The first Noel - Lionel Richie
Visto che siamo ufficialmente entrati nello spirito natalizio e contrariamente a quanti pensano che il Natale sia l'undicesima piaga d'Egitto, io non ce la faccio a trattenere un senso di euforica agitazione, di confusa aspettativa, ho deciso che da qui al 25 dicembre racconterò solo storie felici.
Così abbiate pietà di me, per lo zucchero che troverete nelle ricette e nei miei post.
La piccola Emma stava seduta al tavolo della cucina e scriveva concentrata su un foglietto, tenendo ben stretta la matita nella mano di bimba. Dopo un'ultima lettura, si alzò ed andò dalla mamma che stava preparando la cena in cucina.
Le consegnò il foglietto con uno strano sorriso e gli occhi attenti e vide la madre leggere concentrata: "Per averti apparecchiato la tavola quando sono venuti i nonni: 1 euro"; per aver messo in ordine la mia cameretta e tutti i giocattoli: 1 euro; per aver preso 9 al compito di italiano: 2 euro; per avere annaffiato le tue piantine: 50 centesimi; per essere uscita a comprare il pane: 50 centesimi. Totale da pagare: 5 euro."
La mamma finì di leggere e guardò sua figlia sorridendo. Pensieri le vorticavano nella testa. Allora prese una penna, girò il foglio e cominciò a scrivere: "I Nove i mesi che ti ho portato nel mio grembo aspettando che nascessi: gratis; Tutte le notti che non ho dormito per allattarti e cullarti mentre piangevi spaventata: gratis; Tutte le volte che sono rimasta accanto a te mentre avevi la febbre ed il raffreddore: gratis; Tutte le preoccupazioni che mi hai dato quando facevi i capricci o disubbidivi: gratis. I giocattoli, le bambole, le caramelle, le torte di compleanno, le feste, i vestitini carini, i baci, le carezze e gli abbracci: se faccio la somma di tutto cara Emma, il mio amore per te è gratis."
E consegnò il foglio alla bimba.
Emma leggeva e la sua espressione cambiava. Alzò gli occhi verso la mamma e con i lucciconi le disse: "Oh mamma, ma io ti voglio tanto bene davvero".
Prese la sua matita e tracciando una riga sulla sua nota scrisse: "TUTTO PAGATO".
Se non siete mai stati in Alsazia, trovate l'occasione per farlo.
Magari proprio sotto Natale.
Questa regione francese si trova al confine con la Germania, a ridosso della Foresta Nera. Da Strasburgo in un attimo si più arrivare a Freiburg ed i paesaggi che attraverserete per visitarla, sono costellati da vigneti, castelli e borghi incantevoli. Al solo pensiero mi viene voglia di tornarci di corsa.
Colmar è ufficialmente la città con le più belle luminarie d'Europa.
Un gioiello di case a graticcio costruite su canali eleganti che attraversano il centro storico.
Una imponente cattedrale gotica sul cui tetto, se siete fortunati come me, potete anche scorgere il nido di una cicogna.
La strada principale piena di deliziosi negozi tra cui numerose panetterie le cui vetrine traboccano di Kuglehopf o Kouglof come lo chiamano loro.
Sono praticamente anni che desidero replicare questo dolce molto Natalizio (che però viene preparato in tutto il resto dell'anno), e qualsiasi delle ricette trovate in rete non mi soddisfava o aveva comunque qualche particolare che non riusciva a convincermi.
Sono incappata per caso sul sito di Marcotte (le blogger che hanno combattuto come me contro la dipendenza da Macarons, sanno di chi parlo) ed ho capito che era lei la ricetta che cercavo.
Fragrante, burrosa, con pochissimo zucchero e molta uvetta...un signor lievitato che magari non vi darà la soddisfazione di un Pandoro o un Panettone, ma che comunque richiede tempo e pazienza e non durerà molto sulla vostra tavola.
Non avendo a disposizione farina forte, ho voluto provare ad utilizzare la semola rimacinata Senatore Cappelli e l'intuito mi ha premiata. La semola ha contribuito a reggere la lievitazione ottimamente, ha conferito al dolce un profumo caratteristico ed il sapore riconoscibile della semola. Inoltre, il colore ...beh, valutate voi. Assolutamente buonissimo.
Ingredienti per uno stampo scanalato da 22 cm di diametro.
300 g di farina forte (semola rimacinata Senatore Cappelli senza tagli di altre farine).
35 g di zucchero semolato
1 cucchiaino di miele
6 g di sale
15 g di lievito di birra
125 g di uova
90 ml di latte intero
200 g di burro + per lo stampo
75 g di uvetta sultanina
kirsch (facoltativo - o altro liquore dolce in cui ammollare l'uvetta)
mandorle intere per la decorazione
zucchero a velo per la finitura
Fate riprendere l'uvetta in acqua calda addizionata o meno con il liquore.
Nella ciotola della planetaria versate il latte intiepidito in cui farete sciogliere il lievito di birra con il cucchiaino di miele ed aggiungete 100 g di farina per realizzare un lievitino che farete riposare c.ca 1 ora coperto con un panno umido. Ponete la ciotola in un ambiente caldo (dentro il forno con la luce accesa va benissimo).
