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29 novembre 2017

Planet of the apes (Tim Burton, 2001)

Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie
(Planet of the Apes)
di Tim Burton – USA 2001
con Mark Wahlberg, Tim Roth
*1/2

Rivisto in DVD.

A causa di una tempesta magnetica, l'astronauta americano Leo Davidson (Mark Wahlberg) si ritrova nel futuro e su un pianeta sconosciuto, popolato da scimmie senzienti che schiavizzano gli esseri umani. Con l'aiuto della simpatetica scimpanzé Ari (Helena Bonham Carter), guiderà una rivolta contro il guerrafondaio generale Thade (Tim Roth). Remake del leggendario film del 1968 con Charlton Heston (che qui fa una breve apparizione nei panni di una scimmia, il padre morente di Thade: ma se non lo si sa in anticipo, non ci se ne accorge, visto che è praticamente irriconoscibile sotto il make up), purtroppo inferiore ad esso in tutto e per tutto. Anzi, il minimo di appeal che presenta è dovuto, oltre che ai buoni costumi, alle scenografie e al trucco (di Rick Baker), quasi solo ai ricordi di chi ha visto la versione originale. Lo sceneggiatore William Broyles Jr. compie tutte le mosse sbagliate, a partire dal fatto che il protagonista non è l'unico essere umano in grado di parlare o di mostrare intelligenza, e quindi non si capisce perché gli uomini siano trattati come animali dalle scimmie: diventa una questione di razzismo o, al limite, di politica, e non c'è più il capovolgimento dei punti di vista che era la chiave anche del romanzo originale di Pierre Boulle. Non solo: spariscono pure il conflitto fra scienza e religione (Ari è la figlia ribelle di un senatore, anziché una curiosa ricercatrice) e soprattutto il messaggio contro la proliferazione degli armamenti, ovvero tutti i temi che rendevano memorabile il materiale di partenza. Al loro posto abbiamo generiche scene di fuga e di azione, nonchè una battaglia conclusiva che rende la pellicola un popcorn movie come mille altri (anche la mano di Burton, nel bene o nel male, è irriconoscibile). Quasi tutti i personaggi – protagonista compreso – sono privi di caratterizzazione o ce l'hanno a un livello basilare: i compagni umani di Leo, in particolare, sembrano messi lì soltanto per fare numero (anche per colpa degli attori: Kris Kristofferson è sprecato, Estella Warren sarà bella ma non sa recitare). Quanto alle scimmie, gli unici in parte riconoscibili sotto il make up sono Tim Roth e Paul Giamatti (nei panni dell'infido mercante Limbo). E visto che tutti conoscono il colpo di scena finale (proprio tutti, dai, anche chi non ha mai visto il lungometraggio originale!) e lo si aspetta per tutto il film, i cineasti mescolano le carte con una conclusione "diversa": Leo, cercando di tornare indietro, finisce in un universo parallelo: la cosa ha poco senso (non che i viaggi nel tempo ce l'abbiano), ma avrebbe potuto aprire le porte per un sequel. Che purtroppo (o per fortuna) non c'è stato: la saga ricomincerà da capo nel 2011.

6 luglio 2017

Anno 2670 - Ultimo atto (J. Lee Thompson, 1973)

Anno 2670 - Ultimo atto (Battle for the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1973
con Roddy McDowall, Paul Williams
*1/2

Visto in divx.

