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13 novembre 2022

Il matrimonio dei benedetti (M. Makhmalbaf, 1989)

Il matrimonio dei benedetti (Arusi-ye khuban)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1989
con Mahmud Bigham, Roya Nonahali
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Haji (Mahmud Bigham), fotografo di guerra, soffre di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) in seguito agli orrori e alle atrocità di cui è stato testimone (il conflitto fra Iran e Iraq, cui ha partecipato come soldato; la guerra civile in Libano; le carestie nei paesi africani). Tornato alla vita civile, fa fatica a riadattarsi ed è costantemente turbato da immagini, pensieri e visioni. La fidanzata Mehri (Roya Nonahali) vorrebbe sposarlo, nella speranza che il matrimonio lo aiuti a recuperare felicità e serenità, nonostante l'opposizione del padre. Ma proprio durante la cerimonia, Haji avrà una ricaduta... Uno dei film più "forti" ed espressionisti di Makhmalbaf, una discesa nella follia e nell'incubo di un uomo che ha vissuto l'orrore e non riesce più a dimenticarlo. Punteggiato da una serie di visioni e di flashback, che la regia moderna (con ardite soggettive), il montaggio, la fotografia, l'uso del sonoro e la musica sottolineano con veemenza, il percorso di Haji sembra una strada senza uscita che si ripiega su sé stessa, come testimonia il suo "reportage" notturno per la città, dopo aver ricominciato a lavorare al giornale, nel quale scatta istantanee clandestine ai disagiati, i disperati e i poveri che affollano le strade (all'interno di questa sequenza, il film "rompe" suo malgrado la quarta parete – cosa peraltro non certo insolita per il cinema iraniano – quando una pattuglia di poliziotti chiede a Makhmalbaf e alla sua troupe se hanno il permesso per girare). Nel frattempo Mehri, proveniente da una famiglia ricca e privilegiata (a sua volta è un'artista), cerca di risvegliare in lui i ricordi del loro passato felice (i due si conoscevano sin da piccoli) e di convincerlo a non sentirsi responsabile o farsi carico di tutti i problemi del mondo. Curiosità: il film era citato in "Close up" di Abbas Kiarostami, nel quale Makhmalbaf recitava nel ruolo di sé stesso.

10 novembre 2021

La sposa cadavere (Burton, Johnson, 2005)

La sposa cadavere (Corpse bride)
di Tim Burton, Mike Johnson – USA 2005
animazione a passo uno
**1/2

Rivisto in TV (Netflix).

Il giovane Victor, promesso sposo a Victoria (si tratta di un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie, il che non impedisce ai due giovani di innamorarsi l'uno dell'altra a prima vista), si ritrova per errore sposato invece con... un cadavere, quello di Emily, che lo trascina con sé nel regno dei morti. Il secondo lungometraggio in animazione stop motion di Tim Burton (ma il primo da lui diretto, sia pure insieme a Mike Johnson, visto che la regia del precedente "Nightmare before Christmas" non era sua ma di Henry Selick) è una fiaba dark e romantica ambientata in epoca vittoriana (il che si riflette nei nomi dei due promessi sposi: Victor e Victoria) e ispirata a una leggenda del folklore russo di origine ebraica. Con il film su Jack Skeletron condivide parecchie cose: dal gusto per il macabro all'aspetto deforme e inquietante dei personaggi, dalle scenografie espressioniste (da notare, in particolare, l'uso dei colori: se nel mondo reale la tavolozza è del tutto smorta, quasi monocromatica, il regno dei morti invece è variopinto e colorato) alla struttura musicale (con canzoni e musiche di Danny Elfman, a dire il vero non proprio memorabili). Ma nonostante il buon riscontro critico e il mood generalmente accattivante, la trama semplicistica, le gag scialbe, la debole caratterizzazione dei personaggi di contorno (alcuni dei quali, come i genitori, scompaiono di scena senza un motivo a metà film) e le idee riciclate dai lavori precedenti (vedi il cagnolino scheletro) lo rendono più povero del precedente, lasciando l'impressione di aver assistito – complice anche la breve durata – non a un lungometraggio, ma a un cortometraggio "gonfiato". Anche il doppiaggio italiano non è all'altezza di quello di "Nightmare before Christmas", soprattutto per quanto riguarda le parti cantate. In originale le voci sono di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Emily Watson, mentre lo stesso Elfman canta nel ruolo dello scheletro jazzista. L'animazione a passo uno appare molto fluida e ripulita, tanto da lasciare il sospetto che sia stata generata al computer (in realtà si tratta del primo film in stop motion girato con camere digitali). Da notare le citazioni per Ray Harryhausen (il cui nome è inciso sul pianoforte) e "Via col vento".

22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

18 dicembre 2020

Palm Springs (Max Barbakow, 2020)

Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani (Palm Springs)
di Max Barbakow – USA 2020
con Andy Samberg, Cristin Milioti
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Ospite a un matrimonio perché fidanzato con una delle damigelle, Nyles (Samberg) sta vivendo in un loop temporale da quando è entrato in una misteriosa grotta nel deserto, nei pressi del resort di Palm Springs dove si svolge la cerimonia: ogni giorno per lui si ripete infatti uguale al precedente. Ma una sera, senza volerlo, trascina con sé nella grotta anche Sarah (Milioti), la depressa sorella maggiore della sposa. E da allora saranno in due a rivivere la medesima giornata, attraversando varie fasi (dalla depressione al cazzeggio, dall'esplorazione all'innamoramento, dai tentativi di suicidio a quelli di trovare una via per rompere l'incantesimo). Un soggetto senza troppa originalità (è l'ennesima variazione di "Ricomincio da capo", alias "Il giorno della marmotta": non a caso le prime parole con cui Nyles comincia la sua giornata sono "Buongiorno, marmottina!", rivoltegli dalla fidanzata Misty) ma con una sceneggiatura vivace e personaggi divertenti. Rispetto al classico con Bill Murray ci sono alcune differenze: intanto si inizia in media res (Nyles ha già vissuto la giornata migliaia o forse milioni di volte); poi il protagonista non è prigioniero da solo nel loop ma può portarci altre persone (oltre a Sarah c'è anche il vendicativo Roy, interpretato da J.K. Simmons); e infine, anziché un misterioso evento karmico, la via di fuga è offerta dalla scienza (fisica quantistica ed... esplosivi!). Per il resto gli ingredienti sono quelli attesi: riflessioni sul senso della vita, sull'amore e sul giusto approccio all'esistenza (una serena accettazione, un moderato cinismo, o un'ostinata ricerca di una via di fuga per andare avanti?). A un certo punto, dopo essersi innamorati, i due protagonisti si trovano di fronte a un dilemma: meglio vivere per l'eternità in un contesto statico con la persona amata, oppure evolvere insieme, anche se col rischio prima o poi di perdersi? Camila Mendes e Tyler Hoechlin sono gli sposini, Meredith Hagner è (l'infedele) Misty, Peter Gallagher il padre della sposa, June Squibb la nonna (dalle cui parole si potrebbe sospettare che anche lei sia prigioniera nel loop). Nella colonna sonora anche "The partisan" di Leonard Cohen e "Cloudbusting" di Kate Bush. Il regista Max Barbakow e lo sceneggiatore Andy Siara, entrambi all'esordio nel lungometraggio, erano compagni di studi all'American Film Institute.

9 ottobre 2020

Un compleanno da ricordare (J. Hughes, 1984)

Un compleanno da ricordare (Sixteen Candles)
di John Hughes – USA 1984
con Molly Ringwald, Anthony Michael Hall
**1/2

Visto in TV.

Nel giorno tanto atteso in cui compie sedici anni, la liceale Samantha (Molly Ringwald) scopre che nessuno della sua famiglia, la cui attenzione è calamitata dal matrimonio della sorella previsto per il giorno dopo, si è ricordato della ricorrenza. E a scuola le cose non vanno molto meglio, visto che Sam non trova il coraggio di dichiararsi a Jake (Michael Schoeffling), il ragazzo più grande di cui è innamorata, mentre nel contempo deve tenere a bada le attenzioni non gradite dell'intraprendente matricola Ted (Anthony Michael Hall)... È il film d'esordio alla regia per Hughes, maestro della commedia per teenager degli anni ottanta, che poi firmerà classici del genere come "Breakfast club", "La donna esplosiva" e "Una pazza giornata di vacanza", prima di dedicarsi esclusivamente alla sceneggiatura. I temi ci sono tutti: quelli legati alla crescita e allo scarto generazionale (i nonni, e le figure adulte in generale, sono comicamente distanti, assenti, disinteressati o incomprensibili), quelli comico-farseschi, quelli incentrati sulle dinamiche famigliari e scolastiche, e quelli prettamente romantici, miscelati insieme in maniera efficace e con un finale soddisfacente. Il punto di vista è quasi sempre adolescenziale, mai moralista (anche quando si parla di sesso), retorico o paternalista, il che naturalmente è un grande pregio. Certo, non mancano personaggi (il cinese Long Duk Dong, la tettona, la ragazza geek) sopra le righe o politicamente scorretti, che oggi per vari motivi sarebbero considerati imbarazzanti o impresentabili, ma in realtà non si va mai oltre la "semplice" stupidità (che indubbiamente a tratti può anche far ridere). Più problematiche forse la battuta sull'automobile nera e in generale il personaggio di Caroline. Da notare l'utilizzo ironico di celebri temi musicali. Nel vasto cast, in ruoli minori, anche i fratelli John e Joan Cusack.

16 giugno 2020

Mustang (Deniz Gamze Ergüven, 2015)

Mustang (id.)
di Deniz Gamze Ergüven – Francia/Germania/Turchia 2015
con Güneş Şensoy, İlayda Akdoğan
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cinque giovani sorelle turche (siamo nei dintorni di Trabzon, sulle coste del Mar Nero), orfane di entrambi i genitori, vengono recluse in casa dallo zio per via del loro temperamento ribelle e del comportamento troppo libero. Dopo che le prime due sono state costrette a sposarsi, e la terza si è suicidata per gli abusi subiti, le due più giovani riusciranno a fuggire di casa. Opera prima di una regista trasferitasi in Francia in tenera età (e dunque di fatto francese, anche se di origine turca), la pellicola ha le tipiche stimmate del "film da festival" che pretende di lanciare uno sguardo sulle società del vicino o medio oriente da una prospettiva occidentale: ogni sequenza e ogni svolta narrativa appare infatti costruita a tavolino e trasuda di retorica. A salvarla almeno in parte è la bellezza e la spontaneità delle giovani attrici (fra le fonti di ispirazione, almeno a livello estetico, c'è "Il giardino delle vergini suicide" di Sofia Coppola), nonché alcuni episodi che a loro modo aiutano ad aprire gli occhi sulla condizione femminile nelle zone più arretrate di certi paesi: la passione della più piccola delle sorelle, Lale (di fatto la protagonista), per il calcio; la scelta della primogenita di sposare il ragazzo che ama e non quello scelto per lei dallo zio e dalla nonna; la sequenza della "prova del lenzuolo" per dimostrare che la giovane sposa era vergine; i rapporti di complicità e di amicizia fra le ragazze, da sole contro una società patriarcale, conservativa e opprimente. Ma tutto è troppo perfettino e patinato, e molto meno convincente e sincero di altri film sugli stessi temi visti in precedenza (e che provenivano davvero dall'interno di queste società, e non dall'esterno, magari da una posizione privilegiata): un esempio su tutti, l'iraniano "Il cerchio" di Jafar Panahi. Il titolo "Mustang", una razza di cavalli selvaggi, mai spiegato nel film, fa riferimento alla natura libera e indomita delle cinque ragazze. Buon successo di critica in Francia e negli USA, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior film straniero (ma per la Francia, non per la Turchia, nonostante la pellicola sia interamente parlata in turco). Il doppiaggio italiano è a livelli televisivi.

