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31 luglio 2023

Avatar 2 (James Cameron, 2022)

Avatar: La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)
di James Cameron – USA 2022
con Sam Worthington, Stephen Lang
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la propria famiglia – la moglie Neytiri (Zoe Saldana) e i quattro figli Neteyam, Lo'ak, Tuk e Kiri (Sigourney Weaver!), quest'ultima adottata – dalla vendetta del redivivo colonnello Quaritch (Stephen Lang), tornato su Pandora nel corpo clonato di un Na'vi insieme a una nuova forza di invasione terrestre, l'ex marine Jake Sully (Sam Worthington) – diventato nel frattempo un capoclan Na'vi col nome di Omaticaya – decide di abbandonare insieme a loro il mondo delle foreste e di stabilirsi presso le tribù indigene che vivono sulla costa, vicino alle barriere coralline. Qui i suoi figli imparano le usanze dei popoli marini, "la via dell'acqua", cercando di integrarsi fra loro. Ma il colonnello li rintraccia lo stesso, e lo scontro sarà inevitabile. L'enorme successo commerciale di "Avatar", nel 2009, aveva portato James Cameron a mettere quasi immediatamente in cantiere un sequel, anzi una serie di seguiti (ne sono previsti quattro, per ora), la cui lavorazione si è però protratta talmente a lungo che il primo di questi è uscito ben tredici anni dopo il prototipo. Tredici anni in cui il mondo del cinema è andato avanti, in molteplici direzioni: la febbre del 3D (che tanto aveva contribuito agli incassi del primo film), per esempio, è quasi svanita. Il che aveva spinto molti analisti a immaginare un sonoro flop per il secondo "Avatar", anche considerando il fatto che il primo aveva lasciato ben poco nell'immaginario collettivo. E invece, ancora una volta Cameron ha avuto ragione, almeno dal punto di vista commerciale: "La via dell'acqua" ha fatto sfracelli al botteghino, incassando oltre due miliardi di dollari in tutto il mondo. Tecnicamente impeccabile, narrativamente parlando però è carente quasi quanto il film precedente: una storia esile e poco interessante, situazioni stereotipate (i bulli, le dinamiche da teenager), dialoghi mediocri, personaggi debolmente o per nulla caratterizzati.

Il punto di forza, ancora una volta, sono le immagini: l'aspetto visivo è spettacolare, anche se tutto è CGI e animazione digitale, per una serie di scenari "esageratamente" belli ma anche incapaci di offrire autentici agganci emotivi. È videografica (nemmeno videoarte), non più cinema, e più che a un film sembra di assistere a uno screensaver o a uno di quei filmati dimostrativi che scorrono sugli schermi dei televisori messi in mostra nei negozi di elettronica. Così come è difficile riconoscere gli attori dietro i loro "avatar" digitali (ho scoperto che uno dei personaggi è interpretato da Kate Winslet soltanto leggendo i titoli di coda). Fra i soggetti affrontati, sorvolando sugli abusati temi sul concetto di famiglia, spicca quello dell'incontro fra le diverse culture, che riguarda sia i buoni (la famiglia di Sully che cerca di integrarsi dei Na'vi del mare) sia i cattivi (Quaritch e i suoi uomini cercano di "imparare a pensare come il nemico"). Continua invece a mancare ogni riflessione sull'identità, a dispetto del titolo della franchise. Riguardo al world building, si ripetono gli stessi temi del primo film, a partire dalla "comunione con la natura", che qui si riflette nel rapporto fra i clan del mare e i giganteschi tulkun, enormi cetacei "intelligenti e sensibili" a cui ovviamente i cattivi danno la caccia come, sulla Terra, fanno le baleniere. Sully resta ai margini di quasi tutta la pellicola, lasciando il proscenio ai figli, salvo affrontare il cattivo nel finale. Fra i nuovi personaggi spicca "Spider" (Jack Champion), il figlio del colonnello, cresciuto fra i Na'vi e diventato amico dei figli di Sully, che si aggira fra gli indigeni quale unico umano con una maschera per respirare (ricordando in questo la Sandy Cheeks di Spongebob!). Nonostante la lunga durata (oltre tre ore), il film è complessivamente inconcludente nel quadro più ampio (la nuova invasione terrestre non viene sventata) e fa solo da preambolo ai capitoli successivi. Premio Oscar per gli effetti speciali, più altre tre nomination (sonoro, scenografie e film, quest'ultima regalata).

6 novembre 2022

Cars 3 (Brian Fee, 2017)

Cars 3 (id.)
di Brian Fee – USA 2017
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Il campione delle corse automobilistiche Saetta McQueen deve vedersela con un nuovo rivale, il giovane Jackson Storm, e in generale con una nuova generazione di piloti che minacciano di spodestare le vecchie glorie come lui. Sull'orlo del pensionamento, è costretto dal suo nuovo sponsor Sterling ad affidarsi ai consigli della "coach motivazionale" Cruz Ramirez. Ma sarà invece McQueen a ispirare Cruz a diventare a sua volta una pilota e a scendere in pista per vincere la gara contro Storm. Il terzo capitolo di "Cars", il primo non diretto dal veterano e creativo John Lasseter ma dall'esordiente Brian Fee (in un insolito parallelo con la trama del film stesso!), è decisamente migliore del secondo (forse perché, come il primo, torna a essere un lungometraggio sportivo a tutti gli effetti e a concentrarsi quasi esclusivamente sul protagonista) e affronta un tema interessante e, a suo modo, pregnante: quando giunge il momento di "appendere le gomme al chiodo"? L'arrivo di nuovi e sempre più aggressivi rivali, che fanno ricorso a metodi di allenamento ultramoderni e contro i quali gli anziani campioni non possono più competere, rappresenta un momento di crisi che va affrontato nel migliore dei modi: c'è chi abbandona la lotta, chi non rinuncia a gareggiare e chi, più saggiamente, riesce a riciclarsi in una nuova forma, come quella del mentore nei confronti di una nuova generazione. Nonostante la semplicità estetica (i personaggi di "Cars", per evidenti ragioni di design, non sono certo i più ispirati a livello grafico fra tutte le franchise della Pixar) e una generale limitatezza di scenari per quello che sembrava in tutto un film minore, ancora una volta si resta colpiti di come la sceneggiatura sappia affrontare questioni mature senza banalizzarle, coinvolgendo al tempo stesso gli spettatori di ogni età in una vicenda sportiva intrigante, condita da personaggi simpatici e buone caratterizzazioni (comprese le new entry). Non so se ci saranno ulteriori episodi ma, se così non fosse, per Saetta questa è un'ottima uscita di scena.

23 settembre 2022

Thor: Love and Thunder (Taika Waititi, 2022)

Thor: Love and Thunder (id.)
di Taika Waititi – USA 2022
con Chris Hemsworth, Christian Bale
*1/2

Visto in TV (Disney+).

