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17 marzo 2021

Xiaoshan going home (Jia Zhangke, 1995)

Xiaoshan going home (Xiaoshan hui jia)
di Jia Zhangke – Cina 1995
con Wang Hongwei, Dong Shuzhe
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Mediometraggio giovanile (dura un'ora scarsa) realizzato da Jia Zhangke quando frequentava l'accademia del cinema di Pechino insieme a un gruppo di amici e collaboratori (come l'attore Wang Hongwei, con il quale lavorerà poi in diverse pellicole). La storia, semi-documentaristica ed episodica, segue le peripezie di un cuoco che da Pechino, quando il suo impiego giunge al termine, progetta di tornare al proprio paese di origine in occasione del capodanno cinese: ma prima di partire si incontra con vari amici e conoscenti, chiedendo loro di accompagnarlo e cercando di procurarsi il biglietto per il viaggio. L'anno precedente Jia aveva girato in soli due giorni un documentario di dieci minuti sui turisti in piazza Tienanmen ("One day in Beijing"), ma è con questo lavoro, filmato direttamente per le strade e i locali della città, che mette compiutamente in mostra per la prima volta il suo stile e l'attenzione alle vicende delle persone comuni, come i lavoratori e gli abitanti delle periferie cinesi. Proiettato anche all'estero in alcuni festival internazionali, il mediometraggio riscosse un buon successo e consentì al regista di incontrare il produttore Li Kit Ming e iniziare la lavorazione del suo primo vero lungometraggio, "Xiao Wu".

29 ottobre 2020

24 city (Jia Zhangke, 2008)

24 city (Er shi si cheng ji)
di Jia Zhangke – Cina 2008
con Joan Chen, Lü Liping, Zhao Tao
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per oltre cinquant'anni la città di Chengdu ha ospitato la "fabbrica 420", un enorme stabilimento siderurgico di stato per la produzione di componenti per l'aeronautica. Ora la fabbrica è stata chiusa e sta per essere smantellata per erigere al suo posto un moderno complesso residenziale e commerciale (chiamato "24 city", appunto). In un incrocio fra documentario e finzione (ci sono infatti interviste reali e altre inscenate con attori), Jia Zhangke lascia la parola e diverse persone che hanno gravitato intorno allo stabilimento: anziani operai che vi hanno lavorato per molti anni, che ricordano il traumatico trasferimento da altre regioni della Cina (per ordine del governo), i rapporti con le famiglie e i colleghi di lavoro, nonché la vita in quello che era un vero e proprio microcosmo, separato dal resto della città (la fabbrica era talmente grande da avere al suo interno delle scuole per i figli di chi vi lavorava!); ma anche le nuove generazioni, che faticano a concepire le difficili condizioni in cui vivevano i loro genitori. Nel frattempo, infatti, il mondo è cambiato e la Cina si sta trasformando: l'ottima regia di Jia, attenta come sempre alle persone e al loro ambiente, ce ne dà una testimonianza preziosa e suggestiva, arricchendo l'esperienza dello spettatore con immagini e panoramiche della città e della fabbrica ormai dismessa, accompagnandole con musiche moderne o canzoni d'epoca (fra cui "The killer" di Sally Yeh, che il regista riutilizzerà ampiamente ne "I figli del fiume giallo", e "The Outside World" di Chyi Chin). La pellicola non dice apertamente che cosa sia vero e che cosa inscenato, a meno che non si riconoscano gli attori (fra questi Joan Chen, nel ruolo di un'operaia soprannominata "Little flower" per la sua somiglianza con il personaggio interpretato dalla stessa Chen, da giovane, in un film del 1979; e Zhao Tao, musa onnipresente nei lavori del regista cinese). La prima inquadratura del film, che mostra gli operai che entrano in bici nella fabbrica, è un evidente rimando – ma a ritroso – a quello che è considerato (per convenzione) il primo film della storia del cinema, "L'uscita dalle fabbriche Lumière".

