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30 marzo 2019

Divine wind (Merzak Allouache, 2018)

Divine wind (Rih rabani)
di Merzak Allouache – Algeria/Francia 2018
con Sarah Layssac, Mohamed Oughlis
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In una capanna nel deserto algerino, ospiti di un'anziana contadina, una giovane reclutatrice dell'ISIS e un ragazzo che ha scelto di andare a combattere con i terroristi islamici attendono di ricevere gli ordini per compiere la propria missione: un attentato suicida presso un vicino impianto petrolifero. Girato in bianco e nero e caratterizzato da estrema lentezza, un film assai dilatato che lascia appena intuire il passato e i trascorsi dei suoi personaggi (nelle scarne telefonate che il ragazzo fa al padre, cercando di convincerlo di trovarsi a Barcellona, e negli sguardi che la ragazza rivolge alla foto della sorella defunta). Lui è fragile, insicuro, incerto, mentre lei è all'apparenza assai dura e decisa, salvo lasciarsi andare a profonde reazioni emotive quando non pensa di essere vista: e naturalmente fra i due scatta qualcosa, anche se una relazione affettiva non può aver veramente modo di svilupparsi. Ma nonostante la bella fotografia (quasi da cinema muto o da Nouvelle Vague) che rende al meglio gli affascinanti spazi del deserto, la pellicola risulta davvero troppo esile, anche perché la lunga fase di attesa e sospensione (gli eventi accadono soltanto nel finale) non è accompagnata da alcun approfondimento o riflessione particolare sui suoi personaggi e sul tema stesso del terrorismo (il titolo, "Vento divino", traduce il termine kamikaze) o del fanatismo religioso (perché i due protagonisti sono diventati così?).

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

24 settembre 2017

Les bienheureux (Sofia Djama, 2017)

Les bienheureux
di Sofia Djama – Francia/Belgio/Qatar 2017
con Sami Bouajila, Nadia Kaci, Amine Lansari
***

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato ad Algeri nell'arco di una giornata, un film corale per riflettere – attraverso gli sguardi di differenti generazioni – sul tragico passato del paese nordafricano (insanguinato dalla guerra civile), il suo difficile presente (fra i pericoli del terrorismo e la recrudescenza dell'integralismo religioso) e il suo incerto futuro (le cui speranze sono affidate ai più giovani, che sembrano peraltro ancora in cerca di una propria identità, sballottati fra mille contraddizioni). Samir (Sami Bouajila), medico che pratica aborti clandestini, e sua moglie Amal (Nadia Kaci) si recano a trascorrere la serata in casa di amici e poi al ristorante per festeggiare l'anniversario del loro matrimonio. I differenti punti di vista sul loro paese, che a differenza di altri non hanno mai abbandonato nemmeno negli anni più difficili, rischiano di dividerli: la donna, che ha perso ogni speranza in un rapido miglioramento delle cose, vorrebbe che il figlio Fahim (Amine Lansari) lasciasse l'Algeria per andare a studiare in Europa, mentre il marito crede ancora che possa esserci un futuro. Nel frattempo, Fahid bighellona con gli amici Reda (Adam Bessa), che in pieno fervore religioso vorrebbe farsi tatuare sulla schiena una "sura" del Corano, e Feriel (Lyna Khoudri), ragazza ribelle in cerca di autonomia e di libertà, con un tragico passato da dimenticare... Un grande lavoro di scrittura (non a caso la regista e sceneggiatrice, all'esordio, ha studiato letteratura) per una pellicola che riesce a dare voci uniche e credibili a tutti i personaggi, portando alla luce di volta in volta le individualità, le cicatrici nascoste, i sogni e le aspirazioni, le illusioni e la rassegnazione, la rabbia e il desiderio di trasgressione. Il film è infatti sfaccettato, espone diversi punti di vista e mette in scena in problemi e le contraddizioni di un paese che attraversa una fase di profondo cambiamento: in meglio o in peggio, la questione è tutta lì. Ma la cosa certa è che dipenderà dalle nuove generazioni.

5 agosto 2015

L'Atlantide (Jacques Feyder, 1921)

L'Atlantide
di Jacques Feyder – Francia 1921
con Jean Angelo, Georges Melchior
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con sottotitoli in italiano.