Quinto e ultimo film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie", quella prodotta da Arthur P. Jacobs (che fece uscire praticamente un film all'anno: qui per la prima volta il regista è lo stesso dell'episodio precedente). Anche in questo caso, il titolo italiano è parzialmente fuorviante: la storia si svolge soltanto una ventina d'anni dopo il quarto lungometraggio, cioè all'inizio del ventunesimo secolo, ma è raccontata in flashback da un orango, il Legislatore (interpretato da John Huston, e menzionato già nel primo film), appunto nel 2670. Dopo la conclusione di "1999 - Conquista della Terra", una guerra nucleare ha sconvolto il pianeta, radendo al suolo tutte le città e distruggendo la civiltà umana. Lo scimpanzé Cesare (McDowell) ha guidato fuori da New York un gruppo di superstiti – sia umani che scimmie – e ha creato una comunità agricola (ci sono anche case sugli alberi) dove vivere in armonia (a patto che gli uomini non usino la parola "No!"). Ma la pace è messa a repentaglio da un lato dalla bellicosità del generale Aldus (Claude Akins), gorilla guerrafondaio che vorrebbe prendere il potere e sterminare tutti gli uomini, e dall'altro dagli ultimi superstiti dell'esercito umano che, nonostante sia contaminata dalla radioattività e ribattezzata la Città Morta, abitano ancora a New York, guidati dal governatore Kolp (Severn Darden). Non più sceneggiato da Paul Dehn, l'ultimo film della saga originale è un discreto e sconclusionato pasticcio, fra cliché della fantascienza post-apocalittica (il villaggio dove si vive in pace assediato dai predoni: rivedremo scene del tutto simili in "Mad Max"), caratterizzazioni stereotipate e manichee (con una divisione fra buoni e cattivi senza sfumature) e persino contraddizioni con le premesse dei film precedenti (com'è possibile che in così pochi anni tutte le scimmie si siano evolute completamente, quando nella quarta pellicola il solo Cesare era capace di parlare?). Anche la metafora antibellica è troppo evidente e semplicistica (Aldus che rinchiude gli uomini del villaggio nel recinto fa pensare all'imprigionamento forzato dei cittadini di origine giapponese negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor), mentre l'epicità è del tutto assente. Più che una guerra, quella mostrata sullo schermo sembra una scaramuccia su piccola scala, con una manciata di uomini da una parte (con pochi mezzi e armi di fortuna) e un villaggetto di un centinaio al massimo di scimmie dall'altra: difficile credere che siano in gioco le sorti di un intero pianeta! Nel complesso, ancor più che nei capitoli precedenti, si respira aria di B-movie: era evidente che ormai la saga avesse esaurito la sua spinta (da notare che Jacobs morì due settimane dopo la sua uscita nelle sale). Nel 1974, comunque, fu realizzata una breve serie televisiva, e naturalmente nel nuovo secolo ci saranno i remake e i reboot. Paul Williams è Virgilio, l'orango consigliere di Cesare. Lew Ayres è Mandemus, il guardiano delle armi (nonché "coscienza di Cesare"), Austin Stoker è McDonald (ma si dice che è il fratello del McDonald del quarto film). Musica (come nel secondo film) di Leonard Rosenman.

5 luglio 2017

1999 - Conquista della Terra (J. Lee Thompson, 1972)

1999 - Conquista della Terra
(Conquest of the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1972
con Roddy McDowall, Don Murray
**1/2

Visto in divx.

