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9 luglio 2022

Rollerball (Norman Jewison, 1975)

Rollerball (id.)
di Norman Jewison – USA/GB 1975
con James Caan, John Houseman
***

Rivisto in DVD, per ricordare James Caan.

In un mondo futuro in cui le nazioni non esistono più e sono state sostituite da potenti corporazioni (ogni città del pianeta è responsabile della produzione di un particolare bene), l'unica valvola di sfogo consentita è il Rollerball, uno sport estremamente violento di cui Jonathan E. (James Caan), capitano della squadra di Houston, è il veterano e il campione riconosciuto. Ma quando il dirigente della corporazione dell'Energia che gestisce la sua squadra (John Houseman) gli ordina di ritirarsi dallo sport, Jonathan inizia a interrogarsi sui motivi e prende finalmente coscienza del fatto che le corporazioni controllano ogni aspetto della vita dei cittadini, persino quelli più privati (in passato gli era stato imposto di lasciare la propria moglie), e decide di ribellarsi. L'uomo da solo contro il sistema e il potere: la metafora socio-politica non potrebbe essere più evidente. Da un racconto di William Harrison, un film che si iscrive nel filone distopico tanto in voga negli anni Settanta, anche se non del tutto all'altezza di capolavori come "Arancia meccanica", "Fahrenheit 451" o "2022: i sopravvissuti". Il punto di forza, che gli ha consentito di diventare a suo modo un classico, è sicuramente il tema dello sport, con il Rollerball (una disciplina che si pratica su piste circolari, con una sfera di ferro che rotola in stile flipper, e dove i giocatori si muovono su pattini a rotelle o a bordo di motociclette corazzate, spintonandosi o prendendosi a mazzate) che – man mano che il film procede, e che la soppressione delle regole rende sempre più brutale e sanguinoso – si trasforma in una sorta di competizione all'ultimo sangue come quelle fra i gladiatori nell'arena (il finale, in cui il pubblico grida all'unisono il nome di Jonathan, evoca "Spartacus" e simili). In questo, la pellicola ricorda la contemporanea "Anno 2000 - La corsa della morte" (Death Race 2000), che però premeva più sul pedale della satira. Gli incontri cui assistiamo durante il film (violenti e dinamici: fu una delle prime pellicole hollywoodiane ad accreditare i nomi degli stuntmen nei titoli di coda) sono in tutto tre, in ordine crescente di violenza: quelli di Houston contro Madrid, Tokyo e New York. Iconica l'uniforme di Caan, arancione con il numero 6. Meno riuscito l'aspetto sociopolitico, troppo sfumato (lo stesso protagonista cerca inutilmente di ottenere informazioni sulle "guerre corporative" che hanno plasmato il mondo, consultando per esempio Zero, il computer-archivista "liquido" di Ginevra che conserva tutto lo scibile umano ma con la memoria corrotta) e che oggi appare particolarmente datato nel ritmo e nella regia, accrescendo ancora di più il contrasto con le sequenze delle partite. Nel cast anche John Beck (Moonpie, il compagno di squadra), Maud Adams, Moses Gunn e Ralph Richardson (l'archivista). La colonna sonora è a base di musica classica, in particolare con la Toccata e fuga in re minore di Bach (sui titoli di testa e di coda) e l'Adagio di Albinoni (sui video della moglie). Un remake nel 2002.

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è davvero e sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

2 marzo 2019

Un colpo da dilettanti (Wes Anderson, 1996)

Un colpo da dilettanti (Bottle Rocket)
di Wes Anderson – USA 1996
con Luke Wilson, Owen Wilson
**

Visto in divx.

