10 vasetti da 200 g
2 kg di pere Carmen
700 g di zucchero
il succo di un limone
1 mela matura
1 bacca di vaniglia
1 bacca di anice stellato
1 stecca di cannella
  • Sbucciate le pere e la mela e riducetele a fettine sottili
  • Versatele nella bassina insieme allo zucchero, il succo di limone e le spezie (incidete la bacca di vaniglia e spargete i semi nella frutta). Mescolate bene il tutto, coprite con pellicola e lasciate in macerazione al fresco per 3/4 ore o per tutta la notte.
  • Il giorno successivo, filtrate lo sciroppo che si sarà formato separandolo dalla frutta, quindi versatelo nella bassina insieme alle spezie e portatelo ad ebollizione fino a 121°. In caso non possediate un termometro, potrete osservare le bolle che si formano al centro della pentola, grandi e trasparenti come il vetro. 
  • Se vi piace una confettura cremosa, questo è il momento di usare un mixer a immersione, con cui potrete frullare parte della frutta. 
  • Versate la frutta con cautela nello sciroppo e proseguite la cottura a fuoco medio/vivace mescolando di tanto in tanto.  La confettura sarà pronta in 35/40 minuti
  • Invasate ancora bollente nei vasetti sterilizzati, tappate con cura e capovolgeteli. Lasciate raffreddare completamente in modo che si formi il sottovuoto, in genere 8/10 ore. 
  • Conservate al fresco ed al buio per 12/24 mesi. Perfetta con i formaggi stagionati ed erborinati ma anche in tartelette con caprino e noci. Usate la fantasia. 

lunedì 5 settembre 2016

Confettura di pesche bianche e salvia ananas: il potere dei gesti ripetuti.

Amarantine - Enya
Se la testa va per conto suo ed i pensieri scappano impazziti come formiche da un formicaio calpestato da piede crudele, c'è un unico modo per riprendere in mano la situazione.
Che ovviamente è diverso per ognuno di noi, ma alla fine è simile ed è la ricerca di un ritmo che si accosti il più possibile a quello del battito del cuore.
Un cuore calmo ovviamente.
Io mi rifugio nei gesti ripetuti.
Lenti, conosciuti, sicuri.
Azioni che potrei eseguire ad occhi chiusi ma che nel loro identico susseguirsi, hanno un potere ipnotico e rassicurante in grado di trascinare con sé e sgombrare la mente dal casino più totale.
Di un'estate di cui vorrei cancellare traccia, resteranno perciò decine di vasetti di confettura deliziosa, profumata e discreta come un'amica a cui confidi un amore o un dolore, che tanto è lo stesso.
Il paradosso sta proprio nell'osservare come la difficoltà del vivere raggiunga la sua catarsi sbucciando una pesca succosa e cercando di impedire che i suoi pezzi ti sfuggano dalle dita come pesci guizzanti.
La lama del coltello sfiora più volte i polpastrelli ma il segreto per evitare di provarne i denti, è la lentezza, l'occhio che si aggrappa al disegno della buccia vellutata rimossa dalla polpa.
Il ritmo costante dei pezzetti che cadono nella bassina, le bolle che increspano lo sciroppo di zucchero trasparenti come vetro, il cucchiaio di legno che rotea lento nella materia rovente e la placa per un istante, per poi ricominciare.
Sento i pensieri sciogliersi nello zucchero come la polpa delle pesche e prego che non mi vengano restituiti quando spalmerò quel nettare su del pane fresco.
Una cassa di pesche bianche ancora calde di sole mi è arrivata dalla Puglia, la metà già sofferente per il viaggio.
Nonostante il caldo allucinante di questi giorni, ho deciso che non le avrei perse e le avrei trasformate in confettura.
Per quanto io ami le pesche mangiate nature, con tanto di buccia, la confettura non mi entusiasma.
In genere la trovo troppo dolce e poco personale.
Le pesche bianche che ho avuto in dono sono magnifiche: una polpa candida ed un cuore acceso di un rosso purpureo. Un sapore pieno, zuccherino, armoniosamente acidulo.
Mi hanno conquistato immediatamente ed ho deciso che le avrei sposate a della salvia ananas, che da dono splendido da parte dei miei amici Jury e Daniela, è diventata un cespuglio rigoglioso sulla mia terrazza delle erbe aromatiche.
La Salvia Ananas (Salvia Rutilans) prende il suo nome dall'ammiccante profumo di ananas che sprigiona una volta strofinata fra le dita.
E' splendida se usata nelle macedonie, nei cocktail ghiacciati, in qualche crema sorprendente, ma anche nella preparazione di chutney o liquori. Ho studiato l'argomento perché inventarmi come usare un cespuglio di tali dimensioni ci vuole fantasia.
In più è bellissima all'aspetto: foglia ovale allungata e coperta di peluria non urticante, ha un colore verde bottiglia accesso ed in autunno i vertici si riempiono di fiori allungati di un rosso appassionato.
Con le pesche bianche è un matrimonio d'amore: provare per credere. Io ne sono conquistata.