29 novembre 2019

Cry me a river (Jia Zhangke, 2008)

Cry me a river (Heshang de aiqing)
di Jia Zhangke – Cina 2008
con Zhao Tao, Wang Hongwei
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro amici, un tempo amanti ed ex compagni di studi (Zhao Tao, Wang Hongwei, Hao Lei, Guo Xiaodong), si ricontrano nella città di provincia dove dieci anni prima si erano laureati, e dove sono tornati per festeggiare il compleanno di un loro professore. Il ritrovo è l'occasione per un tuffo nei ricordi, nei rimpanti e nelle confessioni d'amore. Breve cortometraggio (dura una ventina di minuti), intimo e nostalgico, realistico ed intenso, che Jia ha realizzato ispirandosi al classico cinese "Spring in a small town" per ritrarre sullo schermo frammenti di vite ed esistenze che tornano a incrociarsi dopo tanto tempo. I protagonisti, un tempo giovani poeti e sognatori, hanno preso strade diverse, forse ormai inconciliabili, e vivono ora immersi nei ritmi frenetici e commerciali della Cina moderna: ma i ricordi e le esperienze comuni (anche amorose) li legano ancora al loro passato. E aggirarsi nei luoghi della loro giovinezza li spinge forse a riattivare i sentimenti perduti. Splendida la fotografia. Il film è stato girato a Suzhou, città antichissima e tranquilla, considerata la "Venezia d'oriente" per i suoi numerosi canali, che fa da sfondo ideale alla breve vicenda (è quasi un peccato che lo spunto non abbia dato origine a un lungometraggio).

29 luglio 2019

Platform (Jia Zhangke, 2000)

Platform (Zhantai)
di Jia Zhangke – Cina 2000
con Wang Hongwei, Zhao Tao
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La vita di Cui Mingliang (Wang Hongwei), membro di una compagnia teatrale itinerante di canto e di ballo, e dei suoi amici Yin Ruijuan (Zhao Tao), Zhang Jun (Liang Jingdong) e Zhong Ping (Yang Tianyi), nella Cina dal 1979 al 1989, ovvero dagli ultimi strascichi della Rivoluzione Culturale maoista ai primi segnali della globalizzazione con l'apertura alle influenze occidentali (evidenti dal cambiamento degli spettacoli allestiti dai ragazzi: si passa da canti popolari, didattici e patriottici a canzoni pop o rock e numeri di breakdance). La storia si svolge a Fenyang, la città natale del regista (nella provincia settentrionale di Shanxi), ma i ragazzi portano i loro spettacoli dapprima nei villaggi vicini e poi in regioni anche più remote, come la Mongolia interna. I cambiamenti della Cina a livello sociale, economico e politico fanno da sfondo alle vicissitudini, agli amori, alle esperienze artistiche dei giovani protagonisti, che rispetto ai genitori sono meno interessati alle ideologie e più aperti alla vita. Cui Mingliang è innamorato di Yin Ruijuan, nonostante l'opposizione dei padre di lei. Zhang Jun mette incinta Zhong Ping e va a viverci insieme, pur non essendo sposati. Sanming (Han Sanming), cugino di Mingliang che non ha completato gli studi, è costretto a lavorare in una miniera di carbone. E nel frattempo la compagnia teatrale viene privatizzata, gli elettrodomestici arrivano in ogni casa, gli eventi della vita portano i ragazzi a cambiare lavoro o a prendere strade diverse... Al secondo lungometraggio, Jia Zhangke è già padrone della materia trattata: pur con qualche lungaggine (il film dura due ore e mezza), c'è grande attenzione alla descrizione dell'ambiente, alle interazioni fra i personaggi, ma soprattutto al racconto – attraverso piccoli e grandi episodi – di un paese in profonda e costante trasformazione. In una scena, i protagonisti cantano "Bella ciao" in cinese. Zhao Tao (destinata a diventarne la musa) recita qui per la prima volta in un film del regista. Il titolo (la piattaforma ferroviaria) si riferisce alla metafora ricorrente del treno, presente nel primo spettacolo cui assistiamo, in una delle canzoni pop eseguite più avanti, nel fatto che uno dei punti di ritrovo dei ragazzi è sotto i binari della ferrovia sopraelevata: e naturalmente il treno simboleggia il desiderio di partire per andare altrove.

