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26 novembre 2018

Callas forever (Franco Zeffirelli, 2002)

Callas forever
di Franco Zeffirelli – Italia/Fra/Spa 2002
con Jeremy Irons, Fanny Ardant
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Visto in TV.

Reduce da una disastrosa tournée in Giappone, nel 1977 Maria Callas (Ardant) considera la propria carriera finita e si chiude nel suo appartamento parigino, dove vive da sola e nel rimpianto dopo la morte di Onassis. A tirarla fuori sarà Larry (Irons), impresario teatrale e suo amico di lunga data, che la convince a recitare in una serie di film-opera dove canterà in playback, "doppiata" grazie alle incisioni dei suoi anni d'oro. Ma dopo aver realizzato il primo di questi film, una "Carmen" piena di colore e di vigore (che per lei è un modo di chiudere un rapporto rimasto incompiuto con il personaggio, visto che non lo aveva mai interpretato a teatro), cambia nuovamente idea e chiede all'amico di distruggere il filmato... Insolito biopic "di finzione" (la didascalia conclusiva recita: "Gli avvenimenti narrati in questo film appartengono alla fantasia dell'autore e al ricordo della sua lunga amicizia con Maria Callas") che ritrae la Diva negli ultimi mesi della sua vita (morirà nel settembre di quello stesso anno), quando ormai la voce di un tempo si era deteriorata e il mondo intorno a lei stava cambiando velocemente (lo stesso Larry si dedica ora a promuovere "scandalosi" gruppi punk rock). Ma le visite notturne dei "fantasmi" del personaggi delle sue opere (Norma, Violetta, Tosca...) la spingeranno a tornare sulle scene... Se la Callas non fosse una figura realmente esistita, il suo personaggio sembrerebbe la solita diva capricciosa e patetica: ma Zeffirelli la ritrae con affetto, grazie anche all'ottima interpretazione di una Ardant che, se fisicamente non le somiglia, psicologicamente si cala del tutto nelle contraddizioni del personaggio. Bene anche Irons. Per il resto, però, il film – che più che una biografia va considerato dunque come un omaggio alla Diva che più di ogni altra ha incarnato l'ideale della cantante lirica del ventesimo secolo – dà il meglio di sé nelle scene dell'opera-nel-film (Zeffirelli allestirà personalmente una "Carmen" all'Arena di Verona nel 1995), girate in maniera sontuosa, ricche di atmosfera e di barocchismi, molto superiori al resto della pellicola che soffre invece per i dialoghi didascalici e alcuni momenti un po' stucchevoli. Joan Plowright è la giornalista Sarah, Jay Rodan è il pittore amante di Larry, Gabriel Garko è Marco, il bel cantante che interpreta Don José. Fra i brani cantati dalla Callas si possono sentire (oltre alla "Habanera" e altri spezzoni della "Carmen") "Casta diva", "O mio babbino caro", "Un bel dì vedremo", "Libiamo nei lieti calici" e "Vissi d'arte".

16 maggio 2015

Sangue gitano (Ernst Lubitsch, 1918)

Sangue gitano (Carmen)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Pola Negri, Harry Liedtke
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Visto su YouTube.

Se fino al 1918 Lubitsch aveva diretto essenzialmente solo commedie satiriche, da quell'anno – anche su pressione del produttore Paul Davidson dell'UFA – cominciò a realizzare anche ambiziosi drammi in costume, per lo più con protagonista Pola Negri, diva di origine polacca, scoperta a teatro dallo stesso Lubitsch. Dopo il primo film insieme, il thriller "Gli occhi della mummia", fu la volta di questo adattamento della "Carmen" di Prosper Mérimée (anche se, come l'opera di Bizet, ne mette in scena soltanto la terza parte). Il personaggio era già stato portato al cinema, fra gli altri, da Raoul Walsh e Cecil B. DeMille nel 1915: ma la versione di Lubitsch è più imponente e sfarzosa, con numerose comparse e scene di massa (la folla per le strade di Siviglia), e sfocia a tratti nell'epica su grande scala (vedasi lo scontro fra i soldati e i banditi sulle montagne). E questo nonostante la sceneggiatura – che pure si prende il suo tempo per caratterizzare a fondo i personaggi – non sia particolarmente vivace od originale: anche la regia non è troppo ispirata, con Lubitsch che sembra più a suo agio nelle scene minori e da commedia (come i tentativi di Carmen di "intrattenere" il guardiano della prigione in cui è rinchiuso José) che non nei passaggi chiave e melodrammatici. Complessivamente la trama è più fedele al materiale di partenza rispetto alle versioni precedenti: c'è anche una "cornice", all'inizio e alla fine, in cui uno zingaro racconta la vicenda accanto al fuoco di un bivacco (pare che in originale queste scene fossero tinte a mano di rosso). Ma la narrazione non è accattivante, e pare oggi assai datata. Il meglio è dato dalla rappresentazione del rapporto asimmetrico fra José e Carmen (chiamata sempre "La Carmencita" nei cartelli): lui così legato all'onore, alla morale, al ruolo sociale, a una visione idealizzata (e rigida) dell'amore; lei così "libera" e viva, a suo modo molto più franca e onesta, consapevole delle sue azioni e pronta a pagarne le conseguenze.

2 maggio 2015

Carmen (Cecil B. DeMille, 1915)

Carmen (id.)
di Cecil B. DeMille – USA 1915
con Geraldine Farrar, Wallace Reid
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Visto su YouTube.

La zingara Carmen, in accordo con un gruppo di contrabbandieri, seduce l'incorruttibile ufficiale dei "dragoni" José in modo da permettere ai suoi compagni di far entrare la merce in città. Dopo aver costretto l'uomo al tradimento, lo abbandona perché innamorata del torero Escamillo. José si vendicherà pugnalandola fuori dalla plaza de toros. Liberamente tratta dall'opera di Bizet (più che dal romanzo di Mérimée) e interpretata da una celebre soprano dell'epoca (che però, essendo un film muto, non può cantare!), una pellicola che semplifica la vicenda riducendo il numero di personaggi e le loro motivazioni. Al centro c'è lo spirito libero e proto-femminista di Carmen ("Non appartengo a nessuno! Il mio amore è mio, da dare o negare a chi voglio"), vittima della gelosia di un José senza particolari qualità morali. Buono il ritmo, parecchio intenso, così come la regia "moderna" che sfrutta bene gli scenari e gli esterni (vedi per esempio la scena della corrida) e approfondisce le emozioni dei personaggi grazie ai tanti primi piani. La "Carmen" era già stata adattata più volte dal cinema muto, sin dal 1907 (fra le tante pellicole, è da citare quella italiana di Giovanni Doria del 1914), ma è proprio nel 1915 che ebbe il suo momento di gloria: nello stesso anno del film di DeMille, infatti, uscì anche un'altra versione diretta da Raoul Walsh con Theda Bara come protagonista. I due registi furono in feroce competizione per giungere nelle sale prima del rivale: la spuntò Walsh, il cui film (giudicato inferiore dalla critica, anche se ebbe più successo di pubblico) è però oggi andato perduto. Del clamore suscitato dalla diatriba ne approfittò Charlie Chaplin, che l'anno dopo ne realizzò una parodia. E nel 1918 arriverà la versione di Lubitsch con Pola Negri, "Sangue gitano".