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14 marzo 2022

Moebius (Kim Ki-duk, 2013)

Moebius (Moebiuseu)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2013
con Seo Young-ju, Cho Jae-hyun, Lee Eun-woo
***

Visto in divx.

Folle di gelosia perché il marito (Cho Jae-hyun) ha un'amante (Lee Eun-woo), una donna (sempre Lee) evira con un coltello il figlio (Seo Young-ju) e poi fugge di casa. Scosso dai sensi di colpa, il padre vorrebbe trapiantare i propri genitali al ragazzo: e nel frattempo, scopre – e gli comunica – che è possibile comunque provare piacere sessuale attraverso il dolore. Il ragazzo userà questa informazione per iniziare una relazione proprio con l'amante del padre. E dopo l'operazione chirurgica, scoprirà di riuscire ad avere un'erezione soltanto di fronte alla madre, che nel frattempo è tornata a casa... Film originale e crudo, molto forte, fra i più estremi di un regista già estremo di suo, che per l'occasione sembra aver ritrovato almeno in parte la sua vena più personale e crudele, quella messa in mostra in pellicole come "L'isola", "Bad guy" o il precedente "Pietà", anche se rispetto ai lavori degli esordi l'insieme è meno lirico e poetico. L'intera pellicola è completamente priva di dialoghi, con i personaggi che si esprimono solo attraverso gesti e sguardi. Ma a renderla indimenticabile, naturalmente, sono soprattutto i contenuti, non privi di riferimenti alle tragedie greche (Edipo in testa) e alla mitologia (Urano). Passione e dolore, amore e incesto si fondono in una rapida successione di eventi che fanno continuamente avanzare la storia (le umiliazioni del ragazzo, bullizzato dai compagni di scuola e poi costretto a entrare in una gang di teppisti; il soggiorno in prigione; le ricerche del padre su internet a proposito dei trapianti di genitali; la relazione fra il ragazzo e l'amante del padre; la gelosia del padre di fronte al rapporto fra madre e figlio...). Il titolo, che fa riferimento al celebre nastro a una faccia, suggerisce l'intrecciarsi e il trasformarsi dei temi (indicativo il fatto che a interpretare la moglie e l'amante sia la stessa attrice, nonché l'immagine conclusiva del ragazzo che prega davanti a un Buddha nella vetrina di un negozio). La pellicola ha avuto forti problemi con la censura e sollevato polemiche in patria (l'attrice inizialmente scelta per la parte della madre ha accusato il regista di violenza psicologica).

31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

2 ottobre 2020

Moonlight whispers (Akihiko Shiota, 1999)

Moonlight whispers (Gekko no sasayaki)
di Akihiko Shiota – Giappone 1999
con Kenji Mizuhashi, Tsugumi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La liceale Satsuki (Tsugumi) rompe il fidanzamento con Takuya (Mizuhashi), suo compagno nella squadra di kendo della scuola, dopo aver scoperto che lui è incapace di condurre una relazione normale. Il ragazzo, infatti, è masochista e feticista, le ruba oggetti intimi e la registra di nascosto, preferendo questi simulacri a un rapporto diretto con lei. Non si tratta però di una perversione fine a sé stessa, ma dell'unico modo che ha di amarla: vuole starle vicino, osservarla e condividere la sua vita come se fosse il suo cagnolino. Dopo l'iniziale repulsione, pian piano anche lei comincia a essere attratta, seppur controvoglia, dal potere che esercita su di lui, umiliandolo e costringendolo a seguirla e ad assistere di nascosto ai suoi incontri con altri ragazzi. I temi del feticismo, della dominanza e della sottomissione, delle perversioni sessuali e del sadomasochismo sono trattati con inconsueta delicatezza in una pellicola – tratta da un manga – di ambientazione liceale e con tutte le caratteristiche dei film romantici per adolescenti, come solo i giapponesi sanno fare. Siamo di fronte in fondo a una storia di coming-of-age, con due ragazzi alla scoperta di un modo diverso da quello comunemente accettato (ma altrettanto valido) di amarsi. Insieme a "Don't look back", uscito in contemporanea, si tratta del film d'esordio (e forse più noto) di Shiota.

4 luglio 2020

The forest of love (Sion Sono, 2019)

The forest of love (Ai-naki mori de sakebe)
di Sion Sono – Giappone 2019
con Eri Kamataki, Kippei Shiina
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Joe Murata (Kippei Shiina) è un affascinante e spregiudicato truffatore, che millanta professioni diverse (da cantautore ad agente della CIA!) e ha la capacità di sedurre ogni donna e plagiare ogni uomo. A cadere fra le sue braccia ci sono Mitsuko (Eri Kamataki) e Taeko (Kyoko Hinami), ex compagne di classe del liceo, le cui vite hanno preso strade diverse dopo una tragedia che le segnò durante l'ultimo anno di scuola. La morte in un incidente di Eiko, che avrebbe dovuto interpretare Romeo in una recita scolastica (dove Mitsuko sarebbe stata Giulietta, e Taeko la regista), ha spinto la prima a chiudersi completamente in sé stessa, isolandosi nella propria stanza con l'unica compagnia del fantasma dell'amica defunta; e la seconda a darsi a una vita punk e sregolata. Il fascino di Murata conquista anche tre giovani cineamatori – Shin (Shinnosuke Mitsushima), Jay (Young Dais) e Fukami (Dai Hasegawa) – che decidono di girare un film ispirato proprio a lui, sospettato fra l'altro di essere quel serial killer che semina di vittime i boschi circostanti. Il nutrito roster di personaggi comprende anche la sorella minore di Mitsuko, Ami (Yuzuka Nakaya), e i suoi genitori (Denden e Sei Matobu). Lunga ed eccentrica black comedy dalla struttura episodica, bizzarra ed estrema come Sion Sono ci ha da tempo abituato, che conduce lo spettatore in un labirinto di false piste per poi sorprenderlo con svolte inaspettate. I temi cari al regista giapponese ci sono tutti: famiglie disfunzionali, personaggi stravaganti, dinamiche relazionali contorte e asimmetriche, sesso e perversioni, sadomasochismo, torture, suicidi, omicidi, sette e lavaggio del cervello, un atteggiamento disincantato verso la morte, la violenza, la "purezza" e la verginità, apparizioni soprannaturali, traumi del passato, riflessioni metacinematografiche, narrazione decostruita con numerosi flashback, la follia che prende il sopravvento man mano che si perde il contatto con la realtà. Durante la visione sembra spesso di smarrire il focus della storia (non è nemmeno chiaro chi debba esserne il protagonista: Mitsuko? Taeko? Shin? O addirittura Murata?), prima di un finale chiarificatore che pure ribalta completamente le carte in tavola e capovolge molte delle certezze acquisite. La sceneggiatura è ispirata a una serie di veri delitti (quelli di Futoshi Matsunaga) commessi in Giappone alla fine degli anni Novanta: ma per il regista si tratta solo di uno spunto da cui partire per la tangente, visto che le imprese del serial killer rimangono quasi sempre sullo sfondo. A suo modo una pellicola memorabile, che può certo sconcertare (e che rispetto ad altri lavori di Sono è forse meno compiuta e convincente), ma che non annoia mai e che colpisce anche per la ricchezza visiva, la bellezza della fotografia e la cura della regia. Da ricordare le modalità con cui le persone plagiate si sbarazzano dei cadaveri (facendoli a pezzi in maniera certosina): ma il personaggio stesso di Joe Murata, con la sua faccia tosta e l'incredibile fascino manipolatore, è forse l'elemento più riuscito di una storia che si dipana in un crescendo sempre più estremo, grottesco ed esagerato. Nella colonna sonora spiccano il Canone di Pachelbel (trasformato in canzone d'amore adolescenziale) e l'Adagietto dalla quinta sinfonia di Mahler, entrambi già usati dal regista in opere precedenti. Oltre al film, Sion Sono ha firmato anche una versione estesa (lunga quasi il doppio), "The forest of love - Deep cut", sotto forma di miniserie televisiva in sette episodi.