Appena uscito – con una finta "fuga" a beneficio dell'amico Dignan (Owen Wilson) – da una clinica psichiatrica dove era stato ricoverato per un "esaurimento emotivo", il fragile e depresso Anthony (Luke Wilson) si lascia coinvolgere da questi, entusiasta e iperattivo, a organizzare una rapina insieme all'autista Bob (Robert Musgrave). Sprovveduti, stralunati e sognatori, i tre si riveleranno tutt'altro che tagliati per il ruolo. E mentre Anthony si innamorerà di Inez, ragazza delle pulizie (che parla solo spagnolo) nel motel in cui i tre soggiornano, il "colpo" pianificato da Dignan avrà esiti tragicomici... Una commedia indie leggera e svagata che segna l'esordio del regista Wes Anderson, nonché dei fratelli Owen e Luke Wilson (il primo anche co-sceneggiatore). Un terzo Wilson, Andrew, interpreta John, il fratello "bullo" di Bob. Più spontaneo e meno artificiale dei film successivi del regista, ne ha però già alcuni difetti, come l'intrinseco infantilismo dei personaggi, l'eccesso di forma sulla sostanza e la mancanza di senso ultimo. Alcune scene azzeccate, con momenti o dialoghi divertenti, sono sparse in un mare di esistenzialismo sconclusionato. Nel ruolo dell'ex boss di Dignan, gangster part time e titolare di un'impresa di giardinaggio, James Caan è solo il primo di una serie di attori affermati che accettano di rendersi strampalati o ridicoli in un film di questo regista. Il titolo originale è lo stesso di un cortometraggio girato quattro anni prima da Anderson e Owen Wilson quando erano compagni di università.

22 dicembre 2016

Killer elite (Sam Peckinpah, 1975)

Killer elite (The Killer Elite)
di Sam Peckinpah – USA 1975
con James Caan, Robert Duvall
*1/2

Rivisto in DVD.

Mike Locken (James Caan) lavora per un'agenzia privata di mercenari che offre i propri servizi al miglior offerente, a partire dalla CIA. Tradito dall'amico George (Robert Duvall), che gli spara durante una missione (ma lasciandolo in vita), ha l'opportunità di tornare in azione quando gli viene assegnato il compito di proteggere un politico cinese (Mako) dagli attentati di un gruppo di ninja (!), guidati proprio da George. Messa insieme una squadra di elementi borderline ma fidati – il cecchino Miller (Bo Hopkins) e l'autista Mac (Burt Young) – Mike avrà la sua resa dei conti con George, ma dovrà vedersela anche con il doppio gioco dei suoi superiori (Arthur Hill e Gig Young). Confuso film di spionaggio e di azione, forse il titolo meno memorabile di tutta la filmografia di Peckinpah, che lo diresse sotto la stretta supervisione del produttore Mike Medavoy nel tentativo di dimostrarsi ancora affidabile agli occhi delle major hollywoodiane dopo i dissidi, i flop e i problemi di alcool e di droga sul set dei film precedenti. Se alcuni singoli momenti sono buoni (l'incipit con il tradimento di George, le dinamiche della nuova squadra, lo scontro finale con i ninja su una flotta di navi in disarmo al largo di San Francisco), l'insieme è decisamente poco riuscito: ritmo e narrazione mancano di equilibrio, le motivazioni dei personaggi non vengono approfondite più di tanto (al di là, come spiega il critico Valerio Caprara, di "un universo regressivo, dove il bene e il male sono misurati su criteri strettamente utilitaristici") e gli elementi legati alle arti marziali (assai di moda in quegli anni, sull'onda del successo di Bruce Lee) appaiono goffi e ridicoli. Persino i temi che sarebbero nelle corde del vecchio Sam (l'amicizia virile, l'onore, il tradimento) sono affrontati con meccanicità o svogliatezza. Il lungo inserto con la riabilitazione di Mike potrebbe essere letto come un messaggio dello stesso Peckinpah ai suoi produttori ("Mi sono ripreso, sono pronto a tornare in azione"). Lo scrittore Tom Clancy (non coinvolto nel soggetto o nella scrittura del film) recita nel ruolo di O'Leary, l'uomo della CIA. È l'ultima collaborazione di Peckinpah con il compositore Jerry Fielding, che lavorava con lui sin dai tempi de "Il mucchio selvaggio".

