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16 novembre 2022

Il tesoro (G. W. Pabst, 1923)

Il tesoro (Der Schatz)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1923
con Hans Brausewetter, Lucie Mannheim
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Svetelenz (Werner Krauss), lavorante al servizio di un fabbricante di campane (Albert Steinrück), si convince che nella casa del suo padrone è nascosto un tesoro, sepolto prima dell'occupazione dei turchi. A trovarlo sarà Arno (Hans Brausewetter), giovane orafo e scultore, ma Svetelenz se ne impossesserà con l'inganno, con l'intenzione di cederlo al padrone in cambio della mano di sua figlia Beate (Lucie Mannheim), che invece è innamorata proprio di Arno... Il primo film diretto dall'austriaco G. W. Pabst, uno dei più influenti registi di lingua tedesca durante la repubblica di Weimar, è una parabola sull'avidità umana, di ambientazione quasi medievale, che mette a confronto tre personaggi accecati dalla brama di oro – il mastro campanaro, sua moglie (Ilka Grüning) e Svetelenz – con due che invece scelgono l'amore e la povertà (Arno e Beate). La storia è semplice ma girata con mestiere. Oltre ai personaggi, ben caratterizzati, spiccano i set e le scenografie, in particolari gli interni della casa e della fonderia delle campane, costruiti da un team di architetti influenzati dalla corrente dell'espressionismo. Eppure, già in questo film d'esordio si nota la tendenza di Pabst ad allontanarsi dall'astrazione dei contemporanei tedeschi per muoversi in direzione di un maggiore naturalismo e di un certo realismo, come dimostreranno i suoi lavori successivi. Esiste una colonna sonora originale, appositamente composta da Max Deutsch.

25 giugno 2022

Armour of God (Jackie Chan, 1986)

Armour of God (Long xiong hu di)
di Jackie Chan – Hong Kong 1986
con Jackie Chan, Alan Tam
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per mettere le mani su pezzi mancanti dell'"Armatura di Dio", potente e leggendario manufatto, i membri di un bizzarro culto religioso si rivolgono ad Asian Hawk (Jackie Chan), ex musicista e ora ladro internazionale di antichità, sequestrando Laura/Lorelei (Rosamund Kwan), la fidanzata del suo miglior amico Alan (Alan Tam), per convincerlo a collaborare. Ma Jackie, insieme a questi e alla bella May (Lola Forner), figlia dell'aristocratico collezionista che gli ha "prestato" alcuni pezzi dell'Armatura, sgominerà la setta. Girato in Europa (in Francia, Austria, ma soprattutto in Yugoslavia, ovvero a Zagabria e in Slovenia, dove si trova il castello nella roccia che ospita la setta, Castel Lueghi), il film fa parte delle pellicole "esotiche" di Jackie Chan degli anni ottanta, quelle cioè ambientate al di fuori del consueto scenario cinese o hongkonghese (si pensi anche a "Il mistero del conte Lobos"), ma strizza anche l'occhio ai film d'azione-avventura alla Indiana Jones, in particolare nell'incipit che vede il nostro alle prese con una tribù africana, alla quale sottrae la "sacra spada" che non è altro che una delle parti dell'Armatura di Dio. Questa, nel prosieguo della vicenda, si rivela essere poco più che un McGuffin, un pretesto narrativo per portare avanti una trama da fumetto, ricca di ingenuità a livello di trama, gag e personaggi (ma non è una novità per il cinema di HK dell'epoca). Se dobbiamo trovargli un vero difetto, però, è l'assenza di combattimenti rilevanti prima degli ultimi minuti, quando Jackie si batte prima contro i membri della setta (vestiti da frati cappuccini, con le classiche tonache) e poi contro quattro amazzoni di colore con tacchi a spillo (!), in una delle sequenze più bizzarre della sua filmografia ("Sorry!"). Abbondano invece gli stunt, dagli inseguimenti in auto al balzo conclusivo su un pallone aerostatico. E proprio una delle acrobazie della scena iniziale ha rischiato di costare la vita al buon Jackie, come mostrato anche nei bloopers sui titoli di coda: un salto da un muro in rovina a un albero, complice la rottura di un ramo, si è concluso con una caduta contro le rocce che gli ha causato una frattura al cranio: è stato l'incidente più grave della sua carriera. Forse anche per questo, il film ha avuto un grande riscontro in patria e diventò all'epoca il campione d'incassi di tutti i tempi a Hong Kong. In Italia, invece, è rimasto inedito. Due seguiti: "Operation Condor" nel 1991 e "Chinese zodiac" nel 2012. La modella spagnola Lola Forner aveva già recitato insieme a Jackie nel suddetto "Conte Lobos".

15 novembre 2020

Da 5 bloods - Come fratelli (Spike Lee, 2020)

