Visualizzazione post con etichetta Follia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Follia. Mostra tutti i post

4 maggio 2023

The lighthouse (Robert Eggers, 2019)

The Lighthouse (id.)
di Robert Eggers – USA/Canada 2019
con Robert Pattinson, Willem Dafoe
***

Visto in TV (Netflix).

Alla fine dell'Ottocento, due uomini giungono su un'isola brulla e lontana dalla costa: dovranno rimanerci per un mese, a guardia del faro che lì si trova. La convivenza si dimostra subito difficile: il più anziano dei due (Willem Dafoe) assume per sé il comando e si arroga l'accesso esclusivo alla "luce", ovvero la lanterna del faro (con cui ha una relazione quasi mistica), relegando il più giovane (Robert Pattinson) a faticose incombenze e lavori di manutenzione. Col passare del tempo, per via della fatica, della solitudine, e mentre una tempesta scuote l'oceano e la barca che avrebbe dovuto dar loro il cambio non arriva, la salute mentale del giovane si deteriora sempre più, tanto da perdere la cognizione del tempo e da essere soggetto a sogni bizzarri e visioni di sirene e di strane creature. Il secondo lungometraggio di Robert Eggers, sceneggiato insieme al fratello Max (che inizialmente voleva ispirarsi a un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe noto appunto come "Il faro"), è in realtà una rilettura del mito di Prometeo, come testimonia la scena finale: i due protagonisti (unici personaggi in tutto il film, se non contiamo la sirena – interpretata da Valeriia Karamän – che appare nelle visioni del giovane) rappresentano rispettivamente Zeus, la divinità che custodisce gelosamente la "luce" (ma con evidenti aspetti anche di Proteo, divinità marina, profetizzante e mutaforma), e Prometeo, o se vogliamo l'intero genere umano, che la agogna come la conoscenza per risollevarsi dalle fatiche in terra. Girato in un rigoroso bianco e nero e in formato 4:3, il film è cupo, austero, apparentemente enigmatico: lo sostengono, oltre all'eccellente prova dei due interpreti (in particolare Dafoe), l'elegante regia e l'espressiva fotografia (di Jarin Blaschke, candidata all'Oscar), benché lo stile sia a tratti un po' calcato e pretenzioso. Oltre ai sottotesti mitologici/religiosi, notevoli anche quelli psicologici, dal gaslighting al rovesciamento dei rapporti di forza nel finale, dalla rimozione del passato ai sensi di colpa che affiorano mediante i sogni (Eggers ha affermato di essere stato influenzato sia da Freud sia da Jung), nonché quelli legati alla sessualità (nella scena in cui Pattinson si masturba, il faro stesso diventa un simbolo fallico).

9 gennaio 2023

Siberia (Abel Ferrara, 2020)

Siberia (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Germania/Messico 2020
con Willem Dafoe, Dounia Sichov
**

Visto in TV (RaiPlay).

Un uomo (Dafoe), isolatosi dal mondo per sfuggire ai fantasmi di morte del proprio passato, gestisce una baita sperduta in mezzo a un paesaggio innevato. Perseguitato da allucinazioni e visioni di vario genere, parte – con la slitta trainata dai suoi cani – per un viaggio che è soprattutto mentale, attraversando una natura impervia e ostile (che rappresenta il suo subconscio) e cercando di fare i conti con la propria vita. Incontrerà il proprio alter ego, rivedrà i genitori defunti, l'ex moglie, il figlio, passando per scenari freddi e cupi e altri insoliti e surreali (compreso un deserto africano e un pascolo primaverile). Un film bizzarro, surreale, onirico, pieno di non sequitur e salti narrativi, come la psiche del protagonista: ha però un suo strano fascino, che ne sostiene la visione fino in fondo, nonostante alcuni passaggi a vuoto nei (pochi) dialoghi (vedi quello con l'ex moglie, pieno di luoghi comuni come "L'unica mia colpa è quella di amarti troppo"). Ferrara, che ha scritto la sceneggiatura insieme al terapista Chris Zois, si sarebbe ispirato al "Libro rosso" di Carl Gustav Jung, ma è difficile capire come. Per il sempre ottimo Dafoe si tratta della sesta collaborazione con il regista italoamericano: nella versione italiana del film ha un accento molto marcato, essendosi doppiato da solo. Le riprese sono state effettuate per lo più in Alto Adige (e infatti i paesaggi di montagna non ricordano affatto la Siberia, che d'altronde è un luogo mentale più che reale).

21 dicembre 2022

Paura e delirio a Las Vegas (T. Gilliam, 1998)