Nel 1911, due ufficiali dell'esercito francese (Angelo e Melchior), inoltratisi nel deserto del Sahara, si imbattono in una misteriosa oasi circondata dalle montagne, ultimo avamposto della perduta isola di Atlantide. Qui rimangono soggiogati dal fascino della regina Antinea (Stacia Napierkowska), di cui si scoprono prigionieri. Soltanto uno di loro riuscirà a tornare alla civiltà, e non senza conseguenze. Da un romanzo di Pierre Benoit, best-seller dell'epoca con echi di Haggard (“She”), Verne e Kipling, un filmone d'avventura di quasi tre ore su uno dei più celebri luoghi dell'immaginario fantastico. Costato ben due milioni di franchi, ottenne un successo di pubblico tale da ripagare pienamente i suoi finanziatori. La regia solida e senza guizzi del belga Feyder si mette fedelmente al servizio della storia, mentre la narrazione (quasi tutta in flashback) si prende i suoi tempi per immergere lo spettatore – al pari dei personaggi – nel mistero di un mondo fuori dal tempo, sia pure circondato da un contesto storico ben preciso (si tratta di uno dei primi film a ritrarre la presenza coloniale dei francesi in Africa). Di grande fascino gli scenari del deserto (la pellicola venne girata in Algeria nel corso di una lavorazione durata otto mesi) e la sontuosità del palazzo di Antinea, dove vestigia di antiche civiltà convivono con la cultura moderna (come nella biblioteca dove si ritrovano le opere di Shakespeare, Voltaire e Cervantes, ma anche contemporanee riviste di attualità e di moda; o la cripta in cui la regina conserva i corpi mummificati dei suoi numerosi amanti). Vista l'epoca cui risale il film, si possono perdonare certe ingenuità nelle caratterizzazioni dei protagonisti e un'eccessiva prolissità nel modo in cui si dipana il racconto (tutta la parte introduttiva, per esempio, è forse troppo lunga). Sfrondato dai luoghi comuni dell'avventura di inizio novecento (molti dei quali saranno riscoperti e recuperati in seguito, per esempio nella serie di Indiana Jones), rimane una sincera celebrazione dell'attrazione e del fascino che l'uomo prova per il mistero, qui incarnato dalla femminea figura di Antinea, al cui confronto persino le guerre fra i popoli e i governi sembrano perdere qualsiasi importanza.

29 aprile 2009

Il bandito della casbah (J. Duvivier, 1937)

Il bandito della casbah (Pépé le Moko)
di Julien Duvivier – Francia 1937
con Jean Gabin, Line Noro
***

Visto in divx, con Marisa.

"Vista a volo d'uccello, quella zona che si chiama la casbah domina quasi la vita. Brulicante come un formicaio, è una vasta scalea da cui ogni terrazza è un gradino che scende verso il mare. Tra questi gradini vi sono viuzze tortuose e scure, che sembrano fatte per l'agguato; viuzze che si incrociano, che si accavallano, che s'annodano e si snodano caoticamente, si confondono tra loro come un inestricabile labirinto. In ogni punto, dovunque si vada, scale, salite ripide e sinuose, discese facili alle fughe, portici oscuri saturi di vermi e di umidità, botteghe sospette dove si giuoca ad ogni ora, angoli pieni di silenzio, vie dal nome bizzarro. Vivono in quarantamila, là dove potrebbero stare appena diecimila, quarantamila d'ogni razza, venuti da tutte le frontiere: uomini di origine barbaresca e i loro onesti discendenti, tradizionalisti e per noi misteriosi; arabi, cinesi, zingari, balcanici, nordici, corsi, negri, spagnoli, tunisini... e ragazze, ragazze di tutti i paesi, di tutti i tipi: alte, basse, grasse, senza età, senza forme, abissi di grasso in cui nessuno osa guardare. Le case, bucate da cortili interni, isolate come celle senza tetto e piene di eco, comunicano quasi tutte una con l'altra attraverso le terrazze. Queste terrazze sono dominio esclusivo degli algerini, che ne sono i padroni. Essi scendono lungo quest'ampia scalea, e di gradino in gradino arrivano fino al mare. Infinita, brulicante, misteriosa, tumultuosa, di casbah non ve n'è una, ve n'è cento, ve n'è mille. E in questo dedalo, in questo brulichio, Pépé è il re. E per arrestarlo non basta alzarsi di buon ora."

