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29 marzo 2024

Dune: Parte due (Denis Villeneuve, 2024)

Dune: Parte due (Dune: Part Two)
di Denis Villeneuve – USA 2024
con Timothée Chalamet, Zendaya
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Sopravvissuti al massacro della Casa Atreides da parte dei rivali Harkonnen, il giovane Paul (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica (Rebecca Ferguson) vengono accolti da una tribù di Fremen, il popolo nomade che vive fra le sabbie inospitali del pianeta desertico Arrakis. L'uno – che assume il nuovo nome di "Muad'dib" Usul – ritenuto suo malgrado una figura messianica, e tormentato da tragiche visioni del futuro, l'altra scelta come sacerdotessa, e abile nel fomentare le pulsioni religiose del popolo, li guideranno alla rivolta contro gli Harkonnen e l'Imperatore, che sfruttano il pianeta (e ne schiavizzano gli abitanti) per raccogliere la preziosa spezia. Realizzato solo dopo che il successo della prima parte (uscita tre anni prima) ha convinto i produttori a procedere con il progetto (le due pellicole non sono state girate back-to-back, come è invece consuetudine recente di Hollywood per le serie di questo tipo), il secondo film della saga fantascientifica di "Dune" porta a conclusione l'adattamento del primo romanzo di Frank Herbert, anche se il finale viene parzialmente modificato in modo da concludere con un relativo cliffhanger e agganciarsi meglio al secondo romanzo, "Messia di Dune", che dovrebbe fornire il materiale per l'eventuale terzo film. Pur non lesinando epicità, scenari grandiosi, temi politici (intrighi incrociati, la critica all'imperialismo), filosofici (il destino, l'autodeterminazione) e prettamente fantascientifici (anche se elementi come i Mentat o la gilda dei navigatori, per dirne un paio, continuano a essere praticamente assenti), quasi tutto il focus è riservato alla "guerra santa" (la jihad) e ai sottotesti religiosi, rendendo ancora più espliciti i riferimenti al mondo arabo e al Medio Oriente. Spettacolare visivamente, in particolare per le sequenze di combattimento e quelle che mostrano sullo schermo i giganteschi vermi della sabbia (che i Fremen hanno imparato a cavalcare!), il film soffre di un certo gigantismo che lo rende a tratti pesante, non solo per la mancanza di sottigliezza nell'affrontare le questioni religiose, ma soprattutto per via di qualche carenza a livello di pacing: alcune parti si trascinano troppo a lungo, altre sono glissate via rapidamente, e diversi personaggi vengono (re)introdotti di punto in bianco in maniera non sempre efficace (es.: Gurney Halleck). Anche sul piano della visionarietà (si pensi al tema delle profezie, o al ruolo della sorella – non ancora nata – di Paul) si finisce quasi per rimpiangere l'imperfetta e più "folle" versione di Lynch del 1984. Rispetto al primo film, hanno un ruolo più prominente Zendaya (Chani) e Javier Bardem (Stilgar), nonché Austin Butler (Feyd-Rautha). Tornano inoltre Josh Brolin (un redivivo Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (il barone Harkonnen) e Dave Bautista (Rabban). Christopher Walken è l'Imperatore, Florence Pugh la principessa Irulan, Léa Seydoux la giovane Bene Gesserit Margot.

13 ottobre 2021

Dune (Denis Villeneuve, 2021)

