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28 febbraio 2022

Dies irae (Carl Theodor Dreyer, 1943)

Dies irae (id.)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1943
con Lisbeth Movin, Thorkild Roose
***1/2

Rivisto in divx.

Absalon Pederssøn (Thorkild Roose), pastore di un villaggio protestante nella Danimarca di inizio Seicento, ha preso in moglie Anne (Lisbeth Movin), molto più giovane di lui e figlia di una presunta strega che lui stesso, tacendo, ha salvato dal rogo. Quando la ragazza si innamora del figlio di Absalon, Martin (Preben Lerdorff Rye), suo coetaneo, è tentata di usare i "poteri magici" che avrebbe ereditato dalla madre per desiderare la morte del marito... Tratto da un dramma teatrale di Hans Wiers-Jenssen, ispirato a un episodio realmente accaduto in Norvegia, e girato in Danimarca sotto l'occupazione nazista (e il clima paranoico che vi si respira, la "caccia alle streghe" appunto, dove basta una denuncia non circostanziata per porre una persona o un'intera famiglia sotto accusa, ne è un'evidente testimonianza) questo film segna il ritorno di Dreyer al cinema dopo oltre dieci anni di inattività, ovvero dall'insuccesso commerciale e critico di "Vampyr". La forma lenta e austera, proprio come il canto del "Dies irae" che è intonato dal coro della chiesa, è la cifra stilistica perfetta per riprodurre sullo schermo il rigido protestantesimo del 1600, veicolando al contempo l'idea di cinema rigorosa e quasi teatrale che aveva caratterizzato (si pensi a "La passione di Giovanna d'Arco") e caratterizzerà ("Ordet", "Gertrud") tutte le pellicole del grande regista. L'attenzione alla composizione dell'immagine, il bianco e nero fortemente contrastato della fotografia, i lunghi piani sequenza e l'interpretazione quasi in trance degli attori (soprattutto della protagonista), i cui primi piani risultano incredibilmente intensi e suggestivi, contribuiscono a un'esperienza unica nel suo genere per lo spettatore. Molto interessante la prima parte, con le peripezie della fattucchiera Marte Herlofs (Anna Svierkier), accusata di stregoneria dagli abitanti del suo villaggio e mandata sul rogo nonostante chieda aiuto, inutilmente, proprio ad Absalon, minacciando di rivelare la verità sulla madre di Anne. Cosa che non farà: a tradire la ragazza sarà invece un altro tipo di strega, ovvero la severa suocera Merete (Sigrid Neiiendam), la madre di Absalon, dopo che il figlio è morto, apparentemente ucciso dal semplice desiderio di Anne. Che questa sia davvero una strega, oppure semplicemente una giovane ragazza che sogna l'amore e che è stata costretta a essere imprigionata nel matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che non ama, rimane lasciato nell'ambiguità. E in realtà non è così importante: è l'ambiente che la circonda, patriarcale e teocratico, il vero "male" che il "giorno dell'ira" dovrà dissipare e da cui, nel frattempo, riesce a fuggire soltanto con un atto finale di sacrificio ed eroismo quasi pari a quello della Giovanna d'Arco del film precedente. Il parallelo fra la cupezza del diciassettesimo secolo e gli orrori dell'attualità è dunque sottile ma fino a un certo punto: proprio il "realismo" della messa in scena, la naturale accettazione dell'esistenza del maligno e del soprannaturale che permea tutti, serve a trasfigurare in maniera coinvolgente le vicende per uno spettatore contemporaneo (o del 1943: ricordiamo ancora una volta le circostanze in cui fu girato!) che, se ci riflette, scopre di essere a sua volta circondato da forze che operano per il male, pensando magari di operare per il bene. Il che rende la pellicola, nonostante la sua forma apparentemente datata, ancora e sempre d'attualità.

19 dicembre 2021

Le cinque variazioni (Lars von Trier, 2003)

Le cinque variazioni (De fem benspænd)
di Lars von Trier e Jørgen Leth – Danimarca 2003
con Lars von Trier, Jørgen Leth
**1/2

Rivisto in DVD.

Il regista Jørgen Leth viene "sfidato" dal più giovane collega Lars von Trier a girare cinque variazioni del suo celebrato cortometraggio sperimentale "L'essere umano perfetto" del 1967. Il compito sarà reso più difficile da una serie di "impedimenti" che LVT impone al collega, come dover utilizzare una particolare tecnica o lavorare in determinate condizioni ambientali (per esempio: girare a Cuba, o "nel posto più povero del mondo"; limitare la durata delle inquadrature a 12 fotogrammi; girare senza un set; ricorrere all'animazione...). Il film segue la lavorazione dei corti come se fosse un documentario dietro le quinte, e mostra anche gli stessi remake alternati a spezzoni del corto originale. Se l'intera operazione sembra un gioco cinefilo un po' pretestuoso e fine a sé stesso, in controluce emergono le ossessioni e le caratteristiche di tutta la filmografia di Lars von Trier: il ricorso a regole assurde o arbitrarie per imbrigliare la creatività artistica (come nel manifesto del Dogma), il piacere di fare cose "pazze" senza un motivo, sfidando le logiche comuni per metterle a nudo e nel contempo divertendosi (come in "Idioti"), e naturalmente la volontà di tormentare i suoi attori/personaggi, portandoli fino all'estremo. LVT dice a Leth che si tratta di "una forma di terapia", ma resta il dubbio a chi dei due sia davvero mirata. L'ultima variazione è accompagnata da una lettera aperta di Leth a Trier, scritta in realtà da quest'ultimo.

29 ottobre 2021

Riunione di famiglia (T. Vinterberg, 2007)

Riunione di famiglia (En mand kommer hjem)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/Svezia 2007
con Oliver Møller-Knauer, Thomas Bo Larsen
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il cantante lirico Hans Kristian (Thomas Bo Larsen) torna nella sua cittadina natale per un concerto in occasione del 750° anniversario della fondazione del villaggio. Nell'albergo in cui alloggia lavora come cuoco Sebastian (Oliver Møller-Knauer), un giovane che, a sua insaputa, è suo figlio. Balbuziente fin da bambino (per lo shock di aver creduto che il padre si fosse suicidato sotto un treno, come gli aveva raccontato la madre), Sebastian sta vivendo un grande dilemma, visto che medita di lasciare la fidanzata Claudia (Helene Reingaard Neumann) per mettersi con Maria (Ronja Mannov Olesen), suo amore di sempre, da poco tornata in paese dopo un soggiorno in una clinica psichiatrica... Il titolo italiano di questo film (quello originale significa "Un uomo torna a casa") prova a rievocare il primo successo di Vinterberg, "Festen – Festa in famiglia", lasciando intendere che i temi siano gli stessi. E in effetti i dissidi familiari (anche di lunga data), i rapporti fra genitori e figli, le tragedie del passato, i segreti, le infedeltà e i tradimenti fanno capolino anche qui, soltanto trattati con maggior leggerezza e ironia. Peccato che l'insieme sia fiacco e già visto, con il padre che rivede sé stesso nel figlio e nei suoi problemi sentimentali. Karen-Lise Mynster è la madre di Sebastian, Brigitte Christensen la moglie del cantante. Attorno ai protagonisti si muovono personaggi e figure eccentriche, come il capo cuoco (Shanti Roney), il direttore dell'albergo (Morten Grunwald) e lo "zio" transgender (Ulla Henningsen). La fotografia di Anthony Dod Mantle è particolarmente luminosa e dorata. Al concerto Hans canta "Di Provenza il mar, il suol" dalla Traviata (scelta non a caso, visto che parla proprio del rapporto fra un padre e un figlio).

24 agosto 2021

Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Svezia/Francia 2000
con Björk, Catherine Deneuve
***1/2

Rivisto in divx.

