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22 aprile 2023

Tonight for sure (F. F. Coppola, 1962)

Tonight for sure
di Francis Ford Coppola – USA 1962
con Karl Schanzer, Don Kenney
*1/2

Visto su rarefilmm, in originale.

Due uomini si incontrano sulla Sunset Strip di Hollywood, decisi a sabotare un locale dove si svolgono spettacoli di spogliarello e di burlesque. Dopo aver piazzato una bomba nei bagni, e mentre siedono in platea in attesa della sua esplosione, si raccontano a vicenda i motivi della loro "intolleranza" verso la nudità e la pornografia. Naturalmente, in realtà ne sono segretamente attratti e, anzi, ossessionati. Caratterizzato da toni comici e satirici che mettono in luce l'ipocrisia dei perbenisti e dei puritani, l'umile e oscuro esordio di Francis Ford Coppola alla regia è in realtà un film di montaggio, che combina un suo corto, "The peeper", girato quando aveva 21 anni e frequentava la scuola di cinema dell'UCLA, con un film incompiuto di ambientazione western, "The wide open spaces", diretto da Jerry Schafer (i due corti rappresentano i "flashback" raccontati dai due uomini, rispettivamente un guardone che aveva cercato di distruggere un negozio di fotografie erotiche di fronte al suo appartamento, e un cowboy ossessionato da visioni di donne nude in pieno deserto), approfittando anche del fatto che la principale protagonista femminile, in entrambi i casi, era la stessa, ovvero la modella di Playboy Marli Renfro (più celebre per essere stata la controfigura di Janet Leigh nella scena della doccia di "Psycho"). A unire le due storie ci sono sequenze di raccordo girate appositamente. Il risultato, un curioso mix di exploitation (con numerose scene di fanciulle in topless) e satira sociale, è però soporifero e decisamente dimenticabile: a parte qualche divertente frammento di dialogo, anticipa ben poco dello stile del futuro regista de "Il padrino", "La conversazione" e "Apocalypse Now", e va considerato di interesse puramente storico.

6 marzo 2023

The nice guys (Shane Black, 2016)

The nice guys (id.)
di Shane Black – USA 2016
con Russell Crowe, Ryan Gosling
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Los Angeles del 1977, un picchiatore prezzolato ma dal cuore d'oro (Russell Crowe) e un investigatore privato abbastanza inetto (Ryan Gosling) uniscono le forze per ritrovare una ragazza scomparsa, scoprendo che dietro la sua sparizione si cela un complotto che, partendo dal mondo del cinema pornografico e clandestino di Hollywood, si estende ai "poteri forti" legati all'industria automobilistica americana. La struttura è quella del giallo-noir, l'ambientazione è accuratamente ricercata e non casuale, l'intreccio è complicato come in un romanzo di Raymond Chandler... ma il tutto è affogato in un humour pieno di sarcasmo, sberleffi e battutine, molte delle quali faticano ad andare a segno e comunque giocano spesso sulla stessa falsariga (in particolare sull'incapacità dei due protagonisti e sui cliché di questo tipo di pellicola). Non si tratta di una parodia, sia chiaro: è lo stile di Shane Black, da sempre abituato a condire l'azione con la comicità. Se però ci aggiungiamo qualche passaggio meccanico o forzato, alcune ingenuità di scrittura, e almeno un personaggio (la figlia perfetta e saputella di Ryan Gosling, interpretata da Angourie Rice) francamente insopportabile, ecco che il risultato è decisamente inferiore alle aspettative e tutt'altro che memorabile. Nel cast, in ruoli minori, Kim Basinger, Matt Bomer, Beau Knapp, Margaret Qualley.

31 dicembre 2020

Strange days (Kathryn Bigelow, 1995)

Strange days (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 1995
con Ralph Fiennes, Angela Bassett
***1/2

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 1999, caotica, violenta e alla vigilia del nuovo millennio, l'ex poliziotto Lenny Nero (Ralph Fiennes) si guadagna da vivere come spacciatore di "memorie virtuali", ovvero registrazioni clandestine di esperienze altrui che, tramite un apposito circuito neuronale, possono essere trasmesse al cervello di un fruitore che le guarda in tempo reale come se fossero sue: si tratta di una tecnologia illegale e diffusa solo sul mercato nero, perché – proprio come una droga – può provocare dipendenza e alienazione dalla realtà. Quando la prostituta Iris, prima di essere uccisa da un misterioso killer, gli chiede aiuto perché è entrata in possesso di una clip che svela la complicità della polizia nell'assassinio del popolarissimo rapper nero Jeriko One (rivelazione che rischia di far esplodere ancora di più la violenza nelle strade), Nero si preoccupa che anche la sua ex fidanzata Faith (Juliette Lewis) possa essere in pericolo: Faith ora sta infatti con Philo Gant (Michael Wincott), l'ambiguo manager di Jeriko One, che potrebbe essere implicato nel suo omicidio... Scritta e prodotta da James Cameron (che all'epoca era sposato con la Bigelow), ma più dark e "adulta" dei suoi soliti film, una pellicola cyberpunk originale e potente, fra le migliori a portare sullo schermo il tema degli innesti di memoria artificiale (la si paragoni per esempio al contemporaneo "Johnny Mnemonic", di maggior successo al botteghino ma complessivamente meno riuscito) all'interno di una vicenda che fonde il giallo-thriller (l'identità dell'assassino rimane in dubbio fino alla fine) con i temi sociali (le rivolte per le strade si ispirano alle proteste dopo il caso di Rodney King), passando per l'introspezione esistenziale fino a un finale spettacolare e liberatorio. Il film si svolge infatti nell'arco di sole 24 ore, quelle che precedono il capodanno del 2000 e l'inizio di un nuovo millennio ("il 2K") che è atteso con toni apocalittici, quasi fosse "la fine del mondo". E le sequenze conclusive, con la pioggia di coriandoli colorati che ricopre la folla in festa per le strade, non si dimenticano facilmente. Da apprezzare il world building cupo e distopico, la fotografia colorata, la regia (con le numerose "soggettive" delle memorie virtuali) ma anche la costruzione dei personaggi, in particolare quelli di contorno, che rivestono ruoli non stereotipati: fra questi Mace (Angela Bassett), la tostissima autista di colore che aiuta Nero nella sua indagine, e l'amico Max (Tom Sizemore), suo ex collega "sballato". Vincent D'Onofrio e William Fichtner sono i due poliziotti cattivi. Flop di pubblico alla sua uscita, forse anche per i sottotesti pornografici, il film – complice anche una difficile reperibilità – ha lentamente conquistato un'aura da cult movie: rimane tuttora il miglior lavoro della Bigelow, insieme a "Point Break". Il look di Ralph Fiennes con il giubbotto nero ha ispirato il personaggio di Harlan Draka nella serie a fumetti "Dampyr" della Sergio Bonelli Editore. Il titolo della pellicola proviene dall'omonima canzone dei Doors: ma sui titoli di coda spicca "While the Earth sleeps" di Peter Gabriel e dei Deep Forest.