17 maggio 2019

I figli del fiume giallo (Jia Zhangke, 2018)

I figli del fiume giallo (Jianghu ernu, aka Ash is purest white)
di Jia Zhangke – Cina 2018
con Zhao Tao, Liao Fan
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 2001, a Datong (una città mineraria nella provincia di Shanxi, in crisi da quando il prezzo del carbone è crollato e il governo progetta di chiudere del tutto l'attività estrattiva), Qiao (Zhao Tao) è la ragazza di Bin (Liao Fan), il boss della triade locale. Per difenderlo da un agguato non esita a impugnare una pistola, e finisce così in prigione. Rilasciata dopo cinque anni, scopre che Bin si è trasferito in un'altra regione, ha cambiato vita e ha un'altra donna. Lo ritroverà molti anni più tardi, nel 2018, quando – ormai rimasto solo e malato – sarà lui a cercare lei... Rivisitando i temi già affrontati nei lavori precedenti (la rapida trasformazione della Cina, dove il destino di milioni di persone è influenzato dai progetti di urbanizzazione, dalla crisi economica, dalla costruzione di dighe o di centrali nucleari), Jia firma un lavoro intenso ed elegante, diviso (come già "Al di là delle montagne") in tre diversi periodi storici (2001, 2006 e 2018) durante i quali segue le peripezie della sua protagonista, un'epopea – o forse una parabola – personale (incentrata com'è su due soli personaggi) ma che al tempo stesso riguarda l'intera società cinese al passaggio del millennio. E racconta di un mondo dove i valori e la bellezza del passato vengono progressivamente ridotti in cenere (ma bruciare significa anche purificare, come commenta Qiao e come ci ricorda il titolo internazionale della pellicola, "Ash is purest white"): ecco dunque che nuove bande di giovani delinquenti osano mettere in discussione l'autorità delle triadi, che antiche attività come quella mineraria vengono spazzate via dal progresso e dalle decisioni del governo, che intere città vengano ricoperte dall'acqua, che le zone più arrestrate del paese vengono costrette a forza a modernizzarsi, che per sopravvivere è necessario ricorrere a truffe e furti di ogni tipo. Per non parlare di contraddizioni e coesistenze fra antico e moderno (il socio di Bin che non riesce a vendere le ville perché ritenute infestate dai fantasmi, il medico che pratica medicina tradizionale cinese in una moderna clinica occidentale, il viaggiatore in cerca di extraterrestri). Molto bella la regia, elegante, ariosa e poliedrica, coadiuvata dalla fotografia colorata di Éric Gautier. Da notare anche la colonna sonora, che da nostalgica nel primo segmento (si ode ripetutamente la canzone di Sally Yeh dal film "The killer" di John Woo: lo stesso Bin, insieme ai suoi "fratelli", è mostrato mentre guarda film d'azione come "Tragic Hero" con Chow Yun-fat e Andy Lau) si fa via via più astratta ed elettronica.

14 giugno 2015

Al di là delle montagne (Jia Zhangke, 2015)

