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6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

5 giugno 2020

L'immortale (Takashi Miike, 2017)

L'immortale (Mugen no junin, aka Blade of the immortal)
di Takashi Miike – Giappone/GB 2017
con Takuya Kimura, Hana Sugisaki
**1/2

Visto in TV (Netflix).

L'ex samurai Manji (Takuya Kimura) è stato reso immortale dalle sanguisughe magiche che una misteriosa monaca viandante ha introdotto nel suo corpo. Assoldato come guardia del corpo dalla giovane Rin (Hana Sugisaki), che assomiglia in modo impressionante alla sorella morta, la aiuterà a vendicare il padre, ucciso dai membri della scuola d'armi Itto-ryu guidata da Anotsu (Sota Fukushi), un guerriero che aspira a dominare tutti i dojo del Giappone. Dall'omonimo fumetto di Hiroaki Samura, di cui adatta i primi due volumi, una pellicola d'azione a base di innumerevoli combattimenti all'arma bianca. La storia, strutturata episodicamente (un evidente calco del manga originale), vede il protagonista affrontare un nemico dietro l'altro, senza una reale progressione (a tratti la trama sembra inventata man mano che si va avanti), anche se l'insieme risulta comunque accattivante nel suo mix di ambientazione storica (siamo durante lo shogunato Tokugawa, nel tardo Settecento) ed esagerazioni pop, con personaggi stravaganti e armi non ortodosse. Per certi versi è una versione giapponese del "300" di Zack Snyder, e come tale deve essere gustato, senza aspettarsi la solennità, l'essenzialità e il rigore dei film di samurai di un tempo. D'altronde si tratta di caratteristiche difficili da trovare in un film di Miike (a proposito: si tratterebbe del centesimo (!) lavoro del prolifico regista), da sempre più a suo agio con gli eccessi che non con la misura. In ogni caso il divertimento non manca, ma attenzione: i combattimenti sono estremamente cruenti, con spargimenti di sangue, arti e membra mozzate. In effetti, pur essendo uno spadaccino eccezionale, spesso Manji non vince perché è più forte del nemico di turno, ma semplicemente perché, essendo immortale, si riprende con regolarità dalle innumerevoli ferite che gli vengono inflitte.

5 febbraio 2020

Morte di un maestro del tè (Kei Kumai, 1989)

Morte di un maestro del tè (Sen no Rikyu: Honkakubo ibun)
di Kei Kumai – Giappone 1989
con Eiji Okuda, Toshiro Mifune
***

Rivisto in divx, con Marisa, Luigi, Laura, Lia ed Elena.

A ventisette anni dalla scomparsa di Sen no Rikyu (Mifune) – grande maestro del tè che si era ucciso in seguito a presunti screzi con Hideyoshi Toyotomi (Shinsuke Ashida), il signore feudale di cui era al servizio – il suo discepolo Honkakubo (Okuda), monaco zen ritiratosi a vivere in isolamento fra le montagne, viene convocato dal nobile Uraku (Kinnosuke Yorozuya) che vorrebbe comprendere le vere ragioni del suo suicidio. Da un testo di Yasushi Inoue ("Il testamento di Honkakubo") ispirato a personaggi realmente esistiti, un film misterioso ed enigmatico, lento e austero come i gesti della "cerimonia del tè" (cha-no-yu) che fa da sfondo all'intera vicenda: un rito somministrato da Rikyu e dagli altri maestri ai loro signori feudali e ai soldati, prima di partire per le battaglie (siamo alla fine del sedicesimo secolo, nell'epoca delle guerre civili), quasi come preparazione alla morte, e in quanto tale assimilabile a una cerimonia religiosa (come la comunione nella messa cristiana). Non si tratta solo di freddo o vuoto formalismo: Rikyu, la cui intera vita è all'insegna dell'etica, segue i dettami dell'ikigai, filosofia di vita che richiede l'estrema cura di ogni particolare, per quanto piccolo, perché ogni cosa è legata all'impermanenza. E non può dunque sacrificare i valori della semplicità, dell'onestà e della libertà, nemmeno per compiacere il proprio padrone, di cui peraltro era uno dei più affezionati confidenti (in questo ricorda moltissimo la figura di Tommaso Moro per come è ritratta nel film "Un uomo per tutte le stagioni"). La ricerca e la comprensione dei veri motivi della morte di Rikyu rappresentano l'ultimo tassello del rapporto fra il maestro e il suo discepolo, che a distanza di anni continua a vederlo e a parlare con lui, oltre che a sognarlo (una visione ricorrente in cui il maestro percorre la strada verso l'aldilà, e all'allievo che vuole seguirlo ribatte: "No, questo è il mio sentiero"). Assai sobria e rigorosa, la pellicola appare austera anche visivamente (ricorda qualcosa dell'ultimo Kurosawa, come "Kagemusha"), tanto da sembrare in bianco e nero: in realtà non mancano scene a colori, ma la monocromaticità risalta nei giardini zen dei templi di Kyoto e nella neve che ricopre ogni cosa. Nello stesso anno (1989) uscì anche un altro film sullo stesso soggetto: "Rikyu", di Hiroshi Teshigahara.

26 aprile 2019

Sole rosso (Terence Young, 1971)

Sole rosso (Soleil rouge)
di Terence Young – Italia/Francia/Spagna 1971
con Charles Bronson, Toshiro Mifune
**

Rivisto in TV.

Per recuperare una preziosa spada, dono dell'imperatore del Giappone al presidente degli Stati Uniti, il samurai Kuroda (Mifune) si allea con il bandito Link (Bronson), tradito dai suoi stessi complici e in cerca di vendetta. Un samurai nel Far West? È questa la caratteristica più insolita di questo western di produzione internazionale e con un cast davvero sui generis, che mette insieme il protagonista di tanti film di Akira Kurosawa con uno degli attori de "I magnifici sette", che era un remake proprio di un film dell'Imperatore, "I sette samurai". Aggiungiamoci poi Alain Delon nei panni del "cattivo" Gauche, e Ursula Andress in quelli della sua donna, e il piatto è servito. Interessante la collocazione storica: il film si svolge nel 1870, soltanto pochi anni dopo la restaurazione imperiale e la riapertura del Giappone al mondo, e proprio quando la casta dei samurai volgeva ormai al declino (cosa di cui Kuroda, rimasto fedele al codice del Bushido, è perfettamente consapevole). Peccato che da tutta questa commistione nasca una trama non particolarmente originale e senza troppe pretese, e che, nonostante il tono scanzonato (vedi i battibecchi fra i due protagonisti, così diversi per carattere e personalità, che pure con il tempo diventano amici e imparano a conoscersi e a rispettarsi, come nel più tipico dei buddy movie), si viaggi sul filo degli stereotipi (basti pensare al personaggio interpretato dalla Andress, o ai Comanche che attaccano nel finale). Non aiuta la regia piuttosto scolastica di Young. Musica di Maurice Jarre. Nel cast anche Capucine (una prostituta) e Luc Merenda (uno dei banditi).

24 settembre 2018

Killing (Shinya Tsukamoto, 2018)

Killing (Zan)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2018
con Sosuke Ikematsu, Yu Aoi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Il ronin Mokunoshin Tsuzuki (Ikematsu), ospite di una famiglia di contadini, viene assoldato da un altro samurai senza padrone, il più anziano Sawamura (interpretato dallo stesso Tsukamoto), che intende portarlo nella capitale a combattere per lo Shogun. Ma prima che possano partire, vengono coinvolti in una sanguinosa faida con un gruppo di briganti che si sono accampati nei pressi del villaggio. E il giovane Tsuzuki, riluttante a uccidere senza motivo, dovrà fare i conti con la violenza che è insita nell'uomo, anche in quelli – come Sawamura – che sembrano all'apparenza più saggi. Con un budget bassissimo (pochi attori, una capanna e un bosco a fare da sfondo all'intera vicenda) e uno stile vibrante ed energico, ancora legato a quello dei primordi, Tsukamoto si dà al jidai-geki per riflettere sul significato della violenza e, in particolare, sull'atto dell'uccidere (a prescindere dalle ragioni). E mette in scena una tragedia universale, che comincia come "I sette samurai" ma poi prende tutt'altra piega, stravolgendo le certezze e le consuetudini del genere con lucidità e incisività. Se pure non dice nulla di particolarmente originale o di sconvolgente (che la violenza chiami altra violenza è risaputo, e anche che la ragione e il torto non sono distribuiti in maniera netta), il film riesce a trasmettere un profondo senso di inquietudine, lasciando infine lo spettatore vagare da solo in un mondo cupo e terribile. Yu Aoi è la ragazza, Tatsuya Nakamura il capo dei briganti, Ryusei Maeda il giovane contadino.

8 gennaio 2018

Il serpente (Buntaro Futagawa, 1925)

Il serpente (Orochi)
di Buntaro Futagawa – Giappone 1925
con Tsumasaburo Bando, Misao Seki
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli in inglese.

Accusato ingiustamente di aver provocato una rissa, un giovane samurai dal cuore puro ma dal temperamento impulsivo cade in disgrazia e viene scacciato dal suo maestro, della cui figlia Namie è innamorato. Mentre vaga per il paese, una serie di equivoci, di sfortunati eventi e di cattive amicizie non fanno altro che accrescere la sua fama di attaccabrighe, e col tempo gli abitanti del villaggio dove si è stabilito finiscono col considerarlo un violento e un poco di buono: tutto questo mentre il ricco e nobile Jirozo, onorato e rispettato da tutti, nasconde invece un'indole criminale. Girato da Futagawa quando aveva solo 26 anni, "Orochi" è una pellicola seminale nella storia del cinema muto giapponese e in particolare nel genere jidai-geki, nonché uno dei ruoli più celebri di Bando (noto anche con il nome d'arte di Bantsuma), fra i primi e più popolari divi della cinematografia nipponica. Il tema, naturalmente, è quello delle ingiustizie nel mondo, dei pregiudizi sociali e delle maschere che celano la vera natura delle persone: ma la censura ebbe da ridire (e fece cambiare il titolo, inizialmente "Il fuorilegge", perché non poteva tollerare che un eroe venisse identificato come tale). Assai dinamiche, ben dirette e ben coreografate (per l'epoca) le scene di combattimento, così come l'inseguimento finale, che abbandonano la staticità e la stilizzazione dei film precedenti e influenzeranno gran parte dei chanbara successivi.