9 febbraio 2020

Men, women & children (J. Reitman, 2014)

Men, Women & Children (id.)
di Jason Reitman – USA 2014
con Adam Sandler, Rosemarie DeWitt
**

Visto in divx.

Le relazioni sociali, l'approccio al sesso e i rapporti familiari all'epoca della dipendenza da internet e dai social media, per un gruppo di studenti liceali (di una scuola del Texas) e dei loro genitori. La pellicola, di impostazione corale, fonde le storie di diversi personaggi, teenager e adulti, i cui mondi sono divisi dall'incomprensione ma legati in fondo dalle stesse problematiche. Don (Adam Sandler) e Helen (Rosemarie DeWitt), i genitori di Chris (Travis Tope), grande consumatore di pornografia online, hanno perso da tempo l'intesa sessuale e cercano conforto fuori dal contesto familiare grazie a internet, rispettivamente con una escort e con amanti conosciuti su un sito di incontri. Il giovane Tim (Ansel Elgort), stella della squadra di football della scuola, lascia lo sport per tuffarsi in un gioco di ruolo online, con costernazione di suo padre Kent (Dean Norris), preoccupato che la vita virtuale sostituisca quella reale, resa problematica dall'abbandono della madre. Ma ignora che Tim una vita reale ce l'ha, cementata dall'amicizia con Brandy (Kaitlyn Dever), la cui madre Patricia (Jennifer Garner) è ossessionata dal dover proteggere la figlia controllando ogni dettaglio della sua presenza online, dalle chat ai messaggi sui social network. Tutto il contrario di Joan (Judy Greer), madre di Hannah (Olivia Crocicchia), che invece incoraggia la figlia a postare foto ammiccanti di sé stessa su un sito personale e a inseguire il sogno di diventare modella o attrice. Infine c'è Allison (Elena Kampouris), innamorata di Brandon (Will Peltz) e tormentata dal proprio aspetto fisico. Sullo schermo, a fianco dei personaggi, compaiono messaggi, chat, screenshot, ricerche e digitazioni online, come per illustrare un universo che ormai passa più attraverso i dispositivi elettronici che non la comunicazione faccia a faccia. Ma fra menzogne e incomprensioni, alla fine i nodi vengono al pettine: e le tragedie sfiorate faranno comprendere a molti i propri errori. Forse il film più pretenzioso di Reitman, nonché il suo primo vero flop di pubblico e di critica: un ambizioso tentativo di analisi sociale che, pur presentando diversi spunti interessanti (e con un buon cast che mescola giovani attori sconosciuti e volti affermati: in piccoli ruoli ci sono anche Timothée Chalamet – al debutto sul grande schermo – e J. K. Simmons), sfocia in una serie di cliché e di banalità, con alcuni personaggi (come quello intepretato da Jennifer Garner) ai limiti della bidimensionalità. Il mix fra esistenzialismo adolescenziale ("Se sparissi domani, l'universo non se ne accorgerebbe"), crisi di mezza età, problemi di autostima, il rapporto delle diverse generazioni con il sesso, e la denuncia dell'invadenza dei dispositivi online nella vita di tutti i giorni mette fin troppa carne al fuoco, eppure la struttura corale contribuisce a alleggerire il peso melodrammatico delle singole vicende, alcune delle quali si lasciano seguire con interesse. Anche per questo, pur senza mostrare traccia della leggerezza, dell'ironia e del cinismo dei lavori precedenti del regista, la pellicola riesce comunque a dipingere un ritratto profondo dei rapporti fra genitori e figli nell'era di internet. La voce narrante, in originale, è di Emma Thompson.

10 gennaio 2020

Boogie nights (Paul T. Anderson, 1997)

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights)
di Paul Thomas Anderson – USA 1997
con Mark Wahlberg, Burt Reynolds
***

Rivisto in TV.