Paura e delirio a Las Vegas (Fear and loathing in Las Vegas)
di Terry Gilliam – USA 1998
con Johnny Depp, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Con una valigetta piena di droghe ed alcolici, a bordo di una cabriolet rossa, il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp) e il suo avvocato Dottor Gonzo (Benicio del Toro) attraversano il deserto per recarsi da Los Angeles a Las Vegas. Qui, continuamente sotto l'effetto degli stupefacenti (LSD, mescalina, etere), assisteranno a una corsa motociclistica, irromperanno in un convegno di procuratori distrettuali, devasteranno due stanze d'albergo e trascorreranno giornate e nottate all'insegna degli eccessi, di allucinazioni psichedeliche e di una follia anarchica e confusionaria. Film fluttuante e imprevedibile, tratto dal romanzo di Hunter S. Thompson, nel cui titolo si parla però di "disgusto", non di "delirio": la scelta dei distributori italiani di cambiarlo mostra tutta la loro incapacità di cogliere il vero significato della pellicola, che non è un semplice "delirio" ma una dichiarazione di rigetto verso un mondo ipocrita e perbenista, una fuga esistenziale, un modo per rendere esplicita la crisi del sogno americano. Il film si svolge infatti nel 1971, all'alba di un decennio che rappresenta la pietra tombale sugli ideali universali e i sogni di rivoluzione e cambiamento degli anni sessanta. La guerra del Vietnam, le apparizioni di Nixon in televisione, l'edonismo sfrenato di cui proprio Las Vegas (con i suoi casinò, i suoi circhi, i suoi eventi ricchi di celebrità) è il simbolo, costringono di fatto i due protagonisti a fuggire da sé stessi e dal mondo, rifugiandosi in una realtà alternativa e ribelle, popolata da rettili umanoidi e visioni alterate, ma capace di mettere in luce le contraddizioni e le ipocrisie della società che li circonda. La regia di Gilliam, che dà sfogo a tutto il suo talento visionario (con l'uso del grandangolo, le inquadrature sghembe e ondeggianti, i colori caldi e forti della fotografia di Nicola Pecorini), è al servizio di una trama episodica e quasi inesistente, mentre è notevole il tour de force dei due interpreti, dove spicca soprattutto uno straordinario Depp, con la pelata e perennemente fuori di testa. Piccole parti per Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (la pittrice Lucy), Cameron Diaz (la ragazza bionda nell'ascensore), Ellen Barkin (la cameriera del diner), Gary Busey (il poliziotto stradale).

18 novembre 2022

Titane (Julia Ducournau, 2021)

Titane (id.)
di Julia Ducournau – Francia/Belgio 2021
con Agathe Rousselle, Vincent Lindon
***

Visto in TV (Now Tv).

Dopo aver fatto sesso con un'automobile (una Cadillac, per la precisione!), la taciturna e psicopatica ballerina Alexia (Agathe Rousselle) – che ha una placca di titanio nel cranio, in seguito a un'incidente in macchina quando era piccola – fugge di casa lasciandosi dietro una scia di sangue, e assume l'identità di Adrien, un ragazzo scomparso da dieci anni. Il padre di questi (Vincent Lindon), folle e carismatico comandante di una caserma di pompieri, la accoglie nella propria casa (e nella propria squadra), riconoscendola come suo figlio: o forse sa benissimo che non lo è, ma nel suo delirio la considera tale. Quello che Vincent ignora, però, è che Alexia è incinta di un ibrido uomo/macchina al titanio, appunto. Il secondo lungometraggio (dopo "Raw") di Julia Ducournau, vincitore a sorpresa al festival di Cannes (è la seconda Palma d'Oro assegnata a una regista donna, dopo quella a Jane Campion per "Lezioni di piano" che però aveva vinto ex aequo), è un film bizzarro, sorprendente, estremo, in certe cose disturbante, ma di sicuro originalissimo (anche se debitore, per certi versi, al cinema di David Cronenberg, Shinya Tsukamoto e Takashi Miike). La protagonista psicopatica e serial killer, l'assurdità della contaminazione uomo/macchina (con tanto di... perdite d'olio anziché di sangue o liquido amniotico), le atmosfere trasgressive, stranianti e surreali sono comunque al servizio della psicologia e dei sentimenti dei personaggi, evidenti in particolare nel rapporto "fra padre e figlio" che si instaura fra Vincent e Alexia/Adrien, ciascuno dei quali alla disperata ricerca di una "ricucitura" delle ferite di un passato tragico (solo accennato, ma non difficile da ricostruire). Affascinante e inquietante l'atmosfera, ottima la recitazione, ardita la regia (ben servita dalla colorata fotografia di Ruben Impens): è un film che difficilmente lascia indifferenti, nel bene e nel male, ma che merita di essere premiato per il tentativo di andare oltre i luoghi comuni del cinema preconfezionato. La bella colonna sonora di Jim Williams è condita da alcune canzoni fra cui anche una in italiano, "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli.

13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

6 agosto 2022

Spencer (Pablo Larraín, 2021)

Spencer (id.)
di Pablo Larraín – GB/Germania 2021
con Kristen Stewart, Timothy Spall
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre giorni della vita di Lady Diana (interpretata da un'ottima Stewart), quando la tormentata principessa del Galles, in occasione delle festività natalizie del 1991, trascorse da tutta la famiglia reale britannica nella tenuta della regina a Sandringham nel Norfolk, prese la decisione di divorziare dal principe Carlo. La ricostruzione degli eventi, naturalmente, è immaginaria (il sottotitolo del film è "Una favola tratta da una tragedia vera"), con l'attenzione del regista (e dello sceneggiatore Steven Knight) tutta proiettata sul personaggio principale, ritratto come infelice e depressa, sull'orlo del suicidio e della follia (le compare spesso davanti il fantasma di Anna Bolena, della quale sta leggendo una biografia, che la convince a tagliare i ponti con il marito e l'intera famiglia reale). Attorno a lei, un mondo fatto di formalità, di tradizioni, di controllo (ogni abito che deve indossare in ogni momento della giornata è stato già accuratamente scelto e preparato per lei), dove "non c'è futuro, e il passato e il presente sono uguali": una vera e propria prigione tanto all'interno quanto all'esterno (dove già impazzano quei fotografi e paparazzi che causeranno la sua fine, anche se non è quella la materia di questo film). Dopo "Neruda" e, soprattutto, "Jackie" (con cui ha moltissimo in comune, nel soggetto, nella forma e nei contenuti), un altro atipico biopic per il talentuoso Larraín, che sfoggia qui una regia quasi "kubrickiana" nella sua perfezione, con ampio ricorso alla steadycam, ai carrelli, alla cura di ambienti e primi piani. Il risultato è sobrio e solenne, apparentemente freddo (come la temperatura nel palazzo, reale o metaforica) ma in realtà che scava in modo tagliente e attento nella psicologia del personaggio. Anche Diana, in qualche modo, è legata al passato: a pochi passi da Sandringham si erge l'antica residenza degli Spencer, e uno spaventapasseri nei campi sfoggia il vecchio giaccone di suo padre, che la principessa scambierà con il proprio abito prima di fuggire dal palazzo insieme ai figli, in quello che sembra in tutto e per tutto il lieto fine di una favola (anche riappropriarsi del cognome "Spencer" sarà un po' un modo per ritrovare sé stessa e prendere le distanze dalla famiglia reale): per l'occasione, anche l'interessante ma angosciante colonna sonora di Jonny Greenwood, a base di musica da camera e sonorità sperimentali, lascia il posto a una canzone moderna, "All I need is a miracle" di Mike and the Mechanics. Stewart (nominata all'Oscar) è la mattatrice, ma attorno a lei si muovono attori come Timothy Spall (il maggiore Gregory, "sorvegliante" della tenuta), Sally Hawkins (Maggie, la cameriera personale di Diana), Jack Farthing (il principe Carlo) e Sean Harris (il capo cuoco).