31 agosto 2017

I racconti della luna pallida d'agosto (K. Mizoguchi, 1953)

I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Masayuki Mori, Machiko Kyo
****

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel Giappone selvaggio e violento della fine del sedicesimo secolo, sconvolto dalle guerre civili, due abitanti di un povero villaggio sulle coste del lago Biwa sperano di fare fortuna approfittando degli scontri: il vasaio Genjuro (Masayuki Mori) intende arricchirsi a dismisura vendendo le sue terracotte nelle città assediate, mentre il contadino Tobei (Eitaro Ozawa) aspira a diventare un famoso samurai. Abbandonato il villaggio, i due si lasceranno distrarre dai rispettivi sogni. Genjuro, affascinato e sedotto dalla misteriosa Wakasa (Machiko Kyo), nobile dama che loda lui e il suo lavoro, si trasferirà a vivere nel lussuoso palazzo di lei, senza rendersi conto che si tratta di un fantasma. Tobei, approfittando vigliaccamente di un'opportunità favorevole, porta a un signore feudale la testa del suo nemico e sarà ricompensato con un cavallo, un'armatura e una piccola truppa di uomini. Ma nel frattempo, a fare le spese della loro prolungata assenza saranno le rispettive mogli, Miyagi (Kinuyo Tanaka) e Ohama (Mitsuko Mito). La prima, rimasta sola, viene uccisa da un soldato mentre cerca di proteggere il proprio figlioletto; la seconda, violentata, finirà col diventare una prostituta. Come in una fiaba, i due uomini impareranno a caro prezzo la lezione e torneranno alle loro umili occupazioni: Tobei a coltivare la terra in compagnia di Ohama, Tobei a realizzare i suoi vasi, aiutato stavolta da un altro fantasma: quello di Miyagi, la cui voce lo incita e risuona nella sua bottega di vasaio. Ispirato a una serie di racconti del diciottesimo secolo di Ueda Akinari (da cui prende il titolo), è il più famoso dei film di Mizoguchi, nonché uno dei capisaldi del cinema giapponese degli anni cinquanta, quello che insieme ad altri capolavori di quel periodo (come "Rashomon" e "I sette samurai" di Kurosawa, e "Viaggio a Tokyo" di Ozu) ha fatto conoscere anche in occidente la cinematografia dell'arcipelago. Vinse, fra le altre cose, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia, un premio che Mizoguchi finì per conquistare per ben tre anni di fila.

Suggestivo nella sua ambientazione storico-fiabesca, nel suo mescolare crudo realismo (la povertà dei contadini, gli orrori di una guerra mai idealizzata: da sottolineare il contrasto fra l'immagine nobile che Tobei ha dei samurai e gli atti riprovevoli che questi compiono, quali saccheggi e stupri) con istanti di poetica bellezza, e nella sua struttura di apologo morale sull'avidità (i due uomini, obnubilati dalle loro ambizioni – i sogni di gloria sul campo di battaglia per Tobei, la ricerca di profitto e di benessere materiale per Genjuro – perdono completamente di vista la realtà e ignorano i consigli pragmatici delle mogli: in maniera tipicamente mizoguchiana – il regista ha sempre messo queste tematiche al centro dei suoi lavori, una sorta di omaggio alla sorella maggiore che, quando lui era ancora bambino, fu "venduta" dalla famiglia per necessità economiche, e che pure sostenne e incoraggiò il fratello in tutte le prime fasi della sua carriera – proprio le due donne, vittime di una società dominata dai desideri degli uomini, ne pagheranno il prezzo più alto, anche se il finale in un certo senso può essere considerato lieto), il film è anche graziato da interpreti di alto livello. In mezzo ad habitué del regista nipponico come Mori e Tanaka, spicca la bellezza eterea e particolare di Machiko Kyo (appena reduce da un altro capolavoro, "Rashomon") nel ruolo della nobildonna fantasma. I suoi abiti e il suo volto, fortemente truccato, ricordano le maschere del teatro No. A livello di contenuti, invece, la grande novità per Mizoguchi è l'elemento fantastico: una delle due vicende raccontate è una ghost story con tutti i crismi, e proprio questa pellicola è considerata il precursore di un fortunato filone cinematografico a base di spiriti e di fantasmi che sfocerà in seguito più esplicitamente nell'horror e nel fantasy. Stilisticamente il film è ricco come sempre di long take, piani sequenza e riprese con carrelli e gru. Mizoguchi spiegò all'operatore Kazuo Miyagawa che desiderava che gli spettatori si sentissero come di fronte a un dipinto d'epoca che si dipanava su un lungo rotolo, senza soluzione di continuità. Fu una delle rare volte in cui il regista si complimentò apertamente con i suoi collaboratori per la buona riuscita del lavoro.

30 aprile 2014

Ran (Akira Kurosawa, 1985)

Ran (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone/Francia 1985
con Tatsuya Nakadai, Mieko Harada
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Giappone, sedicesimo secolo. Giunto in tarda età, il potente signore della guerra Hidetora sente il desiderio di ritirarsi a vita privata e decide di lasciare il proprio regno, ormai in pace, ai tre figli. Il comando del clan degli Ichimonji passa così nelle mani del primogenito Taro, mentre agli altri due eredi, Jiro e Saburo, vengono assegnati altri castelli e territori. Ben presto però, nonostante le raccomandazioni del patriarca di sostenersi a vicenda, nascono rancori, invidie e tradimenti. E la sete di potere e le lotte intestine portano i tre eserciti alla guerra e il clan alla rovina. Il secondo (dopo "Kagemusha") dei grandiosi film epici del tardo Kurosawa è una spettacolare cronaca della dissoluzione di un impero a causa dell'orgoglio, della follia e della vendetta, nonché una superba rilettura in chiave nipponica del "Re Lear" di William Shakespeare (con le tre figlie di Lear che diventano figli maschi). Il regista si è anche ispirato al personaggio storico di Mori Monotari, daimyo dell'epoca Sengoku che divise il proprio regno fra i suoi eredi (a lui è attribuita la parabola delle tre frecce che, se unite, non possono essere spezzate). Nella realtà i figli di Mori collaborarono fra di loro per difendere il clan: Kurosawa si chiese cosa sarebbe accaduto se invece si fossero battuti l'uno contro l'altro, e da questa riflessione è nato il punto di partenza del film. Come in una fiaba, al terzo figlio – il più piccolo e il preferito – spetta il ruolo del "buono": è lui che, parlando con sfrontata sincerità, mette in guardia il padre dalle possibili conseguenze delle sue azioni, con il risultato di farsi ripudiare, mentre i servili Taro e Jiro, che tanto si mostrano (a parole) affezionati e accondiscendenti con il genitore, sono poi subito pronti a cacciarlo dai propri castelli e addirittura a muovere guerra contro di lui, figura ormai "scomoda", anche se priva di poteri, e da eliminare.

Le scene dell'assalto delle truppe congiunte di Taro e Jiro contro la fortezza in cui si è rifugiato Hidetora, che scorrono mute sullo schermo, accompagnate soltanto dall'eccezionale colonna sonora (di impronta quasi mahleriana) di Toru Takemitsu, rappresentano uno dei vertici figurativi dell'intera filmografia di Kurosawa (e non è dir poco!). Se c'è un film che meriterebbe di essere visto sul grande schermo, è questo. Fenomentale la fotografia e straordinario – ma non è una novità – anche l'uso del colore, un aspetto che Kurosawa curava particolarmente (come dimostrano gli storyboard da lui dipinti di persona per la pellicola). Come in "Kagemusha", ogni armata è caratterizzata da una cromaticità distinta: giallo per i soldati di Taro, rosso per quelli di Jiro, azzurro per quelli di Saburo (le stesse tinte degli abiti indossati dai tre nella scena di apertura), mentre il bianco (la somma dei tre colori primari) è riservato a Hidetora e il nero ai daimyo rivali Ayabe e Fujimaki, presso cui si rifugia Saburo dopo essere stato ripudiato. Se per gran parte del film a fare da sfondo alle vicende ci sono le tinte "vive" della natura (il verde dei prati e delle colline, il blu del cielo), durante la succitata battaglia sembra invece che lo scenario – il castello avvolto dalla nebbia e dai fumi, e illuminato dalla Luna piena – sia dipinto in un pallido bianco e nero, facendo risultare ancora di più le cromie dei vessilli al vento e soprattutto il rosso del sangue che sgorga copioso dai cadaveri. E allo stesso modo, il terreno nero e bruciato attorno alla fortezza distrutta dove Hidetora si rifugia dopo la sconfitta, ormai in preda alla pazzia, riflette la desolazione del suo animo e il nichilismo di fondo della pellicola. Fondamentali, al riguardo, le location: la maggior parte delle scene furono girate alle pendici del Monte Aso, il più largo vulcano attivo del Giappone, oppure presso il Monte Fuji, mentre i castelli sono quelli celebri di Kumamoto e di Himeji (e quello diroccato di Azusa).

Coprodotto dal francese Serge Silberman, già finanziatore di Luis Buñuel, il film richiese oltre due anni di lavoro e alla sua uscita – con dodici milioni di dollari – segnò il record come pellicola giapponese più costosa di sempre. La sontuosità della messa in scena, le scene di battaglia con centinaia di cavalli e di vessilli, i magnifici costumi (per i quali la costumista Emi Wada vinse l'Oscar, anche se pare che Kurosawa stesso contribuì a disegnare abiti e armature) non fanno però mai passare in secondo piano la sceneggiatura, leggibile su vari livelli, e l'ottima direzione degli attori. Scritto avendo Toshiro Mifune in mente, il ruolo di Hidetora è affidato a Tatsuya Nakadai (già protagonista di "Kagemusha"), opportunamente invecchiato con un pesante trucco che lo trasforma in una vera e propria "maschera", a volte persino spettrale. Anche il suo stile di recitazione, secco e astratto ma tuttavia emotivamente espressivo, si ispira agli stilemi del teatro Noh ed enfatizza la natura passionale e primordiale di un personaggio che, strano a dirsi, è stato descritto da Kurosawa come autobiografico ("Hidetora sono io", avrebbe dichiarato l'Imperatore). In effetti "Ran" può essere considerato come il capitolo finale di un periodo di vent'anni (cominciato con "Barbarossa" nel 1965) in cui il regista ha dovuto fare i conti con l'ostracismo dei produttori, con "l'esilio" (fu costretto a cercare finanziamenti all'estero, andò a girare un film in Russia) e perino con la morte (il tentativo di suicidio nel 1971), mentre molti giovani registi della nuova generazione lo davano pubblicamente per "finito". Non stupisce dunque che la pellicola abbia un tono di fondo decisamente pessimista (il titolo stesso, che significa "rivolta" o "ribellione", può essere letto come "caos"). E rispetto a "Kagemusha", che si concentrava di più sulle vicende del personaggio principale, il dramma è stavolta più universale, e da Hidetora si allarga all'umanità intera, come suggerisce l'invettiva finale di Tango: "Non piangere, il mondo è fatto così. Gli uomini cercano il dolore, non la gioia. Preferiscono la sofferenza alla pace. Guardali, questi stupidi esseri umani, che si battono per il dolore, si esaltano per la sofferenza e si compiacciono dell'assassinio!".