Al di là delle montagne (Shan he gu ren)
di Jia Zhangke – Cina/Giappone/Francia 2015
con Zhao Tao, Sylvia Chang
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Jia Zhangke torna a raccontare le trasformazioni e i cambiamenti della Cina in un film allegorico e tripartito, diviso in tre sezioni distinte e ambientate in differenti epoche (vale a dire: ieri, oggi e domani). Nel 1999, all'alba del nuovo secolo, gli abitanti di Fenyang (nella provincia di Shanxi) si lasciano prendere dai sogni di prosperità e ricchezza. L'insegnante Tao (Zhao Tao) è contesa fra il povero minatore Liangzi (Liang Jingdong) e il ricco imprenditore Jinsheng (Zhang Yi), che proprio a causa sua rompono la loro amicizia. La donna finirà per sposare il secondo, mentre il primo preferirà emigrare. Nel 2014 Liangzi è costretto a tornare al paese per curarsi da un tumore al polmone. E scopre che nel frattempo Tao e Jinsheng hanno divorziato, e che l'uomo si è trasferito a Shanghai portando con sé il figlio Dollar. Quando il padre di Tao muore, il bambino (che ora ha 7 anni) fa ritorno in paese per il funerale del nonno, e ha modo di trascorrere qualche giorno con la madre. Nel 2025, Jisheng e Dollar vivono ora in Australia, e il ragazzo (Dong Zi-jian) ha dimenticato – almeno apparentemente – del tutto la sua vera madre. Ma l'incontro con Mia, un'insegnante di Hong Kong (Sylvia Chang) con cui ha una relazione, gliela farà tornare in mente. La trama è solo un pretesto per mettere in scena, in maniera inedita, i soliti temi del conflitto fra la Cina tradizionale – rappresentata qui dalle canzoni popolari (come quella di Sally Yeh che si ascolta ripetutamente) o dalla cucina di Tao (i ravioli al vapore) – e la globalizzazione (la canzone "Go West" intonata a ogni capodanno, il nome Dollar che Jinsheng impone al figlio, l'incapacità di quest'ultimo di non parlare inglese, mentre invece il padre parla solo cinese, tanto che per comunicare c'è bisogno di un traduttore), fra la propria identità (e la coesione sociale) e la sua perdita o snaturazione, che in fondo scaturisce dal contrasto iniziale fra ricchezza e povertà. Temi forse già visti e rivisti, dicevamo, ma che Jia stavolta affronta da un curioso punto di vista "temporale" (che ricorda in parte un classico del cinema sovietico, "Mosca non crede alle lacrime"), incrociando sentimenti personali e mutamenti collettivi, e che comunque è sempre in grado di raffigurare visivamente in maniera incisiva (si pensi alle panoramiche sulle dighe, i ponti, le città). L'infatuazione del giovane Dollar per l'anziana Mia, nel terzo episodio, è significativa e rappresenta l'attrazione che il ragazzo, pur trapiantato e cresciuto all'estero, prova per la "vecchia" madrepatria. Naturalmente non mancano piccoli e continui rimandi intertestuali fra i vari segmenti, come a indicare che anche se il tempo passa certe cose non cambiano (oppure, che il passato ha sempre conseguenze sul presente): l'uomo con la sciabola da kung fu, il cane della protagonista, i riferimenti agli incidenti aerei (compreso quello del volo della Malaysia Airlines). Un film ricchissimo di dettagli, dunque, che pure nella sua vasta ambizione non perde mai di vista il focus centrale. A tratti amaro, a tratti nostalgico, ma con un finale tutto sommato pacificato. Curiosità: il titolo del film e il nome del regista compaiono soltanto dopo cinquanta minuti di pellicola, ovvero a cavallo fra il primo e il secondo segmento, quando il formato dello schermo passa da 4:3 al widescreen.

19 giugno 2013

Il tocco del peccato (Jia Zhangke, 2013)