L'ascesa (e la caduta) di Dirk Diggler, nome d'arte di Eddie Adams (Mark Wahlberg), star del porno nella Los Angeles di fine anni '70 e inizio anni '80, alla fine dell'età d'oro del cinema per adulti, prima che l'avvento del video cambiasse radicalmente volto all'intera industria. Il giovane Eddie è convinto che "ognuno nasce con un talento speciale": e visto che il suo è nei suoi pantaloni, non c'è nulla di male nel provare a diventare un pornodivo. Ci riesce grazie all'aiuto dell'affermato regista Jack Horner (Burt Reynolds), che aspira a dirigere pellicole pornografiche di "qualità" (cioè che raccontino anche una storia) e che lo prende sotto la propria protezione, trasformandolo in una vera e propria stella. Il successo, e la vita dorata ed eccessiva che ne conseguirà, fra feste scatenate e droga che scorre a fiumi, gli faranno però perdere progressivamente il contatto con la realtà... Sceneggiato dallo stesso Anderson, che si è ispirato a un breve mockumentary da lui stesso realizzato nel 1988, "The Dirk Diggler Story", è un film dall'impianto corale (il punto di riferimento del regista, come sarà evidente anche nei lavori successivi, è Robert Altman) che segue le parabole non solo del protagonista Dirk e del regista Jack, ma di tutte le persone che fanno parte del loro entourage, unite da legami di lavoro, di amicizia e di affetto (molti di loro, con il passare degli anni, cercheranno con alterne fortuna di cambiare vita). Il maggior pregio della pellicola, oltre a fornire una visione d'insieme – senza pregiudizi o moralismi di alcun genere – dell'industria del porno in un'epoca ingenua e spensierata, sta proprio nella struttura corale che dona consistenza e spessore anche a storie e personaggi che, se presi singolarmente, sarebbero in fondo banali o già visti. Essenzialmente siamo di fronte a una vicenda già raccontata tante volte, da "A che prezzo Hollywood" in poi, soltanto che stavolta non si parla del cinema mainstream ma di quello per adulti. Al secondo lungometraggio, Anderson sembra già preoccupato di voler dare sfoggio della sua tecnica, con ampio uso (ed abuso) di piani sequenza, e inserisce anche finti video e filmati d'epoca (i "film" interpretati da Dirk, come la serie porno-poliziesca "Brock Landers", e gli spezzoni di interviste). Buona la ricostruzione storica, con la citazione di tante "mode" di quegli anni (il kung fu, gli stereo ad alta fedeltà) e una colonna sonora ricca di brani del periodo.

Il cast è ampio e di altissimo livello: comprende Julianne Moore (Amber Waves, compagna di Jack e "figura materna" per Dirk e gli altri giovani attori, anche se lei stessa si vede tolta la propria vera figlia per colpa dell'ambiente in cui lavora), John C. Reilly (Reed Rothchild, collega e miglior amico di Dirk), Heather Graham (Rollergirl, cameriera e attricetta porno che non si leva mai i pattini a rotelle), Don Cheadle (Buck, esperto di Hi-Fi, che vorrebbe aprire un negozio di elettronica), Philip Seymour Hoffman (Scotty J., membro della troupe dalle tendenze gay e innamorato di Dirk), William H. Macy (Little Bill, l'assistente regista che andrà fuori di matto in seguito ai continui tradimenti della moglie), Luis Guzmán (il portoricano Maurice), Thomas Jane (il ballerino e spogliarellista Todd), Robert Ridgely (il "colonnello", produttore dei film di Jack), Ricky Jay, Jack Wallace, Nicole Ari Parker, Philip Baker Hall, fino ad Alfred Molina (Rahad, l'uomo che Dirk, Reed e Todd tentano di truffare vendendogli cocaina fasulla). L'attenzione maggiore rimane però puntata su Dirk, che da ragazzo timido, insicuro e disprezzato dai genitori diventa rapidamente una celebrità, assapora la ricchezza e l'eccesso, crolla e litiga con tutti, cerca inutilmente altre strade (diventare un cantante o un attore "serio", per esempio), prima di tornare lentamente nell'oblio e ricucire i rapporti con il suo mentore Jack. E se il mondo attorno a lui sembra cambiare in peggio (gli anni '80 appaiono più brutti e squallidi, rispetto ai dorati '70), i legami di amicizia e di solidarietà continuano a rappresentare un rifugio per quella che è in fondo una "grande famiglia". Pur occupandosi di pornografia, il film non mostra mai esplicitamente scene di sesso o nudi integrali fino all'ultima sequenza in cui Eddie/Dirk, mentre prova la parte da solo davanti allo specchio (la scena è ispirata a quella analoga di Robert De Niro in "Toro scatenato"), mostra finalmente anche a noi spettatori il suo tanto famoso pene (realizzato con una protesi). Tre nomination agli Oscar (per la sceneggiatura e per Reynolds e Moore come attori non protagonisti).

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.

15 maggio 2019

Last resort (Paweł Pawlikowski, 2000)

Last resort - Amore senza scampo (Last resort)
di Paweł Pawlikowski – GB 2000
con Dina Korzun, Paddy Considine
**1/2

Visto in divx.