27 agosto 2016

Bolero (Claude Lelouch, 1981)

Bolero (Les uns et les autres)
di Claude Lelouch – Francia 1981
con Robert Hossein, Nicole Garcia
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Un grande affresco sul destino e sul potere della musica, raccontato attraverso le vicende di quattro famiglie di diversa nazionalità (francese, americana, russa, tedesca) ma accomunate dalla passione per la musica e il balletto, che si dipanano dalla metà degli anni trenta all'inizio degli anni ottanta (attraversando così i grandi eventi della storia, a cominciare dalla seconda guerra mondiale). Le storie dei personaggi scorrono in parallelo, sfiorandosi e incrociandosi più volte, fino a quando il fato li farà convergere tutti in un unico punto: un concerto sotto la Torre Eiffel in cui viene eseguito il "Bolero" di Ravel con la celebre coreografia "circolare" di Maurice Béjart (in cui un solo ballerino danza all'interno di un cerchio rosso, con altri che gli ruotano intorno). E circolare è anche l'andamento della pellicola, che nonostante la lunga durata (tre ore) scorre rapidamente e senza tempi morti. Si comincia nel 1936, con la presentazione di quattro coppie: Tatiana (Rita Poelvoorde), danzatrice del Bolshoi, che sposa il suo impresario Boris Itovitch (Jorge Donn); gli ebrei francesi Anne (Nicole Garcia) e Simon Meyer (Robert Hossein), che suonano nelle orchestre dei cabaret di Parigi; il giovane pianista tedesco Karl Kremer (Daniel Olbrychski), apprezzato anche da Hitler, e sua moglie Magda (Macha Méril); il compositore americano di canzonette Jack Glenn (James Caan), leader di un'orchestrina jazz, e sua moglie Suzanne (Geraldine Chaplin). Lo scoppio del conflitto mescola le carte: Boris muore al fronte, lasciando sola Tatiana con il figlio Sergei; Anne e Simon vengono deportati (e sono costretti ad abbandonare il loro neonato, che Anne cercherà poi di rintracciare per tutta la vita); Karl viene inviato con le truppe di occupazione a Parigi, dove avrà una fugace relazione con la chanteuse Évelyne (Évelyne Bouix), dalla quale a sua insaputa nasce Édith; Jack suona con la sua banda in Europa ed è presente a Parigi il giorno della liberazione, mentre in patria lo attendono la moglie e i figli Jason e Sarah. Negli anni successivi, mentre Karl diventa un celebrato direttore d'orchestra (ma i legami con il nazismo continueranno a gettare un'ombra su di lui), l'attenzione si sposta sulla generazione successiva: Robert (sempre Hossein), il figlio di Anne, nel frattempo adottato da un parroco, combatterà la guerra in Algeria, diventerà un avvocato e avrà un figlio, Patrick (Manuel Gélin), che eredita la passione per la musica dalla nonna; Sarah (sempre la Chaplin) avrà successo come cantante pop, assistita dal fratello manager Jason (sempre Caan); Sergei (sempre Donn), celebre ballerino, fuggirà dall'Unione Sovietica per stabilirsi in occidente; Édith (sempre la Bouix), dopo alterne fortune, diventa un'annunciatrice televisiva e contribuirà a organizzare il concerto che vedrà riuniti tutti i personaggi.