10 aprile 2022

Donnie Darko (Richard Kelly, 2001)

Donnie Darko (id.)
di Richard Kelly – USA 2001
con Jake Gyllenhaal, Jena Malone
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Liceale con problemi psichiatrici, Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) riceve una notte la visita soprannaturale di "Frank", un individuo con un (mostruoso) costume da coniglio, che gli annuncia che la fine del mondo è prossima: mancano solo 28 giorni, 6 ore e spiccioli... La notte stessa, il motore di un aereo di linea piomba misteriosamente giù dal cielo, schiantandosi sulla casa dei Darko, e precisamente sulla stanza del ragazzo. E nei giorni che seguono, nel corso di un progressivo "distacco dalla realtà", il traumatizzato Donnie – che si è salvato soltanto perché era fuori di casa, in preda a un consueto sonnambulismo – compie una serie di atti vandalici (istigato da "Frank") ai danni della scuola e degli adulti ipocriti che lo circondano, si innamora di Gretchen (Jena Malone), una ragazza appena arrivata nel quartiere, e si lascia ossessionare dal concetto dei viaggi nel tempo, che potrebbe spiegare molte delle cose strane che gli accadono intorno... Da una sceneggiatura scritta dal regista stesso (all'esordio) subito dopo essersi diplomato alla scuola di cinema, un film bizzarro e unico nel suo genere: un thriller enigmatico che innesta suggestioni e angosce disturbanti, alla David Lynch, su uno scenario da tipica commedia scolastica liceale, con tanto di rapporti con gli amici, i famigliari, gli insegnanti in una piccola cittadina (in Virginia). Passato quasi inosservato alla sua uscita, si conquisterà rapidamente la fama di cult movie per il fascino che esercita su uno spettatore al quale vengono forniti numerosi elementi che sembrano acquistare significato soltanto con il senno di poi, al termine del "loop" temporale, o con una seconda visione (altamente ripagante: è un film che andrebbe certamente visto più di una volta). Eccezionale il comparto attoriale: Jake Gyllenhaal era quasi agli esordi, sua sorella Maggie interpreta la sorella maggiore dello stesso Donnie, i genitori sono Holmes Osborne e l'ottima Mary McDonnell, mentre fra i comprimari troviamo nomi noti come Drew Barrymore (l'insegnante di letteratura), anche produttrice, e Patrick Swayze (il "guru" del pensiero attitudinale), oltre a Katharine Ross (la terapista), Beth Grant (l'insegnante bigotta) e Jolene Purdy (la compagna introversa). Nella colonna sonora di Michael Andrews, anche canzoni dei Tears for Fears (compresa una cover di "Mad World"), Joy Division, Echo & the Bunnymen. Curiosità: il film si svolge nell'arco di 28 giorni (dal 2 ottobre 1988 al 30, Halloween): lo stesso periodo di tempo impiegato da Kelly prima per scriverlo e poi per girarlo. Nel 2009, senza il contributo del regista originale, è uscito "S. Darko", un sequel dedicato alla sorella minore di Donnie, Samantha.

18 ottobre 2021

American psycho (Mary Harron, 2000)

American Psycho (id.)
di Mary Harron – USA 2000
con Christian Bale, Chloë Sevigny
***

Visto in TV (Netflix).