26 aprile 2020

Velluto blu (David Lynch, 1986)

Velluto blu (Blue velvet)
di David Lynch – USA 1986
con Kyle MacLachlan, Isabella Rossellini
***1/2

Rivisto in DVD.

Tornato a Lumberton, tranquilla cittadina in North Carolina ("Il paradiso dei tagliaboschi"), a causa di un malore del padre, il "bravo ragazzo" Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan) si lascia coinvolgere da un mondo oscuro e perverso, che lo incuriosisce ed affascina tanto quanto lo terrorizza e lo repelle. Il rinvenimento di un orecchio umano mozzato in un campo vicino casa, infatti, lo spinge a indagare sull'accaduto insieme alla coetanea Sandy (Laura Dern), figlia del detective di polizia (George Dickerson) che si interessa del caso. Jeffrey si introduce così di nascosto nell'appartamento della cantante Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), che si suppone implicata nella vicenda, scoprendo che questa è ricattata da Frank Booth (Dennis Hopper), trafficante di droga psicopatico e violento che le ha rapito il figlio, e intrecciando con lei una relazione malsana e sadomasochistica. Al quarto lungometraggio, dopo la delusione creativa e produttiva di "Dune", David Lynch affronta per la prima volta in maniera esplicita e compiuta molti dei temi che caratterizzeranno la sua filmografia: l'inquietudine che si cela sotto l'apparente quotidianità della vita di provincia, il mistero e la seduzione che si sposano con la violenza e l'assurdo, i crimini e le perversioni che convivono fianco a fianco con gli aspetti più rispettabili e normali di una comunità (particolarmente evidente qui il contrasto fra Sandy, ragazza ordinaria e acqua e sapone, e la problematica e seducente Dorothy). Ampio spazio è dedicato anche a simboli, oggetti e temi come i tessuti (il velluto blu del titolo, dalla veste da camera di Dorothy ma soprattutto dalla canzone "Blue velvet" di Tony Bennett – resa celebre dalla cover di Bobby Vinton – che lei intona in un locale notturno; le tende rosse in casa sua), gli insetti (le formiche sull'orecchio umano, i parassiti che brulicano sotto ogni superficie), i sogni, la fuga dalla realtà: tutte cose che torneranno a più riprese nel cinema del regista. "È uno strano mondo", commentano Jeffrey e Sandy, un mondo oscuro e corrotto di cui spesso non si ha cognizione, ma che una volta conosciuto può attrarre in maniera distruttiva, come il fuoco attrae le falene. Da segnalare anche i sottotesti psicologici ed edipici (Jeffrey "figlio" metaforico di una "coppia" problematica composta da Frank e Dorothy). La musica di Angelo Badalamenti (alla prima di molte collaborazioni con Lynch), ispirata a Shostakovich, la fotografia iperreale e colorata di Frederick Elmes, i set che evocano gli anni cinquanta (come a quegli anni risalgono i film noir e polizieschi che la madre e la zia di Jeffrey guardano di continuo, un genere caratterizzato proprio da figure archetipiche come la femme fatale) contribuiscono a creare un'atmosfera avvolgente e ineludibile, anch'essa marchio di fabbrica del regista, simile al mood fornito dalla canzone di Bobby Vinton. MacLachlan, già in "Dune", tornerà naturalmente in "Twin Peaks", la serie televisiva per la quale Lynch sembra qui fare le prove generali. Anche la Dern diventerà una sua habitué. Eccezionali e indimenticabili, naturalmente, Dennis Hopper e Isabella Rossellini. Per il ruolo di Frank, caratterizzato anche per l'uso del respiratore, il regista aveva inizialmente pensato a Willem Dafoe. Nel cast anche Dean Stockwell (il gangster omosessuale Ben Soave) e Brad Dourif (uno degli uomini di Frank).

20 marzo 2020

La morte ha fatto l'uovo (G. Questi, 1968)

La morte ha fatto l'uovo
di Giulio Questi – Italia/Francia 1968
con Jean-Louis Trintignant, Gina Lollobrigida
**

Visto in divx.

Marco (Trintignant) dirige l'allevamento di polli – interamente meccanicizzato – di proprietà della ricca moglie Anna (Lollobrigida), ha tendenze sadomasochistiche che sfoga "simulando" delitti ai danni delle prostitute di un vicino motel, e sogna di fuggire con la giovane e bionda Gabri (Ewa Aulin), cugina di Anna che vive insieme alla coppia e fa loro da segretaria. Ma ignora che questa, insieme a un giovane agente pubblicitario (Jean Sobieski), sta complottando alle sue spalle... Il secondo film della coppia Giulio Questi (regista) e Franco Arcalli (montatore), entrambi sceneggiatori, dopo il western "Se sei vivo spara", è uno stranissimo oggetto, un thriller sociologico ed esistenziale che francamente oggi appare un po' pretenzioso e datato, oltre che intellettualistico (guarda ad Antonioni e a Resnais). Ha certo i suoi pregi, su tutti l'atmosfera straniante e onirica, enfatizzata dalla colonna sonora di Bruno Maderna, ricca di dissonanti sonorità acustiche. Fra spunti sociali (il pollaio, con i suoi impianti moderni, può fare a meno dei lavoranti), di costume (l'invasione della pubblicità, le riunioni dell'associazione dei produttori di polli), morbosi (lo strano rapporto a tre fra Marco, Anna e Gabri, le feste borghesi con il gioco delle coppie rinchiuse in camera) e persino fantascientifici (il chimico industriale (Biagio Pelligra) che, trattando le colture con isotopi radioattivi, crea dei polli mostruosi senza testa né ali), la pellicola lancia i suoi sguardi a 360 gradi, per poi focalizzarsi progressivamente sulla trama gialla. Al centro, comunque, rimane il personaggio interpretato da Trintignant, sempre fuori posto e sperso nei suoi istinti, nel suo bisogno di violenza e nei suoi sogni che mal si amalgamano con la noiosa società che lo circonda.