Dopo un periodo trascorso nello spazio, un Thor sempre più magniloquente, stupido e fanfarone (Chris Hemsworth) torna sulla Terra per affrontare Gorr (Christian Bale), il "macellatore di dei", che intende sterminare tutte le divinità dell'universo. Con l'aiuto di Jane Foster (Natalie Portman), la sua ex che ha ottenuto dal redivivo martello Mjolnir la capacità di trasformarsi in una variante di Thor al femminile, nonché della Valchiria (Tessa Thompson) e dell'alieno Korg, il nostro eroe cercherà di impedire al nemico di raggiungere Eternità, entità cosmica in grado di esaudire i desideri. Il quarto lungometraggio dedicato al dio del tuono, il secondo diretto da Taika Waititi dopo "Thor: Ragnarok", è uno dei film del Marvel Cinematic Universe più brutti di sempre. Il finale (leggermente) a sorpresa, e in generale tutto ciò che ruota attorno all'antagonista (che però si vede troppo poco), non bastano a nobilitare una trama semplicistica e retorica, dei dialoghi mediocri, un umorismo la cui qualità va dall'infantile all'imbarazzante (intendiamoci: è sempre lo stesso umorismo goffo e adolescenziale di tutti i film Marvel, ma stavolta appare di livello ancora più basso, vedi per esempio la scena in cui Thor viene denudato da Zeus), personaggi vacui dalla caratterizzazione ondivaga o esilissima, una recitazione scadente, una colonna sonora orribilmente random, la brutta CGI e in generale l'estetica da videogioco. L'atmosfera, per la maggior parte della pellicola, è quella di uno scherzo continuo, una buffonata con occasionali momenti "seri" (la malattia di Jane, le origini di Gorr) che generano una tremenda dissonanza tonale. E se il tutto è impossibile da prendere sul serio, manca anche quel senso di divertimento spontaneo e scanzonato che rendeva gradevole il precedente episodio. Fra le cose potenzialmente interessanti (ma trattate come una barzelletta), la "gelosia" fra le varie armi di Thor, come quella che l'ascia Stormbreaker prova verso Mjolnir, mentre la breve sequenza ambientata nella dorata città degli dei (dal ridicolo nome di Omnipotence City) sembra la parodia di un film di Tarsem Singh o del "Gods of Egypt" di Alex Proyas. Pochi o irrilevanti, stavolta, i collegamenti con gli altri film Marvel (giusto la presenza, all'inizio, dei Guardiani della Galassia), mentre abbondano quelli ai precedenti capitoli di Thor. Le due capre, oltre che dalla mitologia norrena, provengono dalla run nei comics di Walt Simonson. E a proposito di fumetti: Eternità è del tutto travisato e banalizzato. Giusto una nota di costume gli elementi di "inclusività" (il girl power, la Valchiria lesbica, l'omosessualità della razza di Korg: dettagli inutili ai fini della storia, almeno questi ultimi due, nient'altro che queerbaiting, che però sono stati censurati in alcune edizioni all'estero). Russell Crowe è uno Zeus buffone e poco cerimonioso (che nei titoli di coda invita Ercole alla vendetta contro Thor), Matt Damon, Sam Neill e Luke Hemsworth ritornano (da "Thor: Ragnarok") in un cameo nel ruolo degli attori asgardiani nell'unica scena in cui si fa riferimento (ovviamente ironico) a Odino e Loki.

24 luglio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (S. Raimi, 2022)

Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness)
di Sam Raimi – USA 2022
con Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la giovane America Chavez (Xochitl Gomez), teenager in grado di aprire "varchi" fra gli universi paralleli che compongono il Multiverso, da Wanda/Scarlet Witch (Elizabeth Olsen), che intende assorbirne i poteri per trasferirsi in un mondo alternativo in cui potrà vivere felice con i propri figli Billy e Tommy (che in realtà non esistono: li aveva creati con la propria magia nella serie televisiva "WandaVision"), il Dottor Strange (l'ottimo Cumberbatch) si getta alla ricerca del Libro dei Vishanti, il contraltare al Darkhold, il volume di incantesimi maledetti il cui utilizzo ha reso appunto cattiva Wanda. Il secondo film "a solo" del Dottor Strange (ma il personaggio nel frattempo ha avuto ruoli, anche di primo piano, nei film di Thor, degli Avengers e di Spider-Man) è una scorribanda attraverso alcuni (pochi, per la verità, e nemmeno tanto "folli", a dispetto del titolo) universi paralleli. Fra questi spicca Terra-838 (esattamente come nei fumetti, ogni mondo ha un proprio numero di catalogazione: quello del "normale" MCU è chiamato Terra-616, anche se in precedenza questa era la denominazione dell'universo dei comics, non di quello dei film), dove facciamo la conoscenza degli Illuminati, il gruppo di leader di supereroi di cui fanno parte il barone Mordo (Chiwetel Ejiofor, qui stregone supremo), Black Bolt/Freccia Nera (Anson Mount), Maria Rambeau/Captain Marvel (Lashana Lynch), Peggy Carter/Captain Carter (Hayley Atwell), Reed Richards/Mister Fantastic (John Krasinski), e Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), tutte versioni alternative degli omonimi personaggi già apparsi in film e serie televisive precedenti. Degne di nota sono le apparizioni di Reed Richards e Charles Xavier, in quanto introducono ufficialmente nel MCU (seppure in un mondo parallelo, appunto) le franchise dei Fantastici Quattro e degli X-Men, i cui diritti cinematografici sono stati di recente riacquisiti dalla Marvel. Visivamente spettacolare (anche se forse mi aspettavo di più: le sequenze "alla Ditko" ambientate in dimensioni surreali dove le normali leggi della fisica non hanno valore sono molto poche e brevi), il film soffre per la sceneggiatura mediocre e schematica di Michael Waldron, con banalità come la cattiva che si tradisce praticamente subito, dicendo un nome che non dovrebbe conoscere, e il finale anticlimatico in cui si pente all'istante perché i suoi figli hanno paura di lei vedendola fare cose... da cattiva. E quelli che potevano essere gli spunti più interessanti (il concetto che i sogni sono finestre sulle altre realtà) vengono quasi subito messi da parte (se escludiamo l'accenno allo "sleepwalking": ma perché non chiamarlo sonnambulismo?). Inoltre ormai non stiamo nemmeno più parlando di film a sé stanti: sono in tutto e per tutto puntate di un enorme telefilm, sempre più a uso e consumo di un appassionato che dovrebbe essersi sciroppato tantissimi antefatti per comprendere o gustarsi appieno l'insieme (ormai i riferimenti non puntano nemmeno soltanto ai 27 (!) film precedenti del MCU, ma anche alle serie televisive, come appunto "WandaVision" ma anche "Loki" o "Inhumans": chi, come me, non guarda queste ultime, si sente tagliato fuori da molte cose). Alla regia c'è Sam Raimi, di ritorno alla Marvel dopo i tre "Spider-Man" con Tobey Maguire: il buon Sam fa quello che può, ma mentirei se dicessi che la sua mano si riconosce. Dal film precedente del Dottor Strange tornano Benedict Wong (complessivamente inutile), Rachel McAdams (con un ruolo invece di primo piano) e Michael Stuhlbarg (solo una comparsata).

22 luglio 2022

Spider-Man: No way home (Jon Watts, 2021)

