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29 gennaio 2023

Vital (Shinya Tsukamoto, 2004)

Vital - Autopsia di un amore (Vital)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2004
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale nel quale è rimasta uccisa la sua compagna Ryoko (Nami Tsukamoto), il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano) decide di riprendere gli studi di medicina all'università. E durante le lezioni di anatomia, si ritrova sul tavolo operatorio proprio il cadavere di Ryoko, la quale comincia anche ad apparirgli in una serie di visioni: che si tratti dei ricordi del passato che stanno tornando, o soltanto di sogni bizzarri? Sceneggiato dallo stesso Tsukamoto, un film sul tema della memoria e dell'elaborazione del lutto. L'ossessione di Hiroshi per la dissezione anatomica va infatti di pari passo con il tentativo di recuperare i ricordi del suo rapporto con Ryoko, mentre la figura della donna si confonde (o si sovrappone) con quella di Ikumi (Kiki), sua compagna di corso con cui instaura una relazione alquanto morbosa (con i tentativi di auto-asfissia che riecheggiano le suggestioni di suicidio di Ryoko). Regia, recitazione, atmosfere sono fredde e "sospese", come devono essere, risultando inquietanti e cronenberghiane, ma senza sfociare nell'horror puro o tenere troppo a distanza lo spettatore, anche perché qualcosa di concreto (si parla di cadaveri, dopo tutto) mantiene sempre sulla terra i personaggi alienati. Analizzando il corpo morto di Ryoko, è come se Hiroshi volesse scavare nell'inconscio, alla ricerca dell'anima, tanto in quella della donna (che per lui è un mistero) tanto nella propria (recuperando i ricordi perduti). Dopo tutto, come gli spiega un docente all'inizio, sono proprio alcune aree del cervello a essere responsabili di personalità e memoria. Nel cast Ittoku Kishibe (il professore di anatomia), Kazuyoshi Kushida (il padre di Hiroshi) e Jun Kunimura (il padre di Ryoko).

22 ottobre 2022

Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)

Re-Animator (id.)
di Stuart Gordon – USA 1985
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Lo studente di medicina Herbert West (Jeffrey Combs), appena trasferitosi dall'Europa alla Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, conduce nel seminterrato strani esperimenti volti a riportare in vita i morti, iniettando nei cadaveri un miracoloso "reagente" in grado di riattivare le funzioni cerebrali. Peccato solo che i "rianimati" esibiscano istinti animaleschi e violenti. West sarà aiutato, dopo un'iniziale riluttanza, dal suo nuovo coinquilino e collega Dan Cain (Bruce Abbott), fidanzato con la figlia (Barbara Crampton) del direttore dell'istituto (Robert Sampson), mentre il perfido professor Hill (David Gale) cercherà di rubargli la formula segreta. Da un racconto di H.P. Lovecraft, di cui sposta il setting ai giorni nostri, un vero e proprio cult movie, opera prima di Stuart Gordon sotto l'egida del produttore Brian Yuzna (che firmerà come regista i due seguiti: "Bride of Re-Animator" nel 1990, in italiano intitolato semplicemente "Re-Animator 2", e "Beyond Re-Animator" nel 2003). Il soggetto, a metà fra un Frankenstein (nel senso del dottore pazzo, non del mostro) e un film di zombie (in fondo si parla di morti che tornano in vita), è svolto con passione e parecchia ironia, nonché con una robusta dose di gore e splatter, dando vita a sequenze memorabili nella loro demenzialità, su tutte quelle con il corpo che cammina portando in mano la propria testa, per non parlare delle scene di nudo nel finale (spassosa la recitazione del "cattivo" Gale). Il divertimento consente di passare sopra ai difetti del film (come una certa goffaggine da B-movie), anche perché gli effetti speciali – pratici e artigianali – sono talmente "disgustosi" e sopra le righe (anche quando evidentemente irrealistici: mitico il gatto morto) da catturare l'attenzione di uno spettatore non ancora abituato a quelli digitali odierni, che saranno sì più realistici ma anche molto meno coinvolgenti. E alla fine si sguazza con piacere nel folle caos scatenato da personaggi psicopatici come West e Hill. Curiosità: il "reagente", liquido dal colore verde fluorescente, era semplice luminol. Realizzato a basso costo, il film ha raggiunto la fama grazie alla successiva distribuzione nel circuito dell'home video. L'anno successivo Gordon, Yuzna, Combs e Crampton lavoreranno insieme a "From Beyond", un altro adattamento da Lovecraft.

26 aprile 2022

Teresa Venerdì (Vittorio De Sica, 1941)

Teresa Venerdì
di Vittorio De Sica – Italia 1941
con Vittorio De Sica, Adriana Benetti
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane pediatra Pietro Vignali (De Sica), medico fannullone e mantenuto dal padre ricco (Annibale Betrone), è costretto dal genitore, stufo del suo stile di vita, ad assumere l'incarico di ispettore sanitario in un orfanotrofio femminile. Qui conosce l'intraprendente orfanella diciottenne Teresa Venerdì (Adriana Benetti), che lo assiste come infermiera e si innamora di lui, riportando in qualche modo ordine nella sua vita (non senza, in primo luogo, una buona dose di scompiglio). Il terzo film di De Sica come regista è un garbato mix fra commedia degli equivoci e melodramma romantico, sulla falsariga del precedente "Maddalena... zero in condotta": la sceneggiatura, ispirata a un soggetto dell'ungherese Rezső Török (come da consuetudine per il cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi", che si appoggiava spesso a lavori teatrali di autori magiari), è spigliata e vivace, con le peripezie di un Pietro vessato da un lato dai debiti e dai creditori, e dall'altro da vicende sentimentali incrociate: ha infatti un'amante (Anna Magnani!), che fa la cantante e la soubrette, e un'inopportuna fidanzatina (Irasema Dilian) frivola e svampita, che parla sempre in rima perché appassionata di poesia. C'è poi spazio anche per varie macchiette comiche, a partire da Antonio Perticone (Virgilio Riento), il cameriere combinaguai, di bassa estrazione e poco avvezzo alle buone maniere dell'alta società. Proprio diverse frecciatine legate ai rapporti fra le classi sociali si annidano dietro l'apparente leggerezza (vedi il disdegno degli arricchiti, o aspiranti tali, verso i servi o i lavori più umili; il diverso tipo di rapporto nei confronti delle arti; l'atteggiamento dei medici più anziani, che per ogni malanno prescrivono l'olio di ricino). Guglielmo Barnabò è Agostino Passalacqua, il padre della fidanzata Lilli; Elvira Betrone è la direttrice dell'orfanotrofio.