2 novembre 2017

R100 (Hitoshi Matsumoto, 2013)

R100 (id.)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2013
con Nao Omori, Shinobu Terajima
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Takafumi Katayama (Nao Omori), commesso in un negozio di arredamento, firma un contratto con un'agenzia sadomaso che gli invierà, per un anno intero, "dominatrici" in abiti succinti che faranno irruzione nella sua vita quotidiana nei momenti più inaspettati, infliggendogli dolore o umiliazione. E così l'uomo viene di volta in volta picchiato, preso a calci in strada o buttato giù per le scale, messo in imbarazzo al ristorante (con la dominatrix che gli schiaccia il sushi) o sul posto di lavoro: un particolare effetto visivo sullo schermo mostra che tutto ciò gli procura "ondate" di piacere. Quando però le visite cominciano a farsi sempre più eccessive, invadenti e sgradite, anche perché rischiano di coinvolgere i suoi familiari (il figlioletto in primis), Takafumi cercherà di tirarsi indietro. Non ci riuscirà, e scatenerà l'ira del potente CEO dell'organizzazione (la wrestler Lindsay Kay Hayward). Il cinema di Hitoshi Matsumoto è sempre stato folle e spiazzante, e di solito questo è un fattore positivo. Qui, però, il tentativo di partire da un contesto "serio" (la solitudine e la disperazione di Takafumi, la cui moglie è in coma da tre anni; uno spunto che ricorda quello di "The game"; le riflessioni sociali sull'umiliazione e il piacere; i riferimenti all'Inno alla Gioia di Beethoven come tema portante) e di renderlo via via più surreale e grottesco, funziona a corrente alternata. E quando la storia parte completamente per la tangente (l'agenzia sadomaso diventa una pittoresca organizzazione criminale da film di spionaggio, con tanto di esercito di pseudo-ninja), cessa anche di divertire: anzi, si perde interesse nella vicenda e si rimane soltanto ad attendere che il film finisca. Il bello è che la stessa pellicola, a un certo punto, riconosce di aver abbandonato ogni parvenza di qualità o di buon gusto, e cerca di "rimediare" attraverso alcuni inserti metacinematografici in cui rivela che quello cui stiamo assistendo è un film girato da un regista centenario, pensato per un pubblico che abbia anch'esso almeno cento anni. Il misterioso titolo "R100", dunque, si riferisce al rating: significa che il film è sconsigliato (o addirittura vietato) ai minori di 100 anni. Mah!

31 marzo 2017

Elle (Paul Verhoeven, 2016)

Elle (id.)
di Paul Verhoeven – Francia/Germania 2016
con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Quando Michèle Leblanc viene aggredita e violentata in casa sua da uno sconosciuto con il passamontagna, anziché chiamare la polizia la donna preferisce andare avanti con la sua vita ordinata come se nulla fosse successo. Anche perché ha già vissuto la sua dose di orrore e di violenza in passato (il padre è da oltre trent'anni in carcere per una serie di delitti commessi quando lei era bambina), e per questo motivo vive ormai "al di là del bene e del male". Donna in carriera, presidente di una società di videogiochi che dirige con il pugno di ferro, odiata più o meno da tutti, cerca a fatica di tenere il suo intero mondo sotto controllo, senza guardare in faccia nessuno: che si tratti della famiglia (maltratta il figlio, di cui disprezza la nuova fidanzata; l'ex marito, nelle cui nuove relazioni mette i bastoni fra le ruote; e la madre, di cui disapprova i giovani amanti), delle amicizie (va a letto con il marito della sua miglior amica e collega Anna) e del lavoro (umilia in continuazione il più brillante dipendente della sua ditta di videogiochi). Ovvio che qualcuno ce l'abbia con lei: e infatti il misterioso assalitore si rifà vivo con messaggi osceni, minacciando di aggredirla di nuovo. Dopo aver ristretto il campo dei possibili colpevoli alle persone che conosce, Michèle scoprirà finalmente di chi si tratta: ma a questo punto, a differenza di un normale thriller, una volta svelata l'identità del responsabile il film non solo non termina ma prende una piega inaspettata... Soltanto quando avrà finalmente chiuso i conti con il proprio passato (e in particolare con il padre), la protagonista farà finalmente chiarezza su sé stessa e riuscirà a mettere in ordine i fili ingarbugliati della sua esistenza (e quelli dei rapporti con chi la circonda). Con una sceneggiatura densissima, tratta da un romanzo di Philippe Djian, Verhoeven – che torna al cinema a dieci anni di distanza da "Black Book", e con il suo primo lavoro in lingua francese (dopo aver inutilmente tentato di girarlo negli Stati Uniti con un'attrice americana) – sforna un film lucido e intenso, che parte come una pellicola di Haneke, si trasforma a metà strada in un giallo e si sviluppa infine sul piano del thriller erotico-psicologico, uscendo completamente dagli schemi prevedibili dei revenge movie convenzionali (con quella sfrontata audacità che è sempre stata il tratto migliore del regista olandese, e che fa spesso infuriare i suoi detrattori), senza rinunciare peraltro ad alcuni momenti di humour sottile. Circondata da tanti personaggi-satelliti, al centro rimane sempre la figura complessa di Michèle, interpretata da una straordinaria Huppert (maldestramente doppiata però nella versione italiana). In particolare, attorno a questa donna forte, le figure maschili tendono a mostrarsi impotenti, facilmente manipolabili e in preda a legami assai esili, fino a uscire quasi tutti di scena e svanire all'orizzonte.

11 marzo 2017

La pianista (Michael Haneke, 2001)

La pianista (La pianiste)
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2001
con Isabelle Huppert, Benoît Magimel
***

Rivisto in divx.

