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2 settembre 2022

Gioco al massacro (D. Damiani, 1989)

Gioco al massacro
di Damiano Damiani – Italia 1989
con Tomas Milian, Elliott Gould
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il regista Clem Da Silva (Tomas Milian) fa visita al collega, nonché amico di un tempo, Theo Steiner (Elliott Gould), nella sua villa di Capri. I due non si vedono da dieci anni, da quando cioè Clem ha accusato di Theo di avergli sottratto la donna, Bella (Nathalie Baye), e soprattutto l'idea per il suo primo film, quella che ha fatto divergere le loro carriere. Theo ha infatti vinto l'Oscar ed è diventato un regista brillante e di grande successo, mentre Clem è stato consegnato all'anonimato e costretto a lavorare in televisione o in prodotti di serie B. Nonostante il tempo trascorso, la rivalità non si è assopita: fra una punzecchiatura e l'altra, i due decidono di metterla in scena: ciascuno realizzerà una pellicola in cui farà un feroce ritratto dell'altro, senza filtri e senza tirarsi indietro. Verranno così alla luce gli autentici sentimenti, ma anche i segreti più intimi e nascosti... Scritto dallo stesso Damiani e da Raffaele La Capria (a partire da un testo teatrale dei medesimi autori, "Il genio"), un interessante film sull'amicizia che si dipana lungo i confini dell'elaborazione creativa e della competizione artistica: un "gioco al massacro", appunto, in cui Clem e Theo si accusano reciprocamente di rubarsi le idee, con il primo che nutre gelosia e rancore verso il collega che, a differenza sua, ha trovato il successo professionale e ricevuto gli elogi della critica, e il secondo che sguazza nelle provocazioni e nella rivalità stessa con l'amico per trovare una ragione di vita o una direzione espressiva. L'ambientazione circoscritta (tutto il film si svolge nella villa a Capri, a parte il prologo e l'epilogo ambientati a New York a un anno di distanza) e la forza dei dialoghi (che si appoggiano sulle ottime prove dei due protagonisti) rendono l'insieme intenso, focalizzato e coeso. Nel cast anche Eva Robin's (la transessuale su cui sia Theo che Clem meditano di fare un film), Galeazzo Benti (il produttore), Michael Gothard e John Steiner. Musiche di Riz Ortolani.

19 marzo 2020

Se sei vivo spara (Giulio Questi, 1967)

Se sei vivo spara, aka Oro Hondo
di Giulio Questi – Italia/Spagna 1967
con Tomas Milian, Marilù Tolo
**1/2

Rivisto in divx.

Tradito dai suoi stessi complici dopo una rapina e lasciato a morire nel deserto, il messicano Hermano (Tomas Milian) viene salvato da due sciamani indiani ed esce dalla tomba per vendicarsi. Ma i banditi che insegue sono già stati uccisi tutti dagli abitanti della cittadina dove si erano rifugiati: tutti tranne il capo, Oaks (Piero Lulli), di cui fa giustizia proprio Hermano con i suoi proiettili d'oro (!). Tormentato e disilluso, il messicano decide di rimanere nel villaggio (che gli indiani chiamano "Il campo dell'angoscia"!) e si ritrova così in mezzo alle faide incrociate che scoppiano fra i suoi abitanti per entrare in possesso del bottino, "gente onesta" che di fronte all'oro si dimostra crudele e spietata, come il proprietario del saloon Tembler (Milo Quesada) e il negoziante Hagerman (Francisco Sanz). Opera prima (dopo alcuni episodi di film collettivi) di Giulio Questi e del suo co-sceneggiatore (e montatore) Franco Arcalli, con cui forma un sodalizio destinato a durare per il resto della sua (poco prolifica) carriera, è un western atipico e nichilista che gode di molta fama fra i cultori del genere per via della sua atmosfera inquietante e della sua violenza, con scene estremamente cruente e scabrose (su cui si scagliò la censura italiana): si pensi al bandito scempiato dagli abitanti del paese per recuperare le pallottole d'oro, ad alcune morti atroci, o alla sequenza in cui si lascia intendere che il giovane Evan (Raymond Lovelock) sia stato violentato dagli uomini del ranchero Sorrow (Roberto Camardiel). Per alcuni di questi episodi, il regista si sarebbe ispirato agli orrori di cui era stato testimone in guerra, quando aveva fatto parte della resistenza partigiana. Al netto di tutto ciò, però, temi e situazioni sono in fondo simili a quelli di molti altri spaghetti western (dal capostipite "Per un pugno di dollari" in poi), con il forestiero che rimane implicato nelle dinamiche di un villaggio sconvolto da tensioni sotterranee. E la pellicola, forse un po' lunga e compiaciuta, si trascina cambiando focus più volte: di certo le parti sono superiori all'insieme. Marilù Tolo e Patrizia Valturri interpretano i due unici personaggi femminili, rispettivamente l'amante di Tembler (che lo manipola come Lady Macbeth) e la moglie di Hagerman, fatta credere pazza e reclusa nella sua stanza dal marito geloso. Interessanti la fotografia di Franco Delli Colli (cugino del più celebre Tonino) e la colonna sonora di Ivan Vandor. Gianni Amelio è aiuto regista. Sequestrato pochi giorni dopo la sua uscita e poi ridistribuito con diversi tagli, il film è stato riproposto nelle sale nel 1975 con il titolo "Oro Hondo". In diversi paesi (come USA e Germania) è stato spacciato come un capitolo della saga di Django.