Quando il lievitino avrà raddoppiato il proprio volume, aggiungete nella stessa ciotola lo zucchero, le uova leggermente battute, il sale ed il resto della farina.
Con il gancio lavorate l'impasto a velocità media dai 10 ai 15 minuti fino a che la pasta non si staccherà dalle pareti lasciando la ciotola lucida.
A questo punto cominciate ad aggiungere il burro ammorbidito a dadini, pochi alla volta facendoli incorporare bene prima di aggiungere i successivi, e continuate ad impastare fino a che il burro non sarà ben incorporato.
Da questo momento continuate ad impastare: l'impasto risulterà morbido ed appiccicoso ma con il lavoro comincerà a essere liscio e lucido, incordandosi al gancio e staccandosi dalla ciotola lasciandola pulita. Continuate ad impastare e prima di smettere fate la prova del "velo": prendete con due dita una estremità dell'impasto e tirate verso l'esterno: se la pasta è elastica e non si strappa raggiungendo uno spessore di trasparenza come quello di un velo, allora il vostro impasto è pronto.
Aggiungete a questo punto l'uvetta sgocciolata, impastate qualche istante per incorporarla e distribuirla bene, quindi togliete la ciotola dalla planetaria, copritela con un panno umido e fatela lievitare almeno un'ora.
Imburrate lo stampo e disponete una mandorla in ciascuna scanalatura alla base.
Togliete l'impasto dalla ciotola: sarà estremamente morbido ed un po' appiccicoso. Consiglio di cospargervi le mani di un goccio d'olio prima di maneggiarla.
Prendetela con delicatezza e allungatela in maniera da avere una sorta di rotolo da sistemare nello stampo circolare. Spingete bene l'impasto nello stampo quindi lasciate nuovamente riposare il tutto per un'ora sempre nel forno al calore sviluppato dalla luce accesa e coperto sempre da un panno umido.
La pasta dovrà raddoppiare di volume ed arriverà ad emergere dal bordo del vostro stampo.
Infornare a 180°C e far cuocere per 30/35 minuti (la mia era cotta perfettamente a 35 minuti, ma fate comunque la prova stecchino e valutate in base alle calorie sviluppate dal vostro forno).
Rovesciate la torta su una griglia e fatela intiepidire.
Cospargete di zucchero a velo e se vi piace, lucidiate le mandorle con una goccia di miele.
Se la consumate il giorno dopo, ricordate di scaldarla lievemente per riprendere la fragranza data dal burro.
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lunedì 9 dicembre 2013
lunedì 3 settembre 2012
Clafoutis di ricotta e prugne gialle e rosse. E di case di passaggio.
September Song - Django Reinhardt
Durante i primi 6 anni di matrimonio abbiamo fatto 3 traslochi.
Le prime 2 case che ci hanno ospitato, erano esattamente il sogno toscano per chiunque immagini la Toscana da film: entrambe erano due casali primi novecento, all'interno di due tenute, una più bella dell'altra, distanti dalla città, completamente circondate da colline, vigneti, viali di cipressi, boschi, piccole pievi ed amenità del genere. Ovviamente nessuna delle due era in vendita ed in ogni caso non sarebbe stata accessibile per le nostre misere finanze di giovani sposi. Per ben due volte ci siamo sentiti dire che avremmo dovuto lasciare la casa in breve tempo, la prima perché il borgo sarebbe stato trasformato in un Hotel 5 stelle; la seconda perché sarebbe diventata un agriturismo da lì a qualche mese.
La seconda casa, in particolare, si trovava a c.ca 15 km dalla città, nel cuore delle crete senesi. Per raggiungerla si guidava lungo uno dei percorsi più panoramici della provincia ed una volta raggiunta, dalla nostra terrazza potevamo osservare la silhouette di Siena distesa sulle colline e la Torre del Mangia dritta come un indice a ribadire: "io sono qua da secoli!".
Per i due anni che abbiamo vissuto in quella casa, ogni volta che aprivo la porta di ritorno dal lavoro, mi sentivo in vacanza. E' stata la sensazione più bella che abbia mai avuto abitando una casa. In quel posto meraviglioso abbiamo concepito nostra figlia e quando l'abbiamo lasciata, le nostre vacanze sono finite.
La casa a fianco alla nostra, era di proprietà di una dottoressa parigina, che ogni paio di mesi si trasferiva per trascorrere qualche settimana nel suo paradiso toscano. Avevamo la terrazza in comune quindi spesso accadeva di scambiarsi cortesie ed assaggi. E' stato in quel periodo che ho scoperto il "clafoutis". Lei lo preparava spesso, con frutta diversa. Io ne avevo sentito parlare ma non lo avevo mai assaggiato. E la prima volta fu di albicocche.
Il nome così esotico mi affascinava e più avanti ho provato a farlo anche io spesso perché amo la frutta cotta e questo è un dolcino che si fa alla velocità della luce, con poco o niente.
Questa volta ho aggiunto una mia variante, della ricotta fresca ad arricchire l'impasto liquido di uova, che conferisce quindi un po' più di struttura all'impasto che avvolge la frutta. In più ho usato dello zucchero muscovado. L'impasto avrà il colore del caramello ma l'aroma speziato dello zucchero, che vagamente ricorda la liquirizia, darà al tutto un tono speciale.
