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31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

10 ottobre 2020

Loro (Paolo Sorrentino, 2018)

Loro (aka Loro 1 e Loro 2)
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia 2018
con Toni Servillo, Riccardo Scamarcio
**

Visto in divx.

Dopo il film anticonvenzionale che aveva firmato su Giulio Andreotti ("Il divo", nel 2008), Sorrentino si occupa stavolta di Silvio Berlusconi, proseguendo nel portare sul grande schermo (con una "rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica", come sottolinea precauzionalmente la didascalia introduttiva) le figure più importanti della cronaca e della politica dell'Italia del ventesimo secolo, trasfigurandole a suo modo in chiave pulp e post-moderna. Anche in questo caso, però, l'impressione è che si badi soprattutto all'estetica e alle frasi ad effetto, e che manchi una riflessione non superficiale sul personaggio e sul suo impatto sulla società e la politica italiana (che invece c'era, per esempio, anche nel film di Nanni Moretti "Il caimano"). Berlusconi è ritratto nella sua vita privata, quasi sempre all'interno della villa di Porto Rotondo in Sardegna: siamo attorno al 2008, dunque già negli anni del suo declino, quando cominciano a filtrare i primi scandali sessuali e il matrimonio con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) entra in crisi. Uscito nelle sale diviso in due parti (ma come già nei casi di "Novecento" e "Nymphomaniac", si tratta a tutti gli effetti di un unico film, tanto che in seguito è stata resa disponibile una versione unificata, sia pure con qualche taglio), il lungometraggio reca un titolo curioso, "Loro". Va ovviamente contrapposto a "Lui", come è chiamato Berlusconi nella parte iniziale della pellicola da chi non vuole farne apertamente il nome, rievocando ovviamente un altro celebre "lui" della politica italiana, Benito Mussolini. "Loro" sono tutti quelli che, per lo più per interesse, gravitano attorno a Berlusconi (il titolo francese del film è ancora più esplicito: "Silvio et les autres"), ovvero l'entourage che lo circonda, una corte di "nani e ballerine" che lo sfruttano e ne vengono sfruttati in un mercimonio di potere e di sesso. Fra di essi ci sono figure reali (Mariano Apicella, Noemi Letizia, Ennio Doris, Fedele Confalonieri) e immaginarie (ma in cui si possono facilmente riconoscere personaggi autentici, come Lele Mora, Walter Lavitola, Sandro Bondi, Sabina Began o Daniela Santanché), fra cui spicca Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), evidentemente ispirato a Gianpaolo Tarantini, imprenditore pugliese che cerca di entrare nelle grazie di Silvio sfruttando la sua passione per le donne e organizzando una festa a base di ragazze "disinibite" nella sua villa in Sardegna. Berlusconi stesso (interpretato da un sempre ottimo Servillo, vera e propria "maschera" dal perenne sorriso, che parla con cadenza brianzola e canta in napoletano) entra in scena solo dopo un'ora della prima parte (40 minuti nella versione "unificata"), relegando di colpo Scamarcio sullo sfondo e non abbandonando più il centro dell'attenzione. Siamo negli anni del declino, abbiamo detto, in cui il rapporto con Veronica si è irrimediabilmente incrinato, in cui Silvio è politicamente confinato all'opposizione (ma riuscirà a far cadere il governo di centrosinistra grazie alla compravendita di parlamentari), in cui la noia e la stanchezza sono mitigate per l'appunto dalle "cene eleganti".

Costruito su una serie di scenette episodiche e slegate l'una dall'altra (la migliore è probabilmente quella dell'incontro con Ennio Doris, interpretato anch'esso da Servillo che così dialoga con sé stesso, seguita dalla telefonata in cui Silvio – spacciandosi per l'agente immobiliare "Augusto Pallotta" – intende dimostrare a sé stesso di essere ancora il "venditore più bravo di tutti"), che accatastano personaggi macchiettistici, il film si concentra su vari aspetti del personaggio Berlusconi ma non riesce mai a scalfirne la superficie, mostrandocelo evasivo nei momenti chiave (il dialogo con Veronica, ma anche quello con la giovane Stella (Alice Pagani), l'unica che gli resiste). Sorrentino sembra quasi voler giustificare questa mancanza di analisi, dichiarando esplicitamente che in Silvio non c'è più di quello che appare ("La sinistra non riesce a mettermi a fuoco, pensa che tutto sia sempre complesso, e invece è tutto così elementare"). Eppure il regista non sembra nemmeno provarci, e si limita a mostrare la sua megalomania, la sua volgarità, la decadenza, lo sfoggio di ricchezza e potere, la sua ossessione per le donne e il sesso (anche se le ragazze – cui dona, come un marchio, il ciondolo della farfallina – sono tutte rifatte, anoressiche o grossolane, mai – con l'eccezione appunto di Stella – genuinamente "belle"). Qua e là si butta comunque un sassolino, come quando si afferma che Silvio "fa battute e pagliacciate perché afflitto da un grande complesso di inferiorità". Dopo altre scene slegate dal resto (la rielezione, il terremoto all'Aquila, l'incontro con Mike Buongiorno), il film si conclude all'improvviso, quasi random e anticlimaticamente, mostrandoci un Silvio che aziona il suo tanto celebre vulcano finto, all'interno della villa in Sardegna, quando è da solo. E Scamarcio? dimenticato. La lunghezza della pellicola, e il parallelo con personaggi ed eventi reali, può certamente lasciare qualcosa allo spettatore, ma nel complesso mi è parso un film inutile, uno sfoggio di stile che a livello artistico e tecnico, beninteso, è sempre bello o quantomeno interessante, ma che non offre nulla che non si fosse già visto nei lavori precedenti di Sorrentino (e con qualche citazione da "The Wolf of Wall Street" di Scorsese): siamo quasi di fronte a un lungo videoclip, a una sorta di portfolio o demo, con sequenze accompagnate da una colonna sonora che abbina la musica di Lele Marchitelli con varie canzoni pop (ma ci sono anche "Domenica bestiale" di Fabio Concato, cantata da lui stesso, e "Voi che sapete" da "Le nozze di Figaro" di Mozart, per non parlare delle canzoni napoletane intonate da Servillo/Berlusconi, fra cui "Malafemmena"; e non poteva mancare ovviamente "Meno male che Silvio c'è"). Un film in fondo innocuo, che infatti è passato quasi inosservato (niente scandali, sollevazioni o processi) e che, a distanza di soli due anni, già pochi ormai si ricordano. La sua colpa, forse, è anche quella di essere uscito quando ormai Berlusconi è già lentamente scivolato fuori dall'attenzione e dalla vita politica italiana, dopo una sovraesposizione multidecennale che ci ha resi tutti un po' stanchi e poco propensi a interessarci nuovamente al personaggio e a tutto ciò che lo circonda. Nel cast anche Dario Cantarelli (il maggiordomo vestito di bianco), Kasia Smutniak (Kira/Began), Euridice Axen (la moglie di Morra), Fabrizio Bentivoglio (Santino/Bondi), Roberto De Francesco (Sala/Mora), Anna Bonaiuto (Cupa/Santanché) e Ricky Memphis (Pasta/Lavitola).