Da 5 bloods - Come fratelli (Da 5 Bloods)
di Spike Lee – USA 2020
con Delroy Lindo, Jonathan Majors
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Quattro amici di colore, veterani della guerra del Vietnam – Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Eddie (Norm Lewis) e Melvin (Isiah Whitlock Jr.) – tornano nel paese asiatico dopo svariati decenni con una duplice intenzione: ritrovare i resti del loro vecchio commilitone "Stormin'" Norman (Chadwick Boseman) per riportarli in patria, e soprattutto recuperare una cassa di lingotti d'oro che seppellirono all'epoca nella giungla. Ma anche i valori più cementati dell'amicizia e della fratellanza – e in generale i "legami di sangue": Paul è stato seguito da suo figlio David (Jonathan Majors), con il quale ha un rapporto difficile e ambivalente – saranno messi a dura prova dalla febbre dell'oro, che porta alla luce il peggio di ogni uomo, e dagli antichi traumi psicologici di una guerra "che non finisce mai". Lungo e ambizioso filmone d'avventura che Spike Lee sfrutta per intrecciare diverse tematiche che gli stanno a cuore: una riflessione sul ruolo dei neri durante il conflitto in Vietnam (mandati spesso allo sbaraglio e in missioni suicide, in nome di ideali che non gli appartenevano: erano gli anni in cui contemporaneamente in patria ribollivano le lotte per i diritti civili), il contrasto fra diverse filosofie di vita (fra gli amici, divisi fra solidarietà ed egoismo, c'è persino un sostenitore di Trump: naturalmente si tratta del più "matto" di tutti, perché per votare Trump bisogna essere pazzi), e in generale un parallelo con la situazione odierna (vedi i riferimenti al movimento "Black Lives Matter" nel finale, o il cappellino trumpiano "Make America Great Again" che passa da un cattivo all'altro come un trofeo). A questo scopo non esita a inserire nel calderone un po' di tutto, a volte in maniera pretestuosa, come filmati di repertorio o fotografie d'epoca, arricchendo uno stile che gioca con i formati dell'immagine (dal 4:3 delle scene ambientate nel passato, girate peraltro in 16mm, al widescreen per quelle nel presente, che a seconda delle necessità si alterna fra il 16:9 quando si è nella giungla a un più cinematografico 21:9 quando si è in città) e si concede persino occasionali freeze frame (le fotografie scattate da uno dei personaggi). Fra i molti riferimenti culturali: "Apocalypse now" (con tanto di Wagner!), "Il ponte sul fiume Kwai", Marvin Gaye ("What's going on"), Martin Luther King (il discorso del 4 aprile 1967). La retorica, l'eccesso di didascalismo e qualche colpo di scena telefonato nel finale non affossano un film comunque ricco e coinvolgente, ben scritto, diretto e recitato (su tutti svetta Lindo). Nel cast anche Jean Reno (il faccendiere francese che dovrebbe aiutare i nostri amici a esportare l'oro), Mélanie Thierry (la ragazza che si occupa di neutralizzare le mine inesplose) e Johnny Trí Nguyễn (la guida vietnamita). Curiosità: con l'eccezione di una singola immagine nel finale, Lee non ha voluto "ringiovanire" gli attori nelle sequenze in flashback (o "invecchiarli" in quelle nel presente), nonostante fra le due ci siano 45-50 anni di differenza, per evitare risultati poco gradevoli come quelli del film "The irishman" di Scorsese, lasciando allo spettatore il compito di immaginarli giovani quando serve (a proposito: le scene di battaglia sono realistiche e crudeli).

26 luglio 2020

Il tesoro (Corneliu Porumboiu, 2015)

Il tesoro (Comoara)
di Corneliu Porumboiu – Romania 2015
con Toma Cuzin, Adrian Purcarescu
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando il vicino di casa Adrian, in difficoltà economiche, gli chiede di aiutarlo ad assumere un tecnico con un metal detector per andare alla ricerca di un presunto tesoro, sepolto anni prima dal nonno nel giardino di una villa di campagna, Costi accetta senza pensarci troppo. Per lui è un modo di vivere un'avventura simile a quelle dei libri (come "Robin Hood") che legge al figlioletto ogni sera. Una pellicola dai tempi dilatati e dai dialoghi realistici che convivono con una cifra assurda e iperreale (quasi alla Kaurismäki), dove la ricerca del tesoro si trasfigura in chiave esistenzialista ma, al contempo, conserva tutta la sua minimalistica concretezza – la meticolosa scansione del terreno con il metal detector, il lungo scavo, le questioni burocratiche (ogni rinvenimento deve essere comunicato alla polizia, nel caso di trattasse di oggetti legati al "patrimonio nazionale") – sfiorando dunque temi personali, politici, economici, famigliari. Quasi ogni scena, per quanto possa sembrare semplice o insignificante – dal capo del protagonista che trova più plausibile che lui abbia una relazione extraconiugale piuttosto che vada a caccia di un tesoro, al finale in cui l'uomo soddisfa il desiderio "romantico" e adolescenziale del figlioletto di vederlo tornare con una cassetta piena di oro e gemme – possiede come chiave di lettura l'elogio della fantasia e del perseguimento dei propri sogni rispetto all'accettazione di una realtà grigia e burocratica. E proprio nella soddisfazione (o nella condivisione) di queste aspettative la pellicola stessa assume un significato profondo, che la eleva al di sopra della sua narrazione lineare e senza fronzoli.

11 aprile 2018

Ready player one (S. Spielberg, 2018)

Ready Player One (id.)
di Steven Spielberg – USA 2018
con Tye Sheridan, Olivia Cooke
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

In un futuro sovrappopolato, inquinato e impoverito, la maggior parte della popolazione preferisce evadere dalla realtà e trascorrere il proprio tempo all'interno di un mondo virtuale, Oasis, dove – tramite visori e tute – si indossano i panni di avatar immaginari e si può competere in una serie di videogiochi per puro divertimento. L'ideatore di questo mondo, James Halliday (Mark Rylance), prima di morire ha lasciato nel software un "easter egg": tre chiavi nascoste che garantiranno, a chi le troverà, la proprietà dell'intero Oasis. Molti utenti si dedicano alla caccia delle chiavi (i Gunter, da "Egg Hunter"), e fra questi c'è il giovane Wade (Tye Sheridan) nei panni del suo avatar Parzival, aiutato da un gruppo di amici (Art3mis, Aech, Daito e Sho). Ma ci sono anche gli sgherri della IOI, una potente multinazionale che vorrebbe impadronirsi di Oasis per sfruttarla a fini commerciali. Da un romanzo di Ernest Cline, una pellicola young adult che affronta il tema della realtà virtuale, dei videogiochi multiplayer e della cultura nerd (ormai "sdoganata" da serie televisive come "The big bang theory"). Anche se i personaggi, la storia e gli sviluppi non escono dai confini e dalle ingenuità del genere (con tanto di morale posticcia), Spielberg si mostra decisamente a suo agio con l'argomento, sia perché da sempre cantore nostalgico del gioco, dell'infanzia e dell'adolescenza, sia perché già in "Jurassic Park" aveva raccontato di un enorme parco di divertimenti tecnologico (anche se non "virtuale"). Dove la pellicola fa il salto di qualità e riesce a toccare i giusti tasti, almeno per il corretto target demografico (che, guarda caso, corrisponde esattamente a me, ovvero coloro che sono stati adolescenti nei primi anni ottanta), è nell'immensa quantità di riferimenti, rimandi e citazioni più o meno esplicite all'immaginario pop e ludico della prima metà di quel decennio. L'elenco è troppo lungo per esaurirlo qui, fra centinaia di videogiochi, fumetti, film, telefilm, giochi di ruolo e canzoni menzionati esplicitamente o anche solo di sfuggita. Alcuni di questi hanno vasta importanza all'interno della storia (il film "Shining" di Stanley Kubrick, per esempio, le cui scene sono visitate dai protagonisti: nel romanzo di Cline si trattava in verità di "Blade Runner", ma i cineasti non hanno potuto acquisirne i diritti; oppure la consolle Atari 2600 e alcuni dei suoi giochi, in particolare il mitico "Adventure", con il quadratino che si aggira nel labirinto); altri hanno comunque un ruolo esteso (Mechagodzilla, King Kong, Gundam, "Ritorno al futuro", "Buckaroo Banzai", "Akira", "Il gigante di ferro"...); altri ancora sono citati per nome di sfuggita (la "santa granata" dei Monty Python, "Bill & Ted's excellent adventure", "Dark Crystal", Superman, Batman, "Star Trek", "Star Wars", Chucky...); e altri, infine, sono lasciati alla capacità del pubblico di riconoscerli (la "Guida galattica per autostoppisti", "La febbre del sabato sera", "Alien", la formula magica di "Excalibur", Dungeons & Dragons, "Street Fighter"...). Al punto che mi chiedo, francamente, quanto un adolescente di oggi possa apprezzare appieno la pellicola (mi ero chiesto lo stesso con un altro bel film sui videoogiochi vintage, ovvero il disneyano "Ralph Spaccatutto"). Gran parte del film è ambientato in un mondo virtuale, e dunque ricostruito al computer con un profluvio di effetti visivi e speciali, come se fosse una pellicola d'animazione: e come spettacolo puro è sicuramente efficace, anche se il rischio di uscire dalla sala frastornati e con il mal di testa non è certo basso (a me è capitato!). Quanto al mondo reale, nel cast si riconoscono Ben Mendelsohn (il "cattivo" Nolan Sorrento) e Simon Pegg (Ogden Morrow, il socio di Halliday).