Erika Kohut (Huppert), insegnante di piano al conservatorio di Vienna, vive con la madre (Annie Girardot) che la tratta ancora come una bambina. Forse per questo ha una personalità – e soprattutto una sessualità – repressa e disturbata. Severa e scostante con i suoi allievi, verso i quali non mostra alcuna empatia, ha tendenze voyeuristiche e sadomasochistiche, che mette in atto da sola, recandosi per esempio nelle cabine di un peep show, spiando le coppiette al drive in o tagliandosi con le lamette in bagno. Quando incontra il giovane Walter (Magimel), brillante studente di ingegneria che si dimostra talmente affascinato dal lei e dalla sua raffinatezza da iscriversi alle sue lezioni per corteggiarla, per la prima volta si apre a qualcuno, rivelandogli le proprie fantasie, sia pure in maniera fredda e autoritaria. Il risultato non sarà quello sperato. Da un romanzo di Elfriede Jelinek (scrittrice austriaca che vincerà il premio Nobel nel 2004), un film provocatorio e volutamente sgradevole, magistralmente diretto da Haneke e interpretato da una Huppert capace di dar vita a un personaggio difficile e complesso. Erika, patologicamente legata alla madre, è incapace di stabilire una relazione che non sia conflittuale. Esemplare il modo in cui tratta i suoi studenti, compreso Walter (i cui sentimenti sono inizialmente accolti con freddezza, per poi sfociare in una relazione che – da parte di lei – è all'insegna del degrado, della manipolazione e dell'umiliazione: in entrambe le direzioni, visto che Erika è sia sadica che masochista) e la timida Anna (alla quale gioca uno scherzo crudele, riempiendole le tasche del giaccone di schegge di vetro che le feriscono le mani: lo fa per un misto di sadismo, invidia o gelosia, dopo aver assistito a un momento di gentilezza di Walter nei suoi confronti). Come nei suoi film precedenti, Haneke non si tira indietro nel mostrare scene estreme sullo schermo (in questo caso immagini di porno espliciti: le perversioni di Erika sono invece fuori campo). E gli orrori e le devianze del quotidiano si rispecchiano nella banalità dei programmi che passano sulla televisione perennemente accesa della madre (soap opera, pubblicità, documentari, notizie dei telegiornali). La musica classica (in particolare quella di Schubert: nella pellicola si odono, fra le altre cose, brani del trio D. 929, della sonata per piano D. 959 e uno dei lieder di "Winterreise"), con la sua bellezza e raffinatezza, contrasta con lo squallore della pornografia, priva di gioia e pervasa solo dal dolore, di cui si nutre Erika. Che non a caso sembra attratta quasi solo da compositori con problemi psicologici o patologici a loro volta (parlando di Schumann e di Schubert, accenna al "crepuscolo dello spirito" e alla loro follia). Ben tre riconoscimenti a Cannes: gran premio della giuria, miglior attore e miglior attrice. Dall'edizione successiva del festival le regole vennero cambiate per impedire che un solo film ricevesse così tanti premi.

2 giugno 2015

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio (P. Almodóvar, 1980)

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
(Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1980
con Carmen Maura, Félix Rotaeta
**1/2

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il primo vero film di Almodóvar, girato con pochi mezzi (e si vede) ma già ricolmo di tutti i suoi personaggi e le sue tematiche: al centro un gruppo di ragazze (il "montón" del titolo originale) che frequentano il sottobosco alternativo di una Madrid fatta di musica punk, trasgressione, arte, libertà, omosessualità e travestitismo. Pepi (Carmen Maura), aspirante scrittrice e regista (che nel corso della pellicola scriverà la propria storia e quella delle sue amiche: e se il film che stiamo vedendo fosse proprio il frutto della sua fantasia anziché la realtà?), è costretta a cedere la propria verginità a un poliziotto (Félix Rotaeta) che ha scoperto che coltiva piante di marijuana sul terrazzo. Per vendicarsi, ne seduce la moglie Luci (Eva Siva), casalinga con tendenze masochistiche. Ben presto Luci abbandona il marito per frequentare Bom (Olvido Gara), giovane cantante punk che ne diventa la "padrona"... Fra festini improvvisati, concerti scalcinati, progetti di lavoro eccentrici o a lungo termine, perversioni vissute con naturale leggerezza, il film scoppia di colore e vitalità, lasciando intravedere – pur con una confezione raffazzonata e una diffusa povertà tecnica – la mano di un autore destinato a fare strada. La struttura episodica (non si contano i personaggi minori che irrompono in una scena per essere poi dimenticati nel resto della pellicola: la donna barbuta, l'attrice vestita da Rossella O'Hara, ecc.) favorisce l'impressione di un racconto di tranche de vie, quasi bohémiano, in cui si alternano momenti che costruiscono la trama ad altri di puro e satirico intrattenimento all'insegna del trash (vedi gli "spot pubblicitari" ideati da Pepi per le mutande Ponte, la cui protagonista è Cecilia Roth). A contrapporsi a questo gruppo di personaggi, in cerca di libertà e di autodeterminazione (anche sessuale), non poteva essere che un rappresentante dell'ordine e del sistema: il poliziotto prevaricatore e reazionario, evidente residuo di quel regime franchista che in Spagna era caduto da pochissimo tempo. Carmen Maura rimarrà a lungo l'interprete preferita del regista. Belli e colorati i titoli di testa, così come gli occasionali cartelli (che ricordano il cinema muto) in stile cubista. Il titolo originale funziona meglio di quello italiano, per via della rima.

7 maggio 2014

Nymphomaniac (Lars von Trier, 2013)