Patrick Bateman (uno straordinario Bale), giovane broker di Wall Street e quintessenza dello yuppie newyorkese durante gli anni Ottanta (si vede Reagan in televisione), è segretamente un serial killer. Ha continuamente il bisogno di commettere omicidi violenti, un bisogno che sfoga su prostitute e senzatetto, ma anche – occasionalmente – sui propri colleghi, come nel caso di Paul (Jared Leto), che fa a pezzi con un'ascia. Dal romanzo cult di Bret Easton Ellis, uno dei ritratti più cinici, immorali e nichilisti (ma con toni da black comedy, bizzarramente accattivanti) del lato oscuro del capitalismo e del sogno americano, attraverso la figura di uno psicopatico sui generis che incarna una delle figure chiave dell'economia statunitense, il gestore di fondi d'investimento. Dedito alla cura del proprio corpo, all'edonismo e al narcisismo, ammiratore di Donald Trump (ma anche di Ted Bundy), fa sfoggio di ricchezza, frequenta ristoranti alla moda (o millanta di farlo), veste abiti firmati e confronta lo stile dei propri biglietti da visita con quelli dei colleghi: ma se questi sono semplicemente vuoti e superficiali, lui è anche misogino, sadico, violento e perverso. Narrata con uno stile così lucido da sembrare quasi astratto, la storia in sé è alquanto lineare (Bateman è sempre al centro dell'attenzione, non seguiamo altri personaggi all'infuori di lui, tanto da invitare quasi a una sorta di "partecipazione" ai suoi delitti), anche se nel finale si colora di ambiguità, suggerendo che tutto si svolga nella sua folle immaginazione: a questo proposito anche il romanzo lasciava intendere che Bateman fosse un narratore inaffidabile. Ciascuno dei delitti è abbinato a un diverso brano musicale (di Huey Lewis and the News, Phil Collins, Whitney Houston e i Genesis) che Patrick ascolta su CD, spiegandolo e introducendolo alla propria vittima. Frase tormentone (che contribuisce al collocamento temporale della vicenda): "Devo restituire delle videocassette". Chloë Sevigny è Jean, la segretaria di Bateman. Willem Dafoe è il detective della polizia. Nel cast anche Justin Theroux, Bill Sage, Josh Lucas, Reese Witherspoon, Samantha Mathis e Cara Seymour. Pur dividendo il pubblico e suscitando controversie per le scene di sesso e violenza, il film è stato accolto con favore dalla critica. Il titolo, forse involontariamente, rievoca il classico di Hitchcock "Psycho". "Le regole dell'attrazione", uscito nel 2002, ne è uno spin-off.

16 luglio 2021

Shine (Scott Hicks, 1996)

Shine (id.)
di Scott Hicks – Australia 1996
con Geoffrey Rush, Noah Taylor
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Il film racconta la vita di David Helfgott, pianista australiano che dopo una carriera da giovane prodigio fu colpito da disturbi schizofrenici, qui simbolicamente e artisticamente associati all'esecuzione del terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (il “Rach 3”), così monumentale e difficile da esaurire ogni energia fisica e psichica di un musicista incapace di controllare le proprie emozioni. Ma la vera origine dei problemi mentali di David, stando alla sceneggiatura di Jan Sardi, è da far risalire al rapporto problematico con un padre severo ed esigente, Peter (Armin Mueller-Stahl), ebreo di origine polacca, che da un lato ha contribuito a instillare nel figlio l'amore per la musica (“investendo” su di lui per compensare le proprie aspirazioni personali deluse), ma dall'altro lo ha sempre represso e ostacolato nella sua ricerca di un equilibrio personale, opponendosi per esempio alla sua uscita di casa quando viene invitato a studiare in America o in Inghilterra. Narrato in gran parte in flashback, il film segue tutta la vita di David, fra alti (pochi) e bassi (molti), mostrandone il progredire della pazzia di pari passo con le esibizioni pianistiche: e nonostante alcuni difetti (qualche deviazione dalla realtà dei fatti, una certa mancanza di sottigliezza e un finale un po' troppo conciliatorio) riesce a trasmettere come pochi altri – e grazie alla potenza delle immagini e della musica (l'esecuzione di un concerto diventa un vero e proprio tour de force fisico e mentale, un misto di fatica, suono e sudore che non può che condurre a un esaurimento nervoso) – il sottile legame fra genio e follia, fra arte e vita, fra passione e irrequietezza. David è interpretato, da bambino, adolescente e adulto, rispettivamente da Alex Rafalowicz, Noah Taylor e Geoffrey Rush. Quest'ultimo, che vinse l'Oscar (la pellicola ricevette in tutto sette nomination, comprese quelle per il miglior film e la regia), è l'unico dei tre a non aver bisogno di una controfigura nelle scene in cui suona: l'attore, che aveva studiato pianoforte fino ai 14 anni, ricominciò a prendere lezioni per non dover ricorrere a un “hand double”. Nel cast anche Nicholas Bell (Rosen), John Gielgud (Cecil) e Lynn Redgrave (Gillian).

19 aprile 2021

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Frank (id.)
di Lenny Abrahamson – Irlanda/GB 2014
con Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal
***

Visto in TV (Prime Video).

Jon (Domhnall Gleeson), giovane musicista e aspirante songwriter, viene assunto per caso come tastierista dai Soronprfbs, scalcinata e stravagante band sperimentale, il cui misterioso e carismatico leader Frank indossa sempre un capoccione gigante di cartapesta che ne nasconde le reali fattezze. Dopo un anno trascorso in un cottage nei boschi irlandesi a scrivere canzoni e a registrare un album, Jon convince Frank e i riottosi membri del gruppo – fra cui l'ostile e aggressiva Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona sintetizzatore e theremin – a recarsi in America per partecipare al festival di musica indie South by Southwest: qui, però, i problemi di salute mentale di Frank prenderanno una brutta piega... Ispirato alla storia vera di Chris Sievey (cui il film è dedicato) e del suo alter ego Frank Sidebottom, una pellicola bizzarra e con una qualità surreale che, almeno nella prima parte, la fa accomunare a certi film giapponesi. L'eccentricità di Frank (e un po' di tutta la banda) si scontra con la quotidianità e il realismo dell'ambientazione (che a tratti ricorda i film musicali di John Carney, irlandese come Abrahamson): e se il protagonista (nonché punto di vista dello spettatore) è Jon, la vera figura centrale della storia è senza dubbio Frank, sotto la cui maschera recita (e canta) l'ottimo Michael Fassbender: creativo, geniale, capace di trovare ispirazione in ogni cosa, eppure insicuro e sociopatico, con trascorsi in un ospedale psichiatrico, Frank diventa una figura di riferimento per Jon, che si convince che per diventare un artista di successo bisogna aver avuto un passato di difficoltà e sofferenza (lui invece è vissuto nella noia e nella serenità di una famiglia borghese e di una cittadina tranquilla): scoprirà che non necessariamente è così. A latere, il film affronta anche il tema del conflitto fra la musica più sincera ma ostica al pubblico che Frank suona e quella più commerciale e accessibile che Jon vorrebbe produrre, desiderando (come tutti) "essere amato". Nel cast anche Scoot McNairy (il manager Don, a sua volta problematico), Carla Azar (la batterista) e François Civil (il chitarrista).