Selma (Björk), madre single e immigrata negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia (la storia si svolge negli anni sessanta), lavora come operaia in una fabbrica, è appassionata di vecchi musical e sta diventando cieca per una malattia degenerativa ereditaria di cui non ha fatto parola con nessuno. Lavora duro e risparmia ogni dollaro proprio per consentire al figlio Gene di essere operato e guarito dallo stesso destino quando compirà tredici anni. Ma per difendere il suo prezioso denaro dall'avidità di un vicino di casa, il poliziotto Bill (David Morse), finisce per ucciderlo ed è condannata a morte... Dopo "Le onde del destino", di cui è quasi un film gemello (anche nello stile, ispirato al manifesto Dogme 95: la camera a mano, le inquadrature ravvicinate e ondeggianti, la fotografia sgranata e "povera" – almeno sulla carta – e i colori smorti, il tutto però ravvivato dagli occasionali inserti in cui la protagonista, sognando ad occhi aperti, immagina di trovarsi all'interno di quei musical che ama tanto), LVT porta sullo schermo un'altra storia di estremo sacrificio femminile, con una protagonista pura, innocente, altruista e quasi infantile, che in nome dell'amore per il figlio accetta qualsiasi destino: in questo caso si soffre ancora di più, perché agli occhi della maggior parte del mondo Selma passa ingiustamente per un'assassina spregiudicata, egoista e incapace di amare. Soltanto in pochi – la collega e amica Kathy/"Cvalda" (Catherine Deneuve), il timido corteggiatore Jeff (Peter Stormare), la secondina del carcere Brenda (Siobhan Fallon) – le mostrano empatia e le restano accanto fino alla fine. Il soggetto può certo apparire eccessivamente melodrammatico, con il destino (e la malvagità degli uomini) che si accaniscono in ogni modo sulla nostra eroina, ma il regista danese sceglie volutamente di calcare la mano come nei feuilletton vecchio stile e sa perfettamente come muovere le corde giuste per accrescere l'intensità emotiva e far leva sulla sensibilità dello spettatore, catturandolo in una morsa di emozioni che stritola nel profondo dell'animo (impossibile trattenere la commozione!). E proprio come Selma "evade" dalla realtà con l'immaginazione quando questa si fa troppo dura, anche LVT ci concede occasionali momenti di respiro e di bellezza con le canzoni che nella mente della protagonista, accompagnate da balletti e coreografie proprio come un musical, punteggiano la pellicola (due anni prima Tsai Ming-liang aveva fatto lo stesso in "The hole"). I brani, in stile lo-fi e post-industriale (visto che inglobano i rumori ambientali, come "il ritmo delle macchine"), sono tutti composti e interpretati dalla stessa Björk: la canzone migliore è quella della scena sul treno, "I've Seen It All", nominata anche all'Oscar. In una delle sue rare prove d'attrice, la cantante islandese offre una performance eccezionale, anche se la lavorazione si è rivelata talmente difficile – i rapporti con Lars von Trier non erano certo idilliaci, come ha rivelato in seguito – nonché esaustiva dal punto di vista emotivo da farle dichiarare che non avrebbe più recitato in nessun altro film (ma qualche anno dopo ci ripenserà). Nel cast anche Cara Seymour (Linda, l'inconsapevole moglie di Bill), Jean-Marc Barr (il superiore alla fabbrica), Vincent Paterson (il regista della rappresentazione amatoriale di "Tutti insieme appassionatamente"), Željko Ivanek (il pubblico ministero al processo) e Udo Kier (il dottore). Joel Grey interpreta il ballerino di tip tap Oldřich Nový, idolo d'infanzia di Selma. Come in un musical classico, la pellicola si apre con tre minuti e mezzo di schermo buio, accompagnati dalle note di una "ouverture", mentre si chiude con la "penultima canzone" (in quanto Selma detesta le "ultime canzoni" perché segnalano la fine del film). Il titolo si ispirerebbe alla canzone "Dancing in the dark", dal musical "Spettacolo di varietà" (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse.

9 dicembre 2020

L'abisso (Urban Gad, 1910)

L'abisso, aka Precipizio (Afgrunden)
di Urban Gad – Danimarca 1910
con Asta Nielsen, Poul Reumert
***

Visto su YouTube.

Attratta da un mondo più libero e selvaggio, la giovane insegnante di piano Magda (Asta Nielsen) abbandona il fidanzato "perbene" Knud (Robert Dinesen) per fuggire con il "bad boy" Rudolf (Poul Reumert), cowboy e artista circense. Per due volte Knud la rintraccerà: la prima, in un albergo a Copenaghen, la donna cederà ancora al fascino di Rudolf; la seconda, in un piano bar dove si esibisce per guadagnarsi da vivere, sarà tentata di tornare a un'esistenza normale. Ma Rudolf cercherà di trattenerla, e nella colluttazione che ne segue, sarà ucciso dalla ragazza. Opera prima di Urban Gad, nipote di Paul Gauguin e regista teatrale senza alcuna esperienza di cinema (tanto che si fece coadiuvare dall'operatore Alfred Lind), il film è un capitolo importante della cinematografia danese ed europea in generale, visto che segna anche l'esordio di Asta Nielsen, una delle prime e più celebri dive (e sex symbol) degli anni dieci. Indimenticabile la "scandalosa" scena del ballo che la Nielsen danza sul palco di un teatro con Reumert vestito da gaucho, in cui la donna prima lega l'uomo con il lazo e poi gli si struscia addosso: sensualità e bondage che fecero enorme scalpore (e su cui si accanì la censura di alcuni paesi, tagliando la scena in numerose copie e aiutando così a preservarla, visto che la sequenza in questione risulta oggi molto meno rovinata del resto del film!). Anche se la trama è semplicistica, altamente melodrammatica e a sfondo morale (la sceneggiatura, scritta dallo stesso Gad, non fa nulla per farci simpatizzare con la protagonista Magda, che in fondo è causa della sua stessa tragedia e non una vittima delle circostanze), è da apprezzare il realismo di fondo, pilotato dalla recitazione naturalistica (per l'epoca) e dalle numerose scene girate in esterni. La pellicola, che dura 37 minuti (la cinematografia danese fu una delle prime a uscire regolarmente dai limiti ristretti del singolo rullo di durata), è girata con camera fissa, senza primi piani, ed è priva di dialoghi: i venti cartelli sono semplicemente didascalie che introducono le scene come capitoletti. Gad e la Nielsen, che per alcuni anni furono anche sposati, si trasferirono in Germania nel 1911, dove continuarono a sfornare film di successo insieme al produttore Paul Davidson. Con l'avvento del sonoro, Asta si ritirò dalle scene cinematografiche e tornò al teatro; e con quello del nazismo, fece rientro in Danimarca per dedicarsi alla scrittura e all'attivismo politico.

11 ottobre 2020

Idioti (Lars von Trier, 1998)

Idioti (Dogme #2: Idioterne)
di Lars von Trier – Danimarca 1998
con Bodil Jørgensen, Jens Albinus
**1/2

Rivisto in divx.