Una giovane madre, Tanya (Dina Korzun), e suo figlio Artyom (Artyom Strelnikov) giungono dalla Russia in Gran Bretagna in cerca di una nuova vita. Ma l'uomo con cui la donna si era fidanzata non si presenta all'aeroporto: i due vengono quindi fermati come immigranti clandestini, trasferiti in una località costiera e alloggiati in uno squallido palazzone, in attesa che la loro richiesta di asilo venga accolta. Qui la ragazza e il bambino stringono una relazione d'affetto e d'amicizia con Alfie (Considine), gestore di un locale di giochi e divertimenti. Fra Ken Loach e i Dardenne, ma con un'ambientazione (il litorale desolato e abbandonato) che ricorda certi film di Garrone (come "L'imbalsamatore" o "Dogman"), un film ben fatto, semplice e coinvolgente, col merito di affrontare il tema dell'immigrazione da un'angolazione originale, con schiettezza e senza particolare retorica. Da ricordare le sequenze in cui Tanya, lei che in patria faceva l'illustratrice di libri per bambini, si lascia tentare per disperazione dall'offerta di recitare come modella in video pornografici per internet, ma anche le scene degli anziani che giocano al bingo, o quelle del ragazzino che bighellona con gli amici occasionali o che rivernicia l'appartamento insieme ad Alfie. Evidente l'impronta est-europea del regista (polacco), anche in un setting britannico. Il titolo ("Ultima risorsa") fa riferimento proprio al resort di divertimenti dove si svolge la storia, che naturalmente d'inverno ha un aspetto tutt'altro che turistico o vacanziero).

9 agosto 2018

L'amante perduta (Jacques Demy, 1969)

L'amante perduta (Model Shop)
di Jacques Demy – USA 1969
con Gary Lockwood, Anouk Aimée
**

Visto in divx.

George (Gary Lockwood), giovane architetto disoccupato, insofferente alle regole e al conformismo della società, incontra una donna misteriosa (Anouk Aimée), affascinante e più grande di lui, che lavora come "modella" – con il nome di Lola – presso uno studio fotografico dove è possibile scattare foto pornografiche alle ragazze. Innamoratosene all'istante (forse perché, essendo francese, rappresenta per lui un altro mondo, lontano e diverso da quello – legato ai genitori, ai valori e alle costrizioni della società – in cui si sente un pesce fuor d'acqua), trascorrerà con lei l'ultima notte prima di partire sotto le armi per il Vietnam. Il primo film di Demy in lingua inglese, pur essendo girato e ambientato a Los Angeles, fa parte dello stesso universo narrativo dei precedenti lavori, tanto che Anouk Aimée riprende essenzialmente il ruolo che aveva già interpretato nel suo film d'esordio, "Lola, donna di vita". Gli stessi ingredienti che però rendevano leggeri e disinvolti ma anche intensi e struggenti i film francesi non sembrano funzionare in ugual maniera nel setting americano. Nonostante l'agilità della sceneggiatura (che si svolge nell'arco di 24 ore, seguendo in continuazione il girovagare del protagonista maschile per le strade periferiche di una Los Angeles assolata) e i riferimenti alla contemporaneità (le contestazioni giovanili, la guerra in Vietnam, la liberazione sessuale), il film appare banale ("Solo l'amore ti fa andare avanti nella vita") e inconcludente come, in fondo, è il suo protagonista: un giovane indeciso sul proprio futuro, idealista e poco incline ai compromessi, che non intende farsi schiacciare dagli ingranaggi della società ma al contempo non ha la minima idea di cosa fare e di come vivere. Lockwood era noto al pubblico essenzialmente per "2001: Odissea nello spazio". Alexandra Hay è la fidanzata che lavora come modella per la pubblicità. Gli amici musicisti di George sono i membri della band Spirit, che firma la colonna sonora del film.

10 marzo 2018

Il perito (Atom Egoyan, 1991)

Il perito (The adjuster)
di Atom Egoyan – Canada 1991
con Elias Koteas, Arsinée Khanjian
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Noah Render (Elias Koteas), perito per una compagnia di assicurazioni, ha il compito di entrare in contatto con le persone che hanno perso la propria casa in un incendio e di aiutarle a "superare lo shock", trovandogli una sistemazione provvisoria in un motel e compilando insieme a loro l'elenco di tutte gli oggetti di valore che hanno perduto, fino a quando la richiesta di risarcimento non va a buon fine. Premuroso e simpatetico, crea un legame e conquista a tal punto il favore dei suoi "clienti" da finire spesso a letto con loro. Ma non è l'unico a entrare prepotentemente nella vita delle persone: lo fa anche il ricco ed eccentrico Bubba (Maury Chaykin), che mette in scena strane pantomime in pubblico (travestito da barbone, per esempio) e si finge produttore cinematografico per poter curiosare nelle case altrui. E come Noah si occupa di classificare ciò che ha valore per le persone, lo stesso fa sua moglie Hera (Arsinée Khanjian), membro di una commissione di censura che ha il compito di catalogare (ed eventualmente vietare) film erotici e violenti (ma al tempo stesso registra clandestinamente tali pellicole per poterle mostrare alla sorella muta). A parte gli incubi notturni, marito e moglie hanno pochi punti di contatto: tanto che lui non si renderà nemmeno conto di stare per perderla. Forse il primo film di Egoyan a raggiungere una certa notorietà (anche se, a quanto ne so, non è mai giunto nel nostro paese), anticipa quell'atmosfera ambigua, sospesa, misteriosa e morbosa (a momenti persino surreale), con un misto di voyeurismo ed esistenzialismo, che caratterizzerà il suo primo vero successo, il successivo "Exotica". Per lunghi tratti, all'inizio, non si capisce chi siano questi personaggi e che cosa facciano: una sensazione di spaesamento amplificata dalla musica d'atmosfera di Mychael Danna. Poi, pian piano, comprendiamo il vero disagio che essi portano con sé: distratti da tutto ciò che sta loro attorno, trascurano infatti di guardare dentro di sé e si ritrovano dunque alienati e isolati. Proprio come la casa dove vive la famiglia di Noah, unico edificio completato (sia pure "fasullo", essendo stato eretto a scopi dimostrativi) in un lotto di terreno dove la costruzione delle altre case è stata rimandata (forse per sempre) e che dunque ha l'aspetto di un desolato deserto (che Noah si sfoga a riempire, tirando con l'arco fuori dalla finestra). Il film di compone di tante piccole situazioni episodiche, a volte surreali (come nei film di Roy Andersson, ma senza la stessa ironia) e a volte più significative (il vagabondo che si masturba fuori dalla finestra e davanti a Seta, la sorella di Hera, che ne resta sconvolta come invece non è di fronte ai film erotici che le porta la sorella; l'incontro fra Hera e il podologo sul treno; quello di Noah con la ragazza che lavora al motel o con i suoi tanti clienti; le messinscene nostalgiche o voyeuristiche di Bubba), che fungono da base su cui si appoggiano le menzogne, le bugie, la disperazione e la solitudine di personaggi che non hanno altro modo di vivere che quello di entrare nelle vite degli altri, anche se si tratta di completi sconosciuti.