29 settembre 2020

Ritual (Hideaki Anno, 2000)

Ritual (Shiki-jitsu)
di Hideaki Anno – Giappone 2000
con Shunji Iwai, Ayako Fujitani
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Di ritorno nella sua città natale, un regista (Iwai) incontra una bizzarra ragazza (Fujitani) con il volto dipinto e un ombrello rosso, che si sdraia sui binari dismessi della stazione ferroviaria. Incuriosito dal suo strano comportamento, comincia a frequentarla, poi a filmarla nella sua routine e nelle sue idiosincrasie, per trasferirsi infine da lei, in un grande edificio disabitato, dove vive circondata da oggetti di colore rosso e trascorre giornate sempre uguali, come a seguire una sorta di "rituale", oltre a confondere la fantasia con la realtà. Alienata e sciroccata, con un passato probabilmente tragico (che fine hanno fatto il padre, la madre e la sorella, che cita in continuazione?), la ragazza è sola e prigioniera di un loop. Ogni giorno afferma "Domani è il mio compleanno", posticipando di fatto il domani e trasformando l'oggi in ieri per ritardare la sua inevitabile morte. In effetti il suo desiderio, almeno all'inizio, è quello di sparire completamente: ma proprio l'incontro con il regista le dona una compagnia di cui non riesce più a fare a meno. Ambientato a Ube (città mineraria e industriale nel sud del Giappone) nell'arco di un mese esatto (con cartelli che scandiscono i giorni trascorsi e contano quelli che mancano), e interpretato dal regista di quel piccolo capolavoro che è "All about Lily Chou-Chou" (ma il personaggio sembra una proiezione dello stesso Anno, visto che si tratta di un regista d'animazione che aspira a dirigere anche film dal vivo), il secondo lungometraggio in live action dell'autore di "Evangelion" è tratto da un romanzo della stessa Ayako Fujitani (figlia, incredibile a dirsi, di Steven Seagal!), che l'attrice e il regista hanno adattato insieme: un racconto che parla della paura dell'abbandono (o del cambiamento) e di due solitudini che si incontrano e si consolano a vicenda, con l'assurdo e il folle che fanno capolino nella disperazione e nella tristezza, colorandole di rosso (o esaltando quello – colore del sangue, dopotutto! – già presente). Purtroppo la profondità dei temi, le belle immagini (la fotografia è di Yuichi Nagata) e l'ottima prova di Fujitani non riescono a compensare i dialoghi pesanti e filosofici e una trama esile e ripetitiva. E la pellicola, ahimè, può risultare soporifera, senza la crudezza di un Sion Sono, la folle violenza di un Miike o (solo in parte) l'astratta poesia di un Kitano. Nel cast anche Jun Murakami e Shinobu Otake. Il film è stato il primo a essere prodotto dallo Studio Kajino, la succursale dello Studio Ghibli che si occupa di pellicole dal vivo.

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

14 giugno 2020

Babadook (Jennifer Kent, 2014)

Babadook (The Babadook)
di Jennifer Kent – Australia 2014
con Essie Davis, Noah Wieseman
***

Visto in TV.

Dopo la morte del marito, Amelia (Davis) vive faticosamente da sola con il figlio Samuel. Il bambino è irrequieto e iperattivo, ha forti problemi di comportamento e di relazione con gli altri (anche e soprattutto per via della mancanza di un padre), ed è spaventato dai "mostri" che crede si nascondino nella vecchia casa, sotto il letto o nell'armadio, per affrontare i quali progetta ogni tipo di arma rudimentale. Quando trova per caso un libro illustrato sul perfido Babadook, creatura oscura e minacciosa, le sue paure crescono a dismisura. E l'ansia e l'angoscia cominciano a impossessarsi anche della madre, sempre più stressata, che inizia a sentirsi a sua volta perseguitata e a perdere il contatto con la realtà... Opera prima dell'australiana Jennifer Kent, ex attrice e assistente di Lars von Trier, questo horror domestico e claustrofobico sembra quasi una versione al femminile di "Shining", con la progressiva pazzia che si impadronisce di un genitore, mettendo in pericolo il suo stesso figlio (ci sono anche altri elementi in comune: la vecchia vicina di casa che ricorda il custode dell'albergo, o il fatto che Amelia facesse la scrittrice). Non c'è da stupirsi che sia piaciuto molto a Stephen King. Di suo, su una trama non troppo originale, aggiunge riflessioni sulle difficoltà della maternità, soprattutto quando si è una madre single: pur fra molte esagerazioni, colpiscono nel segno, anche perché provengono appunto da una cineasta donna. In ogni caso, in quanto horror, a tratti il film fa davvero paura, essendo girato premurandosi di non mostrare mai troppo apertamente il mostro (modellato su "Nosferatu") e lasciando che ad emergere sia "il male dentro di noi", da lui risvegliato, il che ne fa quasi un thriller psicologico sulla nevrosi e la pazzia, con atmosfere tenebrose e inquietanti. Il bambino, comunque, è davvero insopportabile.

19 maggio 2020

Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1969)

Dillinger è morto
di Marco Ferreri – Italia 1969
con Michel Piccoli, Anita Pallenberg
***

Rivisto in streaming, per ricordare Michel Piccoli.