Hidetora, nella sua commistione fra Re Lear e Mori Monotari, è comunque un personaggio assai stratificato e direi più complesso di entrambi. Rispetto al sovrano shakesperiano, infatti, Kurosawa gli dona un passato non privo di ombre e di lati oscuri, in qualche modo "giustificando" la sua sofferenza e la sua pazzia, che sembrano punire non solo il suo orgoglio e la sua ostinazione, ma anche le molte "imprese" di gioventù, quando forse non si sarà comportato in maniera tanto diversa dai figli. Se all'inizio del film il suo regno ci appare idilliaco e unificato, nel corso della pellicola scopriamo quanto dolore e quanta violenza abbia sparso per giungere fin lì, distruggendo senza pietà i clan rivali e piantando egli stesso i semi della sua futura rovina (è il desiderio di vendetta che spingerà la moglie di Taro, Kaede, la cui famiglia è stata sterminata da Hidetora, a mettere uno contro l'altro i membri del clan Ichimonji). Forse dunque è anche per i sensi di colpa, e non solo per il tradimento da parte dei figli, che il vegliardo imbocca la strada della pazzia. A ricordargli le sue malefatte ci sono soprattutto Sue, la moglie del secondo figlio Jiro, e suo fratello Tsurumaru, il cieco suonatore di flauto, anch'essi discendenti di una delle famiglie che Hidetora ha sterminato e che a differenza di Kaede scelgono la via del perdono. Un'altra fonte di sensi di colpa per Hidetora è data dalla sua decisione di cacciare il terzogenito Saburo, del quale per testardaggine e vanità ha rifiutato i consigli, allontanando da sé l'unico di cui avrebbe potuto fidarsi (e proprio quello che, per sua stessa ammissione, prima di allora era il figlio preferito). Quanto al cieco Tsurumaru, proprio a lui è riservata l'ultima e significativa inquadratura del film, che ce lo mostra solo, senza guida (la sorella è stata uccisa, e persino la pergamena con l'effige di Amida Buddha – che avrebbe dovuto proteggerlo – è andata perduta) sul ciglio di un precipizio: una metafora dell'umanità allo sbando, che la guerra ha portato sull'orlo della distruzione e che nemmeno Dio può salvare.

Kaede (interpretata da una straordinaria Mieko Harada), con la sua fredda crudeltà e le sue astute macchinazioni, è quasi una parente di Lady Macbeth. A differenza di quest'ultima, però, non è mossa da avidità o sete di potere bensì da un esplicito e comprensibile desiderio di vendetta. Interessante, a questo proposito, un parallelo con Sue: entrambe principesse la cui famiglia fu distrutta da Hidetora e il cui regno fu annesso a quello degli Ichimonji, sono state costrette a sposarne un figlio e a vivere nello stesso castello che un tempo era di loro proprietà. Ma se Kaede ha sempre bramato vendetta, Sue ha invece scelto la via del perdono e ha abbracciato la religione: forse anche per questo Kaede non può tollerare che sopravviva e ne chiede la testa: Sue le ricorda l'esistenza di una via alternativa, una via che lei assolutamente non intende percorrere. Fra le scene migliori del film c'è senza dubbio quella in cui Kaede fronteggia Jiro, che ha appena preso il posto di suo marito Taro, minacciandolo con un coltello e rivelandogli i propri propositi, appena prima di sedurlo e di trasformarlo nel suo nuovo burattino. Non meno caratterizzati, e anch'essi tasselli fondamentali dell'affresco generale, sono altre figure "minori". Per esempio Kurogane (Hisashi Igawa), il braccio destro di Jiro: astuto, orgoglioso, capace di criticare apertamente il proprio padrone (a fin di bene) e protagonista di indimenticabili schermaglie con Kaede (la scena in cui, incaricato da lei di uccidere Sue, le porta invece la testa di una statua di volpe – animale che nel folklore giapponese ha connotazioni soprannaturali, in grado di mutarsi in essere umano, di solito in donna, per condurre gli uomini alla rovina – fonde in maniera sublime ironia e dramma). E ancora Tango (Masayuki Yui), il vassallo più fedele di Hidetora e a sua volta scacciato – come Saburo – per esser stato troppo sincero, che segue il suo anziano padrone a distanza ed è l'unico a soccorrerlo nel momento del bisogno.

E naturalmente c'è poi il "buffone" Kyoami, personaggio che può forse sembrare fuori luogo in un setting solenne e austero come quello nipponico del sedicesimo secolo, ma presente nell'opera di Shakespeare e comunque assai kurosawiano (ci ricorda, per esempio, l'Enoken de "Gli uomini che camminano sulla coda della tigre"). Rimane lui, alla fine, l'ultimo compagno del vecchio Hidetora sconfitto, tradito, abbandonato da tutti e in preda alla follia. "Un tempo il pazzo ero io, ora è lui", commenta Kyoami, per poi ribadire il concetto "Il mondo è pazzo! Siate folli per essere saggi!". Come dimenticare quando danza per prendersi gioco di Taro, o quando intreccia un elmo di erba e di fiori per Hidetora? Curiose anche le sue fattezze, che a tratti sembrano quasi femminili e che gli donano un aspetto androgino così distante dalla virilità e dalla solennità delle altri figure maschili della pellicola (se la si guarda in lingua originale, poi, anche il diverso tono della voce spicca particolarmente). Kyoami è interpretato dal comico Shinnosuke "Peter" Ikehata (già protagonista de "Il funerale delle rose"), mentre un altro comico (Hitoshi Ueki) è scritturato per il ruolo del daimyo rivale (ma alleato di Saburo) Fujimaki. Di fronte a questi personaggi passano quasi in secondo piano, come pedine essenziali per lo sviluppo della vicenda ma caratterizzati in maniera più schematica, i tre figli di Hidetora: Taro (Akira Terao), Jiro (Jinpachi Nezu, quello cui forse è concesso maggior approfondimento) e Saburo (Daisuke Ryu), calati in un gioco delle parti che lascia loro poco spazio per brillare come figure a tutto tondo (con la parziale eccezione di Jiro, cui è dedicato più tempo sullo schermo e maggiori possibilità di interazione con gli altri comprimari). In chiusura, giusto il tempo di ricordare che, come in "Kagemusha", Ishiro Honda (il regista di "Godzilla") ha collaborato dirigendo la seconda unità. E di chiedermi se la sequenza iniziale, con la caccia al cinghiale dei cavalieri fra le colline verdi, possa aver ispirato Hayao Miyazaki per le immagini analoghe presenti ne "La principessa Mononoke" (il più kurosawiano, in effetti, dei film dello Studio Ghibli).

6 settembre 2012

Zatoichi (Takeshi Kitano, 2003)

Zatoichi (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2003
con Takeshi Kitano, Tadanobu Asano
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Zatoichi, all’apparenza un massaggiatore cieco ma in realtà un provetto e letale spadaccino che agisce come giustiziere nel Giappone feudale, è un personaggio ideato dal romanziere Kan Shimozawa, protagonista di numerosissimi film e sceneggiati televisivi a partire dagli anni sessanta. La serie interpretata da Shintaro Katsu, in particolare, conta ben 26 pellicole (realizzate fra il 1962 e il 1973, più un ultimo episodio nel 1989) e ha radicato indelebilmente il personaggio nell’immaginario collettivo nipponico. Quando Kitano ha annunciato di volerlo riportare sugli schermi in una versione da lui stesso interpretata, non sono mancate sorprese e perplessità: si tratta infatti del primo film del regista ambientato nel passato (e appartenente, nello specifico, al genere chambara, il cinema di spade e samurai), anche se nelle sue precedenti dieci pellicole non mancavano occasionali scene in costume o elementi della cultura “tradizionale” (basti pensare ai burattini di “Dolls” o ai comici riferimenti allo stesso Zatoichi già presenti in “Getting any?” e “L’estate di Kikujiro”). Per di più ci si chiedeva come Beat Takeshi avrebbe approcciato il personaggio: con il dovuto rispetto o con la consueta irriverenza? La risposta non poteva essere che: con tutti e due. Il film – che, per la cronaca, è stato il più grande successo di Kitano al box office in Giappone (cosa che verrà ironicamente sottolineata nel successivo “Glory to the filmmaker!”) – è assai curato nel ricostruire l’ambientazione, le scenografie e i costumi dell’epoca Edo (ci sono persino riferimenti a “La sfida del samurai” di Kurosawa), ma non rinuncia a inserire – a margine della trama principale – scene, personaggi o situazioni comiche, surreali o grottesche. La vicenda non si discosta da quelle delle classiche storie del personaggio, e vede Zatoichi impegnato a sgominare una banda di yakuza che spadroneggia in un povero villaggio di montagna, anche per aiutare due ragazzi (una sorella e un fratello, con quest’ultimo che si veste da donna) a ottenere la loro vendetta sui malviventi che dieci anni prima avevano sterminato la loro famiglia. Dovrà però vedersela con un avversario formidabile, un ronin (interpretato da Tadanobu Asano) che ha venduto al capo della banda i propri servigi come “guardia del corpo” (yojimbo) per guadagnare il denaro necessario a curare la moglie malata.