Ingredienti per 3 persone
300 gr di prugne rosse e gialle
2 uova medie a temperatura ambiente
2 dl di latte
50 gr di ricotta fresca di pecora
40 gr di farina
50 gr di zucchero muscovado
un pizzico di sale
burro per ungere le pirofiline
zucchero a velo per rifinire
Lavate le prugne, eliminate il nocciolo e tagliatele a pezzi non troppo piccoli. Imburrate 3 stampi da forno e disponete la frutta coprendo il fondo.
Sbattete le uova con lo zucchero fino ad avere un composto gonfio quindi aggiungete il latte, la ricotta setacciata e mescolate bene. Per ultimo la farina setacciata con con il sale, amalgamando con delicatezza.
Versate il liquido sulla frutta dai bordi in modo che arrivi al livello della frutta. Mettete le pirofiline in forno preriscaldato a 180° per c.ca 30/35 minuti, o fino a che il composto non sia ben gonfio e dorato.
Togliete dal forno. Lasciate intiepidire e cospargete con zucchero a velo.
Le voilà.
Durante i primi 6 anni di matrimonio abbiamo fatto 3 traslochi.
Le prime 2 case che ci hanno ospitato, erano esattamente il sogno toscano per chiunque immagini la Toscana da film: entrambe erano due casali primi novecento, all'interno di due tenute, una più bella dell'altra, distanti dalla città, completamente circondate da colline, vigneti, viali di cipressi, boschi, piccole pievi ed amenità del genere. Ovviamente nessuna delle due era in vendita ed in ogni caso non sarebbe stata accessibile per le nostre misere finanze di giovani sposi. Per ben due volte ci siamo sentiti dire che avremmo dovuto lasciare la casa in breve tempo, la prima perché il borgo sarebbe stato trasformato in un Hotel 5 stelle; la seconda perché sarebbe diventata un agriturismo da lì a qualche mese.
La seconda casa, in particolare, si trovava a c.ca 15 km dalla città, nel cuore delle crete senesi. Per raggiungerla si guidava lungo uno dei percorsi più panoramici della provincia ed una volta raggiunta, dalla nostra terrazza potevamo osservare la silhouette di Siena distesa sulle colline e la Torre del Mangia dritta come un indice a ribadire: "io sono qua da secoli!".
Per i due anni che abbiamo vissuto in quella casa, ogni volta che aprivo la porta di ritorno dal lavoro, mi sentivo in vacanza. E' stata la sensazione più bella che abbia mai avuto abitando una casa. In quel posto meraviglioso abbiamo concepito nostra figlia e quando l'abbiamo lasciata, le nostre vacanze sono finite.
La casa a fianco alla nostra, era di proprietà di una dottoressa parigina, che ogni paio di mesi si trasferiva per trascorrere qualche settimana nel suo paradiso toscano. Avevamo la terrazza in comune quindi spesso accadeva di scambiarsi cortesie ed assaggi. E' stato in quel periodo che ho scoperto il "clafoutis". Lei lo preparava spesso, con frutta diversa. Io ne avevo sentito parlare ma non lo avevo mai assaggiato. E la prima volta fu di albicocche.
Il nome così esotico mi affascinava e più avanti ho provato a farlo anche io spesso perché amo la frutta cotta e questo è un dolcino che si fa alla velocità della luce, con poco o niente.
Ingredienti per 3 persone
300 gr di prugne rosse e gialle
2 uova medie a temperatura ambiente
2 dl di latte
50 gr di ricotta fresca di pecora
40 gr di farina
50 gr di zucchero muscovado
un pizzico di sale
burro per ungere le pirofiline
zucchero a velo per rifinire
Sbattete le uova con lo zucchero fino ad avere un composto gonfio quindi aggiungete il latte, la ricotta setacciata e mescolate bene. Per ultimo la farina setacciata con con il sale, amalgamando con delicatezza.
Versate il liquido sulla frutta dai bordi in modo che arrivi al livello della frutta. Mettete le pirofiline in forno preriscaldato a 180° per c.ca 30/35 minuti, o fino a che il composto non sia ben gonfio e dorato.
Togliete dal forno. Lasciate intiepidire e cospargete con zucchero a velo.
Le voilà.
venerdì 13 aprile 2012
Les Madelaines di Ladurée: e la vostra?
Over the rainbow - Eric Clapton
Qual'è il primo ricordo vero, forte, della vostra vita? Quello che potete descrivere elencando particolari che siano più di 2 e che non vi sfugge come un breve sogno che appare così incerto al risveglio? E' un ricordo che trascina con se anche sensazioni fisiche come odori o sapori? E' una "Madelaine" o un semplice ricordo? Spesso mi sconvolge la consapevolezza che il solo ritorno con il pensiero a quell'oggetto specifico, senza avere necessità di incontrarlo con lo sguardo, scateni questa reazione intensissima, potente e traboccante di tenerezza.
Il cestino dell'asilo.