Spider-Man: No way home (id.)
di Jon Watts – USA 2021
con Tom Holland, Zendaya, Willem Dafoe
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Avendo Mysterio rivelato a tutto il mondo la sua identità segreta al termine del precedente "Spider-Man: Far from home" (si noti come tutti e tre i film di Spider-Man finora coprodotti dalla Marvel abbiano la parola "home" nel titolo), Peter Parker (Holland) scopre che la propria vita – sia quella da supereroe che quella privata – si è fatta ormai molto difficile, e lo stesso vale per i suoi amici più cari (MJ e Ned). Decide così di chiedere aiuto al Dottor Strange (Benedict Cumberbatch), affinché cancelli con un incantesimo la sua identità segreta dalla memoria di tutti. Per un errore, però, l'incantesimo produce un effetto ben diverso, attirando dal Multiverso (l'insieme di dimensioni alternative che compongono l'universo Marvel) tutti i personaggi che, in un modo o nell'altro, sono a conoscenza del fatto che Peter Parker è l’Uomo Ragno. Fra questi, in particolare, una serie di "cattivi" visti nelle incarnazioni precedenti della franchise, molti dei quali strappati al loro continuum un attimo prima della morte per opera dei rispettivi Peter: rivediamo così il folle Goblin (Willem Dafoe, dallo "Spider-Man" di Sam Raimi del 2002), il Dottor Octopus (Alfred Molina, da "Spider-Man 2"), l'Uomo Sabbia (Thomas Haden Church, da "Spider-Man 3"), Lizard (Rhys Ifans, da "The amazing Spider-Man" del 2012) ed Electro (Jamie Foxx, da "The amazing Spider-Man 2", con un aspetto ridisegnato). Inizialmente Peter proverà ad aiutarli o a farseli amici, ma quando gli si rivolteranno contro (Goblin in particolare, che provoca la morte di zia May) dovrà affrontarli con l'aiuto delle proprie controparti, vale a dire gli Spider-Man interpretati da Tobey Maguire (nei film di Sam Raimi usciti dal 2002 al 2007) e Andrew Garfield (in quelli di Marc Webb usciti nel 2012 e 2014). Enorme successo commerciale (è stato il film con i maggiori incassi al botteghino in epoca di pandemia) per la pellicola del personaggio forse più grandiosa e ambiziosa nelle sue intenzioni, che recupera e fonde insieme le più recenti incarnazioni del Tessiragnatele (rivelando che ogni reboot costituisce un universo alternativo, un concetto con cui i lettori dei fumetti Marvel erano già familiari, fra retcon e "What if...") ispirandosi forse al successo del film d'animazione "Spider-Man: Un nuovo universo" che era basato su un'idea simile. E naturalmente è un'occasione ghiotta per rivedere alcuni dei migliori attori delle pellicole precedenti (su tutti Dafoe e Molina) e per far interagire in una serie di imbarazzanti siparietti (che vorrebbero essere comici) i tre attori che hanno incarnato Peter Parker nel ventunesimo secolo (confermando, se ce n'era bisogno, che Holland è di gran lunga il migliore dei tre). Tutto ciò, però, rende inevitabile il fatto che il film non sia godibile a sé stante: per apprezzarlo appieno bisogna essere un "Marvel zombie", o quantomeno un nerd che si sia sciroppato tutti i film precedenti, non solo quelli del Marvel Cinematic Universe (vedi anche i mille riferimenti a Daredevil, Nick Fury, gli Avengers o Thanos) ma addirittura quelli fuori continuity. Se ci aggiungiamo qualche svolta un po' forzata, troppe strizzatine d'occhio e un brusco rallentamento nella parte centrale, il risultato è tutt'altro che perfetto, per quanto resti godibile (gli Spider-Man sono comunque superiori alla media degli altri film Marvel). Per la prima volta, anche in questo universo, abbiamo la celebre frase "Da un grande potere derivano grandi responsabilità", che dona all'intera trilogia finora realizzata il sapore della origin story. Il reset finale, che consentirà alla franchise, se lo vorrà, di ripartire ancora una volta (quasi) da zero, ricorda invece certe retcon proposte anche nei fumetti e spesso male accolte dai lettori (come il famigerato "Soltanto un altro giorno", One More Day, di Straczynski e Quesada). Nella scena mid-credits, apparizione a sorpresa del Venom interpretato da Tom Hardy (il che non ha senso: Eddie Brock non conosceva l'identità di Spider-Man!), che lascia un pezzo di simbiota nel MCU. Nel cast, tornano dai film precedenti Marisa Tomei (May), Zendaya (MJ, che in questo universo sta Michelle Jones e non per Mary Jane), Jacob Batalon (Ned, con il cognome Leeds confermato), Jon Favreau (Happy Hogan), mentre J.K. Simmons, senza bisogno di salti dimensionali, è J. Jonah Jameson.

16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

3 maggio 2022

Venom: La furia di Carnage (A. Serkis, 2021)

Venom: La furia di Carnage (Venom: Let there be Carnage)
di Andy Serkis – USA 2021
con Tom Hardy, Woody Harrelson
**

Visto in TV (Netflix).

La convivenza simbiotica fra il giornalista Eddie Brock (Tom Hardy) e l'alieno Venom prosegue fra alti e bassi: la loro è quasi la parodia di una storia d'amore (con tanto di dichiarazione nel finale), compresa di litigi, separazioni, scuse e riconciliazioni. In questo secondo lungometraggio dedicato al personaggio Marvel (nato nei fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: e nella scena sui titoli di coda si rimanda proprio al finale di "Spider-Man: Far From Home", aprendo la via all'integrazione di Venom nel Marvel Cinematic Universe), la minaccia è costituita da Cletus Kasady (Woody Harrelson), folle serial killer condannato a morte. Ma prima che possa essere giustiziato, viene contaminato dal sangue di Venom, sviluppando a propria volta un simbionte alieno senziente, Carnage, assai simile ma ben più cattivo e letale del "genitore", nonché in cerca di vendetta insieme alla sua alleata Shriek (Naomie Harris). Come succedeva già nel primo film, si continua a offrire un intrattenimento disimpegnato che però risulta stranamente accattivante (dico stranamente perché i personaggi di Venom, e di Carnage soprattutto, nei comics erano monocordi e noiosi). Il meglio è dato dai battibecchi fra Brock e Venom, mentre le scene d'azione sono puro caos ed energia, senza troppa logica o sofisticazione. A parte gli effetti speciali, tutto il film sembra un po' al risparmio. Cast assai ridotto: oltre ai personaggi già citati, ci sono solo il poliziotto Patrick Mulligan (Stephen Graham), l'ex fiamma di Eddie Anne (Michelle Williams) e il suo nuovo fidanzato Dan (Reid Scott). Lo scontro finale nella chiesa (dove Carnage e Shriek si vogliono sposare al suono del "Lacrimosa" di Mozart), e in particolare la scena delle campane, citano la storia a fumetti in cui l'Uomo Ragno si separò definitivamente dal suo costume alieno (che poi diede vita proprio a Venom).

9 aprile 2022

Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016)

Gods of Egypt (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 2016
con Nikolaj Coster-Waldau, Brenton Thwaites
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In un antico Egitto immaginario e mitologico, uomini e dèi (che sono alti il doppio dei mortali, hanno oro anziché sangue nelle vene, e possono trasformarsi in creature metalliche e ibride uomo-animale) convivono pacificamente e in prosperità, grazie all'illuminata saggezza del re Osiride. Quando il suo malvagio fratello Seth (Gerard Butler) ne usurpa il trono, accecando ed esiliando il legittimo erede Horus (Nikolaj Coster-Waldau), signore dell'aria, il paese piomba in rovina. Ad aiutare Horus a reclamare il trono sarà un mortale, l'orgoglioso e coraggioso ladruncolo Beck (Brenton Thwaites), in cerca di un modo per riportare in vita la ragazza che ama, Zaya. La mitologia egiziana è solo un pretesto per mettere in scena un'avventura fantasy e d'azione, ambientata in un mondo fantastico e soprannaturale, dove l'influenza delle divinità sulla vita degli uomini è quanto mai concreta (il "cattivo" Seth impone ai mortali di dover pagare in denaro o altre ricchezze il passaggio nell'aldilà). Flop al botteghino e stroncato dalla critica, il film in realtà è molto divertente se si sta al gioco: non ci si aspetti una particolare profondità, ma un puro e adrenalinico intrattenimento, senza sovrastrutture o significati retorici al di là dei luoghi comuni del genere (l'amicizia, la vendetta, l'amore). Visivamente straripante, con un'estetica visionaria che fa quasi pensare più a "Scontro tra Titani" o al Tarsem Singh di "Immortals" che non alle cupezze neo-noir di Proyas (ma senza l'inconsistenza "fuffosa" del regista indiano), il lungometraggio reinterpreta a proprio modo temi e spunti derivanti dalla mitologia (Ra, il dio del Sole, che ogni notte si batte contro il demone del caos e dell'oscurità Anofi; la Sfinge, con i suoi misteriosi enigmi; Anubi e il mondo dei morti) ma si concede anche lunghe ed elaborate sequenze d'azione, affogate in un mare di scenari in computer grafica. Eppure, a differenza di altre pellicole del genere, non ci si annoia, almeno non sempre. L'intento di Proyas era quello di realizzare una pellicola ad alto budget che non si fondasse su franchise pre-esistenti, ma il riscontro del pubblico non c'è stato. Geoffrey Rush è Ra, Élodie Yung è la dea dell'amore Hathor, Chadwick Boseman il dio della saggezza Thoth, Courtney Eaton la schiavetta Zaya (difficile non tenere gli occhi puntati sulla sua... scollatura).