31 agosto 2020

The new pope (Paolo Sorrentino, 2020)

The New Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna/USA 2020
con John Malkovich, Jude Law, Silvio Orlando
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Sequel (in nove episodi) di "The young pope", la serie tv che Sorrentino aveva realizzato nel 2016, in cui il regista prosegue a raccontare le vicende di un Vaticano immaginario e controverso, all'insegna di intrighi e lotte di potere, con un'estetica pop, un ritmo dilatato, vaghi riferimenti all'attualità e ammiccamenti erotici. La chiesa cattolica è sotto assedio, dovendo fronteggiare da un lato gli scandali sessuali del clero e dall'altro l'insorgere del terrorismo islamico. E Lenny Berardo (Jude Law) – ovvero Pio XIII, "il papa giovane" – è caduto in coma, senza che i medici gli diano alcuna possibilità di risvegliarsi, il che non impedisce la nascita di culti che lo idolatrano come un santo. I cardinali decidono allora di eleggere un nuovo pontefice, una figura debole che possa essere manipolata facilmente. La scelta ricade dapprima su Tommaso Viglietti (Marcello Romolo), l'ex confessore già visto nella serie precedente, che sale al trono pontificio con il nome di Francesco II e che, come il santo cui si ispira, predica la rinuncia ai beni materiali e apre il Vaticano ai poveri e agli immigrati, sconvolgendo equilibri millenari e spaventando un po' tutti. Naturalmente avrà vita breve, in tutti i sensi (con evidenti rimandi al caso di Giovanni Paolo I, morto misteriosamente anch'egli a un solo mese dal conclave). Tocca allora a una figura più neutra, il cardinale inglese sir John Brannox (John Malkovich), teorico della "via media" ma anche snob e carismatico, che viene convinto ad abbandonare la ricca tenuta di famiglia per trasferirsi a Roma. Nonostante la personalità eccentrica, Brannox – divenuto papa con il nome di Giovanni Paolo III – si rivela però fragile e con alcune ombre nel suo passato, tanto da essere ricattato dalla "triade malefica" composta dal corrotto cardinale Spalletta (Massimo Ghini), dal ministro dell'economia italiano e dal faccendiere Thomas Altbruck, perverso marito dell'addetta al marketing Sofia Dubois (Cécile de France). I tre riescono anche ad allontanare il segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), sostituendolo con l'inetto Assente (Maurizio Lombardi). Ma l'inaspettato risveglio di Pio XIII (che dopo essere apparso occasionalmente come fantasma o testimone nei primi sei episodi della serie, negli ultimi tre si riappropria del ruolo di protagonista e persino della sigla di apertura), e i suoi consueti "miracoli", rimetteranno le cose a posto. Più complessa della stagione precedente, ma anche meno focalizzata e con numerose deviazioni narrative (abbastanza superflua, per esempio, l'intera sottotrama di Esther (Ludivine Sagnier) con le sue peripezie da "santa e puttana"), la nuova serie sembra più improvvisata, pur con occasionali ma estemporanei riferimenti alla realtà (la coesistenza di due papi ricorda ovviamente l'attuale situazione con Ratzinger e Bergoglio).