Nymphomaniac (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/UK/D/B 2013
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Charlotte Gainsbourg, l'unica attrice "sopravvissuta" a più di un film con Lars von Trier (è infatti già alla sua terza collaborazione con il regista danese, mentre le varie Emily Watson, Björk, Nicole Kidman, Bryce Dallas Howard e Kirsten Dunst non hanno "retto" oltre la prima prova), interpreta la nifomane Joe, che dopo essere stata ritrovata pesta e sanguinante in un vicolo dal mite e colto Seligman (Stellan Skarsgård) gli racconta – come in un'unica e lunga seduta di psicanalisi, o come davanti a un prete nel confessionale – i retroscena della propria vita "peccaminosa": dalla scoperta della sessualità in età acerba, all'utilizzo di questa per "collezionare" più uomini possibili; dal rapporto con il padre (Christian Slater), che le ha insegnato l'amore per la natura, a quello con Jerome (Shia LeBeouf), l'unico uomo che abbia mai davvero amato; dai tentativi di trovare nuove strade per risvegliare il piacere sessuale, fino alla serie di eventi che l'hanno condotta fin lì. Distribuito nelle sale cinematografiche diviso in due parti (denominate "Vol. I" e "Vol. II", come in "Kill Bill", ma in questo caso più propriamente come due tomi di un romanzo, per la precisione un Bildungsroman), a loro volta divise in "capitoli" (otto in totale, cinque nel primo film e tre nel secondo: 5 e 3 sono numeri ricorrenti), il terzo film della cosiddetta "trilogia della depressione" di LVT (dopo "Antichrist" e "Melancholia") ha apparentemente un solo filo conduttore: la vita sessuale della protagonista. La sua ninfomania è un po' una scelta consapevole e un po' una dipendenza, come quelle dall'alcol o dal fumo, e a tratti sembra quasi un pretesto per imbastire una serie di variazioni sul tema che sfiorano tutti i tipi di perversione sessuale (dal sadomadochismo alla pedofilia, passando per il sesso interrazziale o il lesbismo). Ma Von Trier, lo sappiamo, è un furbone, abituato da sempre a giocare con lo spettatore, a stimolarne le attese e poi a spiazzarlo scompigliando le carte. E con "Nymphomaniac" sembra aver dato il meglio di sé, a partire dalla campagna di marketing e dalle locandine che presentavano il film come estremamente scandaloso, facendo credere di trovarsi di fronte a un "porno d'autore", salvo poi permettere che nelle sale giungesse una versione "censurata e ridotta" (ma cosa potranno aggiungere, a livello di significato, le eventuali scene di sesso che sarebbero state tagliate?). In realtà, come già in "Dogville" e in generale in tutti i film del buon Lars, il vero senso del film sta nei suoi sottotesti, più o meno nascosti: quello religioso (il finale, come ha fatto notare marco c. in un commento sotto questo post, può legare il lungometraggio al precedente "Antichrist", con la donna che torna nel suo ruolo diabolico di corruttrice dell'innocente) o quello sociale (ancora una volta la donna è una vittima della società: Seligman commenta giustamente come il nostro giudizio sulle sue vicende sarebbe diverso se lei fosse stata un uomo e le sue conquiste fossero state femminili).

Nel primo volume la narrazione di Joe è accompagnata – più che da un progressivo approfondimento del personaggio – da metafore talmente esplicite (la pesca alla mosca, la polifonia di Bach) da essere persino illustrate sullo schermo a più riprese. Il risultato ricorda quasi un film di Peter Greenaway: le sovrimpressioni di numeri e di diagrammi, le ricorrenze (i suddetti 5 e 3), gli split screen, le divagazioni colte (Poe, Bach, i numeri di Fibonacci), l'elenco degli amanti (quasi tutti i personaggi – con la notevole eccezione di Jerome – sono indicati soltanto con la lettera iniziale del nome: B, G, H, ecc.) e in generale la "catalogazione" degli episodi della propria vita (episodi significativi ma non "formanti": spesso Joe sottolinea che i vari eventi non l'hanno cambiata e che la sua natura è sempre stata la stessa sin dall'inizio) sono però elementi che in Greenaway sovrastano la storia, spesso solo un pretesto, mentre in questo caso siamo di fronte all'esatto contrario. Nel secondo volume, poi, LVT abbandona gradualmente queste distrazioni (la stessa Joe, dopo l'ennesima divagazione di Seligman, afferma: "Questa è stata una delle sue disgressioni più deboli") e guida lo spettatore più a fondo nel personaggio, che si barcamena fra visioni mistiche, crisi personali e vani tentativi di autoanalisi. Probabilmente il modo migliore per gustarsi "Nymphomaniac" sarebbe quello di guardarlo tutto di fila, visto che più si accumulano i capitoli e gli episodi raccontati e più l'insieme acquista "spessore" e fisionomia: è come se il suo valore fosse "quantitativo", ovvero dato dalla somma delle parti (proprio come Joe sente di aver avuto in fondo un solo amante, la somma di tutti gli uomini che ha conosciuto). Al di là del marketing, la scelta di dividere la pellicola in due parti risulta dannosa (è come interrompere a meta un romanzo, appunto, o un amplesso). La fotografia, in cui dominano il beige e i toni smorti (il quarto capitolo è addirittura tutto in bianco e nero), dona all'insieme un sapore vetusto e polveroso come i libri di Seligman (significativa è anche l'assenza di una precisa collocazione temporale delle vicende). Nella colonna sonora ricorrono il valzer di Shostakovich (già usato da Kubrick nel suo "Eyes Wide Shut") e l'hard rock dei Rammstein. Quanto al comparto attoriale, è da ammirare la prova di Stacy Martin (che interpreta Joe da giovane, e dunque vera protagonista del Vol. I), mentre la struttura episodica del racconto lascia spazio qua e là a numerosi comprimari: nel primo volume spiccano Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Hugo Speer e vari attori danesi (fra i quali Jens Albinus e Jesper Christensen), nel secondo Jamie Bell, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Mia Goth e Willem Dafoe. Le scene di sesso sono simulate, mediante l'utilizzo di controfigure (fra cui attori porno), di protesi e persino di effetti digitali. Fra i ringraziamenti finali, spicca quello a Tarkovskij, del quale non mancano alcune citazioni (l'icona di Rublëv, il titolo "Lo specchio").

20 novembre 2013

Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013)

Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure)
di Roman Polanski – Francia 2013
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Thomas, scrittore e regista teatrale, intende mettere in scena una commedia tratta dal romanzo "Venere in pelliccia" di Leopold von Sacher-Masoch (da cui deriva il termine masochismo). Alle audizioni si presenta (in ritardo, quando ormai tutti sono andati via e nel teatro è rimasto lui solo) un'attrice che aspira alla parte femminile e che si chiama Wanda, proprio come il personaggio che dovrebbe interpretare. Inizialmente titubante a farle un provino (la donna, anche se piena di energia, sembra sboccata e ignorante), Thomas si deve ricredere quando scopre, già dalle prime battute, che conosce la parte a menadito, fin nelle più sottili sfumature, e che sarebbe dunque perfetta per il ruolo. Ma nel prosieguo della serata, mentre si lascia trascinare sempre più dalla recitazione identificandosi a fondo con il suo protagonista, scoprirà che forse Wanda è qualcosa di più di una semplice attrice: un'incarnazione della stessa dea Venere, giunta lì per vendicarsi di lui. Tratto a sua volta da una pièce teatrale (di David Ives, che ha collaborato alla sceneggiatura), il nuovo film di Polanski è – come il precedente "Carnage" – un altro perfetto esempio di "cinema da camera". Stavolta gli attori in scena sono solo due, gli ottimi Amalric e Seigner (moglie dello stesso Polanski, qui davvero strepitosa), e forse rispetto alla pellicola precedente il ritmo è meno incalzante, ma l'autoironia e la "crudeltà" nel mettere in scena una sorta di guerra dei sessi (del tutto sui generis, visto che in fondo asseconda il desiderio di degradazione del personaggio maschile) sono allo stesso livello, il crescendo degli eventi è ben dosato e il gioco del "teatro nel teatro" (qui, in realtà, si tratta di "teatro nel cinema") è sfruttato fino alle estreme conseguenze, a cominciare dalla straniante scenografia (i resti di uno spettacolo western precedente, che fa sì che si debba recitare fra cactus finti e fornelli da campo). Sul palco i due interpreti entrano ed escono in continuazione dai rispettivi personaggi (con il comico contraltare fra la svagata semplicità e la volgarità dell'attrice rispetto all'eleganza e la raffinatezza della Contessa che interpreta) e si scambiano più volte i ruoli, non solo quelli dei personaggi ma anche la posizione dominante e quella di sottomissione (nella "realtà", almeno all'inizio, è il regista a dirigere l'attrice e dunque a dare ordini; nella "finzione", invece, è la donna a comandare), tanto che, pian piano, anche sul palco avviene lo stesso ribaltamento di potere descritto nel romanzo e nella commedia. Allo stesso tempo omaggio a Sacher-Masoch, rilettura delle sue ossessioni in chiave psicanalitica e moderna, e attacco alla sua misoginia di fondo (che non poteva non scatenare l'ira "divina" di Afrodite), la vicenda assume così i contorni di un gioco intellettuale che richiama appunto i miti greci e che sfocia – in un crescendo irresistibile – in uno sberleffo finale contro la megalomania dell'artista, che viene "demolito" sia come uomo che come scrittore-demiurgo, in balia di forze più grandi di lui (e che stesse per scatenarsi un intervento soprannaturale lo suggerivano già le inquadrature iniziali, quelle di una Parigi vuota e sferzata dalla pioggia).