23 settembre 2017

Candelaria (J. Hendrix Hinestroza, 2017)

Candelaria
di Jhonny Hendrix Hinestroza – Colombia/Cuba 2017
con Alden Knigth, Verónica Lynn
**1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella Cuba del "periodo especial" (come Fidel Castro definì gli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, quando la dissoluzione dell'Unione Sovietica privò l'isola di gran parte degli aiuti che consentivano ai suoi abitanti di far fronte all'embargo), l'anziana coppia formata da Candelaria (Lynn) e Victor Hugo (Knight) sopravvive con dignità nonostante le difficoltà economiche e materiali. Il casuale rinvenimento di una videocamera, persa da un turista nell'albergo dove Candelaria lavora, porta la coppia a riaccendere la propria vita matrimoniale. I video girati nell'intimità, finiti nelle mani di un ricettatore, faranno faville sul mercato nero: ma la coppia, piuttosto che svendere sé stessa e il proprio amore, preferirà accettare quello che le riserva il destino. Curiosa pellicola romantica su due anziani che riscoprono l'amore dopo gli ottant'anni: oltre ai due personaggi, l'autentica protagonista è L'Avana, con le sue case, le sue strade, i suoi posti di lavoro, la sua musica, i suoi sigari, i suoi abitanti e le grandi difficoltà di un "periodo speciale" di nome e di fatto, finora raramente raccontato al cinema. Fra la povertà e la decadenza c'è energia e vitalità, anche in maniera inaspettata. Il regista è colombiano (notare il misspelling di "Johnny"), ma l'amore per Cuba è evidente da ogni inquadratura, per un film di sentimenti, intimo e delicato, mai sopra le righe anche quando parla di sesso (in questo può ricordare "Harold e Maude").

11 marzo 2017

La pianista (Michael Haneke, 2001)

La pianista (La pianiste)
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2001
con Isabelle Huppert, Benoît Magimel
***

Rivisto in divx.

Erika Kohut (Huppert), insegnante di piano al conservatorio di Vienna, vive con la madre (Annie Girardot) che la tratta ancora come una bambina. Forse per questo ha una personalità – e soprattutto una sessualità – repressa e disturbata. Severa e scostante con i suoi allievi, verso i quali non mostra alcuna empatia, ha tendenze voyeuristiche e sadomasochistiche, che mette in atto da sola, recandosi per esempio nelle cabine di un peep show, spiando le coppiette al drive in o tagliandosi con le lamette in bagno. Quando incontra il giovane Walter (Magimel), brillante studente di ingegneria che si dimostra talmente affascinato dal lei e dalla sua raffinatezza da iscriversi alle sue lezioni per corteggiarla, per la prima volta si apre a qualcuno, rivelandogli le proprie fantasie, sia pure in maniera fredda e autoritaria. Il risultato non sarà quello sperato. Da un romanzo di Elfriede Jelinek (scrittrice austriaca che vincerà il premio Nobel nel 2004), un film provocatorio e volutamente sgradevole, magistralmente diretto da Haneke e interpretato da una Huppert capace di dar vita a un personaggio difficile e complesso. Erika, patologicamente legata alla madre, è incapace di stabilire una relazione che non sia conflittuale. Esemplare il modo in cui tratta i suoi studenti, compreso Walter (i cui sentimenti sono inizialmente accolti con freddezza, per poi sfociare in una relazione che – da parte di lei – è all'insegna del degrado, della manipolazione e dell'umiliazione: in entrambe le direzioni, visto che Erika è sia sadica che masochista) e la timida Anna (alla quale gioca uno scherzo crudele, riempiendole le tasche del giaccone di schegge di vetro che le feriscono le mani: lo fa per un misto di sadismo, invidia o gelosia, dopo aver assistito a un momento di gentilezza di Walter nei suoi confronti). Come nei suoi film precedenti, Haneke non si tira indietro nel mostrare scene estreme sullo schermo (in questo caso immagini di porno espliciti: le perversioni di Erika sono invece fuori campo). E gli orrori e le devianze del quotidiano si rispecchiano nella banalità dei programmi che passano sulla televisione perennemente accesa della madre (soap opera, pubblicità, documentari, notizie dei telegiornali). La musica classica (in particolare quella di Schubert: nella pellicola si odono, fra le altre cose, brani del trio D. 929, della sonata per piano D. 959 e uno dei lieder di "Winterreise"), con la sua bellezza e raffinatezza, contrasta con lo squallore della pornografia, priva di gioia e pervasa solo dal dolore, di cui si nutre Erika. Che non a caso sembra attratta quasi solo da compositori con problemi psicologici o patologici a loro volta (parlando di Schumann e di Schubert, accenna al "crepuscolo dello spirito" e alla loro follia). Ben tre riconoscimenti a Cannes: gran premio della giuria, miglior attore e miglior attrice. Dall'edizione successiva del festival le regole vennero cambiate per impedire che un solo film ricevesse così tanti premi.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-monstre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Comunque: il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