Registicamente, oltre alla consueta maestria nei movimenti di camera (che qui vanno spesso a ritmo di musica), è da sottolineare l’utilizzo diffuso di flashback che spesso partono all’improvviso, spiazzando un po’ lo spettatore, per ricostruire il passato dei personaggi. Le scene d’azione e gli scontri con la spada sono coreografati in maniera eccellente ed essenziale, e resi spettacolari dalla rapidità dei movimenti e dall’uso – moderato ma comunque sempre in evidenza – di effetti digitali che aggiungono schizzi di sangue come se si trattasse di un videogioco. I momenti comici sono forniti, oltre che occasionalmente dallo stesso Kitano (indimenticabile lo sberleffo finale, che ironizza sulla reale portata della cecità del personaggio) e da brevi scenette con personaggi minori, soprattutto da Shinkichi, inetto nipote di una delle contadine che l’eroe ha deciso di proteggere, appassionato giocatore d’azzardo che tenta invano di replicare le gesta di Zatoichi (interpretato da un comico dall’improbabile nome di Guadalcanal Taka). Per discostarsi maggiormente dai personaggi dei lavori precedenti, Beat Takeshi ha scelto di tingersi i capelli e di presentarsi così con un “nuovo look” alquanto straniante. Ma non è l’unico elemento di rottura con il passato: dal cast sono assenti gran parte dei consueti attori del “clan Kitano” (Susumu Terajima, Ren Osugi, ecc.) e compaiono invece molti volti nuovi (Michiyo Okusu, Yui Natsukawa, Yuko Daike, l’onnagata Daigoro Tachibana). Inoltre, dopo sette film in cui il suo contributo era stato fondamentale, si rompe il sodalizio con il compositore Joe Hisaishi (di suo rimane solo il jingle che accompagna il logo “Office Kitano” all’inizio della pellicola): la colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità che la regia occasionalmente sottolinea (per esempio quando vediamo i contadini zappare a ritmo di musica, ballare sotto la pioggia o martellare mentre costruiscono una casa), è di Keiichi Suzuki. Il film si conclude con un’elaborata danza dei contadini che si trasforma in un’enorme tip-tap cui prendono parte tutti i personaggi (comprese le versioni infantili dei due ragazzi vendicati), in un’esplosione di energia e di gioia. Contagiato dalla passione per il tip-tap, negli anni successivi Kitano si esibirà personalmente in tv in questo tipo di danza e vi farà riferimento nel successivo “Takeshis’”. Visto il successo della pellicola (premiata anche a Venezia con il Leone d’Argento per la miglior regia), i produttori avevano pensato a realizzare un seguito e a dare così l’avvio a una nuova franchise: ma non se n’è fatto nulla, e così il primo sequel ufficiale di un film di Kitano è arrivato solo quest’anno, con “Outrage Beyond”.

30 aprile 2012

Sanjuro (Akira Kurosawa, 1962)

Sanjuro (Tsubaki Sanjuro)
di Akira Kurosawa – Giappone 1962
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Visto in divx.

Dopo il grande successo de "La sfida del samurai", il suo protagonista ritorna in un sequel godibilissimo e assolutamente all'altezza dell'originale. Ma se nel primo film l'eccentrico ronin interpretato da Toshiro Mifune agiva da solo, liberando una cittadina dai banditi che vi spadroneggiavano, stavolta accoglie sotto la propria ala protettiva un gruppo di nove giovanissimi samurai in lotta contro alcuni funzionari corrotti che hanno preso in ostaggio un onesto ciambellano, zio di uno dei ragazzi. Questi, coraggiosi e idealisti ma assai ingenui e impulsivi, avranno molto da apprendere dai metodi spregiudicati, dall'esperienza e soprattutto dal buon senso di Sanjuro. E impareranno a non fidarsi delle apparenze: "il cattivo è nascosto dove non te lo aspetti", e naturalmente lo stesso vale per il buono. Come nella pellicola precedente, Sanjuro mette in mostra non solo un’incredibile abilità con la spada (spettacolare, e di una violenza inattesa e improvvisa, il duello che conclude il film, a proposito del quale un critico si spinse fino ad avvisare gli spettatori di "non sedersi troppo vicino allo schermo"), ma anche astuzie e sotterfugi, come la sua consueta trovata di mettersi apparentemente al servizio del nemico per poterlo ingannare dall’interno: anzi, ancora più che nel primo film viene sottolineata l'importanza di saper rinunciare alla violenza quando questa non è necessaria (un concetto veicolato per esempio attraverso i due personaggi femminili della moglie e della figlia del ciambellano rapito). L'ingentilimento del protagonista (che si presenta ancora come Sanjuro, "trent'anni" – "anche se vado per i quaranta", precisa ironicamente, suggerendo una maggior anzianità e dunque una maggior esperienza) si esplica anche attraverso l'aggiunta di un cognome assai femminile inventato sul momento, Tsubaki, che significa "camelia": non a caso userà proprio le camelie per segnalare ai compagni di aver compiuto la propria missione. Considerato un maestro del chanbara, il cinema di samurai (soprattutto in occidente, dove per lungo tempo è rimasto noto solo per questo tipo di pellicole), Kurosawa in realtà ne infrange molte convenzioni, a partire dalle solennità formali e dallo stile ieratico che ne contraddistinguevano gli esempi più classici: proprio i suoi lavori hanno contribuito ad arricchire il filone di quell’ironia e quel dinamismo che gli hanno consentito di rimanere popolare presso il grande pubblico fino a oggi (oltre che a favorire le contaminazioni con altri generi, come il western o il film di gangster). L'ortodossia è rotta non solo dall'imprevedibilità di Sanjuro (considerato bizzarro persino dagli altri personaggi, che ne criticano il comportamento poco formale e il modo di parlare) ma anche da improvvisi squarci di umorismo addirittura extradiegetico, come quelli forniti dalla colonna sonora (vedi il balletto di gioia improvvisato a un certo punto dai giovani samurai): di fatto si assiste, forse ancor più che in altri film del regista, a una riuscitissima fusione fra le convenzioni teatrali giapponesi e il linguaggio del cinema occidentale. Il tema del rapporto fra maestro e allievo, portante in tutto il cinema di Kurosawa, è qui in primissimo piano: Sanjuro alla fine viene riconosciuto dai suoi giovani compagni d'avventura non solo come un prezioso alleato ma soprattutto come un mentore e un fondamentale esempio di vita, e l'inchino che gli fanno al momento in cui decide di andarsene (senza alcuna ricompensa, da vero "eroe senza nome" che è atteso da altre avventure e da altri torti da riparare: ed è un peccato che la serie non abbia più avuto seguiti) è di forte intensità emotiva. Il rivale Muroto, samurai al servizio dei funzionari corrotti, è interpretato (come l’Unosuke del film precedente) da Tatsuya Nakadai, ovvero colui che prenderà il posto di Mifune come “attore feticcio” di Kurosawa in seguito alla rottura fra i due. Dopo "Sanshiro Sugata - Parte II", si tratta del secondo sequel di un proprio film realizzato da Kurosawa.

24 novembre 2011

La sfida del samurai (A. Kurosawa, 1961)

La sfida del samurai (Yōjimbō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1961
con Toshiro Mifune, Tatsuya Nakadai
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ginevra ed Eleonora.

Un ronin (un samurai senza padrone e senza nome, anche se lui – inventandosene uno sul momento – afferma di chiamarsi Sanjuro, ossia "trent'anni") giunge in un remoto villaggio dove due bande rivali di yakuza dettano legge e gestiscono il gioco d'azzardo e il commercio illegale di sakè, terrorizzando tutti gli abitanti. Fingendo di offrire i propri servizi come "guardia del corpo" (è questo il significato del titolo originale della pellicola) ora all'uno e ora all'altro gruppo, il protagonista li spinge a dichiararsi guerra, rompendo così i delicati equilibri che mantenevano in bilico la situazione e facendo piazza pulita di entrambe le bande. Dopo "La fortezza nascosta", Kurosawa prosegue con la sua decostruzione in chiave escapista e parodistica del jidai-geki, il classico film giapponese di ambientazione storica: questa volta gli stilemi sono quelli del western (il debito a Ford è talmente esplicito – si veda il duello finale nella strada principale del villaggio – che Sergio Leone avrà ben poca difficoltà a realizzarne un fedele remake proprio in chiave western, "Per un pugno di dollari") e ai classici valori dell'onore e del bushido sostituisce quelli dell'opportunismo, del cinismo e del sotterfugio. La modernità del film è completata dalla recitazione ironica di Toshiro Mifune, dai tocchi di estetica gore sparsi qua e là (quando Sanjuro arriva al villaggio, a dargli il benvenuto è un cane che porta in bocca una mano mozzata; e durante il primo duello, il samurai trancia di netto un braccio a uno dei suoi avversari) e da una colonna sonora ricca di inusitate sonorità (ispirata, pare, alla seconda rapsodia ungherese di Liszt). Formidabile, poi, la galleria di volti dei vari villain, fra i quali spiccano personaggi minori ma caratterizzati in maniera formidabile, come il gigante che impugna un ridicolo martello (l'attore si chiama Namigoro Rashomon: un nome perfetto per un interprete kurosawiano!) e il grasso e stupido Inokichi (Daisuke Kato, già uno dei sette samurai).

Alcuni critici hanno letto nella vicenda un'allegoria della guerra fredda che in quegli anni caratterizzava la situazione politica internazionale: i due gruppi di yakuza rappresenterebbero i due blocchi contrapposti (l'Occidente e l'Unione Sovietica) imprigionati in una sorta di deadlock dalla quale è impossibile uscire senza l'intervento di un fattore esterno. E la pistola che sfoggia uno dei personaggi – il giovane Unosuke, interpretato da un Tatsuya Nakadai che recitava per la prima volta in un film di Kurosawa – sarebbe un riferimento all'escalation degli armamenti. La lettura è suggestiva ma probabilmente fuorviante, visto che Kurosawa ha affermato che il soggetto gli è stato suggerito da un romanzo di Dashiell Hammett, "The Glass Key", e dal film noir che ne era stato tratto nel 1942 (anche se a dire la verità la trama ricorda molto più da vicino quella di un altro libro dello stesso Hammett, "Red Harvest", in italiano "Piombo e sangue") e che sarebbe molto più semplice leggere la pellicola come una parabola sulla cupidigia e un divertissement che parodizza in maniera graffiante la violenza e le imprese degli eroi dei classici jidai-geki. Sanjuro, machiavellico e doppiogiochista, non si affida solo alla sua incredibile abilità con la spada (vince regolarmente ogni duello, anche quando si batte da solo contro sei avversari) ma ricorre pure all'astuzia e all'inganno, ed è forse questo che ha reso tanto semplice la sua trasposizione nel tipico protagonista del western all'italiana. Certo, è comunque guidato da ideali umanitari e cavalleristici come i protagonisti de "I sette samurai" (lo dimostra, per esempio, l'episodio in cui salva la donna sottratta dai banditi al marito e al figlioletto), ma il suo atteggiamento è tutt'altro che eroico: anzi, non esita a ricorrere alle stesse armi dei suoi nemici, sfruttando a proprio favore i loro difetti e la loro eccessiva fiducia verso colui che credono un alleato. Oltre al film di Sergio Leone (che uscì nelle sale senza che i produttori italiani avessero chiesto alla Toho l'autorizzazione a realizzare il remake), la pellicola ha ispirato (stavolta "ufficialmente") anche il più recente "Ancora vivo" di Walter Hill con Bruce Willis. Nel 1962, visto il grande successo di pubblico e su pressioni dei produttori, Kurosawa ne ha realizzato un sequel intitolato "Sanjuro".