Il succedersi delle generazioni ne mette in mostra gli elementi in comune (la musica in primo luogo, autentico filo conduttore del destino dei personaggi) ma anche le differenze: nonostante le difficoltà, i drammi e gli orrori della guerra, le coppie originali mantengono quella visione e quell'ottimismo che le spingono a non arrendersi mai e a cercare di sopravvivere a ogni costo, a portare avanti i propri sogni e poi quelli dei propri figli. La generazione intermedia, invece, sembra molto meno felice: si succedono malattie (Sarah), divorzi (Robert), tentati suicidi (Jason, uno degli amici di Robert). I più giovani, infine, rappresentati da Patrick, sono una pagina ancora bianca, il cui destino è tutto da scrivere. Ma è bello come, nel concerto finale, a contribuire al risultato comune ci siano rappresentanti di tutte e tre le generazioni (Karl dirige l'orchestra, Sergei danza il "Bolero", Sarah e Patrick cantano). Se la sceneggiatura (dello stesso Lelouch) cerca di dare il sufficiente spazio sotto i riflettori a tutti i personaggi (compresi quelli minori o di contorno: si pensi a Évelyne, o agli amici di Robert, compagni d'arme in Algeria), la regia è ariosa, fra movimenti circolari che seguono gli attori con il grandangolo (per esempio quando salgono o scendono le scale), lunghi piani sequenza (memorabile quello alla stazione di Parigi, alla fine della guerra, che mostra il ritorno di Anne dal campo di concentramento e, contemporaneamente, la partenza di Karl per la Germania). Bello anche, nel finale, il momento dell'incontro fra Robert (cresciuto ignaro dell'identità dei propri genitori) e sua madre Anne nell'istituto psichiatrico, accompagnato dalle prime note di quel "Bolero" che proseguirà poi sulle immagini del ballo di Sergei. La ricca colonna sonora (che naturalmente comprende molti brani di vari generi: dalla musica classica a quella leggera) è opera, fra gli altri, di Michel Legrand. I personaggi sono immaginari, ma non è difficile riconoscere le ispirazioni a celebri musicisti o figure iconiche del ventesimo secolo (Karajan, Nureyev, Edith Piaf, Glenn Miller, ecc.). Nel cast, in ruoli minori, anche Jean-Claude Brialy, Fanny Ardant, Jacques Villeret, Richard Bohringer, Alexandra Stewart, Jean-Claude Bouttier, Francis Huster e persino, non accreditata, una giovanissima Sharon Stone. I titoli di testa sono parlati. Il film vinse il Grand Prix tecnico al Festival di Cannes.

28 marzo 2016

Conto alla rovescia (R. Altman, 1968)

Conto alla rovescia (Countdown)
di Robert Altman – USA 1968
con James Caan, Robert Duvall
**

Visto in divx.

Per anticipare i sovietici, che stanno per inviare sulla Luna una capsula con tre cosmonauti, la NASA accelera a sua volta il programma segreto Pilgrim: con sole tre settimane di addestramento verrà lanciato sul satellite l'astronauta civile Lee Stegler (James Caan), scelto a discapito dell'amico Chiz (Robert Duvall) perché quest'ultimo è un militare e gli Stati Uniti non vogliono – al pari dei russi – dare l'impressione che la conquista della Luna abbia connotazioni belliche. Fra Lee e Chiz scoppia un'accesa rivalità, ma alla fine il secondo accetta di addestrare il primo per la difficile missione. Un film di hard science fiction che segna il ritorno di Altman al cinema dopo un paio di tentativi senza successo e un decennio trascorso a lavorare per lo più in televisione. La pellicola affronta un tema che era quanto mai di attualità, visto che in quegli anni la guerra fredda si combatteva anche nello spazio e la conquista della Luna era ormai percepita da tutti come imminente (avverrà infatti l'anno dopo). In ogni caso, rispetto a quella dell'Apollo 11, il film (tratto da un romanzo di Hank Searls) racconta una missione leggermente diversa: gli americani inviano un solo uomo sulla Luna (i russi tre), e questi dovrà rimanere sul satellite per quasi un anno, all'interno di un "rifugio" lanciato in precedenza, in attesa che una capsula successiva giunga a riprenderlo. Pur realizzato con un budget notevolmente basso, la pellicola è ben curata dal punto di vista scientifico, anche se tutto sembra su "piccola scala", compresa l'organizzazione della NASA (che ha collaborato alla realizzazione). Peccato che sia nel complesso poco emozionante, con poca suspense e con personaggi debolmente caratterizzati (il rapporto fra Lee e Chiz si basa solo sulla loro amicizia/rivalità): si salva la scena in cui Lee, sulla Luna, trova i cosmonauti russi morti ed espone la bandiera sovietica insieme a quella americana. La colonna sonora è di Leonard Rosenman. Ad Altman fu rifiutato il montaggio finale.