Nonostante il fuorviante titolo italiano (doppiamente ingannevole, perché la storia si svolge nel 1991!), questo è il quarto film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie". Sono passati vent'anni dal precedente capitolo, e siamo in un futuro vicino ma già autoritario e distopico. Come predetto da Zira, un'epidemia ha sterminato tutti i cani e i gatti della Terra, e gli uomini li hanno sostituiti con le scimmie. Ma c'è voluto ben poco prima che scimpanzé, gorilla e oranghi fossero trasformati da animali domestici in veri e propri schiavi. Addestrate ai più disparati lavori, torturate e – se necessario – ricondizionate, le scimmie vengono vendute all'asta e sfruttate senza pietà dai loro padroni umani, che ignorano o sottovalutano colpevolmente i timidi tentativi di ribellione. Sarà Cesare (McDowell), il figlio sopravvissuto di Cornelius e Zira (non più chiamato Milo), l'unico scimpanzé evoluto e parlante sulla faccia della Terra, a guidarle alla rivolta: più che Cesare, in effetti, è un novello Spartaco. Al quarto episodio, la saga sembra acquisire un nuovo focus e si fa, se possibile, ancora più marcatamente politica. Evidenti i richiami alla schiavitù dei neri e alle battaglie sociali per i diritti civili: davanti a McDonald (Hari Rhodes), assistente afroamericano del governatore e unico a mostrare empatia verso le scimmie, Cesare esclama "Tu più di tutti gli altri dovresti capire!". E nonostante la sceneggiatura di Paul Dehn (già autore dei primi due sequel) sia a tratti semplicistica e sbrigativa (non mostra per esempio come Cesare mette insieme il proprio esercito: prima ci sono piccoli episodi di malcontento fra le scimmie, poi di colpo il protagonista è leader di un ampio gruppo: conquistato solo perché ha spartito con i compagni una banana?) e non colga del tutto le metafore del romanzo originale di Boulle (dove la rivolta degli schiavi era un riflesso di quella delle popolazioni asiatiche colonizzate dai francesi), nel complesso si tratta del migliore dei sequel originali, con sequenze coinvolgenti e ad alto impatto emotivo (fra cui le scene di guerriglia e gli scontri nelle strade, ma anche il discorso finale di Cesare): la serie di reboot prodotta dal 2011 in poi con Andy Serkis si ispirerà proprio a questo film (e al successivo), anziché al leggendario prototipo. Roddy McDowall aveva interpretato Cornelius (il padre di Cesare) nel primo e nel terzo film. Ricardo Montalbán ritorna nel ruolo di Armando, il padrone del circo dove Cesare è cresciuto, mentre Natalie Trundy (qui la scimpanzé Lisa), moglie del produttore Arthur P. Jacobs, è una vera habitué della saga, sia pure in ruoli sempre diversi (una dei mutanti telepatici nel secondo film, la scienziata umana Stephanie Branton nel terzo).

4 luglio 2017

Fuga dal pianeta delle scimmie (Don Taylor, 1971)

Fuga dal pianeta delle scimmie
(Escape from the Planet of the Apes)
di Don Taylor – USA 1971
con Kim Hunter, Roddy McDowall
**

Visto in divx.

Giunta al terzo film, la saga del "Pianeta delle scimmie" cambia radicalmente direzione. Una scelta obbligata, visto il finale della pellicola precedente, nel quale Taylor (Charlton Heston) distruggeva la Terra del futuro con una bomba atomica. Viaggiando indietro nel tempo a bordo della stessa capsula con la quale l'astronauta americano era giunto fin lì, gli scienziati scimpanzé Cornelius (McDowell) e Zira (Hunter) arrivano negli Stati Uniti dei giorni nostri, dove naturalmente la loro intelligenza e la loro capacità di parlare stimolano l'interesse e la curiosità di studiosi e politici. La prima parte del film presenta dunque un divertente capovolgimento delle situazioni del prototipo (che già a loro volta erano un paradosso): le scimmie sono trattate da animali, rinchiuse nello zoo, sottoposte a test di intelligenza, e così via. Quando la loro esistenza (e poi la loro origine) diventa di dominio pubblico, i due scimpanzé conquistano un'inattesa simpatia e popolarità presso la popolazione americana, che cresce ulteriormente dopo che si scopre che Zira è incinta: ma il dottor Hasslein (Eric Braeden), consulente scientifico della Casa Bianca, teme che la loro progenie possa mettere in pericolo la razza umana, e progetta di eliminarli. Con l'aiuto di due amici scienziati (Bradford Dillman e Natalie Trundy), Cornelius e Zira tentano invano la fuga. Continuando la tradizione dei finali shock (anche se qui è telefonato), le ultime immagini rivelano che riusciranno almeno a salvare il loro figlio Milo (il futuro Cesare). Ambientato tutto ai giorni nostri, anche se implausibile scientificamente (il viaggio a ritroso nel tempo ha una spiegazione confusa e arzigogolata: quello in avanti, nel primo film, aveva almeno un appiglio nella teoria della relatività), il terzo capitolo della saga ribalta di nuovo i rapporti di forza fra gli uomini e le scimmie (con i primi nel ruolo di oppressori), si focalizza stavolta sulla coppia di scimpanzé come protagonisti e non rinuncia ai consueti tocchi satirici, stavolta con un tono più leggero e quasi da commedia brillante. Fra gli spunti più interessanti, il dilemma etico riguardo alla possibilità di cambiare il futuro (si può fare? ed è giusto farlo?) e quello, più concreto, della liceità delle sperimentazioni scientifiche sugli animali. Inoltre abbiamo finalmente una spiegazione dell'evoluzione cosi rapida delle scimmie (in soli 2000 anni!), risultato di una serie di eventi innescata da un'epidemia che colpirà i cani e i gatti, spingendo gli uomini a utilizzare proprio le scimmie come animali domestici. Nel cast anche Ricardo Montalbán (Armando, il direttore del circo) e Sal Mineo (il dottor Milo, scimpanzé in cui onore Cornelius e Zira battezzano il loro figlio). La colonna sonora torna a essere di Jerry Goldsmith, ma con uno stile del tutto diverso dal primo film.

