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29 giugno 2022

Freaks out (Gabriele Mainetti, 2021)

Freaks out
di Gabriele Mainetti – Italia 2021
con Aurora Giovinazzo, Franz Rogowski
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Roma occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, quattro freak di un circo, dotati di "superpoteri" – il forzuto "uomo bestia" Fulvio (Claudio Santamaria), l'albino Cencio (Pietro Castellitto) in grado di comunicare con gli insetti, il nano Mario (Giancarlo Martini) dal corpo magnetico, e la giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) che controlla l'elettricità – devono vedersela con il tedesco Franz (Franz Rogowski), pianista con sei dita e capace di scrutare nel futuro, che intende reclutarli per impedire il crollo del Terzo Reich. Il secondo film di Mainetti, dopo il successo di "Lo chiamavano Jeeg Robot", è un'altra variante "all'italiana" del cinema di supereroi, ma con molte più ambizioni: la collocazione storica e la combinazione di eventi bellici ed elementi fantastici fanno pensare a un mix fra "Il labirinto del fauno" di Del Toro, i film della Marvel e i "Bastardi senza gloria" di Tarantino, mentre la presenza dei freak e del circo ricordano certe cose di Jodorowsky ("Santa sangre") o De la Iglesia ("Ballata dell'odio e dell'amore"). Il problema è che il film ha il difetto di... provarci un po' troppo. La confezione è troppo patinata e ricercata, fra effetti speciali e fotografia ipercorretta che gli donano un'estetica fredda, finta e fastidiosa; i dialoghi sono espositivi (e la presa diretta li rende a tratti difficili da capire, anche perché spesso coperti dalla musica o dai rumori); personaggi e situazioni sono artificiali o infantili; e le caratterizzazioni sono schematiche e prive di sottigliezza (vedi per esempio i nazisti tutti cattivissimi – a proposito, è possibile che a Roma ci siano solo nazisti, e nemmeno un fascista? – o i partigiani menomati che cantano "Bella ciao"). Il personaggio più interessante è comunque l'antagonista, Franz (e la sequenza migliore quella delle sue allucinazioni sotto l'influsso dell'etere): e però, nessuno, nemmeno lui, si rende conto che il potere di vedere il futuro sarebbe molto più importante degli altri per vincere la guerra? Troppo lunga e fracassona la battaglia finale. Giorgio Tirabassi è Israel, direttore della compagnia circense, Max Mazzotta è il Gobbo, capo dei partigiani.

18 novembre 2021

Notre Dame (William Dieterle, 1939)

Notre Dame (The hunchback of Notre Dame)
di William Dieterle – USA 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Nella Francia di re Luigi XI (Harry Davenport), in un momento di passaggio dall'oscurantismo del medioevo all'era moderna (caratterizzata dalla libertà di parola, qui rappresentata dall'invenzione della stampa), il gran cancelliere Frollo (Cedric Hardwicke) si innamora della zingara Esmeralda (Maureen O'Hara) e, da lei rifiutato, la fa condannare a morte. Sarà salvata da Quasimodo (Charles Laughton), il campanaro della cattedrale di Notre Dame, gobbo e orrendamente deforme. Forse il più popolare e iconico adattamento cinematografico del romanzo di Victor Hugo, soprattutto per l'impressionante make up che trasforma Laughton in un vero mostro (surclassando persino la tanto celebrata versione con Lon Chaney del 1923), tanto da aver ispirato direttamente – almeno a livello estetico – anche la versione a cartoni animati della Disney del 1996. In realtà deve essere considerato un remake sonoro del film muto precedente, di cui conserva praticamente la struttura e le modifiche al testo originale (a partire dallo "sdoppiamento" di Frollo in due personaggi opposti, il buon arcidiacono Claude e il perfido giudice Jehan, oltre al lieto fine per Esmeralda). L'impianto della storia resta comunque corale, con il poeta saltimbanco Gringoire (Edmond O'Brien) a tratti eletto a protagonista, e il tema "politico" della libertà del popolo contro i soprusi dei nobili che sopravanza quasi quello individuale dei personaggi. E mentre alla fine la vittoria del popolo giunge grazie alle parole (il libello scritto da Gringoire) anziché alla forza (l'assalto alla cattedrale guidato da Clopin), Quasimodo rimane fra le statue dei gargoyle della cattedrale a interrogarsi sul proprio destino ("Ma perché non son fatto di pietra come te?"). Buone la regia e le scene di massa: per via degli enormi set, il film fu uno dei più costosi prodotti dalla RKO. L'irlandese O'Hara era al debutto a Hollywood: Laughton la scelse dopo aver lavorato con lei ne "La taverna della Giamaica". Il cast è completato da Thomas Mitchell (Clopin, il re dei mendicanti), Alan Marshal (il capitano Febus) e Walter Hampden (l'arcidiacono). Le musiche (nominate all'Oscar) sono di Alfred Newman, mentre al montaggio ha collaborato il futuro regista Robert Wise. La versione su RaiPlay è colorizzata.