25 luglio 2011

Il trono di sangue (A. Kurosawa, 1957)

Il trono di sangue (Kumonosu-jō)
di Akira Kurosawa – Giappone 1957
con Toshiro Mifune, Isuzu Yamada
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Rivisto in DVD.

Nel trasportare la vicenda del “Macbeth” dalla Scozia al Giappone feudale dei samurai, Kurosawa compie un’operazione apparentemente rischiosa ma che porta ottimi frutti. Complice anche l’universalità dei testi di Shakespeare (che, non a caso, continuano a essere rappresentatissimi in tutto il mondo a distanza di oltre cinque secoli; e non sono pochi gli allestimenti che si prendono libertà nel setting o nella collocazione temporale: vedi anche, per restare al cinema, i film di Kenneth Branagh), il lungometraggio che ne risulta è senza dubbio uno dei migliori, più fedeli e più “potenti” adattamenti cinematografici di un dramma del grande bardo e ne veicola alla perfezione il tema dell’ambizione e della sete di potere che porta un guerriero coraggioso e leale al delitto, al tradimento e all’autodistruzione. Kurosawa, che tornava ad ambientare un film nell’impetuoso Giappone delle guerre civili dopo il grande successo de “I sette samurai”, ripeterà l’operazione quasi trent’anni dopo, sempre con risultati eccellenti, quando trasformerà il “Re Lear” nello spettacolare “Ran”. Il critico Richard Marienstras ha lodato il regista nipponico, “che riesce a naturalizzare Macbeth in modo da permettere a un occidentale di riconoscere Shakespeare e a un orientale di ritrovarvi un film giapponese storicamente documentato”. E Kurosawa stesso, nel spiegare la genesi di un film così sperimentale (agli stilemi del dramma occidentale ha sostituito quelli del teatro Nō), ha spiegato: “Il mondo descritto da Shakespeare nelle sue grandi tragedie a sfondo storico somiglia talmente al nostro medioevo e al nostro Cinquecento che a noi giapponesi pare di leggere un autore giapponese. [...] Ambíentare questa tragedia dell'ambizione nel Giappone dell'epoca delle guerre civili è stata quindi per me la cosa più naturale del mondo”.

Toshiro Mifune è il generale Washizu/Macbeth: mentre ritorna vittorioso da una dura battaglia, attraversando la foresta che circonda il maniero del suo signore Tsuzuki/Duncan (il Kumosonu-jō, ossia “il castello della ragnatela”, che è poi il titolo originale della pellicola), incontra un misterioso spirito che gli prevede un futuro apparentemente radioso: proprio lui, infatti, succederà al suo padrone come signore del castello; ma la sua stirpe sarà di breve durata, e il regno passerà al figlio del suo miglior amico, il generale Miki/Banquo (Minoru Chiaki). Washizu è un suddito fedele e non certo ambizioso, o almeno così vorrebbe mostrarsi: sarà sua moglie Asaji/Lady Macbeth (la mizoguchiana Isuzu Yamada), una donna senza scrupoli, a risvegliare i suoi peggiori impulsi e a spingerlo affinché faccia avverare la profezia, uccidendo a tradimento il suo signore mentre si trova ospite da lui. Non sarà l’unico delitto: anche l’amico Miki verrà decapitato, nel timore che si possa avverare la seconda parte della profezia. Divenuto un tiranno sanguinario, e con la sua fortezza sotto assedio da parte dell’esercito guidato dagli eredi di coloro che ha ucciso, Washizu si sente sicuro di uscirne comunque trionfatore, visto che lo spirito gli ha anche predetto che non perderà una battaglia fino a quando gli alberi della foresta non marceranno contro di lui: cosa che avverrà puntualmente quando gli assedianti useranno tronchi e frasche per mimetizzarsi mentre circondano il castello.

Anche se rispetto al testo di Shakespeare non mancano i cambiamenti (al posto delle tre streghe c'è uno solo spirito, inquietantemente bianco e luminoso, intento a tessere all'arcolaio come le Parche), il ruolo di alcuni personaggi di contorno viene ridotto (come quello di Noriyasu/Macduff) e numerosi dialoghi sono eliminati o rappresentati solamente attraverso soluzioni visive, tutte le scene più importanti e significative del dramma originale sono presenti, a partire dalla follia che assale Washizu e Asaji (il primo vede il fantasma dell’amico ucciso, la seconda impazzisce e tenta inutilmente di lavarsi via il sangue dalle mani). Ma è soprattutto la grandiosa ambientazione – con le brughiere spoglie e invase dalla nebbia, la labirintica foresta, i castelli feudali (ricostruiti sul monte Fuji), la stanza insanguinata, le armi e le armature medievali – a giocare un ruolo chiave nella riuscita del film, così come risultano incredibilmente efficaci le suggestioni formali del teatro Nō (riscontrabili in particolare nella figura di Asaji, il cui volto è sempre una maschera impassibile, ma anche nell'espressione irosa dello stesso Mifune e in generale nello stile dei dialoghi e dei monologhi, secchi e semplici ma espressivi). Memorabile, nel finale, la scena in cui gli stessi soldati di Washizu, spaventati dall’incedere degli alberi, si ribellano contro di lui e lo sommergono di frecce: la sequenza è stata girata senza effetti speciali, con arcieri professionisti che scagliavano i dardi verso Mifune mentre l'attore, agitando le braccia, comunicava loro in quale direzione stava per muoversi!

31 marzo 2011

I sette samurai (A. Kurosawa, 1954)

I sette samurai (Shichinin no samurai)
di Akira Kurosawa – Giappone 1954
con Takashi Shimura, Toshiro Mifune
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Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli

Il film più famoso di Akira Kurosawa (e, forse, dell'intera cinematografia giapponese) è un affresco epico e avventuroso ambientato nel sedicesimo secolo, all'epoca delle guerre civili, quando orde di briganti giravano per il paese saccheggiando gli inermi villaggi di contadini abbandonati a sé stessi dalla mancanza della legge e dalla latitanza di un potere centrale. Proprio per difendersi da una di queste razzie, i poveri abitanti di uno sperduto villaggio di montagna decidono di assoldare (cosa mai vista prima!) un gruppo di samurai, i quali – messo da parte l'orgoglio, e in cambio soltanto di un pugno di riso – si batteranno con coraggio e lealtà, sacrificando le proprie vite per proteggere i contadini dall'assalto dei banditi. Nella versione originale di oltre tre ore (e non in quella ridotta di un terzo che per lungo tempo è circolata in occidente, in cui manca gran parte della sezione centrale, ossia quella in cui i samurai organizzano la difesa del villaggio e soprattutto imparano a conoscere meglio – ma la cosa è reciproca – i contadini), la pellicola è un capolavoro assoluto del cinema mondiale per ricchezza di temi e varietà di registri narrativi, sostanza e forza drammatica, cura formale (molte scene hanno un incredibile impatto pittorico), chiarezza della messa in scena, vigore ritmico, naturalezza nella descrizione dei personaggi (senza rinunciare alla profondità psicologica), analisi sociale, con momenti di forte epicità come di sfrontata comicità, eroismo e tragicità, elementi di sorpresa, suspense, eccitazione, passione, filosofia, simpatia ed empatia, e persino struggenti vicende amorose, diatribe picaresche, orgogliose prove di forza, inaspettati insegnamenti zen, contrasti fra esigenze individuali e collettive, manifestazioni di solidarietà e naturalmente superbe scene di battaglia.

La pellicola si apre con la scena in cui uno di contadini, origliando di nascosto, apprende che un numeroso gruppo di banditi a cavallo ha intenzione di attaccare il villaggio subito dopo il raccolto dell'orzo. Gli abitanti del paese si riuniscono e discutono sul da farsi: arrendersi, fuggire o battersi? È il vecchio capovillaggio a suggerire ai compaesani di recarsi in città e di assoldare qualche ronin (i samurai senza padrone) per organizzare una tenace difesa. A chi obietta dicendo: "I samurai sono gente fiera, non accetteranno mai di battersi per una ciotola di riso!", il vecchio risponde: "Ci sono anche samurai che hanno fame!". In un'epoca di caos e di disordine, infatti, molti guerrieri il cui signore feudale è stato sconfitto vagano ormai senza lavoro e senza prospettive (e molti di essi si trasformano a loro volta in banditi: più tardi scopriremo che i contadini custodiscono le armature di alcuni che hanno provato ad attaccare da soli il villaggio e sono stati sconfitti). La prima parte del film è dedicata alla formazione del gruppo dei sette samurai che difenderanno il villaggio: il primo ad accettare l'incarico (dopo che diversi guerrieri, sprezzanti, hanno rifiutato la proposta) è il saggio ed esperto Kambei, al quale si affiancano il coraggioso Gorobei, il fedele Shichiroji, il bonario Heihachi, l'abilissimo Kyuzo, il giovane Katsuhiro (che ha eletto Kambei a proprio maestro) e infine il bizzarro Kikuchiyo.

A parte gli ultimi due, il motivo che spinge i samurai a mettere a rischio le proprie vite in una missione senza gloria né guadagno non è soltanto la dedizione a una causa umanitaria o la compassione nei confronti di chi li ha assoldati, ma anche un desiderio più o meno inconscio di sacrificarsi per espiare le colpe "storiche" della propria classe nei confronti dei contadini, da sempre sfruttati e umiliati. A questo si aggiunge l'amarezza esistenziale per il proprio fallimento (Kambei afferma di essere stato sconfitto in tutte le battaglie cui ha partecipato) e la voglia di dimostrare ancora una volta, forse l'ultima, il proprio valore. Due casi a parte, come detto, sono quelli del giovane Katsuhiro, per il quale l'impresa è una tappa fondamentale della propria formazione, e soprattutto del "folle" Kikuchiyo, che si atteggia a samurai senza esserlo veramente (scopriremo infatti che si tratta del figlio di una famiglia di contadini, rimasto orfano dopo un attacco di briganti simile a quello che minaccia ora il villaggio) e che dunque fa da "mediatore" fra le due classi sociali, aiutandole a comprendere l'una le ragioni e lo stile di vita dell'altra. Sfrontato e impacciato allo stesso tempo, furbo e ingenuo, vanesio e generoso, il multiforme Kikuchiyo infonde continuamente leggerezza e comicità al film e ne è uno degli elementi più riusciti: non a caso (e grazie anche all'interpretazione dinamica e "scimmiesca" di quello straordinario attore che è Toshiro Mifune) si tratta del personaggio che si stampa in maniera più indelebile nella memoria degli spettatori.

