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7 gennaio 2023

Oltre la notte (Fatih Akin, 2017)

Oltre la notte (Aus dem Nichts)
di Fatih Akin – Germania 2017
con Diane Kruger, Denis Moschitto
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la morte del marito (un immigrato di origine curda) e del figlioletto per l'esplosione di una bomba piazzata da due giovani neonazisti nel quartiere turco di Amburgo, Katja (Diane Kruger) confida nella giustizia in tribunale. Non ottenendola, cercherà vendetta da sola. Un soggetto che a prima vista appare poco originale, simile a quello di tanti revenge movie tutta azione, ma che si ispira alla realtà, e precisamente alle decine di attentati di questo tipo avvenuti in Germania all'inizio degli anni Duemila. Il regista lo sviluppa con grande intensità, appoggiandosi alla straordinaria interpretazione della Kruger (premiata a Cannes come miglior attrice) nei panni di una moglie e di una madre che non sa darsi pace per la perdita dei suoi cari. Niente elaborazione del lutto o commozione ricattatoria, ma solo durezza, rabbia, decisione e persino un certo distacco, almeno in superficie. La vicenda è divisa in tre "capitoli" (intitolati "La famiglia", "La giustizia" e "Il mare", e dedicati rispettivamente all'attentato stesso, al processo in tribunale e al finale in Grecia in cui Katja rintraccia i due terroristi), coinvolgenti per il loro realismo e con la donna sempre al centro di tutto. Il finale potrebbe essere la cosa che convince meno: ma a renderlo interessante è la scelta – intenzionale e voluta – di un volto così "tedesco" (bianca, bionda e con gli occhi azzurri) per una protagonista che, in cerca di vendetta e spinta dall'odio e dalla rabbia, diventa estremista quasi quanto i neonazisti che le hanno tolto i suoi cari, fino a scegliere di utilizzare – letteralmente – i loro stessi mezzi. Nell'insieme, al di là dell'apparente appartenenza a un genere ben preciso e alle riflessioni sul terrorismo, la pellicola rappresenta un altro tassello nella filmografia di un regista, Akin, che da sempre affronta nelle proprie opere il tema dei rapporti fra tedeschi e immigrati, soprattutto quelli di origine greca, turca e curda (essendo lui stesso uno di loro).

25 agosto 2022

Buongiorno, notte (M. Bellocchio, 2003)

Buongiorno, notte
di Marco Bellocchio – Italia 2003
con Maya Sansa, Roberto Herlitzka
***

Rivisto in TV (Netflix).

La ventitreenne Chiara (Maya Sansa) fa parte con altri tre compagni del piccolo gruppo armato delle Brigate Rosse che il 16 marzo 1978 sequestra Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, tenendolo poi prigioniero per quasi due mesi in una stanza segreta, nascosta dietro la libreria di un appartamento romano, prima di ucciderlo. Ma nella sua immaginazione la ragazza, colta da dubbi e ripensamenti, sogna invece di liberarlo e di lasciarlo andare via per le strade della città... Liberamente tratto dal romanzo semi-autobiografico "Il prigioniero", scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti (di cui Chiara è l'alter ego, come i personaggi interpretati da Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno lo sono dei suoi compagni), una rappresentazione personale e originale di uno dei fatti di cronaca più importanti dell'Italia dei tardi anni settanta, visto interamente dalla prospettiva di una ragazza combattuta fra un'ideologia folle, cieca e astratta e sentimenti umanitari che prendono forma poco a poco, così come dal contrasto fra una vita "normale" (i pranzi in famiglia, il lavoro come archivista ministeriale, le discussioni con l'amico e collega Enzo) e le azioni quasi "utopiche" delle BR che, peraltro, sono accolte con indifferenza o ostilità dalla maggior parte della società che la circonda. Oltre alla buona prova degli attori (da segnalare Roberto Herlitzka che dà vita a un Moro pieno di dignità), la forma filmica mette in scena l'insieme grazie a un montaggio che usa materiali di repertorio di vario genere (in televisione passano i telegiornali d'epoca, i balletti della Carrà, le carrellate di primi piani e dichiarazioni di politici come Andreotti & C.; nella mente e nei sogni di Chiara, invece, si dipanano documentari d'epoca sovietici, che accompagnano la sua lettura delle "Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana", in parallelo con la lettura delle lettere che lo stesso Moro è costretto dai brigatisti a scrivere ai suoi cari e ai suoi colleghi di partito). L'atmosfera del film, in generale, è sospesa, irreale, onirica, grazie anche alla fotografia fredda di Pasquale Mari e all'uso estraniante della musica (fra i brani ricorrenti, estratti da brani dei Pink Floyd come "Shine On You Crazy Diamond" e "The Great Gig In The Sky" e dalla versione orchestrale del Momento musicale op. 94 n. 3 in fa minore di Franz Schubert). Alcuni passaggi dei dialoghi, in particolari le frasi del più "convinto" fra i brigatisti (quello interpretato da Lo Cascio), provengono da dichiarazioni e comunicati dei fondatori delle stesse Brigate Rosse. Il titolo (da un verso di Emily Dickinson) è anche quello di una sceneggiatura scritta da Enzo (Paolo Briguglia), ispirata proprio al caso Moro. Nel 2022 Bellocchio tornerà sull'argomento con un altro film, "Esterno notte".