Il tocco del peccato (Tian zhu ding)
di Jia Zhangke – Cina 2013
con Jiang Wu, Zhao Tao, Wang Baoqiang
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Quattro storie di violenza che si intersecano sul vasto sfondo della Cina di oggi, sospesa fra tradizione e rinnovamento, fra cultura e decadenza, fra amore e follia. L'inquieto Zhou San (Wang), giovane marito e padre, vaga per il paese compiendo rapine e omicidi perché a casa "si annoia": lungo il suo cammino sembra innescare altri delitti e altre tragedie, visto che i protagonisti delle altre tre storie sono tutte persone che vengono "sfiorate" dal suo passaggio. Il complessato Dahai (Jiang) vive in una piccola cittadina, dove un suo ex compagno di scuola si è arricchito a dismisura grazie ai proventi della miniera locale, un tempo di proprietà della collettività. Convinto che se ne sia impadronito illegalmente e in combutta con il capo del villaggio, Dahai lancia accuse che non vengono prese in considerazione, minaccia denunce che non giungono mai a buon fine, ed infine "sbrocca" facendo una strage con il fucile. Xiao Yu (Zhao) lavora come receptionist in un centro massaggi e sogna di avere un figlio dal suo amante, un uomo che non avrà mai il coraggio di lasciare la propria moglie. Aggredita da quest'ultima, umiliata sul lavoro, cederà a un impulso irrefrenabile e accoltellerà un cliente che esigeva da lei un "massaggio speciale". Xiao Hui (Luo Lanshan) è un giovane operaio che si trasferisce a Canton in cerca di un impiego migliore. Lavorando come cameriere in un nightclub, si innamorerà di una delle ragazze che "intrattengono" i facoltosi ospiti, ma il rapporto non è destinato a durare. Senza lavoro, amici e prospettive, sceglierà il suicidio. Co-prodotto dall'Office Kitano (e la cosa si ripercuote sullo stile, visti gli improvvisi scoppi di violenza che eruttano e si concludono in pochi secondi, come nei film del regista giapponese), questo affascinante film-mosaico vale nel suo insieme come (e forse più) la somma delle sue tessere, quattro tasselli che mettono a paragone la follia umana – che nasca dalla colpa, dall'umiliazione o dal desiderio di vendetta – con il mondo animale. I riferimenti a quest'ultimo, infatti, sono continui: ciascuno dei personaggi principali può essere associato direttamente a un animale (la tigre per Dahai, il serpente per Xiao Yu, un uccello per Xiao Hui – che infatti si suicida lanciandosi in volo da un palazzo), mentre per tutto il corso della pellicola incontriamo altri animali vessati, sfruttati, uccisi dall'uomo, o semplici spettatori delle sue azioni (il cavallo frustato, i pesci liberati in acqua, il tacchino sgozzato, le oche, la scimmia, le mucche, ecc.). Lo sfondo, come detto, è la Cina moderna, con le sue contraddizioni: grandi lavori in corso (ponti incompiuti, ferrovie e aeroporti in costruzione che richiamano centinaia di operai da una provincia all'altra), religioni locali e straniere che coesistono (si vedono templi buddisti e chiese cattoliche, suore e musulmani per la strada), dove i ragazzi affermano che "non vale più la pena di espatriare perché gli altri paesi sono tutti in bancarotta", dove il sogno è quello di arricchirsi (più o meno illegalmente) e dove la criminalità è alle stelle (alcuni ragazzi rapinano i passanti sulle strade, Zhou San compie un duplice omicidio solo per sottrarre la borsa a una signora, persino gli operai sono presi di mira dal racket), le risse scoppiano per un nonnulla, gelosie e vendette – o semplicemente il desiderio di riscatto – possono innescare eventi che sfuggono al controllo delle azioni (tranne nel caso di Zhou San, l'unico che invece le proprie azioni le controlla in maniera quasi maniacale). Il finale, almeno, offre qualche speranza a uno dei personaggi (Xiao Yu). Ottimi interpreti, scenografia e regia, che ingloba nella complessa sceneggiatura (premiata a Cannes) anche diversi recenti fatti reali di cronaca. E, come in "Still life", non mancano riferimenti al cinema popolare hongkonghese (si vedono spezzoni di "Exiled" di Johnnie To e di "Green Snake" di Tsui Hark). Il titolo stesso della pellicola ("A touch of sin" nella versione internazionale) potrebbe essere un riferimento ironico al classico "A touch of zen" di King Hu.

29 marzo 2007

Still life (Jia Zhangke, 2006)

Still life (Sanxia haoren)
di Jia Zhangke – Cina 2006
con Zhao Tao, Han Sanming
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi.