Il cestino dell'asilo è la mia Madelaine. Quando mi capita di vedere un cestino dell'asilo, cosa ormai rarissima perché in molte scuole materne non si usa più, ho un fortissimo flash back che mi riempie di brividi fino alla punta dei capelli. Mi si chiude lo stomaco per l'emozione, vengo investita dall'odore della minestrina misto a quello dei pastelli, della carta del pane e della coccoina. Vedo il mio grembiulino color carta da zucchero con il colletto bianco ed io seduta ad arrotolare stelle filanti per farne dei fiori da appiccicare sul cartoncino e regalare alla mamma. Ho chiaro in mente il primo giardino dove ho trascorso ore giocando quando vivevo a Milano, i campi intorno casa ed i fili d'erba verdissima più alti di me, su cui stavano immobili minuscole ile verdi. Io le raccoglievo con delicatezza, le guardavo con curiosità e sorpresa: erano morbide e appiccicose e mi facevano il solletico sul palmo della mano.
Il cestino dell'asilo scatena una sequenza di immagini e sensazioni che mi riportano sempre lì, a quei miei 3 anni di vita. Non ho foto di quel periodo, forse una decina in tutto purtroppo ed infilate in qualche scatolone ancora chiuso dall'ultimo trasloco. Posso quindi confidare che questi ricordi siano davvero fedeli a quello che ho vissuto e non una memoria indotta da foto o video, come vedo che invece spesso succede a mia figlia abituata a guardare spesso le sue foto e video di quando era piccola. Probabilmente sarà difficile per lei ricevere il dono di una "Madelaine" così intensa come la mia.
Sono certa che molte di voi avranno avuto lo stesso regalo dalla vita, specialmente quelle più vicine alla mia generazione, quando la tecnologia non era così prepotentemente presente nelle nostre vite ed il ricordo era affidato a piccole foto preziose, spesso sovraesposte, sgranate e sbiadite dal tempo.
Mi raccontate la vostra? Fermatevi sono un attimo, vi farà star bene. Ed io sono davvero curiosa.
In cambio vi lascio la ricetta delle deliziose Madelaines di Ladureé (dal libro "Dolce"), facilissime da fare credetemi, ed assolutamente fedeli a quelle che potete mangiare in Francia.
Per c.ca 24 madelaines grandi o c.ca 60 mini-madelaines:
2 limoni non trattati (io ho usato arance)
160 gr di zucchero semolato
175 gr di farina 00 + la necessaria per lo stampo
10 gr di lievito per dolci
180 gr di burro + 20 gr per gli stampi
4 uova intere medie
35 gr di miele millefiori o acacia (non omettetelo)
Preparate l'impasto il giorno prima.
Grattugiate la scorza dei limoni. In una grossa ciotola mescolate la scorza con lo zucchero. In un altro recipiente setaccia insieme la farina con il lievito in polvere.
Fai sciogliere il burro a fuoco lento in un pentolino (io a bagno maria).
Sbatti le uova con lo zucchero, il limone ed il miele fino ad ottenere un bel composto gonfio e spumoso (io ho usato la planetaria con la frusta). Incorpora delicatamente con una spatola la farina setacciata ed il lievito, e per ultimo il burro fuso ormai freddo, versandolo a filo. Amalgama tutto con cura e metti un un recipiente di plastica ermetico. Tieni in frigo almeno per 12 ore.
Il giorno successivo fai sciogliere 20 gr. di burro e con un pennello imburra lo stampo che metterai per qualche minuto in frigo affinché il burro si rapprenda. In seguito infarinalo eliminando la farina in eccesso e riempi gli stampi per 3/4 della loro altezza.
Inforna a 200°. Calcola da 5/6 minuti per le mini Madelaines e da 8/10 minuti per quelle normali. Per le mie ho avuto bisogno di 8 minuti esatti. Quando le Madelaines saranno ben dorate, toglietele dal forno, lasciatele raffreddare e sfornatele. Meravigliose tiepide, buonissime fredde, si conservano bene in scatole ermetiche per non deprimere la loro morbidezza.
COLONNA SONORA: Scusate ma devo dire qualcosa sulla canzone che ho scelto per questo post e che è in assoluto non solo una delle più belle mai scritte, ma anche più "coverizzate" nella storia della musica. Parlo di Over the Raimbow, la canzone regina dal film "Il mago di Oz", portata al successo da una giovanissima ma struggente Judy Garland e potrei dire cantata almeno una volta da tutti i più grandi interpreti di ieri e di oggi. Ho scelto questa canzone perché il testo è magnifico e secondo me ha un significato profondo legato ai ricordi. I ricordi svaniti o sfumati, i ricordi che si trasformano in sogni. Il sogno di Dorothy, il suo desiderio di scoprire cosa esista al di là dell'arcobaleno non è che il desiderio di conoscere il suo passato perduto di ragazzina orfana e cresciuta con i nonni. Sia la musica che il testo hanno un profondo potere evocativo, in grado di calmare i battiti del nostro cuore, di cullarci, di trasportarci in una dimensione romantica ed estremamente malinconica. La versione che invece ho scelto è una delle mie preferite, realizzata da uno dei più grandi e virtuosi chitarristi viventi, il meraviglioso "Slow Hand" Clapton, che trasforma questo pezzo spesso interpretato con toni nostalgici ed fin troppo enfatici, in un bellissimo blues scanzonato e divertito. Ascoltatelo, vi darà grande gioia. Un bacio a tutte!