Ingredienti per 4 vasetti da 220 g c.ca
1 kg di pesche bianche al netto di buccia e noccioli
300 g di zucchero
il succo di mezzo limone
10 foglie di salvia ananas
Sbucciate le pesche un un coltello dalla lama a seghetto e tagliatele a pezzi grandi staccando accuratamente la polpa dal nocciolo.
Una volta pulita tutta la frutta, tagliatela a pezzi piccoli quindi pesatela.
Mettete la frutta nella bassina in cui la cuocerete (o in una larga ciotola), aggiungete lo zucchero,  6 foglie di salvia ananas.
Mescolate bene e coprite con una pellicola.
Tenete al fresco per tutta la notte. Durante questo tempo le pesche rilasceranno una grande quantità di succo e assorbiranno l'aroma della salvia.
Il giorno dopo, scolate le pesche attraverso un setaccio, raccogliendo bene lo sciroppo formatosi.
Versate lo sciroppo nella bassina, eliminate le foglie di salvia ed accendente il fuoco a fiamma sostenuta.
Fate ridurre lo sciroppo per c.ca 20 minuti e quando raggiungerà la temperatura di 105° (controllate con un termometro da zucchero), potrete versare la frutta nello sciroppo, facendo molta attenzione a non alzare schizzi. Aggiungete il succo di limone.
Se amate la confettura a pezzi, potrete proseguire la cottura abbassando a fiamma media, fino a che la confettura non si sarà addensata alla consistenza che preferite (non vi serviranno più di 20/30 minuti). A me piace che sia morbida e bella spalmabile.
Se invece preferite una confettura più cremosa (come piace a me), prima di versare la frutta nello sciroppo, potrete passarne 2/3 nel passaverdure oppure utilizzare un mixer a immersione, riducendo parte delle pesche in purea.
Proseguite poi la cottura come indicato sopra, schiumando via via per ottenere una confettura limpida e lucida.
Ricordate che la lunga cottura ossida la frutta, scurendo inevitabilmente il bel colore delle pesche (nel mio caso la confettura ha un bellissimo colore rosa antico) e indurendola.
Con il raffreddamento poi, la confettura diventa ancora più dura.
Quando sarà pronta, inserite una foglia di salvia ananas sul fondo dei vasetti  che avrete precedentemente sterilizzato e versatevi la confettura ancora bollente.
Chiudeteli con cura e capovolgeteli su un foglio di carta di giornale.
Coprite i vasetti con un canovaccio in modo che non prendano luce e lasciate raffreddare completamente prima di capovolgerli nuovamente (meglio tutta la notte).
Conservate il luogo fresco e buio e consumate entro l'anno.
Ho preparato questa ricetta con il metodo di Christine Ferber, che preserva la frutta dall'ossidazione e dall'eccessiva cottura.