Guidati da Stoffer (Jens Albinus), un gruppo di ragazzi gioca a "fare l'idiota", ovvero a fingersi ritardati e minorati mentali, anche (e soprattutto) in pubblico. È un modo per esprimere la parte più autentica, infantile e nascosta di sé stessi, ma anche per provocare la reazione o il disagio della gente "normale" e smascherarne le ipocrisie borghesi. I membri del gruppo, che abitano tutti insieme in una villetta di campagna come in una comune, non esitano a inscenare situazioni imbarazzanti, o persino a recitare anche quando si trovano fra di loro. Ma pian piano litigi, incomprensioni e complesse dinamiche interne ne mineranno l'unità, mentre gli interventi esterni di conoscenti e famigliari porteranno a dissolvere l'esperienza: l'unica che la condurrà fino alla fine sarà Karen (Bodil Jørgensen), l'ultima arrivata, timida e introversa, per la quale "fare l'idiota" avrà una valenza liberatoria di fronte all'incomprensione di chi le sta attorno in occasione di una grave tragedia familiare. Il secondo lungometraggio certificato "Dogme 95" (e l'unico del movimento firmato dal suo co-creatore Lars von Trier) è una pellicola che può risultare fastidiosa e sgradevole anche per lo spettatore, "vittima" della recita dei personaggi e costretto ad assistere alle loro performance, comprese scene di nudo e di sesso (molte delle quali eliminate dalla versione italiana), ma che nell'intensa scena finale acquista quello spessore che non sembrava possedere in precedenza. Lungi dall'essere semplicemente irrispettosi e infantili, i protagonisti "cercano l'idiota che hanno dentro di sé" perché, dopo tutto, "la verità la si impara dai bambini e dagli ubriachi" (una frase che ben descrive molti film di LVT, a partire da "Le onde del destino"). In ossequio alle regole del Dogma, il film è girato con la camera a mano, senza illuminazione artificiale, e con un suono in presa diretta e diegetico (il tema del "Cigno" di Saint-Saëns è intonato con un'armonica). Lo stesso regista non è accreditato nei titoli. L'unica norma del decalogo violata è quella che nega l'utilizzo delle controfigure (von Trier ha invece fatto ricorso a due attori pornografici nella scena della penetrazione durante l'ammucchiata). Ogni tanto il montaggio inserisce delle interviste ai membri del gruppo, che come in un documentario rievocano l'esperienza e ne raccontano le dinamiche. La sceneggiatura fu scritta da LVT in soli quattro giorni. Le riprese furono effettuate con una videocamera digitale, lasciando grande spazio all'improvvisazione del cast (che comprende anche Anne Louise Hassing, Nikolaj Lie Kaas, Anne-Grete Bjarup Riis e Troels Lyby).

1 aprile 2020

The kingdom 2 (Lars von Trier, 1997)

The Kingdom 2 (Riget II)
di Lars von Trier – Danimarca 1997
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

La seconda stagione della serie horror-ospedaliera "Il regno" riprende le vicende dei numerosi personaggi dove erano state lasciate al termine della prima parte e le porta avanti per altri 4 episodi (diventati, chissà perché, 6 – ma di durata più breve – nel DVD italiano), senza però giungere a una conclusione: Lars von Trier e il suo co-sceneggiatore Niels Vørsel avevano infatti in programma una terza stagione, che purtroppo non è stata realizzata, nonostante la sceneggiatura degli episodi finali fosse già pronta [aggiornamento: è uscita nel 2022!]. A differenza della prima serie, in questa le diverse vicende sembrano dipanarsi parallelamente: e gli elementi horror (legati essenzialmente alla signora Drusse (Rolffes) che, sempre in compagnia del figlio Bulder, indaga questa volta sui riti satanici che qualcuno sta praticando all'interno dell'ospedale) lasciano spesso spazio a quelli più comici o grotteschi relativi agli altri personaggi. Se pure non mancano i momenti inquietanti, l'insieme risulta meno coeso rispetto alla stagione precedente, con molte gag e trovate che appaiono estemporanee. L'impressione è di assistere più a una soap opera che a un lungo film cinematografico. Il chirurgo Stig Helmer (Järegård), trasformato in un personaggio sempre più parodistico, è tornato da Haiti con una boccetta di veleno per trasformare in zombie il suo nemico Krogshøj, ma ottiene soltanto di farlo precipitare in uno stato di morte apparente dal quale si risveglierà con una personalità più fredda e cinica. E nel frattempo parla con le proprie feci (!), deve difendersi dal rancore di Rigmor e dal rischio di un procedimento giudiziario legato all'operazione di Mona. L'ingenuo primario Moesgaard cade in preda a una crisi personale e si affida a un eccentrico psicoterapeuta, Ole, dai metodi assai discutibili. Lo studente Mogge, mentre cerca un modo non ortodosso per superare il suo esame e al contempo tenere a bada gli slanci amorosi di Camilla, scopre che nell'ospedale è attivo un giro di scommesse clandestine sulle corse di un'ambulanza nel traffico contromano. Ma la sottotrama più grottesca e inquietante è senza dubbio quella legata a Judith, che accudisce il bambino mostruoso che ha dato alla luce alla fine della prima serie e che cresce a velocità rapidissima, anche perché si tratta del figlio di un demone. Chiamato "Fratellino" e interpretato da Udo Kier (in un secondo ruolo oltre a quello di Aage Krüger), è uno dei nuovi personaggi introdotti in questa seconda serie, oltre a Ole (Erik Wedersøe), alla segretaria di Helmer, la signora Svendsen (Birthe Neumann), al direttore generale dell'ospedale, Bob (Henning Jensen), e al suo assistente Nivesen (John Hahn-Petersen). Maggiore spazio nella storia hanno anche personaggi minori già visti in precedenza, come Christian (Ole Boisen), amico di Mogge che per conquistare l'amore di Sanne (Louise Fribo) sostituisce il pilota dell'ambulanza pirata. Pur ricca di bizzarrie, e a tratti sinceramente divertente, questa seconda tranche di episodi risulta dunque meno riuscita della prima, forse perché il gioco di LVT comincia a farsi scoperto e le situazioni appaiono più artificiali e scollegate, dunque meno facili da prendere sul serio. In ogni caso rimane una delle serie televisive più interessanti degli anni novanta.

30 marzo 2020

The kingdom (Lars von Trier, 1994)

The Kingdom - Il regno (Riget)
di Lars von Trier – Danimarca 1994
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

"Il suolo sotto l'ospedale del Regno anticamente era una palude, dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli, che poi stendevano per la sbiancatura. In seguito qui fu costruito il grande ospedale, e gli sbiancatori furono sostituiti da medici e ricercatori, geni della scienza e della tecnologia, che per coronare i loro lavoro chiamarono questo luogo "il Regno". Essi erano i padroni della vita: ignoranza e superstizione non avrebbero più potuto scuotere i bastioni della scienza. Forse fu la loro spiccata arroganza che li portò a negare la spiritualità. E adesso è come se il freddo e l'umidita fossero tornati. Si cominciano a vedere piccole tracce di stanchezza negli edifici, non più così solidi e moderni. Nessun essere vivente ancora lo sa, ma la porta del Regno sta per aprirsi."

Miniserie televisiva in quattro episodi (divenuti cinque nell'edizione italiana, con un montaggio differente), ambientata nel Rigshospitalet di Copenhaghen, grande e antico complesso ospedaliero soprannominato Riget ("il Regno"), dove si verificano strani fenomeni paranormali che turbano le già complicate dinamiche interne fra i vari medici e i loro pazienti. Una geniale commistione fra horror e medical fiction, con ampie pennellate di humour nero e inquietudini sparse a piene mani da un Lars von Trier in stato di grazia, che si presenta poi di persona sui titoli di coda di ogni episodio (indossando lo smoking che appartenne a Carl Theodor Dreyer, suo mentore spirituale) per commentare ironicamente l'accaduto e salutare gli spettatori. L'ambientazione claustrofobica e circoscritta, i misteri che si dipanano, i tormentoni, le storie incrociate dei numerosi personaggi (tutte caratteristiche adattissime a una serie tv) lo distinguono nettamente da una pellicola cinematografica, ma il ritmo serrato, la regia mai banale, la fotografia sgranata e virata sul color seppia gli donano comunque una qualità superiore a a un prodotto televisivo medio. Per non parlare dell'atmosfera malsana e onirica. In ogni caso, la miniserie è stata distribuita nei paesi di lingua inglese sotto forma di un unico film (di oltre quattro ore), mentre il DVD italiano la presenta solo divisa in capitoli, nelle due versioni italiana (in 5 episodi) e danese (in 4). In un intreccio di sottotrame che pian piano convergono verso uno sconvolgente finale di stagione, assistiamo a misteriose apparizioni soprannaturali che coinvolgono, in maniera diversa, un nutrito gruppo di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Nel 1997 è stata prodotta una seconda stagione, "Kingdom 2". Era in programma anche una terza, che Lars von Trier aveva già scritto e pianificato (avrebbe dovuto essere l'ultima), ma la morte di alcuni degli interpreti ha reso impossibile la sua realizzazione. Nel 2004 è stato comunque realizzato una sorta di remake in lingua inglese, la serie americana "Kingdom Hospital" sviluppata da Stephen King. Quanto alle ispirazioni, più che a serie ospedaliere quali "E.R.", LVT ha dichiarato di essersi rifatto alle atmosfere di "Twin Peaks" e della serie francese "Belfagor" degli anni sessanta (oltre che a un cult della tv danese come "Matador", serie del 1978 da cui provengono alcuni degli attori, come Hansen e Nørby).