5 marzo 2020

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, 2008)

Rachel sta per sposarsi (Rachel getting married)
di Jonathan Demme – USA 2008
con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt
**

Visto in divx.

Ricoverata in una struttura per la riabilitazione dalla tossicodipendenza, la giovane Kym (Anne Hathaway) ne esce in permesso temporaneo per partecipare al matrimonio (multietnico) della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt), di cui fervono i preparativi. Ma i due giorni trascorsi in famiglia faranno tornare in superficie tutte le diffidenze, i rancori, le incomprensioni e le questioni irrisolte (legate anche a un vecchio dramma familiare). Scritta da Jenny Lumet, figlia di Sidney, una pellicola che per l'aspetto formale sembra quasi un film del Dogma 95: camera a mano (talvolta fastidiosa, in particolare quando si muove mentre i personaggi stanno fermi), assenza di musica extradiegetica, uno stile naturalistico che talvolta lascia spazio alle improvvisazioni degli attori. Se l'insieme si può anche apprezzare, per via del suddetto naturalismo e soprattutto per l'indovinato personaggio di Kym (grazie al quale la Hathaway ricevette una nomination all'Oscar), alla resa dei conti il film è solo una specie di soap opera, completa di scene madri, giusto più realistica e meglio recitata della media (ma anche più pretenziosa). E che costringe lo spettatore a "partecipare" alla cena nuziale, sorbendosi tutti i discorsi di parenti e amici, le lungaggini, l'atmosfera e la coralità: cose già noiose nella realtà, figuriamoci se non si conoscono personalmente gli sposi o gli altri invitati. La noia raggiunge il culmine nella mezz'ora finale, quando c'è la cerimonia vera e propria (e la storia personale di Kym svanisce sullo sfondo), quasi impossibile da guardare senza perdersi nei propri pensieri per autodifesa. Fra gli invitati ci sono vari musicisti (fra cui Robyn Hitchcock) che suonano o cantano "in diretta", nonché Roger Corman, storico mentore del regista.

19 settembre 2019

Nafi's father (Mamadou Dia, 2019)

Nafi's father (Baamum Nafi)
di Mamadou Dia – Senegal 2019
con Alassane Sy, Saikou Lô
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

In un villaggio nel nord-est del Senegal dove l'Islam convive con le antiche tradizioni e alcune credenze animiste, il Tierno (l'imam locale) disapprova il fidanzamento della propria figlia Nafi con il cugino Tokara, figlio del suo fratello maggiore Ousmane. La questione, però, non è solo familiare ma anche religiosa e politica: Ousmane è infatti legato a un gruppo di integralisti islamici, finanziati da uno sceicco fondamentalista che vorrebbe prendere il potere nella zona e imporre la sharia. La rivalità fra i due fratelli divide pian piano la comunità: e per screditare Ousmane, il Tierno suggerisce ai due ragazzi di mettere in scena una "fuga d'amore"... Il primo lungometraggio del regista senegalese Mamadou Dia mette in scena lo scontro (fratricida) fra una concezione gentile e moderata dell'autorità religiosa (quella dell'imam protagonista) e una invece rigida, oppressiva e imposta con il potere della forza e dei soldi (grazie ai quali Ousmane si compra pian piano il favore e l'approvazione degli abitanti del villaggio). Efficace nel mettere in scena drammi, dubbi e aspirazioni personali all'interno di un contesto sociale (Nafi sogna di andare a studiare all'università, e in effetti il suo fidanzamento con il cugino fa parte di una strategia per poter trasferirsi nella capitale Dakar, dove anche il ragazzo vorrebbe studiare la danza), la pellicola ha come suo centro nevralgico un personaggio di forte integrità, coerente e deciso nell'opporsi (anche se passivamente) alle ingiustizie e alla barbarie che avanza, ma al tempo stesso diviso fra i suoi doveri di padre, di fratello, di autorità religiosa e di guida spirituale per i membri della comunità (oltre che sofferente per una malattia terminale che lentamente lo sta devastando).

30 aprile 2019

Tardo autunno (Yasujiro Ozu, 1960)

Tardo autunno (Akibiyori)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1960
con Yoko Tsukasa, Setsuko Hara
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Mamiya (Shin Saburi), Taguchi (Nobuo Nakamura) e Hirayama (Ryuji Kita), tre uomini di mezza età, si mettono in testa di trovare un buon marito ad Ayako (Yoko Tsukasa), figlia ventiquattrenne del loro defunto amico Miwa, della cui vedova Akiko (Setsuko Hara) erano tutti – e lo sono ancora – innamorati. La scelta ricade su Goto (Keiji Sada), un giovane promettente che lavora nella stessa ditta di Mamiya. Ma la ragazza, pur chiaramente attratta da lui, fa capire di non essere interessata al matrimonio per non lasciare da sola la madre. Allora i tre, stavolta con la complicità di Yuriko (Mariko Okada), agguerrita amica di Ayako, decidono di trovare prima uno sposo anche per Akiko... Il terzultimo film di Ozu (sceneggiato con il fido Kogo Noda da un soggetto di Satomi Ton) è praticamente un remake a colori di "Tarda primavera", nel quale Setsuko Hara (qui la madre) interpretava la figlia. Molti dei suoi temi saranno poi riproposti due anni più tardi nell'ultimo film del regista, "Il gusto del sakè". Rispetto al lungometraggio originale, i toni sono assai più distesi e a tratti quasi da commedia, soprattutto quando sono in scena i tre anziani amici con le loro dinamiche, gli scherzi e i battibecchi (fra di loro e anche con le rispettive mogli). Ma dietro l'apparenza leggera e le schermaglie, la pellicola affronta questioni ben profonde e in particolare ironizza sulle nuove generazioni e il loro modo più "diretto" di gestire l'amore e i sentimenti: significativi anche i pur brevi momenti in cui i tre uomini interagiscono con i rispettivi figli, e naturalmente la scena dell'incontro con Yuriko. L'ostinazione di Ayako a non sposarsi, oltre che richiamare quella di Noriko in "Tarda primavera", si può leggere come una paura dell'età adulta (Yuriko la accusa infatti di essere "infantile") e del cambiamento di vita simboleggiato dal treno che passa davanti al palazzo in cui lavora e che porta via la collega che si è appena sposata. Certo, c'è poco o nulla di nuovo rispetto ai lavori precedenti (dei quali può essere considerato un compendio), ma la regia e la messa in scena hanno ormai raggiunto livelli di assoluta perfezione, nel loro apparente immobilismo, nelle alternanze di campo e controcampo, nel montaggio con le brevi inquadrature degli ambienti (curiosità: sia la casa di Akiko e Ayako, sia l'ufficio di Mamiya – ovvero i due luoghi cardine della storia, assieme ai vari localini e ristorantini serali – si presentano con gli stessi colori azzurro/acquamarina nelle porte, negli infissi e nei corridoi esterni). Ed è molto bello rivedere tutto l'ensemble degli attori caratteristici di Ozu (anche Chishu Ryu, che in "Tarda primavera" era il padre, compare brevemente nel ruolo dello zio di campagna).