Qual'è il primo ricordo vero, forte, della vostra vita? Quello che potete descrivere elencando particolari che siano più di 2 e che non vi sfugge come un breve sogno che appare così incerto al risveglio? E' un ricordo che trascina con se anche sensazioni fisiche come odori o sapori? E' una "Madelaine" o un semplice ricordo? Spesso mi sconvolge la consapevolezza che il solo ritorno con il pensiero a quell'oggetto specifico, senza avere necessità di incontrarlo con lo sguardo, scateni questa reazione intensissima, potente e traboccante di tenerezza.
Il cestino dell'asilo.
Il cestino dell'asilo è la mia Madelaine. Quando mi capita di vedere un cestino dell'asilo, cosa ormai rarissima perché in molte scuole materne non si usa più, ho un fortissimo flash back che mi riempie di brividi fino alla punta dei capelli. Mi si chiude lo stomaco per l'emozione, vengo investita dall'odore della minestrina misto a quello dei pastelli, della carta del pane e della coccoina. Vedo il mio grembiulino color carta da zucchero con il colletto bianco ed io seduta ad arrotolare stelle filanti per farne dei fiori da appiccicare sul cartoncino e regalare alla mamma. Ho chiaro in mente il primo giardino dove ho trascorso ore giocando quando vivevo a Milano, i campi intorno casa ed i fili d'erba verdissima più alti di me, su cui stavano immobili minuscole ile verdi. Io le raccoglievo con delicatezza, le guardavo con curiosità e sorpresa: erano morbide e appiccicose e mi facevano il solletico sul palmo della mano.
Il cestino dell'asilo scatena una sequenza di immagini e sensazioni che mi riportano sempre lì, a quei miei 3 anni di vita. Non ho foto di quel periodo, forse una decina in tutto purtroppo ed infilate in qualche scatolone ancora chiuso dall'ultimo trasloco. Posso quindi confidare che questi ricordi siano davvero fedeli a quello che ho vissuto e non una memoria indotta da foto o video, come vedo che invece spesso succede a mia figlia abituata a guardare spesso le sue foto e video di quando era piccola. Probabilmente sarà difficile per lei ricevere il dono di una "Madelaine" così intensa come la mia.
Sono certa che molte di voi avranno avuto lo stesso regalo dalla vita, specialmente quelle più vicine alla mia generazione, quando la tecnologia non era così prepotentemente presente nelle nostre vite ed il ricordo era affidato a piccole foto preziose, spesso sovraesposte, sgranate e sbiadite dal tempo.
Mi raccontate la vostra? Fermatevi sono un attimo, vi farà star bene. Ed io sono davvero curiosa.
In cambio vi lascio la ricetta delle deliziose Madelaines di Ladureé (dal libro "Dolce"), facilissime da fare credetemi, ed assolutamente fedeli a quelle che potete mangiare in Francia.
Per c.ca 24 madelaines grandi o c.ca 60 mini-madelaines:
2 limoni non trattati (io ho usato arance)
160 gr di zucchero semolato
175 gr di farina 00 + la necessaria per lo stampo
10 gr di lievito per dolci
180 gr di burro + 20 gr per gli stampi
4 uova intere medie
35 gr di miele millefiori o acacia (non omettetelo)
Preparate l'impasto il giorno prima.
Grattugiate la scorza dei limoni. In una grossa ciotola mescolate la scorza con lo zucchero. In un altro recipiente setaccia insieme la farina con il lievito in polvere.
Fai sciogliere il burro a fuoco lento in un pentolino (io a bagno maria).
Sbatti le uova con lo zucchero, il limone ed il miele fino ad ottenere un bel composto gonfio e spumoso (io ho usato la planetaria con la frusta). Incorpora delicatamente con una spatola la farina setacciata ed il lievito, e per ultimo il burro fuso ormai freddo, versandolo a filo. Amalgama tutto con cura e metti un un recipiente di plastica ermetico. Tieni in frigo almeno per 12 ore.
Il giorno successivo fai sciogliere 20 gr. di burro e con un pennello imburra lo stampo che metterai per qualche minuto in frigo affinché il burro si rapprenda. In seguito infarinalo eliminando la farina in eccesso e riempi gli stampi per 3/4 della loro altezza.
Inforna a 200°. Calcola da 5/6 minuti per le mini Madelaines e da 8/10 minuti per quelle normali. Per le mie ho avuto bisogno di 8 minuti esatti. Quando le Madelaines saranno ben dorate, toglietele dal forno, lasciatele raffreddare e sfornatele. Meravigliose tiepide, buonissime fredde, si conservano bene in scatole ermetiche per non deprimere la loro morbidezza.