25 febbraio 2022

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (D. D. Cretton, 2021)

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
(Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings)
di Destin Daniel Cretton – USA 2021
con Simu Liu, Awkwafina
**

Visto in TV (Disney+).

Dopo le quote neri ("Black Panther") e donne ("Captain Marvel", "Black Widow"), l'Universo Cinematico Marvel si occupa anche degli asiatici, andando a ripescare un personaggio che ebbe una certa popolarità negli anni Settanta, grazie a una bella serie a fumetti scritta da Doug Moench e disegnata da Paul Gulacy, Mike Zeck e Gene Day: Shang-Chi, "Master of Kung-fu", creato (da Steve Englehart e Jim Starlin) sull'onda della mania per le arti marziali istigata in quel decennio dai film di Bruce Lee e dalla serie televisiva "Kung fu" con David Carradine. Il personaggio originale era legato strettamente al mondo immaginario ideato dallo scrittore inglese Sax Rohmer, di cui al tempo la Marvel aveva acquisito i diritti, che ora ha perduto. Ecco perché suo padre, in questa rivisitazione, non è più il leggendario Fu Manchu ma un più "anonimo" villain, Xu Wenwu (Tony Leung Chiu-wai), fusione di diversi personaggi classici Marvel: il suddetto Fu Manchu, Master Khan (l'arcinemico di Iron Fist) e il Mandarino (avversario di Iron Man). Quest'ultimo era già stato introdotto in "Iron Man 3", ma con il twist che si trattava solo di un attore che ne recitava la parte: tale sciroccato attore, interpretato da Ben Kingsley, fa una comparsata anche qui in un ruolo comico. Tornando a Shang-Chi (il non trascendentale Simu Liu), è appunto il figlio di un signore della guerra che ha acquisito enormi poteri (e l'immortalità) grazie ai magici Dieci Anelli, artefatti di misteriosa natura. Addestrato dal genitore a diventare un killer, Shang-Chi si ribella a lui e cercherà di fermarlo, insieme alla sorella Xialing (Zhang Meng'er) e all'amica Katy (Awkwafina), quando l'uomo – convinto che lo spirito della moglie defunta (Fala Chen) sia tenuto prigioniero nel suo villaggio di origine – lo assalterà per liberare un potente demone. La fusione fra il genere supereroistico e quello del Wuxia e delle arti marziali è tutto sommato intrigante, il ritmo non latita e anche i combattimenti, per una volta, sono meno noiosi del solito (ma sempre troppo lunghi e "digitali"). Ma se l'immaginario e le scenografie risultano gradevoli, purtroppo i personaggi sono banali e poco approfonditi: il migliore è quello più low-key, ovvero la Katy interpretata dalla simpatica Awkwafina, mentre nel comparto attoriale, oltre a Kingsley e all'ottimo Leung, spiccano Michelle Yeoh nel ruolo della zia del protagonista e Yuen Wah in quello del capo del villaggio – nascosto fra le montagne e popolato da creature magiche e mitologiche – da cui proveniva sua madre. Per il resto, tutto (umorismo compreso) sa di pre-confezionato e di dimenticabile: il solito telefilm. Tenui anche i legami con il resto del MCU: a parte il suddetto rimando al Mandarino, abbiamo un casuale riferimento a Thanos e una breve apparizione di Wong (l'assistente del Dottor Strange) e di Abominio. Fra i mercenari al servizio di Wenwu spicca Razorfist (Florian Munteanu). E nella scena a metà dei titoli di coda appaiono brevemente anche Bruce Banner e Carol Danvers.

26 gennaio 2022

Black Widow (Cate Shortland, 2021)

Black Widow (id.)
di Cate Shortland – USA 2021
con Scarlett Johansson, Florence Pugh
**1/2

Visto in TV (Disney+).

La Vedova Nera è sempre stato uno dei personaggi meno interessanti della Marvel (o almeno del suo Cinematic Universe), ma questo film prova – e in qualche modo ci riesce – a darle un po' di spessore, fornendoci il suo background e affiancandole una sorta di "famiglia". Il termine va fra virgolette, visto che si tratta, come lei, di spie russe inviate negli Stati Uniti sotto copertura: il "padre" è Alexei, alias il super-soldato Red Guardian (David Harbour), la risposta sovietica a Capitan America; la "madre" è Melina (Rachel Weisz), scienziata che ha collaborato al progetto con cui il perfido Dreykov (Ray Winstone), il cattivo di turno, controlla chimicamente la mente di un vero e proprio esercito di "Vedove", ragazze addestrate al combattimento e private della volontà e del libero arbitrio per essere usate come spie killer; e fra queste, almeno all'inizio, c'è anche Yelena (Florence Pugh), la "sorella minore" di Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), con la quale si riunirà per trovare l'ubicazione della Stanza Rossa, il laboratorio segreto di Dreykov, e affrontare l'antico nemico. La vicenda si svolge durante il periodo in cui gli Avengers erano separati, ovvero dopo gli eventi di "Captain America: Civil War". Francamente mi aspettavo di peggio, da quello che prometteva di essere in tutto e per tutto un film Marvel minore: il soggetto è compatto e coerente (e più che un film di supereroi, sembra uno di spionaggio alla James Bond), la sceneggiatura affronta in maniera intrigante il tema della famiglia (vera o meno che sia) e non si perde in mille rivoli (anche se i tentativi di umorismo sono un po' goffi, specialmente riguardo alla personalità di Yelena: ma la presa in giro delle "pose eroiche" di Natasha è indovinata), e i personaggi sono pochi ma buoni: l'unico altro antagonista è Taskmaster, che si rivela essere la figlia di Dreykov (Olga Kurylenko). Peccato per le solite noiosissime scene di combattimento (ma la colpa è anche degli effetti speciali digitali, meno buoni del solito) e per l'orribile adattamento italiano (che fastidio continuare a sentire "Avengers" e soprattutto "Captain America", in inglese!). O-T Fagbenle è il "trovarobe" Rick Mason, William Hurt appare brevemente come generale Ross. Probabilmente la pellicola segna l'addio della Johansson al MCU, visto che il personaggio di Natasha è uscito di scena in "Avengers: Endgame": questo va considerato il suo canto del cigno. Nella scena che segue i titoli di coda, da collocarsi dopo il suddetto film, la contessa Valentina Allegra de Fontaine incarica Yelena di uccidere Clint Barton (gli sviluppi si vedranno nella serie tv "Hawkeye").

26 novembre 2021

The Lego Movie 2 (Mike Mitchell, 2019)

The Lego Movie 2 - Una nuova avventura
(The Lego Movie 2: The Second Part)
di Mike Mitchell [e Trisha Gum] – USA/Danimarca 2019
animazione digitale
***

Visto in TV (Netflix).