A un Pio XIII sempre più "santo", il cui respiro viene trasmesso in diretta dalla radio 24 ore su 24 e davanti alle cui stanze a Venezia, dove è ricoverato, si radunano fedeli e fanatici che lo venerano (ma "Io non faccio miracoli, io mi trovo semplicemente al centro delle coincidenze", dirà), si contrappone un Giovanni Paolo III ben più umano e fragile, vanitoso, tossicodipendente, con scheletri nell'armadio e traumi familiari alle spalle (la morte del fratello gemello, il "predestinato" al quale si è di fatto sostituito), una gioventù punk e un amore per il cinema e la ribellione che lo porta a voler incontrare nelle udienze papali personaggi del calibro di Marilyn Manson e Sharon Stone (che interpretano sé stessi in brevi ma impagabili sequenze). In fondo non adatto alla vita da pontefice, Brannox lascerà il posto a Belardo per ritornare nella villa di famiglia in compagnia di Sofia, con cui era scattata un'intesa a prima vista (quando lei gli aveva detto, metacinematograficamente: "Lei mi ricorda il mio attore preferito, John Malkovich"). Il cast è ricchissimo, con numerosi personaggi importanti per la trama: alcuni già visti nella serie precedente – come Javier Cámara (il cardinale Gutierrez) – e altri nuovi, come Mark Ivanir (l'enigmatico Bauer), J. David Hinze (l'inquietante Essence), Kika Georgiou (la leader dei seguaci del culto di Pio XIII), Antonio Petrocelli (Don Luigi Cavallo, ambiguo braccio destro di Voiello), Nora von Waldstätten (la combattiva suor Lisette). Silvio Orlando si sdoppia recitando anche la parte del proprio rivale in conclave, Hernandez (identico a lui tranne che per l'assenza di un neo sulla guancia e per la montatura degli occhiali). I temi spaziano ad ampio raggio, contaminando le questioni religiose con quelle politiche, i dilemmi esistenziali con le derive fondamentaliste, riflessioni sull'amore (da molteplici punti di vista) e sulla trascendenza. Molte anche le sottotrame minori, troppe per citarle qui, che rendono forse la serie eccessivamente dispersiva, anche se contribuiscono a un suo certo fascino. Peccato che molto risulti appunto estemporaneo, dando l'impressione che Sorrentino navigasse a vista, seguendo magari il proprio senso estetico e visivo ma senza una direzione narrativa ben precisa. Fra gli ammiccamenti erotici succitati (residui forse del lavoro precedente del regista, quel "Loro" ispirato alla vita di Silvio Berlusconi) spiccano le sequenze di apertura degli episodi 1-6, con le suore di clausura del convento di Santa Teresa (che organizzano uno sciopero per rivendicare i propri diritti) in versione cubiste, che ballano in camicia da notte davanti a una croce al neon. Fotografia di Luca Bigazzi e colonna sonora di Lele Marchitelli, usuali collaboratori di Sorrentino. Il regista ha ventilato la possibilità di una terza serie, per la quale avrebbe "un'idea folle", anche se è difficile immaginare un seguito dopo una conclusione che in un certo senso ha messo tutte le carte a posto.

30 agosto 2018

The young pope (Paolo Sorrentino, 2016)

The Young Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna 2016
con Jude Law, Silvio Orlando
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Miniserie televisiva in 10 episodi di circa un'ora ciascuno, ideata, scritta e realizzata da Sorrentino (alla prima esperienza in questo campo) con una produzione e un cast internazionale. Visto l'ottimo riscontro di pubblico e di critica, è già in cantiere un sequel, che si intitolerà "The new pope". La storia racconta il pontificato (immaginario) di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo (Jude Law), americano quarantasettenne che viene eletto a sorpresa dal conclave riunito in Vaticano. I cardinali, guidati dal potente segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando, ispirato alla figura di Tarcisio Bertone), lo scelgono nella speranza di poterlo manipolare a proprio piacimento, contando sulla sua inesperienza e sulla giovane età. Ma Lenny si rivela subito indipendente, irriverente, ambizioso e soprattutto imprevedibile. Se da un lato il suo pontificato è conservatore (anzi, reazionario) e all'insegna dell'intransigenza (con chiusura estrema verso il dialogo politico o l'omosessualità nel clero, e con l'intenzione di restaurare l'antico potere della Chiesa), dall'altro l'atteggiamento del nuovo papa è diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto: rifiutando di apparire in pubblico (per essere "invisibile e irraggiungibile come una rock star") o di mostrarsi conciliante verso i credenti (al punto da rendersi controverso e impopolare), si aliena magari alcune simpatie ma costruisce attorno a sé un'aura di mistero che ne accresce a dismisura la fama. E soprattutto, conquista pian piano la fiducia e l'ammirazione di coloro che gli stanno attorno (a cominciare da Voiello) e che non esitano a considerarlo un santo, anche perchè in effetti sembra avere un rapporto privilegiato con Dio (che esaudisce, in alcune occasioni, le sue preghiere). Con una strizzatina d'occhio a Fellini (situazioni e momenti surreali, come la presenza del canguro nei giardini del vaticano, ricordano comunque scene già viste ne "La grande bellezza") e un'altra a Nanni Moretti (alcune sequenze, come le suore che giocano a calcio, sembrano uscire da "Habemus papam"), Sorrentino porta avanti con amore le vicissitudini del suo personaggio, insistendo sui suoi pregi e i suoi tanti difetti (è egocentrico, megalomane, sociopatico, vendicativo, scostante, arrogante, borderline), dapprima in un'atmosfera di complotti e intrighi (Voiello pensa di poterlo ricattare) e poi analizzando man mano le motivazioni del suo comportamento.