Fra i protagonisti spicca l'arrogante Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård), nuovo neurochirurgo giunto dalla Svezia: scostante ed egocentrico, mal sopporta chi gli sta intorno, a partire dal primario Moesgaard (Holger Juul Hansen), che con le sue ingenuità e bizzarrie (come la ridicola operazione "Aria del mattino", un insieme di trovate e iniziative infantili per migliorare l'atmosfera e i rapporti all'interno dello staff) gli rende la vita difficile, al punto che periodicamente deve recarsi sul tetto dell'edificio per gridare al cielo la sua rabbia e la sua frustrazione, urlando a squarciagola "Maledetti danesi!" ("Danskjävlar!") e rimpiangendo la sua amata Svezia (le cui coste può osservare con un binocolo). Se l'unica che gli si mostra comprensiva è la dottoressa Rigmor (Ghita Nørby), altri crucci gli provengono dall'aiuto medico Krogshøj, detto Krogen/"Hook" (Søren Pilmark), con cui ha un rapporto fortemente antagonistico, e soprattutto dalla signora Drusse (Kirsten Rolffes), anziana paziente ipocondriaca che si ritrova sempre fra i piedi e che in realtà è una sensitiva (qui lo scontro è anche sul piano filosofico: la razionalità di Helmer contro l'apertura al soprannaturale della Drusse). È proprio lei, per prima, a rendersi conto che nell'ospedale si celano strane presenze, entrando in contatto con il fantasma di una ragazzina, Mary, morta nella clinica quasi cento anni prima. Mentre la signora Drusse, con l'aiuto del figlio Bulder (Jens Okking), che lavora al Regno come inserviente, cerca in vari modi di "esorcizzare" Mary e di farle abbandonare il modo dei vivi, e mentre Helmer è alle prese con il tentativo di nascondere le prove di un grave errore che ha commesso durante un'operazione chirurgica, si dipanano le storie anche di altri personaggi. Hook, che abita in segreto nei labirintici sotterranei dell'ospedale, da dove gestisce una sorta di mercato nero, si innamora della ricercatrice Judith (Birgitte Raaberg), la cui misteriosa gravidanza sembra procedere a velocità innaturale. Il patologo Bondo (Baard Owe), per amore della scienza, si fa trapiantare su sé stesso un fegato affetto da sarcoma. Mogge (Peter Mygind), studente di medicina poco serio, si offre come cavia nel "laboratorio del sonno" perché innamorato di Camilla (Solbjørg Højfeldt), la dottoressa che conduce gli esperimenti. E un'ambulanza fantasma si presenta ogni sera alle porte dell'edificio. Tutto culmina in un finale di stagione al cardiopalma, quando gli eventi soprannaturali precipitano proprio mentre nell'ospedale è in atto una (comicamente disastrosa) visita a sorpresa da parte del ministro della sanità. Cameo per Udo Kier nei panni del professor Aage Krüger, il malvagio padre di Mary. E da non dimenticare i due inquientanti inservienti con sindrome di Down, che lavorano nelle cucine come lavapiatti e commentano fra loro gli eventi come se fossero al corrente di tutto quello che accade, soprattutto sul piano soprannaturale.

31 maggio 2019

Le onde del destino (Lars von Trier, 1996)

Le onde del destino (Breaking the waves)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ola/Nor 1996
con Emily Watson, Stellan Skarsgård
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana, Giorgio, Enza e Gabriela.

Sulle fredde coste della Scozia, la giovane Bess McNeil (Watson), membro di un'austera comunità calvinista, sposa lo "straniero" Jan Nyman (Skarsgård), operaio che lavora al largo su una piattaforma petrolifera. Quando Jan rimane paralizzato a causa di un incidente sul lavoro, Bess – che ha un rapporto diretto e del tutto particolare con Dio – si convince che potrà guarirlo soltanto donando e sacrificando sé stessa. Il film che ha rivelato il talento di Lars von Trier al grande pubblico (fu anche il suo primo film che vidi al cinema) è una pellicola eccezionale e sopra le righe, incapace di lasciare indifferente lo spettatore. Diviso in otto capitoli più un epilogo, introdotti ciascuno da un'immagine ritoccata digitalmente dal videoartista Per Kirkeby e accompagnata da una canzone degli anni settanta (si va dai Jethro Tull ai Procol Harum, da Leonard Cohen a Elton John, dai Deep Purple a David Bowie), il film segue in un certo senso il tragitto della passione di Cristo, virata al femminile, con tanto di momenti clou come la lapidazione (i bambini che gettano pietre a Bess) e il sacrificio finale, con l'ascensione in cielo al suono di quelle campane che la comunità locale non aveva mai voluto mettere nella propria chiesa (a Bess, invece, la musica piace: lo sottolinea proprio all'inizio, quando al parroco che le chiede che cosa abbiano mai portato di buono gli stranieri risponde: "La loro musica"). La scena finale con le campane è di una commozione devastante: non riesco a non piangere ogni volta che la vedo. Certo, Lars von Trier è ateo, ed è stato accusato di voler programmaticamente e ipocritamente provocare le emozioni e la commozione del pubblico, cosa peraltro da non escludere vista la sua natura di marpione e l'accusa di essere un "pornografo dei sentimenti" che gli viene spesso rivolta dai critici che lo trovano antipatico. Ma sarà un caso se proprio i registi e gli autori non allineati (vedi Scorsese), quando non addirittura atei o marxisti (penso per esempio a Pasolini), realizzano i film più belli sulla religione e la spiritualità? Inoltre, LVT qui si rifà a quello che ritiene il suo più grande maestro, ovvero Carl Theodor Dreyer: impossibile non vedere un parallelo con "Ordet", altro film danese incentrato su un miracolo che si compie attraverso un personaggio umile e considerato pazzo da tutti.

Prima di una serie di eroine di Lars von Trier che soffrono e si sacrificano per amore, Bess è una ragazza buona e generosa, profondamente religiosa anche se a modo suo (come già detto, quando è da sola parla direttamente con Dio, modulando la propria voce), benvoluta dalla sua comunità, ma anche semplice, apparentemente debole (Jan è l'unico a vederla come "più forte" degli altri), immatura (non riesce a resistere alla lontananza del marito, come una bambina che non sa controllarsi e che vuole tutto e subito) e con un passato di problemi psichiatrici (è stata ricoverata brevemente dopo la morte del fratello). Per di più vive in un contesto dove alle donne è proibito persino di parlare in chiesa, dove le regole che governano la vita quotidiana sono severe e assolute, dove i peccati non vengono perdonati ("Sei un peccatore e brucerai all'inferno", si ode dire ai funerali). Ed è proprio Dio a mettere alla prova lei e il suo amore: quel Dio che "dà e toglie a suo piacimento", e che la esaudisce a modo suo quando lei, soffrendo per la lontananza di Jan, lo prega di farlo tornare a casa in qualche modo. Paralizzato, Jan cerca invece la morte e, non trovandola, spinge la moglie a cercarsi un amante (e a raccontargli poi le sue esperienze), forse nella speranza che possa staccarsi da lui e costruirsi una nuova vita. Bess, invece, interpreta la sua richiesta come una prova da superare per potergli restituire la salute, comprendendo che sacrificando tutta sé stessa (la sua scelta di "prostituirsi" non può che farle piombare addosso la disapprovazione di tutti, facendola scacciare dalla casa e dalla comunità) otterrà in cambio la guarigione dell'uomo. Un sacrificio, si badi bene, che come tutti i sacrifici richiede di passare dalla parola all'azione ("Come si può amare una parola?", domanda Bess in chiesa). Dopo un primo momento di smarrimento, accompagnato anche dal momentaneo silenzio della voce di Dio, i dubbi e le incertezze di Bess svaniscono e saprà accettare fino in fondo le conseguenze di quello in cui crede. Con piena consapevolezza: al dottor Richardson (Adrian Rawlins), scettico come la cognata e infermiera Dodo (Katrin Cartlidge), entrambi estranei alla comunità ma anche alla sua religiosità, la ragazza spiega che il proprio talento è quello di "avere fede".