Ecco il Leone d'oro a sorpresa dell'ultimo festival di Venezia: un film che mette in scena la Cina dei grandi cambiamenti, delle immense dighe che sommergono lentamente città e villaggi, costringendo le popolazioni a spostarsi in massa in nuovi centri abitati, mentre orde di operai smantellano e demoliscono fabbriche ed edifici per salvare il salvabile; ponti immensi e moderni che attraversano vallate desolate, e che si illuminano di notte su precisa richiesta dei costruttori orgogliosi di mostrare agli amici la propria opera; colleghi di lavoro che mostrano la propria regione d'origine immortalata sul retro delle banconote come se fossero cartoline, in attesa che le grandi opere distruggano o alterino definitivamente il paesaggio e che di esso non ne rimanga che una "natura morta" (still life, appunto); giovani che si atteggiano al Chow Yun Fat di "A better tomorrow" con una ventina d'anni di ritardo (ma qui siamo ben lontani da Hong Kong, forse le mode viaggiano più lente); e soprattutto la frammentazione dei nuclei familiari, con mariti e mogli che vivono separati per anni senza aver notizie gli uni delle altre. La spersonalizzazione degli individui è evidente nelle due vicende principali della pellicola, che non si incrociano mai fra loro: quella di uno straniero che giunge a Fengjie (dove è in costruzione la diga delle Tre Gole) in cerca della moglie, che non vede da sedici anni, e della figlia mai incontrata; e quella di una ragazza che invece intende trovare il marito per chiedergli il divorzio. Le loro storie, delicate e mai urlate, non mi hanno coinvolto particolarmente, anche perché non spiccano su quelle degli altri individui e si perdono in un quadro d'insieme che più che sui singoli soggetti punta a una descrizione globale di un paesaggio più vasto. Ed è una caratteristica comune agli altri film di Jia Zhangke che avevo già visto: alla fine quella che rimane è l'immagine di un mondo immenso e sconosciuto, nel quale il regista riesce a condurre lo spettatore e fargli "vivere" la sua realtà, fredda e apocalittica, con uno stile essenziale e naturalistico sia pur condito da un paio di bizzarri inserti "alieni" (ma il palazzo che prende il volo è forse una metafora di un peso che si solleva dall'anima).

4 aprile 2006

Unknown pleasures (Jia Zhangke, 2002)

Unknown Pleasures (Ren xiao yao)
di Jia Zhangke – Cina 2002
con Zhao Wei Wei, Wu Qiong, Zhao Tao
**1/2

Visto in TV, su Fuori Orario, in originale con sottotitoli.

Due ragazzi vivono in una città di provincia nel nord della Cina: uno si innamora di una ballerina, l'altro medita di lasciare il lavoro per arruolarsi nell'esercito. Di Jia avevo già visto "Xiao Wu" (il suo film d'esordio, che con il successivo "Platform" e questo forma un'ideale trilogia) e "The World" (finora quello che mi è piaciuto di più). Mi sembra uno dei più interessanti di quel gruppo di registi cinesi dediti al "neorealismo sociale", come Zhang Yuan ("Diciassette anni") e Wang Xiaoshuai ("Le biciclette di Pechino"), che cercano di raccontare la trasformazione e le contraddizioni della Cina moderna, il passaggio dalla campagna alla città, l'industrializzazione, i problemi e le aspirazioni dei giovani alle prese con l'amore o il lavoro, la nuova ricchezza e/o la criminalità, l'apertura al mondo occidentale (qui illustrata dall'annuncio dell'assegnazione delle olimpiadi 2008 a Pechino, dai commenti sul WTO e da un'inaspettata citazione da "Pulp Fiction"). Nulla a che vedere con il manierismo di Zhang Yimou, che infatti quando ha cercato di fare le stesse cose si è mantenuto su un registro caricaturale ("Keep cool", "La locanda della felicità") oppure "iraniano" ("Non uno di meno"). Il film di Jia, invece, è quasi "senza stile", con un montaggio invisibile e attori raramente ripresi in primo piano. Film del genere hanno poca trama, perché ciò che conta è l'ambientazione. Sono quasi documentari. Per gran parte della visione, a dire il vero, la mia mente vagava pensando ad altre cose: di solito questo indica che il film non mi sta piacendo o mi sta annoiando. Però alla fine mi è rimasta la sensazione di essere stato per due ore lì, insieme ai personaggi, e di aver conosciuto la Cina "mainland" molto più che guardando i film di Zhang Yimou o di Chen Kaige.