Era difficile fare un seguito all'altezza di "The Lego Movie", uno dei più brillanti film di animazione degli ultimi anni, ma Phil Lord e Christopher Miller (che stavolta lasciano la regia nelle competenti mani di Mike Mitchell, limitandosi ai ruoli di sceneggiatori e produttori) ci sono riusciti. E visto che il finale del lungometraggio precedente ne svelava la reale natura (si trattava soltanto del gioco di un bambino con i pezzi del suo Lego), è proprio da lì che si riparte. Stavolta il piccolo Finn deve vedersela con sua sorella minore Bianca, che vuole giocare con lui. E così gli alieni fatti di Duplo invadono il suo mondo e ne "rapiscono" alcuni personaggi, portandoli con sé nel Sistema Sorellare. Naturalmente Emmet parte al loro salvataggio, aiutato dall'avventuriero spaziale Rex (una parodia di tutti i personaggi interpretati dal doppiatore Chris Pratt), mentre Wyldstyle, Batman, Unikitty e gli altri amici si trovano ad affrontare creature bizzarre e glitterate, cercando al contempo di evitare che si verifichi il catastrofico Armammageddon (ovvero la rabbia della mamma che metterà fine al gioco se i due figli litigheranno troppo)... Anche se le carte sono più scoperte, con numerose scene girate in live action che punteggiano la pellicola (Maya Rudolph è la madre, mentre del padre – Will Ferrell – si sente solo la voce fuori campo), l'avventura e il divertimento continuano a non mancare, soprattutto perché le dinamiche del gioco (e quelle fra fratelli) non smettono di guidare una narrazione che non si prende mai sul serio e che stavolta viene creata da due immaginazioni che si scontrano fra loro – cambiando continuamente la prospettiva e le carte in tavola – anziché da una sola. Anzi, è interessante notare le differenze fra il modo di giocare di Finn, che vorrebbe essere duro, adulto e post-apocalittico, e quello "femminile" della sorella (che essendo più piccola, non si fa problemi a contaminare l'universo Lego con altri giocattoli o materiali, come adesivi e brillantini). I temi a questo giro sono quelli della crescita, della cooperazione, dell'accettare una parte diversa di sé (non sempre essere cupi e cool a oltranza è la scelta giusta), e che "non tutto è meraviglioso" (ribaltando, o aggiornando, il messaggio-tormentone del primo film). A tratti ci si commuove persino (come quando la frase "Avete cominciato voi" acquista improvvisamente un nuovo significato). Quanto al lato citazionistico, da segnalare la comparsata di Bruce Willis, i riferimenti ai film sui viaggi nel tempo e quelli a tutti gli attori che hanno interpretato Batman. Orecchiabili (e spassosissime) le canzoni, come "La canzone che ti resta in testa" e, soprattutto, quella della Regina "Non cattiva". All'inizio del film, una frase ("Batman è partito per un'avventura per conto suo") fa riferimento allo spin-off ("Lego Batman - Il film") uscito nel frattempo.

12 novembre 2021

Eternals (Chloé Zhao, 2021)

Eternals (id.)
di Chloé Zhao – USA 2021
con Gemma Chan, Richard Madden
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Visto al cinema Colosseo.

Gli Eterni, razza di alieni immortali dotati di straordinari poteri, vengono inviati in tempi antichi sulla Terra dai loro colossali padroni, i Celestiali, affinché proteggano l'umanità dai mostruosi Devianti. E nel corso dei millenni, vivendo sul nostro pianeta (e affezionandosi ai suoi abitanti), ne fanno avanzare l'evoluzione tecnologica e culturale, dando fra l'altro origine a svariati miti e leggende. Ma quando, ai giorni nostri, scopriranno la vera natura della loro missione, saranno costretti a prendere una decisione drastica... Pur avendo anche avuto l'onore, in Italia, di una collana a fumetti personale di grande formato ai tempi dell'Editoriale Corno, gli Eterni sono sempre stati un gruppo di personaggi minori della Marvel, benché alcuni di essi (Sersi, Gilgamesh) abbiano fatto parte occasionalmente persino dei Vendicatori. Creati da Jack Kirby a metà degli anni Settanta, erano stati inizialmente immaginati come abitanti di un mondo a parte, separato dal resto dell'Universo Marvel: i temi grandiosi ed epici delle loro storie, con riferimenti alle religioni e alle antiche civiltà, ma anche la narrazione confusa, psichedelica e fin troppo ambiziosa, mal si accordava con le vicende degli altri supereroi, generando incoerenze (per dirne una: la presenza dei "veri" déi dell'Olimpo nelle storie di Thor) che autori successivi – da Roy Thomas a Neil Gaiman – hanno cercato di sanare. La scelta di affidare la regia del film a loro dedicato a Chloé Zhao, finora nota per pellicole d'autore intimistiche e documentaristiche (gli ottimi "The rider" e "Nomadland"), sembrava voler mitigare questi aspetti, riducendo almeno in parte la grandiosità della visione di Kirby e donando maggiore umanità e spessore ai personaggi. Peccato che la missione sia fallita: alla resa dei conti, "Eternals" (come al solito il titolo rimane in inglese, per questioni di marketing: nel doppiaggio, però, vengono chiamati "Eterni") è il solito polpettone supereroistico, lungo e pesante, a base di noiose scazzottate fra tizi con superpoteri (e con occasionali battutine forzate o riferimenti autoreferenziali al MCU che sembrano fuori posto in una storia per lo più "seria" e a sé stante); un film che mentre lo si guarda può anche coinvolgere: ma una volta terminato, se si riflette, ci si accorge di non aver assistito a niente di particolarmente innovativo o memorabile. È un prodotto fatto a tavolino, con ingredienti soppesati uno a uno, anche interessanti ma mal amalgamati.

I dieci Eterni di cui seguiamo le vicende, alternandoci fra il presente e i flashback ambientati nelle diverse epoche (dall'antica Mesopotamia al crollo dell'impero azteco) sono Ikaris (Richard Madden), dai poteri simili a Superman (cosa sottolineata nei dialoghi!), la trasmutatrice Sersi (Gemma Chan), la guaritrice Ajak (Salma Hayek), la guerriera Thena (Angelina Jolie), il forzuto Gilgamesh (Don Lee), la creatrice di illusioni nonché eternamente giovane Sprite (Lia McHugh), il manipolatore mentale Druig (Barry Keoghan), la velocista Makkari (Lauren Ridloff), il lanciatore di proiettili di energia Kingo (Kumail Nanjiani) e il creatore di armi e tecnologia Phastos (Brian Tyree Henry). In molti casi, i loro nomi lasciano capire a quali divinità o leggende hanno dato origine (Icaro, Circe, Atena, Mercurio, ecc.). Poco rimane però della caratterizzazione originale del fumetto, come dimostra il caso di Sersi, la vera e propria protagonista della pellicola, che perde tutti gli elementi che la rendevano unica e particolare come personaggio (nei comics era maliziosa e manipolatrice). L'ossessione hollywoodiana di questi tempi per l'inclusività, poi, porta a cambiamenti di sesso (Ajak e Makkari sono donne) e alla presenza di eroi neri, asiatici, indiani (Kingo, che si diletta come attore di Bollywood!), e persino gay (Phastos, il "primo supereroe dichiaratamente omosessuale della Marvel") o affetti da handicap (Makkari è muta). La cosa si è ritorta contro la stessa Marvel: per un motivo o per l'altro, il film è stato bandito o boicottato in Cina e in molti paesi del Medio Oriente. Nel complesso, come tentativo di "film Marvel d'autore", è un fallimento: il Thor di Kenneth Branagh e l'Hulk di Ang Lee avevano bilanciato meglio le esigenze del cinecomic con lo stile e la creatività dei rispettivi registi. Della Zhao restano l'uso dei paesaggi (gran parte della pellicola è stata girata in esterni), la fotografia naturalistica, e l'attenzione agli elementi etnici e globali. Nonostante il cast non brillante (fra i migliori: Keoghan, McHugh e sì, la Jolie) e le caratterizzazioni un po' semplicistiche dei protagonisti, è da apprezzare il fatto che questi supereroi/divinità sono imperfetti, al punto da dividersi in fazioni, combattersi fra loro o persino scegliere di ritirarsi dalla lotta. Nel finale, a sorpresa e a beneficio dei Marvel fan, ci sono apparizioni per Eros/Starfox e Pip il Troll, nonché per Dane Whitman/Cavaliere Nero (Kit Harington): agganci per un possibile sequel o semplicemente per altri film ambientati nel MCU.