Tutto risale alla sua infanzia ("I preti non possono diventare padri perché devono rimanere bambini"), al fatto di essere stato abbandonato dai suoi genitori, che quando aveva sette anni lo lasciarono nell'orfanotrofio di Suor Mary (Diane Keaton). E il desiderio di ritrovarli, questi genitori che compaiono di frequente nei suoi sogni, è il motore di tutte le sue azioni. Provocatorio, onirico, filosofico, tutt'altro che canonico dal punto di vista religioso (si solleva il dubbio che Lenny in realtà non creda veramente in Dio: ma in generale gli aspetti metafisici e spirituali restano sullo sfondo), il serial è diretto con maestria ed eleganza (belle e affascinanti le immagini dei corridoi, delle lussuose stanze e dei giardini del Vaticano, ricolme di opere d'arte, molte delle quali fanno mostra di sé nella sigla d'apertura), anche se il formato della serie televisiva porta inevitabilmente con sé alcuni difetti congeniti: la vicenda risulta troppo "spalmata", con sottotrame e personaggi minori che distraggono o divagano troppo (così come le "trasferte" in Africa e negli Stati Uniti in un paio di episodi). Apprezzabili comunque i riferimenti alla realtà: oltre alla facile identificazione di alcuni personaggi con controparti reali, si sfiorano – attraverso il meccanismo della provocazione per eccesso – molti temi legati al clero, alla religione e alla società ai giorni nostri. E il cast è sicuramente ottimo: al trio Law (un giovane papa fumatore ed edonista, "più bello di Gesù"), Orlando (un cardinale intrigante e tifoso del Napoli), Keaton (una suora-consigliera e surrogato della figura materna), si affiancano James Cromwell (il cardinale Spencer, mentore di Larry, che nutre rancore nei suoi confronti perché sperava di diventare lui stesso papa), Javier Cámara (il mite cardinale Gutierrez, incaricato dal pontefice di una delicata trasferta americana per "incastrare" un arcivescovo pedofilo), Scott Shepherd (Dussolier, il tormentato amico d'infanzia di Lenny ) e Ludivine Sagnier (Esther, moglie di una guardia svizzera, che sviluppa con il papa un legame speciale). Cécile de France è la responsabile del marketing del Vaticano, Marcello Romolo è Don Tommaso (confessore e confidente del papa), Toni Bertorelli è l'anziano e ambiguo cardinale Caltanissetta, Stefano Accorsi è il presidente del consiglio italiano (modellato su Matteo Renzi).

23 maggio 2015

Youth - La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015)

Youth - La giovinezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2015
con Michael Caine, Harvey Keitel
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un isolato albergo con centro benessere fra i monti della Svizzera, l'anziano compositore e direttore d'orchestra Fred Ballinger (Michael Caine) trascorre alcune settimane di vacanza in compagnia della figlia Lena (Rachel Weisz), reduce dalla separazione col marito, e dell'amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel). Fred afferma di essersi "ritirato dal lavoro e dalla vita": si oppone alla richiesta di scrivere le sue memorie (come vorrebbe un editore francese), rifiuta di dirigere un concerto a Londra davanti alla regina Elisabetta e al principe Filippo (perché le sue "canzoni semplici", che aveva composto per la moglie, non devono essere interpretate da altri), e in generale sembra aver rinunciato ad amare ("Le emozioni sono sopravvalutate"). Al contrario, Mick è al lavoro con un gruppo di giovani sceneggiatori per preparare un nuovo film, che dovrà essere il suo "testamento spirituale". Ma le passeggiate in montagna e gli incontri con gli altri ospiti dell'albergo porteranno Fred a riflettere sul tempo, sui ricordi e sulla vecchiaia: e osservando il vicolo cieco in cui si ritrova Mick (il quale, quando la sua attrice-musa Brenda rifiuta di fare il film, scopre di non avere più altro davanti a sé), alla fine accetterà di lasciarsi il passato alle spalle. Dopo il successo de "La grande bellezza", Sorrentino torna ai suoi temi favoriti (il tempo, la vecchiaia, la decadenza) ma li affronta da un nuovo punto di vista e con un respiro differente. Qui l'argomento centrale è proprio il tempo, il contrasto fra il passato (con i suoi ricordi che svaniscono, le glorie, i piccoli episodi acquistano un diverso significato) e il futuro (quello dei figli, quello del proprio lascito artistico). E Fred, osservando l'amico Mick che si rivelerà incapace di liberarsi dei fantasmi del tempo andato (fondamentale la scena in cui il regista, attraverso il telescopio del rifugio alpino, spiega ai giovani colleghi come da vecchi si guarda tutto all'indietro e da lontano), sceglierà invece di andare avanti. La pellicola, comunque, ha un respiro corale, grazie allo spazio che dedica a tutti gli altri ospiti dell'albergo, tutti in qualche modo legati al proprio passato: un attore (Paul Dano) in cerca di ispirazione per il suo nuovo personaggio (nientemeno che Adolf Hitler, che proprio sulle Alpi aveva una casa di vacanze), che a sua volta vorrebbe dimenticarsi di una parte della sua carriera (un ruolo in un film di fantascienza che gli ha dato la celebrità suo malgrado); una coppia che apparentemente non ha più nulla da dirsi, visto che resta in silenzio durante tutta la sua permanenza; gruppi di arabi o di russi dall'aspetto enigmatico; un misterioso monaco buddhista in perenne meditazione; una giovane escort accompagnata dalla madre; e nientemeno che Diego Armando Maradona (interpretato dall'attore argentino Roly Serrano), ingrassato a dismisura, che sogna la propria gloria passata (mentendo alla compagna: "A cosa stavi pensando?" "Al futuro") e palleggia con una pallina da tennis.

