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16 dicembre 2022

Illusioni perdute (Xavier Giannoli, 2021)

Illusioni perdute (Illusions perdues)
di Xavier Giannoli – Francia 2021
con Benjamin Voisin, Vincent Lacoste
***

Visto in TV (Now Tv).

Nella Francia della Restaurazione, a inizio Ottocento, Lucien de Rubempré (Benjamin Voisin) è un giovane poeta di campagna, ingenuo e idealista, che – spinto anche dall'amore per la sua nobile mecenate, la baronessa de Bargeton (Cécile de France) – si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna. Anziché trovare un editore per i suoi componimenti, che non interessano a nessuno, entrerà in contatto con un mondo ben diverso da quello che immaginava: il giornalismo satirico e di costume, di stampo liberale, di cui – tramite l'amicizia con lo spregiudicato redattore Étienne Lousteau (Vincent Lacoste) – diventa in breve tempo una delle firme più celebri, grazie ai suoi articoli arguti, feroci e taglienti. Quello della stampa è un universo corrotto, dove tutti sono in vendita, recensioni e stroncature di romanzi o rappresentazioni teatrali dipendono soltanto da quanto si è disposti a pagare, e le notizie false sono all'ordine del giorno. Dall'omonimo romanzo di Honoré de Balzac, una sorta di "Quarto potere" ottocentesco: nonostante lo stile classico e, almeno all'inizio, molto letterario e apparentemente ingessato, il film è vivace e incredibilmente attuale nel mettere in luce le storture, gli interessi, le menzogne, i favoritismi, il commercio che si annidano dietro la stampa e quelli che oggi chiameremmo i mass media. Nulla di diverso rispetto a oggi, dalle fake news alla pubblicità occulta, dai tentativi di indirizzare l'opinione pubblica (memorabili le "claque" di applauditori o di fischiatori che, a teatro, si vendono al miglior offerente, guidate dal subdolo Singali (Jean-François Stévenin) come se fosse un direttore d'orchestra) a quelli di affossare col gossip la reputazione di politici o personalità illustri. Che non si tratti di un'esagerazione o di una travisazione della realtà odierna nel passato lo dimostrano altri esempi simili nella letteratura e nell'arte ottocentesca (il primo che mi viene in mente: il personaggio di Macrobio nella "Pietra del paragone" di Gioacchino Rossini, simile per molti versi al Lousteau di Balzac). In mezzo a tutto questo, Lucien ci sguazza ma soffre anche, per l'anelito verso la purezza dell'arte e l'amore che, tutto sommato, continua a provare, frammisto al desiderio di elevarsi socialmente e di essere accettato nella classe aristocratica, cosa che lo trascina verso la distruzione. Ottima la ricostruzione d'epoca. Nel ricco cast, molti volti noti: Xavier Dolan è il romanziere Nathan, "rivale" di Lucien ma da lui sinceramente ammirato; Gérard Depardieu è il "buzzurro" editore Dauriat; Salomé Dewaels è la ballerina di varietà Coralie, di cui Lucien si invaghisce; Jeanne Balibar l'intrigante marchesa d'Espard. Numerosi premi César (compreso quello per il miglior film francese dell'anno).

19 maggio 2019

Urlo (Rob Epstein, Jeffrey Friedman, 2010)

Urlo (Howl)
di Rob Epstein, Jeffrey Friedman – USA 2010
con James Franco, Jon Hamm
***

Visto in divx alla Fogona.