Un progettista industriale (Piccoli) torna a casa dal lavoro. La moglie Anita (Pallenberg) ha mal di testa, ha preso dei sonniferi ed è già a letto. Lui si prepara la cena, guarda i filmini delle vacanze in Spagna, amoreggia con la domestica Sabina (Annie Girardot), trova una vecchia pistola arrugginita, la smonta e la ripulisce, la dipinge di rosso a pallini bianchi, uccide la moglie e se ne va via di casa. Marco Ferreri è un regista che trovo spesso ostico, ma questo è un film stranissimo che, nella sua eccentrica astrattezza, colpisce l'immaginario dello spettatore e che non si dimentica facilmente. Attraverso la rappresentazione minimalista e banale dei piccoli gesti della routine domestica, esprime tutta l'alienazione e l'assurdo che si celano nell'esistenza quotidiana. A questo proposito la chiave di lettura ci è fornita già dalle primissime scene, quelle ambientate in fabbrica, dove il protagonista ha disegnato una maschera antigas da usare sul luogo di lavoro. Un collega (interpretato da Gino Lavagetto) commenta: "L'isolamento in una camera che non debba comunicare con l'esterno, perché piena di un'atmosfera mortale, una camera quindi dove per sopravvivere è necessaria una maschera, ricorda molto le condizioni di vita dell'uomo contemporaneo". E in effetti il personaggio di Piccoli sembra proprio indossare per tutto il film una maschera che cela le sue emozioni e i sentimenti. Per via dell'assenza di una voce fuori campo che esprima i suoi pensieri (l'uomo è quasi sempre in scena da solo, e i suoi gesti sono accompagnati per lo più dalla musica della radio che ascolta), non sappiamo cosa stia elucubrando, e anche per questo la sua scelta finale ci coglie del tutto di sorpresa, visto che non ci sembrava in preda a dilemmi esistenziali o a conflitti interiori. Forse è genericamente la noia, l'insoddisfazione o l'infelicità per la routine di una vita senza significato a prendere di colpo il sopravvento sulle sue azioni, che in precedenza si erano limitate a far venire in superficie alcuni atteggiamenti curiosi o ludico-infantili. Si torna dunque allo straniamento in un mondo moderno, industriale e consumistico, dove le forme di intrattenimento (la tv, la radio) sono solo apparentemente valvole di sfogo a un bisogno di emergere, viaggiare e fuggire che le consuetudini sociali e le norme morali ostacolano ("In queste condizioni, la vecchia alienazione diventa impossibile", commenta sempre il collega). Piccoli, cui Ferreri lasciò ampia libertà nell'interpretazione del personaggio (ai limiti dell'improvvisazione), era alla prima collaborazione (di sette) con il regista. I giochi con le mani che "recitano" e danzano sono opera di Maria Perego. Il titolo del film fa riferimento al celebre rapinatore di banche John Dillinger, la cui morte è riportata nei giornali d'epoca che avvolgono la pistola: un personaggio iconico e suggestivo che faceva parte di un mondo (e un immaginario avventuroso) ormai scomparso. La pellicola fu girata nella casa romana del pittore Mario Schifano (di cui si intravedono alcuni dipinti appesi alle pareti). La cucina è invece quella di Ugo Tognazzi. L'ultima sequenza è ambientata nelle acque di Portovenere, in Liguria, dove il protagonista si imbarca romanticamente su una nave a vela diretta a Tahiti, simbolo e inizio di una nuova vita.

18 aprile 2020

Comma 22 (Mike Nichols, 1970)

Comma 22 (Catch-22)
di Mike Nichols – USA 1970
con Alan Arkin, Martin Balsam
**1/2

Visto in divx.

In una base aeronautica americana in Italia, da dove i piloti partono per bombardare gli obiettivi strategici (o meno) nel Mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, il capitano Yossarian (Alan Arkin) cerca inutilmente di farsi congedare dopo aver completato il numero di missioni necessarie per avere diritto all'avvicendamento. Inutilmente non solo perché il colonnello Cathcart (Martin Balsam) continua arbitrariamente ad alzare tale numero; ma soprattutto perché il famigerato "comma 22" del regolamento militare impone che l'unica condizione valida per essere sollevati dal servizio è quella di essere pazzi: ma chi chiede di essere sollevato dal servizio, per definizione, non è pazzo. Dal romanzo di Joseph Heller (da cui recentemente è stata tratta anche una serie televisiva), una pellicola che, sulle orme di "MASH", intende mettere in luce l'assurdità e la follia che circonda ogni attività bellica. Attorno a Yossarian, infatti, si muovono personaggi alienati, grotteschi, slegati dalla realtà e protagonisti di episodi all'insegna del paradosso, della pazzia, del cinismo e dell'assurdo, con il continuo contrasto fra follia e normalità (Yossarian, che fa di tutto per farsi passare per pazzo, compreso l'andare in giro senza vestiti, appare comunque più sano e lucido di coloro che gli stanno intorno: un mondo dove il capitalismo e l'opportunismo sembrano avere più valore della vita umana o persino dell'elemento cardine della propaganda bellica, ossia il patriottismo). Pur non privo di momenti brillanti, al film mancano però l'efficacia parodistica e l'ironia surreale del capolavoro di Altman, e la continua alternanza di registri (dal grottesco al realistico) lascia spesso disorientati. Al terzo lavoro, Nichols non ottenne lo stesso riscontro dei precedenti "Chi ha paura di Virginia Woolf" e "Il laureato", ma il film è rimasto comunque nell'immaginario collettivo anche grazie a un ampio cast dove spiccano Jon Voight (il tenente maneggione Minderbinder, che mette in piedi il "monopolio" M&M Enterprises, con il quale fa affari vendendo o barattando materiale della truppa: pian piano la sua impresa diventa più importante dell'esercito o della guerra stessa), Anthony Perkins (il cappellano), Bob Newhart (il maggiore Maggiore, che riceve nel proprio ufficio solo quando non c'è) e Orson Welles (il generale Dreedle). E ancora: Art Garfunkel (sì, il cantante, al debutto sullo schermo: tre anni prima, insieme a Paul Simon, aveva firmato la celeberrima colonna sonora de "Il laureato"), Buck Henry (anche sceneggiatore), Bob Balaban, Richard Benjamin, Jack Gilford (il medico), Norman Fell, Martin Sheen. Paula Prentiss è l'infermiera, Susanne Benton l'attendente di Dreedle, Olimpia Carlisi è Luciana (la ragazza conosciuta a Piazza Navona), Marcel Dalio il vecchio italiano nel bordello.