Curiosamente, sono invece i personaggi più giovani (il bambino violinista, la ragazzina nel negozio di orologi, la sorprendente Miss Universo) a dare loro lezioni di saggezza su come rinunciare ai rimpianti e accettare tutte le cose che formano il proprio passato, in quanto hanno contribuito a fare di loro quello che sono adesso, anziché rinnegarle, rimuoverle o considerarle barriere insuperabili. E che è importante cogliere l'attimo, anche perché spesso la vita pone ostacoli inaspettati con cui bisogna fare i conti (necessità pratiche o economiche, come quelle che spingono Brenda a rifiutare il film di Mick in favore di una serie televisiva di bassa qualità; problemi fisici, come quelli che "appesantiscono" Maradona e deformano il suo magico sinistro; in generale l'imprevisto, come la separazione di Lena dal marito alla vigilia di una vacanza; o semplicemente la vecchiaia, come nel caso di Fred e Mick) e che contrastano con quegli ideali di arte e di perfezione che i nostri protagonisti sognano invano (persino la tanto attesa Miss Universo, alla sua prima apparizione, non sembra granché: spettinata, disordinata, con un herpes... ma più tardi, in piscina e al momento giusto, la sua incarnazione della bellezza esploderà in tutto il suo fulgore, proprio come se fosse la natura stessa). Esteticamente suggestivo, il film – il secondo girato da Sorrentino in lingua inglese (dopo "This must be the place") – conferma il regista come il più talentuoso dei nostri autori dal punto di vista tecnico: la fusione di sogni, ricordi, immagini del presente e si attua in una serie di quadri da ricordare (Fred che "dirige" i campanacci delle mucche e i rumori della natura; Mick che incontra sui prati le cinquanta attrici con cui ha lavorato in precedenza; Lena che sogna un videoclip di Pamela Faith, la popstar che le ha rubato il marito; e ancora, le sessioni di massaggi, le canzoni e gli spettacoli serali, e in generale il panorama alpino). Nel ricco cast, Jane Fonda è Brenda, l'attrice-musa di Mick; Madalina Ghenea è Miss Universo; Luna Zimic Mijovic è la giovane massaggiatrice; Robert Seethaler è l'alpinista che "riaccende" la passione di Lena. Roly Serrano, che interpreta Maradona, sfoggia un incredibile tatuaggio di Karl Marx sulla schiena (nella realtà il "pibe de oro" ha il volto di Che Guevara tatuato su un braccio). Nel ruolo di sé stessi compaiono la popstar Pamela Faith, il cantante Mark Kozelek e la soprano Sumi Jo. La pellicola è stata girata allo Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso albergo citato da Thomas Mann ne "La montagna incantata". Bella la colonna sonora di David Lang (che ingloba anche brani di Igor Stravinsky, la cui tomba a Venezia è visitata da Fred nel finale).

6 febbraio 2015

L'amico di famiglia (P. Sorrentino, 2006)

L'amico di famiglia
di Paolo Sorrentino – Italia 2006
con Giacomo Rizzo, Laura Chiatti
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Geremia (Giacomo Rizzo), all'apparenza sarto, è in realtà un piccolo usuraio di quartiere. Nei confronti di chi si rivolge a lui si considera un "benefattore", o addirittura un "amico di famiglia", mostrandosi premuroso ai limiti dell'inquietante ("Il mio ultimo pensiero sarà per voi"). Brutto e complessato, vive con l'anziana madre in un casolare di Latina ("Prima del Duce, qui c'erano solo paludi e zanzare") ma è ossessionato dalla gioventù e dalla bellezza, come quella delle giocatrici di pallavolo che si allenano nel piazzale di fronte alla sua casa. Nel lavoro, comunque, tiene sempre un profilo basso: indaga sulla solvibilità dei suoi "clienti" con l'aiuto dell'amico Gino (Fabrizio Bentivoglio), disilluso vedovo amante della vita country, e non fa mai il passo più lungo della gamba. Fino a quando non incontra Rosalba (Laura Chiatti), giovane sposina il cui padre (Gigi Angelillo) gli chiede un prestito per pagare il matrimonio della figlia, e che si concede a lui pur di sollevare il genitore dai tassi troppo alti. L'ubriacatura di amore e gioventù si rivelerà fatale per Geremia: gli farà perdere la prudenza, e per lui significherà la fine. Il terzo film di Sorrentino, primo senza Toni Servillo, è probabilmente quello che ha ottenuto il minor riscontro della critica. Anche perché giunge quattro anni dopo "L'imbalsamatore" di Garrone, con il quale ha parecchio in comune ma nel cui confronto soffre per diversi motivi. Di fronte a uno stile visivo accattivante e suggestivo (a tratti il regista sembra fare le prove generali per "La grande bellezza", con la sua attenzione alle architetture fasciste – sfondo ideale per l'affresco di un'umanità sopraffatta, malsana, meschina e depressa – e alla decadenza che si accompagna con la vecchiaia, il fallimento e i rimpianti) e a una buona costruzione del personaggio principale, gli sviluppi narrativi lasciano invece qualche perplessità (con diversi elementi che si perdono per strada: la rumena, l'aspirante nobile, il padre dello stesso Geremia, il braccio ingessato...) e soprattutto il finale sembra tirato via. Tanto spazio dedicato alle premesse e poco alle conseguenze: va però ricordato che, dopo l'accoglienza non favorevole al festival di Cannes, il regista ha scelto di eliminare una decina di minuti proprio nel finale, col rischio di non chiudere tutti i fili che aveva intrecciato. Qualche sequenza onirica o simbolica, e un buon uso della musica ambientale ed elettronica (la colonna sonora è di Teho Teardo, impreziosita da brani come "My Lady Story" di Antony and the Johnsons) garantiscono almeno un'eccellente confezione. E a livello di scrittura, sono parecchie le scene non banali e comunque superiori alla media del cinema italiano.