sabato 8 marzo 2014

Pain perdu con composta di lamponi al timo per UnLampoNelCuore

Sono passati 20 anni.
Un'eternità.
Un giorno.
Avevo da poco aperto la mia attività. Mi sarei sposata di lì ad un anno.
Due dei miei soci avevano portato la Bosnia nel nostro ufficio, curando la redazione di un libro che raccoglieva storie dell'assedio di Sarajevo scritte da grandi giornalisti italiani. Quel poco che so della Bosnia, l'ho appreso da quelle pagine, trasudanti orrore, indignazione, lacrime, stupore, speranza.
E molto altro che noi tutti, così lontani ma paradossalmente vicini a quella terra, non potremo mai veramente capire fino in fondo.
Incomprensibile come le guerre. Difficile come riuscire a leggere le parole di Annamaria sulle donne di Bratunac senza provare uno strappo terribile e subito dopo poter credere alla possibilità di una rinascita, di un riscatto.
Ma la speranza non muore, così come non cede la forza delle donne, il loro spirito indomito che ha insito nel profondo una primaria e grande missione: quella di dare la vita.
Di creare, e non parliamo solo di figli, ma di opportunità, di coraggio, di piccole e grandi imprese, di tappeti volanti verso il futuro.
In questa giornata ipocritamente dedicata all'altra metà del cielo, come se non esistesse altra occasione per celebrare la forza delle donne, centinaia di blogger colorano di rosso lampone l'etere, ricordando come le meravigliose donne di Bratunac siano ripartite da lì, da un piccolo frutto di bosco per rimettere insieme i pezzi delle loro vite e della loro dignità.
L'emozione con cui partecipo a questa iniziativa è difficilmente quantificabile.
Ma si fonde ad un prepotente senso di orgoglio e privilegio derivato dalla consapevolezza che l'etere moltiplica le voci di chi vuole farsi sentire, e di voci oggi se ne levano tante, in uno stupendo coro di sorellanza.
Con questa iniziativa, i food blogger che aderiscono a "unlamponelcuore" intendono far conoscere il progetto "lamponi di pace" della Cooperativa Agricola Insieme , nata nel giugno del 2003 per favorire il ritorno a casa delle donne di Bratunac, dopo la deportazione successiva al massacro di Srebrenica, nel quale le truppe di Radko Mladic uccisero tutti i loro mariti e i loro figli maschi. 
Per aiutare e sostenere il rientro nelle loro terre devastate dalla guerra civile, dopo circa dieci anni di permanenza nei campi profughi, è nato questo progetto, mirato a riattivare un sistema di microeconomia basato sul recupero dell'antica coltura dei lamponi e sull'organizzazione delle famiglie in piccole cooperative, al fine di ricostruire la trama di un tessuto sociale fondato sull'aiuto reciproco, sul mutuo sostegno e sulla collaborazione di tutti. 
A distanza di oltre dieci anni dall'inaugurazione del progetto, il sogno di questa cooperativa è diventato una realtà viva e vitale, capace di vita autonoma e simbolo concreto della trasformazione della parola "ritorno" nella scelta del "restare".
Aiutiamo le donne di Bratunac acquistando i Lamponi di pace e le confetture della Cooperativa Agricola Insieme. 
In onore di queste donne, ho voluto scegliere una ricetta dal nome simbolico: il pain perdu. 
Un nome che mi ha sempre affascinato per il suo suono dolce e malinconico: pane perduto. 
Un pane che in realtà non si è mai perso, e che trova nella sua seconda vita, il suo momento migliore. Esattamente come le donne di Bratunac, che tornano a nuova vita ritrovando il loro posto nella loro terra.
Il pain perdu è un'invenzione francese ma fa parte di quell'immensità di ricette di recupero in cui il pane è protagonista. 
La sacralità di questo alimento fa si che non si possa pensare di disfarsene gettandolo quando orami vecchio e indurito.
I francesi sono maestri nella preparazione di pani speciali e di alta pasticceria e siccome il pan brioche è un misto fra i due, di certo era impensabile di sprecare una cosa così buona solo perché passata.
Allora che fare? 
Un goccio di latte, uova, burro e via che una fetta di pane raffermo si trasforma nella colazione perfetta. 
Accompagnato da una composta aromatica di lamponi, poi, è assolutamente l'estasi. 
Si parte ovviamente dalla preparazione del pan brioche, per il quale ho utilizzato una ricetta che non prevede zucchero. 
Non volevo un pane dolce, ma una brioche fragrante, morbida e lievemente profumata di miele. 
Per l'aroma, la composta di lamponi si prenderà tutto il merito. 
Ho usato una ricetta molto bella trovata qui, che ho modificato leggermente. 
Un lievitato maestoso, che vi darà un'incredibile soddisfazione. 
Ingredienti per uno stampo a cerniera rotondo da 26 cm di diametro
Per il pan brioche 
350 g di Manitoba
350 g di farina 00
10 g di lievito di birra
350 g di latte parzialmente scremato
120 g di burro a temperatura ambiente
2 uova grandi a temperatura ambiente
1 cucchiaio di miele millefiori + 1 cucchiaino
un tuorlo 
un cucchiaio di latte
un cucchiaino di sale
Per la composta di lamponi 
250 g di lamponi
100 g di zucchero a velo
1 rametto di timo
1 cucchiaino di succo di limone
Per il pain perdu (per 4 persone)
1 uovo
250 ml di latte
1 cucchiaio di zucchero
4 fette di pan brioche 
1 cucchiaio di burro
PREPARATE IL PAN BRIOCHE
Intiepidite il latte e scioglietevi dentro il lievito di birra ed il cucchiaino di miele
Attendete 10 minuti affinché il lievito si attivi. Quando avrà fatto la schiumina in superficie, sarà pronto
Nella ciotola della planetaria miscelate le due farine.
Formate una fontana e cominciate a versare il latte con il lievito ed attivate la planetaria con il gancio a bassa velocità. 
Impastate e continuate a versare il latte fino ad esaurirlo. 
Impastate per qualche minuto poi aggiungete il sale quindi il primo uovo.
Impastate fino a che non è incorporato bene, poi aggiungete il secondo.
Continuate ad impastare qualche istante, poi aggiungete il miele.
Quando anche questo sarà incorporato, cominciate ad aggiungere il burro a fiocchetti piano piano continuando ad impastare a velocità media, fino ad esaurimento del burro.
Lasciate che la planetaria lavori l'impasto per almeno una decina di minuti, fino a che si staccherà dalle pareti lasciandole lucide e pulite, ed avrà una consistenza liscia ed elastica. 
Io ho smesso di impastare solo quando l'impasto ha superato la prova del velo
Mettete l'impasto in una ciotola oleata e fatelo lievitare per un paio d'ore coperta con una pellicola (io l'ho messa in forno con la luce accesa).
Una volta raddoppiato il volume dell'impasto, rovesciatelo su una spianatoia e sgonfiatelo con delicatezza, quindi impastatelo a mano per qualche minuto.
Ricavate un rotolo che dividerete in 3 pezzi di uguale peso. 
Allungate ogni pezzo cercando di ottenere 3 cilindri lunghi c.ca 50 cm, unite i tre capi ed intrecciateli con delicatezza.
Dopo aver imburrato la tortiera, sistematevi la treccia di pasta brioche facendo combaciare l'inizio e la fine della vostra treccia.
Rimettete la tortiera in forno con la luce accesa e lasciate lievitare ancora per non meno di un'ora. 
Quando toccando l'impasto, questo riprenderà la sua forma velocemente senza lasciare impronta, sarà pronto per la cottura.
Spennellatelo bene con un tuorlo d'uovo sbattuto con un po' di latte, quindi mettetelo in forno a 180°C per 35/40 minuti. 
Quando sarà ben dorato e gonfio, togliete da forno e lasciate raffreddare una decina di minuti su una griglia.
Toglietelo dallo stampo e fatelo raffreddare completamente. 
Per il pain perdu utilizzate delle fette di pan brioche di almeno 2 giorni.
Preparate la composta di lamponi, mettendo i lamponi in un pentolino dal fondo spesso insieme allo zucchero ed al limone. Quando lo zuccherò sarà sciolto, aggiungete le foglioline di timo strappate dal rametto.
A fiamma bassa, fate cuocere per 15 minuti, fino a che non otterrete una composta lucida e fluida.
Fate raffreddare.
Sbattete l'uovo con il latte e lo zucchero in una scodella.
Mettete la fetta di pan brioche nel composto liquido ed immergetela su tutti e due i lati per qualche istante.
Fate sciogliere il burro in una padella antiaderente a temperatura media quindi aggiungete le fette di pane facendole cuocere per 2 o 3 minuti fino a quando non saranno dorati e fragranti.
Ancora caldi sistemateli sui piatti di servizio e versatevi la composta aromatica. Mangiate subito.
La composta si conserva ottimamente per oltre una settimana in contenitori ermetici. 

lunedì 11 febbraio 2013

Marmellata di arance e le storie del Belèssa.