COLONNA SONORA: Scusate ma devo dire qualcosa sulla canzone che ho scelto per questo post e che è in assoluto non solo una delle più belle mai scritte, ma anche più "coverizzate" nella storia della musica. Parlo di Over the Raimbow, la canzone regina dal film "Il mago di Oz", portata al successo da una giovanissima ma struggente Judy Garland e potrei dire cantata almeno una volta da tutti i più grandi interpreti di ieri e di oggi. Ho scelto questa canzone perché il testo è magnifico e secondo me ha un significato profondo legato ai ricordi. I ricordi svaniti o sfumati, i ricordi che si trasformano in sogni. Il sogno di Dorothy, il suo desiderio di scoprire cosa esista al di là dell'arcobaleno non è che il desiderio di conoscere il suo passato perduto di ragazzina orfana e cresciuta con i nonni. Sia la musica che il testo hanno un profondo potere evocativo, in grado di calmare i battiti del nostro cuore, di cullarci, di trasportarci in una dimensione romantica ed estremamente malinconica. La versione che invece ho scelto è una delle mie preferite, realizzata da uno dei più grandi e virtuosi chitarristi viventi, il meraviglioso "Slow Hand" Clapton, che trasforma questo pezzo spesso interpretato con toni nostalgici ed fin troppo enfatici, in un bellissimo blues scanzonato e divertito. Ascoltatelo, vi darà grande gioia. Un bacio a tutte!
lunedì 19 marzo 2012
Donne Straordinarie: Edith Piaf, la voce con dentro la vita. Blanquette de veau à l'ancienne
Hymne à l'amour - Edith Piaf
Il tema delle strenne del mese di marzo è veramente bellissimo, "Donne Straordinarie", ed io non posso esimermi di partecipare anche alla sfida lanciata da Stefania per le strenne Gluten Free. L'esperienza nel mitico gruppo delle Strenne è stata bellissima ed avendo vinto lo scorso mese, io ci riprovo perché ci ho preso gusto! E ci riprovo parlando ovviamente di 2 donne di musica che amo profondamente, non solo per il loro meraviglioso ed indiscutibile talento, ma soprattutto per il destino che ha segnato le loro vite nel bene e nel male, rendendole icone, miti indiscussi nel mondo della musica e simboli di donne veramente straordinarie. Oggi dedico questo post ad Edith Piaf. Per scoprire chi è la seconda donna di musica nel mio cuore, dovrete aspettare venerdì 30 con la chiusura delle Strennine di marzo.
Quando
Edith Piaf sale sul palco dell’Olympia per uno dei suoi ultimi concerti 2 anni
prima di morire, dimostra 60 anni pur avendone solo 45:
piegata da una terribile forma di artrosi che la costringe per la maggior
parte del tempo sulla sedia a rotelle, quasi cieca, fortemente stempiata e
pallida, è ancora in grado di mandare in estasi il suo pubblico grazie
ad una voce integra, pura, intensamente piena delle
mille vite vissute. Quando Edith
comincia a cantare, sul palco non c’è più alcun segno di quel fragile
essere umano segnato dalla tragedia e dagli eccessi. Quello che il pubblico è in grado di
vedere è una magnifica creatura che canta le infinite sfumature dell’amore,
che inneggia alla vita grazie ad una voce che contiene il pianto e il riso,
la rabbia e il dolore ma anche l’orgoglio e la rivalsa.
Edith
assomiglia alla sua Francia e questo il suo pubblico lo riconosce.
Il
“passerotto”, la Mome, come è conosciuta universalmente, nasce per strada in
tempo di guerra, nel 1915, da un padre artista girovago ed un madre metà
italiana e metà berbera, che abbandona entrambi con l’illusione di un successo
da solista.
Cresce dunque in una Francia che cerca disperatamente di dimenticare il conflitto negli eccessi dei
folli anni ’20, tra le contraddizioni della bella vita degli artisti e
letterati e la miseria devastante del proletariato, della vita di strada
affollata da prostitute ed alcolisti. Sopravvive di espedienti ed è
probabilmente intorno agli 8 anni che cercando di raccogliere il minimo per
nutrirsi, canta la Marsigliese ed incanta i passanti con una voce possente e
fiera, anticipando quello che farà per il resto della sua breve vita: cantare.
A 20 anni
ne dimostra a malapena 14. Resta incinta molto giovane di un uomo che la spinge
a prostituirsi e perde la sua creatura praticamente subito dopo la nascita.
Sbarca il lunario cantando nei locali insieme alla sua amica Simone, che le
starà accanto tutta la vita e che raccoglierà le sue memorie. Viene notata dall’impresario Leplée, colui che le aprirà la porta al successo
inarrestabile. Grazie a lui, si esibisce con Mistinguette, Fernandel, Maurice
Chevalier praticamente ancora sconosciuta. Ma è solamente più tardi, grazie al nuovo
impresario Raymond Asso, che sarà anche il suo amante per qualche tempo, che Edith
diventa Piaf, il passerotto di Francia. Con lui Edith diventa un’icona ed un'interprete ed è proprio con lui che porta al successo “La vie en Rose”, la sua
canzone simbolo.
Di lei
Jean Cocteau, che ne intuisce l’immenso talento, scrive: «Guardate
questo piccolo essere le cui mani sono quelle della lucertola delle pietre.
Guardate la sua fronte di Bonaparte, i suoi occhi di cieca che hanno ritrovato
la vista. Come farà a far uscire dal suo petto minuto i grandi lamenti della
notte? Ed ecco che canta, o meglio, come l’usignolo di aprile prova il suo
canto d’amore. Avete ascoltato questo lavorio dell’usignolo? Soffre. Esita. Si
schiarisce. Si strozza. Si lancia e cade. E d’improvviso, trova la sua strada. Vocalizza.