3 marzo 2020

La vittima designata (M. Lucidi, 1971)

La vittima designata
di Maurizio Lucidi – Italia 1971
con Tomas Milian, Pierre Clémenti
**

Visto in divx.

Il fotografo pubblicitario Stefano Augenti (Tomas Milian) conosce per caso l'ambiguo conte Matteo Tiepolo (Pierre Clémenti), che gli propone un patto: il conte ucciderà la moglie di Stefano, Luisa, lasciandolo libero di vendere le quote della società intestate alla consorte (che si oppone) e di rifarsi una vita con la sua amante, la modella Fabiane (Katia Christine); in cambio lui dovrà uccidere il fratello del conte. Stefano rifiuta, ma Matteo commette comunque l'omicidio ("Ho fatto tutto ciò che tu sognavi di fare e non ne avevi il coraggio"). Sospettato dalla polizia come autore del delitto, essendo l'unico ad avere un movente, Stefano non avrà altra scelta che portare a termine la propria parte del patto (in cambio della quale il conte ha promesso di procurargli un alibi di ferro)... Ambientato a Milano, a Venezia e sul lago di Como, un thriller chiaramente ispirato al classico di Hitchcock "L'altro uomo", alias "Delitto per delitto" (ma un personaggio, all'inizio del film, sembra quasi giustificare la cosa: "Ormai si è fatto tutto... Le idee ormai non servono più. È lo stile che conta"). Pur artificioso e implausibile in alcuni sviluppi, è salvato da discrete interpretazioni (con un Milian che, oltre a cantare il brano "My shadows in the dark", si doppia anche da sé: per questo motivo si dice che il personaggio è di origine venezuelana), che danno vita a interessanti caratterizzazioni (il protagonista è il classico borghese che di fronte alle difficoltà finisce sempre con lo scendere a compromessi, il conte è una figura morbosa, ambigua e fuori dal tempo, tanto che pare quasi appartenere a un altro film) e soprattutto dalla colonna sonora baroccheggiante firmata da Luis Bacalov insieme ai New Trolls, che qui fanno le prove per il "Concerto grosso".

21 ottobre 2017

Roma a mano armata (Umberto Lenzi, 1976)

Roma a mano armata
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Maurizio Merli, Tomas Milian
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Umberto Lenzi.