Amarcord - N. Rota
Appena calava il sole, correvamo a guardarlo. 
Sapevamo di trovarlo là, con la falce in mano. Faceva lenti movimenti circolari, ritmici, perfetti e la lunga erba che un minuto prima era lì, alta quasi fino alle ginocchia, adesso formava mucchietti di fieno che lui sistemava ordinatamente intorno a sé. 
Noi bambini sedevamo sul prato, le ginocchia fra le braccia e lo osservavamo in silenzio, ipnotizzati. 
Il suono della falce era un sibilo di vento. 
La lama luccicava fra l'erba. 
Il nonno era grande. O almeno io lo ricordo così. Spalle larghe, forti, un bel portamento elegante. Era alto ed aveva un'espressione mite, rassicurante. Ricordo la sua onda nei capelli anche quando era scarmigliato. 
Lavorava la sua campagna silenzioso ed ogni tanto ci lasciava usare il rastrello di legno che era così lungo da doverlo tirare in due. 
Quando aveva finito con la falce, si sciacquava nella fonte, si sedeva sotto la pergola accanto al tavolo di pietra, e si rollava una sigaretta. 
Mi chiedevo ogni volta come riuscisse a prepararsi una sigaretta così sottile con quelle manone. 
Usava una scatoletta magica: sfilava una cartina da una piccola busta, prendeva un pizzico di tabacco  da una tasca e delicatamente riempiva lo spazio concavo sulla cartina appoggiata alla scatola. Poi chiudeva il coperchio e la sigaretta usciva rotolando dall'alto. La magia era fatta. 
Fumava piano, tenendo la cicca tra il pollice e l'indice, lo sguardo sempre rivolto al suo lago. Finita la sigaretta, si faceva un bicchiere del suo vino e se ci avvicinavamo, ce lo offriva inzuppando un pezzetto di michetta. 
Se era buono quel pane colorato di rosso. 
In paese lo chiamavano El Belèssa. Era figlio del Belèssa, il mio bisnonno che non ho mai conosciuto e come lui si meritò questo appellativo. Il Bellezza. 
Di conseguenza mia madre, anche lei bellissima, divenne "la fioea del Belèssa". 
Un nonno bello anche quando si ammalò e perse la parola, lui che amava tanto raccontare. 
Negli ultimi tempi, nel letto d'ospedale, il suo più grande dispiacere era non poter parlare con noi. 
Si arrabbiava come una furia e nel tentativo di articolare qualche suono, potevamo riconoscere le sue classiche parolacce in dialetto. Allora scoppiavamo a ridere come matti (trattenendo un groppo in gola) e lui si calmava e rideva con noi.
In quelle sere d'estate trascorse al lago, ci sedevamo all'aperto e ascoltavamo sue avventure. Aveva una voce baritonale, sicura e parlava un bell'italiano interrotto ogni tanto da qualche parola dialettale. Questo rendeva tutto più colorito. 
Il nonno ci rapiva ogni volta con la storia del "Regolo". 
Nelle valli intorno alla casa dei nonni, si trovavano spesso serpenti, salamandre, ramarri e non era difficile incontrare vipere. 
Noi bambini eravamo costantemente avvisati: e non salite sulle rocce, e non camminate nell'erba alta, e attenti a dove mettete le mani....insomma una vera e propria litania di raccomandazioni. 
Che venivano puntualmente ignorate. 
Il nonno invece ci incuteva un terrore senza limiti con una semplice storia. 
"Il Regolo è il re dei serpenti. Quello che ha vissuto più a lungo e che può arrivare ad oltre cento anni. Allora si trasforma e diventa il Regolo. E' velenoso e terribile ma è cieco, corto e tozzo, non può muoversi con velocità. 
Ha la testa grossa come quella di un gatto e se si sente in pericolo emette un fischio che richiama a sé tutti i serpenti della zona. Allora tu sei spacciato". 
Il nonno affermava di averlo visto da lontano in una piccola radura e che, senza farsi accorgere lo aveva sorpreso ed ucciso con una badilata. Lo aveva poi infilato in un sacco e mostrato a mia nonna, ma non a mia madre, perché a quel tempo era incinta di mia sorella e si sarebbe spaventata. 
La fantasia di noi bambini andava al galoppo. Eravamo curiosi e al contempo terrorizzati. Avremmo voluto vedere questo Re dei Serpenti e magari incontrarlo, ma per tutta risposta finivamo col sognarcelo la notte e risvegliarci madidi di sudore. 
Il nonno rideva di gusto a vederci così spaventati e ripartiva con un'altra delle sue meravigliose storie. 
Le sere d'estate volavano via dietro la sua voce.
Questa è una foto di mio nonno Donato scattata da un fotografo tedesco che passava per la mulattiera lungo la quale sorge la casa dei miei nonni. 
Stava scattando foto al paesaggio e quando vide mio nonno, allora già over 70, gli chiese di posare per una foto. Stava andando nella sua campagna come ha fatto per tutta la vita fino al giorno in cui l'ictus si è portato via le sue parole e le sue gambe.
Io lo ricordo sempre così, con i suoi attrezzi ed io suo bel sorriso sincero.  
Mio nonno amava mangiare bene
Mia nonna Gina non amava molto cucinare e preparava spesso le solite cose, che però erano piatti portentosi. Ma mia madre, da grande, quando ormai sposata aveva imparato a cucinare dei buoni mangiarini, viziava mio nonno ogni volta che andavamo al lago. Lui era goloso di dolci ed una delle suo cose preferite era la zuppa inglese ed i biscotti inzuppati nel vino. 
Quando mi sarei divertita a coccolarlo con il cibo se ci fosse ancora. 