11 novembre 2013

Blind beast (Yasuzo Masumura, 1969)

Blind beast (Mōjuu)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1969
con Eiji Funakoshi, Mako Midori
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una giovane modella viene rapita da uno scultore cieco, ossessionato dai corpi femminili, che la segrega nel suo magazzino-laboratorio dove intende perfezionare con il suo aiuto una nuova forma di scultura, "l'arte del tatto". Inizialmente la ragazza cerca in ogni modo di fuggire, e a questo scopo semina zizzania fra il carceriere e sua madre, l'unica donna che gli è mai stata vicina e che lo ha aiutato nel rapimento. Ma alla lunga, fra i due si svilupperà un morboso rapporto che crescerà fino alle estreme conseguenze, in un vortice discendente di follia e passione. Ispirato a un racconto di Edogawa Ranpo, un film insolito ed inquietante, caratterizzato in principio da atmosfere da thriller erotico che via via assumono connotazioni sempre più disturbanti e malate, con venature sadomasochistiche (l'esplorazione dei corpi porta rapidamente alla sperimentazione del dolore, direttamente collegata con l'estasi sessuale), tra dipendenza e sindrome di Stoccolma. Paragonato da alcuni a "La donna di sabbia", rispetto al film di Hiroshi Teshigahara è forse meno incisivo nella descrizione psicologica dei personaggi e nella concatenazione delle varie situazioni, ma colpisce per la messa in scena surreale (memorabile la scenografia dello studio dello scultore, in cui si svolge quasi tutta la pellicola, con frammenti di corpi femminili – talvolta giganteschi – che escono dalle pareti e due enormi statue nude sulle quali si muovono i protagonisti, immersi in una perenne penombra) e per lo stile minimalista e tutto sommato raffinato nel portare sullo schermo – senza mai varcare la soglia dell'eccesso grafico gratuito o fine a sé stesso – ossessioni e perversioni di due personaggi tragici e senza via d'uscita.

29 luglio 2013

Bella di giorno (Luis Buñuel, 1967)

Bella di giorno (Belle du jour)
di Luis Buñuel – Francia 1967
con Catherine Deneuve, Michel Piccoli
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per superare la propria frigidità e la paura del sesso, Séverine – moglie di un giovane e ricco chirurgo – opta per una "terapia d'urto" e si prostituisce in un bordello di lusso, dove è conosciuta con il nome di "Bella di giorno" (perché è disponibile solo dalle 2 alle 5 del pomeriggio). Il primo film a colori di Buñuel, scritto con Jean-Claude Carrière da un romanzo di Joseph Kessel e prodotto dai fratelli Hakim, è il lavoro più celebre e "scandaloso" del regista: rifiutato dal Festival di Cannes per supposta "scarsa artisticità", si rifarà vincendo addirittura il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia. Nella vena onirico-surrealista di Don Luis, il film mette in scena ossessioni e desideri che si confondono con la realtà: Séverine, che ha tendenze sadomasochistiche (sogna di essere frustata o umiliata dall'uomo che ama), non si prostituisce per denaro o per lussuria, ma solo per "scoprire sé stessa", come se si trattasse di sedute dallo psicanalista. Il tema pruriginoso sollevò un vespaio nei tardi anni sessanta, ma spinse anche gli incassi alle stelle (è il lavoro del regista spagnolo che ebbe il maggior successo di pubblico). E anche a rivederlo oggi il film mantiene tutta la sua forza, in un miracoloso equilibrio fra simbolismo, caratterizzazione psicologica, bizzarria delle situazioni (si pensi alla sequenza di clienti eccentrici o dalle manie "particolari": si va dal professore che gioca a fare il maggiordomo maltrattato, al duca che assolda la ragazza perché impersoni la moglie defunta) e carica erotica, pur non mostrando mai (naturalmente) scene esplicite. Una Deneuve bellissima, algida e distante (anche quando la vediamo nel tempo libero, sulla neve di una località sciistica o in completino bianco da giocatrice di tennis), dà vita a un personaggio indimenticabile, che parte dalla propria passività e sottomissione per cercare un nuovo equilibrio fra realtà e sogno (sono numerose le sequenze – introdotte dall'immagine o dal rumore della carrozza, spesso accompagnata da suoni di campanellini o da miagolii di gatti – che sono puramente frutto della sua immaginazione). Buono comunque anche il cast maschile: a svettare, più che Jean Sorel nei panni del marito, è il sornione Michel Piccoli, l'amico che la corteggia e che subdolamente la indirizza alla casa di Madame Anaïs (Geneviève Page). Pierre Clémenti è invece il giovane malavitoso che si invaghisce di lei, parzialmente ricambiato, e che cercherà di averla tutta per sé. Fra i tanti elementi introdotti per intorbidire le acque, è da ricordare la misteriosa scatoletta del cliente orientale, da cui proviene uno strano ronzio e di cui non ci viene mostrato il contenuto, che Buñuel lascia alla nostra immaginazione: è certamente un'antesignana della valigetta di "Pulp Fiction". Diverse le scene censurate dall'edizione italiana: in particolare, quella in cui Séverine, da bambina, rifiuta di ricevere la comunione, dimostrando già da allora il suo anticonformismo e il suo desiderio di trasgressione. Nel 2006 Manoel de Oliveira ne ha diretto un (brutto) sequel, "Belle toujour", con Bulle Ogier nel ruolo di Séverine (che la Deneuve aveva rifiutato di riprendere).