2 giugno 2020

Il gobbo di Notre Dame (W. Worsley, 1923)

Il gobbo di Notre Dame (The hunchback of Notre Dame)
di Wallace Worsley – USA 1923
con Lon Chaney, Patsy Ruth Miller
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Nella Parigi del 1482 (dieci anni prima che Colombo scoprisse l'America, si premura di specificare una didascalia), la bella gitana Esmeralda (Miller) si innamora del giovane capitano delle guardie Phoebus (Norman Kerry). Ma la ragazza è concupita anche dal perfido Frollo (Brandon Hurst), che progetta di farla rapire dal deforme Quasimodo (Chaney), campanaro della cattedrale di Notre Dame. Spinto dalla simpatia per Esmeralda, l'unica che ha mostrato pietà verso di lui, Quasimodo la proteggerà quando Frollo, per gelosia, pugnalerà Phoebus e farà cadere la colpa su di lei. Nonostante la trama venga edulcorata in più punti (come lo "sdoppiamento" di Frollo in due personaggi, il buon arcidiacono Claude e il perfido fratello Jehan, cui è attribuito il ruolo di antagonista, forse per preservare la "santità" dell'uomo di chiesa; e soprattutto la conclusione, con un "lieto fine hollywoodiano" per Esmeralda e Phoebus), si tratta del miglior adattamento muto del romanzo di Victor Hugo, con passi da gigante rispetto alla versione del 1911 ("Nostra signora di Parigi") soprattutto a livello di produzione. Eccezionali, infatti, le grandiose scenografie che ricostruiscono in studio le strade e i palazzi di Parigi, dove si aggirano folle di comparse (pare che, per dirigere le masse, il regista dovette ricorrere a una radio con altoparlante anziché al solito megafono). Ma celeberrima è rimasta anche l'interpretazione di Lon Chaney, con un trucco grottesco e pesante che ne altera le fattezze, memorabile quando si aggrappa alle corde per suonare le campane o si sporge dalla cattedrale per gettare massi o olio bollente sulla folla sottostante durante la battaglia. Insieme al successivo "Il fantasma dell'opera" (1925), il film – da lui fortemente voluto – lo rese un'icona del cinema horror. Per il resto, la sceneggiatura si preoccupa di introdurre quasi da subito tutti i numerosi personaggi della vicenda, fra i quali riesce poi a destreggiarsi abbastanza bene, anche se alcuni di loro hanno uno spazio ridotto o inconsequenziale (la vecchia Gudule, Maria, Fleur-de-Lys, Luigi XI, lo stesso Claude Frollo), mentre altri appaiono più frequentemente (Clopin o Gringoire, quest'ultimo come macchietta comica). Worsley, scelto direttamente da Chaney, aveva già diretto l'attore in quattro pellicole, fra cui "A Blind Bargain" (andata perduta), dove già interpretava la parte di un gobbo. Se lo spettacolo, l'azione e i brividi non mancano, e come detto il livello produttivo è assai elevato (la realizzazione della pellicola costò oltre un milione di dollari, ampiamente ripagati dagli incassi che la resero il più grande successo della Universal nel periodo del muto), il film sfiora solo superficialmente i temi del romanzo originale, come l'ingiustizia, il destino o la corruzione, trasformando Esmeralda in una figura pura e virginale e stereotipizzandone la vicenda in una banale storia d'amore che, se non fosse per il personaggio di Quasimodo, non sarebbe molto interessante. Nel 1939 arriverà il remake sonoro di William Dieterle con Charles Laughton (e nel 1996 la versione a cartoni animati della Disney).