2 dicembre 2013

Don Jon (J. Gordon-Levitt, 2013)

Don Jon (id.)
di Joseph Gordon-Levitt – USA 2013
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

L'italo-americano Jon Martello (Joseph Gordon-Levitt), soprannominato "Don" dagli amici perché – come un novello Don Giovanni – è in grado di conquistare una ragazza ogni notte, preferisce in realtà la pornografia su internet al sesso reale. Quando incontra la bellissima Barbara Sugarman (Scarlett Johansson), sembrerebbe mettere la testa a posto. Ma non durerà, visto che la ragazza tenterà di plasmarlo secondo la propria volontà. A fargli conoscere l'importanza di una relazione davvero basata sulla coppia, e non "a senso unico", sarà invece la più matura Esther (Julianne Moore), una vedova da lui conosciuta a una scuola serale. Scritto e diretto dallo stesso Gordon-Levitt (al debutto come regista), una vivace commedia con indubbie qualità e qualche difetto, soprattutto per come scivola verso un finale dalla morale scontata (se c'è l'amore, il sesso è migliore). Per il tema della pornodipendenza, peraltro affrontato con ironia e intelligenza, può sembrare una versione light di "Shame", mentre tutta la sezione dedicata al rapporto con Barbara (peccato non sia stata sviluppata maggiormente) lo rende una commedia romantica decisamente non tradizionale. Non convince del tutto invece il personaggio interpretato dalla Moore, così come si rimane con la sensazione che ci sia troppa carne al fuoco e che sarebbe stato meglio concentrarsi maggiormente su alcuni elementi che invece, alla resa dei conti, risultano solo propedeutici alla svolta finale. Impagabile comunque la scena in cui Jon, alla ragazza che lo attacca perché vede i porno, le rinfaccia gli sdolcinati film romantici (i cosiddetti "chick flick") per cui lei va matta, sottolineando non senza ragione come si tratti di prodotti analoghi, seppur diretti a pubblici diversi. Bello anche l'utilizzo che Gordon-Levitt fa, a livello registico e narrativo, del meccanismo della ripetitività: vediamo spesso il protagonista all'interno di sequenze sempre uguali (la confessione in chiesa, la palestra, il pranzo dai genitori, ecc.), e solo a un certo punto, quando acquisisce consapevolezza, riesce a "rompere" la routine (porge a sua volta domande al confessore, sceglie di giocare a basket con gli amici). In ogni caso, un promettente debutto dietro la macchina da presa.

14 settembre 2012

Starlet (Sean Baker, 2012)

Starlet
di Sean Baker – USA 2012
con Dree Hemingway, Besedka Johnson
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Jane è una giovane attrice di film pornografici, appena trasferitasi in California per lavoro. Ospite nella casa di un'amica e "collega", decide di arredare la propria stanza con alcuni oggetti acquistati negli yard sale del quartiere (i mercatini in giardino, così popolari negli Stati Uniti). Quando scopre che in un vecchio thermos erano nascosti 10.000 dollari, pensa inizialmente di tenerseli senza dire niente all'ex proprietaria, una burbera e scontrosa vecchietta che vive da sola e che non sa nulla del denaro (nascosto lì anni prima dal marito, un giocatore d'azzardo da tempo defunto). Ma poi, spinta dai sensi di colpa, comincia a frequentare l'anziana donna, superandone (a fatica) la diffidenza e aiutandola nella vita di tutti i giorni. Un film "piccolo" e minimalista che racconta in maniera simpatica e naturale la storia di un'improbabile amicizia fra due persone che non sembrano avere niente in comune fra loro, soprattutto a causa dell'età. Ben presto l'iniziale motivazione che aveva spinto Jane ad avvicinarsi a Sadie (il rimorso per il denaro) cede il posto a una sincera voglia di riempire la grigia esistenza della donna, che ha come unico interesse le partite a bingo al circolo locale (dove non vince mai) e lo shopping al supermercato, mentre anche questa passa dal sospetto e dal rifiuto verso la ragazza al vedere in lei una sorta di figlia (e a questo proposito il finale getta una particolare luce sul suo personaggio). La pellicola ha inoltre il pregio di mostrare in maniera inedita e realistica il "dietro le quinte" dell'industria americana del porno (nel ruolo di sé stessi compaiono anche una manciata di star del settore, come la nippo-americana Asa Akira e il francese Manuel Ferrara): fuori dal set Jane è una ragazza normalissima, quasi "acqua e sapone" (fisico statuario a parte!), e per tutta la prima parte della pellicola non viene nemmeno evidenziato in che cosa consista il suo lavoro (anche se gli indizi per lo spettatore non mancano). Il titolo del film non si riferisce alla protagonista, ma è il nome del suo cagnolino.