Dune (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2021
con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'anno 10191, l'imperatore della galassia affida alla Casa Atreides la gestione del pianeta Arrakis, un mondo tutto ricoperto dal deserto, preziosissimo perché vi si estrae la "spezia", la sostanza che rende possibile i viaggi spaziali. Gli Atreides subentrano agli Harkonnen, ma ignorano di essere vittima di un tranello: l'imperatore infatti intende eliminarli, aiutando i loro rivali a sconfiggerli con un attacco a sorpresa. Alla morte del padre, il duca Leto, soltanto suo figlio Paul Atreides (Timothée Chalamet), insieme alla madre Jessica (Rebecca Ferguson), riesce a sopravvivere, inoltrandosi nel deserto e unendosi a una tribù di Fremen, i misteriosi abitanti del pianeta, che adorano i giganteschi vermi che si nascondono sotto la sabbia e che da secoli attendono l'arrivo di un messia... Nuovo e ambizioso adattamento del libro di Frank Herbert, uno dei più grandi romanzi di fantascienza (se non il più grande) di tutti i tempi, dopo i tentativi falliti di Alejandro Jodorowsky e Ridley Scott (tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta), quello riuscito – ma controverso – di David Lynch (1984) e la serie televisiva di John Harrison (2000): Villeneuve, al terzo film di fantascienza consecutivo (dopo "Arrival" e "Blade Runner 2049") e al primo dopo dieci anni in cui ha collaborato anche alla sceneggiatura (l'ultimo era stato "La donna che canta", guarda caso un'altra ambientazione legata al Medio Oriente), ha scelto di dividere il romanzo in due parti, di cui questa pellicola (l'inizio di una franchise?) adatta soltanto la prima. Il sequel è ancora da realizzare (i due film non sono stati girati back-to-back, come da recenti consuetudini hollywoodiane) ma dovrebbe sperabilmente uscire entro un paio di anni, con un possibile terzo titolo che dovrebbe poi portare sullo schermo "Il messia di Dune", il secondo romanzo della serie.

Sono tornato al cinema dopo un anno e nove mesi (per la precisione, a 627 giorni dall'ultima volta!) perché questo era un film da vedere sul grande schermo. Epico, colossale e spettacolare, capace di dar vita a un'intera galassia che ribolle di intrighi, complotti e dinamiche fra le numerose forze in gioco (e in retrospettiva sono evidenti, per esempio, le influenze che il romanzo di Herbert ha avuto su "Guerre stellari" e su tutto il mondo ideato da George Lucas, di cui è quasi una versione adulta), ma anche lontano dalle baracconate fracassone di molti film d'azione americani. L'aura solenne e austera che si respira, semmai, fa pensare a pellicole di altri tempi, come i grandi classici "Kagemusha" e "Ran" di Akira Kurosawa, con i loro tempi lenti e i personaggi tragici e shakespeariani. E poi c'è l'ambientazione, il pianeta deserto di Arrakis, con i suoi scoperti rimandi al Medio Oriente o alle culture arabe e magrebine (oggi forse ancora più che negli anni Sessanta!), al popolo sfruttato per gli interessi commerciali di entità esterne che vogliono spremere le risorse naturali fino all'ultima goccia (qui la spezia, nel mondo reale il petrolio). In "Dune" non ci sono solo battaglie e astronavi, infatti, ma politica, economia, religione, anzi proprio questi sono i temi prevalenti. Alcuni aspetti, rispetto al romanzo (e anche al film di Lynch), sono a dire il vero semplificati, ma era inevitabile: Villeneuve preferisce fare meno cose, ma farle meglio, e in quel che ci offre riesce a restituire tutta l'epicità, la grandiosità e il mistero che permeava le pagine scritte (anche se taglia o elimina molti pensieri dei vari personaggi). Un esempio sono i Fremen, un altro i vermi giganti, ai quali rende decisamente giustizia. Forse l'ultima parte della pellicola si dilunga un po' troppo, perdendo il ritmo che era stato costruito fino ad allora, e sarebbe stato meglio concludere questa prima pellicola subito dopo la morte del duca Leto, ma è un difetto veniale.