10 dicembre 2019

Lo zoo di Venere (Peter Greenaway, 1985)

Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts)
di Peter Greenaway – GB/Olanda 1985
con Andréa Ferréol, Brian Deacon, Eric Deacon
**1/2

Rivisto in DVD.

Quando le proprie mogli scompaiono in un incidente automobilistico causato da un cigno (!), i fratelli gemelli Oliver e Oswald Deuce (Brian ed Eric Deacon), etologi presso lo zoo di Rotterdam, rimangono ossessionati dalla morte e dalla putrefazione. Iniziano così una serie di esperimenti, filmando le carcasse di animali in decomposizione, e nel contempo danno vita a una relazione a tre con Alba (Andréa Ferréol), la donna che era alla guida dell'auto dove sono morte le mogli, che ha avuto una gamba amputata dal misterioso e ambiguo chirurgo Van Meegeren (Gerard Thoolen), a sua volta ossessionato dall'arte del pittore fiammingo Vermeer e dal desiderio di replicarne i dipinti. Pellicola surreale e caledoiscopica, nella quale Greenaway (al secondo lungometraggio di finzione dopo "I misteri del giardino di Compton House") inietta, come suo solito, i tanti temi che lo affascinano da sempre, dal sesso alla morte, dagli alfabeti alle catalogazioni, senza preoccuparsi del realismo o di un filo logico e rinunciando al tipo di narrazione tradizionale, col rischio di disorientare lo spettatore o, più probabilmente, di alienarlo o disgustarlo. Anche grazie alla splendida fotografia di Sacha Vierny (con il quale il regista inaugura una collaborazione destinata a durare), ogni inquadratura è ricchissima di dettagli e di allegorie, di citazioni mitologiche o artistiche, all'insegna della geometria o, più esattamente, di una simmetria che permea l'intera pellicola, a iniziare dal titolo (la parola ZOO si riferisce ai tre protagonisti) e dai personaggi stessi. Inizialmente ben diversi, al punto da litigare fra loro, Oliver e Oswald (interpretati da una vera coppia di fratelli) finiscono per assomigliarsi sempre più, fino a essere indistinguibili e a desiderare addirittura di diventare una cosa sola (facendosi "ricucire" insieme come alla nascita, quando erano siamesi, oppure considerandosi un unico individuo, per esempio quando si definiscono "il padre" dei due bambini, anch'essi gemelli, che partorisce Alba). La ricerca della simmetria o quella della complementarietà, a livello sociale ma anche biologico (vita-morte), guida tutte le loro azioni e ne condiziona l'ambiente: si ritrova nelle scenografie, nei discorsi, nei racconti che li circondano (spesso il tema sono gli animali, alcuni dei quali – come la zebra – si prestano perfettamente a questo tema). Di questo gioco di rimandi concettuali, metatestuali e artistici fanno parte i diversi personaggi di contorno: Beta, la figlioletta di Alba, che recita l'alfabeto con i nomi di animali; Venere di Milo (Frances Barber), la prostituta/sarta/aspirante scrittrice che racconta aneddoti sulla fauna e sul sesso; Van Hoyten (Joss Ackland), il misterioso direttore dello zoo, figura ricorrente nell'immaginario greenawayano (è il principale antagonista dell'ornitologo Tulse Luper); Caterina Bolnes (Guusje Van Tilborg), la moglie/assistente di Van Meegeren. Fra filmati di frutti o di animali in decomposizione, mutilazioni e amputazioni varie, passaggi surreali o grotteschi e l'impressione che molto di ciò che si vede sia estemporaneo o fine a sé stesso, il film non è certo per tutti i gusti: ma cresce ad ogni successiva visione, specie se accompagnata da quella degli altri lavori del regista, con cui forma un corpus autonomo e coerente (molti gli elementi, per esempio, che anticipano il successivo "Giochi nell'acqua"). Per certi versi il film ricorda anche "Inseparabili" di Cronenberg. Fondamentale la colonna sonora di Michel Nyman, integrata da due canzoni d'antan, "The Teddy Bear's Picnic" e "An Elephant Never Forgets" (su musica di Schumann).