Con questa introduzione "documentaristica" ci viene presentata la vera protagonista della pellicola, la casbah di Algeri dove si nasconde Pépé, gangster autoritario e dandy romantico, protetto dai suoi seguaci e dalle sue donne, invano ricercato dalla polizia, dominatore assoluto del suo piccolo mondo, di cui però è anche prigioniero. E proprio il desiderio di libertà e la nostalgia per la sua patria d'origine (la Francia) lo tradiranno, quando si innamorerà di una raffinata mantenuta parigina che lo farà precipitare nelle mani dell'amico-rivale ispettore Slimane. Il finale tragico non fece che contribuire all'aura di classica romanticità della pellicola. Precursore e punto di riferimento di almeno tre generi cinematografici che avrebbero spopolato negli anni a venire (il noir, con le sue figure destinate a soccombere di fronte al destino; il dramma romantico di ambientazione esotica alla "Casablanca" – ma scenari di questo tipo si ritrovano anche in film d'avventura alla Indiana Jones; e il realismo poetico, di cui Gabin sarebbe presto diventato il volto per eccellenza), il film ebbe uno strepitoso successo, al punto che Duvivier fu immediatamente chiamato a Hollywood, dove la pellicola venne peraltro rifatta l'anno successivo da John Cromwell ("Algiers", con Charles Boyer e Hedy Lamarr) e nel 1948 da John Berry ("Casbah", con Tony Martin e Peter Lorre). E il personaggio sarebbe entrato nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, come dimostra la parodia napoletana del 1949, "Totò le Moko". Un caldo bianco e nero, gli innumerevoli primi piani (splendida la sequenza il cui lo sguardo del protagonista si sofferma sugli occhi, sul sorriso e... sui gioielli della dama francese), i variopinti comprimari – dal giovane protetto Piero (Pierrot, nella versione originale) al rude complice Carlos, dall'infido informatore Regis (la scena della sua esecuzione, per mano dell'uomo che ha tradito e che muore nello stesso momento, è notevole) alla gelosa zingara Ines, dallo scaltro ispettore Slimane all'aristocratico ricettatore chiamato il Conte (le Grand Père, in originale) – e per l'appunto l'ambientazione, la scenografia e lo stile contano molto più della semplice trama, che non si fonda sulla suspense (tutto "è già scritto", come dice Slimane a Pépé) bensì sull'atmosfera, sulla malinconia per i sogni perduti, sul desiderio di cambiar vita. Suggestiva, a questo proposito, la scena in cui la vecchia cantante Fréhel intona la canzone nostalgica "Où est-il donc?". E anche il realismo si mescola con la finzione della messinscena (celebre la sequenza della discesa finale di Pépé attraverso la casbah, chiaramente proiettata su un fondale): non a caso le stradine e le scale di Algeri furono ricostruite in studio.

12 settembre 2007

La maison jaune (A. Hakkar, 2007)

La maison jaune
di Amor Jakkar – Algeria/Francia 2007
con Amor Hakkar, Ava Hadmi
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Una famiglia di contadini nell'entroterra algerino riceve la notizia della morte del figlio primogenito, soldato nella città vicina, in un incidente automobilistico. Il padre (interpretato dallo stesso regista) decide di recarsi in città a prendere la salma del figlio per riportarla a casa, compiendo un lungo e difficile viaggio a bordo della sua Lambretta. Ma poi, dopo il funerale, si trova di fronte al problema di scuotere la moglie dalla sua depressione: ci prova cercando una medicina contro la tristezza, dipingendo la casa di giallo o comprandole un cane, e infine convince le autorità a far giungere la luce elettrica fino alla loro casa, in modo da poter vedere una videocassetta con le ultime immagini del figlio, girate da un suo commilitone. Un film semplice, caldo e poetico, quasi "iraniano", che nella prima parte ricorda addirittura "Una storia vera" di Lynch, e che presenta personaggi che cercano a modo loro di far fronte a un evento improvviso e disperato come la perdita di una persona cara. Mi ha colpito la solidarietà con la quale tutte le persone incontrate dal protagonista, anche perfetti estranei, partecipano al suo dolore e sono disposti ad aiutarlo, contribuendo alla sua elaborazione del lutto. Bella la musica.