Girato (intertitoli a parte) interamente con la camera a mano e con una fotografia (di Robby Müller) naturalistica, "grezza" e sgranata, il lungometraggio mette in mostra uno stile decisamente diverso da quello dei lavori precedenti (l'anno prima LVT aveva presentato insieme a Thomas Vinterberg il manifesto etico e cinematografico "Dogme 95", al quale è evidentemente debitore, anche se non ne segue ancora alla lettera tutte le regole: l'unico film del regista ad appartenere ufficialmente al movimento sarà il successivo "Idioti"). Nei film della trilogia "europea", inoltre, il protagonista era maschile e gli stilemi guardavano al cinema noir classico, seppur rivisitato: siamo quasi di fronte a un rinnovamento completo. Nel progetto iniziale (Von Trier ha lavorato alla sceneggiatura per cinque anni) il ruolo di protagonista sarebbe dovuto andare a Helena Bonham-Carter, che rifiutò dopo aver letto il copione. Il suo rimpiazzo, Emily Watson, era praticamente all'esordio: il suo è un vero tour de force, che le è valsa il plauso della critica ma che, come capita spesso con le attrici di Lars von Trier, l'ha anche lasciata esausta e incapace di lavorare nuovamente con il regista danese (succederà anche a Björk, a Nicole Kidman, a Kirsten Dunst: l'unica attrice che "sopravviverà" a più di una pellicola con lui sarà Charlotte Gainsbourg). Lo svedese Stellan Skarsgård diventerà invece un habitué del regista. Nonostante il grande successo (vinse, fra gli altri, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes), il film ha comunque diviso il pubblico e suscitato parecchie controversie. Critici ciechi hanno accusato LVT di misoginia, di voler rappresentare eroine martiri e sottomesse (capiterà anche in "Dancer in the dark"), senza cogliere il valore etico e simbolico del sacrificio. Pazienza, non è certo (e non vuole esserlo) un regista per tutti. Personalmente lo considero uno dei tre autori più grandi e importanti degli anni novanta (insieme, per motivi diversi, a Takeshi Kitano e a Quentin Tarantino), e questo film per me rimane tuttora il suo capolavoro. Nel cast anche Jean-Marc Barr (Terry, l'amico di Jan) e Udo Kier (il marinaio sadico). Jonathan Hackett è il pastore, Sandra Voe è la madre di Bess.

7 marzo 2019

La casa di Jack (Lars von Trier, 2018)

La casa di Jack (The house that Jack built)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Fra/Ger 2018
con Matt Dillon, Bruno Ganz
***1/2

Visto al cinema Eliseo.

Jack (Matt Dillon), psicopatico con un'ossessione compulsiva per la pulizia, è un serial killer con velleità artistiche (scatta fotografie delle sue vittime, ne conserva i corpi come trofei di caccia, cerca di compiere omicidi sempre più significativi e complessi). Attraverso il racconto di cinque "incidenti", discute delle proprie imprese – effettuate nello stato di Washington nell'arco di dodici anni – con un misterioso interlocutore, di cui a lungo udiamo soltanto la voce: dapprima pensiamo che possa trattarsi di un confessore, o di uno psicanalista (un po' come nel precedente lavoro di Lars von Trier, "Nymphomaniac", anche se la dipendenza qui passa da eros a thanatos), ma infine scopriremo che si tratta del Virgilio della "Divina Commedia" (Bruno Ganz, in una delle sue ultime apparizioni sullo schermo). E infatti, nell'epilogo ("catabasi"), la pellicola – ricchissima di spunti e cui già non mancavano senso dell'ironia e grottesco, nonostante il tema violento e le tante immagini cruente, alcune delle quali eliminate nella versione doppiata che è uscita nelle sale – diventa ancora più kitsch e surreale, mostrandoci una vera e propria discesa agli inferi (con il protagonista avvolto in una cappa rossa decisamente dantesca) che si conclude sui titoli di coda (fotografati in negativo) con la canzone "Hit the road Jack" di Ray Charles. Come detto, siamo di fronte al film gemello di "Nymphomaniac", apparentemente nichilista e perverso come quello, o forse anche di più. Lì, la confessione psicanalitica della protagonista (a partire da ricordi ed episodi legati alla propria infanzia) girava attorno alle sue molteplici esperienze legate al sesso; qui, invece, queste riguardano l'arte dell'uccidere. "Arte", perché il protagonista si vede come un vero e proprio artista dell'omicidio, alla continua esplorazione di nuovi modi e nuove "correnti" con cui compiere le proprie imprese. Se da un episodio all'altro cambiano le vittime (anche se la maggior parte di quelle che ci vengono mostrate sono donne), le modalità, la personalità del killer, le motivazioni, il contesto e il livello di audacia, ci sono naturalmente anche fili conduttori nel modus operandi, come il furgone rosso che utilizza ogni volta, incurante di lasciare tracce o indizi: anzi, quasi come se il brivido di farsi scoprire facesse parte del gioco, vediamo che Jack si fa via via più imprudente, correndo rischi inutili e contando spesso sulla stupidità dei poliziotti, dei testimoni o delle sue stesse vittime. In fondo non gli importa molto di essere preso, così come è indifferente alla morale, alla società e a quasi tutto quello che riguarda il mondo esterno, intrappolato invece in una continua ricerca dentro sé stesso, le proprie pulsioni e i tormenti interiori (di cui cerca di analizzare i meccanismi: esemplare il cartone animato che mostra una camminata sotto una serie di lampioni, le cui ombre spiegano l'alternanza fra la soddisfazione del desiderio di uccidere e il suo ripresentarsi periodicamente).