3 aprile 2020

The voices (Marjane Satrapi, 2014)

The voices (id.)
di Marjane Satrapi – USA/Germania 2014
con Ryan Reynolds, Anna Kendrick
**1/2

Visto in TV.

Lo schizofrenico Jerry (un ottimo Ryan Reynolds), quando non assume i farmaci che la sua psicoterapeuta (Jacki Weaver) gli prescrive, "sente le voci", che la sua mente malata gli fa percepire come provenienti dai suoi animali domestici, il cane Bosco e il gatto Mr. Whiskers. Questi rappresentano rispettivamente la sua coscienza buona (che lo invita a contenere i propri istinti) e quella cattiva (che lo incita a vivere secondo la "legge della giungla"). Invaghito della bella Fiona (Gemma Arterton), adetta alla contabilità presso la fabbrica di vasche da bagno dove lavora, la uccide senza volerlo: e con la testa della ragazza, anch'essa "parlante", rinchiusa nel suo frigo, finirà per trasformarsi suo malgrado in un serial killer... Il primo lavoro in lingua inglese della (ex?) fumettista Marjane Satrapi (già nota per "Persepolis") è una pellicola decisamente bizzarra, scritta dallo sceneggiatore televisivo Michael R. Perry (alla prima esperienza con il cinema), che parte come una rom-com leggera e dai toni surreali per poi trasformarsi in una black comedy, senza risparmiare momenti di puro horror e da cupo thriller psicologico. Complessivamente, però, la miscela funziona. E per due ragioni: la sceneggiatura, che non si prende mai troppo sul serio, mantenendosi in bilico fra il punto di vista allucinato e deformato del protagonista (la cui immaginazione "colora" il mondo che gli sta intorno) e i drammi familiari che stanno alla base dei suoi problemi mentali; e il buon cast, che comprende anche Anna Kendrick nei panni di Lisa, la collega di Fiona che, innamorata a sua volta di Jerry, riesce brevemente a far breccia nella sua personalità. Co-prodotto dalla Germania, pur essendo ambientato negli Stati Uniti (nella fittizia cittadina di Milton) il film è stato girato a Berlino, con attori tedeschi in ruoli di contorno.

10 ottobre 2019

Joker (Todd Phillips, 2019)

Joker (id.)
di Todd Phillips – USA 2019
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Aspirante comico e cabarettista dalla salute mentale cagionevole, Arthur Fleck (Phoenix) lavora come clown per negozi e ospedali e ha ricevuto soltanto calci dalla vita. In un mondo senza empatia, sottoposto a frustrazioni e pressioni sociali di ogni tipo, finirà con l'esplodere, trovando nella violenza una valvola di sfogo e trasformando ogni tragedia in una ragione di riso. Origin story per lo psicopatico e acerrimo nemico di Batman: ma chi pensasse di trovarsi di fronte a un cinecomic come tanti altri, tutto azione, battutine ed effetti speciali, si sbaglia di grosso. Pur ambientato a Gotham City, e con apparizioni di personaggi quali Thomas Wayne (il padre di Bruce) nonché – fugacemente – del suo figlioletto e del maggiordomo Alfred, non c'è quasi nulla che rimandi al colorato universo dei supereroi in calzamaglia. Siamo più dalle parti di pellicole scorsesiane come "Taxi driver", con la sua analisi del disagio sociale e dei meccanismi della violenza, e di "Re per una notte", fonti di ispirazione talmente evidenti da essere esplicitate con la presenza di Robert De Niro nel ruolo di un anchorman televisivo che ricorda moltissimo proprio il secondo dei film citati. Frase cult: "Quando ero un bambino e dicevo alle persone che volevo fare il comico, tutti ridevano. Adesso invece nessuno ride". Qualche (ottusa) polemica in patria, con l'accusa di aver voluto far empatizzare il pubblico con un criminale e giustificare le ragioni delle sue azioni, che peraltro si dipanano in un contesto dai toni esasperati ma realistici, in una città sconvolta dalle tensioni sociali: tanto che le imprese del Joker hanno una forte risonanza fra le classi più disagiate, fomentando un movimento di rabbia e di protesta i cui membri indossano maschere da pagliaccio che sembrano alludere a quelle di Guy Fawkes dei vari Anonymous od Occupy Wall Street. Il classico accostamento fra l'apparente leggerezza e ilarità della figura del clown con la tristezza e la violenza è, ancora una volta, quanto mai efficace. E accettando la propria identità di Joker (quello di Arthur Fleck, come scopre il protagonista, in fondo non è mai stato il suo vero nome), il personaggio rinasce a una nuova vita che saprà sollevarlo dalle umiliazioni, sia pure provocando morte e violenza, in cui sguazza ridendo e ballando. In mezzo al caos e alla distruzione, assistiamo fugacemente anche alle origini di Batman (con l'assassinio dei genitori di Bruce Wayne). Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Scott Silver), si è forse ispirato a storie a fumetti come "The killing joke" di Alan Moore: prima di questa pellicola, la sua carriera di regista era stata assolutamente mediocre (i suoi lavori più famosi sono le commedie come "Una notte da leoni" e similari). Stratosferica la prova di Phoenix, che per interpretare la parte è dimagrito di 24 chili (un tour de force che ricorda quello di De Niro in un'altra pellicola di Scorsese, "Toro scatenato"): forse quest'anno l'Oscar per il miglior attore è già prenotato. Nel frattempo il film, che potrebbe diventare il primo di una serie di lungometraggi dark e a sé stanti sui personaggi più tenebrosi dell'Universo DC, ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia. E pur essendo stato girato a basso budget (relativamente parlando, s'intende), ha riscosso un ottimo successo di pubblico. Dopo le delusioni al botteghino e le stroncature della critica per molte pellicole che scimmiottavano quelle della concorrente Marvel, la Warner sembra aver compreso che è meglio ridimensionare la natura interconnessa del DC Extended Universe e realizzare invece film che abbiano una propria identità autonoma: anche per questo motivo si è scelto di non ricorrere a Jared Leto, che aveva interpretato il Joker in "Suicide Squad" (il personaggio, in passato, ha avuto naturalmente anche i volti – fra gli altri – di Jack Nicholson e di Heath Ledger). Da notare come la copia vista al cinema avesse molte scene "localizzate" in italiano (lettere, giornali e biglietti da visita).