Nei panni del protagonista, Chalamet appare decisamente più in parte di quanto non fosse stato Kyle MacLachlan nel film di Lynch. In generale il casting mi è parso eccellente, con interpreti in grado di infondere dignità e carisma ai rispettivi ruoli, come nel caso del guerriero Duncan Idaho (Jason Momoa), personaggio che avrà un'inaspettata ma notevole importanza nel resto della saga; del militare Gurney Halleck (Josh Brolin), mentore di Paul; o dell'enigmatico capo tribù Stilgar (Javier Bardem). Fra i migliori c'è anche Stellan Skarsgård nel ruolo del barone Harkonnen, spaventoso e intimidente, e non più una macchietta com'era nel film del 1984. Oscar Isaac è il duca Leto, padre di Paul; Dave Bautista è Rabban, il nipote del barone; Zendaya è Chani, la giovane Fremen che appare nei sogni precognitivi di Paul; Charlotte Rampling è la veridica dell'imperatore, una delle Bene Gesserit, la potente e misteriosa setta femminile che da millenni manipola le linee genetiche per arrivare a produrre il "Kwisatz Haderach", l'essere supremo. L'unico gender swapping di rilievo (tutto sommato accettabile) è quello relativo al dottor Kynes, trasformato in donna (Sharon Duncan-Brewster). Solo in alcuni casi (Stephen McKinley Henderson come Thufir Hawat, Chang Chen come dottor Yueh, David Dastmalchian come Piter De Vries) devo ammettere di aver rimpianto i volti scelti da Lynch. Ottimi e realistici gli effetti speciali (i vermi, come già detto, sono impressionanti e restituiscono quel senso di divinità e di forza misteriosa della natura che è loro connaturato; ma notevoli anche i costumi e il design di armi e astronavi, a partire dai veicoli "a libellula") ma anche tutto il comparto sonoro, con la musica di Hans Zimmer e soprattutto un mix audio estremamente curato che in certi momenti domina e trascina con sé i sensi dello spettatore (si pensi, per esempio, alla "Voce", il modo in cui le Bene Gesserit influenzano la volontà altrui).

13 ottobre 2017

Blade runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, con una pellicola fredda e imbalsamata, combattuta fra il tentativo da un lato di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio. In entrambi i casi il film va fuori strada: troppo ambizioso e "alto" nella sua lettura religiosa-umanistica, troppo banale in quella retrò-fantascientifica. Ma soprattutto, senz'anima (anche se la forma è bella).

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). Se poi escludiamo la lettura religiosa (si parla esplicitamente di miracoli), a tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientifico come tanti, giusto un filino più ambizioso della media. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portassero a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

4 agosto 2017

Sicario (Denis Villeneuve, 2015)

Sicario (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2015
con Emily Blunt, Benicio del Toro
**

Visto in divx, con Sabrina.

Un'agente dell'FBI (Blunt) viene convinta a collaborare con la CIA a un'operazione segreta contro il cartello della droga messicana, che da oltre il confine è responsabile anche di morti e di sequestri nel cuore degli Stati Uniti. Ma la donna, che mal digerisce le procedure non ortodosse del direttore della missione (Josh Brolin), scoprirà di essere stata usata come pedina, a soli fini burocratici, in un gioco al di fuori della legge che aveva lo scopo di permettere a un sicario rivale (Del Toro), che ora lavora per la CIA, di giungere fino al nascondiglio segreto del boss del narcotraffico messicano per sterminare lui e la sua famiglia. Nonostante la buona regia di Villeneuve, l'ottima fotografia di Roger Deakins e le discrete interpretazioni, è un thriller dai dilemmi morali scontati e abbastanza noioso, anche perché la protagonista – ovvero il personaggio che rappresenta il punto di vista dello spettatore – è frustrata, impotente e volutamente tenuta all'oscuro di quello che sta accadendo dietro le quinte. La versione italiana appiattisce il tutto, doppiando nella nostra lingua sia l'inglese che lo spagnolo (che in originale aveva i sottotitoli). E il ritratto delle città di confine, "terre di lupi" dove il pericolo è in agguato ad ogni angolo, pare francamente esagerato. Il personaggio più inutile è però il poliziotto messicano corrotto, che vediamo più volte interagire con il figlio, simbolo di tutte le vittime delle guerra per la droga. In programma un sequel, "Soldado", che sarà diretto da Stefano Sollima. Nel frattempo lo sceneggiatore Taylor Sheridan ha realizzato altri due film sul tema della frontiera americana ("Hell or High Water" e "I segreti di Wind River", quest'ultimo anche come regista).