Prima della battaglia contro i briganti, che occupa l'ultimo terzo del film, c'è tempo per molti episodi e numerose sottotrame, diverse delle quali sono legate ai contadini. Il film è stato ingiustamente accusato (soprattutto da alcuni critici giapponesi di sinistra) di rappresentare la loro classe sociale in maniera subalterna rispetto a quella dei guerrieri: "Al contrario dei samurai, i contadini sono descritti come un insieme, non con delle personalità distinte. Servili, furbi, codardi, tonti al punto da far ridere". Questo non è affatto vero (e probabilmente chi lo ha scritto aveva visto la versione breve del film, dove in effetti il ruolo centrale degli abitanti nel villaggio è assai sacrificato). Basti pensare a personaggi come il cupo Rikichi (Yoshio Tsuchiya), che da subito si dimostra uno dei contadini più decisi a battersi contro i banditi, come se non avesse nulla da perdere. Scopriremo la ragione del suo dolore segreto solo a film avanzato, nella drammatica sequenza dell'incursione notturna nel covo dei briganti, ovvero che la sua giovane moglie è stata rapita dai banditi (e, per la vergogna, sceglierà la morte piuttosto che tornare dal marito). O come Manzo (Kamatari Fujiwara), che avendo una figlia giovane (Shino, interpretata da Keiko Tsushima) appare più preoccupato di proteggere lei dai samurai che non il villaggio dai banditi: costringe la ragazza a tagliarsi i bei capelli lunghi, la tiene segregata in una capanna fuori dal paese, e infine le si scaglia contro quando scopre che si è concessa a Katsuhiro: nel suo caso, la diffidenza di classe si esplicita in maniera particolare. O ancora Mosuke (Yoshio Kosugi), che abita in una delle tre case più distanti dal resto del villaggio, giudicate "sacrificabili" da Kambei perché la loro difesa impedirebbe di proteggere adeguatamente tutte le altre. Dopo aver tentato una timida ribellione contro i samurai, invitando alcuni compagni a rifiutare di battersi in difesa del villaggio, proprio Mosuke si dimostrerà fra i più coraggiosi nella lotta, avendo compreso come le esigenze della comunità contadina debbano prevalere su quelle individuali. O come il vecchio Gisaku (Kokuten Kodo), che abita nel mulino e che sceglie di morire laggiù, in silenzio, nel luogo dove è sempre vissuto. Ma il contadino che rimane più impresso e al quale è dedicato maggior spazio è Yohei (interpretato da quella straordinaria maschera di attore che è Bokuzen Hidari, che ritroveremo nei panni del vecchio viandante in un altro film di Kurosawa, "I bassifondi"): è il più timoroso, il più patetico, il più prudente, ma anche quello che maggiormente si lega ai samurai e in particolare a Kikuchiyo, che piangerà la sua morte nel finale in maniera non meno intensa che quella dei suoi compagni.

Naturalmente i sette samurai non sono da meno come caratterizzazione. Kambei (Takashi Shimura), loro guida e capo morale, ci viene subito presentato come un uomo saggio e sensibile, di grande ingegno (per liberare un bambino tenuto in ostaggio, si traveste da monaco e riesce così ad avvicinarsi alla baracca dove il bandito si era rifugiato: si tratta di un episodio ispirato a un aneddoto sulla vita di Ise-no-kami, leggendario maestro di spada del cinquecento). La sua modestia risalta dal modo in cui continuerà a passarsi la mano sulla testa rasata per tutta la pellicola. Katsuhiro (Isao Kimura) è invece il più giovane del gruppo: ha eletto Kambei come suo maestro, ammira da lontano Kyuzo, si pone nei confronti dell'avventura con l'atteggiamento di chi deve imparare. Il suo personaggio veicola infatti uno dei temi principali del film (e di tutto il cinema di Kurosawa sin dalla sua pellicola di esordio, "Sanshiro Sugata"), ossia quello del rapporto fra maestro e allievo e dell'iniziazione alla vita, che si esplicita non solo attraverso le battaglie ma anche nella storia d'amore con Shino. Memorabile, nella prima parte del film, le scene in cui Kambei gli ordina di compiere degli agguati (con un bastone da calare sulla zucca!) ai samurai da invitare a unirsi all'impresa, per mettere alla prova le loro qualità di guerriero. Shichiroji (Daisuke Kato) è una vecchia conoscenza di Kambei, essendo già stato suo luogotenente in numerose battaglie: disinteressato e fedele, si mette ancora una volta al servizio dell'amico. Appare come il più professionale del gruppo, e anche per questo è forse quello che si fa notare di meno. È uno dei soli tre samurai (insieme allo stesso Kambei e a Katsuhiro) a sopravvivere alla battaglia.

Kyuzo (Seiji Miyaguchi), lo spadaccino taciturno, è schivo, nobile e ascetico: è colui che più degli altri segue gli insegnamenti del bushido come sono descritti nell'Hagakure, il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo. La parola hagakure significa "nascondersi dietro una foglia", e infatti fra le virtù del samurai (parola che a sua volta significa "colui che serve") spicca quella di mantenersi sempre modesto e umile: ne vediamo un esempio nella scena in cui Kyuzo si introduce nell'accampamento nemico per sottrarre ai banditi un fucile (eh già, perché i nemici hanno tre armi da fuoco, che i mercanti portoghesi avevano da poco introdotto nel paese del Sol Levante: e curiosamente, i samurai che cadranno in battaglia durante il film saranno tutti colpiti da un proiettile e non da una spada). Quando ritorna, consegna l'arma a Kambei e si rimette subito in disparte per riposarsi, suscitando la forte ammirazione di Katsuhiro. Più tardi Kikuchiyo tenterà un'impresa simile, che risulterà una caricatura della precedente. Gorobei (Yoshio Inaba), l'arciere, è un abile stratega ed è il secondo in comando dopo Kambei nella difesa del villaggio: è lui a ideare gran parte delle fortificazioni e a supervisionare l'addestramento dei contadini. Il gioviale Heihachi (Minoru Chiaki) è forse meno abile degli altri, ma con il suo buonumore, le sue risate e la sua forza di volontà tiene sempre alto il morale dei compagni. Cuce personalmente quella che diventerà la bandiera del gruppo (un drappo con sei cerchi per i samurai, un triangolo per Kikuchiyo, e un ideogramma per i contadini) e che, per ironia della sorte, sventolerà per la prima volta in occasione della sua sepoltura: sarà infatti il primo a cadere. Di Kikuchiyo (Toshiro Mifune), infine, che si autoimpone con ostinazione al fianco degli altri guerrieri, ho già scritto: da ricordare comunque ancora la scena in cui salva un neonato dall'incendio del mulino, dopo che la sua famiglia è stata sterminata, e confessa piangendo a Kambei: "Questo sono io, è quello che è successo a me", ammettendo una volta per tutte di non essere affatto un samurai: cosa che non impedirà ai compagni di considerarlo uno di loro (come suggeriva d'altronde già il titolo del film) e di seppellirlo nel finale con la propria spada accanto agli altri guerrieri caduti.

In origine, la sceneggiatura prevedeva la presenza di soli sei samurai, e Toshiro Mifune avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Kyuzo. Ma Kurosawa e i suoi collaboratori, come ha spiegato lo stesso Mifune in un'intervista, si resero presto conto che "sei samurai seri erano noiosi: c'era bisogno di un personaggio che fosse più fuori di testa", e così venne introdotta la figura di Kikuchiyo. Il regista diede addirittura a Mifune la libertà creativa di caratterizzare il personaggio, improvvisandone movimenti e comportamento, per renderlo più imprevedibile e accentuare la differenza con gli altri sei. La lavorazione del film (che il regista si rifiutò di dirigere negli studi della Toho, preferendo location esterne nella penisola di Izu, convinto che "la qualità dei set influenza la qualità delle performance degli attori") fu lunga e travagliata, resa anche difficile dalle pessime condizioni climatiche. Con una mossa astuta, Kurosawa girò per ultima la scena della battaglia finale, costringendo così i produttori ad allargare i cordoni della borsa: non si poteva certo lasciare il film incompleto! Per molti anni, "I sette samurai" rimase la pellicola più costosa mai realizzata in Giappone, ma fu anche uno straordinario successo di pubblico e di critica, tanto in patria quanto all'estero, al punto che fioccò subito un remake in chiave western ("I magnifici sette" di John Sturges). Fra le innumerevoli innovazioni che ha introdotto, pare che figuri qui per la prima volta l'immagine dell'orda di nemici che si presentano alla vista scavalcando la cresta della collina (nella scena in cui Kikuchiyo li vede avvicinarsi al villaggio).

Oltre che per la ricchezza dei contenuti, il film è assolutamente pregevole anche dal punto di vista formale. Il grande dinamismo delle scene d'azione e della concitata e violenta battaglia conclusiva, con i guerrieri immersi nel fango e bagnati dalla pioggia, è rafforzato dall'utilizzo di una tecnica che diventerà uno dei marchi di fabbrica di Kurosawa: l'utilizzo di tre macchine da presa in contemporanea, per filmare l'azione da più parti e da più punti di vista, realizzando – in sede di montaggio – sequenze estremamente fluide e di grande impatto drammatico ed emotivo. Anche per questo, il lungometraggio è diventato un punto di riferimento per tante produzioni successive, non solo orientali ma anche – e soprattutto – occidentali. Alcuni critici l'hanno definito il "primo action movie moderno", quello che ha introdotto concetti come l'anti-eroe riluttante o la presentazione del gruppo di protagonisti man mano che esso viene formato. Due parole, infine, sulla vigorosa colonna sonora di Fumio Hayasaka, che si è ispirato alla musica sinfonica occidentale (all'orchestrazione ha collaborato Masaru Sato), com'è evidente dal ricorso ripetuto a un riconoscibile tema conduttore. La celebre frase di Kambei dopo la fine della battaglia, di fronte alle tombe dei quattro compagni uccisi ("Anche questa volta abbiamo perso... I veri vincitori sono i contadini, soltanto loro"), chiude degnamente – venandola di toni crepuscolari – una pellicola che fonde alla perfezione drammi individuali e collettivi all'interno di una prospettiva storica. Uscito mentre Stati Uniti e Unione Sovietica contrapponevano le proprie ideologie in piena guerra fredda, il lungometraggio giapponese illustra agli spettatori una possibile terza via all'insegna della solidarietà fra i gruppi sociali, del confronto fra la "cultura delle armi" e quella della terra, del superamento delle barriere di classe. Altro che un semplice film di samurai!