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

27 aprile 2019

Brutti e cattivi (Cosimo Gomez, 2017)

Brutti e cattivi
di Cosimo Gomez – Italia 2017
con Claudio Santamaria, Sara Serraiocco
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il "Papero" (Santamaria), mendicante senza gambe, organizza una rapina in banca insieme a un gruppo di altri freaks: la moglie priva di braccia, detta la "Ballerina" (Sara Serraiocco), un nano scassinatore (Simoncino Martucci), e un tossicodipendente (Marco D'Amore). Ma una volta fatto il colpo, fra i membri del gruppo scattano tradimenti incrociati per tenersi il bottino, che fa gola anche a un falso prete nigeriano (Narcisse Mame), a una prostituta (Aline Belibi) e alla mafia cinese. Ambientato fra Roma e Ostia, un bizzarro mix fra commedia politicamente scorretta (all'insegna di un cattivo gusto soltanto però di facciata) e action gangsteristico, forse ispirato ai primi film di Guy Ritchie: ma i troppi colpi di scena, molti dei quali nemmeno giustificati dalle premesse, rovinano l'impasto, e il mood scivola spesso nell'innocua parodia o nella farsa fine a sé stessa, impedendo che personaggi e situazioni comunichino davvero qualcosa allo spettatore. Il regista, all'esordio, è uno scenografo che lavora da vent'anni in tv e al cinema.

15 gennaio 2017

L'uomo che ride (Paul Leni, 1928)

L'uomo che ride (The man who laughs)
di Paul Leni – USA 1928
con Conrad Veidt, Mary Philbin
***

Visto in divx.

Dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (che la sceneggiatura snellisce e orna di un lieto fine), un film muto d'avventura dai toni gotici e horror, ambientato nell'Inghilterra del XVII secolo. Sfregiato quando era bambino da uno zingaro che gli ha stampato sul volto un ghigno perenne, lo sfortunato Gwynplaine (Veidt) – allevato dal filosofo e saltimbanco Ursus (Cesare Gravina) – si guadagna da vivere esibendosi come buffone nelle fiere di paese con il nome di “L'uomo che ride” (un collega clown gli dice: “Sei fortunato, non devi struccarti via il sorriso quando hai finito di lavorare”). Innamorato della bella Dea (Philbin), l'attrice che recita al suo fianco e l'unica che – essendo cieca – non ride o non rabbrividisce di fronte al suo volto, Gwynplaine ignora di essere figlio di un nobile, Lord Clancharlie, che era caduto in disgrazia presso re Giacomo e le cui proprietà sono state confiscate e riassegnate alla duchessa Josiana (Olga Baklanova). Costei, capricciosa e voluttuosa, rischia di perdere tutto se un legittimo erede del clan dovesse ritornare: con l'avallo della regina Anna (che nomina Gwynplaine membro della camera dei Lord) progetta dunque di sposarlo per mantenere il proprio stato. Ma l'uomo rinuncerà alla nobiltà per rimanere in compagnia di Dea e della compagnia di saltimbanchi con cui è cresciuto. Feuilleton d'ambientazione storica, avvincente e barocco, costruito sulla figura del freak e sul contrasto fra le classi nobili e quelle basse, popolato da personaggi stereotipati o sopra le righe ma ricco di colore e di azione. Il tema delle risate è declinato in più modi: al sorriso forzato e obbligato del protagonista si contrappongono quelli di divertimento degli spettatori della fiera e quelli di scherno dei lord, mentre un buffone – sia pure di corte, ruffiano e ambizioso – è anche l'antagonista, il crudele e intrigante Barkilfedro (Brandon Hurst). Notevole il ruolo di Homo, il cane di Ursus: è lui che nel finale, eroicamente, salva il nostro eroe e lo riunisce con l'amata Dea. Assai celebrata, all'epoca, la performance di Veidt, capace di veicolare ogni sorta di emozione (rabbia, timore, tristezza, orgoglio) con un largo ghigno perennemente stampato sul volto, dando vita a un personaggio pietoso, grottesco ed eroico al tempo stesso (da notare come, visivamente, il personaggio abbia ispirato il Joker, l'arcinemico di Batman). L'attore tedesco aveva sostituito la prima scelta Lon Chaney, già protagonista di altri due fortunati adattamenti delle opere di Hugo ("Il gobbo di Notre Dame" nel 1923 e "Il fantasma dell'opera" nel 1925). Prima di approdare a Hollywood su invito del produttore Carl Laemmle, il regista Paul Leni aveva girato in Germania importanti pellicole espressioniste, come "Il gabinetto delle figure di cera": morirà prematuramente nel 1929.

26 gennaio 2011

Edward mani di forbice (T. Burton, 1990)

Edward mani di forbice (Edward scissorhands)
di Tim Burton – USA 1990
con Johnny Depp, Winona Ryder
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Creato da uno scienziato (Vincent Price) che è morto prima di completare il suo corpo, Edward (un Johnny Depp agli esordi e alla sua prima collaborazione con Tim Burton) è un ragazzo "artificiale", timido e sensibile, con grandi e taglienti forbici al posto delle mani. Quando Peg (Dianne Wiest), casalinga e venditrice porta a porta di cosmetici Avon, lo trova solo e abbandonato nel castello gotico che sovrasta la cittadina in cui vive, decide di portarlo a casa e di accoglierlo nella propria famiglia, suscitando la curiosità del vicinato. Pur essendo visibilmente un "diverso", inizialmente Edward riscuote l'ammirazione di tutti per le sue doti creative fuori dal comune (con le sue forbici pota le siepi modellandole in foggia di animali e di esseri umani, tosa i cagnolini e inventa stravaganti acconciature per le casalinghe del circondario): ma alla prima occasione, l'ipocrisia e la diffidenza finiranno col prendere il sopravvento. Nonostante qualche momento di stanca e l'accumulo di luoghi comuni nella sottotrama romantica (Edward si innamora di Kim, la giovane figlia di Peg), questa favola moderna senza lieto fine – con tanto di cornice in cui una Winona Ryder ormai invecchiata racconta l'intera vicenda alla nipotina, proprio come se si trattasse di una fiaba – è forse il miglior film di Tim Burton, o almeno quello in cui la sua vena poetica e malinconica con derive disneyane si sposa meglio con le indubbie qualità visive e scenografiche. Che quella del "freak gentile" sia una fiaba lo testimonia anche la mancanza di realismo nel setting e nello sviluppo della trama, che a tratti assume le carattiristiche surreali e grottesche della satira di costume. Memorabile in particolare l'ambientazione, il sobborgo di un'anonima cittadina americana degli anni cinquanta, con le case tutte uguali, le facciate e le automobili di colore pastello, i mariti che durante la giornata lasciano campo libero alle mogli, e il contrasto fornito dal tetro e gotico castello che sovrasta l'intero panorama. Le scenografie del maniero, così come i titoli di testa con le attrezzature dello scienziato, anticipano l'estetica di "Nightmare before Christmas" (anche per via della colonna sonora di Danny Elfman), mentre l'aspetto pallido e scapigliato di Edward ricorda quello del protagonista del fumetto "Sandman" di Neil Gaiman. Da notare che il titolo italiano è grammaticalmente errato, visto che "forbici" andrebbe scritto al plurale.