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

20 luglio 2021

Carandiru (Héctor Babenco, 2003)

Carandiru (id.)
di Héctor Babenco – Brasile 2003
con Luiz Carlos Vasconcelos, Milton Gonçalves
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel carcere di Carandiru (dal nome del quartiere di San Paolo in cui sorge), affollatissima prigione che ospita quasi ottomila criminali di vario genere (oltre il doppio rispetto alla capienza prevista), i detenuti hanno dato origine a un microcosmo che si gestisce quasi da solo, fissando regole (con un proprio codice d'onore) ed elargendo punizioni, con il benestare implicito del direttore, che tollera anche i vari commerci clandestini e illegali all'interno delle celle. Un giovane medico (Vasconcelos), giunto in servizio volontario nell'istituto per attuare un programma di prevenzione dell'AIDS, raccoglie storie e testimonianze della vita in carcere da parte dei vari prigionieri, appena prima che una rivolta nata quasi casualmente e in maniera estemporanea venga sedata con cruenza dalle forze speciali di polizia (con 111 detenuti uccisi, spesso a sangue freddo). Ispirato ad eventi reali raccontati nel libro autobiografico di Drauzio Varella (un medico che ha servito nel carcere dal 1989 al 2002, quando l'edificio è stato definitivamente chiuso e demolito), un film corale ad ampio respiro, ricco, energetico, colorato e intenso, con cui Babenco – come suo solito – stempera storie drammatiche e situazioni di disagio, emarginazione e discriminazione con una forte attenzione all'aspetto umano dei protagonisti, anche quando si tratta di delinquenti, ladri e assassini. Le numerose storie che racconta (anche attraverso flashback che ci mostrano i retroscena avvenuti prima dell'ingresso in prigione) sono accattivanti, simpatiche, memorabili, a volte allegre e a volte tristi (un mix tipicamente brasiliano): fra queste spiccano quella di "Negro" (Ivan de Almeida), rapinatore che diventa il leader riconosciuto dei detenuti all'interno della prigione, con un'autorità pari a quella delle guardie; di "Spada"/Peixeira (Milhem Cortaz), killer spietato colto da crisi mistica; dei due fratelli adottivi Deusdete (Caio Blat) e Zico (Wagner Moura), cresciuti insieme fin da piccoli ma con finale tragico; del simpatico Majestade, che si barcamena a fatica fra due mogli (Maria Luisa Mendonça e Aida Leiner); di "Che sfiga/Sem chance" (Gero Camilo), assistente del dottore che si innamora del transessuale Lady Di (Rodrigo Santoro); e altre ancora. Stupisce la cura e l'affetto con cui vengono ritratti i vari personaggi, di cui si mostra tutta l'umanità (che traspare dai loro rapporti, dalle amicizie, ma anche dai rancori e dalle vendette personali), per esempio durante la giornata dedicata alle visite dei famigliari, pur senza negare o edulcorare le loro colpe, facendoci affezionare a loro al punto da soffrire e indignarci quando nel finale assistiamo al massacro da parte delle forze speciali (i poliziotti non ci sembrano meno criminali delle loro vittime, anzi). Personaggi, temi e ambientazione, nella loro fusione di neorealismo, semi-documentarismo e denuncia sociale e politica (senza ipocrisia o retorica), ricordano ovviamente anche i film precedenti di Babenco, in particolare "Pixote" e "Il bacio della donna ragno".

20 gennaio 2021

Crimes of the future (D. Cronenberg, 1970)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada 1970
con Ronald Mlodzik, Jon Lidolt
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adrian Tripod (Mlodzik), direttore della "Casa della pelle", inquietante clinica dermatologica per pazienti con gravi disfunzioni, è confuso e disorientato da quando il suo mentore Antoine Rouge – "dermatologo folle" che sperimentava tecniche particolari – è misteriosamente scomparso nel nulla dopo che una malattia da lui scoperta ha annientato tutta la popolazione femminile fertile. Per questo motivo Tripod vaga irrequieto e curioso, spostandosi dalla sua struttura ad altri istituti dove si studiano enigmatiche patologie, insolite condizioni psichiche e strane mutazioni genetiche. Come il precedente "Stereo", il secondo lungometraggio di Cronenberg – sperimentale e underground – non ha dialoghi ma solo una voce narrante (quella di Tripod) che accompagna le immagini sullo schermo. Mentre si muove fra edifici, giardini esterni e spazi architettonici, incontrando altri singolari personaggi, il protagonista descrive nei dettagli strane malattie o procedure mediche (anomale secrezioni, crescita di nuovi organi), ardite teorie psicologiche (interazioni empatiche, metafisiche o esoteriche), interpretazioni distorte dell'evoluzione (mutazioni degli arti, nuove forme di riproduzione) e situazioni disturbanti (la scena finale con la bambina). Il tutto, nella sua inconsequenzialità, emette comunque un particolare fascino: e, ancora più che il lavoro precedente, sembra anticipare tematicamente certe cose di Peter Greenaway (per esempio "The Falls"). Cronenberg è anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia. Nel 2022 il regista riutilizzerà lo stesso titolo per un altro film, non collegato a questo ma di cui condivide alcuni temi.