15 febbraio 2011

Hana (Hirokazu Koreeda, 2006)

Hana (Hana yori mo naho)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2006
con Junichi Okada, Rie Miyazawa
***

Visto in divx, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Koreeda, regista realista e umanista, che gira un film di samurai? Dopo un primo attimo di smarrimento ci si rende conto che si tratta di una pellicola assai atipica all'interno del genere, più intenzionata a smitizzare la figura e i valori tradizionali del guerriero che a proporre violente scene di battaglia. Siamo all'inizio del diciottesimo secolo: Soza è un giovane samurai la cui famiglia gli ha affidato il compito di vendicare la morte del padre. La ricerca del colpevole lo conduce fino a Edo (l'attuale Tokyo), dove si stabilisce in un piccolo appartamento presso una discarica, stringe amicizia con i variopinti e derelitti abitanti del vicolo e si innamora di Osae, giovane vedova che vive da sola con un figlio di otto anni. Di animo sensibile, amante della cultura e poco a suo agio con spade e combattimenti, Soza trova la propria dimensione nell'insegnare ai bambini del quartiere a leggere e a scrivere: e quando finalmente rintraccia l'uomo che sta cercando, scoprendo che è a sua volta accasato e con prole, si chiede se sia davvero il caso di portare a termine la vendetta. La sua decisione finale di perdonare l'assassino è anche motivata dalla scoperta che il marito di Osae è stato ucciso a sua volta da un samurai in cerca di vendetta. La storia di Soza (e quelle degli altri abitanti del quartiere: siamo quasi di fronte a un film corale) si intreccia con la vicenda dei ronin che progettano l'assalto alla residenza del funzionario imperiale Kira per vendicare il proprio signore Asano (un episodio storico reso celebre da drammi teatrali, romanzi e film, come "La vendetta dei 47 ronin" di Kenji Mizoguchi: ma anche questo evento viene smitizzato, come dimostra il personaggio interpretato da Susumu Terajima – il quarantasettesimo ronin, l'unico sopravvissuto – che si ritira dall'impresa all'ultimo momento per poi fingere che gli fosse stato affidato l'incarico di portare in giro la notizia dell'attacco). Ambientato in un periodo in cui il Giappone era in pace, quando in molti si chiedevano a cosa servissero ancora i samurai, "parassiti della società" che – a differenza dei contadini o dei mercanti – non producevano o vendevano niente, la pellicola offre anche una visione affascinante e inedita del contesto sociale e della vita di quell'epoca (da sottolineare l'importanza del teatro e della recitazione). Il ricco cast comprende, fra gli altri, anche Tadanobu Asano, Yoshio Harada e Renji Ishibashi.

23 settembre 2010

13 assassini (Takashi Miike, 2010)

13 assassini (Jusan-nin no shikaku)
di Takashi Miike – Giappone 2010
con Koji Yakusho, Takayuki Yamada
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Nel 1835 il Giappone è in tempo di pace, e molti samurai si sono ritirati a vita privata o non sono più avvezzi alle armi. Per impedire al crudele e vizioso Naritsugu, fratello minore dello shogun, di assumere il potere e di far precipitare l'intero paese nel caos, il samurai Shinzaemon raduna un gruppo di fedeli guerrieri per tendere un agguato al nobile mentre transiterà fra le montagne con la sua scorta. Il film, remake di una pellicola omonima di Eiichi Kudo del 1963, ricorda un po' "La vendetta dei 47 ronin" (o piuttosto il classico racconto "Chushingura" da cui il film di Mizoguchi era tratto) ma soprattutto "I sette samurai" di Kurosawa: c'è persino lo zotico selvaggio e sbruffone che si unisce al gruppo dei samurai e si dimostra altrettanto coraggioso, al quale sono naturalmente riservati i momenti comici di un film che per il resto si mantiene su toni drammatici ed epici. Gli sberleffi alla Miike, questa volta, sono celati nella filosofia di fondo, che smitizza la figura del guerriero ("Essere samurai è veramente un peso!") ed è perfettamente adeguata al contesto storico della vicenda, che si svolge pochi anni prima della fine dello shogunato: ad Hanbei, il guerriero al servizio di Naritsugu, ancora legato ai valori feudali della fedeltà assoluta di un samurai o di un vassallo al proprio padrone, si contrappone Shinzaemon, che si sente semmai al servizio del popolo e in quanto tale non si fa problemi a ribellarsi contro un daimyo che si è dimostrato indegno di comandare. Lo scontro fra i due tipi di dovere (verso il proprio signore e verso il popolo) è il filo conduttore della pellicola: ma non a caso, a sopravvivere alla carneficina sono i due personaggi per i quali questi valori e i retaggi del passato hanno meno significato. Se la prima metà del film è statica e rigorosamente nello stile degli jidai-geki tradizionali (anche se Miike lo "sporca" con immagini e sequenze-choc, come quella della ragazza cui Naritsugu ha amputato mani, braccia e lingua), la seconda è occupata per intero dalla spettacolare battaglia nel villaggio montuoso di Ochiai, dove i 13 assassini si battono contro 200 avversari. Sono scene di rara potenza: la violenza va di pari passo con l'eleganza, il sangue scorre a fiumi, le spade e le frecce lasciano il posto a trappole ed esplosioni, e immagini come quella dei tori in fiamme sono folgoranti. Impossibile contare i morti: c'è persino il sospetto che siano molti di più dei 200 dichiarati. Insomma, come si legge nella pergamena brandita da Shinzaemon, è un "massacro totale". Miike ha sempre il completo controllo della macchina da presa, che non si muove a casaccio ma lascia allo spettatore la possibilità di seguire ogni mossa e ogni azione dei personaggi. La confusione è solo apparente e, in puro stile giapponese, la quiete e il movimento si compenetrano.

29 agosto 2010

Miyamoto Musashi (K. Mizoguchi, 1944)

Miyamoto Musashi (id.)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1944
con Chojuro Kawarasaki, Kan'emon Nakamura
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Musashi Miyamoto è un personaggio storico e leggendario allo stesso tempo. Vissuto nel sedicesimo secolo, è onnipresente nella cultura popolare giapponese: oltre che per la sua abilità di spadaccino, raggiunta grazie a un costante perfezionamento nei suoi lunghi anni di vagabondaggio come ronin, è noto anche come pittore, filosofo e scrittore, in particolare per il trattato sull'arte della spada intitolato "Il libro dei cinque anelli". Questo lungometraggio, girato da Mizoguchi in tempo di guerra, in soli venti giorni e senza troppa ispirazione ("All'epoca erano tutti mobilitati, io mi nascondevo sotto il pretesto di continuare a girare anche questo tipo di film", dichiarerà in seguito il regista), non ne racconta l'intera vita ma soltanto un episodio, forse il più celebre: il duello con il rivale Kojiro Sasaki. La pellicola si apre con i giovani Gen'ichiro e Shinobu Nonomiya, fratello e sorella, che chiedono a Musashi – appena reduce da uno scontro nel quale ha sconfitto da solo un intero clan rivale – di insegnare loro l'arte della spada: intendono infatti vendicare la morte del padre, ucciso da alcuni samurai rivali. I nemici, preoccupati, si rivolgono a loro volta a Kojiro Sasaki, abile guerriero che accetta di aiutarli pur di confrontarsi con Musashi e stabilire chi dei due sia il miglior spadaccino del Giappone. Ucciso Gen'ichiro in un agguato, i nemici lasciano in vita Shinobu affinché comunichi a Musashi la sfida di Kojiro. Il duello finale si svolge dopo un anno sulla bianca spiaggia dell'isola di Funajima, dove Musashi ha la meglio utilizzando come arma non la spada, bensì il remo dell'imbarcazione con cui vi è giunto. Rendendosi conto di aver comunque esitato un attimo, capisce di non padroneggiare ancora del tutto la "via della spada" e che per raggiungere l'assoluta perfezione è necessario continuare il proprio addestramento per tutta la vita. Come sempre, in Mizoguchi, il personaggio più interessante è quello femminile: la dedizione di Shinobu (alla memoria del padre, al fratello, allo stesso Musashi che osserva silenziosamente mentre scolpisce una statua sacra) rispecchia quella del protagonista nei confronti della sua arte, al punto che nel finale – quando la donna gli annuncia di volersi fare monaca – Musashi le confida che non si sposerà mai, ma che la considererà per sempre "sua moglie in spirito".

La splendida spada Bijomaru (K. Mizoguchi, 1945)

La splendida spada Bijomaru (Meito Bijomaru)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1945
con Shotaro Hayanagi, Isuzu Yamada
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

È il terzo dei film di samurai diretti un po' controvoglia da Mizoguchi durante la guerra (gli altri due sono "La vendetta dei quarantasette ronin" e "Miyamoto Musashi"): come spiegherà lo stesso regista, a quei tempi "si poteva girare solo questo genere di opere". La vicenda è ambientata verso la fine dell'era Tokugawa, nel pieno delle tensioni fra lo shogunato e i ribelli favorevoli alla restaurazione del potere imperiale. Il protagonista è Kiyone, fabbro al servizio del samurai Onoda Kozaemon, di cui è quasi un figlio adottivo e della cui figlia Sasae è innamorato. Quando la spada del suo signore, da lui forgiata, si spezza durante un combattimento facendolo cadere in disgrazia agli occhi dello shogun, Kiyone medita dapprima il suicidio (ma è trattenuto da Sasae) e poi si dà al bere. Dopo la morte di Onoda, ucciso a tradimento dal nobile Naito al quale l'uomo aveva rifiutato la mano della figlia, il fabbro troverà però lo stimolo e la forza per forgiare una spada invicibile, con la quale proprio Sasae vendicherà il padre sconfiggendo Naito in duello. Pur non essendo certo da annoverare fra i capolavori di Mizoguchi (e che non sia una pellicola "personale" e sentita lo dimostra l'insolito, per il regista, lieto fine a sfondo romantico), il film offre comunque alcuni buoni momenti, come la suggestiva scena dell'incontro fra Kiyone e Sasae sotto il chiaro di luna e soprattutto quella della forgiatura della spada, quando all'assistente del fabbro, stremato nella battitura dell'acciaio, si sostituisce (anche se solo in spirito, per mezzo di una sovrimpressione sulla pellicola) proprio la ragazza: un'idea che sarà ripresa – sul piano sonoro anziché visivo – nel finale de "I racconti della luna pallida d'agosto".