Il commissario Tanzi della squadra mobile di Roma, un duro dai modi spicci e che mal digerisce le attenuanti sociali e i cavilli legali che riportano in libertà i criminali che arresta (paradossalmente, o forse non tanto, la sua compagna Anna (Maria Rosaria Omaggio) fa la consulente psicologica per il tribunale dei minori, e proprio le sue perizie svolgono un ruolo chiave nel rimettere in liberta i giovani delinquenti), dà disperatamente la caccia al gangster "marsigliese" Ferrender. Per rintracciarlo, tiene d'occhio alcuni dei suoi complici, come il rapinatore Savelli (Biagio Pelligra) e soprattutto il "gobbo" Moretto (Tomas Milian), che si rivelerà essere l'avversario più pericoloso. Ispirato a "Roma violenta" di Marino Girolami, uscito l'anno prima e di cui riprende lo schema e i temi (oltre che il protagonista, il commissario interpretato da Maurizio Merli, anche se qui si chiama Tanzi e non Betti), è il film che ha lanciato Lenzi come uno dei maestri del poliziottesco all'italiana (anche se il regista aveva già girato thriller e noir urbani come "Milano odia: la polizia non può sparare" e "Il giustiziere sfida la città"), nonché la summa di tutto il genere: un film violento e dall'atmosfera tesa, ben girato (sin dalla sequenza di apertura, una soggettiva in auto per le strade di Roma, con la macchina da presa che si sofferma sulle insegne delle banche e gli istituti di credito, per proseguire con scene d'azione e inseguimenti spettacolari), che sfrutta ampiamente l'ambientazione capitolina (di cui mostra vari scorci e quartieri periferici), un buon cast (Giampiero Albertini è Caputo, il vice di Tanzi; Arthur Kennedy è il questore; Luciano Catenacci è il faccendiere Gerace; e ci sono anche Ivan Rassimov e Gabriella Lepori). Il plot a tratti pare sfilacciarsi, con diversi episodi – molti dei quali ispirati a fatti di cronaca reali – e sottotrame non strettamente legate fra loro (Tanzi, che a un certo punto per via dei suoi metodi viene "retrocesso" dai superiori all'ufficio licenze, continua a ritrovarsi "per caso" sempre in mezzo all'azione, opposto a giovani delinquenti, bande di violentatori, pazzi drogati o spietati rapinatori), anche se il finale riesce poi a tirare le fila di tutto. Fondamentale la presenza di Tomas Milian (che con Lenzi, quello stesso anno, creerà il personaggio di "Er Monnezza"), indimenticabile criminale proletario e deforme, dissacrante e carismatico, che lavora al mattatoio e ha sempre la battuta pronta, anche per merito del doppiaggio di Ferruccio Amendola. Per gran parte del pubblico, nel vederlo contrapposto a un commissario inflessibile e giustizialista, veniva spontaneo fare il tifo per lui (forse anche per questo fra Merli e Milian, sul set, c'era una forte rivalità). Nonostante qui muoia, il personaggio ricomparirà nel successivo "La banda del gobbo", dove si rivelerà essere il fratello der Monnezza. Il commissario Tanzi, invece, tornerà ne "Il cinico, l'infame, il violento" (sempre insieme a Milian). Belle le musiche di Franco Micalizzi. Il nome del marsigliese Ferrender è ispirato a quello di un vero gangster dell'epoca, Jacques Berenguer.

7 maggio 2017

La banda del trucido (Stelvio Massi, 1977)

La banda del trucido
di Stelvio Massi – Italia 1977
con Tomas Milian, Luc Merenda
*1/2

Visto in divx.

Sequel de "Il trucido e lo sbirro", il film che aveva introdotto il personaggio di Er Monnezza. Il regista della prima pellicola, Umberto Lenzi, rimase deluso dal fatto che Milian avesse scelto di farsi dirigere da Massi, ma lo stesso anno realizzò a sua volta un proprio sequel, "La banda del gobbo". Pur restando un poliziottesco con tutti i crismi (per lunghi tratti il vero protagonista è il commissario Ghini, interpretato da Luc Merenda, a capo dell'unità anticrimine dopo che un suo collega è rimasto ucciso in un attentato), ambientato nel sottobosco della criminalità romana, il film comincia a spostare i toni del personaggio sul versante della commedia, rendendolo protagonista di una serie di scenette di vita "familiare", slegate da tutto il resto, che francamente sembrano improvvisate e lasciano il tempo che trovano. Monnezza, infatti, ha apparentemente abbandonato il crimine per aprire un ristorante ("Alla pernacchia", dove si accolgono i clienti a suon di parolacce), e ha pure un figlioletto, "Monnezzino", che è costretto ad accudire perché la madre è sempre assente per recitare in scalcinati film demenziali (qua e là non mancano frecciatine al cinema italiano: vedi la ragazza di Ghini che, invitata al cinema, replica: "Purché sia un film divertente, e non un orribile poliziesco all'italiana"). Nel frattempo, però, addestra all'arte del borseggio un gruppo di giovani taccheggiatori (la banda del titolo), molti dei quali abbastanza negati. La sceneggiatura è sfilacciata ed episodica, con i due protagonisti che non si incontrano praticamente mai, se non brevemente nel finale, quando Monnezza entra in scena di persona per vendicare l'amico Ranocchia (Paolo Bonetti), uno dei suoi protetti, ucciso dal siciliano Belli (Elio Zamuto), rapinatore senza scrupoli a cui Ghini dà da tempo la caccia. Nel cast anche Franco Citti, Mario Brega, Massimo Vanni e Nicoletta Piersanti. Milian, come sempre doppiato da Ferruccio Amendola, ha scritto da sé le sue battute, particolarmente sboccate. Le musiche di Bruno Canfora sono riciclate dal film precedente.