24 dicembre 2020

Il segreto di Natale (Peter Sullivan, 2014)

Il segreto di Natale (Christmas under wraps)
di Peter Sullivan – USA 2014
con Candace Cameron Bure, David O'Donnell
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane dottoressa Lauren Brunell (Cameron Bure), che aspira a un posto da praticante chirurgo in un prestigioso ospedale di Boston, viene invece inviata come medico generale nella sperduta e isolata cittadina di Garland, in Alaska. Qui, in mezzo alla neve e fra persone semplici, imparerà che le cose migliori della vita giungono inaspettate e non sono il frutto di un'accurata pianificazione. Si scoprirà infatti circondata dall'affetto dell'intera popolazione del villaggio, e troverà l'amore nel "tuttofare" Andy (O'Donnell), figlio di Frank Holliday (Brian Doyle-Murray), il patriarca locale che potrebbe essere, forse, Babbo Natale... Scritto e diretto da uno specialista in tv movie natalizi, un film con una bella ambientazione nordica, buoni sentimenti e tanti luoghi comuni ("segui quello che ti dice il cuore, non la mente"), a malapena ravvivato dal "mistero" su Frank (sarà davvero Santa Claus?) e dal tema della dottoressa rampante che si ritrova suo malgrado a fare il medico di base. Guardabile in periodo di feste, ma non ci si attenda più di quello che il filone promette. Robert Pine e Joyce Cohen sono i genitori di Lauren, Kendra Mylnechuk è l'infermiera Billie. Sulle piattaforme di streaming è noto anche con il titolo originale.

31 ottobre 2020

MASH (Robert Altman, 1970)

MASH (id.), aka M*A*S*H
di Robert Altman – USA 1970
con Donald Sutherland, Elliott Gould
***1/2

Rivisto in DVD.

Le avventure, irriverenti e scanzonate, di un gruppo di indisciplinati medici e chirurghi dell'esercito americano presso un ospedale da campo a pochi chilometri dalle linee nemiche durante la guerra in Corea (l'acronimo MASH significa infatti "Mobile Army Surgical Hospital"). Il primo grande successo nella carriera di Robert Altman, tratto da un romanzo (semi-autobiografico) di Richard Hooker (sceneggiato da Ring Lardner Jr.: ma il copione venne pesantemente stravolto dal regista) è una delle pellicole più importanti nella storia del cinema e della cultura americana di quegli anni, una pietra miliare farsesca e dissacratoria che fece una forte presa sul pubblico in tempi di contestazione contro la guerra del Vietnam. Anche se il film si svolge in Corea, con tanto di citazioni del generale MacArthur e del presidente Eisenhower sui titoli di testa, in realtà il bersaglio è infatti proprio quello: "Per me, quello era il Vietnam [...] Tutti i riferimenti politici nel film erano a Nixon e alla guerra del Vietnam", dichiarerà lo stesso Altman. Naturalmente c'erano già stati precedenti di pellicole che demistificavano o ironizzavano sul tema della guerra, in aperta opposizione alla retorica dell'eroismo bellico: da "Operazione sottoveste" di Blake Edwards (per molti versi un precursore di "MASH") al "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick. Pochi mesi più tardi sarebbe giunto nelle sale anche "Comma 22" di Mike Nichols, tratto peraltro da un libro che precedeva di qualche anno quello di Hooker. Ma il divertimento contagioso che si prova assistendo alle vicissitudini sfrontate e goliardiche di questi personaggi rimarrà a lungo ineguagliato. E l'impostazione corale ed episodica della pellicola, nonché la sua narrazione confusa, anarchica e destrutturata, resteranno marchi di fabbrica di gran parte del cinema di Altman (si pensi a titoli come "Nashville", "I protagonisti" o "America oggi"). Da sottolineare anche il sonoro, con le voci che si sovrappongono, si interrompono, o tentennano in maniera naturalistica (a proposito: memorabile anche il cast dei doppiatori italiani, che comprendono Sergio Graziani, Pino Locchi, Massimo Turci, Rita Savagnone, Oreste Lionello e Ferruccio Amendola), contribuendo ad altri due segreti del successo del film, vale a dire "la sintassi liberissima e il ritmo stralunato".

Fra i personaggi, uniti dal cameratismo, dall'ironia goliardica, dall'amore per l'alcol, le donne e il gioco e dall'insofferenza verso l'autorità (specie se bigotta o repressiva), spiccano i chirurghi "Occhio di Falco" ("Hawkeye") Pierce (Donald Sutherland), "Razzo" ("Trapper") John McIntyre (Elliott Gould) e "Duke" Forrest (Tom Skerritt), arrivati da poco nell'ospedale da campo comandato dal serafico colonnello Blake (Roger Bowen), che tutti chiamano semplicemente Henry, abituato a lasciar fare e a chiudere un occhio sulle frequenti infrazioni alle regole dei suoi sottoposti purché portino a compimento il proprio lavoro, che è quello di salvare vite. E i nostri eroi lo fanno, alternandosi fra lunghe e difficili operazioni chirurgiche (con profluvio di sangue mostrato sullo schermo, un modo – come le frequenti battute, elargite con nonchalance – per esorcizzare paure e tensioni: "se questo sapesse da che pagliacci è operato avrebbe un collasso") e periodi più tranquilli di svago o di scherzo, in cui giocano a golf o a football, amoreggiano con le infermiere, prendono il sole degustando un Martini con l'oliva (che il giovane attendente del campo è stato addestrato a preparare) e architettano crudeli burle ai danni di chi non sta al gioco o pretende un troppo severo rispetto delle regole. Fra questi ci sono il maggiore Burns (Robert Duvall), fanatico religioso e intransigente, e la capo infermiera Houlihan (Sally Kellerman), militarista interessata alla morale e al decoro e ribattezzata da tutti "Bollore" ("Hot Lips") dopo una memorabile beffa notturna in cui è sorpresa ad amoreggiare proprio con l'inflessibile Burns (e l'audio del loro incontro è trasmesso in diretta attraverso gli altoparlanti del campo). Da ricordare anche il cappellano "Vinsanto" (René Auberjonois), l'infermiera "Brioche" (Jo Ann Pflug), il caporale tuttofare "Radar" (Gary Burghoff) e il dentista iperdotato "Cassiodoro" (John Schuck), protagonista di uno degli episodi più elaborati, quello in cui intende suicidarsi perché convinto di essere diventato impotente e omosessuale, e gli amici lo "aiutano" a modo loro (l'inquadratura che fa il verso all'ultima cena leonardesca rimane uno dei momenti più impagabili e satirici del cinema di Altman). Nel cast anche Carl Gottlieb, David Arkin, Danny Golman, Corey Fischer, Dawne Damon, Tamara Horrocks e, non accreditati, il campione di football Ben Davidson (uno degli avversari) e un giovane Sylvester Stallone.