Bel documentario su Allen Ginsberg, poeta simbolo della beat generation, incentrato in particolare sul processo che nel 1957 coinvolse Lawrence Berlinghetti come editore di “Urlo”, il poema esistenziale (“la sua visione del mondo in quattro parti”) scritto da Ginsberg due anni prima e accusato di oscenità. Con una cadenza jazz che richiama il fraseggio e lo stile dello stesso autore, la pellicola alterna scene (in bianco e nero) in cui Ginsberg legge il suo poema alla platea del Six Gallery di San Francisco nel 1955; un'intervista rilasciata a New York nel 1957, in cui racconta la propria vita, l'amicizia con Jack Kerouac, Neal Cassady e Carl Salomon, i viaggi, i suoi amori omosessuali, e la genesi dell'opera; e sequenze del processo, in cui l'accusa cerca vanamente di screditare “Urlo”, mettendone in dubbio il valore letterario o artistico e chiamando a testimoniare diversi “esperti” di poesia e letteratura (di fatto, è un processo all'arte stessa e alla possibilità di espressione artistica). In più, ampi stralci del poema sono accompagnati da immagini e sequenze in animazione. Il tutto è molto coinvolgente: il testo di Ginsberg – a un primissimo impatto, una serie di parole assurde o volgari e di versi sconclusionati – sembra via via acquistare sempre più senso e significato, immergendoci in un mondo legato alle esperienze di vita, alla sfera personale e intima (dove il poeta esprime tutti quei sentimenti che prima teneva per sé o che non osava confessare alla famiglia) e naturalmente alla società di quel tempo, fra satira e metafore (come le invettive contro il “Moloch” del consumismo). Si tratta di una vera rivoluzione nella poesia moderna e contemporanea, equivalente a quelle che la pittura aveva vissuto nei decenni precedenti, mostrata nel momento in cui veniva formandosi e di cui siamo oggi ben più consapevoli. Ottimo James Franco nei panni di Ginsberg. Jon Hamm è l'avvocato Jake Ehrlich, Todd Rotondi è Jack Kerouac, Jon Prescott è Neal Cassady.

17 aprile 2017

Elling (Petter Næss, 2001)

Elling (id.)
di Petter Næss – Norvegia 2001
con Per Christian Ellefsen, Sven Nordin
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Al quarantenne Elling, che ha vissuto tutta la vita con la madre ed è pertanto incapace di socializzare o di cavarsela da solo nella vita, e al sempliciotto Kjell Bjarne, che pensa soltanto al cibo e alle donne e che ha conosciuto nella clinica psichiatrica dove è stato ricoverato alla morte della madre, viene assegnato un appartamento nel centro di Oslo, dove dovranno abitare e – seguiti da un assistente dei servizi sociali – tentare di (ri)adattarsi alla vita normale. Ma non sarà facile, vista la resistenza di entrambi persino per uscire di casa. Ci riusciranno grazie al reciproco sostegno, ad alcuni fortunati incontri (per Elling un anziano intellettuale che ne favorisce la naturale inclinazione per la poesia, per Kjell Bjarne la vicina del piano di sopra, incinta e abbandonata dal compagno). Pellicola indipendente di stampo "basagliano": il tema della riabilitazione dei pazienti psichiatrici e del loro ritorno a una vita normale è affrontato con leggerezza, garbo e umorismo, e il film è narrato tutto dal punto di vista dei due protagonisti, senza drammi o retorica. Il segreto del successo, come sempre, sta nei primi passi da compiere (i più difficili, certo) per uscire dal proprio guscio. Memorabile la scelta di Elling di diventare un misterioso "poeta in incognito", lasciando le sue composizioni (firmate "E.") nelle confezioni di crauti al supermercato. Candidato per la Norvegia all'Oscar per il miglior film straniero, è tratto da una serie di quattro romanzi con lo stesso protagonista (il regista ha girato anche un sequel, nel 2005).

28 dicembre 2016

Paterson (Jim Jarmusch, 2016)

Paterson (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2016
con Adam Driver, Golshifteh Farahani
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Paterson, autista di bus con la passione per la poesia, vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin (un bulldog francese). Il film ne racconta una settimana di vita (da lunedì a domenica), attraverso la sua routine quotidiana: sveglia alle 6.15, colazione, lavoro, pausa pranzo, ritorno a casa, cena con Laura, passeggiata con il cane, visita al pub. Gli unici suoi svaghi consistono nello scrivere versi su un "taccuino segreto", ascoltare le bizzarre conversazioni del passeggeri del suo autobus, osservare le dinamiche degli avventori del pub, ed essere testimone delle tendenze artistiche della moglie (che dipinge tessuti e oggetti, sempre con forme e simboli in bianco e nero, cucina cupcake da vendere alla festa dei coltivatori, o progetta di imparare a suonare la chitarra per diventare una cantante country). Come sfondo c'è la città che porta il suo stesso nome, con le sue strade e i suoi parchi, i suoi locali e le sue periferie, i suoi abitanti e i suoi cittadini illustri (il comico Lou Costello, il poeta modernista William Carlos Williams). Il minimalismo di Jarmusch portato agli estremi: un elogio della semplicità e della "poesia delle piccole cose", quella bellezza che, per chi sa coglierla, si nasconde dietro ogni singolo momento e ogni incontro casuale, la cui banalità ispira i versi che il protagonista compone (e che appaiono in sovrimpressione sullo schermo), e che può essere valorizzata dal gioco di rimandi e ripetizioni che la vita stessa regala: sono tanti, infatti, i temi ricorrenti, come il passato, i sogni, i gemelli... tutti già presenti nelle pellicole precedenti di Jarmusch (in particolare in quelle più episodiche, come "Coffee and cigarettes"), ma che qui assumono un'organicità maggiore e profonda, in grado di comprendere tutta un'esistenza. Ne risulta un film al tempo stesso realistico e filosofico, mondano e poetico, caldo, sincero e mai noioso, con cui è facile entrare in sintonia. La contemplazione, la rassegnazione e persino l'indecisione, attraverso la poesia, possono diventare sublimi. Ottimo Driver (nomen omen), deliziosa la Farahani.