2 agosto 2017

I Goonies (Richard Donner, 1985)

I Goonies (The Goonies)
di Richard Donner – USA 1985
con Sean Astin, Josh Brolin
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

La zona portuale di Astoria, cittadina dell'Oregon, sta per essere demolita per costruirvi un country club. E per un gruppo di ragazzini (soprannominati i Goonies: il termine – cosa non spiegata nella versione italiana – ha origine dal nome del quartiere in cui vivono, chiamato Goon Docks, ma è usato anche come slang per indicare uno sfigato o un sempliciotto), l'unica speranza per non lasciare la propria abitazione è quella di trovare il tesoro nascosto dal leggendario pirata Willy l'Orbo in una delle caverne presso la costa. A lanciarsi a capofitto nell'avventura, con l'ausilio di un'antica mappa spagnola rinvenuta nella soffitta di casa, sono il timido e asmatico Mikey (Sean Astin, il futuro Sam Gamgee de "Il Signore degli Anelli"), che nutre una particolare fascinazione per il pirata Willy, identificandosi in lui e riconoscendolo come "il primo Goonie"; lo sbruffone Mouth (Corey Feldman), vanesio e chiacchierone; il grassoccio Chunk (Jeff Cohen), pasticcione e dall'appetito insaziabile; e il cinesino Data (Ke Huy Quan, già visto l'anno prima nel secondo film di Indiana Jones), ingegnoso inventore di mille marchingegni degni dell'agente 007. A loro, inizialmente controvoglia, si uniranno anche tre ragazzi più grandi: Brandon (Josh Brolin), fratello maggiore di Mike; Andy (Kerri Green), la ragazza di lui innamorata; e Stef (Martha Plimpton), un'amica di quest'ultima. Dovranno vedersela, oltre che con le numerose trappole e i trabocchetti che Willy l'Orbo ha disseminato nelle gallerie che conducono alla sua grotta (dove è ancora ormeggiato il suo galeone), anche con una gang di pittoreschi rapinatori italo-americani, la banda Fratelli (Anne Ramsey, Robert Davi e Joe Pantoliano), che sembrano usciti da un cartoon (ricordano la Banda Bassotti, con la mamma al posto del nonno!) e che però nascondono un segreto: un fratello mostruoso e deforme, Sloth (John Matuszak, le cui fattezze si ispirano forse al Quasimodo di Charles Laughton), che pure si rivelerà un inaspettato alleato dei nostri eroi.

Prodotto da Steven Spielberg (autore anche del soggetto), un piccolo/grande film di culto generazionale. Ai tempi della sua uscita fu ritenuto una sorta di "Indiana Jones per bambini", visto che ne riproponeva il senso di avventura, esplorazione e pericolo, sia pure in un setting meno esotico. Alcuni dei "tracobetti" di Willy l'Orbo ricordano in effetti le trappole cui deve sfuggire Indy: ma c'è anche un richiamo ai marchingegni che lo stesso Mikey ha costruito a casa sua (come quello per aprire la porta), e che rappresentano un omaggio alle vignette del fumettista Rube Goldberg. La sceneggiatura di Chris Columbus è certo infantile (con caratterizzazioni ingenue e situazioni prevedibili), ma comunque efficace, e contribuì ad affermarlo definitivamente come autore di film con (e per) bambini: da notare che si diverte a citare in una linea di dialogo il suo precedente lavoro, "Gremlins". E se la storia è semicomica e divertente, con gag di ogni tipo (dal tormentone "E io che ho detto?", ai capitomboli e alle prese in giro), c'è comunque spazio per temi "seri" come la morte (dalla scena iniziale, che mostra una (finta) impiccagione, ai tanti scheletri disseminati nelle grotte: e in ogni caso, il pericolo per i nostri eroi è sempre concreto e palpabile), l'amore (mitica la scena in cui Mikey "ruba" al fratello Brandon il primo bacio con Andy), la diversità (il deforme Sloth, rifiutato e incatenato dai fratelli ma accettato dai bambini nel loro gruppo), oltre ovviamente alla crescita, all'amicizia e al coraggio. Magnifico l'incipit, che nel giro di pochi minuti (sulle note di "Fratelli Chase") presenta tutti i personaggi. Nella bella colonna sonora di Dave Grusin spicca una canzone di Cindy Lauper ("The Goonies 'R' Good Enough"): la cantante appare anche nel video che Brandon guarda in tv. Cameo, nel finale, per il regista Richard Donner nei panni di un poliziotto. Alcune curiosità: la nave di Willy l'Orbo era ispirata a quelle dei film di Errol Flynn (come "Lo sparviero del mare" o "Capitan Blood", di cui si vedono alcuhe scene in tv). Alcune sequenze sarebbero state dirette da Spielberg in persona: quelle dei ragazzini in bici ricordano ovviamente "E.T.". Donner, dal proprio canto, cita il suo "Superman" quando Sloth ne indossa la maglietta. Fra le scene tagliate, l'incontro con una piovra (di cui però rimane traccia nei dialoghi!).