2 febbraio 2008

Il paese incantato (A. Jodorowsky, 1968)

Il paese incantato (Fando y Lis)
di Alejandro Jodorowsky – Messico 1968
con Sergio Kleiner, Diana Mariscal.
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Completamente in bianco e nero e tratto da un testo teatrale di Fernando Arrabal, è stato il primo lungometraggio di Jodorowsky e ne contiene già tutti i pregi e i difetti: immagini visionarie e surreali, situazioni crudeli (al limite del sadomasochismo), misticismo e allegorie, freaks e personaggi circensi, atmosfere felliniane o, meglio ancora, alla Ciprì e Maresco. Fando è un uomo che trasporta su un carretto Lis, una ragazza paralitica che mangia i fiori. I due vanno alla ricerca della leggendaria e mitica Tar, l'unica città scampata alla distruzione che ha reso il resto del mondo un cumulo di macerie. A eccezione della prima scena, l'intera pellicola si svolge in un deserto roccioso dove i due protagonisti incontrano una serie di bizzarri personaggi (compresi i genitori, defunti, di Fando) e dove il comportamento dell'uomo nei confronti di Lis passa in continuazione dalla tenerezza al disprezzo. Nel complesso mi ha detto veramente poco. I debiti del regista si vedono già tutti: dal Buñuel del periodo dadaista (ma almeno il regista spagnolo si è poi evoluto in direzioni molto diverse, mentre "Jodo" sembra incapace di uscire dal nonsense mistico e surreale) a Fellini appunto. Scarsi gli attori (c'è quasi il dubbio che non siano professionisti, però), soprattutto l'attrice che interpreta Lis.

27 marzo 2007

Anche i nani hanno cominciato da piccoli (W. Herzog, 1970)

Anche i nani hanno cominciato da piccoli
(Auch Zwerge haben klein angefangen)
di Werner Herzog – Germania 1970
con Helmut Döring, Pepi Hermine
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In una strana colonia penale per nani, ai margini del deserto, scoppia una rivolta. Approfittando della temporanea assenza delle autorità, i prigionieri distruggono ogni cosa nell'istituto e nel suo cortile, in un crescendo di anarchia infantile e rivoluzionaria: oltre a bruciare e demolire case ed oggetti, si accaniscono con scherzi di ogni tipo anche sugli animali e persino sui più deboli del loro stesso gruppo. Girato in un livido bianco e nero, esclusivamente con attori nani, è un film bizzarro, grottesco e disturbante che si pone a metà strada fra "Freaks" di Tod Browning e "Zero in condotta" di Jean Vigo. Herzog descrive un mondo folle e crudele nel quale persino le galline si attaccano e si spiumano a vicenda. Il comportamento ribelle e distruttivo dei personaggi è da intendersi in chiave di critica sociale, se non addirittura politica: il che ne fa, al di là della trama assai esile, un film originale e interessante, che va ben oltre i suoi limiti (forse avrebbe potuto durare meno di 90 minuti). Imperdibile, naturalmente, per gli estimatori di Herzog, che qui dimostra già di saper fondere in maniera unica e personale una storia e un ambiente, la finzione e il documentario. Il film è stato girato a Lanzarote, nelle isole Canarie, durante il viaggio in Africa compiuto dal regista tedesco – allora solo ventisettenne – a cavallo del 1969, quando realizzò anche "Fata Morgana".