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6 marzo 2019

Il ritorno (Andrey Zvyagintsev, 2003)

Il ritorno (Vozvraščenje)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2003
con Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko
***

Rivisto in divx.

Il piccolo Ivan (Ivan Dobronravov) e il fratello maggiore Andrey (Vladimir Garin) devono fare i conti con l'improvviso ritorno del padre (Konstantin Lavronenko) dopo dodici anni di assenza. A non prenderla bene è soprattutto il più piccolo, Ivan, che reagisce con diffidenza e ostilità verso questo genitore sconosciuto e misterioso, che li trascina in una "gita" fuori porta nel nord della Russia, dapprima in macchina per andare a pesca su un lago, e poi in barca verso un'isola al largo della costa. La sua inattesa ricomparsa, il mistero della sua assenza, suoi modi bruschi, il trattarli da adulti (anche per responsabilizzarli) sono visti da Ivan come una mancanza di affetto, e la sua ribellione è accentuata dal fatto che il fratello Andrey. invece, sembra subito pronto a "legare" col padre... La folgorante opera prima di Zvyagintsev, premiata con il Leone d'Oro a Venezia, è una plumbea tragedia on the road sui temi della famiglia e della crescita, un viaggio avventuroso alla scoperta di sé stessi e di un rapporto fra padri e figli che fatica ad ingranare e a recuperare gli anni perduti. La fotografia cupa, la regia avvolgente, le ottime prove di attori dai volti memorabili, l'inaspettato finale sono tutti elementi che concorrono a una pellicola di forte atmosfera, ricca di iconografie e di significati (basti pensare alla prima apparizione del padre, a letto, che sembra il "Cristo morto" del Mantegna, e che richiama la scena in cui è sdraiato nella barca nel finale). "Avrei potuto amarti se tu fossi stato diverso", grida Ivan al padre, manifestato tutta l'ambiguità di un ragazzino che desidera affetto ma che – per la sua giovane età o la difficile fase della crescita che sta attraversando – non riesce ad accorgersi del valore dell'esperienza che il viaggio insieme a lui può donargli. E poi rimane il mistero della cassetta, sepolta nell'isola, che il padre deve recuperare. In un tragico scherzo del destino, Vladimir Garin, che interpreta il fratello maggiore, è morto annegato in un lago subito dopo la fine delle riprese.

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

21 giugno 2014

Leviathan (Andrey Zvyagintsev, 2014)

Leviathan (id.)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2014
con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Per tener testa al corrotto sindaco locale che intende espropriargli il terreno dove ha sempre vissuto, Kolya, un agricoltore che abita in un villaggio di pescatori sulla costa del Mare di Barents, fa venire da Mosca un giovane avvocato che aveva conosciuto durante il servizio militare. Questi afferma di conoscere fatti assai compromettenti che il politico preferirebbe tener segreti, e dunque di poterlo ricattare, ma l'impresa non si rivelerà così facile. E nel frattempo l'avvocato inizia una relazione clandestina con Lilya, la giovane seconda moglie di Kolya, infelice e alla disperata ricerca di una via di fuga. Attraverso una vicenda contorta, che cambia focus più volte e lascia a lungo in dubbio lo spettatore su quale sia davvero il protagonista, Zvyagintsev lancia uno sguardo livido e impietoso al malessere e alle contraddizioni della società russa vista dal suo interno (seppur da una zona periferica), attraverso "una tragedia di bibliche proporzioni" e personaggi imprigionati, con la loro disperazione e solitudine, in un mondo troppo grande per poterlo tenere sotto controllo. La metafora, evidente sin dal titolo, è quella della storia di Giobbe, citata peraltro esplicitamente. In questo caso il leviatano, il mostro contro cui l'uomo lotta inutilmente, può essere il destino, l'ingiustizia, la burocrazia o la politica (impagabile la scena in cui i personaggi si dedicano al tiro al bersaglio contro i ritratti dei precedenti gerarchi che hanno governato il paese; quelli più recenti – come Putin – dovranno però aspettare perché è ancora presto per parlarne con la necessaria "prospettiva storica"), rappresentato visivamente dalle balene che si tuffano nelle gelide acque circostanti (e lo scheletro di una delle quali fa bella mostra di sé adagiato sulla spiaggia), dal mostro di metallo che fa a pezzi la casa di Kolya, o semplicemente dal grasso e corrotto sindaco della cittadina. Le atmosfere cupe e disperate, allievate a tratti da brevissimi lampi di ironia (quanto bevono i russi!), sono servite attraverso una fotografia gelida e concretissima (e che fa un buon uso delle panoramiche), lunghe sequenze senza stacchi di montaggio, e una colonna sonora con robuste dosi di Philip Glass. Soltanto al termine della pellicola si comincia a cogliere la visione d'insieme e il film manifesta tutta la sua epicità, al di là dei singoli personaggi e della metaforica vicenda. Si ha l'impressione che la trama fosse solo un pretesto, una storia come un'altra per raccontare direttamente la condizione umana. Più importante delle vicende, dunque, sono le relazioni fra i personaggi e quelle con l'ambiente in cui vivono, il modo di reagire alle avversità e di rapportarsi con i propri errori e la propria infelicità. Una pellicola estremamente esistenziale, dunque, forse anche troppo ambiziosa, che in più cerca di riportare al centro del dibattito sociale e politico un po' di quella spiritualità che un tempo permeava la Russia e che nei decenni precedenti era stata lentamente messa da parte.