Altri episodi esilaranti sono quelli legati alla breve trasferta in Giappone di Pierce e McIntyre, che approfittano dell'invito a operare il figlio di un deputato per godersi qualche giorno di vacanza e sbeffeggiare un colonnello, e la partita finale a football americano (anche se il doppiaggio italiano parla di rugby) contro la squadra di altro reparto, che i nostri eroi vinceranno grazie all'arrivo di un "neurochirurgo" ex giocatore professionista, "Catapulta" Jones (Fred Williamson), e naturalmente al gioco sporco (come le iniezioni di calmante ai giocatori avversari). Le riprese della partita, con la macchina da presa che si getta in campo e in mezzo alle mischie, fanno sembrare questo sport peggio della guerra! Ma è in generale tutta la forma filmica, per esempio la fotografia "grezza" e poco luminosa di Harold E. Stine, a rendere reale l'atmosfera di un film che si distanzia come non mai dallo stile pulito con cui Hollywood aveva sempre rappresentato la guerra e l'ambiente dell'esercito. Non a caso Altman dovette lottare con i produttori per mantenere nel montaggio alcune scene (quelle girate ai tavoli operatori) e un linguaggio pieno di parolacce e di battute sessiste o volgari. La colonna sonora comprende la bella canzone "Suicide is painless" di Johnny Mandel (il cui testo fu scritto da Mike Altman, figlio – allora quattordicenne! – del regista), nonchè diverse canzoni d'epoca (come "Tokyo Shoe Shine Boy", "My Blue Heaven" o "Chattanooga Choo Choo") cantate in giapponese e trasmesse attraverso gli altoparlanti del campo. E proprio questi sono un continuo spunto di gag, filo conduttore dell'intera pellicola con fior di comunicati sconclusionati, che talvolta comprendono l'annuncio dei film di guerra proiettati nel cinema del campo (l'ultimo dei quali è proprio "MASH", del quale lo speaker elenca i principali interpreti, sostituendosi ai titoli di coda). Il successo del film, sia di pubblico che di critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad altre quattro nomination fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia), darà vita a una serie tv che proseguirà per undici stagioni (senza il coinvolgimento di Altman o dei principali attori originali). In quest'ultima, così come nelle locandine del film, l'acronimo del titolo è scritto con tre asterischi che separano le lettere (M*A*S*H), anche se sullo schermo appare senza di essi.

1 aprile 2020

The kingdom 2 (Lars von Trier, 1997)

The Kingdom 2 (Riget II)
di Lars von Trier – Danimarca 1997
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

La seconda stagione della serie horror-ospedaliera "Il regno" riprende le vicende dei numerosi personaggi dove erano state lasciate al termine della prima parte e le porta avanti per altri 4 episodi (diventati, chissà perché, 6 – ma di durata più breve – nel DVD italiano), senza però giungere a una conclusione: Lars von Trier e il suo co-sceneggiatore Niels Vørsel avevano infatti in programma una terza stagione, che purtroppo non è stata realizzata, nonostante la sceneggiatura degli episodi finali fosse già pronta [aggiornamento: è uscita nel 2022!]. A differenza della prima serie, in questa le diverse vicende sembrano dipanarsi parallelamente: e gli elementi horror (legati essenzialmente alla signora Drusse (Rolffes) che, sempre in compagnia del figlio Bulder, indaga questa volta sui riti satanici che qualcuno sta praticando all'interno dell'ospedale) lasciano spesso spazio a quelli più comici o grotteschi relativi agli altri personaggi. Se pure non mancano i momenti inquietanti, l'insieme risulta meno coeso rispetto alla stagione precedente, con molte gag e trovate che appaiono estemporanee. L'impressione è di assistere più a una soap opera che a un lungo film cinematografico. Il chirurgo Stig Helmer (Järegård), trasformato in un personaggio sempre più parodistico, è tornato da Haiti con una boccetta di veleno per trasformare in zombie il suo nemico Krogshøj, ma ottiene soltanto di farlo precipitare in uno stato di morte apparente dal quale si risveglierà con una personalità più fredda e cinica. E nel frattempo parla con le proprie feci (!), deve difendersi dal rancore di Rigmor e dal rischio di un procedimento giudiziario legato all'operazione di Mona. L'ingenuo primario Moesgaard cade in preda a una crisi personale e si affida a un eccentrico psicoterapeuta, Ole, dai metodi assai discutibili. Lo studente Mogge, mentre cerca un modo non ortodosso per superare il suo esame e al contempo tenere a bada gli slanci amorosi di Camilla, scopre che nell'ospedale è attivo un giro di scommesse clandestine sulle corse di un'ambulanza nel traffico contromano. Ma la sottotrama più grottesca e inquietante è senza dubbio quella legata a Judith, che accudisce il bambino mostruoso che ha dato alla luce alla fine della prima serie e che cresce a velocità rapidissima, anche perché si tratta del figlio di un demone. Chiamato "Fratellino" e interpretato da Udo Kier (in un secondo ruolo oltre a quello di Aage Krüger), è uno dei nuovi personaggi introdotti in questa seconda serie, oltre a Ole (Erik Wedersøe), alla segretaria di Helmer, la signora Svendsen (Birthe Neumann), al direttore generale dell'ospedale, Bob (Henning Jensen), e al suo assistente Nivesen (John Hahn-Petersen). Maggiore spazio nella storia hanno anche personaggi minori già visti in precedenza, come Christian (Ole Boisen), amico di Mogge che per conquistare l'amore di Sanne (Louise Fribo) sostituisce il pilota dell'ambulanza pirata. Pur ricca di bizzarrie, e a tratti sinceramente divertente, questa seconda tranche di episodi risulta dunque meno riuscita della prima, forse perché il gioco di LVT comincia a farsi scoperto e le situazioni appaiono più artificiali e scollegate, dunque meno facili da prendere sul serio. In ogni caso rimane una delle serie televisive più interessanti degli anni novanta.