Come in "Nymphomaniac", il dialogo fra chi racconta e chi ne riceve la confessione è accompagnato da innumerevoli divagazioni e aneddoti sugli argomenti più disparati, anche se spesso legati al tema della morte e del decadimento: la falciatura dell'erba, il marcire dell'uva, la natura violenta della tigre, la "luce nera". Non mancano inoltre citazioni di vario genere: frasi di canzoni o di poemi ("Vuoi che ti mostri la strada per il prossimo whisky bar?" proviene da Bertolt Brecht), video musicali (Jack con i cartelli nel vicolo fa il verso al Bob Dylan di "Subterranean Homesick Blues"), dipinti e opere d'arte ("La barca di Dante" di Delacroix, ricostruita con stile iperrealista), personaggi eccentrici (i filmati di Glenn Gould che suona il piano), e naturalmente film (con l'autocitazione, da parte di LVT, della propria intera filmografia, di cui compaiono in rapida successione alcuni spezzoni). E in particolare l'allegoria dantesca permea tutta la pellicola (il film inizia in una foresta, dove Jack compie il suo primo omicidio, che potrebbe essere proprio la "selva oscura" di Dante). Lo stesso titolo originale, "La casa che Jack costruì", è un verso di una canzone/filastrocca per bambini assai popolare nel mondo anglosassone (analoga alla nostra "Alla fiera dell'est"), che von Trier aveva già citato in uno dei suoi primi lavori ("L'elemento del crimine", di cui questo potrebbe essere in fondo un aggiornamento). Qui è giustificato dal fatto che il protagonista, ingegnere che si autodefinisce architetto, progetta di costruirsi una casa ma finisce sempre per buttarla giù e per ricominciarla da capo, alla continua ricerca del giusto "materiale". Certo, è facile pensare che il nome Jack sia anche ispirato a quello di uno dei serial killer più celebri della storia, Jack lo squartatore, che come il personaggio interpretato da Dillon scriveva lettere ai giornali firmate con uno pseudonimo (in questo caso "Mr. Sophistication", nome che viene da "L'assassinio di un allibratore cinese" di Cassavetes) e si accaniva sulle donne (a Jack the Ripper sono attribuiti cinque vittime accertate, proprio come i cinque "incidenti" raccontati nel film: e la scena in cui asporta il seno di una donna sembra un rimando evidente). Alcune sequenze sono forti e brutali, permeate da una violenza realistica e difficile da sostenere, se non si sapesse che quelle di LVT sono come al solito provocazioni e l'andare sopra le righe è un effetto voluto (c'è chi ha parlato di "pulp", evocando forse Tarantino: io, come mi capita spesso, ci vedo anche qualcosa di Greenaway, altro regista ossessionato dalla morte). Per questo motivo è sbagliato fermarsi alla superficie delle immagini, e bollare questo film (o tutto il cinema del regista danese) come perverso, misogino, inutilmente violento: attraverso i suoi personaggi lui scava dentro di sé e dentro di noi, analizzando le pulsioni degli esseri umani (di cui il sesso e la violenza, ma anche la dipendenza e il narcisismo, sono elementi fondamentali). E spesso, come quando parla della "bellezza del decadimento", porta alla luce cose che pochi dicono o vogliono sentirsi dire. La prima vittima è interpretata da Uma Thurman, il cast comprende anche Riley Keough e Jeremy Davies. Curiosità: inizialmente LVT aveva pensato di realizzare il film sotto forma di serie televisiva.

7 febbraio 2019

Medea (Lars von Trier, 1988)

Medea (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1988
con Kirsten Olesen, Udo Kier
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Ripudiata da Giasone (Udo Kier), che intende sposare Glauce (Ludmilla Glinska), figlia del re di Corinto, Medea (Kirsten Olesen) si vendica donando alla giovane sposa una corona avvelenata e poi uccidendo i propri figli. Da una sceneggiatura di Carl Theodor Dreyer (e Preben Thomsen) per una pellicola che non fu mai realizzata, Lars von Trier firma un film per la tv danese ispirato alla tragedia di Euripide. La messinscena è lenta e austera, con scenografie naturali e minimaliste (spiagge, grotte, paludi, torbiere: il film venne girato nello Jutland, sulle coste del Mare del Nord, scenario ben diverso dalla Grecia ma adatto alle tempestose emozioni e ai sentimenti che muovono i personaggi) che donano alla storia un'aura assai arcaica, favorita dalle immagini antiche, sgranate, come se viste attraverso un telo. Pur nella sua brevità (poco più di un'ora), la pellicola è molto intensa: LVT sfronda la sceneggiatura dalla parte del coro (che Dreyer aveva previsto, volendo recuperare la struttura originale della tragedia greca) e dà invece grande risalto alla scena finale, quella in cui Medea uccide i due figli, impiccandoli ai rami di un albero secco e isolato su una collina erbosa (immagine presente anche nel logo del film, che comprende anche il nome del regista). Nel testo di Euripide i bambini venivano uccisi con un pugnale, mentre Dreyer aveva pensato al veleno. La lunga sequenza dell'impiccagione, con l'esitazione straziante di Medea e la collaborazione del figlio più grande (che afferma di "sapere quello che deve accadere"), culmina con Giasone che va alla ricerca dei figli e li trova morti: ma già prima non mancano scene memorabili, come la folle corsa del cavallo (avvelenato anch'esso, come Glauce) sulla spiaggia. In un certo senso il film è il primo lavoro di von Trier ad avere una protagonista femminile, al tempo stesso forte e vittima, come saranno quasi tutti i successivi lavori del regista (se si eccettua la trilogia "europea" degli esordi). Kirsten Olesen aveva già interpretato Medea a teatro. Udo Kier sostituì all'ultimo momento Niels Arestrup nel ruolo di Giasone. Henning Jensen è Creonte, il re di Corinto.

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

6 dicembre 2018

L'elemento del crimine (Lars von Trier, 1984)

L'elemento del crimine (Forbrydelsens element)
di Lars von Trier – Danimarca 1984
con Michael Elphick, Jerold Wells
**1/2

Rivisto in DVD.

Sotto ipnosi al Cairo, un poliziotto rievoca la sua ultima missione in Europa, dove era stato richiamato due mesi prima per indagare sugli omicidi di un serial killer. Seguendo il metodo teorizzato dal suo anziano mentore (e descritto nel libro "L'elemento del crimine"), il detective si identifica nell'assassino, ripercorrendone tutti i passi. Il lungometraggio che segna l'esordio cinematografico di Lars von Trier (in precedenza autore di alcuni corti e mediometraggi realizzati da studente di cinema) è un noir lento e ipnotico, che punta le sue carte sull'atmosfera sospesa e misteriosa, sullo stile formalista e su una fotografia iperfiltrata, praticamente monocromatica (l'utilizzo di un'illuminazione con lampade a vapori di sodio rende le immagini color ambra o seppia), perennemente scura o con alternanza di luci e ombre come nell'espressionismo tedesco. Evidenti inoltre le ispirazioni al cinema di Tarkovskij (vedi anche le immagini di cavalli o asini morenti e l'abbondanza di acqua) e al mondo malsano de "L'infernale Quinlan" di Orson Welles. La storia stessa (e non solo perché è raccontata in prima persona dal protagonista, in trance, al suo terapista: il voice over, fra l'altro, richiama gli stilemi dell'hard boiled) ha una qualità onirica e kafkiana, mentre l'ambientazione è decadente: siamo in un mondo degradato e post-industriale, fra fabbriche dismesse, discariche, canali di scolo e uffici con posta pneumatica. L'intreccio poliziesco procede quasi in maniera random, scoprendo le sue carte con estrema lentezza (c'è di mezzo uno strano rituale, e anche la distribuzione geografica dei luoghi degli omicidi sembra avere una propria importanza), ma alla fine trova una risoluzione soddisfacente. Insieme ai successivi "Epidemic" ed "Europa", tutti scritti (come questo) da LVT insieme all'amico Niels Vørsel, il film forma un'ideale "trilogia europea".

8 ottobre 2018

Ordet - La parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)

Ordet - La parola (Ordet)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1955
con Henrik Malberg, Preben Lerdorff Rye
****

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana e altri.