6 settembre 2018

Ototo - Suo fratello (Yoji Yamada, 2010)

Ototo - Suo fratello (Ototo)
di Yōji Yamada – Giappone 2010
con Sayuri Yoshinaga, Tsurube Shofukutei
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Quando l'eccentrico zio Tetsuro di Osaka, ex attore di teatro, fratello della madre Ginko e "pecora nera" della famiglia, si presenta (non invitato) alla sua festa di nozze, la giovane Koharu (Yu Aoi) sa già che ne scaturiranno dei guai. E infatti l'uomo si ubriaca, canta, straparla e finisce col rovinare la cerimonia. Poco male, visto che quel matrimonio non era comunque destinato a durare: ma ne consegue la rottura dei legami di tutta la famiglia con il "casinista" Tetsuro, con cui vengono tagliati i ponti, nonostante lo zio sia molto affezionato alla nipote, di cui si vanta di aver scelto il nome alla sua nascita. Ma quando lo stesso scapestrato Tetsuro, in fin di vita per una grave malattia, finirà in un ricovero dove alcuni volontari assistono coloro che non hanno una famiglia, saranno la sorella e la nipote a riavvicinarsi a lui... Racconto familiare che mescola commedia e dramma, raccontato da Yamada con toni rilassati e tanto affetto per i suoi personaggi. Oltre alle vicende di Tetsuro, seguiamo quelle di Koharu, che ritrova l'amore nel più semplice e sincero Toru (Ryo Kase), giovane "aggiustatutto" di quartiere, per la felicità della madre (che gestisce una farmacia), della nonna (Haruko Kato) e degli altri negozianti della zona. All'inizio Yamada cita Tora-san, il protagonista della lunghissima serie di film che aveva diretto a inizio carriera. "Ototo" significa "fratello minore", e la pellicola è dedicata affettuosamente a Kon Ichikawa (che nel 1960 aveva realizzato un film con lo stesso titolo), scomparso da poco.

22 giugno 2018

Tutti lo sanno (Asghar Farhadi, 2018)

Tutti lo sanno (Todos lo saben)
di Asghar Farhadi – Spagna/Fra/Ita 2018
con Penélope Cruz, Javier Bardem
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Laura (Penélope Cruz), trasferitasi da anni in Argentina, fa ritorno con i figli in Spagna, nel suo villaggio natale, in occasione del matrimonio della sorella minore. Qui ritrova i suoi familiari e gli amici di un tempo, compreso il viticoltore Paco (Javier Bardem), che fu la sua prima fiamma. Durante la festa di nozze, però, la sua primogenita Irene scompare misteriosamente. Si tratta di un rapimento: i sequestratori chiedono un ingente riscatto, contando sul fatto che il marito di Laura è ricco, o almeno così si dice. Decisa a non rivelare niente alla polizia, nel timore che venga fatto del male alla figlia, Laura si rivolge proprio a Paco, che ha un motivo molto serio per aiutarla e sentirsi coinvolto in prima persona... Dopo la trasferta in Francia (con "Il passato"), Farhadi gira ora un film in Spagna (benché la sceneggiatura avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi parte del mondo, Iran compreso). Ma non tutto funziona: se la prima parte della pellicola è intensa e intrigante, fra vecchi rancori mai sopiti che tornano alla luce al momento meno opportuno, e segreti del passato tenuti profondamente nascosti che si rivelano però essere di Pulcinella ("Tutti lo sanno", recita non a caso il titolo), da un certo punto in poi il film si fa schematico e prevedibile. E il fatto che alla fine tutto venga spiegato, francamente, delude un po': viene a mancare proprio quell'ambiguità e quel mistero psicologico che caratterizzava i precedenti lavori di Farhadi (per un po' sembrava che la scomparsa di Irene potesse riecheggiare quella di "About Elly", ma poi diventa chiaro che il focus del film risiede nelle intricate dinamiche familiari che debordano verso il thriller o il giallo). Nulla da dire invece sulla confezione, dalla regia alle prove degli attori. E resta la bella atmosfera, con l'affascinante setting nella campagna iberica, fra vigneti e casolari. Nel cast anche Ricardo Darin (Alejandro, il marito di Laura), Bárbara Lennie (Bea, la compagna di Paco), Eduard Fernández, Inma Cuesta, Elvira Mínguez.