18 aprile 2017

Enemy (Denis Villeneuve, 2013)

Enemy (id.)
di Denis Villeneuve – Canada/Spagna 2013
con Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'insegnante di storia Adam Bell (Gyllenhaal) scopre per caso che esiste un suo sosia, l'attore Anthony Claire, uguale in lui in tutto e per tutto, persino nella voce. Non saprà resistere alla tentazione di incontrarlo... Dal romanzo "L'uomo duplicato" di José Saramago, uno pseudo-thriller psicologico e kafkiano che parla del subconscio e di una personalità dissociata. C'è chi lo ha paragonato a certe opere di Cronenberg o di Lynch (io citerei anche "Partner" di Bertolucci) nel mettere in scena l'angoscia e il disturbo mentale di un personaggio che si rispecchiano nel mondo che lo circonda. Tanti indizi disseminati qua e là (la conversazione con la madre, in particolare, è rivelatrice) ci fanno infatti capire che i due uomini sono davvero la stessa persona (o se vogliamo, la sovrapposizione quantistica di due identità diverse, con tracce dell'una che confluiscono nell'altra), mentre alcuni inserti onirici a base di donne-ragno (che sfociano nello strano e "scioccante" finale) suggeriscono che molti dei suoi problemi dipendono proprio dal rapporto con le donne. Peccato che il continuo tentativo di costruire la tensione vada spesso a vuoto: forse il film reggerebbe meglio a una seconda visione, dopo averlo già "inquadrato", visto che la prima volta si ha la forte sensazione che si tratti di molto fumo e poco arrosto. In ogni caso, la pellicola punta le sue carte migliori sull'interpretazione di un barbuto Gyllenhaal (Mélanie Laurent e Sarah Gadon, quest'ultima incinta, sono invece le donne di Adam/Anthony, rispettivamente l'amante e la moglie; Isabella Rossellini è la madre) e sull'atmosfera costruita attraverso la fotografia filtrata di Nicolas Bolduc e la colonna sonora incessante di Daniel Bensi e Saunder Jurriaans.

19 febbraio 2017

Prisoners (Denis Villeneuve, 2013)

Prisoners (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2010
con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal
***

Visto in divx, con Sabrina.

Due bambine spariscono misteriosamente da una cittadina della Pennsylvania. Quando il detective Loki (Gyllenhaal) è costretto a rimettere in libertà – per insufficienza di prove – il principale sospettato, il ritardato mentale Alex (Paul Dano), il padre di una delle due bimbe (Hugh Jackman) decide di occuparsi personalmente della questione. Rapisce così Alex e lo tortura per farlo confessare: nel frattempo, però, l'indagine di Loki va avanti e si espande in nuove direzioni... Al primo film girato negli Stati Uniti, Villeneuve realizza un solido thriller familiare-poliziesco che non si tira indietro nel mettere in scena gli aspetti più emotivi del trauma di un rapimento, in particolare nella descrizione del padre che si sente impotente di fronte alla scomparsa della figlia e che, anziché collaborare con la polizia, mette in atto una propria indagine personale. La pellicola è forse più convenzionale e meno dirompente dell'opera precedente del regista canadese, "La donna che canta", ma dal punto di vista dell'intreccio giallo riesce abilmente a disseminare elementi ed indizi (forse fin troppi, per la verità: uno spettatore attento riuscirà a ricostruire tutto ben prima che ci arrivino i personaggi stessi) in modo che alla fine ogni cosa torni. L'investigazione che per lungo tempo non sembra procedere in nessuna direzione (come in "Zodiac" o "Memories of Murder") si intreccia con i temi etici e i tormenti familiari (come in "Mystic River"), anche se questi ultimi – in particolare le conseguenze delle azioni del padre, punto nodale del film – si potevano forse esplorare maggiormente. Alla buona riuscita della pellicola concorrono un ottimo comparto tecnico (bella, in particolare, la fotografia cupissima e d'atmosfera di Roger Deakins) e prove attoriali di alto livello (mi ha stupito in particolare Jackman, mai così intenso; la bravura di Gyllenhaal la conosciamo; nel resto del cast ci sono Terrence Howard, Maria Bello, Viola Davis, Melissa Leo e David Dastmalchian).