Uno dei crucci dell'anziano fattore Morten (Henrik Malberg), patriarca della famiglia Borgen, è la follia del figlio Johannes (Preben Lerdorff Rye), che si crede Gesù Cristo e vaga per la casa e la campagna in vestaglia, predicando nel deserto. Non è l'unico, però: ci sono anche il figlio maggiore Mikkel (Hemil Hass Christensen), che ha perso la fede, e il minore Anders, che si è innamorato di Anna, figlia del sarto del villaggio con cui i Borgen sono in disputa da anni per questioni teologiche. Quando la tragedia colpisce la famiglia con la morte per parto di Inger (Brigitte Federspiel), moglie di Mikkel e cuore pulsante della serenità domestica, sarà proprio un miracolo compiuto dal “folle” Johannes a trasformare il dolore in gioia. Capolavoro del cinema della spiritualità, tratto da un dramma teatrale del 1932 del pastore luterano Kaj Munk, il penultimo film di Dreyer (una delle sue pellicole di maggior successo critico, vincitrice fra l'altro del Leone d'Oro a Venezia) è un'intensa e commovente riflessione sul mistero dell'irrazionale e del trascendente, sul potere della fede, della volontà e – come da titolo – della parola. Il riferimento principale, come suggerito anche dal nome del figlio pazzo (Johannes), è l'incipit del Vangelo di Giovanni (“In principio era la parola...”: una parola vivente e che dona, o restituisce, la vita). Da notare che quello di Johannes non è solo un delirio mistico, tanto che compie il miracolo quando ormai è già rinsavito: anche se esso avviene tramite lui, la fede che lo catalizza è quella “pura” e semplice di una bambina, la nipotina Maren, l'unica che vede al di là dell'ordinario, della ragione e delle apparenze. A lei si contrappongono non solo gli altri membri della famiglia, ma anche le figure delle autorità “ufficiali”, come il pastore del villaggio (cinico e burocratico, anche nel discorso al funerale, colmo di luoghi comuni) e il dottore (un medico scrupoloso ma scientista), che non si accorgono della straordinarietà che li circonda. Che la sceneggiatura derivi da un testo teatrale (fra l'altro già portato sullo schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander, con Victor Sjöström come protagonista) è evidente nella composizione delle scene (quasi tutte in interni) e dei dialoghi, anche se Dreyer arricchisce la pellicola con la sua regia essenziale e rigorosa, con lunghi e lenti piani sequenza, con la fotografia austera in bianco e nero, con alcuni scorci esterni (i campi di grano, il canneto, il vento che muove i panni bianchi stesi ad asciugare, simbolo dello spirito) di un mondo fuori dal tempo (se non fosse per i telefoni e l'automobile del dottore, potremmo essere nel settecento o nell'ottocento). E non manca un accenno di satira sociale e religiosa (la faida teologica fra i due patriarchi, che appartengono a correnti protestanti diverse fra loro, raccontata quasi con toni da commedia).

3 dicembre 2017

Dear Wendy (Thomas Vinterberg, 2005)

Dear Wendy (id.)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/GB/Fra/Ger 2005
con Jamie Bell, Mark Webber
**1/2

Visto in divx.

La Wendy del titolo, alla quale il protagonista scrive una lunga e accorata lettera d'amore (il grosso del film è infatti raccontato in flashback), non è una ragazza ma una rivoltella con il manico perlaceo. L'asociale orfano Dick, che vive a Estherslope, una piccola cittadina mineraria del West Virginia, scopre infatti di poter guarire dalla sua timidezza se porta Wendy sempre con sé, anche senza usarla o mostrarla a nessuno: è solo un "sostegno morale". E insieme a pochi amici, considerati fino ad allora i "perdenti" del paese, dà vita a un circolo esclusivo e segreto, i Dandies (una sorta di "setta dei poeti estinti"), la cui base sotterranea è nei vasti spazi di una miniera abbandonata. Qui i ragazzi si ritrovano, indossano abiti retrò e stravaganti (il segno che si sentono fuori posto nel mondo moderno), e indugiano in attività pseudo-culturali e di vario tipo, tutte però legate alle armi da fuoco (naturalmente non mancano le esercitazioni al poligono). Ognuno di loro ne porta con sé una o anche più, cui dà anche un nome e tratta come se fossero esseri umani o compagne di vita, e grazie a loro ritrova quella fiducia in sé stesso che prima gli mancava: ma definendosi "pacifisti", si danno la regola di non sfoggiarle né tantomeno usarle mai in pubblico. Tutto però precipita quando nel gruppo giunge un nuovo arrivato, che sembra contendere al geloso Dick i favori di Wendy... Vinterberg porta sullo schermo una sceneggiatura di Lars Von Trier, che in diversi punti ricorda il suo "Dogville", a partire dall'ambientazione artificiale (della cittadina vediamo praticamente solo la piazza centrale, ricostruita in studio a Copenhagen e denominata Electric Park, che i ragazzi dividono in varie zone, tutte identificate con dei soprannomi), dal circolo di emarginati che si impongono regole auto-limitanti destinate a essere infrante (come quelle cinematografiche del "Dogma") e dai sovratesti satirici: c'è chi ci ha visto un attacco alla diffusione delle armi negli Stati Uniti (anche coloro che le portano solo per sentirsi sicuri, e che affermano di non volerle mai usare, prima o poi finiranno per farlo), oltre che una dimostrazione su larga scala del paradigma della "pistola di Cechov" (il drammaturgo russo diceva che se si mostra un fucile appeso al muro nel primo atto di una tragedia, questo dovrà inevitabilmente sparare prima che cali il sipario). In ogni caso, per lunghi tratti il film è bizzarro e interessante, anche provocatore con il suo concetto di "pacifismo con le armi", e nella formazione e nelle dinamiche dei Dandies ritrae bene il desiderio di autodeterminazione, la solitudine e la ribellione dell'adolescenza, prima di rovinarsi con un finale grottesco e tarantiniano, per quanto inevitabile. I Dandies sono interpretati da Jamie Bell (il protagonista Dick), Mark Webber, Alison Pill, Michael Angarano, Chris Owen e Chris Owen. Bill Pullman è lo sceriffo. Nella colonna sonora, spazio agli Zombies (con "She's Not There" e "Time of the Season").

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1: Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma familiare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

11 luglio 2015

C'era una volta (Carl T. Dreyer, 1922)

C'era una volta (Der var engang)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1922
con Clara Pontoppidan, Svend Methling
**

Visto su YouTube.

Da un testo del drammaturgo danese Holger Drachmann, una "favola in cinque atti" a sfondo morale (di cui, purtroppo, diverse sequenze sono andate perdute e sono state sostituite, nella versione restaurata, da foto di scena con cartelli riassuntivi). La principessa del reame di Illyria, bellissima ma anche fredda, viziata e orgogliosa, rifiuta con sdegno ogni possibile pretendente. Il principe di Danimarca, intenzionato a conquistarla, si traveste da mendicante e, con l'inganno (nonché grazie a un magico bollitore di rame, donatogli da un folletto, che consente di vedere il proprio futuro), riesce a portarla con sé nella capanna dove finge di abitare e di lavorare come vasaio. La povertà, la fame e le fatiche, pian piano, "ammorbidiscono" la principessa, che giunge a comprendere i reali valori della vita e si innamora del principe: il quale, naturalmente, le rivelerà alla fine la sua vera identità. Se nella prima parte, quella ambientata alla corte di Illyria, la pellicola soffre per una messa in scena statica (con grande abbondanza di mascherini circolari) ravvivata a fatica dai toni da commedia farsesca (evidenti nei personaggi del re o del buffone che accompagna il principe), nella seconda, ambientata nella foresta danese, migliora e si fa decisamente più suggestiva anche a livello visivo. Ma resta un lavoro minore di Dreyer, di cui si apprezza soprattutto la buona direzione degli attori.

10 aprile 2015

Il presidente (Carl T. Dreyer, 1919)

Il presidente (Præsidenten)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1919
con Halvard Hoff, Olga Raphael Linden
**1/2

Visto su YouTube.