13 settembre 2021

Shazam! (David F. Sandberg, 2019)

Shazam! (id.)
di David F. Sandberg – USA 2019
con Zachary Levi, Asher Angel
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Visto in TV (Netflix).

Grazie alla magia di un antico e misterioso mago (Djimon Hounsou), il quattordicenne Billy Batson (Asher Angel) diventa in grado di trasformarsi in un supereroe (Zachary Levi) con un nutrito ventaglio di superpoteri. Peccato che, anche in un corpo adulto e muscoloso, la sua mente resti quella di un bambino... Dopo aver cercato – insieme al fratello adottivo Freddy (Jack Dylan Grazer), entusiasta patito di fumetti – di comprendere meglio quali siano le proprie capacità, dovrà usarle per combattere il malvagio dottor Sivana (Mark Strong), che ha risvegliato i demoni che personificano i sette peccati capitali. Il personaggio al centro di questo film (che fa parte dell'universo DC, lo stesso di Batman e Superman, come ci confermano i numerosi riferimenti a questi due eroi) ha una lunga e curiosa storia alle spalle: nato negli anni quaranta sulla carta stampata con il nome di "Captain Marvel", per un decennio fu il fumetto di supereroi più venduto in assoluto, surclassando come popolarità anche Superman. La DC Comics, però, fece causa alla casa che lo pubblicava, la Fawcett, sostenendo che fosse una copia del suo personaggio. E negli anni settanta, ironicamente, ne acquisì i diritti, integrandolo nel proprio universo. Nel frattempo, però, era nata la Marvel: e intitolare un albo a fumetti con il nome della propria principale concorrente non era forse il caso. Così l'albo è stato rinominato "Shazam!" (la parola che Billy grida per trasformarsi, acronimo di coloro da cui prende le abilità: Salomone, Hercules, Atlante, Zeus, Achille e Mercurio) mentre il personaggio continuava a chiamarsi "Capitan Marvel", almeno fino agli anni duemila, quando quest'ultimo nome (che nel frattempo è andato a designare anche diversi eroi della Casa delle Idee: vedi per esempio il recente film con Brie Larson) è stato abbandonato, e ora l'eroe si chiama ufficialmente Shazam. Alla cosa si fa riferimento comicamente nella sceneggiatura, con Freddy che suggerisce a Billy diversi "nomi da supereroe" che non fanno mai presa (da Captain Sparklefingers a Mister Philadelphia, da Red Cyclone a Maximum Voltage).

Il tema del ragazzino che si ritrova all'improvviso nel corpo di un supereroe è indubbiamente l'aspetto più interessante della pellicola, ma la sceneggiatura di Henry Gayden ci gioca solo fino a un certo punto: per fare un esempio recente, una situazione analoga era stata raccontata molto meglio in "Jumanji: Benvenuti nella giungla". Non aiuta il fatto che Asher Angel sia già praticamente un teenager, quindi più grande del Billy Batson dei fumetti che era solo un bambino, e dunque il suo comportamento infantile quando è trasformato in Shazam (vedi le esclamazioni "Santa polenta!") sembrano fuori luogo. Ma l'impostazione comica e parodistica ha il suo perché e nel complesso risulta divertente e gradevole, con echi del vecchio telefilm "Ralph supermaxieroe" (Shazam è goffo e impacciato, quasi a disagio quando usa i suoi poteri) mescolati con l'ossessione dei ragazzi per la popolarità e i social (Billy e Fred pubblicano le proprie imprese su YouTube). In generale, la scoperta delle proprie capacità e di come usarle è una chiara metafora della crescita e dell'ingresso nell'età adulta. Sarebbe bastato questo, e invece il film la appesantisce con l'insistenza sul tema della famiglia (sia il buono che il cattivo hanno alle spalle una storia di incomprensione e di esclusione: in generale, le due backstory parallele sono la cosa meno riuscita della pellicola), anche se in qualche modo era connaturato anche al fumetto: vedi la "Marvel family" che appare nel finale, con i fratelli e le sorelle adottive di Billy – oltre a Freddy, anche Mary (Grace Fulton), Darla (Faithe Herman), Eugene (Ian Chen) e Pedro (Jovan Armand) – che a loro volta vengono dotati di poteri per aiutare il protagonista nella sua battaglia. Fra i punti negativi anche l'inevitabile ossessione per l'inclusività (neanche a sceglierli apposta, del gruppo fanno "democraticamente" parte un nero, un asiatico, un latino-americano... inoltre uno è disabile, uno è ciccione, uno è video-dipendente...) e il fatto che i "sette peccati capitali" siano solamente dei generici mostroni. La storia si svolge a Filadelfia. Un sequel ("Shazam! Fury of the Gods") è in arrivo nel 2023.

28 giugno 2021

Lego Batman - Il film (Chris McKay, 2017)

Lego Batman - Il film (The Lego Batman Movie)
di Chris McKay – USA/Danimarca 2017
animazione digitale
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Visto in TV (Netflix).

Spin-off di "The Lego Movie" dedicato a uno dei personaggi che più aveva suscitato simpatia in quella pellicola, ovvero la versione "mattoncino" di Batman, che rispetto alla sua controparte fumettistica è particolarmente sborone. Con un'elevata opinione di sé, e abituato a lavorare da solo, scoprirà di aver bisogno anche lui di un gruppo di amici, o di una "famiglia" (composta dal maggiordomo Alfred, dal "figlio adottivo" Dick alias Robin, e dalla nuova commissaria Barbara Gordon alias Batgirl), per sconfiggere il Joker e il nutrito gruppo di "supercattivi" (provenienti da differenti franchise: abbiamo fra gli altri Sauron, Voldemort, King Kong e i Dalek) che questi ha portato a Gotham dalla Zona Fantasma. Colorato, infantile e campy come il telefilm degli anni sessanta (che infatti è citato a più riprese: dal "bat-repellente per squali" alle onomatopee che appaiono durante le scazzottate), il film è divertente e non privo di gag e battute indovinate, anche se un po' troppo citazioniste; peccato però che il messaggio (l'importanza di una famiglia, appunto, e il fatto che l'unione faccia la forza) sia insistito eccessivamente, ripetuto in continuazione ed esplicitato allo sfinimento, dal primo all'ultimo fotogramma. Persino il rapporto fra Batman e Joker è rappresentato all'insegna della dipendenza dell'uno dall'altro (la loro è una vera e propria "relazione", che Batman all'inizio vuole negare e poi finisce per riconoscere). Come nel prototipo, l'animazione è tutta digitale (niente stop motion), il che a mio parere ne diminuisce il valore.

11 aprile 2021

Aliens of the deep (James Cameron, 2005)

Aliens of the deep (id.)
di James Cameron e Steven Quale – USA 2005
con James Cameron, Dijanna Figueroa
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Visto in divx.

In compagnia di alcuni biologi marini, ma anche di scienziati dello spazio (perché l'esplorazione dell'ignoto sulla Terra è simile a quello su altri pianeti), James Cameron viaggia in diversi siti nell'Oceano Atlantico e Pacifico per immergersi con un mini-sottomarino e osservare le creature che vivono negli abissi, veri e propri "alieni" come quelli che, immagina, potrebbero trovarsi su altri mondi. Dopo "Expedition: Bismarck" e "Ghosts of the abyss", il regista continua a coltivare e a sguazzare nelle sue passioni con un altro documentario sul tema dell'esplorazione subacquea. Stavolta l'obiettivo non è il relitto di una nave, ma semplicemente la fauna (compresi batteri e molluschi!) che vive nei luoghi più remoti del nostro pianeta, a chilometri di profondità sotto il livello del mare, in particolare in corrispondenza di particolari conformazioni geologiche come i camini idrotermali: creature a tratti irreali, spesso sconosciute, e dall'aspetto decisamente "alieno". Non mancano divagazioni sulla tecnologia, sulle missioni della NASA (come l'invio dei rover su Marte o le ipotetiche esplorazioni di Europa) e la ricerca di vita extraterrestre, argomenti su cui il documentario specula e si interroga (con tanto di ricostruzione digitale: il film si conclude immaginando l'incontro con una razza di alieni sottomarini sul satellite di Giove). Nel complesso interessante, anche se salta un po' di palo in frasca e non approfondisce veramente l'argomento della vita sottomarina se non a livello di suggestione (si confronti per esempio con "Atlantis" di Luc Besson). Alla regia è accreditato anche Steven Quale, già direttore della seconda unità in "Titanic".