24 gennaio 2013

Ecco l'impero dei sensi (N. Oshima, 1976)

Ecco l'impero dei sensi (Ai no corrida)
di Nagisa Oshima – Giappone/Francia 1976
con Eiko Matsuda, Tatsuya Fuji
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per ricordare Nagisa Oshima, il grande regista della nouvelle vague giapponese da poco scomparso, mi sono rivisto il suo film più celebre, che fece scandalo e riscosse un inatteso successo al Festival di Cannes. Tratto da una storia vera di dipendenza e ossessione sessuale (un caso di cronaca avvenuto nel Giappone del 1936), racconta la vicenda di Abe Sada, ex prostituta che si trasferisce a lavorare come cameriera in una casa di geishe a Tokyo. Innamorata di Kichi, il marito della proprietaria, ne diventerà l’amante e darà vita con lui a un ménage sempre più stretto e intenso, finendo quasi con il vivere di solo sesso. Al culmine della passione, soffocherà l’amante con un fazzoletto: gli taglierà poi i genitali e vagherà per diversi giorni per le strade della città portandoli con sé, prima di essere arrestata. Il fatto destò scalpore nella società giapponese e acquistò un’aura quasi mitica, attirando l’attenzione di scrittori, poeti e cineasti (oltre alla versione di Oshima, da ricordare quella di Noboru Tanaka, “Abesada – L’abisso dei sensi”, del 1975). Assai esplicita visivamente, la pellicola si concentra tutta sul legame sempre più indissolubile fra i due amanti (sono poche le scene che li vedono separati, come quelle in cui Sada si rivolge a un suo vecchio pretendente, il maestro Omiya, interpretato da Kyôji Kokonoe), in un’escalation di amplessi, di estasi sensuale e di giochi erotici ai limiti del sadomasochismo, fino al sacrificio totale (è Kichi stesso che chiede a Sada di strangolarlo, pur di accrescere il suo piacere). Il pregio del film sta proprio nella totale assenza di moralismo e di artificiosità, anche quando tratta del legame fra eros e thanatos (assai radicato nella cultura giapponese): Oshima dà libero sfogo a quella vena naturalista e quasi documentaristica che è uno dei tratti principali del suo cinema e di quello dei suoi colleghi degli anni sessanta (si pensi anche a Shohei Imamura). Notevole la fotografia, con ambienti spogli e minimalisti in cui risalta spesso il colore rosso acceso. La breve sequenza in cui Kichi incrocia un plotone di soldati che cammina in senso opposto è una delle poche che aiutano a collocare la vicenda nel suo adeguato contesto storico, un Giappone che stava per sprofondare nel nazionalismo e nel militarismo, di fronte al quale la scelta dei due protagonirsi di isolarsi dal mondo e di dedicarsi soltanto al piacere dei sensi può non apparire affatto assurda. Koji Wakamatsu è il produttore esecutivo, ma nella produzione è coinvolto anche il francese Anatole Dauman. Solo negli anni novanta, in occasione dell'uscita in home video, il titolo italiano è stato semplificato in "L'impero dei sensi". Avendo voluto mostrare sullo schermo nudità e scene di sesso non simulate, per sfuggire alla censura nipponica Oshima fu costretto a sviluppare e montare la pellicola in Francia (pare che ancora oggi in Giappone sia impossibile vedere il film nella versione non censurata). Processato per oscenità in patria (per aver pubblicato la sceneggiatura!), il regista fece una famosa dichiarazione: “Nulla di ciò che viene mostrato è osceno. Le uniche cose oscene sono quelle che vengono nascoste”.

19 ottobre 2012

Histoire d'«O» (Just Jaeckin, 1975)

Histoire d'«O» (id.)
di Just Jaeckin – Francia 1975
con Corinne Cléry, Udo Kier
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Tratto dal celeberrimo romanzo erotico di Pauline Réage, pubblicato nel 1954, è il film-manifesto del bondage e del sadomaso al cinema. La giovane e bellissima «O» è talmente sottomessa al suo amante René da accettare di essere condotta al castello di Roissy, dove viene addestrata per diventare una schiava sessuale e subisce frustate e mortificazioni di ogni tipo. René la consegna infine al proprio mentore, il nobile sir Stephen, che diventa il suo padrone assoluto ma che finirà con l'innamorarsene, con conseguente capovolgimento di ruoli. Lo scandalo provocato dal romanzo alla sua uscita risulta certamente attenuato nel film (dopotutto erano passati vent'anni e i costumi erano cambiati), ma non del tutto: l'idea che una donna possa trovare la felicità nella più completa sottomissione e nel "totale annullamento della sua volontà, nel quale essa rinuncia alla propria libertà lasciando che sia un uomo a detenerla come una sorta di vera e propria proprietà personale" può risultare incomprensibile ancora a molti (gli intellettuali francesi, alla sua uscita, faticarono a credere che il romanzo fosse stato scritto da una donna). Nonostante l'aria da softcore patinato ante litteram (non saranno poche le pellicole che vi si ispireranno, riproponendo la fotografia luminosa e diffusa nella speranza di riprodurne anche l'atmosfera torbida), il film non ha perso la sua carica erotica e traspone abbastanza fedelmente sullo schermo le pagine scritte, trattando l'argomento con eleganza e senza sfociare mai nella volgarità. Numerosi i tagli nella versione italiana, ma i frammenti sono stati ripristinati nell'edizione in DVD. Fondamentale la bellezza "opalina, morbida e perfetta" della protagonista Corinne Cléry (la quale, dopo essere divenuta celebre con questa pellicola, ha lavorato parecchio in Italia ed è stata anche una bond girl nel film "Moonraker - Operazione spazio" del 1979). Nel cast anche Udo Kier (René), Anthony Steel (sir Stephen) e Li Sellgren (Jacqueline, la bionda modella che «O» seduce e introduce a sua volta a Roissy).