30 marzo 2020

The kingdom (Lars von Trier, 1994)

The Kingdom - Il regno (Riget)
di Lars von Trier – Danimarca 1994
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

"Il suolo sotto l'ospedale del Regno anticamente era una palude, dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli, che poi stendevano per la sbiancatura. In seguito qui fu costruito il grande ospedale, e gli sbiancatori furono sostituiti da medici e ricercatori, geni della scienza e della tecnologia, che per coronare i loro lavoro chiamarono questo luogo "il Regno". Essi erano i padroni della vita: ignoranza e superstizione non avrebbero più potuto scuotere i bastioni della scienza. Forse fu la loro spiccata arroganza che li portò a negare la spiritualità. E adesso è come se il freddo e l'umidita fossero tornati. Si cominciano a vedere piccole tracce di stanchezza negli edifici, non più così solidi e moderni. Nessun essere vivente ancora lo sa, ma la porta del Regno sta per aprirsi."

Miniserie televisiva in quattro episodi (divenuti cinque nell'edizione italiana, con un montaggio differente), ambientata nel Rigshospitalet di Copenhaghen, grande e antico complesso ospedaliero soprannominato Riget ("il Regno"), dove si verificano strani fenomeni paranormali che turbano le già complicate dinamiche interne fra i vari medici e i loro pazienti. Una geniale commistione fra horror e medical fiction, con ampie pennellate di humour nero e inquietudini sparse a piene mani da un Lars von Trier in stato di grazia, che si presenta poi di persona sui titoli di coda di ogni episodio (indossando lo smoking che appartenne a Carl Theodor Dreyer, suo mentore spirituale) per commentare ironicamente l'accaduto e salutare gli spettatori. L'ambientazione claustrofobica e circoscritta, i misteri che si dipanano, i tormentoni, le storie incrociate dei numerosi personaggi (tutte caratteristiche adattissime a una serie tv) lo distinguono nettamente da una pellicola cinematografica, ma il ritmo serrato, la regia mai banale, la fotografia sgranata e virata sul color seppia gli donano comunque una qualità superiore a a un prodotto televisivo medio. Per non parlare dell'atmosfera malsana e onirica. In ogni caso, la miniserie è stata distribuita nei paesi di lingua inglese sotto forma di un unico film (di oltre quattro ore), mentre il DVD italiano la presenta solo divisa in capitoli, nelle due versioni italiana (in 5 episodi) e danese (in 4). In un intreccio di sottotrame che pian piano convergono verso uno sconvolgente finale di stagione, assistiamo a misteriose apparizioni soprannaturali che coinvolgono, in maniera diversa, un nutrito gruppo di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Nel 1997 è stata prodotta una seconda stagione, "Kingdom 2". Era in programma anche una terza, che Lars von Trier aveva già scritto e pianificato (avrebbe dovuto essere l'ultima), ma la morte di alcuni degli interpreti ha reso impossibile la sua realizzazione. Nel 2004 è stato comunque realizzato una sorta di remake in lingua inglese, la serie americana "Kingdom Hospital" sviluppata da Stephen King. Quanto alle ispirazioni, più che a serie ospedaliere quali "E.R.", LVT ha dichiarato di essersi rifatto alle atmosfere di "Twin Peaks" e della serie francese "Belfagor" degli anni sessanta (oltre che a un cult della tv danese come "Matador", serie del 1978 da cui provengono alcuni degli attori, come Hansen e Nørby).

Fra i protagonisti spicca l'arrogante Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård), nuovo neurochirurgo giunto dalla Svezia: scostante ed egocentrico, mal sopporta chi gli sta intorno, a partire dal primario Moesgaard (Holger Juul Hansen), che con le sue ingenuità e bizzarrie (come la ridicola operazione "Aria del mattino", un insieme di trovate e iniziative infantili per migliorare l'atmosfera e i rapporti all'interno dello staff) gli rende la vita difficile, al punto che periodicamente deve recarsi sul tetto dell'edificio per gridare al cielo la sua rabbia e la sua frustrazione, urlando a squarciagola "Maledetti danesi!" ("Danskjävlar!") e rimpiangendo la sua amata Svezia (le cui coste può osservare con un binocolo). Se l'unica che gli si mostra comprensiva è la dottoressa Rigmor (Ghita Nørby), altri crucci gli provengono dall'aiuto medico Krogshøj, detto Krogen/"Hook" (Søren Pilmark), con cui ha un rapporto fortemente antagonistico, e soprattutto dalla signora Drusse (Kirsten Rolffes), anziana paziente ipocondriaca che si ritrova sempre fra i piedi e che in realtà è una sensitiva (qui lo scontro è anche sul piano filosofico: la razionalità di Helmer contro l'apertura al soprannaturale della Drusse). È proprio lei, per prima, a rendersi conto che nell'ospedale si celano strane presenze, entrando in contatto con il fantasma di una ragazzina, Mary, morta nella clinica quasi cento anni prima. Mentre la signora Drusse, con l'aiuto del figlio Bulder (Jens Okking), che lavora al Regno come inserviente, cerca in vari modi di "esorcizzare" Mary e di farle abbandonare il modo dei vivi, e mentre Helmer è alle prese con il tentativo di nascondere le prove di un grave errore che ha commesso durante un'operazione chirurgica, si dipanano le storie anche di altri personaggi. Hook, che abita in segreto nei labirintici sotterranei dell'ospedale, da dove gestisce una sorta di mercato nero, si innamora della ricercatrice Judith (Birgitte Raaberg), la cui misteriosa gravidanza sembra procedere a velocità innaturale. Il patologo Bondo (Baard Owe), per amore della scienza, si fa trapiantare su sé stesso un fegato affetto da sarcoma. Mogge (Peter Mygind), studente di medicina poco serio, si offre come cavia nel "laboratorio del sonno" perché innamorato di Camilla (Solbjørg Højfeldt), la dottoressa che conduce gli esperimenti. E un'ambulanza fantasma si presenta ogni sera alle porte dell'edificio. Tutto culmina in un finale di stagione al cardiopalma, quando gli eventi soprannaturali precipitano proprio mentre nell'ospedale è in atto una (comicamente disastrosa) visita a sorpresa da parte del ministro della sanità. Cameo per Udo Kier nei panni del professor Aage Krüger, il malvagio padre di Mary. E da non dimenticare i due inquientanti inservienti con sindrome di Down, che lavorano nelle cucine come lavapiatti e commentano fra loro gli eventi come se fossero al corrente di tutto quello che accade, soprattutto sul piano soprannaturale.