22 giugno 2012

Detachment (Tony Kaye, 2011)

Detachment – Il distacco (Detachment)
di Tony Kaye – USA 2011
con Adrien Brody, Sami Gayle
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso, e al contempo così presente al mondo", recita la frase di Albert Camus da cui proviene il titolo del film. Anche il professor Barthes (un sofferto e intenso Adrien Brody) la pensa così: chiamato a insegnare come supplente in un problematico liceo di periferia, frequentato dai "peggiori elementi del distretto", per svolgere al meglio il suo ruolo si presenta ormai privo di sentimenti da ferire o da offendere, quasi anestetizzato dalle durezze della vita. Il suo cinismo, la sua disillusione e i suoi modi spicci gli consentono di non lasciarsi coinvolgere dalla spirale di pessimismo e di negatività che circonda invece i suoi colleghi, docenti e consulenti scolastici lasciati soli nel lavoro come nella vita. E apparentemente gli forniscono pure uno scudo contro i suoi tormenti interiori (ricordi d'infanzia, problemi personali e famigliari). Anche lui, però, sarà costretto a prendere atto del proprio fallimento: il suo breve passaggio come supplente lascerà poche tracce, e come gli altri insegnanti continuerà a essere percepito come una "non persona". Con uno stile da cinema indipendente e un realismo quasi documentaristico, ma senza rinunciare ad attori di fama hollywoodiana (oltre a Brody ci sono, fra gli altri, James Caan, Lucy Liu e Marcia Gay Harden), il regista pubblicitario Tony Kaye realizza un film sulla scuola e sulle problematiche degli studenti osservate dal punto di vista degli educatori, colmo – come il precedente "American History X" – di filosofia nichilista e apocalittica e che non offre facile soluzioni o improbabili riscatti finali. "Ogni insegnante, a un certo punto, crede di poter fare la differenza", si sente dire all'inizio. Ma quelli come Barthes hanno perso da tempo questa illusione, di fronte a ragazzi senza alcun interesse o ambizione (tranne quei pochi che invece, proprio per la loro acuta sensibilità, sono destinati a soffrire o addirittura a spingersi fino al suicidio), a burocrati che non si rendono conto della reale situazione della scuola, a genitori assenti (esemplare la scena dell'incontro con gli insegnanti, disertata da tutti) oppure violenti e oppressivi. Persino Barthes rifiuta inizialmente di fare da padre a Erica (Sami Gayle), la giovanissima prostituta che ha salvato dalla strada e accolto temporaneamente in casa sua, mentre d'altro canto cerca a fatica di insegnare ai suoi alunni il libero pensiero e la forza dell'immaginazione contro le imposizioni del marketing e le idee assimilate. Un po' di retorica (nei dialoghi fra studenti e insegnanti), qualche banalità (tutta la sottotrama con la baby prostituta) e un eccesso di riflessioni metafisiche appesantiscono però un film che per l'argomentro trattato avrebbe meritato di meglio, soprattutto a livello di scrittura (alcune scene, come quella in cui Barthes sclera con la collega che l'ha visto abbracciato a una delle sue studentesse, vanno davvero troppo sopra le righe). Kaye sovrappone elementi – ricordi del protagonista, disegni infantili sulla lavagna, divagazioni con altri personaggi che però risultano sacrificati rispetto alla trama principale, arditi accostamenti fra gli sfoghi degli insegnanti e i discorsi di Hitler – che aggiungono poco al quadro generale e finiscono con accrescere la confusione, incrementando il "distacco" emotivo dallo spettatore, al quale alla fine il messaggio arriva talmente amplificato da perdere in efficacia.