3 luglio 2017

L'altra faccia del pianeta delle scimmie (Ted Post, 1970)

L'altra faccia del pianeta delle scimmie
(Beneath the Planet of the Apes)
di Ted Post – USA 1970
con James Franciscus, Linda Harrison
*1/2

Visto in divx.

Il successo del film tratto dal romanzo di Pierre Boulle fece sì che "Il pianeta delle scimmie" divenisse una vera e propria franchise cinematografica (anche se questo primo sequel, uscito due anni dopo il prototipo, sembrò quasi voler porre subito termine alla saga, distruggendo il pianeta con tutti i personaggi). Il canovaccio è lo stesso del lungometraggio precedente. Un altro astronauta del ventesimo secolo, Brent (Franciscus), sulle tracce di Taylor (Charlton Heston, in un ruolo ridotto rispetto al primo film: essenzialmente compare solo all'inizio e alla fine), giunge a sua volta sulla Terra dell'anno 3955 ed entra in contatto con la nuova civiltà delle scimmie. Con l'aiuto di Nova (Harrison) e degli scimpanzé Zira e Cornelius, sfugge alla cattura e si rifugia nella "zona proibita", alla ricerca di Taylor. Scoprirà che fra le rovine di una New York sepolta nel sottosuolo vive una razza di esseri umani evoluti, sfigurati dalle radiazioni ma dotati di poteri telepatici, che venerano una bomba atomica come se fosse una divinità ("una sacra arma di pace") e progettano di usarla contro le scimmie, anche perché il bellicoso generale gorilla Ursus intende invadere le loro terre. Se la satira sociale lascia il posto a una fantascienza più generica (vedi i mutanti telepatici), rispetto al primo capitolo il messaggio antibellico si fa ancora più esplicito (c'è persino una scena con gli scimpanzé che protestano contro la guerra, che richiama le marce contro l'impegno militare degli USA in Vietnam) e le metafore perdono ogni sottigliezza (la "messa" per la bomba è inquietante ma alquanto ridicola). Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che ripropone in maniera derivativa le situazioni del primo film (a partire da un protagonista assai simile: a proposito, che incredibile coincidenza che Brent precipiti nello stesso luogo – e nello stesso tempo! – in cui era finito Taylor) o che le diluisce, rendendole meno suggestive (una cosa è trovare i resti della Statua della Libertà; un'altra è rinvenire sepolta l'intera città di New York, dalla metropolitana agli edifici pubblici), ecco che la stessa esistenza dei sequel inizia ad annacquare la potenza del concetto iniziale. Il finale (voluto, pare, da Heston) è sbrigativo e nichilista, all'insegna di un pessimismo apocalittico. E dal successivo episodio, "Fuga dal pianeta delle scimmie", la saga proverà a prendere strade diverse. Alla colonna sonora Leonard Rosenman sostituisce Jerry Goldsmith. Fra i mutanti si riconosce il grasso Victor Buono. Sotto le maschere delle scimmie, ancora opera di John Chambers, ritroviamo Kim Hunter (Zira) e Maurice Evans (Zaius), mentre Ursus è James Gregory (la produzione voleva Orson Welles!) e Cornelius è interpretato da David Watson anziché da Roddy McDowall, che tornerà l'anno seguente nel terzo film.

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.