22 settembre 2011

Shame (Steve McQueen, 2011)

Shame (id.)
di Steve McQueen – GB 2011
con Michael Fassbender, Carey Mulligan
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il compassato Brandon, impiegato di successo in una grande azienda, è segretamente un erotomane e un indefesso consumatore di pornografia. Pur non avendo difficoltà a sedurre le donne (a differenza del suo capo, maldestro e troppo sfacciato nei suoi tentativi di conquista), a una relazione fissa con una collega preferisce rapporti occasionali con sconosciute o prostitute, oltre che una regolare masturbazione. Il ritorno in città della sorella minore, cantante con tendenze suicide, sconvolgerà la sua vita. Il secondo lungometraggio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (soltanto omonimo del celebre attore americano) è un intenso e sofferto ritratto di un uomo che non riesce a vivere in maniera “normale” la propria sessualità. Più che di una devianza è la storia di una solitudine, magnificamente illustrata attraverso lunghi piani sequenza, espressioni e drammaturgia minimalista. Molte le sequenze memorabili: il gioco di sguardi con una sconosciuta in metropolitana, il jogging notturno sulle note di Bach, la sorella che canta una versione acustica e lenta di “New York, New York”, e in generale l’atmosfera austera e urbana che avvolge il protagonista e tutta la pellicola. Meritatissima la Coppa Volpi a Fassbender come miglior attore al Festival di Venezia. Fino a qualche mese fa non conoscevo questo interprete, che di recente è apparso in pellicole molto diverse fra loro (è stato Magneto da giovane in “X-Men: l’inizio” e Carl Gustav Jung in “A dangerous method”), dimostrando così grande versatilità.

14 giugno 2009

Humpday (Lynn Shelton, 2009)

Humpday - Un mercoledì da sballo (Humpday)
di Lynn Shelton – USA 2009
con Mark Duplass, Joshua Leonard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ben e Andrew sono grandi amici fin dai tempi dall'università, ma poi le loro vite si sono separate. Il primo si è sposato, ha una casa e un lavoro rispettabile, mentre il secondo conduce un'esistenza avventurosa ed è sempre in viaggio da un capo all'altro del mondo. Rincontratisi dopo diverso tempo, e complice un'ubriacatura a una festa, decidono di partecipare allo "Humpfest" – un festival di cinema pornografico amatoriale – con una pellicola "mai vista", ovvero con due eterosessuali come protagonisti di un porno gay. A spingerli ad andare fino in fondo non è solo la paura di arrendersi davanti a una sfida: per Ben si tratterebbe di dimostrare di essere ancora aperto e anticonformista, mentre per Andrew sarebbe l'occasione di portare a termine, per una volta, qualcosa nella vita. Divertente apologo sull'amicizia, sul passaggio all'età adulta e sull'identità, è sorprendentemente efficace nel mettere in scena le diverse sfaccettature dei singoli individui (le contrapposizioni fra borghese e anticonformista e quelle fra gay ed etero vengono continuamente confuse o superate), con una sceneggiatura da manuale e situazioni fresche e intelligenti. Tutta la parte finale, quella all'interno della stanza d'albergo dove gli imbarazzatissimi Ben e Andrew dovrebbero girare il loro film, è in particolare un gioiellino di umorismo e caratterizzazione psicologica.

Daniel & Ana (Michel Franco, 2009)

Daniel & Ana
di Michel Franco – Messico 2009
con Dario Yazbek Bernal, Marimar Vega
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Daniel e Ana sono fratello e sorella, rampolli di una famiglia benestante: lui è un timido diciassettenne, lei sta per sposarsi con il fidanzato Rafael. Un giorno, mentre sono in macchina, vengono rapiti da alcuni sconosciuti, costretti a fare l'amore tra loro davanti a una videocamera, e poi rilasciati. Non sapranno mai cosa ne sarà del video, ma l'esperienza – di cui non fanno parola a genitori e conoscenti – sconvolgerà le loro esistenze, facendoli piombare in uno stato di silenzio, depressione e chiusura verso il mondo esterno. Ana riuscirà comunque a superare lo shock e a tornare a una vita normale, grazie all'aiuto di una psicologa, mentre Daniel si chiuderà sempre più in sé stesso e in un comportamento antisociale. Il film si basa su fatti reali: stando ai titoli di coda, pare che il fenomeno della pornografia clandestina sia abbastanza diffuso nell'America Latina. La pellicola però non affronta direttamente questo tema e preferisce soffermarsi sulle reazioni e sui problemi psicologici dei due ragazzi dopo la sconvolgente esperienza, limitandosi a mostrare tutto da fuori e da lontano, con una certa freddezza di stile, senza indagare in profondità pensieri e sensazioni e senza mai entrare nella mente dei personaggi.

21 novembre 2008

Viva erotica (Yee Tung-shing, 1996)