28 marzo 2020

Contagion (Steven Soderbergh, 2011)

Contagion (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2011
con Matt Damon, Laurence Fishburne
***

Visto in divx.

Storia di una pandemia, che dal sud-est asiatico si diffonde rapidamente a tutto il mondo (anche se il film, con l'eccezione di alcune sequenze ambientate a Hong Kong, si concentra quasi esclusivamente sugli Stati Uniti): di impianto corale, e caratterizzata da un'insolita accuratezza scientifica per un film hollywodiano (lo sceneggiatore Scott Z. Burns, ispirato dalle allora recenti epidemie di SARS e H1N1, ha consultato medici ed esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per redigere ogni passaggio dello script), la pellicola racconta l'insorgere e la diffusione dei sintomi, le prime morti sospette, l'attivazione di medici e ricercatori competenti, le reazioni dei politici e dei media, il panico e il caos fra la popolazione, la ricerca di un vaccino, la lotta "in trincea" degli operatori sanitari, le misure e le precauzioni della gente comune, i confini chiusi e le quarantene, le fosse comuni, fino alla (temporanea?) risoluzione. A parte alcune esagerazioni (il virus MEV-1 è altamente contagioso, molto letale e dalla rapida incubazione), colpisce appunto per l'accuratezza scientifica con cui descrive un caso del genere: e vederlo in questo giorni, quando è in corso una pandemia (quella di Covid-19) anche nel mondo reale, risulta al tempo stesso inquietante e, in certo senso, tranquillizzante. La narrazione comincia dal "Giorno 2" (il racconto del "Giorno 1" – quello in cui il virus, dal pipistrello passando per il maiale, giunge in contatto per la prima volta con l'essere umano e quindi con il "paziente zero", che lo diffonderà poi nel resto della popolazione – è riservato per le ultime immagini, prima dei titoli di coda). L'ampio cast comprende Matt Damon, che si scopre immune quando invece sua moglie (Gwyneth Paltrow) è la prima a morire per la malattia (ed è lei, in effetti, ad averla portata dall'Asia fino in America); Laurence Fishburne (un medico del CDC, il centro per le prevenzione e il controllo delle malattie negli Stati Uniti); Jennifer Ehle (la ricercatrice che scopre il vaccino); Marion Cotillard (la dottoressa dell'OMS che si reca a indagare a Hong Kong); Kate Winslet (l'agente del reparto malattie infettive del CDC); Elliot Gould (il virologo che riesce a riprodurre il virus in coltura); Jude Law (il blogger "complottista"). Insieme, coprono un po' tutti i punti di vista relativi all'epidemia: quello dei medici e dei ricercatori, quello dei pazienti e della gente comune, quello degli informatori (o disseminatori di "fake news", nel caso del personaggio interpretato da Jude Law). La regia di Soderbergh si pone giustamente al servizio della storia e della sceneggiatura, così come la fotografia fredda e realistica e le scenografie. A parte poche sequenze (il caos nelle strade), il film riesce a evitare le trappole dei classici film catastrofici (d'altronde l'idea di spettacolarizzare la lotta a un nemico invisibile sarebbe stata persa in partenza) e ha ottenuto un buon successo di pubblico, con una popolarità che, visto l'argomento d'attualità, è comprensibilmente tornata a impennarsi in questi giorni.

3 febbraio 2020

Virus letale (Wolfgang Petersen, 1995)

Virus letale (Outbreak)
di Wolfgang Petersen – USA 1995
con Dustin Hoffman, Rene Russo
**

Visto in TV, con Sabrina.

Quando una letale epidemia, causata da un virus di origine africana che provoca una forte febbre emorragica, colpisce una cittadina degli Stati Uniti, il medico militare Sam Daniels (Dustin Hoffman) e la sua ex moglie Robby (Rene Russo) si ritrovano a lottare contro il tempo per rintracciare l'animale ospite e portatore sano (una scimmietta) prima che l'esercito, che ha isolato la città, la rada al suolo con una bomba. Thriller medico-catastrofista, ai tempi ispirato all'emergenza Ebola nello Zaire (anche se ci fu qualcuno che ci vide un parallelo con l'AIDS) e che oggi evoca ovviamente l'epidemia causata dal coronavirus cinese a Wuhan. Se da un lato è da apprezzare un'accuratezza scientifica superiore alla media dei film hollywoodiani (un personaggio osserva correttamente come la combinazione fra un tempo d'incubazione molto breve e un tasso di mortalità elevatissimo – caratteristiche tipiche dei virus in questo tipo di pellicole – renderebbe in realtà l'epidemia ben poco pericolosa, visto che gli infetti morirebbero prima di avere il tempo di contagiare altre persone), dall'altro la successione degli eventi è quanto mai inverosimile, con personaggi maldestri che sembrano trovare proprio ogni modo per diffondere il contagio senza volerlo. E non possono mancare i militari cattivi che vogliono nascondere l'esistenza del virus, non per evitare il panico fra la popolazione ma per usarlo in guerra come arma biologica. Alla fine, la cosa migliore è il cast: in ruoli minori ci sono Morgan Freeman, Donald Sutherland, Kevin Spacey, Cuba Gooding Jr. e Patrick Dempsey. Il rapporto fra i due protagonisti Hoffman e Russo, che interpretano una coppia di scienziati appena divorziati, ricorda quello visto in "The Abyss".

14 dicembre 2019

Magnifica ossessione (Douglas Sirk, 1954)

Magnifica ossessione (Magnificent Obsession)
di Douglas Sirk – USA 1954
con Rock Hudson, Jane Wyman
***

Visto in divx.