Sconvolge».
Gli anni
di maggiore splendore di Edith Piaf sono
paradossalmente quelli cupi del secondo conflitto mondiale: questa donna continua la
sua vita a Parigi, lavorando e cantando per i suoi concittadini, ma anche per
gli ufficiali tedeschi, i nemici. E’ la vita della Francia, i compromessi, la miseria, le
illusioni perdute e la rabbia per il fallimento militare. Una Francia posseduta
e calpestata dal nemico che cerca di ritrovare la propria dignità ed identità schiacciata dalla vergogna del collaborazionismo, senza perdere la speranza, trovando una risposta nella voce di Edith. La voce
della Francia è la voce di Edith.
Nonostante
la lista dei suoi amanti sia lunga e burrascosa come scrive la sua amica Simone,
uno dei suoi più grandi e sfortunati amori è quello per il pugile Marcel
Cerdan, che incontra a N.Y. durante una tournée e che morirà tragicamente in un incidente
aereo.
Gli ultimi 15 anni della sua vita sono segnati dall’abuso di alcool,
droghe, incidenti d’auto gravi causati dal bere e tentativi di suicidio,
broncopolmoniti e coma epatici, interventi chirurgici e tentativi di
disintossicarsi, che però non le impediscono di continuare a cantare. Nel 1960
porta al delirio l’intero teatro dell’Olympia con il suo manifesto
di vita, che sarà anche il suo testamento: “Non, rien de rien, non je ne regrette rien”, non rimpiango nulla, farei
tutto nuovamente. Tre anni più tardi morirà consumata dal cancro e dagli eccessi, lasciando un patrimonio di canzoni meravigliose ed uno struggente senso di malinconia e commozione in chiunque, ancora oggi, ascolti la sua indimenticabile voce.
La ricetta che ho scelto è uno dei piatti mitici della cucina francese, così come Edith lo è della musica e della canzone di questo paese: la Blanquette de veau à l'Ancienne, una sorta di spezzatino di vitello che non viene cotto stufato come abitualmente noi siamo abituati a preparare il nostro, ma bollito a lungo ed accompagnato da verdure "bianche" preparate a parte, che ben si accordano a questa carne rispettandone il gioco cromatico tutto teso verso un candore ed una purezza di base. Perché la Blanquette. In realtà proprio grazie a questo non colore che caratterizza l'intero piatto e che mi ispira un concetto di purezza che si ricollega alla purezza della voce di Edith, mai incerta, mai spezzata, rotta solamente dalle emozioni che era in grado di trasmettere. Il bianco è il non colore che li contiene tutti: la voce di Edith conteneva l'intero caleidoscopio delle emozioni.
Per chi non ha mai assaggiato la Blanquette, si riservano delle piacevoli sorprese. La carne bollita a lungo abbracciata da molti aromi, diventa un boccone tenero e intensamente profumato che si sposa armoniosamente con i piccoli champignon da cui emerge la freschezza del limone e le tenere cipolline glassate. Una salsa bianca e vellutata accompagna e lega il tutto, che può essere servito con una piccola porzione di riso bianco al vapore nappato generosamente con questa gustosa salsa, il tutto rigorosamente gluten free.
Ed alla raccolta delle Strenne Gluten Free di Marzo
La ricetta che ho scelto è uno dei piatti mitici della cucina francese, così come Edith lo è della musica e della canzone di questo paese: la Blanquette de veau à l'Ancienne, una sorta di spezzatino di vitello che non viene cotto stufato come abitualmente noi siamo abituati a preparare il nostro, ma bollito a lungo ed accompagnato da verdure "bianche" preparate a parte, che ben si accordano a questa carne rispettandone il gioco cromatico tutto teso verso un candore ed una purezza di base. Perché la Blanquette. In realtà proprio grazie a questo non colore che caratterizza l'intero piatto e che mi ispira un concetto di purezza che si ricollega alla purezza della voce di Edith, mai incerta, mai spezzata, rotta solamente dalle emozioni che era in grado di trasmettere. Il bianco è il non colore che li contiene tutti: la voce di Edith conteneva l'intero caleidoscopio delle emozioni.
Per chi non ha mai assaggiato la Blanquette, si riservano delle piacevoli sorprese. La carne bollita a lungo abbracciata da molti aromi, diventa un boccone tenero e intensamente profumato che si sposa armoniosamente con i piccoli champignon da cui emerge la freschezza del limone e le tenere cipolline glassate. Una salsa bianca e vellutata accompagna e lega il tutto, che può essere servito con una piccola porzione di riso bianco al vapore nappato generosamente con questa gustosa salsa, il tutto rigorosamente gluten free.