24 marzo 2017

Il trucido e lo sbirro (Umberto Lenzi, 1976)

Il trucido e lo sbirro
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Tomas Milian, Claudio Cassinelli
**

Rivisto in divx, per ricordare Tomas Milian.

Per rintracciare una bambina di dodici anni che è stata sequestrata, il commissario Antonio Sarti (Cassinelli) fa evadere di prigione il ladruncolo di borgata Sergio Marazzi detto "Er Monnezza" (Milian), che ben conosce l'ambiente della malavita romana. Insieme i due, con l'aiuto più o meno spontaneo di altri tre rapinatori e lavorando al di fuori delle regole, riusciranno a rintracciare il capo della banda, il pericoloso Brescianelli (Henry Silva), che si è fatto una plastica facciale per non essere riconosciuto, e a salvare la bambina. Il film con cui Milian ha dato vita a uno dei suoi personaggi più iconici nasce come uno dei tanti poliziotteschi all'italiana, pieno di azione e di violenza (sparatorie, pestaggi, inseguimenti, agguati, rapine) e di riferimenti ai fatti di cronaca dell'epoca (i sequestri di persona, il terrorismo, lo spaccio di droga), contaminandolo però con una dose di sarcasmo e di ironia che in seguito (proprio come era accaduto con gli spaghetti western) diventerà preponderante. Se la parte iniziale del film – a parte lo spiazzante incipit che per un attimo fa credere allo spettatore di assistere proprio a un western: ma è soltanto una pellicola proiettata nel cinema della prigione! – sembra imbastire le carte per un (in)solito buddy movie, con lo scontro di personalità fra lo "sbirro" (un commissario di polizia dai modi spicci e dall'attitudine "scomoda", tanto da essere stato trasferito dai suoi superiori in Sardegna e richiamato nella Capitale solo perché non sanno più quali pesci prendere) e il "trucido" (il delinquentello rozzo e volgare ma simpatico, pieno di risorse, di buon cuore e sempre con la battuta pronta), il prosieguo cambia leggermente le carte in tavola e fa lentamente emergere il personaggio del "Monnezza" come protagonista assoluto, mentre il poliziotto si rivela un character di poca originalità e spessore. Meglio di lui i comprimari, dai tre ambigui alleati della coppia – il Calabrese (Biagio Pelligra), il Cinico (Claudio Undari/Robert Hundar) e Vallelunga (Giuseppe Castellano) – ai vari cattivi (su tutti Henry Silva, naturalmente, il cui volto sembra davvero il frutto di una plastica facciale; ma ci sono anche una serie di caratteristi, come Ernesto Colli, Tano Cimarosa, Massimo Bonetti, e naturalmente Nicoletta Machiavelli nei panni di Mara, la donna di Brescianelli). Mediocre nel soggetto (la bambina rapita è pure malata!) e nella sceneggiatura (che si sviluppa attraverso una serie di episodi poco collegati fra loro, anche se il ritratto della malavita romana che ne esce – dove tutti i delinquenti hanno soprannomi coloriti, come "Il roscietto", "Il tunisino", ecc. – è comunque suggestivo), il film è riscattato dalla regia energetica di Lenzi (che aveva già diretto Milian nel seminale "Milano odia: la polizia non può sparare"), dalla solida confezione (compresa la colonna sonora di Bruno Canfora) e dal carisma dell'attore cubano. In ogni caso, alla popolarità del personaggio principale, che diventerà un'icona del cinema italiano di genere e tornerà in altri tre sequel (progressivamente meno gialli e più comici), dona un contributo non indifferente lo scoppiettante doppiaggio di Ferruccio Amendola.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