29 marzo 2017

All'inseguimento della pietra verde (R. Zemeckis, 1984)

All'inseguimento della pietra verde (Romancing the Stone)
di Robert Zemeckis – USA 1984
con Kathleen Turner, Michael Douglas
**

Rivisto in divx.

Joan Wilder (Kathleen Turner), solitaria scrittrice di romanzi rosa, si reca in Colombia per salvare la sorella Elaine, rapita da una maldestra coppia di contrabbandieri di reperti archeologici (Danny DeVito e Zack Norman) sulle tracce di un favoloso tesoro. Questo, che si rivelerà un gigantesco smeraldo (la "pietra verde" del titolo), è appetito anche dal crudele Zolo (Manuel Ojeda), ufficiale della polizia segreta colombiana. Ma la ragazza sarà aiutata – dapprima controvoglia e solo dietro compenso – dall'avventuriero Jack Colton (Michael Douglas), "simpatica canaglia" di cui finirà ovviamente per innamorarsi. Prodotto sull'onda lunga de "I predatori dell'arca perduta", che aveva riportato in auge il cinema d'avventura, un film leggero e vecchio stile che rappresentò per Zemeckis il primo successo al botteghino (in attesa del vero boom, l'anno successivo, con "Ritorno al futuro"). La trama fa acqua da tutte le parti (non si spiega, per esempio, chi avrebbe nascosto lo smeraldo e disegnato la mappa, o come i vari cattivi ne fossero a conoscenza), l'ambientazione e i personaggi sono stereotipati quanto e più di quelli dei romanzi scritti da Joan (uno su tutti: il trafficante di droga "simpatico" interpretato da Alfonso Arau), le situazioni di pericolo, le sequenze d'azione e il combattimento finale (dove Joan sconfigge il cattivo tutta da sola, senza l'aiuto di Jack) sono quasi da cartoon (la scena in cui l'alligatore divora lo smeraldo che Zolo tiene in mano fa pensare a Capitan Uncino!). Ma forse proprio in questo sta il fascino del film, da gustarsi in maniera totalmente disimpegnata, come uno di quei vecchi serial che ispirarono anche l'Indiana Jones di Lucas e Spielberg. L'anno successivo venne prodotto un sequel, "Il gioiello del Nilo", di minor successo (e senza Zemeckis). I tre protagonisti (Douglas, la Turner e DeVito) si ritroveranno insieme invece nel 1989 ne "La guerra dei Roses".

24 gennaio 2012

Il buono, il brutto, il cattivo (S. Leone, 1966)

Il buono, il brutto, il cattivo
di Sergio Leone – Italia 1966
con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef
****

Rivisto in Blu-ray con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra, Eleonora e Costanza.

Sullo sfondo della sanguinosa guerra di secessione americana, tre uomini che vivono ai margini della legge (un giustiziere senza nome soprannominato "il Biondo"; il fuorilegge messicano Tuco; e il killer a pagamento chiamato "Sentenza") si mettono sulle tracce di una cassa con duecentomila dollari in oro, sottratta all'esercito sudista e nascosta in un cimitero. La "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, che ha dato il via alla stagione dei western all'italiana, si conclude con il film forse più celebre e importante dell'intero filone, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare. Se Clint Eastwood era stato il protagonista assoluto del primo film ("Per un pugno di dollari"), affiancato poi da Lee Van Cleef nel secondo ("Per qualche dollaro in più"), qui i personaggi centrali diventano tre (come indica già il titolo della pellicola, fra l'altro ben più azzeccato e significativo di quelli dei due film precedenti, che in fondo avrebbero potuto essere appioppati a qualsiasi spaghetti western): il terzo incomodo è il formidabile Eli Wallach, nel ruolo più celebre di una carriera che pure lo ha visto recitare in compagnia di divi come Marilyn Monroe ("Gli spostati") e in pellicole come "I magnifici sette" e "La conquista del west". Proprio il suo personaggio, "il brutto" Tuco, è il più simpatico e "umano" dei tre protagonisti, non solo perché gli sono riservati i momenti più tipicamente comici ma anche e soprattutto perché è quello meglio caratterizzato (basti pensare al background che gli forniscono sequenze come quella dell'incontro con il fratello prete). Clint Eastwood, che naturalmente è "il buono", interpreta ancora una volta il ruolo dell'eroe senza nome (il fatto che soltanto nel finale giunga a indossare il celebre poncho che vestiva nei film precedenti suggerisce che questo possa essere – almeno idealmente – il prequel degli altri due). Van Cleef, invece, stavolta è "il cattivo" (e per ringiovanirlo rispetto al colonnello Mortimer, Leone gli ha fatto tingere i baffi e i capelli di nero): al contrario degli antagonisti nevrotici e spietati interpretati in precedenza da Gian Maria Volontè, però, la sua non è una cattiveria pura, bensì sempre controllata e finalizzata a un obiettivo.

Nonostante la monumentale durata (quasi tre ore), la storia che il film racconta è piuttosto semplice e il canovaccio è quello della caccia al tesoro, con ciascuno dei tre personaggi in possesso di solo una parte delle informazioni che consentono di trovare il bottino, il che li costringe a dar vita ad alleanze forzate che si formano e si disfano a seconda degli eventi. Sullo sfondo, come detto, c’è uno scenario storico preciso, quello della guerra civile americana, che non solo dona a tutta la vicenda un maggior respiro epico e quell’universalità che mancavano nei film precedenti ma ne accentua il continuo senso di morte imminente (che accompagna i personaggi dalla prima all'ultima sequenza: non a caso il climax del film si svolge in un cimitero). E di fronte agli orrori di un conflitto insensato ("Non ho mai visto morire tanta gente, tanto male", commenta il Biondo osservando una battaglia), anche gli inganni e le violenze dei tre protagonisti si fanno più piccoli e passano quasi in secondo piano, lasciandoli impegnati a battersi fra loro nella più totale indifferenza del resto del mondo, comprese le autorità o la legge. Pare che quest’idea sia stata suggerita a Leone da "Monsieur Verdoux", in cui Chaplin si chiedeva quanto contino i delitti "artigianali" di un singolo di fronte ai massacri voluti dai potenti del mondo. Il lungo viaggio dei tre personaggi incrocia dunque più volte la guerra, dalla quale entrano ed escono in continuazione: sono costretti a vestire divise, a interagire con i soldati, a evitare cannonate e battaglie, a superare trincee e linee nemiche, a evadere dai campi di prigionia... Non prendono posizione: che indossino o meno una divisa, rimangono del tutto indifferenti alle ragioni e agli ideali della guerra e non parteggiano per una parte o per l'altra: ma d'altronde lo stesso sembra valere per i soldati e i loro comandanti, ritratti come disperati o fatalisti (esemplare la toccante sequenza di Aldo Giuffrè, il capitano nordista che sogna di far saltare il ponte che è stato incaricato di proteggere), che reputano la guerra qualcosa di sporco e di inutile a prescindere dalle parti in causa. E non contiamo quanti di loro sono mutilati, senza arti o con cicatrici.