24 marzo 2021

Face/Off (John Woo, 1997)

Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off)
di John Woo – USA 1997
con John Travolta, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD.

L'agente speciale dell'FBI Sean Archer (John Travolta) ha un conto in sospeso con il terrorista mercenario Castor Troy (Nicolas Cage), maniaco psicopatico al quale dà la caccia incessantemente sin da quando questi, sei anni prima, ha ucciso il suo figlioletto Tommy. Dopo averlo finalmente catturato, Sean è costretto ad assumere in segreto le fattezze del suo nemico grazie a un'innovativa procedura che sostituisce chirurgicamente al suo volto quello di Troy: l'obiettivo è introdursi nel carcere criminale dove è rinchiuso il fratello di Castor, Pollux (Alessandro Nivola), e scoprire da lui dove si trova la bomba che i due avevano collocato nel centro di Los Angeles. Ma nel frattempo Castor si risveglia dal coma, costringe i chirurgi a impiantargli il volto di Archer e uccide tutti coloro che sono a conoscenza dello scambio. I due rivali si troveranno così ad affrontarsi l'uno dei panni dell'altro, all'insaputa di avversari e alleati (compresi moglie e figlia di Sean, nella cui casa Troy si è intrufolato)... Di gran lunga il miglior film di John Woo a Hollywood, anche perché può contare finalmente su una storia originale e interessante (lo script è di Mike Werb e Micheal Colleary), per quanto piena di risvolti improbabili. In effetti la sceneggiatura era stata inizialmente pensata per un film di fantascienza: Woo volle invece ambientare la storia ai giorni nostri per focalizzarsi di più su scene d'azione adrenaliniche ed esagerate sì, ma "realistiche" (non ci sono effetti speciali digitali), il che va a discapito della plausibilità della vicenda. Bisogna infatti fare ricorso a una robusta dose di sospensione dell'incredulità per accettare che possa esistere una tecnica chirurgica in grado di scambiare in maniera rapida e reversibile non solo i volti ma anche le fattezze (dalla corporatura alla voce) di due persone in modo tale da ingannare tutti coloro che le conoscono: ma se si riesce a non pensarci troppo, ci si può godere un action movie tesissimo e stratificato, basato sul classico tema della battaglia fra bene e male (impersonati qui da due personaggi agli antipodi sotto ogni punto di vista, ma che proprio per questo finiscono col fondersi e confondersi fra loro: simbolica la scena in cui si sparano a vicenda dai due lati di uno specchio).