23 febbraio 2015

Canzoni dal secondo piano (Roy Andersson, 2000)

Canzoni dal secondo piano (Sånger från andra våningen)
di Roy Andersson – Svezia 2000
con Lars Nordh, Stefan Larsson
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla fine del millennio, l'umanità è allo sbando. Ossessionate dal lavoro e dai problemi della vita quotidiana, le persone sembrano essersi smarrite in un buco nero esistenziale, dove le sofferenze e la solitudine impediscono non solo ogni comunicazione ma anche una possibile via di fuga attraverso l'amore o la poesia. Mentre gli uomini sono come imprigionati in un enorme ingorgo stradale, dove tutte le automobili procedono lentamente nella stessa direzione, senza una vera meta, i fantasmi del passato cominciano a presentarsi... Venticinque anni dopo il suo ultimo lungometraggio (un periodo durante il quale ha girato per lo più cortometraggi, documentari e spot pubblicitari, il che spiega lo sviluppo e la maturazione di uno stile imperniato su piccole vignette di quotidianità), il regista svedese Roy Andersson torna al cinema con una pellicola surreale e metaforica, cinica e grottesca, a cui ne seguiranno altre sulla stessa falsariga (compreso quel "Piccione" che nel 2014 vincerà il Leone d'Oro al Festival di Venezia). Costituita da una serie di scene girate senza alcun movimento di camera, ci mostra un vasto numero di personaggi – spesso "brutti" e sovrappeso – imprigionati nelle loro squallide e problematiche esistenze. Il protagonista principale, se così possiamo chiamarlo, è Kalle, commerciante di mezza età che ha dato alle fiamme il proprio negozio per intascare i soldi dell'assicurazione. Tormentato dal passato, dai rimpianti e da un figlio impazzito perché diventato poeta, Kalle è alla disperata ricerca di un nuovo business: l'idea di vendere crocifissi per approfittare del Giubileo si rivelerà fallimentare, ma nel frattempo comincerà a parlare con i fantasmi (fra cui quello del suo amico Sven, che prima di suicidarsi gli aveva prestato una forte somma di denaro). Attorno a lui si muovono tanti altri personaggi: impiegati, burocrati, uomini di potere, persone qualunque... Il film si ispira ai versi del poeta modernista peruviano César Vallejo, del quale viene citato più volte una sorta di rilettura/parodia del discorso delle beatitudini: "amandas las personas que se sientan" (beate le persone che si siedono), ripete il figlio di Kalle, Stefan, quando fa visita al fratello Tomas, ricoverato in un istituto. La poesia e l'arte come unica arma per sopravvivere in una società che pensa solo al profitto (e che non esita a sacrificare l'innocenza pur di garantirsi una via di fuga dalla miseria o dalla distruzione), l'amore disinteressato (come quello del Cristo, che "non era il figlio di Dio ma solo una persona gentile", dice uno dei pazienti del manicomio) visto come qualcosa assolutamente fuori posto nel mondo moderno: il tutto incastonato in un racconto a episodi dai toni grotteschi e alienanti, che mostra la follia nella normalità, il surreale nel quotidiano, il banale nelle disgrazie della vita (grandi e piccole) e nella storia passata (il generale centenario che fa il saluto nazista, lo spettro del giovane impiccato durante la guerra), con uno sguardo disincantato ma anche partecipativo. Un film insolito, straniante, molto più complesso e stratificato di quanto non sembri all'inizio, con echi dei paradossi di Kafka e del surrealismo di Buñuel mescolati al cinico umorismo dei paesi nordici (si pensi a Kaurismäki) e continue metafore sulla condizione umana ("Non è facile essere umani"): si spiegano così il barbone filosofo, gli impiegati in processione con il cilicio, la riunione dei manager con la sfera di cristallo, la tentata fuga all'aeroporto, e naturalmente il sacrificio della bambina. Da segnalare anche l'uso spiazzante della musica (come la scena in cui gli sbadigli delle persone in metropolitana si trasformano in una cantata corale). Gli attori sono in gran parte non professionisti: pare addirittura che Andersson abbia trovato il suo protagonista, Lars Nordh, mentre faceva shopping all'Ikea. Premio speciale della giuria a Cannes.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
****