BLANQUETTE DE VEAU A L’ANCIENNE
Per 6 persone :
Per la Blanquette
1,5 kg di spalla di vitello ridotta a bocconi di 70 gr .c.ca ciascuno
una decina di cipolline borretane
500 gr di champignon bianchi freschi
il succo di un limone
2 cucchiai di zucchero di canna
70 gr di burro + qualche fiocchetto
1 tuorlo d’uovo
70 gr di maizena
2 cucchiai di panna acida
sale e pepe
Per il brodo
1 grossa cipolla bianca su cui infilerete 4 chiodi di garofano
4 spicchi d’aglio
2 carote
1 porro
1 costa di sedano
un bouquet garni con timo, alloro e prezzemolo
sale grosso (c.ca 2 cucchiai)
Disponete i pezzetti di carne in una casseruola
riempita di acqua fredda e portate a ebollizione per c.ca 1 minuto per
sbiancare la carne e liberarla dalle sue impurità.
Scolate la carne, e mettetela in una casseruola
pulita in cui avrete disposto 2 carote, la cipolla con i chidi di garofano,
l’aglio, il porro, il sedanto ed il bouquet garni. Coprite il tutto con acqua
fredda, aggiungete il sale grosso e portate a ebollizione. Raggiunto il
bollore, abbassate la fiamma e lasciate cuocere per c.ca 50 min. eliminando
periodicamente la schiuma con un colino.
In una casseruola fate fondere una noce di burro ed
aggiungete le cipolline borretane, un bicchiere d’acqua ed i 2 cucchiai di
zucchero. Lasciate cuocere a fuoco dolce per c.ca 20 minuti fino a che saranno
leggermente dorate. Tenete al caldo.
In una padella antiaderente fate fondere una noce
di burro e fate stufare gli champignon per 5/10 minuti con poca acqua ed il
succo di limone. Regolate di sale e tenete in caldo.
Quando la carne è cotta, toglietela dal brodo e
tenetela in caldo, filtrate il brodo.
Fate fondere 70 gr di burro a fuoco dolce ed
aggiungete la stessa quantità di maizena per ottenere un roux bianco. Mescolate
bene fino che il burro non sia ben assorbito e che il roux si colori
leggermente. Aggiungete il brodo in 3 o 4 volte e mescolate con la frusta fino
al limite della bollitura. A
questo punto aggiungete la panna acida ed il tuorlo e sbattete vivacemente quindi
aggiustate di sale.
In una casseruola
aggiungete la carne con le cipolline e gli champignon, condite il tutto con la
salsa preparata e rimettete sul fuoco per qualche istante. Servite con del riso
bianco abbondantemente nappato con la salsa caldissima.
Con questa ricetta partecipo alla raccolta di Cucina Francese "Chef" in collaborazione con VIDEA
Con questa ricetta partecipo alla raccolta di Cucina Francese "Chef" in collaborazione con VIDEA
sabato 22 gennaio 2011
Nostalgia di Parigi: Tarte Tatin.
Ah Parigi…
Ognuno di noi ha un posto speciale nel cuore che gli provoca struggimento, eccitazione, sorpresa, nostalgia, desiderio, ispirazione. Posso dire di aver viaggiato tanto da oltre vent’anni ed ho la fortuna avere un lavoro che fa del viaggio la sua ragione di essere. Ma di tutti i posti che ho visto, toccato, amato e rimpianto, Parigi resta ferma, stabile e caparbia al primo posto. Lo so, lo so, è facile dire Parigi; battere la sua straordinaria quantità di meraviglie è praticamente impossibile ma non amo fare paragoni tra un luogo ed un altro perché in ognuno ho sempre trovato quel particolare che me lo ha reso indimenticabile e caro.
Ognuno di noi ha un posto speciale nel cuore che gli provoca struggimento, eccitazione, sorpresa, nostalgia, desiderio, ispirazione. Posso dire di aver viaggiato tanto da oltre vent’anni ed ho la fortuna avere un lavoro che fa del viaggio la sua ragione di essere. Ma di tutti i posti che ho visto, toccato, amato e rimpianto, Parigi resta ferma, stabile e caparbia al primo posto. Lo so, lo so, è facile dire Parigi; battere la sua straordinaria quantità di meraviglie è praticamente impossibile ma non amo fare paragoni tra un luogo ed un altro perché in ognuno ho sempre trovato quel particolare che me lo ha reso indimenticabile e caro.
Però non so, c’è una sorta di malìa in quella città, qualcosa che ti prende e ti crea dipendenza, un legame misterioso del quale devo, ancora oggi, capire la ragione. Fatto sta che io e mio marito almeno una volta l’anno, dobbiamo fare un viaggio di devozione a Parigi. L’ultimo lo scorso novembre, per il suo compleanno. 4 giorni di pioggia costante, sottile come lo spray di un profumo (anche la pioggia è chic a Parigi), quella che non senti, invisibile, ma che ti bagna da capo a piedi in pochi minuti. Eppure Paris era lì, sempre bellissima e un po’distaccata nella sua eleganza: neanche la pioggia è riuscita minimamente a scalfire la ns. gioia di esserci.
Il lato positivo della pioggia è che, nella ricerca di luoghi al coperto dove rifugiarsi, si finisce con lo scoprire posti speciali, piccoli bistrot, boulangerie, pasticcerie meravigliose. E le ore volano seduti ad un tavolino spalmando una baguette croccante con del burro salato o del patè de campagne…ah che nostalgia…
Così, per vincere il “mal parigino” ed avere un pretesto per mangiare qualcosa di assolutamente godurioso, ho deciso: oggi faccio la Tarte Tatin.
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