Bob Merrick (Rock Hudson, in uno dei suoi primi ruoli importanti da protagonista), giovane milionario viziato e scapestrato, è vittima di un incidente in motoscafo: e per salvarlo perde la vita il dottor Phillips, brillante medico e filantropo amato da tutti, che lascia una moglie e una figlia. Scosso dai sensi di colpa, Bob prova ad avvicinarsi alla vedova dell'uomo, Helen (Jane Wyman), causandone senza volerlo la cecità. Per rimediare, completerà gli studi di medicina che aveva abbandonato, e sarà proprio lui ad operarla e a restituirle la vista. "Una volta presa quella strada non si torna indietro. Sarà un'ossessione, una magnifica ossessione", spiega al protagonista l'anziano pittore Randolph (Otto Kruger), illustrando la filosofia del dottor Phillips di fare del bene al prossimo senza pretendere nulla in cambio. Il primo dei celebrati melodrammoni hollywoodiani di Douglas Sirk è un remake del precedente "Al di là delle tenebre" del 1935 di John M. Stahl (o meglio, entrambe le pellicole sono adattamenti dal romanzo "Magnificent Obsession" di Lloyd C. Douglas), irreale ed esagerato sotto ogni suo aspetto, e intriso di un idealismo e un romanticismo esasperati, ma proprio per questo sublime e struggente. Come tutto il cinema anni '50 di Sirk, il film ha influenzato profondamente cineasti come Rainer Werner Fassbinder, Martin Scorsese e Pedro Almodóvar, contribuendo a rivalutare un regista che durante la sua carriera era sempre stato snobbato dalla critica. Nel cast anche Barbara Rush (Joyce, la figliastra di Helen) e Agnes Moorehead (Nancy, l'infermiera e amica). Notevole e caratterizzante la fotografia in Technicolor di Russell Metty, abituale collaboratore di Sirk in tutti i suoi film più famosi. La colonna sonora ingloba temi di Chopin e Beethoven. La pellicola è stata girata in parte sul lago Tahoe.

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

19 settembre 2019

A girl missing (Koji Fukada, 2019)

A girl missing (Yokogao)
di Koji Fukada – Giappone 2019
con Mariko Tsutsui, Mikako Ichikawa
*1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Ichiko, premurosa infermiera che fornisce assistenza a domicilio agli anziani, stringe un forte rapporto d'amicizia con Saki e Motoko, nipoti di una sua cliente. Ma quando Saki scompare nel nulla per una settimana, e soprattutto dopo che il colpevole, arrestato, si rivela essere suo nipote Tatsuo, la vita di Ichiko cambia improvvisamente: assediata dai media e dalle riviste scandalistiche, che l'accusano di essere complice del rapimento, la donna finisce col perdere il lavoro e il fidanzato. La scoperta che dietro molte delle sue disavventure c'è Motoko, patologicamente invaghita di lei, la spingeranno a meditare vendetta... Costruito in maniera non lineare, alternando cioè scene ambientate nel passato (che raccontano i retroscena della vicenda) e nel presente (che mostrano la azioni di Ichiko), un thriller che parte bene, stimolando la curiosità dello spettatore per cercare di mettere insieme i vari pezzi a incastro. Ma si sfalda progressivamente, anche per la mancanza di sottigliezza con cui rappresenta le azioni dei personaggi, che pure sono spesso incapaci di cogliere quei segnali così evidenti allo spettatore (come la bisessualità di Motoko). E nel finale parte quasi per la tangente (anche per via di alcune scene oniriche), lasciando peraltro un paio di punti, se non irrisolti, quantomeno ambigui. Tante rimangono anche le ellissi, di certo volute, come il pochissimo spazio dedicato ad alcuni personaggi chiave (compresa la ragazza rapita e il suo rapitore!). Non certo una visione piacevole, per via di una sceneggiatura non troppo riuscita, tutta costruita su un gioco pretestuoso di ingenuità, fiducia tradita, ripicche amorose e vendette, anche se sono da apprezzare le interpretazioni, la regia elegante e precisa, e la freddezza dell'ambientazione.

6 aprile 2019

Dallas buyers club (J. M. Vallée, 2013)

Dallas Buyers Club (id.)
di Jean-Marc Vallée – USA 2013
con Matthew McConaughey, Jared Leto
***

Visto in TV.

Nel 1985, il rude texano Ron Woodroof (uno straordinario Matthew McConaughey), elettricista e cowboy dalla vita sregolata, scopre di essere positivo all'HIV. Siamo in un epoca in cui la malattia è ancora associata esclusivamente all'omosessualità (tanto che Woodroof, pur non essendo gay, viene subito etichettato come tale dai suoi amici omofobi), e in cui la ricerca di una cura è appena allo stadio embrionale. Disperato, con una prognosi di soli 30 giorni di vita, Woodroof comincia a procurarsi farmaci illegali o non ancora approvati, molti dei quali (ottenuti dal Messico o da altri paesi stranieri) sembrano funzionare meglio di quelli che vengono sperimentati negli Stati Uniti. Insieme al travestito Rayon (Jared Leto), che diventa suo socio, organizza così un "club di compratori" per acquistare i medicinali e distribuirli fra i vari membri, nonostante le pressioni e le intimidazioni della comunità scientifica e delle autorità federali... Da una storia vera (Craig Borten, autore della sceneggiatura insieme a Melisa Wallack, aveva intervistato il vero Ron Woodroof nel 1992, un mese prima della sua morte), un'eccellente pellicola ambientata negli anni in cui l'AIDS cominciava a diventare una malattia globale e in cui ancora era circondato da ignoranza e pregiudizi. L'ottima sceneggiatura, spigliata e vivace, ha forse il solo difetto di appoggiarsi alle teorie di complotto sulle case farmaceutiche (che per i propri interessi promuoverebbero farmaci dannosi, mettendo i bastoni fra le ruote al diritto di curarsi come ciascuno crede), ma sa costruire mirabilmente il contesto e i personaggi, grazie anche ad attori capaci di un vero tour de force (McConaughey e Leto hanno perso parecchi chili fino ad acquisire un aspetto quasi scheletrico). Avvincente e appassionante, il film racconta senza retorica e in modo naturale la sofferenza della malattia e il percorso del protagonista verso il superamento dei propri limiti. Sei nomination e tre premi Oscar (ai due attori e al trucco). Nel cast anche Jennifer Garner (la dottoressa), Steve Zahn e Griffin Dunne.

21 marzo 2019

Occhi senza volto (Georges Franju, 1960)

Occhi senza volto (Les yeux sans visage)
di Georges Franju – Francia/Italia 1960
con Pierre Brasseur, Alida Valli
***

Visto in divx.