Girato come i precedenti in Almeria (la regione della Spagna che storicamente ha sempre fornito le ambientazioni per gli spaghetti western: un debito riconosciuto in pellicole-omaggio come "800 bullets" di Alex de la Iglesia), con la partecipazione dell'esercito franchista (che ha fornito i soldati per le scene di massa) e prodotto ancora da Alberto Grimaldi (con un ricco finanziamento della United Artists, che lasciò però carta bianca agli italiani), il film è il primo western ad alto budget di Leone, visto che le due pellicole precedenti – soprattutto la prima – erano state girate in economia. Recitato in una babele di lingue (inglese per i tre protagonisti, italiano per gli attori secondari, spagnolo per le comparse), venne poi doppiato in occasione delle varie uscite in sala. Non esiste dunque una vera e propria versione originale: alcuni attori (come Al Mulock) sul set recitavano addirittura parole senza senso o sequenze di numeri, sapendo che comunque sarebbero stati doppiati. Troppe sono le scene significative per ricordarle tutte: si dovrebbe raccontare, sequenza per sequenza, l’intero film. Vorrei però sottolinearne un paio che sono legate agli oggetti più iconici del western, le pistole. Innanzitutto la sequenza in cui Tuco, appena uscito dall’inferno del deserto, si presenta nel negozio di un venditore di armi e si "assembla" una pistola personalizzata scegliendo gli elementi ideali di ciascun modello che il commesso gli propone (la scena si conclude poi con uno sberleffo, la rapina al negoziante); e poi quella in cui il Biondo, dopo aver sconfitto Sentenza, avrà cura di farlo raggiungere nella tomba proprio dalla pistola e dal cappello: come scrive Francesco Minnini, si tratta di "accessori simbiotici del cowboy, che neppure un nemico oserebbe separare dal padrone, anche se morto". Quanto al "triello" finale, un celebre enigma di logica basato sulla teoria dei giochi suggerisce che al più "scarso" dei tre tiratori convenga sparare a vuoto: qui per Tuco ci pensa il Biondo, scaricandogli la pistola prima dello scontro (il che gli consente di vincere il duello con Sentenza perché a differenza del rivale sa già di doversi concentrare su un solo avversario).

Tornando al titolo (che pare sia stato ideato da Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore del film), non manca in esso una punta di ironia. I tre soprannomi, "il buono", "il brutto" e "il cattivo" (che compaiono scritti sullo schermo – a fianco dei rispettivi personaggi – sia all'inizio che alla conclusione del film) sembrano etichettare i personaggi in maniera netta e manichea, il che è naturalmente fuorviante: il Biondo è sì "buono", nel senso che "salva la vita" a Tuco sparando alla corda che lo sta impiccando (i due sono in realtà d'accordo: il primo consegna il secondo alle autorità per riscuotere la taglia, e poi lo libera) e dimostra più volte una spiccata sensibilità nei confronti di chi soffre (esaudisce l'ultimo desiderio del capitano nordista, offre il proprio sigaro al soldato sudista morente, e così via), ma in fondo anche lui è mosso dal desiderio di mettere le mani sull'oro e non certo da nobili ideali come quelli degli eroi del western classico; Sentenza è sì "cattivo", nel senso che non sembra porsi alcuno scrupolo nel tradire e uccidere pur di raggiungere i propri scopi, ma segue comunque un proprio codice d'onore ("Quando uno mi paga gli porto sempre a termine il lavoro"), non uccide se non è davvero necessario (risparmia la prostituta Maria, nonché la moglie e il figlio minore dell'uomo che rintraccia all'inizio: ne uccide invece il figlio maggiore, ma solo perché questi aveva tentato di aggredirlo con un fucile; dona una bottiglia al soldato ferito nell'ospedale di campo, e due monete a quello menomato che gli fornisce informazioni) e anche nel duello finale si batte secondo le regole; e Tuco, "brutto" sì ma fino a un certo punto (i suoi rivali, come i bounty killer che gli danno la caccia a inizio film – uno dei quali, quello che lo rintraccerà a metà pellicola, è interpretato dallo stesso Al Mulock che rivedremo nell'incipit di "C'era una volta il west" – hanno volti molto più sgradevoli del suo!), è un character talmente vivo e stratificato da non poter essere facilmente inquadrato nello stereotipo della macchietta comica, nonostante l'aspetto sia quello del messicano sporco, basso e grassottello, agli antipodi rispetto all'iconografia dell'eroe alto, bello e muscoloso.

Oltre a segnare un punto d'arrivo fondamentale nello stile di Sergio Leone (i tempi ampi e dilatati, i primissimi piani, l’attenzione ai dettagli, l’integrazione con il paesaggio, la cura nell’inquadratura e nel montaggio) – il film trascende il genere western e presenta molti chiavi di lettura: di quella della storia e della violenza abbiamo detto; abbiamo poi una connotazione fiabesca, evidente da scene come quella in cui Tuco segue – come Pollicino! – le tracce del Biondo che ha disseminato il suo cammino di sigari sempre più caldi (l’ultimo, infatti, è ancora acceso), o da elementi surreali come il vezzoso ombrellino rosa nel deserto; c’è il tema della religione: quello di Leone è un west senza Dio, dove un frate può essere meno misericordioso di un bandito (vedi ancora una volta l’incontro di Tuco e suo fratello) e un bounty killer è "l'angelo custode" di un fuorilegge, dove i riti religiosi sono caricaturizzati (il buffo segno della croce che si fa Tuco) e i valori cristiani distorti (Sentenza che divide la cena con l’uomo che sta per uccidere, e che in seguito fa lo stesso con Tuco prima di torturarlo); c’è poi il tema del gioco (la caccia al tesoro è una sorta di gioco dell’oca, con i tre personaggi come pedine e il cimitero finale – che Tuco percorre in una folle corsa circolare, fino a ritrovarsi nello spiazzo centrale – come tabellone; e come nel tiro dei dadi, è spesso il caso o il destino a decidere le sorti dei giocatori: si pensi alle cannonate che cadono dal cielo e che in un paio di occasioni, come veri deus ex machina, consentono ai personaggi di scampare alla morte o agli agguati). La natura ludica della vicenda è sottolineata anche dal diffuso sense of humour che sfocia in un autentico florilegio di frasi memorabili. Solo per citarne qualcuna:

– "La tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari." – "Già, ma tu non somigli a quello che li incassa."
– "Quando si spara si spara, non si parla!"
– "Sei... il numero perfetto" – "Non era tre il numero perfetto?" – "Sì, ma io ho sei colpi qui dentro."
– "Dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me."
– "Dio è con noi, perché anche lui odia gli yankee!" – "No, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli."
– "Levati la pistola e mettiti le mutande."
– "Vado, l'ammazzo e torno."
– "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."
– "Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaa-aaa-aaa..."
(da sfumare sul tema musicale di Ennio Morricone)

E a proposito di Morricone, raramente una colonna sonora (diretta da Bruno Nicolai) si è rivelata così fondamentale per la buona riuscita della pellicola (una delle poche accoppiate regista/compositore che mi sentirei di paragonare a quella formata da Leone e Morricone – per la qualità del risultato filmico – è quella di Takeshi Kitano e Joe Hisaishi). Oltre al celeberrimo e riconoscibilissimo tema principale (con gli "ululati dei coyote"), i brani indimenticabili comprendono la ballata "La storia di un soldato" (che a dire il vero è un po’ troppo lenta per risultare credibile con l'utilizzo che ne fa Sentenza nel film, ossia quello di "coprire" le grida dei prigionieri che sta torturando), la musica quasi spettrale che accompagna la traversata nel deserto, il tema trascinante che fa da sfondo alla folle corsa di Tuco nel cimitero ("L'estasi dell'oro") e naturalmente quello del "triello" finale (che in parte riecheggia il carillon di "Per qualche dollaro in più"). Quest’ultima scena è un capolavoro anche di regia e di montaggio, con i suoi tempi dilatati che sembrano prolungare all’infinito l’attesa e la tensione, prima che i personaggi mettano finalmente mano alle pistole (Leone spesso regolava la durata delle scene proprio in base a quella dei brani musicali che Morricone componeva in anticipo). Ma il merito dell'eccezionale resa visiva di quella e di altre sequenze è anche dello spettacolare widescreen (e pensare che un tempo il film veniva proposto in tv in versione pan & scan: un vero delitto!) e della superba fotografia di Tonino Delli Colli. Al di là ai tre protagonisti, il cast offre poco spazio ad altri personaggi, ma comprende comunque buone e intense prove di Aldo Giuffré (il capitano nordista di cui si è detto), Luigi Pistilli (padre Ramirez, il fratello di Tuco), Mario Brega (il caporale Wallace, con una vistosa cicatrice che passa da un occhio all’altro!). Spicca invece la quasi totale assenza di figure femminili (se ne ricordano essenzialmente due, la moglie di Stevens e la prostituta Maria, che compaiono soltanto in una manciata di inquadrature), mancanza cui Leone rimedierà nel film successivo, "C'era una volta il west", dove Claudia Cardinale avrà un ruolo centrale.

31 ottobre 2011

Le avventure di Tintin (S. Spielberg, 2011)

Le avventure di Tintin: Il segreto dell'unicorno
(The adventures of Tintin)
di Steven Spielberg – USA/NZ 2011
con Jamie Bell, Andy Serkis
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Attraverso l'ormai collaudata tecnica del performance capture, con cui la recitazione degli attori viene utilizzata per dar vita a personaggi in animazione digitale (già sperimentata da Robert Zemeckis nei suoi ultimi lavori ma in questo caso ben più giustificata, visto che consente di mantenere lo stile caricaturale e stilizzato del fumetto originale senza sacrificare il realismo dell'azione e delle ambientazioni), la coppia Steven Spielberg-Peter Jackson (co-produttori, con il secondo che si è già candidato a dirigere il sequel) porta sul grande schermo uno dei più fortunati e popolari personaggi d'avventura del secolo scorso, il "Tintin" di Hergé, maestro della bande dessinée franco-belga, le cui pagine vengono integrate con due elementi che giocoforza gli mancavano, ovvero tridimensionalità e movimento. Trattandosi a tutti gli effetti di un film d'animazione, è difficile dunque riconoscere (e il discorso vale ancora di più per la versione doppiata in italiano) gli interpreti che si celano dietro le fattezze dei vari personaggi: Jamie Bell per l'intrepido reporter Tintin, Andy Serkis per l'alcolizzato capitano Haddock, Simon Pegg e Nick Frost per la coppia di detective pasticcioni Dupond e Dupont (grazie al cielo sono stati mantenuti i nomi francesi, al posto di quelli americani Thompson e Thomson), Daniel Craig per il malvagio Ivan Sakkarine, e così via. Il cane Milù, invece, è ovviamente del tutto digitale. Dopo una bella sigla di apertura, la pellicola si apre con un diretto omaggio a Hergé (è proprio lui, infatti, il pittore che fa un ritratto – in perfetta ligne claire! – a Tintin al mercato). Partendo dal mistero che circonda un modellino di veliero del diciassettesimo secolo, ci troviamo poi catapultati in piena avventura vecchio stile, fra viaggi per mare, per aria e per terra (fino al deserto del Marocco) alla ricerca degli indizi che rivelano l'ubicazione di un tesoro depredato quattro secoli prima dal pirata Rackham il rosso.