10 marzo 2012

La luna (Bernardo Bertolucci, 1979)

La luna
di Bernardo Bertolucci – Italia/USA 1979
con Jill Clayburgh, Matthew Barry
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In seguito all'improvvisa morte del marito, la cantante lirica americana Caterina ritorna in Italia – dove aveva vissuto e studiato in gioventù – portando con sé il figlio quindicenne Joe. Troppo presa da sé stessa e dal proprio lavoro, non si accorge dell'enorme solitudine in cui versa il ragazzo, che si aggira da solo o in compagnia di amici occasionali per le strade di una Roma pasoliniana ed esotica. Ma quando scopre che il figlio è diventato un tossicomane, cercherà disperatamente di riallacciare un rapporto con lui e di dargli finalmente quell'affetto che gli aveva negato o centellinato: dapprima procurandogli la droga di cui ha bisogno, poi coinvolgendolo in un viaggio attraverso i luoghi delle sue stesse radici (ovvero la campagna parmigiana in cui è cresciuto anche Bertolucci: vediamo la villa di Verdi, una trattoria dove Pippo Campanini fa assaporare il culatello a Joe – proprio come aveva fatto con Giulio Brogi in "Strategia del ragno" – e a un certo punto persino la corte dove si svolgono alcune scene di "Novecento", con la protagonista che commenta "So dove siamo!"), e infine addirittura "accompagnandone" la prima sessualità, in un crescendo di scene ai limiti dell'incesto (che fecero scandalo in America). Sarà invece proprio Joe a capire che cosa manca sia a lui che alla madre, e a ricomporre – in un finale catartico – l'unità familiare, facendo rincontrare dopo molti anni, con uno stratagemma, Caterina e Giuseppe, l'uomo che ha scoperto essere il suo vero padre.

Dopo la lunghissima lavorazione di un film storico, politico, corale e collettivo come "Novecento", Bertolucci sentiva la necessità di realizzare una pellicola più intimista e personale (un'alternanza, questa fra kolossal e film più "piccoli", che contraddistingue tutta la sua produzione). Lo spunto glielo fornisce un ricordo d'infanzia, un'immagine di quando – da bambino ancora molto piccolo – veniva portato in bicicletta da sua madre: la scena sulla quale scorrono i titoli di testa, magistralmente resa dalla fotografia di Vittorio Storaro, non è altro che la rappresentazione di questo ricordo, in cui il volto della madre e il disco della luna piena che si staglia nel cielo notturno dietro di lei si confondono e si identificano (la luna, oltre a dare il titolo al film, tornerà più volte nel corso della pellicola: suggestiva, per esempio, la sua inattesa comparsa quando – per fare entrare l'aria fresca – viene aperto il soffitto mobile del cinema in cui si sono rifugiati Joe e la sua fidanzatina Arianna e in cui si proietta "Niagara" con Marilyn Monroe). Per la prima volta il cinema di Bertolucci, fino ad allora sempre attraversato dalla figura del padre (ricordiamo che Bernardo era figlio di Attilio, stimato poeta e "ingombrante" punto di riferimento), si rivolge invece a quella della madre. Sempre nell'incipit del film, vediamo la giovane mamma dare del miele al bambino neonato, che reagisce con qualche colpo di tosse: il miele, così dolce ma anche causa di soffocamento, è proprio l'affetto della madre che Joe, quando se ne sente privo, cercherà di sostituire con un altro "veleno" altrettanto seducente e letale (l'eroina).