16 giugno 2018

Tra le nuvole (Jason Reitman, 2009)

Tra le nuvole (Up in the air)
di Jason Reitman – USA 2009
con George Clooney, Anna Kendrick
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Ryan Bingham (un ottimo George Clooney) è un "tagliatore di teste", ovvero ha il compito di effettuare licenziamenti per conto di altre aziende, comunicando di persona – e con un certo tatto – la brutta notizia ai malcapitati. Per questo motivo si sposta di continuo da capo all'altro degli Stati Uniti, effettuando lunghi voli su aerei di linea e trascorrendo quasi tutto il suo tempo in aeroporti e stanze d'albergo. La cosa non gli dà fastidio, anzi gli piace, essendo in linea con la sua filosofia di vita che si traduce nella metafora dello "zaino vuoto": non attaccarsi mai a nulla e non portare niente di superfluo con sé, che siano oggetti materiali o relazioni interpersonali. Ma cambierà idea quando incontrerà Alex (Vera Farmiga), una donna con cui sarà tentato di instaurare un rapporto serio e duraturo. E nel frattempo la giovane manager Natalie (Anna Kendrick) cerca di convincere il suo capo ad ottimizzare il sistema dei licenziamenti, effettuandoli a distanza attraverso lo schermo di un computer, il che comporterebbe per Ryan dire addio ai voli (e al suo sogno di raggiungere 10 milioni di miglia, un obiettivo peraltro del tutto fine a sé stesso). Il regista di "Thank you for smoking" e "Juno" fa centro ancora una volta con una commedia originale e d'attualità, che ha il grande pregio di catturare una realtà sociale contemporanea senza sacrificare lo studio psicologico dei personaggi, anche se dopo una prima parte cinica e brillante rischia di sfilacciarsi e di sconfinare nel romanticismo (ma per fortuna si ferma appena prima di un mieloso lieto fine). Il tema dei licenziamenti, della crisi economica e dell'alienazione resta comunque sullo sfondo rispetto ai dilemmi esistenziali dei personaggi (non solo Ryan, ma anche Natalie) e al confronto fra i rispettivi stili di vita. Accusato di voler evitare ogni sorta di impegno, Ryan finirà per scornarsi proprio quando sembra voler scegliere per una volta la "vita vera"; e d'altro canto la sua stessa sorella, che sta per sposarsi, ha il proprio sogno d'evasione, quando chiede a parenti e amici di fotografare una sua sagoma di cartone in giro per la nazione (una citazione-omaggio a "Il favoloso mondo di Amélie"). Ottimo il riscontro critico in patria, e sei nomination agli Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura e i tre interpreti principali). Fra i "licenziati" si riconoscono Zach Galifianakis e J.K. Simmons.

2 marzo 2018

La sposa di Glomdal (Carl T. Dreyer, 1926)

La sposa di Glomdal, aka La fidanzata di Glomdal (Glomdalsbruden)
di Carl Theodor Dreyer – Norvegia 1926
con Einar Sissener, Tove Tellback
*1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il contadino Tore è innamorato della bella Berit, sua amica d'infanzia e figlia del ricco Ola, che vive al di là del fiume. Disprezzando Tore, Ola vorrebbe concedere Berit in sposa a un altro pretendente, Gjermund, ma la ragazza punta i piedi e fugge di casa per raggiungere il suo amato. La sua ostinazione – e l'intervento del prete locale, che intercede per i due ragazzi – alla fine convince anche il padre, che dà la sua approvazione al matrimonio: ma proprio nel giorno delle nozze, il geloso Gjermund fa affondare la barca del ragazzo. Cercando di guadare il fiume a cavallo, Tore finisce per essere portato via dalla corrente: per fortuna si salverà e potrà convolare a nozze. Girato in Norvegia (Dreyer stava abbandonando la Danimarca: la tappa successiva sarà la Francia, dove realizzerà il capolavoro "La passione di Giovanna d'Arco"), e ispirato ad alcuni romanzi dello scrittore norvegese Jacob Breda Bull, è purtroppo un film di routine come contenuti e messa in scena (la lavorazione avvenne durante l'estate del 1925, improvvisando giorno per giorno senza una sceneggiatura), anche se è apprezzabile la descrizione degli ambienti rurali e le riprese tutte in esterni, fra le quali spicca la lunga sequenza finale sul fiume, con Tore che cerca di aggrapparsi ai tronchi trascinati dalla corrente: un climax drammatico ma forse superfluo (non sarebbe stato male se il film fosse terminato con la riconciliazione con Ula). Interessanti i volti di alcuni personaggi minori, come i genitori dei due innamorati (Stub Wiberg e Harald Stormoen). Gli interpreti erano in gran parte attori di teatro, prestati una tantum al cinema. La copia esistente risulta assai più corta di quella originale, con numerose sequenze di approfondimento tagliate in occasione della prima danese (sempre nel 1926).

10 luglio 2017

Ceremony (Max Winkler, 2010)

Ceremony (id.)
di Max Winkler – USA 2010
con Michael Angarano, Uma Thurman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Coinvolgendo anche il fragile e inconsapevole amico Marshall (Reece Thompson), l'immaturo Sam (Angarano), mediocre scrittore di libri per bambini, si introduce alla festa che precede il matrimonio di Zoe (Thurman) con il borioso regista Whit (Lee Pace), nella speranza che la ragazza, con cui aveva trascorso una notte d'amore tempo prima, mandi a monte la cerimonia per tornare da lui. Ma l'illusione dovrà scontrarsi con la realtà. Opera prima del figlio di Henry "Fonzie" Winkler (anche sceneggiatore), una gradevole commedia che gioca con i cliché delle pellicole romantiche senza fortunamente mai adagiarvisi del tutto: anzi, tende a rifuggerli, compreso l'obbligo del lieto fine (che semmai resta in sospeso). Personaggi eccentrici, situazioni bizzarre, una riuscita commistione fra romanticismo e cinismo, e una sceneggiatura che giostra i numerosi personaggi senza divagare o perdere di vista il tema centrale: e anche dietro quelli più "cazzoni" e prettamente comici – come Teddy (Jake Johnson), il fratello scapestrato e perennemente ubriaco di Zoe – c'è un velo di amarezza. Qualche battuta divertente, una buona colonna sonora (Kate Bush, fra gli altri) e la bellezza di Uma Thurman (e di Rebecca Mader) completano il tutto.

10 agosto 2016

CinquePerDue (François Ozon, 2004)

CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (5x2)
di François Ozon – Francia/Italia 2004
con Valeria Bruni Tedeschi, Stéphane Freiss
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Rivisto in divx.