Dovendo selezionare un soggetto fra i 23 albi a fumetti che compongono la saga di Hergé, gli sceneggiatori hanno scelto una delle storie più belle, quella che a quanto pare era la preferita dello stesso disegnatore belga: "Il segreto del liocorno", prima parte di una storyline che prosegue (e proseguirà nel secondo film) nell'albo "Il tesoro di Rackham il rosso". L'hanno però fusa con un'avventura precedente, "Il granchio d'oro", in cui si celebra il primo incontro fra il giovane protagonista e quella straordinaria spalla che è il capitano Haddock. Il lavoro di adattamento dal fumetto al film mi è parso esemplare, e poco importa se alcuni dettagli delle storie originali sono stati modificati (su tutti il ruolo di Sakkarine, che si rivela essere addirittura un discendente del pirata Rackham): la pellicola funziona su più piani, da quello cinematografico (come molti hanno detto, la collaborazione con Jackson sembra aver ringiovanito Spielberg, riportandolo ai livelli dei primi Indiana Jones) a quello del divertimento e dell'azione (di questa, a dire il vero, ce n'è fin troppa: dopo la magnifica scena della fuga dal palazzo dello sceicco, realizzata con un lungo e spettacolare piano sequenza, si è talmente stremati che ci sarebbe voluto più tempo per riprendere fiato; e invece quasi subito comincia lo scontro finale al molo, con un combattimento a basi di gru che mi ha ricordato quello fra le scavatrici di una famosa storia di Carl Barks). Viene persino colta l'occasione per introdurre personaggi del corpus delle avventure di Hergé che non erano presenti nelle storie selezionate, come la cantante lirica Bianca Castafiore (che però non si esibisce nel pezzo che più l'ha resa celebre, l'aria dei gioielli dal "Faust" di Gounod, bensì intona "Je veux vivre" dal "Roméo et Juliette", un'altra opera del compositore francese, peraltro preceduta – chissà perché – dall'introduzione della cavatina di Rosina nel "Barbiere di Siviglia"), mentre altri (e penso al mitico scienziato Trifone Girasole) dovranno attendere la prossima pellicola, che visto il titolo annunciato – "Prisoners of the sun" – fonderà verosimilmente il già citato "Il tesoro di Rackham il rosso" con la saga de "Le sette sfere di cristallo".

12 novembre 2008

Chi trova un amico trova un tesoro (S. Corbucci, 1981)

Chi trova un amico trova un tesoro
di Sergio Corbucci – Italia 1981
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Inseguito da una banda di gangster che ha truffato alle corse dei cavalli, Terence Hill fugge con la mappa di un tesoro nascosto su un'isola sperduta (disegnata da uno zio con la meningite) e si nasconde nella barca a bordo della quale Bud Spencer sta per affrontare una traversata del Pacifico in solitario (sponsorizzato da una marca di marmellata: "Solo Puffin ti darà forza e grintà a volontà!"). Insieme naufragheranno sull'isola del tesoro, dove se la dovranno vedere con selvaggi amichevoli, un soldato giapponese convinto che la guerra non sia ancora finita e una banda di pirati metal-punk vestiti di pelle nera. Uno dei film meno belli fra tutti quelli della coppia Spencer/Hill: più infantile del solito, è divertente nella parte iniziale (quella sulla barca) e meno quando l'azione si sposta sull'isola, fra luoghi comuni e gag trite e ritrite (non ho mai sopportato il personaggio di Anulu). Un segno di sciatteria: le frasi pronunciate da Kamasuka sono inventate, non certo giapponesi. La musica (con la canzone "Movin' Cruisin'") per una volta non è dei De Angelis ma di un'altra coppia di fratelli compositori, i La Bionda.

2 settembre 2008

Triangle (Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To, 2007)

Triangle (Tie saam gok)
di Tsui Hark, Ringo Lam, Johnnie To – Hong Kong 2007
con Simon Yam, Louis Koo, Sun Honglei
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Curioso esperimento, questa pellicola realizzata a sei mani: non si tratta di un film a episodi, bensì di un lungometraggio in cui ciascun regista ha a propria disposizione trenta minuti e deve proseguire la vicenda (lavorando in tutta autonomia con la propria troupe e i propri sceneggiatori) dal punto in cui è stata interrotta dal collega precedente, mantenendo naturalmente gli stessi attori e la stessa ambientazione. Tsui Hark, responsabile della parte iniziale, ha il compito di presentare i personaggi e di mettere in moto la storia; Ringo Lam, cui tocca il segmento centrale, porta avanti la pellicola e la lascia con un cliffhanger; Johnnie To (la cui casa di produzione Milkyway è alla base del progetto) la conclude alla sua maniera. Naturalmente lo stile, il mood, le atmosfere e persino le caratterizzazioni dei protagonisti variano sensibilmente al passaggio della macchina da presa da una mano all'altra, al punto da lasciare alla fine quasi l'impressione di aver visto tre film diversi. Il risultato comunque non è spiacevole: vuoi per la novità dell'operazione, vuoi per il valore qualitativo che i tre registi, in ogni caso, riescono a garantire.

Nel segmento di Tsui Hark facciamo la conoscenza con Sam (un impiegato in difficoltà finanziarie), Fai (un giovane tassista che frequenta gli ambienti della malavita) e Mok (un misterioso antiquario): imbeccati da uno strano individuo incontrato in un bar, i tre amici scoprono un antico tesoro ma faticano a fidarsi l'uno dell'altro (bella la scena in cui si fotografano a vicenda con i cellulari). Nel frattempo la moglie di Sam rivela al suo amante, il poliziotto Wen, che il marito sta tentando di ucciderla. La fotografia è oscura e notturna, i dialoghi rapidi, la carne al fuoco molta e i personaggi ambigui e misteriosi a sufficienza da permettere ai registi successivi, se lo vogliono, di ampliarne o di modificarne il background. Ed è infatti quello che succede.
Nel segmento di Ringo Lam, il più tradizionale dal punto di vista cinematografico, i personaggi agiscono maggiormente alla luce del sole. I riflettori si spostano decisamente su Sam (interpretato da Simon Yam), che acquista una personalità più vigorosa e decisa. Scopriamo che sua moglie Ling è una paranoica: né la sua gravidanza, né i tradimenti del marito né tantomeno i suoi tentativi di ucciderla erano reali. Il subdolo Wen, approfittando della situazione, si impossessa del tesoro e fugge per la campagna, mentre i tre protagonisti si lanciano al suo inseguimento.
Johnnie To si rivela subito il più "autore" dei tre registi, nel bene e nel male: gli bastano pochi minuti per risolvere alcune delle situazioni lasciate in sospeso da Lam, scegliendo bellamente di ignorarne altre. Fra tocchi surreali (vedi l'ingresso in scena di Lam Suet) e un'ambientazione sospesa e fuori dal mondo (quasi una parodia di "Dragon Inn"), conduce il film verso strade inaspettate ed è sicuramente il più attento al lato cinematografico dell'operazione, a scapito magari della caratterizzazione dei singoli personaggi: ma in fondo l'aspetto interessante del film consiste proprio nelle sue differenze e contraddizioni interne, altrimenti l'intero esperimento non avrebbe avuto senso. Per citare il mio amico Ernesto, "tre registi che girano a partire da un'unica sceneggiatura, pensata in anticipo, fondamentalmente rischiano di fare come i registi di seconda o terza unità, quelli che lavorano quando il regista principale è occupato altrove seguendo pedissequamente le sue direttive. Mentre in questo caso dovevano anche scrivere la storia, con i propri sceneggiatori, e questo da una parte crea una specie di slegatura, ma dall'altra è proprio il bello di un lavoro del genere".