26 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

Arrival (id.)
di Denis Villeneuve – USA/Canada 2016
con Amy Adams, Jeremy Renner
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Quando dodici astronavi aliene sbarcano sulla Terra, fermandosi in diversi punti del pianeta, l'esperta linguista Louise Banks (Adams) viene incaricata di decifrare il linguaggio dei loro occupanti – una misteriosa razza di creature eptapodi – per stabilire una comunicazione e scoprirne le intenzioni e i reali motivi della loro venuta. Mentre Louise compie lentamente progressi, la tensione fra la popolazione e le divisioni fra i principali governi del pianeta (non tutti convinti che si debba comunicare pacificamente con gli alieni) crescono inesorabilmente verso il punto di non ritorno... Il regista canadese Denis Villeneuve scalda i motori per l'imminente "Blade Runner 2049" cimentandosi per la prima volta con la fantascienza grazie a una sceneggiatura di Eric Heisserer (dal racconto "Storia della tua vita" di Ted Chiang). Se il modello letterario è "La voce del padrone" di Stanislaw Lem (come in quel romanzo, infatti, Louise fa parte di una task force di scienziati di varia estrazione – fra i quali il fisico teorico Ian Donnelly (Renner) – che devono collaborare per decifrare la lingua degli alieni), quelli cinematografici sono indubbiamente "Contact", "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e "Interstellar". Pur implausibile in più punti sul piano logico o scientifico, la pellicola riesce a far riflettere in maniera intelligente sul tema della comunicazione (che implica necessariamente un qualche tipo di connessione o di condivisione) e su come il linguaggio influenzi il modo di percepire il mondo: quello degli alieni, così diverso del nostro, rispecchia la loro concezione "circolare" del tempo, che finisce col permeare anche la mente di Louise e portarla alla soluzione dell'enigma (con un emotivo colpo di scena finale per gli spettatori, "manipolati" fino a quel punto da un montaggio che li aveva portati a ritenere dei flashback quelli che in realtà erano dei momenti di precognizione). Certo, la scelta finale della protagonista, smaccatamente pro-life, getta un'ombra fastidiosa sull'intera pellicola e sui suoi reali intenti. Nella versione italiana, Ian e Louise battezzano i due alieni Tom e Jerry: in originale, invece, li chiamano Abbott e Costello (ovvero Gianni e Pinotto). Forest Whitaker è il colonnello americano, Tzi Ma è il generale cinese. La colonna sonora d'atmosfera (di Jóhann Jóhannsson) comprende il suggestivo "On the Nature of Daylight" di Max Richter. Da notare che vent'anni prima, nel 1996, era già uscito un film chiamato "The arrival" che parlava di contatti con gli alieni, ma si trattava di un thriller d'azione (di David Twohy) senza grandi qualità.

18 gennaio 2017

La donna che canta (D. Villeneuve, 2010)

La donna che canta (Incendies)
di Denis Villeneuve – Canada 2010
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