29 maggio 2013

La grande bellezza (P. Sorrentino, 2013)

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2013
con Toni Servillo, Sabrina Ferilli
****

Visto al cinema Arcobaleno.

"Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani": così si presenta il sessantacinquenne Jap Gambardella (uno straordinario – come al solito – Toni Servillo), giornalista viveur che ha abbandonato la carriera di scrittore dopo aver pubblicato, quarant'anni prima, il suo primo e unico libro, "L'apparato umano". Ora trascina le proprie notti in sfrenate feste sulle terrazze di Roma con gli amici, pseudo-intellettuali che si divertono a bere, a ballare, a sniffare cocaina e a fare i trenini sulle note remixate di Raffaella Carrà fino a tarda notte (ma il sole che sorge per loro è quello del logo Martini), magari in cerca di improbabili avventure amorose, non meno soli e disperati di lui ma forse non altrettanto cinici e disincantati. Dal suo appartamento con vista sul Colosseo, Jep domina un mondo dove tutto è "sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Paragonato o confrontato da quasi tutti i critici a classici del cinema italiano come "La dolce vita" e "Roma" di Fellini o "La terrazza" di Scola – forse perché mette in scena la vita gaudente ed effimera in una Roma metafisica e allucinata, "ridotta a Babilonia" e che altro non è che uno specchio dell'intero paese – in realtà il sesto film di Sorrentino ha un'anima tutta sua, molto più intima, crepuscolare e decadente. Quelle pellicole raccontavano anche l'ottimismo e le illusioni della società del dopoguerra e degli anni del boom economico (peraltro non scevri da lati oscuri e da una sottile malinconia), mentre in questo caso c'è la constatazione di un fallimento esistenziale già compiuto e della vacuità del presente, che si trascina a fianco dei rimpianti per il passato. Se da un lato si tratta di un film sulla vecchiaia, sul bilancio di un'esistenza o – come lo ha definito lo stesso autore – "sulle occasioni mancate", dall'altro la Roma "indolente, barocca, papalina", dove il trash si fonde con il sublime, è per l'appunto ancora una volta una metafora dell'Italia intera, lo specchio della decadenza di un paese di "pezze e pizze" (l'immagine che meglio la rappresenta è quella della Costa Concordia naufragata all'Isola del Giglio), in cui latitanti possono vivere indisturbati per anni in pieno centro, o in cui nugoli di suore si fotografano davanti ai monumenti.

Agli splendori del passato (anche se la città è vecchia, è ancora abbastanza bella da provocare un infarto a un turista giapponese, e la macchina da presa del regista ne svela tantissimi tesori: le strade, le fontane, i parchi, le rovine... come dimenticare la magica passeggiata notturna alla scoperta dei tesori nascosti negli antichi "palazzi delle principesse"?) si contrappone la mediocrità del presente, dominata dalla volgarità e dalla superficialità dell'apparire (anche un funerale è una recita); all'abilità dei grandi scultori, pittori e architetti che hanno reso Roma celebre nel corso dei millenni, fanno da contrasto le forme di "arte degenerata" della scena contemporanea (la performance dell'artista concettuale "alternativa" che sbatte la testa contro i muri; la bambina pittrice, costretta a esibirsi controvoglia dai suoi genitori; l'uomo che fotografa solo sé stesso, simbolo del narcisismo portato ai massimi livelli); il kitsch e la decadenza affiorano da ogni parte: si va dal chirurgo estetico che inietta botulino a ricche pazienti in coda con il numerino come se fossero dal droghiere, alle sale di spogliarello invase dalle "polacche", dai nobili decaduti che guardano i programmi di Real Time e si fanno "noleggiare" per essere ospitati alle feste, al cardinale (interpretato da Roberto Herlitzka) che anziché sulla spiritualità si concentra solo sulle ricette di cucina. Ma anche dallo sfacelo e dalla vecchiaia, alla fine, può nascere un nuovo impulso; dalla constatazione dei propri limiti e del proprio fallimento può arrivare una nuova saggezza, un nuovo equilibrio: il film si conclude così con un raggio di speranza, con l'alba di un nuovo giorno che può portare a una nuova vita. Ed è curioso che lo stimolo provenga dal personaggio più anziano e decrepito di tutti, la "Santa", protagonista di alcune delle sequenze più surreali (la scena con i fenicotteri che si fermano sul balcone di Jep) di un film comunque sempre sorprendente, a cui non mancano squarci visionari (il mare sul soffitto, simbolo dei ricordi mai sopiti per la gioventù e per il primo amore; la giraffa che sbuca improvvisamente fra le rovine di Caracalla, come se fossimo in un film di Buñuel). L'alternanza fra i rimpianti per la giovinezza e l'amara constatazione della vecchiaia è portata avanti da Sorrentino grazie a una regia di grandissimo livello, come ci ha abituati, fra lenti e virtuosistici movimenti di camera (non si contano le carrellate kubrickiane), un montaggio pop e a tratti allucinato, una fotografia luminosa e folgorante, anche nelle numerose scene notturne. Meravigliosi i titoli di coda, le cui immagini ci fanno letteralmente "navigare" lungo il Tevere e sotto i ponti di Roma. Notevole la colonna sonora, spesso diegetica, fra ensemble vocali che eseguono musica sacra, canzonette pop durante le feste, brani sinfonici (Górecki e Bizet). Nel ricchissimo cast, dove spiccano Carlo Verdone (l'autore teatrale fallito che spera ancora di tornare sulle scene) e Sabrina Ferilli (quarantacinquenne che si esibisce come spogliarellista nel locale di proprietà del padre), ci sono anche Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti (il "custode delle chiavi"), Luca Marinelli, Serena Grandi, Giovanna Vignola (la nana Dadina), Isabella Ferrari ("Che lavoro fai?" "Sono ricca"), Anna Della Rosa, più camei (nella parte di sé stessi) per Fanny Ardant e Antonello Venditti.