12 aprile 2008

I predatori dell'arca perduta (S. Spielberg, 1981)

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the lost ark)
di Steven Spielberg – USA 1981
con Harrison Ford, Karen Allen
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Nel 1936 l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) si reca in Egitto alla ricerca dell'arca dell'alleanza, il leggendario reperto che ha contenuto le tavole dei dieci comandamenti e che fa gola anche ai nazisti per via dei suoi (supposti) poteri soprannaturali. Un film fondamentale nel rinnovare gli stilemi del cinema di avventura, pur guardando al passato e rifacendosi direttamente ai fumetti e alle riviste pulp degli anni trenta (non a caso la grafica del titolo sui manifesti richiama il logo di riviste quali "Amazing stories"). Tratto da una storia di George Lucas sceneggiata da Lawrence Kasdan, ha dato vita a un personaggio talmente popolare da diventare protagonista di altri due film (e un quarto è in arrivo fra pochi mesi), di una serie televisiva, di numerosi videogiochi e soprattutto di innumerevoli imitazioni e parodie non solo cinematografiche. Gli elementi che lo caratterizzano visivamente (compreso il cappello e la frusta) lo rendono probabilmente uno dei character più riconoscibili della storia del cinema. E pensare che a interpretarlo non sarebbe dovuto essere Ford, bensì Tom Selleck, che rifiutò la parte perché troppo impegnato con le riprese del telefilm "Magnum P.I.". Spielberg fonde alla perfezione avventura e azione, ritmo e humour, inseguimenti e acrobazie, il fascino del mistero soprannaturale e quello della storia, cambiando anche più registri stilistici: il professor Jones si trasforma da compassato accademico in un vero e proprio avventuriero (come dimostra subito la bella sequenza iniziale dell'idolo nella giungla), protagonista di sequenze che recuperano l'ingenuità dei bei tempi andati (la sfera di roccia che gli rotola dietro, citazione da una storia di Carl Barks), di meravigliosi momenti umoristici (il nemico con la scimitarra nel mercato al Cairo o la gruccia appendiabiti del nazista), di episodi da brivido (i serpenti nel pozzo delle anime, autentici perché all'epoca non si parlava ancora di CGI, e naturalmente l'apertura dell'arca), di tesissime scene d'azione (l'inseguimento sul camion) e di battute memorabili ("Non sono gli anni... sono i chilometri!"). Fra i comprimari, oltre alla bella Karen Allen, sono da segnalare John "Gimli" Rhys-Davies, Denholm Elliott e un debuttante Alfred Molina ("Adios, imbecille!"). Degna di menzione anche la colonna sonora di John Williams e indimenticabile tanto l'incipit, con il vecchio logo della Paramount che si trasforma in un'autentica montagna (giochino che sarà ripetuto nei capitoli successivi), quanto il finale, con l'immenso magazzino di scatoloni (un omaggio a "Quarto potere"). Nei piani iniziali avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a basso budget, praticamente un B-movie, ma naturalmente Lucas e Spielberg si fecero prendere la mano. Il film è stato poi rieditato con il titolo "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta", per coerenza con i capitoli successivi. Il nome Indiana era quello del cane di George Lucas, mentre il cognome Jones sarebbe stato scelto il giorno stesso dell'inizio delle riprese: in origine il personaggio avrebbe dovuto chiamarsi Indiana Smith. Una curiosità personale: ricordo ancora la campagna di lancio del film (avevo undici anni), con il claim "Il ritorno della grande avventura" sui manifesti che mi aveva fatto erroneamente pensare che si trattasse di un seguito del film "La grande avventura" di Stewart Raffill.

22 maggio 2007

Il tesoro della sierra madre (J. Huston, 1948)

Il tesoro della Sierra Madre (The treasure of the Sierra Madre)
di John Huston – USA 1948
con Humphrey Bogart, Walter Huston, Tim Holt
***

Visto in DVD.

Alla metà degli anni venti, due americani caduti in disgrazia (Humphrey Bogart e Tim Holt) si barcamenano senza troppa fortuna in una città messicana. Quando incontrano un vecchio cercatore d'oro (Walter Huston, padre del regista), decidono di seguirlo in una spedizione sui monti della Sierra Madre in cerca del prezioso metallo. Troveranno un ricco filone, ma l'improvvisa ricchezza seminerà fra loro discordia e sfiducia verso i propri compagni. Da un romanzo del "misterioso" scrittore tedesco B. Traven (di cui si ignora la reale identità), un bel film d'avventura come non se ne fanno più, con una grande interpretazione di Bogey (una delle sue migliori, oserei dire) nei panni di un uomo che si lascia vincere dalla febbre dell'oro fino a perdere la ragione e l'umanità. Fra avventure e pericoli di ogni genere (compreso lo scontro con un gruppo di bandidos messicani), la pellicola – la prima girata da Huston dopo il lavoro come documentarista durante la guerra – procede con brio verso un finale ironico e amaro, un vero e proprio apologo sull'avidità umana. Gli scenari, il ritmo e la caratterizzazione negativa del personaggio protagonista concorrono a renderlo un piccolo classico, che ha influenzato non poco il genere avventuroso non solo nel cinema, ma anche nei fumetti. Fu uno dei primi film hollywoodiani a essere girato interamente in Messico (in quegli stessi anni l'impresa fu ripetuta, per esempio, da "La collana insanguinata" di Robert Wise e "Il tesoro di Vera Cruz" di Don Siegel). John Huston – che aveva lavorato con Bogart, suo grande amico sin dai tempi di "Una pallottola per Roy", già ne "Il mistero del falco" (il suo film d'esordio) e "Agguato ai tropici" – vinse i premi Oscar per la miglior regia e per la sceneggiatura non originale, suo padre Walter quello per l'attore non protagonista. Amato da registi come Kubrick e Raimi, fu nominato anche come miglior film.