Karl Victor von Sendlingen, integerrimo presidente della corte di giustizia della sua città natale, è chiamato ad avallare la condanna a morte di una giovane accusata di aver ucciso il proprio neonato. Peccato però che la ragazza, all'insaputa di tutti (anche di lei stessa), sia la sua figlia illegittima. Non potendo concederle la grazia, il giudice decide di farla evadere e di fuggire con lei... Il film d'esordio del grande Dreyer, da lui sceneggiato a partire da un romanzo di fine ottocento dell'austriaco Karl Emil Franzos, è un drammone generalmente sottovalutato, persino dallo stesso regista, che ebbe a dire: "Ho fatto questo film un po’ come studio ed esperienza. [...] Era piuttosto mediocre, un po’ melodrammatico". In realtà si capisce bene perché Dreyer scelse quel soggetto, che in lui doveva avere indubbiamente una risonanza: anche il regista era nato come figlio illegittimo, tanto che il cognome Dreyer è in realtà quello del suo padre adottivo e non del vero genitore. Questo tema all'interno del film si sussegue più volte, generazione dopo generazione, ed è mostrato in una serie di tre flashback che suggeriscono come le colpe e i peccati si ripetano nel corso degli anni, sia pure con sviluppi ed esiti differenti. La pellicola si apre infatti con il padre del protagonista che, fra le rovine del castello un tempo appartenuto alla loro famiglia, gli racconta di come in gioventù fu costretto a sposare la serva dalla quale aveva avuto un figlio, e come da questo ne conseguì il decadimento del casato. Anni dopo, è lo stesso Karl Victor a narrare a un amico la storia del suo amore per un'istitutrice (la madre di Victorine, appunto) che poi, per motivi di opportunità e di carriera, aveva dovuto abbandonare. E infine, al processo di Victorine, il suo avvocato racconta ai giudici la triste storia della ragazza, che riecheggia in tutto e per tutto le due precedenti (è stata sedotta e poi abbandonata da un giovane nobile). I forti temi etici, con il conflitto fra le leggi della società e la morale individuale, si intrecciano in una trama decisamente interessante, anche se la sceneggiatura si dilunga un po' troppo nella seconda parte (anche attraverso una serie di scenette "leggere", con i servitori e i cagnolini, fondamentalmente inutili). La regia invece è sorprendentemente dinamica, sfrutta il montaggio per alternare con frequenza piani medi e lunghi, e punta su uno stile pittorico per far sì che "gli interni riflettano i caratteri" dei personaggi, con set che ricordano i dipinti di Vilhelm Hammershøi, e molte scene notturne, in penombra o nella quasi totale oscurità. Da segnalare un paio di inquadrature particolarmente suggestive, come quella dei due innamorati che si baciano sopra un ponte, e di cui è mostrato solo il riflesso nell'acqua sottostante.

7 maggio 2014

Nymphomaniac (Lars von Trier, 2013)

Nymphomaniac (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/UK/D/B 2013
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Charlotte Gainsbourg, l'unica attrice "sopravvissuta" a più di un film con Lars von Trier (è infatti già alla sua terza collaborazione con il regista danese, mentre le varie Emily Watson, Björk, Nicole Kidman, Bryce Dallas Howard e Kirsten Dunst non hanno "retto" oltre la prima prova), interpreta la nifomane Joe, che dopo essere stata ritrovata pesta e sanguinante in un vicolo dal mite e colto Seligman (Stellan Skarsgård) gli racconta – come in un'unica e lunga seduta di psicanalisi, o come davanti a un prete nel confessionale – i retroscena della propria vita "peccaminosa": dalla scoperta della sessualità in età acerba, all'utilizzo di questa per "collezionare" più uomini possibili; dal rapporto con il padre (Christian Slater), che le ha insegnato l'amore per la natura, a quello con Jerome (Shia LeBeouf), l'unico uomo che abbia mai davvero amato; dai tentativi di trovare nuove strade per risvegliare il piacere sessuale, fino alla serie di eventi che l'hanno condotta fin lì. Distribuito nelle sale cinematografiche diviso in due parti (denominate "Vol. I" e "Vol. II", come in "Kill Bill", ma in questo caso più propriamente come due tomi di un romanzo, per la precisione un Bildungsroman), a loro volta divise in "capitoli" (otto in totale, cinque nel primo film e tre nel secondo: 5 e 3 sono numeri ricorrenti), il terzo film della cosiddetta "trilogia della depressione" di LVT (dopo "Antichrist" e "Melancholia") ha apparentemente un solo filo conduttore: la vita sessuale della protagonista. La sua ninfomania è un po' una scelta consapevole e un po' una dipendenza, come quelle dall'alcol o dal fumo, e a tratti sembra quasi un pretesto per imbastire una serie di variazioni sul tema che sfiorano tutti i tipi di perversione sessuale (dal sadomadochismo alla pedofilia, passando per il sesso interrazziale o il lesbismo). Ma Von Trier, lo sappiamo, è un furbone, abituato da sempre a giocare con lo spettatore, a stimolarne le attese e poi a spiazzarlo scompigliando le carte. E con "Nymphomaniac" sembra aver dato il meglio di sé, a partire dalla campagna di marketing e dalle locandine che presentavano il film come estremamente scandaloso, facendo credere di trovarsi di fronte a un "porno d'autore", salvo poi permettere che nelle sale giungesse una versione "censurata e ridotta" (ma cosa potranno aggiungere, a livello di significato, le eventuali scene di sesso che sarebbero state tagliate?). In realtà, come già in "Dogville" e in generale in tutti i film del buon Lars, il vero senso del film sta nei suoi sottotesti, più o meno nascosti: quello religioso (il finale, come ha fatto notare marco c. in un commento sotto questo post, può legare il lungometraggio al precedente "Antichrist", con la donna che torna nel suo ruolo diabolico di corruttrice dell'innocente) o quello sociale (ancora una volta la donna è una vittima della società: Seligman commenta giustamente come il nostro giudizio sulle sue vicende sarebbe diverso se lei fosse stata un uomo e le sue conquiste fossero state femminili).

Nel primo volume la narrazione di Joe è accompagnata – più che da un progressivo approfondimento del personaggio – da metafore talmente esplicite (la pesca alla mosca, la polifonia di Bach) da essere persino illustrate sullo schermo a più riprese. Il risultato ricorda quasi un film di Peter Greenaway: le sovrimpressioni di numeri e di diagrammi, le ricorrenze (i suddetti 5 e 3), gli split screen, le divagazioni colte (Poe, Bach, i numeri di Fibonacci), l'elenco degli amanti (quasi tutti i personaggi – con la notevole eccezione di Jerome – sono indicati soltanto con la lettera iniziale del nome: B, G, H, ecc.) e in generale la "catalogazione" degli episodi della propria vita (episodi significativi ma non "formanti": spesso Joe sottolinea che i vari eventi non l'hanno cambiata e che la sua natura è sempre stata la stessa sin dall'inizio) sono però elementi che in Greenaway sovrastano la storia, spesso solo un pretesto, mentre in questo caso siamo di fronte all'esatto contrario. Nel secondo volume, poi, LVT abbandona gradualmente queste distrazioni (la stessa Joe, dopo l'ennesima divagazione di Seligman, afferma: "Questa è stata una delle sue disgressioni più deboli") e guida lo spettatore più a fondo nel personaggio, che si barcamena fra visioni mistiche, crisi personali e vani tentativi di autoanalisi. Probabilmente il modo migliore per gustarsi "Nymphomaniac" sarebbe quello di guardarlo tutto di fila, visto che più si accumulano i capitoli e gli episodi raccontati e più l'insieme acquista "spessore" e fisionomia: è come se il suo valore fosse "quantitativo", ovvero dato dalla somma delle parti (proprio come Joe sente di aver avuto in fondo un solo amante, la somma di tutti gli uomini che ha conosciuto). Al di là del marketing, la scelta di dividere la pellicola in due parti risulta dannosa (è come interrompere a meta un romanzo, appunto, o un amplesso). La fotografia, in cui dominano il beige e i toni smorti (il quarto capitolo è addirittura tutto in bianco e nero), dona all'insieme un sapore vetusto e polveroso come i libri di Seligman (significativa è anche l'assenza di una precisa collocazione temporale delle vicende). Nella colonna sonora ricorrono il valzer di Shostakovich (già usato da Kubrick nel suo "Eyes Wide Shut") e l'hard rock dei Rammstein. Quanto al comparto attoriale, è da ammirare la prova di Stacy Martin (che interpreta Joe da giovane, e dunque vera protagonista del Vol. I), mentre la struttura episodica del racconto lascia spazio qua e là a numerosi comprimari: nel primo volume spiccano Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Hugo Speer e vari attori danesi (fra i quali Jens Albinus e Jesper Christensen), nel secondo Jamie Bell, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Mia Goth e Willem Dafoe. Le scene di sesso sono simulate, mediante l'utilizzo di controfigure (fra cui attori porno), di protesi e persino di effetti digitali. Fra i ringraziamenti finali, spicca quello a Tarkovskij, del quale non mancano alcune citazioni (l'icona di Rublëv, il titolo "Lo specchio").