24 ottobre 2011

This must be the place (P. Sorrentino, 2011)

This must be the place
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Irlanda 2011
con Sean Penn, Frances McDormand
**

Visto al cinema Colosseo.

Dopo i successi de "Le conseguenze dell'amore" (che a mio parere resta il suo lavoro migliore) e "Il divo", Sorrentino goes international e va a girare un film in inglese negli Stati Uniti (ma non di produzione americana), come molti registi europei prima di lui hanno sentito l'esigenza di fare (i paragoni che sorgono subito in mente, anche per via dei temi e dei toni da road movie, sono quelli con il Wenders di "Paris, Texas" e l'Antonioni di "Zabriskie Point"). Protagonista assoluto è un sorprendente Sean Penn nei grotteschi e ingombranti panni di Cheyenne, rock star invecchiata, annoiata e depressa, che fatica a uscire dal "personaggio" che gli aveva dato la notorietà negli anni ottanta, prima di ritirarsi dalle scene per chiudersi in un esilio dorato in Irlanda. Punk, dark (il look è ispirato a quello di Robert Smith dei Cure), infantile ("solo i bambini non sentono mai il bisogno di fumare"), effemminato (evidente il contrasto con la moglie, interpretata da Frances McDormand, che invece è fin troppo "maschile", al punto da lavorare come vigile del fuoco e da battere regolarmente il marito a pelota) e in perenne crisi artistica (come confessa a un David Byrne che, oltre a realizzare la colonna sonora del film, interpreta sé stesso in una delle scene registicamente più interessanti, quella del suo concerto a New York), eppure intellettualmente lucido e capace di improvvisi scatti di di umorismo cinico e sarcastico, Cheyenne si mette in viaggio per gli States in occasione del funerale di un padre con cui non parlava da molti anni; e per espiare il senso di colpa per la distanza che lo ha tenuto lontano da lui, si getta sulle tracce di un criminale nazista che ora vive in America e che il genitore, da questi umiliato mentre era prigioniero ad Auschwitz, aveva cercato invano di scovare. Se i temi del viaggio come metafora della ricerca di sé stesso, del rapporto con il padre da ricucire dopo la morte, e del superamento dei traumi del passato (solo nel finale Cheyenne saprà uscire dalla "maschera" che ha indossato per trent'anni, riacquistando la propria identità da adulto, chiudendo i conti con una tragedia che lo opprimeva – il suicidio di due suoi giovani fan – e permettendo a quelle che scopriamo nell'ultimissima scena essere sua madre e sua sorella di "ritrovare" il proprio caro perduto) non sono in fondo così originali, la cura nella caratterizzazione del personaggio dà i suoi frutti e proprio il finale aggiunge significato all'intera operazione. Nulla da dire invece sullo stile: sono convinto – come ho già scritto altrove – che Sorrentino sia attualmente il più dotato, dal punto di vista della tecnica, fra i registi italiani. La struttura in acciaio e vetro che si vede dietro le case nelle scene ambientate in Irlanda è il nuovo Aviva Stadium di Dublino. Il titolo del film, invece, è quello della canzone dei Talking Heads che lo stesso Cheyenne suona alla chitarra in casa di Rachel (Kerry Condon), la figlia americana dell'uomo che sta cercando. Cameo per Harry Dean Stanton (già protagonista del citato "Paris, Texas") nel ruolo dell'inventore del trolley, mentre Judd Hirsch è Mordecai Midler, il cacciatore professionista di nazisti.

30 novembre 2010

Le conseguenze dell'amore (P. Sorrentino, 2004)