All'improvvisa morte della madre Nawal Marwan, immigrata in Canada da un paese del medio oriente (anche se non è mai citato, si tratta del Libano sconvolto dalla guerra civile), i gemelli Jeanne e Simon scoprono dalle sue ultime volontà che sia loro padre (che credevano morto) sia un altro fratello (di cui ignoravano l'esistenza) sono ancora in vita. Non senza riluttanza, partiranno alla loro ricerca per consegnargli un ultimo messaggio da parte della madre. E durante il viaggio, ripercorrendo all'indietro le tracce di Nawal e ricostruendone la turbolenta storia, scopriranno terribili verità su di lei e su loro stessi. Da una pièce teatrale di Wajdi Mouawad, ispirata alla vita dell'attivista libanese Souha Bechara, un intenso dramma familiare che ha lanciato definitivamente la carriera di Denis Villeneuve: costruito come un puzzle i cui vari elementi si incastrano lentamente (attraverso il continuo passaggio dal presente al passato, grazie a vari flashback ambientati in epoche diverse), il film è un'acclamata riflessione sul caso e il destino, sulla maternità e sulle proprie radici, in un paese scosso da continui conflitti, guerre civili, ribellioni e faide fra gruppi di etnie e religioni differenti, e su come tutti questi elementi possano influenzarsi reciprocamente. La sceneggiatura trasforma quella che sarebbe una vicenda del tutto paradossale e improbabile (ma con evidenti "elementi da tragedia greca", come ha commentato lo stesso regista) in un messaggio simbolico sull'assurdità della guerra e sulla necessità di spezzare la catena dell'odio e delle rappresaglie, oltre che sul sofferto contrasto fra il perdono e la vendetta. La scelta di non specificare chiaramente l'ambientazione (il setting, come detto, è quello della guerra civile in Libano: ma le riprese sono state effettuate in Giordania, e tutti i luoghi citati durante il film sono stati inventati), amplifica tale messaggio e lo rende ancora più universale. E nonostante i tragici eventi narrati, il finale è ammantato di speranza: quando tutti i nodi saranno venuti alla luce, i gemelli avranno imparato a conoscere e amare finalmente quella madre che per loro era sempre rimasta un mistero distante e impenetrabile. Da notare che Jeanne lavora come assistente universitaria nel dipartimento di matematica pura: e proprio la matematica si pone come una chiave di lettura della complessa realtà che la circonda (“Uno più uno può fare uno?”, le chiede il gemello, mentre la soluzione dell'enigma risiede nell'intersezione fra l'amore e l'odio). Altro tema conduttore è l'acqua (le piscine, il fiume), salvifica in contrasto con il fuoco dell'odio e della guerra. Un film intenso, complesso, stratificato e stimolante sotto più punti di vista, dove la potenza della sceneggiatura è ben servita dalle ottime interpretazioni e da una regia attenta, rigorosa ma anche ricca di stile. Nella colonna sonora spicca "You and whose army?" dei Radiohead.

14 novembre 2016

Maelström (Denis Villeneuve, 2000)

Maelström (id.)
di Denis Villeneuve – Canada 2000
con Marie-Josée Croze, Jean-Nicolas Verreault
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Depressa dopo un aborto, in crisi con il lavoro, sotto pressione per essere la "figlia di una celebrità", la venticinquenne Bibiane Champagne (Croze) è in piena fase autodistruttiva. Una sera, mentre torna a casa ubriaca dopo aver cercato inutilmente sfogo in discoteca, investe e uccide con la sua auto un uomo, l'anziano pescatore Karlsen. Quando se ne rende conto, presa dai sensi di colpa, medita addirittura il suicidio. Ma non appena incontrerà il figlio del defunto, Evian (Verreault), finirà con l'innamorarsene e trovare in lui una nuova ragione di vita... A rendere particolare il secondo lungometraggio di Villeneuve non è tanto la trama in sé (che pure ha diversi punti in comune con il precedente, la commedia romantica "Un 32 août sur terre", al punto da sembrarne quasi una rilettura più cupa e stratificata) quanto la complessa simbologia: a partire dal titolo, il termine di origine norvegese che indica i vortici oceanici. Qui il "vortice" è quello della vita e della morte, che lega il destino dei personaggi attraverso le misteriose concatenazioni del caos (si pensi per esempio alla sequenza che, a partire da un'ordinazione al ristorante da parte della protagonista e della sua amica, porta alla scoperta del cadavere dell'uomo investito). Elemento ricorrente è il mare, con le sue onde, la schiuma, i vortici appunto, ma anche i pesci e le creature acquatiche. Karlsen, ex marinaio, ora lavora in un mercato ittico, mentre suo figlio Evian è un sommozzatore. Bibi cerca di cancellare la propria colpa buttando la sua automobile in fondo al porto. E non mancano numerose suggestioni "norvegesi" (dai continui riferimenti al folklore scandinavo, alla provenienza stessa di Evian e di suo padre). Come bizzarra cornice, l'intera vicenda è raccontata agli spettatori da un pesce parlante, "torturato" in una dimensione ultraterrena da un pescatore infernale. La trovata dona alla pellicola un'impronta da fiaba dark, che non stona con la sua qualità surreale e a tratti persino semi-umoristica, tongue in cheek, come sottolinea la colonna sonora (dove spiccano le canzoni "Les deux guitares" ed "Et pourtant" di Charles Aznavour: ma ci sono anche Tom Waits ed Edward Grieg). Un film strano, dunque, pretenzioso (si parla della condizione umana...) e affascinante al tempo stesso, che ha portato Villeneuve all'attenzione della critica ma anche a una sorta di impasse creativo, tanto che ci vorranno ben nove anni prima di vedere un suo nuovo lungometraggio (del tutto diverso stilisticamente: "Polytechnique", semi-documentaristico e in bianco e nero).