10 aprile 2021

Ghosts of the abyss (James Cameron, 2003)

Ghosts of the Abyss (id.)
di James Cameron – USA 2003
con Bill Paxton, James Cameron
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Visto in divx.

"Tu lasci il Titanic, ma lui non lascia mai te". Nel 2001, quattro anni dopo l'uscita del film che gli regalò una (meritata) montagna di Oscar, James Cameron torna sul luogo dell'affondamento del celebre transatlantico per esplorarne il relitto sul fondale marino grazie a nuove tecnologie, in particolare i mini-sommergibili Mir della nave oceanografica Akademik Keldysh e i due robot dotati di videocamera Jake ed Elwood progettati da suo fratello Mike. Ad accompagnarlo, e a fungere da voce narrante, ci sono l'attore Bill Paxton (che nel film interpretava il cacciatore di tesori Brock Lovett) più numerosi scienziati, ricercatori e storici. Si sa, le immersioni subacquee e il Titanic sono due pallini del regista canadese, che in questo documentario (uscito nelle sale in 3D, e "rimpolpato" fino a un'ora e mezza di durata per la distribuzione in home video) cerca di coinvolgere anche uno spettatore che però, se non condivide la passione per l'argomento, rischia di annoiarsi. Non che il documentario non sia fatto bene o esaustivo: il problema è che non racconta nulla di davvero nuovo e di importante sulla nave, sui personaggi a bordo e sul loro destino che non si fosse già detto o compreso a sufficienza nel film del 1997. Chi ha visto quello, troverà questo ridondante (a meno di non appassionarsi alle vicissitudini degli scienziati che cercano di recuperare i robot sottomarini con cui hanno perso brevemente i contatti). L'anno precedente Cameron aveva realizzato un documentario simile su un'altra nave, la tedesca Bismarck, e due anni più tardi tornerà nelle profondità oceaniche a osservarne le forme di vita ("Aliens of the deep").

6 aprile 2021

Birds of prey (Cathy Yan, 2020)

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn))
di Cathy Yan – USA 2020
con Margot Robbie, Ewan McGregor
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Visto in TV (Now Tv).

Lasciata dall'amato Joker, la psicopatica Harley Quinn (Margot Robbie) decide che è l'occasione giusta per cambiare vita e mettersi in proprio. Sulle tracce di un prezioso diamante/MacGuffin, inghiottito dalla giovane borseggiatrice Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e concupito dal boss criminale Roman Sionis/Maschera Nera (Ewan McGregor), sarà costretta ad allearsi con altre super(anti-)eroine, quali Black Canary (Jurnee Smollett-Bell), la Cacciatrice (Mary Elizabeth Winstead) e la detective di polizia Renee Montoya (Rosie Perez). Narrato (in maniera disgiunta) dalla protagonista in prima persona, e rivolgendosi direttamente agli spettatori, un film che rispetto al precedente "Suicide Squad" – dove era stato introdotto il personaggio – schiaccia più esplicitamente sul pedale della commedia action/supereroistica alla "Deadpool" (o "Kick-Ass"): un divertimento decerebrato (e femminista: le eroine sono tutte donne, i cattivi tutti uomini e spesso picchiati senza pietà), stupido e irriverente, certo, ma pur sempre divertimento. Il ritmo frenetico senza pause, la natura anarchica del personaggio principale, i costumi punk e colorati, il profluvio di gag e battutine (anche visive: si pensi alle tante scritte o ai disegnini in sovrimpressione), un pizzico di understatement e i tocchi cinici e grotteschi arricchiscono una trama generica che sembra solo un pretesto per far interagire i vari personaggi. Anche le sequenze d'azione non vanno prese sul serio: l'abbondante violenza, in fondo, è sempre da cartone animato. Fra le tante citazioni, da segnalare quella alla Marilyn de "Gli uomini preferiscono le bionde". Pur essendo ambientato a Gotham City, nel film non appaiono né il Joker né Batman (ma sono menzionati). Harley Quinn, senza le Birds of Prey, tornerà in "The Suicide Squad - Missione suicida".

31 marzo 2021

Captain Marvel (A. Boden, R. Fleck, 2019)

Captain Marvel (id.)
di Anna Boden, Ryan Fleck – USA 2019
con Brie Larson, Samuel L. Jackson
*1/2

Visto in divx.

Addestrata come guerriera dai Kree, razza di alieni avanzatissimi tecnologicamente, la bionda Carol Danvers (Brie Larson) è in realtà un'aviatrice terrestre che sei anni prima aveva perso la memoria dopo aver assorbito l'energia di un reattore sperimentale che le ha donato incredibili superpoteri. Inviata da Hala, capitale dell'impero Kree, in missione sulla Terra, Carol scoprirà la verità su sé stessa e che tutto ciò che il suo istruttore, Yon-Rogg (Jude Law), le ha sempre fatto credere è falso. Il primo film dell'Universo Cinematico Marvel con una protagonista femminile (ma non il primo film Marvel in assoluto con questa caratteristica, basti ricordare "Elektra") utilizza un personaggio minore della Casa delle Idee, per di più non l'unico con questo nome (il primo Capitan Marvel, Mar-Vell, appare nel film in versione femminile, mentre la seconda, Monica Rambeau, è introdotta da bambina: lo stesso nome Capitan Marvel, peraltro, era già stato usato dall'eroe Fawcett/DC oggi noto come Shazam, prima che la Marvel se ne impossessasse per ovvi motivi). In effetti nei fumetti Carol Danvers ha una storia molto lunga e travagliata alle spalle, essendo nata come semplice comprimaria nella serie del suddetto Mar-Vell, attraversando poi varie fasi e diverse incarnazioni come Miss Marvel, Binary, Warbird. Ambientato nel 1995 (cosa sottolineata allo sfinimento dalle tante citazioni pop e "culturali": Blockbuster, Altavista, i videogiochi arcade), il film si svolge prima di tutte le altre pellicole del MCU, consentendo dunque di raccontare le "origini" di Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito digitalmente di 25 anni e qui comprimario di lusso) quando non era ancora a capo dello S.H.I.E.L.D. Introduce inoltre temi fantascientifici come la guerra fra i Kree e gli Skrull, razza aliena di mutaforma che, a sorpresa, si scoprono non essere cattivi come nei comics, in un twist a metà pellicola che gioca con le aspettative dello spettatore che conosce già i fumetti (in maniera non dissimile da quanto fatto col Mandarino in "Iron Man 3"). Peccato che la trama sia in gran parte piatta, le scene d'azione generiche e noiose, la gag autoreferenziali o forzate (vedi la ragione per la quale Fury ha perso l'occhio), gli aspetti tecnico-fantascientifici incoerenti (i poteri energetici di CM si basano sui fotoni?) e i temi triti e ritriti (l'ingiustizia della guerra, il contrasto fra l'affidarsi alle proprie emozioni – che ci rendono "umani" – e il seguire ciecamente gli ordini o l'addestramento, e naturalmente il velato messaggio femminista sulla donna che non si arrende di fronte alle difficoltà e si rialza sempre). Nel cast anche Ben Mendelsohn (lo Skrull Talos), Annette Bening (il dottor Lawson, scienziata che lavora al Progetto Pegasus), Lashana Lynch (Maria Rambeau, amica di Carol e madre della suddetta Monica) e Gemma Chan (Minn-Erva, membro della Starforce dei Kree). Clark Gregg (anche lui ringiovanito digitalmente), Lee Pace e Djimon Hounsou tornano rispettivamente nei ruoli dell'agente Phil Coulson, di Ronan l'Accusatore e di Korath (questi ultimi due si erano già visti in "Guardiani della Galassia"). Cameo nella metropolitana di Stan Lee (morto prima dell'uscita del film, e al quale è dedicata la title card). Fra i meta-rimandi ad altri film del MCU c'è la spiegazione di come Fury è entrato in possesso del Tesseract (il cubo cosmico visto in "Thor" e "Avengers") e ovviamente la scena nei titoli di coda, che si colloca fra "Avengers: Infinity War" ed "Endgame" e mostra il ritorno di Carol sulla Terra. Come già accaduto per i film di Captain America, il titolo mantiene la grafia inglese anche nel nostro paese ("Captain" anziché "Capitan") per motivi di marketing. Mediocre il doppiaggio italiano.