Anche se i personaggi principali del film sono solo due, il cast di contorno è di notevole interesse. Tomas Milian è Giuseppe, il vero padre di Joe, che lavora come maestro elementare; Alida Valli, che aveva già recitato con Bertolucci in "Stategia del ragno" e "Novecento", è la madre dello stesso Giuseppe (anche questi, come il figlio, sembra infatti soffrire di un complesso di Edipo: a un certo punto Caterina dice che lo aveva lasciato perchè "era innamorato di sua madre"); Veronica Lazar è Marina, l'amica (lesbica?) della protagonista; Fred Gwynne (il Frankenstein della serie tv "I mostri"!) è Douglas, il marito di Caterina all'inizio del film; Franco Citti è l'uomo che approccia Joe nel bar, nella scena più "pasoliniana" del film (un omaggio del regista all'amico, per il quale aveva lavorato come aiuto regista proprio in "Accattone" e che era morto da poco: l'intenzione originale era quella di inserire nel locale un televisore che dava la notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ma la scena fu eliminata perché "troppo dolorosa"); Renato Salvatori è il comunista che dà un passaggio in auto a Caterina; Roberto Benigni ("scoperto" proprio dal fratello di Bertolucci, Giuseppe, che lo aveva diretto nel suo primo film, "Berlinguer ti voglio bene") è l'operaio che monta le tende in casa di Caterina; Carlo Verdone è il regista, nel finale, delle prove di "Un ballo in maschera", quando la protagonista – che per dedicarsi completamente al figlio ha deciso persino di smettere di cantare, e difatti la vediamo recitare i versi dell'opera senza intonarli – riacquista immediatamente il sorriso e la voce dopo che si trova di fronte l'uomo che aveva amato quindici anni prima. Fondamentale l'utilizzo della musica lirica, che vista l'ambientazione è ovviamente quasi del tutto verdiana (se si eccettua il breve momento in cui il vecchio maestro di Caterina le fa ascoltare il terzetto "Soave sia il vento" da "Così fan tutte" di Mozart, scelto – come ha precisato lo stesso Bertolucci – "per rompere la verdianità e il melodramma" che permeano l'intera pellicola). A teatro Caterina interpreta "Il trovatore" (volteggiando su un fondale che raffigura il cielo stellato e naturalmente la luna, proprio come l'affresco disegnato dagli scolari della classe in cui insegna Tomas Milian: in quel caso la luna sarà aggiunta da Joe), una sequenza è accompagnata dal preludio del terzo atto de "La traviata", mentre – come già detto – la pellicola si conclude con le note de "Un ballo in maschera", allestito in pompa magna alle Terme di Caracalla.

8 febbraio 2011

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello
di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti – Italia/Francia 1963
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in quattro episodi: il titolo è formato dalle prime lettere dei nomi dei registi. Fra i segmenti spicca soprattutto quello di Pasolini, alla sua terza fatica cinematografica dopo "Accattone" e "Mamma Roma". Alla sua uscita venne condannato per vilipendio alla religione, e il regista fu costretto a modificarne alcuni passaggi.

"Illibatezza", di Roberto Rossellini, con Rosanna Schiaffino e Bruce Balaban (*1/2)
Una hostess dell'Alitalia (che al geloso fidanzato invia pellicole da lei filmate anziché lettere d'amore) viene corteggiata a Bangkok da un invadente uomo d'affari americano. Per sbarazzarsene, visto che lui è attratto dal suo aspetto perbene, comincia a comportarsi in maniera più trasgressiva. Episodio insignificante, decisamente il meno interessante del lotto. Come colonna sonora c'è la melodia di "Casta diva".

"Il nuovo mondo", di Jean-Luc Godard, con Jean-Marc Bory e Alexandra Stewart (**)
In seguito a un'esplosione atomica sui cieli di Parigi, gli abitanti della città cominciano a perdere la propria umanità e a comportarsi in maniera apatica e meccanica. Il protagonista se ne rende conto osservando il cambiamento sfuggente e imprevedibile della donna di cui è innamorato (e che gli dice frasi come "io ti ex-amo") . Un approccio intellettualistico e filosofico ai pericoli di "un futuro atomico forse già cominciato".