Viva erotica (Se qing nan nu)
di Derek Yee Tung-shing – Hong Kong 1996
con Leslie Cheung, Shu Qi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sing, giovane regista dalle ambizioni autoriali i cui ultimi film sono stati però dei clamorosi insuccessi, accetta di girare un "Category III" (come vengono etichettate le pellicole hongkonghesi vietate ai minori, pornografiche o estremamente violente) su commissione per un produttore legato alle triadi. Viene costretto a tutta una serie di compromessi, compresa l'imposizione di un'amichetta del produttore – che recita da cani e per di più rifiuta di spogliarsi nelle scene di nudo – come attrice protagonista. Le tensioni all'interno della troupe e con lo svogliato cast rischiano di rendere la lavorazione un vero inferno, ma poco a poco Sing riesce a trovare la giusta alchimia di gruppo, a convincere gli attori a interpretare le parti con sentimento e ad accettare il fatto che anche il cinema porno ha una propria dignità artistica se realizzato con impegno e passione. Di pari passo, però, la sua relazione personale con la fidanzata (Karen Mok) sembra precipitare. La pellicola, che mostra un ritratto dolceamaro dell'industria cinematografica di Hong Kong (vi compaiono brevemente star come Anthony Wong, vengono citati Jackie Chan, Stephen Chow e Jet Li, il regista si sente dire che il suo film "non deve essere artistico come quelli di Wong Kar-wai, ma commerciale come quelli di Wong Jing!"), presenta anche diversi elementi semi-autobiografici, voluti o meno. Il grande Lau Ching Wan interpreta un regista chiamato proprio Derek Yee, che si toglie la vita dopo le critiche ai suoi ultimi lavori e la fine di una relazione omosessuale: anche se nelle intenzioni si trattava di un alter ego di Yee Tung-Shing, non si può non pensare alla fine dello stesso Leslie Cheung, gay e suicida nel 2003. E anche la storia di Miss Mango, alla quale Shu Qi dà vita con grazia e bravura (e mostrandosi spesso nuda, il che naturalmente è un valore aggiunto per la pellicola!), presenta molti punti in comune con quella della stessa attrice taiwanese. La dicotomia fra cinema impegnato e cinema commerciale (affrontata in maniera equilibrata, non con paranoie alla Medda) spunta fuori a più riprese: vedi l'amarezza di Sing quando vede frustrate le sue ambizioni artistiche perché al box office trionfano sesso e violenza; il fatto che, dopo la morte di Yee, il suo criptico film prima snobbato da tutti diventa un successo ("Presto batterà il record di Jackie"); o le parole del produttore che, di fronte a un film inguardabile, ordina di "tagliarlo e distribuirlo in Europa". C'è anche una citazione kubrickiana: una scena di sesso a tre velocizzata, con l'ouverture del Guglielmo Tell di Rossini in sottofondo.

18 marzo 2008

Kika (Pedro Almodóvar, 1993)

Kika – Un corpo in prestito (Kika)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1993
con Verónica Forqué, Peter Coyote
**1/2

Visto in DVD.

Kika, estroversa truccatrice, è fidanzata con il complessato Ramon ma ha una relazione con il patrigno del ragazzo, Nicholas, scrittore di origine americana che è forse coinvolto nel suicidio della moglie e ha una strana attrazione per i serial killer e le storie di omicidi. A complicare la vicenda si aggiungono strani personaggi: Pablo, attore porno e stupratore evaso dal carcere; Juana (la "solita" Rossy de Palma), lesbica dichiarata, sorella di Pablo e domestica in casa di Kika e Ramon; Susana, una misteriosa bionda che frequenta Nicholas; e soprattutto Angela "la sfregiata" (Victoria Abril), ex psicologa e conduttrice di un programma di tv spazzatura, che gira con una tuta bondage/fantascientifica e una videocamera in testa per raccogliere notizie e filmati da trasmettere sul suo network. Fra menzogne, segreti (molti personaggi nascondono agli altri il proprio passato o anche il semplice fatto di conoscersi), tradimenti e vendette, il film mi è piaciuto parecchio nella sua prima parte, irriverente, frenetica e col tono trasgressivo e grottesco delle migliori commedie di Almodóvar, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Il passaggio nel finale ad atmosfere da thriller-horror più drammatiche e cruente lo rende invece poco equilibrato. E la denuncia della televisione spazzatura non convince fino in fondo, visto che in realtà il regista sembra nutrire una certa simpatia e accondiscendenza verso quello che Angela manda in onda (tanto da non tirarsi indietro nel mostrarci, con ironia, lo stupro prolungato di Kika da parte di Pablo). Interessanti comunque i temi dei guardoni, della privacy, dell'occhio televisivo, insoliti per Almodóvar (sono invece più nelle corde di un Wenders). Belli i costumi e le scenografie, colorate come sempre. Peter Coyote, che interpreta Nicholas, è perfetto come personaggio ambiguo e dai lati oscuri (lo ricordo come tale anche in "Luna di fiele" di Polanski). Con il successivo "Tutto su mia madre" il film non ha in comune soltanto la venerazione di Ramon per la madre ma anche una citazione esplicita del cinema hollywoodiano classico: Ramon guarda in tv "The prowler" ("Sciacalli nell'ombra") di Joseph Losey, una scena del quale è fondamentale per la soluzione della vicenda. Senza senso il sottotitolo italiano.

29 luglio 2007

Lègami! (P. Almodóvar, 1990)

Lègami! (¡Átame!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1990
con Victoria Abril, Antonio Banderas
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno psicopatico appena uscito dal manicomio (il solito Banderas, che spesso aveva parti simili nei primi film di Almodóvar: ma questa è forse la sua interpretazione più significativa) sequestra un'attrice porno, che ha appena finito di recitare in un film horror, e la tiene legata in casa nella speranza che, prima o poi, si innamori di lui. Il che puntualmente accade. Una storia d'amore leggermente sadomasochistica, narrata con il tono lieve e leggero della commedia. Forse non memorabile come altri film del regista, ma comunque piacevole e ben recitato. La fotografia, soprattutto nella prima parte, insiste decisamente sul rosso vivace: sono numerosissimi gli oggetti in scena di questo colore. La musica è di Ennio Morricone. Per la prima volta dopo anni, Almodóvar non ricorre a Carmen Maura (considerata troppo vecchia per recitare la parte della protagonista) nel cast, e in compenso inizia una collaborazione con Victoria Abril, già apparsa in un cameo ne "La legge del desiderio". Francisco Rabal interpreta il regista. Quando venne distribuito negli Stati Uniti, il film scatenò un dibattito che portò alla revisione del sistema di rating cinematografico.