6 novembre 2016

Un 32 août sur terre (D. Villeneuve, 1998)

Un 32 août sur terre
di Denis Villeneuve – Canada 1998
con Pascale Bussières, Alexis Martin
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo essere sopravvissuta per miracolo a uno spaventoso incidente d'auto, la giovane Simone capisce che è giunto il momento di ripensare la propria vita: si dimette dal lavoro e chiede al suo miglior amico Philippe di aiutarla a fare un figlio, con la promessa che andrà poi a vivere lontano insieme al bambino e non ci saranno conseguenze per lui. Philippe è recalcitrante (anche perché, pur non avendoglielo mai confessato, è follemente innamorato dell'amica), ma alla fine accetta, ponendo una bizzarra condizione: dovranno fare l'amore nel deserto. Da Montrèal i due si recano così a Salt Lake City, dove si inoltrano nel deserto del lago salato. Qui, fra una disavventura e l'altra, non combineranno nulla. E tornati in patria, Philippe confesserà il suo amore a Simone, che scoprirà di ricambiarlo: ma forse è troppo tardi... Il lungometraggio d'esordio di Denis Villeneuve è una strana commedia romantica on the road, spigliata e simpatica, a tratti surreale (memorabili i paesaggi bianchi e desolati del deserto, che richiamano un altro pianeta: e le suggestioni "extraterrestri" sono in effetti numerose) ma con un finale deludente e poco originale. L'aspetto di Simone, mascolino e con i capelli corti, ricorda quello di Jean Seberg, della quale Philippe ha un poster in camera (il che lascia intendere sin dall'inizio come sia innamorato di lei). Lo strano titolo è metaforico, almeno fino a un certo punto: l'incidente in auto di Simone avviene infatti la notte del 31 agosto, e le vicende successive si svolgono dal 32 agosto in poi (33, 34, 35, 36 agosto...), come se la protagonista fosse entrata in un limbo fuori dal tempo, da cui uscirà (arriva finalmente settembre!) solo quando farà chiarezza nei propri sentimenti.

13 giugno 2009

Polytechnique (D. Villeneuve, 2009)

Polytechnique
di Denis Villeneuve – Canada 2009
con Sébastien Huberdeau, Karine Vanasse
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Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il terzo film del promettente regista canadese Villeneuve, girato a ben nove anni di distanza dal precedente "Maelström", mette in scena il massacro del Politecnico di Montrèal, avvenuto il 6 dicembre 1989, quando un folle che conduceva una personale crociata “antifemminista” uccise con il fucile quattordici studentesse dell'istituto prima di suicidarsi con la stessa arma. Girato in bianco e nero, mostra le tragiche vicende di quel giorno attraverso gli occhi di due personaggi, Jean-François e Valerie, quest'ultima ferita ma sopravvissuta alla tragedia. La confezione è curata, finanche patinata, ma il coinvolgimento emotivo scatta soltanto nelle scene del massacro vero e proprio. Per il resto il film rimane un po' freddo, perfettino e di maniera, e ogni paragone con “Elephant” di Gus Van Sant non può che andare a favore di quest'ultimo. La sceneggiatura, con i suoi scostamenti temporali, è comunque efficace nel mettere a confronto le folli idee dell'assassino (che odiava le donne perché “vogliono i diritti dei maschi senza rinunciare ai privilegi delle femmine”) e i disagi di Valerie, che sogna di diventare ingegnere areonautico ma deve fronteggiare le discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro (per esempio, mentendo sul suo desiderio di avere figli pur di essere assunta). Acclamato dalla critica, nonostante qualche controversia in patria per aver riproposto sullo schermo un fatto di cronaca così doloroso.