20 settembre 2019

Love me tender (Klaudia Reynicke, 2019)

Love me tender
di Klaudia Reynicke – Svizzera 2019
con Barbara Giordano, Antonio Bannò
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Marisa (rassegna di Locarno). Erano presenti la regista e l'interprete.

Terrorizzata dal mondo esterno e iperprotetta dai genitori, Seconda (così chiamata perché nata dopo una sorella scomparsa a 5 anni) si rifiuta di uscire dal proprio appartamento. Dopo l'improvvisa morte della madre e l'inattesa fuga del padre, la giovane sarà costretta a cavarsela da sola. Tragicommedia dai toni un po' surreali, sui temi della pazzia e del superamento dei limiti autoimposti: lo spunto non può che ricordare il bel film coreano "Castaway on the moon", ma se in quel caso gli sviluppi della vicenda, per quando assurdi e sopra le righe, apparivano comunque naturali e permettevano allo spettatore di empatizzare con i protagonisti, in questo caso molti aspetti risultano troppo astratti o del tutto random o gratuiti. Certo, si (sor)ride di fronte alle peripezie della ragazza, alla sua difficoltà di rapportarsi con il mondo esterno, ai maldestri tentativi di suicidio, alle vicissitudini che coinvolgono – fra gli altri – Santo, il malcapitato ragazzo al quale chiede aiuto, ed Henry, l'insistente agente di riscossione dei debiti; e a vivacizzare il tutto ci sono gli incontri di Seconda con sé stessa da bambina. Ma l'impressione è che si proceda a casaccio, un po' in tutte le direzioni, senza un vero traguardo in mente (tanto che il finale astratto è tutt'altro che memorabile). Pretestuosa la lettura femminista e anti-patriarcale avanzata da alcune critiche. Molto buona comunque la prova della Giordano, che si esprime attraverso una recitazione assai "fisica". La regista, di origine peruviana, è anche sceneggiatrice e co-autrice delle musiche.

27 luglio 2019

Il club (Pablo Larrain, 2015)

Il club (El club)
di Pablo Larraín – Cile 2015
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***

Visto in divx.

In una casa sulla costa, nel sud del Cile, quattro preti allontanati dalle loro parrocchie perché colpevoli di vari crimini (pedofilia, omosessualità o connivenza con la dittatura) conducono una vita riservata e da reclusi in compagnia di una suora sorvegliante (Antonia Zegers). In teoria dovrebbero trascorrere il tempo in preghiera e penitenza, ma in realtà si dedicano soprattutto ad addestrare un levriero per farlo competere nelle corse dei cani e guadagnare soldi con le scommesse. Sotto un'atmosfera grigia e plumbea, le cose peggiorano dapprima quando l'ingresso di un quinto prete trascina con sé anche un uomo – il suo ex chierichetto, diventato ora un folle barbone (Roberto Farías) – che lo accusa di aver abusato di lui; e poi precipitano con l'arrivo di un "consulente spirituale", padre Garcia (Marcelo Alonso), che vorrebbe instaurare regole più rigide e magari chiudere addirittura la casa... Larraín parla di chiesa e di pedofilia, è vero, ma tra le righe si riferisce soprattutto alla dittatura cilena (e alla successiva resa dei conti): non solo perché uno dei sacerdoti è stato un cappellano militare, che come confessore conosce (e serba per sé) tanti segreti dei torturatori, ma perché l'intera vicenda è una metafora su vittime e carnefici, su chi è colpevole (ma non prova sensi di colpa, anzi preferirebbe dimenticare tutto e trascorrere una vecchiaia tranquilla) e su chi non può far a meno di ricordare, o gridare al mondo, quello che gli è successo. Cupo e d'atmosfera, il film non banalizza l'argomento, mostrandone invece tante sfaccettature senza retorica o qualunquismo: parla di sofferenza, dolore, morte, violenza, sopraffazione, controllo dei propri istinti, espiazione, vendetta e follia, lasciando che i punti di vista di ciascuno vengano alla luce e illustrando le turbe psichiche di vittime e carnefici, prigionieri in fondo gli uni degli altri e legati indissolubilmente fra loro. Fra i quattro sacerdoti spicca Alfredo Castro (intenso come sempre) nei panni di padre Vidal. Gran premio della giuria al Festival di Berlino.