Questa ricetta è da un po' che aspetta di essere pubblicata. 
La coincidenza ha voluto che l'ultima volta che ho parlato del lago, stessi preparando la confettura di albicocche. 
Questa volta sono arance, in una ricetta abbastanza semplice e veloce anche se richiede una discreta pazienza e l'uso di arance buonissime! 
Marmellata di arance (per c.ca 6 vasetti medi)
2 chili di arance bionde di Sicilia
1 chilo di zucchero
il succo di 2 limoni
2 cucchiai abbondanti di buon Rum
Pelate la buccia di un'arancia togliendo accuratamente solo la parte arancio e tagliatela a julienne sottili. Mettete acqua fredda in un padellino, aggiungete la scorza a julienne. Portate a ebollizione quindi scolate. Ripetete l'operazione 3 volte. Questo serve ad eliminare l'amaro dalle scorzette. Tenete da parte.
Adesso comincia il lavoro più lungo. Dovete pelare al vivo le arance. Usate un coltellino affilato con lama a seghetto e togliete quanto più bianco riuscite perché nella cottura è proprio lui a rilasciare l'amaro. 
Versate la polpa dell'arancia in una larga pentola (possibilmente antiaderente) ed aggiungete lo zucchero. Mescolate e cuocete a fiamma vivace per almeno 40 minuti. La frutta comincerà a schiumare ma non c'è bisogno che togliate la schiuma. Piano piano, con la cottura, si assorbirà. 
Dopo c.ca 40 minuti, il composto sarà ancora liquido. Se a voi piace la marmellata senza pezzetti di frutta, potrete a questo punto passare velocemente il mixer a immersione, altrimenti lasciate tutto così com'è ed aggiungete le scorzette. Proseguite la cottura per almeno altri 30/40 minuti, monitorando la densità della marmellata. Scegliete il vs. grado di cottura, ma ricordate che raffreddandosi la marmellata diventa più "dura". Io ho preferito lasciarla un po' più morbida. 
Una volta pronta (se volete, fate la prova piattino, ovvero controllate se una goccia di marmellata versata sul piattino scivoli fluida o molto lentamente. Nel secondo caso la marmellata è pronta), spegnete la fiamma e versate il succo dei limoni ed il rum nella marmellata ancora calda. Mescolate bene e versate immediatamente in vasetti sterilizzati. Tappate con cura e capovolgete. Fate raffreddare e conservate al fresco, possibilmente in un luogo lontano dalla luce. 
Se attendete un mese prima di consumarla, sarà sicuramente ancora più buona. 

lunedì 23 luglio 2012

Confettura di albicocche e il sogno del Lago.

Dream a little dream - The beautiful South
Il mio bioritmo ha la velocità di una lumaca impigrita
Lo so, sono egoista. Ho da poco fatto una settimana di ferie e mi vorrei lamentare a sangue del fatto che non mi è bastata. Stanca ero prima di partire, stanca lo sono adesso. Forse non proprio stanca: pigra
Sono sparita dal mondo senza dire nulla. Sono scappata in uno dei luoghi della mia infanzia e adolescenza insieme a mia figlia e mia madre ed ho oziato al suono delle cicale e del ruscello nella valle per ben 6 giorni. 
Ma l'emozione di ritornarci dopo ben 8 anni, ha fatto si che per tutta la durata del soggiorno avessi ben chiaro il fatto di dovermene andare presto. E questo non è bene. 
Infatti adesso la malinconia mi uccide e d i giorni passati mi sembrano solo un sogno. 
Perché quella che è stata la casa dei miei nonni materni che adesso non ci sono più e mi mancano intensamente, è per me uno dei posti più belli al mondo
Quel luogo e' oggettivamente bellissimo ma è magico per tutta un'altra valanga di ragioni, dette altrimenti ricordi. La casa, molto vecchia, è stata completamente recuperata da mio cugino e trasformata in una dimora deliziosa che nel tempo diventerà una casa-vacanze o un bed and breakfast. Però, nonostante nulla sia più come prima, a parte lo scheletro originario, quando sono entrata in cucina ho sentito quell'odore così familiare di camino misto a legna ed ho avuto un piccolo choc. Non esiste più il camino, né la legna, ma l'odore è ancora lì. 
La casa dei miei nonni si trova sul Lago di Garda, in collina a soli 4 km dal piccolo e splendido borgo di Gargnano sul Garda (versante bresciano). Dalla casa si vede tutto il lago e con lo sguardo puoi abbracciare il Monte Baldo, Sirmione e Riva del Garda senza sforzo. 
L'abitazione dove ho trascorso tutte le mie estati fino a che ci sono stati loro, i miei cari nonni, non aveva il bagno in casa e questo aspetto l'ha resa per noi bambini, ancora di più mitica e avventurosa, perché per fare pipì "c'era il vasino lì" (nascosto sotto il letto), oppure si correva nel bagno, situato nel retro della casa vicino alla valle, in quel gabbiotto predisposto alla bisogna, popolato di ragni e strani insetti di quella selvaggia natura. Che nel nostro ricordo si sono trasformati in piccoli mostri, belve da combattere e motivo di irrefrenabili risate. 
Incomprensibilmente, più passa il tempo più mi sento legata a quel posto. Capisco i momenti di profonda tristezza che affronta mia madre quando le viene nostalgia del suo Lago, perché essere nata e cresciuta in un posto così, con la lontananza non può che trasformassi in una ferita costantemente aperta. La promessa che mi faccio è di tornarci presto. Anche solo per un week end, anche solo per svegliarmi con il suono del ruscello che corre a valle e l'azzurro del lago tra le persiane. 
Vi lascio alcune immagini dei miei posti per farvi sognare come ho fatto io in questi giorni:


La casetta gialla che prima era grigia con le persiane rosse


La campagna dove abbiamo giocato, corso, preso il sole, combinato pasticci e ci siamo voluti bene
Il ruscello che canta giorno e notte e che corre fino al Lago. Questo è il suono che accompagna la vita in queste valli:
Un occhio vigile a protezione della casa e della campagna e di noi villeggianti distratti.
I fiori di cappero osservano il lago con amore.
Durante questi giorni di relax, ho trovato anche il modo per divertirmi dietro ai fornelli, preparando una confettura di albicocche del lago di cui sono veramente orgogliosa per la bontà ed il risultato. 
La ricetta è di Annalisa Bargagli ma devo confessare di averla "personalizzata" visto che ho praticamente preparato 5 kg di albicocche dagli alberi della campagna di nonno e l'ho fatto in 2 mattinate con quantità diverse. Questo mi ha permesso di "misurare" l'uso dello zucchero trovando l'equilibrio che ritengo perfetto con la frutta di cui disponevo, estremamente zuccherina e saporita. Quindi ho ridotto un poco la quantità da lei consigliata ottenendo comunque una composta magnifica. Però come consiglia Annalisa Bargagli, mai scendere sotto il 50% di zucchero per 100% di frutta, altrimenti si rischiano problemi di conservazione.
Vi indico qui di seguito la sua ricetta e le mie variazioni:
- 1200 gr di albicocche mature
- 700 gr di zucchero semolato (io ho usato 500 gr per ogni kg di frutta
- 1 bicchiere d'acqua
- il succo di un piccolo limone 
AROMA: per la metà dei miei vasetti, ho utilizzato i semini di una bacca di vaniglia bourbon per ottenere una confettura di albicocche vanigliate. 


Dopo avere sterilizzato i vasetti  procedete alla preparazione della confettura. Lavate con cura, eliminate i noccioli e tagliate in pezzi non troppo piccoli (io in 4 parti), le vostre albicocche. Versate l'acqua in una capiente pentola dal fondo pesante insieme allo zucchero e fate cuocere a fuoco vivo fino a che non otterrete uno sciroppo e si formeranno sulla superficie delle bolle piuttosto grosse. A questo punto aggiungete la frutta ed il succo di limone e mescolate bene. Fate cuocere sempre a fuoco vivo per una 20/30 minuti, mescolando ogni tanto. Noterete che dopo c.ca 10 minuti si formerà una schiuma chiara, che con la cottura e mescolando, si diluirà e scomparirà. Potete cuocere per il tempo utile ad ottenere la consistenza preferita ma sappiate che già dopo 20 min. la confettura è pronta per essere invasata. Io ho cotto sempre c.ca 30/35 minuti ottenendo una confettura dalla consistenza morbida (a me piace molto morbida visto che la uso spesso con dolci e crostate, e cuocendo nella frolla si indurisce al punto giusto).
Avendo fatto moltissimi vasetti, ho anche destinato una quantità ad essere passata con il mixer ad immersione, così da avere una gelatina da usare per dolcetti tipo occhi di bue o come copertura di torte da glassare. Vi confesso che ho già dato fondo ad un paio di vasetti per le mie colazioni e sono molto soddisfatta di questa ricetta. Grazie ad Annalisa Bargagli! 


E non dimenticate di partecipare al mio primo Contest "La commedia è servita! 