Dalla separazione fino al primo incontro, la storia di una coppia raccontata "al contrario", attraverso cinque sequenze montate in ordine anti-cronologico. Si comincia quindi con il divorzio (con un tardivo tentativo di riconciliazione destinato a fallire), si prosegue con una serata in casa che evidenzia già una profonda crisi, e poi la nascita di un figlio, il matrimonio, il primo incontro in un villaggio vacanze. L'insolita struttura a ritroso, come in altre pellicole che ne fanno uso ("Peppermint Candy", "Irreversible", "Memento"), guida con intelligenza lo spettatore alla scoperta della storia dei personaggi mostrandone prima gli effetti e poi le cause, o meglio gli indizi del fatto che qualcosa sarebbe andato storto. Tentazioni di infedeltà (Marion cede alle avances di uno sconosciuto la notte stessa delle nozze), la paura di costruire un futuro insieme (Gilles non riesce ad accettare la nascita del figlio, non presentandosi all'ospedale al momento del parto), la mancanza di intesa o di complicità (durante la cena con il fratello di Gilles, i due coniugi viaggiano su binari diversi e paralleli)... E i difetti segnano anche l'inizio e la fine della relazione, rendendo i due protagonisti umani e fallibili. Il passaggio da una sequenza all'altra è accompagnato da una colonna sonora a base di canzoni italiane: Paolo Conte ("Sparring partner"), Luigi Tenco ("Ho capito che ti amo" e "Mi sono innamorato di te"), Bobby Solo ("Una lacrima sul viso") e Nico Fidenco ("Se mi perderai"). I brani di Tenco, in particolare, sottolineano alla perfezione i paradossi e le contraddizioni di una storia d'amore che Ozon – aiutato da due ottimi attori – ritrae in maniera schietta e realista, senza cinismo ma anche senza paraocchi, rendendo interessante una vicenda che sarebbe apparsa banalissima se raccontata nel normale ordine cronologico. Co-sceneggiato con Emmanuèle Bernheim. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Françoise Fabian e Michael Lonsdale.

19 luglio 2016

La sposa in nero (François Truffaut, 1968)

La sposa in nero (La mariée était en noir)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy
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Rivisto in DVD.

Per vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del marito, colpito per disgrazia da un colpo di fucile sulle scale della chiesa nel giorno del loro matrimonio, una giovane donna (Moreau) li rintraccia e li uccide uno a uno. Da un romanzo di Cornell Woolrich (che si firma come William Irish), un thriller nerissimo e atipico nella filmografia di Truffaut, che pure – come Godard e gli altri colleghi della Nouvelle Vague – non ha mai nascosto l'amore per la narrativa e il cinema di genere americano. Attraverso alcuni elementi ricorrenti (l'anello, il disco), la pellicola svela le sue carte poco a poco: dopo ogni delitto, lo spettatore viene a conoscenza di un pezzo in più del background e delle motivazioni del personaggio. Narrativamente il film può essere diviso in cinque parti, più un prologo e un epilogo, in ciascuna dei quali Julie rintraccia, avvicina e infine elimina (in modi sempre diversi e fantasiosi) i suoi bersagli, quasi sempre affascinandoli con il proprio charme e giocando con il fatto che loro non la conoscono. E infine si farà arrestare volontariamente, pur di raggiungere il quinto uomo che si trova chiuso in prigione. Secondo film a colori di Truffaut, ma il primo girato in Francia e con il suo direttore della fotografia di fiducia (Raoul Coutard): eppure nella memoria dello spettatore resta un film in bianco e nero, non solo per gli abiti della protagonista (che indossa quasi sempre il bianco nuziale – o virginale, quando si veste da Diana cacciatrice – o il nero della vedovanza) ma per i toni della vicenda, dove apparentemente non c'è spazio per il grigio o le sfumature cromatiche. Le "vittime" sono interpretate da Claude Rich (il rubacuori), Michel Bouquet (il solitario), Michel Lonsdale (il politico), Daniel Boulanger (il pregiudicato) e Charles Denner (il pittore). Per la colonna sonora, che ingloba una versione "drammatica" della classica marcia nuziale di Mendelssohn, Truffaut ricorre per la seconda volta di fila (dopo "Fahrenheit 451") a Bernard Herrmann, il compositore di fiducia di Hitchcock, quando mai adatto alle atmosfere della pellicola. Quentin Tarantino ha negato l'ispirazione, ma le similitudini con "Kill Bill" sono numerose ed evidenti (dalla struttura generale fino a piccoli particolari, come la scena in cui la sposa, dopo ogni vendetta, cancella con una riga il nome della vittima dal suo taccuino).

27 gennaio 2016

La cosa più dolce... (Roger Kumble, 2002)

La cosa più dolce... (The Sweetest Thing)
di Roger Kumble – USA 2002
con Cameron Diaz, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Christina (Diaz) – come le amiche e co-inquiline Courtney (Applegate) e Selma (Jane Burns) – passa da un uomo a un altro senza mai legarsi sentimentalmente, considerando il genere maschile come un divertimento "usa e getta". Tutto cambia quando conosce in discoteca il bel Peter (Thomas Jane), a San Francisco in occasione del matrimonio del fratello Roger (Jason Bateman), con il quale ha un breve litigio e che non riesce più a togliersi dalla testa. Al punto da coinvolgere Courtney in un viaggio in auto fuori città verso la cittadina dove si stanno per celebrare le nozze... solo per scoprire che lo sposo è Peter, e non suo fratello. Naturalmente, alla fine il matrimonio andrà a monte e Peter e Christina scopriranno di essere fatti l'uno per l'altra. Commedia "scollacciata" (con innumerevoli battute sul sesso) in stile "Una notte da leoni" ma al femminile, che unisce i temi dei classici chick flick a quelli del buddy movie on the road, ravvivata dalla verve delle protagoniste (in parallelo al viaggio di Christine e Courtney, ci sono le comiche disavventure di Selma con il suo nuovo ragazzo) e da una serie di gag che punteggiano una trama esile e prevedibile. Non mancano un paio di canzoni "osé" (come quella che coinvolge un intero ristorante). La sceneggiatrice Nancy Pimental avrebbe basato i personaggi di Christina e Courtney su sé stessa e sulla sua amica Kate Walsh. Il fidanzato di Courtney, nel finale, è interpretato dal regista James Mangold.