28 dicembre 2020

Polar Express (Robert Zemeckis, 2004)

Polar Express (The Polar Express)
di Robert Zemeckis – USA 2004
animazione digitale
**

Visto in TV, con Sabrina.

La notte di Natale, un bambino – che ha proprio l'età in cui si cominciano ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale – sale a bordo del Polar Express, treno magico diretto al Polo Nord, su cui vivrà numerose avventure che lo porteranno di nuovo a credere nella magia del Natale. Tratto da un libro illustrato per ragazzi di Chris Van Allsburg (adattato dallo stesso Zemeckis e da William Broyles Jr., già sceneggiatore di "Cast Away"), il primo – e tutto sommato il migliore – dei tre film di animazione in performance capture realizzati dal regista fra il 2004 e il 2009 (gli altri sono "La leggenda di Beowulf" e un altro film natalizio, "A Christmas Carol"), impantanando per un decennio la propria carriera in sperimentazioni tecniche. Per l'epoca, in ogni caso, la pellicola fu a suo modo innovativa nella resa digitale dei personaggi che si basano sulla recitazione di attori in carne e ossa. il mattatore in particolare è Tom Hanks, che interpreta il protagonista (ma la voce in originale è di Daryl Sabara) nonché tutti i personaggi "adulti": il controllore del treno, il vagabondo clandestino, Babbo Natale, e altri ancora (nel progetto originario Hanks avrebbe dovuto ricoprire proprio tutti i ruoli, ma l'impresa si rivelò troppo faticosa, e dunque salirono a bordo altri attori: la ragazzina per esempio è Nona Gaye, l'amico solitario è Peter Scolari). Nonostante un fastidioso effetto "uncanny valley" (la sensazione sgradevole che si prova quando la resa dei volti e delle figure umane si avvicina troppo alla realtà, ma non abbastanza da risultare credibile e realistica), il tono magico, fiabesco e natalizio della vicenda, tipico appunto dei libri illustrati e di avventure per bambini, facilita l'immersione dello spettatore e a tratti ricorda altri classici del cinema americano del genere come "Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato" (anche citato, attraverso il biglietto dorato che dà accesso al treno) o "Il mago di Oz". E naturalmente, per lo stesso motivo, le peripezie dei protagonisti non sono da prendere sul serio: tutto è magico, fantastico e implausibile, come in un sogno, anche se ogni azione porta con sé una ricompensa, un'ammonizione o una morale.

10 dicembre 2020

Terminator: Destino oscuro (Tim Miller, 2019)

Terminator: Destino oscuro (Terminator: Dark Fate)
di Tim Miller – USA 2019
con Mackenzie Davis, Natalia Reyes
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

La soldatessa umana "potenziata" Grace (Mackenzie Davis) giunge nel 2020 dal futuro con lo scopo di proteggere l'operaia messicana Dani Ramos (Natalia Reyes), futura leader della resistenza umana, dal Terminator Rev-9 (Gabriel Luna) che è stato inviato per ucciderla. Ad aiutarla c'è anche la guerrigliera Sarah Connor (una rediviva Linda Hamilton), che credeva di aver sventato l'avvento delle macchine nel precedente "Terminator 2" (salvo scoprire che il futuro è sì cambiato, ma non di molto: al posto di Skynet ci sarà un'altra rete informatica malvagia, Legion: cambia il nome ma non la sostanza), nonché "Carl" (Arnold Schwarzenegger), un modello T-800 che dopo aver finalmente ucciso John Connor nel 1998 è rimasto nel nostro continuum temporale e ha sviluppato una coscienza. Il sesto film di "Terminator" è l'ennesimo reboot della serie: come il quinto ("Terminator Genisys") decide di ignorare del tutto il terzo e il quarto capitolo (nonché la serie televisiva "The Sarah Connor Chronicles") e di ripartire direttamente dal secondo. Di fatto fa (male) le stesse cose che aveva fatto il già non trascendentale "Genisys", con l'aggravante di giungere dopo (e di essere prodotto da Cameron, che ha anche contribuito al soggetto). Questa tendenza di Hollywood a guardare sempre al passato ma in modo selettivo, scegliendo di ignorare i propri passi falsi nascondendo la polvere sotto il tappeto (vedi anche i casi di Spider-Man e dei Ghostbusters) è davvero antipatica: con che spirito si guarderà ormai un film o ci si affezionerà ai suoi personaggi, sapendo che se la pellicola non andrà bene al botteghino sarà "cancellata" da quella successiva? E fosse almeno un bel film: tutto sa invece di già visto, dal Terminator buono (ma in "T2" Schwarzy era stato riprogrammato, non sviluppava da solo un'improbabilissima coscienza umana!) a quello cattivo capace di rigenerarsi e composto da metallo liquido (che qui sembra catrame nero, e ha la caratteristica di poter separare il proprio scheletro dal resto del corpo). Oltre a non essere originale, poi, il lungometraggio non ha nulla della forza creativa o della potenza visionaria del miglior Cameron: le situazioni non sorprendono, le sequenze d'azione annoiano, i personaggi sono derivativi (compresa l'agguerrita Dani) e la fantasia non vola mai (e per un film di fantascienza questo è un peccato mortale). Aggiungiamoci una regia anonima e dei dialoghi scontati e adolescenziali. Fra i pochi spunti interessanti (ma non approfonditi): l'accenno alle macchine che prendono il posto degli operai nelle fabbriche e l'aggancio al tema (di attualità) dell'immigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti. Da segnalare anche la sequenza iniziale con i robot cattivi che escono dal mare, in stile sbarco in Normandia. La scelta anticlimatica di uccidere John Connor a inizio film è stata poi molto criticata: come per la morte di Newt in "Alien³", ci si sbarazza con troppa noncuranza di un personaggio chiave delle pellicole precedenti. Curiosità: a pronunciare la frase-tormentone "I'll be back" ("Torno presto", in italiano) stavolta è Linda Hamilton, non Schwarzenegger. Visto il finale aperto (il "destino oscuro" rappresentato dal cupo futuro delle macchine non viene sventato: tutto il film racconta solo della fuga dei nostri eroi dal Terminator cattivo, senza peraltro mai un piano preciso per sconfiggerlo), i produttori pensavano di rendere questo film il primo di una nuova trilogia (tanto per cambiare: era l'intenzione anche del quarto e del quinto capitolo!), ma il meritatissimo flop al botteghino ha bloccato ogni piano. E chissà che il settimo film, se mai ci sarà, non resetterà di nuovo tutto.