venerdì 21 ottobre 2011

Esorcismi per piccole fobie quotidiane: Ovis Molis

Bye Bye black bird - J. Coltrane e M. Davis
Rosa - Patty, c’è sempre la lucertolina nel bagno?
Patty - Ehhhhh…una lucertola nel bagno? E me lo dici così. Vuoi farmi smettere di fare pipì a vita?
R - Nooo, dai, è piccola, piccolissima, ma non l’hai vista?
P - Certo che no, altrimenti mi sentivi urlare fino a casa tua! Dove diamine è?
R - Adesso guardo. Dietro la porta….ma..oooh è morta…poverina.
P - Sarà morta dallo spavento quando è entrato Luca, ehehehe….
Conversazione casuale in ufficio, tra mia cognata Rosa (che è anche mia collega) ed io. L’unico maschio del club, Luca, ogni tanto subisce le nostre angherie di donne, ma puntualmente a parole vince lui tutte le partite. In quel momento non era presente. Io seduta alla scrivania, vivevo un momento surreale immaginando la lucertola che si passava la cipria alla toilette e Rosa piegata in due dal ridere. Ci piace giocare, altrimenti sai la noia? In questo periodo poi, che in agenzia si vedono passare solo corrieri che portano cataloghi e povere lucertole che si vanno a suicidare in bagno! Che tristezza!
Vabbè, la verità è che io odio i rettili. Mi terrorizzano a morte, mi annichiliscono e purtroppo mi tormentano anche nei sogni. Nei momenti della mia vita di maggiore tensione, ho sempre sognato serpenti: sul ciglio della strada, sulle maniglie delle porte, nel letto, arrotolati ovunque. Fin da piccola, sotto esame di maturità e all’università, non c’era periodo che ‘sti viscidi esseri si riproponessero nel mio subconscio. Vai poi a chiedere il significato e tutti a dirti: "ahh, sono problemi, preoccupazioni, cose brutte!" E tu come un’imbecille a crederci, a deprimerti e a sognarne ancora di più!
Adesso è tanto che non mi succede, grazie al cielo, ma l’effetto viscido = terrore non mi è mai passato. Con il tempo giganteggiano altre paure: mi annienta quella dell’altezza e del vuoto, mi angoscia quella per i luoghi stretti e chiusi, mi inorridisce Emilio Fede e tipi simili, ecc.
Per l’altezza ormai so come comportarmi, a parte agguati tesi a tradimento, come quello di due week end fa, quando con mio marito e mia figlia abbiamo fatto i turisti nella nostra città. Una sensazione meravigliosa visitare il Museo dell’Opera Metropolitana e restare estasiati di fronte alla Maestà di Duccio Boninsegna e al rosone originale del Duomo.
- Dai saliamo sul “Facciatone” (il Facciatone altro non è che la facciata incompiuta della Cattedrale, da cui si gode un panorama mozzafiato) - Una giornata che più bella non si poteva. Cielo color cobalto, luce bellissima, sottile, temperatura estiva. Mi sono detta: perché no, dai che ce la faccio! 
Ci arrampichiamo intorno ad una scala a chiocciola angusta che sale, sale, sale. Mi gira il capo. Ok, prima terrazza. Panorama splendido, vedo Piazza del Campo e tocco la Torre del Mangia con la mano - Dai mamma continuiamo - E sali, sali, fino al corridoio del facciatone. Ballatoio alto 60 cm. Mi da al ginocchio. Il passaggio è largo un metro e mezzo o poco più. Sotto di me, piccolissima, la città. Ho un capogiro. Dietro di me, un’orda di turisti che mi spinge per passare avanti e vedere per intero il panorama. Allora io mi faccio da parte, mi accuccio come una gallina (giuro) e mi metto a sedere su uno scalino con le braccia attorcigliate come liane al passamano. Non riesco più a muovermi, a respirare. Un terrore gelante, puro panico. Tengo lo sguardo basso e tento di fare l’indifferente e in quel momento arriva una ragazza che appena si affaccia al ballatoio, ha la mia stessa reazione: sbianca e si accuccia. Il suo ragazzo mi fa –“Anche lei signora?” – Adesso mi viene da ridere ma in quel momento gli avrei tirato un pugno. E accidenti a me che mi sono fatta convincere a salire quassù! Quando tutti i turisti sono entrati sul ballatoio, io mi alzo e di corsa scendo le scale a chiocciola riprendendo colore in faccia e circolazione agli arti. Mio marito e mia figlia arrivano dopo una decina di minuti, belli sorridenti. Hai avuto paura mamma? Grrrrrr!!!
E voi, piccole fobie quotidiane?

lunedì 13 giugno 2011

Una sfida dispettosa: il gioco del vice-versa!

Canone in re Maggiore - Pachelbel
Per coloro che non fossero informati, da qualche settimana sto partecipando al primo “Reality contest” della blogosfera, organizzato e promosso dalle bimbe di Naso da Tartufo. Il gioco, che vede noi partecipanti suddivisi in squadre il cui nome è un omaggio a grandi chef internazionali, propone ogni settimana sfide al limite del possibile e gastronomicamente concepibile.
La compagine di ogni squadra viene via via decimata con il progredire delle prove e delle settimane, fino al “ne resterà soltanto uno” nel segno della migliore tradizione Ramsaeyana.
Siamo già alla terza prova e personalmente sento vicina l’eliminazione visto l’esito delle mie prime prove e che vede la nostra squadra “Pierre Hermes” all’ultimo posto della classifica, già pesantemente provata dalle prime eliminazioni.
Per questa nuova sfida, Benedetta e Martina ci hanno colpito a tradimento chiedendo ad ognuno il proprio cavallo di battaglia culinario. Fiduciose nel immaginare di poter eseguire il proprio piatto del cuore, tutte le partecipati si sono sbilanciate su piatti elaborati e importanti per poi sentirsi annunciare che la sfida di questa nuova prova sarà realizzare il proprio cavallo di battaglia “allo specchio”, cioè nella versione opposta di quello che è. In breve, se il vs. piatto di battaglia è la pizza margherita, dovrete realizzarla in versione dolce, come se fosse un dessert non snaturando completamente il piatto e far si che visivamente sia il più simile possibile alla versione originale. Se invece è un budino, boh, spero che nessuno abbia quest’incombenza.
Io mi sono vista assegnare d’ufficio la prova perché a causa dei capricci di blogger non sono riuscita a comunicare in tempo il mio cavallo di battaglia (e non so se questo sia stato un bene o un male in ogni caso non vi dirò neanche sotto tortura qual è il mio piatto del cuore). Così ho dovuto preparare dei biscotti.
Biscotti! Un tipo qualsiasi, quelli che amo preparare, quelli che preferisco. Si, però salati!