5 settembre 2012

Lies (Jang Sun-wu, 1999)

Lies (Gojitmal)
di Jang Sun-wu – Corea del Sud 1999
con Lee Sang-hyun, Kim Tae-yeon
*1/2

Visto in divx con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Tratto da un romanzo di Jang Jung-il pubblicato nel 1996 e subito sequestrato per oscenità, il film racconta la relazione – con venature sadomasochistiche – fra un uomo di 38 anni e una ragazza di 18. Conosciutisi per telefono (la ragazza chiamava per conto di un’amica, alla quale confiderà successivamente ogni sviluppo della vicenda), lo scultore “J” e la studentessa “Y” decidono immediatamente di incontrarsi e di fare sesso: da lì si svilupperà un rapporto che si protrarrà per diversi mesi, fatto di incontri clandestini in alberghi sempre diversi e da un’escalation di violenza consensuale e condivisa. Ben presto le sculacciate lasciano posto a frustate o bastonate sul sedere che diverranno per i due una vera dipendenza, indispensabili preliminari al sesso quando non addirittura l’unico vero motivo per incontrarsi. Ripetitivo e monotono, al film – caratterizzato da lunghe ed estenuanti sequenze sempre uguali in cui i due attori nudi si frustano a vicenda, alternandosi nel ruolo di “padrone” e “vittima” – manca del tutto l’erotismo ma anche ogni tentativo di azzardare una lettura psicologica o sociale del fenomeno: non siamo certo di fronte, per intenderci, a una versione BDSM de “L’impero dei sensi”. Il regista cerca di rendere più “artistico” il soggetto con inserti godardiani (i cartelli con i titoli dei capitoli, brevi sequenze con il cineasta e i membri del cast che parlano direttamente all’audience, rompendo il “quarto muro”, e in un caso anche mostrando la troupe del film al lavoro), voice-over, immagini sgranate e riprese con la camera a mano per donare maggior “autenticità” alla pellicola. Ma il risultato è deludente, se non squallido o addirittura soporifero. Il titolo, spiegato solo alla fine, si riferisce alla menzogne che il protagonista comincia a raccontare alla moglie a proposito della sua relazione con Y.

21 agosto 2012

Secretary (Steven Shainberg, 2002)

Secretary (id.)
di Steven Shainberg – USA 2002
con Maggie Gyllenhaal, James Spader
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Appena dimessa dall'istituto dov'era stata ricoverata per la sua tendenza ad autoinfliggersi ferite e bruciature, la giovane Lee trova lavoro come segretaria presso un eccentrico avvocato, Edward, che sembra essere attratto dalla sua personalità sottomessa. L'amore non tarda ad arrivare: ben presto i due instaurano una relazione sadomasochistica che spinge entrambi a superare le proprie insicurezze e a trovare finalmente un punto di equilibrio e stabilità. Curioso film indipendente che colora di venature romantiche il tema del BDSM e che ha rappresentato un piccolo caso di costume, portando sullo schermo i soggetti della dominanza e della sottomissione in chiave fresca e "naturale", evitando le trappole in cui cadono di solito le pellicole sull'argomento (la ricerca di provocazione o scandalo fine a sé stessa, la retorica, l'ipocrisia, la condanna, i toni "dark", l'eccesso di umorismo che sfocia nella farsa o trasforma i personaggi in macchiette). Lo dimostrano anche le scelte di scenografia: l'ufficio di Edward sembra un appartamento spazioso e luminoso, con piante e arredi dai colori chiari: nulla a che vedere con dungeon o ambienti cupi. Il regista Steven Shainberg ha dichiarato appunto di aver voluto realizzare il lungometraggio per mostrare agli spettatori come anche una relazione BDSM possa essere vissuta in modo "normale" e risultare felice o addirittura salvifica, nello stesso modo in cui negli anni ottanta il film "My Beautiful Laundrette" di Stephen Frears (sua fonte d'ispirazione) aveva contribuito a "sdoganare" gli amori gay presso il grande pubblico, mostrandone la normalità. Per i due protagonisti, il sadomasochismo è un gioco amoroso che permette di dar vita a un rapporto basato sulla soddisfazione dei propri istinti anche attraverso l'umiliazione ma senza giungere alla mortificazione (uno dei primi ordini che Edward dà a Lee è quello di non infliggersi più ferite). D'altronde, provenendo da una famiglia disfunzionale (con il padre alcolista che maltratta regolarmente la moglie), la ragazza non poteva trovare la felicità in una relazione "tradizionale" come quella con l'ex compagno di liceo Peter (interpretato da Jeremy Davies). E allo stesso tempo Edward, che il bravo James Spader arricchisce di sfumature a volte contrastanti fra di loro (non è il tipico dominatore freddo e spietato, ma mostra dubbi e incertezze), impara a superare le proprie insicurezze, quelle che evidentemente avevano portato al fallimento del suo precedente matrimonio. La pellicola, fra le altre cose, ha lanciato l'attrice Maggie Gyllenhaal (vero punto di forza del film), sorella di quel Jake che sarebbe diventato a sua volta noto qualche anno più tardi con un altro lungometraggio "scabroso", "Brokeback Mountain" di Ang Lee.

15 luglio 2012

The pet – La sottomissione di Mary (D. Stevens, 2006)

The pet – La sottomissione di Mary (The Pet)
di D. Stevens – USA 2006
con Pierre Dulat, Andrea Edmondson
*

Visto in divx, con Sabrina.

Dopo aver perso l’amato cane, un riccone decide di sostituirlo “allevando” una ragazza (consenziente) come se fosse un animale domestico: nuda, con collare e guinzaglio, obbligo di dormire in gabbia, e così via. Il soggetto di partenza (sul tema del ‘pet play’) sarebbe stato anche interessante, ma l'esigenza di sviluppare la trama a ogni costo porta ben presto il film in tutt’altre direzioni: l’erotismo (quel poco che c’era) si perde per strada quando la sceneggiatura vira in una sottotrama sul traffico illegale di esseri umani e di donatori di organi, dalla quale la pellicola ha tutto da perdere. Regia, recitazione e confezione tecnica, in ogni caso, sono sotto il livello di guardia.

5 ottobre 2011

Walk all over me (R. Cuffley, 2007)

Walk all over me (id.)
di Robert Cuffley – Canada 2007
con Leelee Sobieski, Tricia Helfer
*

Visto in divx.

Fuggita dal suo paesino, la giovane Alberta si rifugia a Vancouver nella casa della sua ex babysitter, Celene, che ora si guadagna da vivere lavorando come "dominatrix" sadomaso. Pur di racimolare qualche soldo, Alberta decide di spacciarsi per lei, e come tale si reca all'incontro con un nuovo cliente: ma ignora che questi è ricercato dalla malavita perché accusato di essersi impadronito di una forte somma di denaro... Il tema delle pratiche BDSM, che poteva fornire qualche spunto interessante, viene sviluppato con superficialità e sufficienza, e presto è anche abbandonato in favore di una più convenzionale trama da thriller postmoderno, con personaggi improbabili e goffi tentativi di umorismo che passano per lo più inosservati. Se ci aggiungiamo una sceneggiatura dozzinale e una recitazione pessima (si salva in parte soltanto Tricia Helfer nei panni di Celene), ecco servito un film da dimenticare in fretta.