17 maggio 2015

La vedova del pastore (Carl T. Dreyer, 1920)

La vedova del pastore (Prästänkan)
di Carl Theodor Dreyer – Svezia 1920
con Einar Röd, Hildur Carlberg
***

Visto su Dailymotion.

Il secondo lungometraggio di Dreyer (girato in Svezia, a quei tempi industria cinematografica più "avviata" di quella danese) è considerato dalla critica il suo "primo vero film", nonostante sia ancora privo di quel rigore psicologico e formale che lo contraddistinguerà in seguito, e presenti invece alcune caratteristiche insolite per il regista, prima su tutte un diffuso sense of humour che ne fa a tratti una commedia più che un dramma. Tratto da un racconto del 1879 dello scrittore norvegese Kristofer Janson, parla di un giovane e povero studente di teologia, Sofren, che si propone per il posto di parroco in un villaggio isolato fra le montagne, il cui pastore è da poco deceduto. A spingerlo a ottenere l'incarico è anche l'amore: il padre della sua fidanzata Mari, infatti, gli consentirà di sposarla soltanto se diventerà parroco. Dopo aver superato la concorrenza di altri due pretendenti, viene selezionato dai notabili del luogo, ma a una condizione: dovrà sposare la vedova del precedente pastore, l'anziana Dama Margarete, che non intende abbandonare la casa dove ha sempre vissuto. Messo alle strette, Sofren accetta, sperando che la donna abbia ancora poco da vivere. Ma Margarete, sui cui girano voci di stregoneria, non sembra intenzionata ad abbandonare tanto presto questo mondo... Punteggiato da scenette comiche (tutta la sequenza delle "audizioni" dei vari pretendenti al posto di parroco; le sfortunate interazioni di Sofren con i due servi di Margarete; il buffo travestimento notturno da diavolo con cui il giovane spera di spaventare a morte la vecchia; i suoi tentativi di trascorrere alcuni momenti da solo con Mari, che nel frattempo ha fatto accogliere in casa spacciandola per sua sorella...), la pellicola culmina in un finale commovente e consolatorio, in cui il personaggio della "strega" Margarete acquista profondità, rivedendo in Mari sé stessa da giovane e lasciando finalmente via libera ai due giovani amanti, anzi benedicendoli. Dopo aver tanto desiderato la sua morte, Sofren e Mari la ricorderanno con affetto. Molti elementi del film sono tipici del cinema scandinavo di quegli anni: una fonte letteraria assai nota, tipicamente tardo ottocentesca; un pizzico di soprannaturale o di superstizione (qui i poteri magici di Margarete); una grande attenzione agli aspetti umani e psicologici dei personaggi, alle prese con dilemmi di natura morale o sociale. Bella la scenografia (l'antico villaggio norvegese del diciassettesimo secolo, con la sua chiesa e le case di legno, era stato ricostruito in Norvegia da un appassionato: Dreyer in pratica se lo trovò già pronto): la difficoltà di piazzare la macchina da presa in un punto fisso, a causa delle pareti delle case, costrinse il regista a spostarla di continuo, "riprendendo i personaggi da ogni lato", a tutto vantaggio della dinamicità della messa in scena. Nel comparto degli interpreti, da sottolineare la prova della settantaseienne attrice teatrale Hildur Carlberg, che morì poco dopo la fine delle riprese, senza mai aver visto il film completato.

3 dicembre 2014

Sfida nell'Alta Sierra (Sam Peckinpah, 1962)

Sfida nell'Alta Sierra (Ride the High Country)
di Sam Peckinpah – USA 1962
con Joel McCrea, Randolph Scott
***1/2

Rivisto in DVD.

L'anziano ex sceriffo Steve Judd (Joel McCrea), dopo una vita spesa al servizio della legge, sbarca il lunario come può. Insieme al suo vecchio amico Gil Westrum (Randolph Scott) e alla giovane testa calda Heck Longtree (Ron Starr), viene assoldato per trasportare un carico d'oro da un villaggio di minatori fra le montagne fino in città. Se Judd intende mantenere la parola data, i suoi due compagni progettano invece di filarsela con il prezioso bottino. Ma i loro piani sono complicati dalla presenza della giovane Elsa (Mariette Hartley), figlia di un agricoltore rigido e puritano, fuggita di casa per raggiungere il suo promesso sposo. Un western minore? Macché: il secondo lungometraggio di Peckinpah è un piccolo gioiello, il primo dei tanti capolavori nella filmografia del regista californiano. L'aver scelto come protagonisti due "vecchietti" come Scott e McCrea (veterani del western degli anni '40; per il primo si tratta addirittura dell'ultima apparizione sullo schermo) lo aiuta a veicolare nel migliore dei modi quei temi della nostalgia, della decadenza e della fine del vecchio West che sfoceranno, nelle sue opere successive, in quel western crepuscolare di cui sarà uno dei massimi rappresentanti. A questi si intrecciano il contrasto fra l'integrità morale e la tentazione di cedere alle circostanze (dopo anni di onorata carriera, Judd e Westrum si ritrovano vecchi e poveri: perché, allora, non ricompensarsi da soli?), l'amicizia virile (uno dei temi fondamentali del cinema di Peckinpah), la contrapposizione fra l'esperienza della vecchiaia e l'impulsività della gioventù (per il personaggio del giovane Heck l'intera avventura rappresenta un battesimo del fuoco, qualcosa che lo porta a maturare e ad assumersi quelle responsabilità che inizialmente evitava). Per non parlare dell'intera sottotrama del matrimonio di Elsa, che sfocia in sequenze drammatiche e grottesche come quella delle nozze della ragazza nel villaggio dei minatori (indimenticabili i cattivi, ovvero i cinque fratelli Hammond, pronti a dividersi la sposa come se il matrimonio con uno di loro si trasferisse a tutta la famiglia, una trasfigurazione cinica e realistica di "Sette spose per sette fratelli"). Con tanta carne al fuoco, la confezione passa in secondo piano. Il budget del film era esiguo, costumisti e scenografi hanno fatto i salti mortali, e soprattutto regia, fotografia e montaggio sono ancora di stampo classico: ma Peckinpah avrà tempo per sbizzarrirsi anche con questi aspetti nelle opere seguenti. La sceneggiatura è di N. B. Stone Jr. Una curiosità: inizialmente i due protagonisti erano stati scritturati l'uno per il ruolo dell'altro, e decisero di scambiarsi le parti di comune accordo.