8 settembre 2009

The yards (James Gray, 2000)

The yards (id.)
di James Gray – USA 2000
con Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per un furto d'auto commesso insieme ad altri amici (ma l'unico ad aver pagato era stato lui), il giovane Leo vorrebbe mettere la testa a posto. Chiede così un lavoro a Frank, suo zio acquisito, la cui impresa si occupa della manutenzione dei vagoni ferroviari della metropolitana, aggiudicandosi – attraverso mezzi non sempre leciti – gli appalti e le sostanziali commesse dalla municipalità di New York. Ma quando Leo viene coinvolto dall'amico d'infanzia Willie (che nel frattempo si è fidanzato con sua cugina Erica, della quale lo stesso Leo è innamorato sin da bambino) in un'operazione di sabotaggio ai danni di una compagnia concorrente, le cose precipitano: il ragazzo si ritrova infatti sospettato dell'omicidio di un sorvegliante, commesso in realtà da Willie, e deve darsi alla macchia. Tradito tanto dallo zio quanto dall'amico, Leo si stuferà di fare il capro espiatorio e saprà trovare il coraggio di smascherare e denunciare la corruzione che unisce politica e affari. Il secondo film – e forse il migliore – della trilogia d'esordio di Gray dedicata al binomio crimine e famiglia: la cruda descrizione ambientale (vero punto di forza di tutti i lavori del regista), i sogni di successo e di rispettabilità che nascono all'interno della working class, le contraddizioni e le ambiguità celate dietro i rapporti familiari e i dilemmi morali di personaggi avvolti da tonalità di grigio ne fanno un film solido e ricco di momenti interessanti. Il titolo si riferisce ai depositi e ai centri di smistamento dei vagoni ferroviari. In un cast di tutto rispetto (ci sono anche James Caan, Charlize Theron, Ellen Burstyn, Faye Dunaway e Tomas Milian!), l'anello debole è proprio il protagonista, l'inespressivo Mark Wahlberg, che reciterà al fianco del ben più efficace Joaquin Phoenix anche nel successivo film di Gray, "I padroni della notte".

13 dicembre 2007

Elf (Jon Favreau, 2003)

Elf (id.)
di Jon Favreau – USA 2003
con Will Ferrell, James Caan
*

Visto in TV, con Hiromi.

Insulso film natalizio, nobilitato soltanto dalla presenza di James Caan nei panni del padre del protagonista. Ferrell è un essere umano che viene "adottato" dagli elfi di Babbo Natale che vivono al Polo Nord (personaggi tipici del folklore statunitense, fortunatamente sconosciuti da noi se non per filmacci come questo). Dopo aver combinato l'ennesimo guaio, viene scacciato e si rifugia a New York in cerca del suo vero padre. Ingenuo, stupido e ghiotto soltanto di dolci, riuscirà addirittura a trovare l'amore (ma la ricerca di una donna non stona con la natura infantile del personaggio?) e soprattutto a riportare lo "spirito natalizio" nel cuore degli abitanti di New York e in particolare in quello del proprio padre. Ho iniziato a vedere il film casualmente, con Hiromi, quando era già iniziato da dieci-quindici minuti: è la tipica pellicola che viene programmata in televisione sotto le feste, visto che non ha altro motivo di esistere.

28 maggio 2006

I giardini di pietra (F. F. Coppola, 1987)

I giardini di pietra (Gardens of Stone)
di Francis Ford Coppola – USA 1987
con James Caan, Anjelica Huston, James Earl Jones
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Durante la guerra del Vietnam, i soldati della Vecchia Guardia hanno il compito di gestire il cimitero militare di Arlington, a Washington, dove vengono sepolti con tutti gli onori i caduti. Un sergente prende sotto la propria ala protettiva una giovane recluta che naturalmente, a un certo punto, preferirà partire "eroicamente" per il fronte. Un film e un argomento per me di nessun interesse. Pieno di retorica militare (l'esercito è una grande famiglia, solo i militari sanno veramente quanto sia brutta la guerra, ecc.) e di eroismo dietro le quinte (non si vedono mai scene di battaglia, se non in alcuni filmati di repertorio in televisione), si lascia guardare solo per le capacità registiche di Coppola e per i nomi degli attori, che peraltro sembrano recitare al minimo sindacale. Molto meglio, su temi simili, "Streamers" di Robert Altman (uscito nel 1983), per non parlare naturalmente di "Full metal jacket" (uscito lo stesso anno) e del capolavoro dello stesso Coppola, "Apocalypse Now", di dieci anni prima.