Per restituire un volto alla figlia Christiane (Édith Scob), rimasta completamente sfigurata in un incidente stradale del quale lui stesso è stato responsabile, il dottor Génessier (Pierre Brasseur) – medico che gestisce una clinica privata nei dintorni di Parigi – rapisce giovani ragazze con la complicità della propria assistente/amante Louise (Alida Valli) e sperimenta in segreto tecniche innovative per trapiantare sulla figlia la pelle del loro viso. Mentre la polizia indaga, senza trovare tracce, la stessa Christiane comincia ad avere sensi di colpa... Il film più celebre di Franju, maestro del "realismo fantastico", è un horror caratterizzato da atmosfere sinceramente inquietanti (Christiane che si aggira per i corridoi della villa con una maschera priva di espressione, come una marionetta) e da alcune immagini piuttosto forti per l'epoca (le operazioni chirurgiche, l'assalto dei cani nel finale). Alla sua uscita fece scalpore e provocò proteste da parte della critica, ma con gli anni è assunto allo stato di cult movie. All'adattamento del romanzo di Jean Redon ha collaborato Claude Sautet (anche aiuto regista). La musica vivace e ossessiva di Maurice Jarre accompagna ironicamente le scorribande notturne di Louise in cerca di vittime (o per nasconderne i cadaveri), mentre la fotografia di Eugen Schüfftan ricorda a tratti l'espressionismo tedesco. Le ragazze rapite sono Juliette Mayniel (la studentessa Edna) e Béatrice Altariba (la ladruncola Paulette). In un piccolo ruolo (un giovane ispettore di polizia) c'è Claude Brasseur, figlio di Pierre. Il film avrà una profonda influenza su molti cineasti e ispirerà direttamente, fra gli altri, "Il diabolico dottor Satana" di Jess Franco e "La pelle che abito" di Pedro Almodóvar.

30 gennaio 2019

Amanti senza amore (Gianni Franciolini, 1948)

Amanti senza amore
di Gianni Franciolini – Italia 1948
con Roldano Lupi, Clara Calamai, Jean Servais
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Quando scopre che il celebre violinista Enrico Miller (Servais) è tornato nella sua città per un concerto, un'insana gelosia spinge il medico Piero Leonardi (Lupi) ad affrontarlo, convinto che si tratti dell'amante di sua moglie Elena (Calamai). In una serie di flashback veniamo a conoscenza degli antefatti: di come il rapporto fra Piero ed Elena si fosse da tempo deteriorato, con i due coniugi uniti più dall'odio o dall'insofferenza che dall'amore, e di come – nonostante questo – l'arrivo di Enrico nella vita di lei avesse suscitato sospetti e rabbia in Piero, incapace di comprenderne l'amicizia (anche perché filtrata da un linguaggio, quello della musica, a lui estraneo). Liberamente tratto dal romanzo breve “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj (di cui sposta l'ambientazione sulla riviera ligure, fra Sanremo e Genova), un film su un matrimonio infelice prima ancora che sull'ossessione e sull'ambiguità (come nel racconto originale, non sapremo mai se i due amanti fossero effettivamente tali), con tinte da melodramma e una fotografia espressionista o da noir americano. Alla sceneggiatura hanno collaborato, fra gli altri, Antonio Pietrangeli e Gianna Manzini. La colonna sonora di Nino Rota ingloba temi della “Sonata a Kreutzer” di Beethoven, il brano per pianoforte e violino che Elena ed Enrico suonano insieme.

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

2 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro (Y. Lanthimos, 2017)

Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2017
con Colin Farrell, Nicole Kidman
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella vita del cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell, al secondo film con Lanthimos dopo "The lobster"), felicemente sposato con Anna (Nicole Kidman) e padre di due figli (Raffey Cassidy e Sunny Suljic), entra prepotentemente il sedicenne Martin (Barry Keoghan), figlio di un paziente morto due anni prima durante un'operazione per una sua negligenza. Il ragazzo, come scopriremo, è in cerca non tanto di vendetta quanto di giustizia: e spiega a Steven che se non ucciderà uno dei suoi familiari per "compensare" la sua colpa, tutti e tre si ammaleranno e moriranno (in maniera inspiegabile alla scienza: siamo di fronte a una giustizia quasi "divina"). Dopo "Dogtooth", il regista greco continua ad affidarsi ai miti classici per raccontare drammi familiari e sociali con un taglio simbolico e surreale. Questa volta l'ispirazione è data dalla tragedia di Ifigenia (citata anche nei dialoghi): e se i rimandi alle metafore e alla mitologia (la catarsi, il sacrificio...) sono forse sin troppo espliciti (sin dal titolo!), ciò non toglie che resta un film assai intrigante, originale e disturbante (comincia con le immagini di un intervento a cuore aperto!), con ottime interpretazioni di attori che hanno dovuto "trattenere" (ma non reprimere) le proprie emozioni. Il modo di rapportarsi e di relazionarsi dei personaggi, infatti, avviene con un linguaggio asettico (anestetizzato?) e formale, a tratti persino ieratico, che rende naturale parlare in maniera diretta anche di argomenti delicati e privati (come le mestruazioni della figlia, la masturbazione o i peli corporei) ed evita scene madri nei momenti più tragici (quando ci si aspetterebbero scenate o scoppi di pianto), forse proprio perché emozioni così forti, anche nel teatro greco, dovevano essere necessariamente stemperate (per spersonalizzarle e renderle così universali). L'analisi dei rapporti familiari va comunque in profondità, mostrando per esempio come anche i legami più sinceri e affezionati siano soggetti a istanze di egoismo o a tentativi di compiacere il prossimo con la logica o l'adulazione pur di ottenere un vantaggio (i vari familiari di Steven tentano a turno di accattivarselo). Notevole anche la colonna sonora, con le sonorità inquietanti di Ligeti e i canti sacri di Schubert e Bach. Alicia Silverstone è la madre di Martin. Il film che Steven guarda a casa del ragazzo è "Ricomincio da capo" con Bill Murray (altra pellicola dove accade qualcosa di misterioso e "karmico"). Premio a Cannes per la migliore sceneggiatura.