Frollini al burro salato con chèvre e confettura di cipolle di Tropea. 
Il tutto parte dalla mia passione per le frolle ripiene di marmellata che faccio spesso e che spesso regalo perché sono così carine da vedere. Sono biscotti semplici e schietti ma deliziosi quando la vostra frolla è ben fatta. Se poi usate una marmellata fatta in casa, diventano dei piccoli pezzi di pasticceria.
Così ho pensato di prendere come punto di partenza per la mia sfida, questo biscotto che potete vedere qui nella versione originale e la cui ricetta è la seguente:
- 300 gr farina
- 80 gr. zucchero
- 125 gr di burro
- 1 uovo
- 1 pizzico di sale
- Marmellata di albicocche q.b.
Lavorare il burro tagliato a tocchetti con la farina ed il pizzico di sale, fino ad ottenere un composto granuloso. Aggiungere l'uovo e ricavare una palla che dovrà essere messa a riposare in frigo per almeno un'ora. Stendere la vostra frolla in una sfoglia di  1/2 cm e tagliare con la vostra formina preferita, ricordandovi di fare un foro sulla frolla che coprià il vostro sandwich-biscotto. Cuocere per 15 minuti a 180°C. Togliere dal forno e fare raffreddare quindi assemblare i frollini farcendoli con la marmellata e a piacere spolverare con zucchero a velo.
Come renderlo salato senza usare il sale e conseguentemente mangiabile, questo è un altro discorso.
Facendo la spesa nel supermercato mi si è accesa la lampadina al banco delle verdure, di fronte a delle belle cipolle di Tropea. Mi è tornata alla mente una composta di cipolle che assaggiai una volta in un caseificio a Pienza, durante la degustazione di diverse stagionature di pecorino. Trovai questa alternativa al miele così deliziosa e perfetta che mi rimase impressa per molto tempo. Così, perché non preparare una composta di cipolla da abbinare al mio follino e farcirlo con un morbido e freschissimo chèvre? A risultato finale, la confettura di cipolle assomiglia moltissimo alla marmellata di albicocche che in genere uso per i miei frollini. 
Per il frollino, ho usato dell’ottimo burro salato che ha dato sapidità alla frolla senza aggredirla.
Ho pensato di proporre questi biscottini salati come aperitivo per la cena insieme ai miei suoceri ed ai miei genitori di questo sabato ed ho osservato con occhio attento le reazioni dei commensali: mio marito ha approvato con la riserva di aggiungere maggiore chèvre al ripieno. Mio padre ha esordito dicendo che non aveva voglia di biscotti prima di cena ed io ho insistito di assaggiare con un solo boccone il “biscottino”, al che, faccia circospetta, ciglio alzato, masticazione lenta e un sorrisetto sornione: che ci hai messo? E’ buono! Mia mamma ha arricciato un po’ il naso ma ha comunque approvato l’esperimento. Mia suocera si è finita il vassoio ed ha dichiarato: da rifare!
Penso quindi, in primo grado, di aver superato la prova. Adesso vediamo cosa diranno le Nasette ed i giudici incaricati. Ecco la ricetta.
Ingredienti per c.ca 20 biscottini salati.
Per la frolla salata:
-         250 gr di farina 00
-         125 gr di burro salato
-         1 uovo medio
-         uno o due cucchiai di acqua fredda (se necessario)
Per la confettura di cipolle
-         4 cipolle di Tropea di media grandezza
-         100 gr di zucchero di canna
-         100 gr di zucchero bianco
-         200 ml di acqua
Per il ripieno
-         200 gr di formaggio chèvre o se preferite robiolina di capra o similare
Lavorate velocemente con le dita, il burro tagliato a pezzetti con la farina fino ad ottobrere un composto granuloso. Aggiungere l’uovo ed impastare velocemente fino ad ottenere una palla. Se fosse necessario, aggiungere uno o due cucchiai di acqua fredda. Avvolgere nella pellicola e mettere in frigo per almeno un’ora.
Pulire e tagliare finemente le vostre cipolle e metterele in un pentolino antiaderente insieme allo zucchero ed all’acqua e fate cuocere a fuoco lento per c.ca un’ora mescolando ogni 10 minuti fino a che la marmellata avrà raggiunto un colore caramello ed una consistenza spalmabile.
Stendete la pasta in una sfoglia di ½ cm. quindi tagliate i vostri frollini nella forma che preferite, ricavando un buco nel frollino di copertura. Fate cuocere in forno pre-riscaladato a 180°C per 15 min, fino a che non saranno leggermente dorati. Raffreddateli e farciteli con lo chèvre. All’interno del foro sulla frolla, mettete un piccolo quantitativo di composta di cipolla. Servite con spumante secco o un Franciacorta come aperitivo.


Con questo post partecipo alla terza sfida del Constest Naso da Tartufo e al gioco di Fausta Ricette allo Specchio 


Ecco i miei compagni di squadra