28 giugno 2010

La vendetta dei 47 ronin (K. Mizoguchi, 1941)

La vendetta dei 47 ronin (Genroku Chushingura)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1941/42
con Chojuro Kawarazaki, Kanemon Nakamura
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Per aver sguainato la spada all'interno del palazzo dello shogun e aver ferito l'infido cerimoniere Kira che lo aveva insultato, il nobile daimyo Asano è costretto a fare seppuku. Tutte le sue proprietà vengono confiscate e la sua famiglia è destituita; ma i suoi seguaci (ormai diventati ronin, ossia samurai senza padrone), guidati dal ciambellano Kuranosuke Oishi, giurano vendetta in ossequio al codice del bushido. Dopo oltre un anno di attesa, di preparativi e di temporeggiamenti, assaltano la fortezza di Kira e uccidono il nemico, portandone poi la testa sulla tomba del loro signore. Verranno condannati a morte dallo shogun, ma la loro lealtà e devozione li consegnerà alla leggenda. Ispirato a un episodio storico realmente accaduto nell'era Tokugawa e reso celebre da decine di rivisitazioni letterarie e teatrali (la più nota è un dramma che risale al 1748), il "Chushingura" è un racconto che esprime molti dei più classici valori culturali del Giappone (la fedeltà, la memoria, il sacrificio: in breve, "lo spirito del vero samurai"). Il film, realizzato con un grande sforzo produttivo, viene messo in cantiere dopo l'ingresso del paese nella Seconda Guerra Mondiale, quando il governo esige dal cinema produzioni epiche, popolari e legate alla tradizione nipponica, rendendo difficile a Mizoguchi proseguire con le sue pellicole intimiste, di ambientazione contemporanea e di critica sociale. Il regista è dunque praticamente "costretto" a dirigerlo (un rifiuto avrebbe significato partire per il fronte), ma ottiene che la sceneggiatura si basi su una versione del dramma più moderna e realista, scritta nel 1934 da Seika Mayama, e che gli attori siano gli stessi interpreti teatrali che l'avevano portata sul palcoscenico. Ne nasce così un film che rinuncia alla spettacolarità e alle scene d'azione (manca clamorosamente, per esempio, il momento clou dell'assalto alla dimora del nemico, che viene narrato allo spettatore soltanto attraverso una missiva letta ad alta voce da una dama di compagnia alla vedova di Asano) in favore di una messa in scena austera e solenne, con prolungati piani sequenza, movimenti di macchina lentissimi o assenti, lunghe inquadrature dall'alto (come nelle tipiche pitture su rotoli) per consentire allo spettatore di familiarizzare con i vari ambienti prima ancora che uno dei personaggi parli o si muova, affascinanti ellissi (anziché il seppuku di Asano, Mizoguchi mostra allo spettatore il rito del taglio dei capelli della sua sposa, che avviene in contemporanea), dialoghi che insistono sull'etica dei samurai (coraggio, onore e sacrificio, in opposizione a codardia, tradimento e interesse) e sulle motivazioni dei personaggi. Oishi, diviso fra il desiderio di vendicare subito il suo signore e l'opportunità di farlo in maniera onorevole, ovvero soltanto dopo aver provato a chiedere allo shogun di riabilitarne la famiglia, è il vero protagonista di una pellicola in cui il tema del dovere feudale (dei samurai nei confronti del daimyo, dei vassalli nei confronti dello shogun) sostituisce quello del dovere sociale (delle donne nei confronti dell'uomo, dei figli nei confronti dei genitori) che invece caratterizzava le precedenti opere di Mizoguchi. Non mancano comunque spunti cari al regista come il sacrificio femminile, evidente nel breve episodio della moglie di Oishi che lo lascia per liberarlo dai suoi obblighi sociali, e soprattutto in quello più elaborato, nel finale, della promessa sposa del giovane Isogai che si traveste da uomo per poterlo rivedere un'ultima volta. Le oltre tre ore e mezza di durata sono divise in due parti, uscite in sala rispettivamente nel dicembre 1941 (pochi giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor) e nel febbraio 1942: nonostante l'imponenza della produzione (il costo complessivo, soprattutto a causa delle scenografie, superò di almeno dieci volte quello di un film medio), il film si rivelò un flop e venne pressoché ignorato da pubblico e critica. Resta però senza dubbio un grandioso e solenne affresco storico che può aiutare a comprendere, almeno in parte, lo spirito del Giappone feudale.

8 settembre 2008

La fortezza nascosta (A. Kurosawa, 1958)

La fortezza nascosta (Kakushi toride no san akunin)
di Akira Kurosawa – Giappone 1958
con Toshiro Mifune, Misa Uehara
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nel Giappone feudale funestato dalle guerre civili, dopo la sconfitta del regno di Akizuki a opera delle truppe del clan Yamana, due poveri contadini e aspiranti soldati sfuggono alla prigionia e scoprono per caso l'ubicazione del tesoro reale: l'oro è stato nascosto dal samurai Rokurota Makabe, da loro ritenuto un semplice brigante, all'interno di fascine di legno custodite in una fortezza celata fra le montagne. Spinti dall'avidità, i due contadini (interpretati da Minoru Chiaki e Kamatari Fujiwara e veri protagonisti del film, sebbene restino personaggi alquanto passivi e costantemente all'oscuro di gran parte delle vicende) si uniscono a lui per aiutarlo a trasportare la legna fino al paese amico di Hayakawa, attraversando il territorio presidiato dai nemici: il viaggio ha però anche lo scopo di condurre in salvo la principessa Yuki, ultima superstite della famiglia reale di Akizuki, camuffata come una ragazza semplice e muta, visto che il suo modo di parlare ne tradirebbe le origini regali. Anche senza rinunciare al suo tocco umanista (l'intera vicenda è un lungo viaggio di iniziazione e di crescita per quasi tutti i personaggi: la principessa impara a conoscere il mondo; i contadini devono fare i conti con la loro avidità e litigiosità; Rokurota impara ad apprezzare l'aiuto dei compagni; il suo rivale Tadokoro sceglierà di fuggire con l'amico dopo essere stato umiliato dal suo padrone), con questo film Kurosawa realizza un'opera più divertente, semplice e accessibile rispetto ai suoi lavori precedenti, il che naturalmente non ne riduce il valore. Più racconto d'avventura che film di samurai, la pellicola è stata definita giustamente da più critici "picaresca" e addirittura "ariostesca" per la leggerezza e l'efficacia della narrazione e i personaggi variopinti e spesso sopra le righe (dai samurai come Rokurota e Tadokoro, il cui eroismo è a volte così esagerato da sembrare una parodia dei jidai-geki dell'epoca, ai due meschini popolani con i loro continui battibecchi; dalla principessa orgogliosa e nobile – indimenticabile nella sua apparizione 'mascolina' con frustino e pantaloni corti, sembianze che potrebbero aver ispirato quelle del personaggio di "Final Fantasy VII" Tifa Lockhart – all'umile e coraggiosa serva che viene acquistata lungo la strada). La ricostruzione storica, lungi dall'essere accurata, è quasi fiabesca: non a caso i nomi dei tre clan coinvolti – Akizuki, Yamana e Hayakawa – sono immaginari, o almeno così mi risulta. Toshiro Mifune ruba la scena a tutti e la sua figura imponente incute timore al solo guardarlo. Si dice che il film abbia ispirato George Lucas per il primo "Guerre stellari" (ma solo superficialmente: la principessa da portare in salvo, i posti di blocco da superare con tecniche "psicologiche", i due contadini che hanno la stessa funzione narrativa dei due androidi...), e la cosa è stata messa in risalto nel remake giapponese del 2008, dove il cattivo (un Tadokoro che stavolta non si pente) indossa addirittura un elmo nero in stile Darth Vader. Da notare che si trattava del primo film di Kurosawa girato in cinemascope, opportunità che il regista sfrutta benissimo e che gli permette di esibire tutte le sue notevoli doti scenografiche.

27 agosto 2008

Hidden Fortress: The Last Princess (S. Higuchi, 2008)

Hidden Fortress: The Last Princess (Kakushi toride no san akunin: The last princess)
di Shinji Higuchi – Giappone 2008
con Jun Matsumoto, Hiroshi Abe
**

Visto in volo da Osaka a Londra, in originale con sottotitoli inglesi.

Pedissequo remake de "La fortezza nascosta" di Kurosawa, a colori, con effetti speciali e soprattutto con la presenza di moderne star adolescenziali e televisive. Pur essendo pressoché identica all'originale, la storia dà meno peso al personaggio del samurai Rokurota (d'altronde il carisma di Toshiro Mifune, che lo aveva interpretato nel 1958, era inimitabile) e trasforma nei veri protagonisti il minatore (non più contadino) Takezo e la principessa Yuki, concedendo loro persino una love story che era impensabile nella versione precedente ma che naturalmente gli spettatori moderni non potevano non attendersi da attori come Matsumoto (protagonista del telefilm di successo "Hanayori dango") e Masami Nagasawa. Più ampio e articolato anche il finale, che curiosamente sembra riappropriarsi di temi e situazioni di "Guerre stellari" (com'è noto, il film di George Lucas era debitore per molti spunti al lungometraggio originale di Kurosawa), per esempio introducendo l'assalto alla fortezza dove il "cattivo" Takayama tiene prigioniera la principessa e dalla quale intende invadere il paese vicino, o rappresentando lo stesso Takayama con maschera ed elmo nero alla Darth Vader. Come detto, più che la trama i maggiori cambiamenti riguardano i personaggi: la principessa Yuki è fin troppo sensibile verso le ingiustizie sociali, turbata dalle differenze di casta, angosciata per le morti dei suoi seguaci e persino per quelle dei suoi nemici ("ogni vita è preziosa"), mentre il tema del riscatto delle classi inferiori, del tutto assente in Kurosawa, viene sottolineato a più riprese, soprattutto nel finale. Takezo e Shimpaichi (da notare che al cambiamento del loro ruolo da passivo ad attivo corrisponde anche un cambio di nome: in Kurosawa i due personaggi si chiamavano Tahei e Matashichi) vengono maggiormente differenziati (il primo è un eroe, il secondo un buffo comprimario), e anche l'aspetto geografico/politico è delineato più chiaramente sin dal prologo, a beneficio di spettatori forse poco predisposti all'attenzione verso le vicende storiche (non a caso la pellicola sembra ambientata in un medioevo immaginario, nel quale convivono spade e armi da fuoco, antichi riti barbari e anacronistiche tensioni sociali).