Le conseguenze dell'amore
di Paolo Sorrentino – Italia 2004
con Toni Servillo, Olivia Magnani
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Il commercialista salernitano Titta Di Girolamo, un uomo grigio, metodico, riservato, serio ("l'unica cosa frivola che possiedo è il mio nome") e apparentemente incapace di esprimere emozioni, vive come un recluso da otto anni in un albergo in Svizzera. Ritenuto da tutti un uomo d'affari, in realtà si occupa di riciclare i proventi di Cosa Nostra versando in banca le valigie piene di denaro che periodicamente gli vengono recapitate. L'amore per la giovane barista dell'albergo lo spingerà però a compiere una scelta coraggiosa, incrinando le consuetudini più radicate e accettando volontariamente di pagarne le conseguenze. Il secondo lungometraggio della coppia Sorrentino/Servillo (dopo "L'uomo in più" e prima de "Il divo") è il folgorante racconto di un'esistenza triste e solitaria, incentrato su un personaggio che sembra anestetizzato dal destino e avulso dalla vita. È lui stesso, attraverso una voce off che evoca un film noir, a raccontare allo spettatore molte cose di sé: gli scarsi rapporti con i parenti (la moglie e i figli, rimasti in Campania; il giovane fratellastro, sportivo e globetrotter, che passa a salutarlo), la mancanza di relazioni sociali (il suo "miglior amico" è uno che non vede da vent'anni: bella e toccante la scena, nel finale, che lo mostra mentre lavora su un traliccio dell'alta tensione fra le montagne altoatesine, paesaggio simbolo di quella libertà che contrasta con la "prigionia" di Titta); la dipendenza dall'eroina (anche questa consumata settimanalmente in maniera metodica) e l'abitudine, una volta l'anno, di fare un completo "lavaggio del sangue". Ma lentamente la sua ritrosia e la riservatezza cominceranno a incrinarsi. Sorrentino gira con grande stile, dando vita a un'atmosfera fredda e sobria. La lunga scena d'apertura, nella quale i titoli di testa scorrono mentre un incaricato della banca porta la valigia lungo un nastro trasportatore, evoca sia "Il laureato" sia la sequenza iniziale di "Millennium mambo". L'ottima regia è ben accompagnata dalla fotografia algida di Luca Bigazzi, dall'evocativa e minimalista colonna sonora di Pasquale Catalano, e soprattutto dalla magistrale interpretazione di Toni Servillo, uno dei migliori attori italiani (se non il migliore) dell'ultimo decennio. La coprotagonista, al suo esordio sul grande schermo, è la nipote di Anna Magnani.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

14 giugno 2008

Il divo (Paolo Sorrentino, 2008)

Il divo
di Paolo Sorrentino – Italia 2008
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**1/2

Visto al cinema Plinius (rassegna di Cannes).

“La spettacolare vita di Giulio Andreotti”: già il sottotitolo fornisce la chiave di lettura di questo film, bello e insolito, con il quale Sorrentino non intende approfondire il contesto politico, scendere nello specifico dei fatti legati al personaggio o narrare con stile documentaristico un pezzo di storia d'Italia, bensì semplicemente fornire – attraverso suggestioni, impressioni e divagazioni – un ritratto volutamente ambiguo di un uomo enigmatico, impenetrabile e monolitico che per cinquant'anni ha influito sulle sorti del nostro paese, nel bene e nel male, fra luci e ombre. Lo stile è dunque vivace e moderno, con quei titoli rossi che descrivono eventi e personaggi in modo ironico e allusivo, la musica che accompagna i numerosissimi ralenti e movimenti di macchina, le luci che generano una fotografia a volte iperrealistica e a volte onirica. La corrente dei fedelissimi andreottiani all'interno della Democrazia Cristiana è presentata come se si trattasse di una gang di malviventi, con tanto di soprannomi in stile famiglia mafiosa. Tralasciando i decenni precedenti (ai quali però ci sono continui richiami all'interno della narrazione: la pellicola si apre addirittura con una rapida carrellata – a suon di musica – dei principali omicidi che sono attribuiti ad Andreotti o legati in qualche modo alla sua responsabilità politica, da Moro a Gelli, da Calvi a Sindona, da Pecorelli a Dalla Chiesa), il film si concentra sugli anni novanta, dalla nascita del settimo governo presieduto dal “divo Giulio” ai suoi processi per mafia, passando per Tangentopoli (uno scandalo che attraversò indenne, mentre i suoi colleghi cadevano uno a uno) e la mancata elezione alla Presidenza della Repubblica. Nei corridoi e nelle stanze del potere, non sfarzose ma silenziose e vuote, vediamo un Andreotti tormentato dalle continue emicranie (che nella prima scena tenta di curare con l'agopuntura, finendo con l'assomigliare al personaggio di "Hellraiser"), che ha paura dei gatti (in “Sanguepazzo”, che ho visto pochi giorni fa, Zingaretti diceva “Sai perchè Dio ha creato i gatti? Per permettere all'uomo di accarezzare una tigre”), che incontra Totò Riina in un flashback lasciato volutamente nell'ambiguità, che va a pregare di notte (ma “in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete”, perché “i preti votano, Dio no”), che vaga nel suo leggendario e smisurato archivio, che stuzzica la moglie (un'ottima Anna Bonaiuto: ma tutto il cast è su livelli eccellenti, grazie anche al buon lavoro di trucco), e soprattutto che si prodiga in tutte quelle battute, quegli aforismi e quelle risposte fulminanti che hanno contribuito alla sua fama di cinico, implacabile e astuto uomo politico. Onorato a Cannes con il premio della giuria, il film ha naturalmente scatenato le reazioni di molti dei personaggi reali che affollano la pellicola, anche se sono lontani i tempi in cui ci si poteva permettere di querelare un regista, uno sceneggiatore o un produttore per un film o addirittura di tentare di boicottarne la circolazione. Se Andreotti lo ha ovviamente definito una “mascalzonata” (per poi pentirsi e ritrarre il termine subito dopo), persino il giornalista Eugenio Scalfari – che nel film è rappresentato come uno dei “fustigatori” di Andreotti (che viene però tacitato dalle sue battute) – si è lamentato perché il film lascerebbe troppo spazio “all'immaginazione dello spettatore”, senza dire chiaramente se il senatore a vita fosse colpevole o meno dei reati che gli vengono attribuiti (e di molti lo era, o almeno così dicono carte e sentenze).