"La ricotta", di Pier Paolo Pasolini, con Orson Welles e Mario Cipriani (***1/2)
Una troupe cinematografica sta girando sulle colline intorno a Roma un film in costume sulla passione di Cristo. Il poveraccio Stracci, che interpreta la parte del ladrone buono, consegna il suo cestino del pranzo alla propria famiglia e poi, per non morire di fame, vende il cagnolino della prima attrice (Laura Betti) in cambio di pane e ricotta. Dopo essersi abbuffato, morirà sulla croce prima ancora di recitare la sua unica battuta. Straordinario affresco con il quale Pasolini attualizza la rappresentazione sacra, fondendo realismo e visionarietà, dramma e umorismo, spirito religioso (l'empatia verso l'umile protagonista, un "morto di fame" schernito da tutti) e invettiva sociale (l'ira del regista contro l'uomo medio, definito come "un mostro, un pericoloso delinquente... conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista..."). Vivace, ironico e grottesco, il cortometraggio sorprende a ogni scena (dallo spogliarello improvvisato da una comparsa al cane parlante che ripete le parole che i tecnici si passano di bocca in bocca): Pasolini gioca con il movimento (la corsa accelerata), la fotografia (le staticissime scene in costume – tableaux vivants che ricordano le opere dei pittori manieristi – sono a colori, mentre il resto del film è in bianco e nero), il sonoro (la banda musicale che esegue "Sempre libera degg'io" dalla Traviata; i dischi di twist che sostituiscono Scarlatti nella colonna sonora durante le riprese) e contemporaneamente non perde di vista i contenuti. Nella parte del regista marxista che con questa opera afferma di voler esprimere il suo "intimo, profondo, arcaico cattolicesimo" c'è uno straordinario Orson Welles, autentico alter ego di un Pasolini che gli mette in bocca le proprie parole sia quando risponde svogliatamente alle domande di un giornalista (al quale ricorda che "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale") sia quando legge una sua poesia ("Io sono una forza del Passato"). In parti minori compaiono anche Tomas Milian, Ettore Garofalo e Lamberto Maggiorani.

"Il pollo ruspante", di Ugo Gregoretti, con Ugo Tognazzi e Lisa Gastoni (**1/2)
Mentre un economista dalla voce meccanica espone in un congresso di sociologia le sue teorie sul marketing e sull'induzione di "falsi bisogni" nei consumatori, una famiglia ne dimostra inconsapevolmente l'efficacia: bombardati dalla televisione (c'è anche un cameo di Topo Gigio), i bambini si esprimono attraverso slogan pubblicitari, mentre gli adulti si illudono di essere liberi e di pensare con la propria testa senza accorgersi di desiderare quello che altri hanno deciso per loro. Troveranno la forza di ribellarsi, ma faranno una brutta fine. Una satira contro la società dei consumi, forse un po' scontata e didascalica (la metafora del pollo ruspante, più libero rispetto al pollo di allevamento, è fin troppo esplicita) ma comunque ancora attuale e per nulla datata. Il figlio del protagonista è interpretato da Ricky Tognazzi, che all'epoca aveva sette anni.

8 settembre 2009

The yards (James Gray, 2000)

The yards (id.)
di James Gray – USA 2000
con Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per un furto d'auto commesso insieme ad altri amici (ma l'unico ad aver pagato era stato lui), il giovane Leo vorrebbe mettere la testa a posto. Chiede così un lavoro a Frank, suo zio acquisito, la cui impresa si occupa della manutenzione dei vagoni ferroviari della metropolitana, aggiudicandosi – attraverso mezzi non sempre leciti – gli appalti e le sostanziali commesse dalla municipalità di New York. Ma quando Leo viene coinvolto dall'amico d'infanzia Willie (che nel frattempo si è fidanzato con sua cugina Erica, della quale lo stesso Leo è innamorato sin da bambino) in un'operazione di sabotaggio ai danni di una compagnia concorrente, le cose precipitano: il ragazzo si ritrova infatti sospettato dell'omicidio di un sorvegliante, commesso in realtà da Willie, e deve darsi alla macchia. Tradito tanto dallo zio quanto dall'amico, Leo si stuferà di fare il capro espiatorio e saprà trovare il coraggio di smascherare e denunciare la corruzione che unisce politica e affari. Il secondo film – e forse il migliore – della trilogia d'esordio di Gray dedicata al binomio crimine e famiglia: la cruda descrizione ambientale (vero punto di forza di tutti i lavori del regista), i sogni di successo e di rispettabilità che nascono all'interno della working class, le contraddizioni e le ambiguità celate dietro i rapporti familiari e i dilemmi morali di personaggi avvolti da tonalità di grigio ne fanno un film solido e ricco di momenti interessanti. Il titolo si riferisce ai depositi e ai centri di smistamento dei vagoni ferroviari. In un cast di tutto rispetto (ci sono anche James Caan, Charlize Theron, Ellen Burstyn, Faye Dunaway e Tomas Milian!), l'anello debole è proprio il protagonista, l'inespressivo Mark Wahlberg, che reciterà al fianco del ben più efficace Joaquin Phoenix anche nel successivo film di Gray, "I padroni della notte".