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams.

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, il professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima e palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il tema dell'Ouverture "1812" di Ciajkovskij.

10 aprile 2011

Poetry (Lee Chang-dong, 2010)

Poetry (Shi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2010
con Yun Jeong-hie, Lee Da-wit
***

Visto al cinema Eliseo.

La vita quotidiana della sessantacinquenne Mija, domestica svampita e badante part-time in una cittadina di provincia, si incrina irrimediabilmente quando scopre che l'irresponsabile nipote Wook (che lei accudisce in quanto la madre, divorziata, vive in un'altra città) ha partecipato al ripetuto stupro di gruppo di una compagna di scuola, Agnes, la quale si è poi suicidata. Se nessuno dei ragazzi sembra provare rimorso per l'accaduto, e se i loro genitori (con la complicità delle autorità scolastiche) si preoccupano soltanto di mettere a tacere lo scandalo e di indennizzare la madre della vittima con una somma di denaro, Mija ne rimane invece profondamente scossa. Incapace di rispecchiarsi nella società arida e indolente che la circonda, e afflitta dalle prime fasi di un morbo di Alzheimer che fa riaffiorare i ricordi dell'infanzia senza riuscire a cancellare i dolori e i turbamenti del presente, la donna trova un antidoto e un conforto nell'amore per la poesia: decide d'impulso di frequentare un corso tenuto da un celebre poeta, comincia ad annotare su un taccuino i pensieri e le sensazioni che le nascono osservando la natura, si introduce in un circolo di appassionati lettori, il tutto nel tentativo di recuperare la bellezza e quell'armonia con il mondo che chi vive attorno a lei sembra invece aver smarrito ("la poesia è agonizzante", lamenta un giovane poeta; ed è emblematica la scena, all'inizio, in cui Mija cerca di raccontare quello che ha visto all'ospedale e nessuno pare interessato ad ascoltarla). Dopo aver donato l'amore a un vecchio avido e paralizzato, aver sistemato le pendenze economiche e aver chiuso i conti con la giustizia (è evidente che sia proprio lei a denunciare il nipote alla polizia), sceglie a sua volta il suicidio, come suggeriscono le belle inquadrature finali e la voce fuori campo che legge la sua poesia e che si trasforma in quella di Agnes (non è solo la regressione infantile dovuta alla malattia, ma un vero e proprio processo di identificazione e di espiazione). Con il suo ritmo lento, come lo scorrere placido del fiume che trasporta il cadavere della ragazza, e un approccio minimalista che scava in profondità nelle ipocrisie e negli egoismi sociali e culturali della Corea moderna, il film racconta il sofferente e consapevole percorso della protagonista e affronta temi e sentimenti come il rimorso, la vergogna e il contrasto fra il desiderio di giustizia per Agnes e la protezione della propria famiglia. Straordinaria la prova di Yoon Jeong-hee, star del cinema coreano degli anni settanta (tornata a recitare dopo quindici anni appositamente su richiesta di Lee) che dà vita a un personaggio sfaccettato e vitale, e ben bilanciate regia e sceneggiatura (quest'ultima premiata a Cannes). È il tipo di film che nelle mani sbagliate poteva naufragare nella retorica e nel sentimentalismo, ma che si tiene miracolosamente in equilibrio fino alla fine. Alcuni spunti ricordano i film precedenti di Lee: il suicidio dal cavalcavia sul fiume (come in "Peppermint Candy") e la crisi di una donna dopo la morte di un adolescente (come in "Secret Sunshine").