18 ottobre 2014

Fiori d'equinozio (Yasujiro Ozu, 1958)

Fiori d'equinozio (Higanbana)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1958
con Shin Saburi, Ineko Arima
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Rivisto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

Hirayama (Shin Saburi), imprenditore di mezza età, è giunto a quel punto della vita in cui deve cominciare a preoccuparsi del futuro delle proprie figlie. Ma se in pubblico manifesta una mentalità aperta e moderna (favorevole cioè al diritto dei giovani di determinare da sé il proprio futuro, specialmente in campo sentimentale), fra le mura di casa si dimostra invece intransigente e conservatore. In particolare, non approva la scelta della figlia maggiore Setsuko (Ineko Arima) di sposarsi per amore con Taniguchi (Keiji Sada), un giovane collega di lavoro: e non perché il ragazzo non sia l'uomo giusto per lei, ma per ostinazione e ripicca per non essere stato consultato. Un inganno di Yukiko (Fujiko Yamamoto), amica di Setsuko che finge di chiedere il suo parere su una situazione simile a proposito di sé stessa, gli estorcerà l'approvazione alle nozze; e le insistenze di amici e parenti condurranno infine all'accettazione dello stato di cose e alla riconciliazione fra padre e figlia. Con il suo primo film a colori (l'operatore Yuharu Atsuta gioca su tinte accese e ben definite: si pensi a quel bollitore rosso che focalizza lo sguardo dello spettatore in ogni scena in cui si intravede), Ozu torna ai suoi soliti temi: il conflitto fra tradizione e modernità, la disgregazione della famiglia, e soprattutto i rapporti fra genitori e figli, ribaltando di fatto l'assunto di "Tarda primavera" (qui è la figlia a volersi sposare e il padre a metterle i bastoni fra le ruote). Centro unico di tutta la narrazione è il protagonista Hirayama, alle prese con più situazioni che si intrecciano e che gestisce in maniera contraddittoria e incoerente: consiglia a Yukiko di seguire il proprio cuore e non il parere dei genitori nelle questioni sentimentali; aiuta l'amico Mikami (Chishu Ryu) a riappacificarsi con la figlia che è scappata di casa per andare a vivere con un uomo; tiene un accorato discorso alle nozze della figlia di un altro amico (Nobuo Nakamura), elogiando il diritto dei giovani di sposarsi per amore e non per dovere; eppure farà un enorme fatica ad accettare il fidanzato della figlia, e opporrà a lungo un deciso rifiuto alle sue nozze, prima di ammettere a sé stesso che la propria ostinazione è frutto di un capriccio, e che il vero obiettivo da raggiungere è la felicità di Setsuko.

Rispetto alle due pellicole immediatamente precedenti ("Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), il film non soltanto presenta un notevole cambio di tono (al pessimismo si sostituisce una certa leggerezza, a tratti quasi da commedia, per non parlare di un lieto fine decisamente commovente), ma sembra certificare la rinuncia – da parte di Ozu e dello sceneggiatore Kogo Noda – al tentativo di adattarsi ai mutamenti che i nuovi registi giapponesi stavano portando in quegli anni nel cinema nipponico. Nonostante l'introduzione del colore (il primo film giapponese a colori risaliva a soltanto sette anni prima, nel 1951; Akira Kurosawa, per citare un cineasta considerato ben più "innovativo" di Ozu, passerà al colore solo nel 1970), con questa pellicola Ozu sembra voler tornare definitivamente ai temi e alle atmosfere tradizionali del suo cinema, in una strada ben collaudata dalla quale non devierà mai più, tanto che negli ultimi film della sua carriera (dopo di questo ce ne saranno ancora soltanto cinque) non esiterà a riproporre quasi dei remake di pellicole precedenti ("Buon giorno" riecheggierà "Sono nato, ma..."; "Erbe fluttuanti" aggiornerà il classico "Storie di erbe fluttuanti"; "Tardo autunno" e "Il gusto del saké" saranno due riletture di "Tarda primavera"). Basterà lo stile, ormai giunto alla sua estrema perfezione, a renderli preziosi e irrinunciabili. Risultano particolarmente significativi, pertanto, alcuni momenti in cui viene esplicitata la nostalgia per un passato ormai scomparso: la gita familiare ad Hakone, con la moglie (Kinuyo Takako) che ricorda i momenti della guerra (quando "le difficoltà della vita quotidiana rendevano la famiglia più unita"), e la rimpatriata fra Hirayama e i suoi compagni di scuola, dove vengono cantati un poema tradizionale e una canzone di guerra che rievocano valori ormai andati perduti. Miyuki Kuwano è la figlia minore Hisako, Teiji Takahashi è l'impiegato Kondo, protagonista di divertenti siparietti, in compagnia del suo capo Hirayama, nel locale dove lavora la figlia di Mikami. Il titolo si spiega alla luce delle considerazioni finali di Hirayama: "Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo. I figli crescono [...] e troppo presto la primavera cede il passo all'autunno". Curiosità: nel sottofondo musicale, durante le scene ambientate in casa di Hirayama, è riconoscibile in un paio di occasioni il tema di "Hanyū no yado" (ovvero "Home, sweet home"), canzone nostalgica assai popolare in Giappone e utilizzata anche nelle colonne sonore de "L'arpa birmana" e de "La tomba delle lucciole".