La regia di Woo mette in mostra tutti i suoi punti di forza – l'eleganza e l'enfasi, con ralenti e coreografie esemplari non solo nelle sequenze d'azione ma anche nei momenti minori (vedi l'istante in cui Cage esce dall'auto all'aeroporto, con il vento che gli solleva lo spolverino: un'entrata in scena davvero cool!), la capacità di mediare fra melodramma ed heroic bloodshed – e i suoi marchi di fabbrica (le immancabili colombe che volano in chiesa, una citazione da "The killer", così come le sparatorie con due pistole, i mexican standoff, gli abiti eleganti di eroi e criminali, l'inseguimento in motoscafo). L'origine fantascientifica della storia è evidente anche nella sequenza ambientata in carcere (con gli stivali magnetici per "bloccare" i prigionieri violenti). L'idea del criminale che sotto false fattezze si introduce nella vita di una famiglia infelice, risultando quasi un marito e un padre migliore di quello vero, ricorda una sottotrama della quarta serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (quella di Kira/Kawajiri). E il lieto fine, forse imposto dalla produzione, è talmente assurdo e forzato che Woo lo sottolinea ironicamente con l'illuminazione diffusa sul retro della scena. Buono il cast, con Travolta e Cage che devono alternarsi nel ruolo del "buono" e del "cattivo" (e provare a recitare l'uno nella parte dell'altro, imitandone le caratteristiche). Da notare che Travolta era già stato l'antagonista nel precedente film americano di Woo, "Nome in codice: Broken Arrow". Cage sembra prenderlo in giro quando ironizza su "questi capelli, questo naso e questo mento ridicolo". Nel cast anche Joan Allen (la moglie di Sean), Dominique Swain (la figlia ribelle), Gina Gershon (l'amante di Castor), Harve Presnell, Nick Cassavetes, Margaret Cho, CCH Pounder e Thomas Jane. La colonna sonora è di John Powell, con occasionali brani di Händel, Mozart, Chopin, e "Somewhere over the rainbow" abbinata a una violenta sparatoria!

3 dicembre 2020

Operazione Cougar (Zhang Yimou, 1989)

Operazione Cougar (Daihao meizhoubao)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina 1989
con Ge You, Gong Li
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un aereo privato commerciale, in volo da Taipei a Seul, viene dirottato da un gruppo terroristico. Costretti a un atterraggio di emergenza in un campo nei pressi di Pechino, i criminali chiedono alle autorità di liberare il loro capo (imprigionato a Taiwan), minacciando di uccidere gli ostaggi. Per far fronte alla situazione, pur non avendo contatti diplomatici ufficiali da 40 anni, i governi di Pechino e Taipei decidono di collaborare inviando in segreto una task force formata da membri di entrambi i paesi. Forse la pellicola più atipica e meno significativa di tutta la filmografia di Zhang Yimou, un thriller noioso e abbastanza dozzinale, di scarso valore e nessun interesse se paragonato con le cose che in contemporanea venivano prodotte a Hong Kong (anche se il modello è semmai smaccatamente americano), e naturalmente distante anni luce dai lavori di ambientazione storica dello stesso Zhang. Che lo diresse per fare un favore a un amico che lo aveva finanziato: ma molti elementi dello script vennero eliminati dalla censura cinese, lasciando la pellicola monca e senza personaggi o aspetti di rilievo, se non l'eccessiva enfasi con cui si sottolinea ripetutamente (e con molta retorica) la collaborazione fra le nazioni rivali, un auspicio forse per una riconciliazione anche nella realtà. Lo stile cerca di rimediare alla povertà del budget con numerosissimi primi piani e pochi momenti concitati, mentre quelli più "operativi" sono resi attraverso una serie di fotogrammi fissi (a mo' di reportage fotografico) accompagnati da una voce fuori campo. Ridicolo il finale che ripropone scene già viste (anche tragiche) con una canzoncina allegra in sottofondo. Ge You è il capo dei dirottatori, Liu Xiaoning e Wang Xueqi rispettivamente i comandanti delle squadre di Pechino e Taipei, Gong Li l'infermiera che collabora controvoglia con i terroristi perché innamorata del loro capo (un personaggio fondamentalmente inutile, inquadrata spesso ma praticamente senza linee di dialogo). Il co-regista Yang Fengliang dirigerà insieme a Zhang anche il successivo "Ju Dou", dopodiché le carriere (e le fortune) dei due prenderanno strade differenti.

24 maggio 2020

La donna elettrica (B. Erlingsson, 2018)

La donna elettrica (Kona fer í stríð)
di Benedikt Erlingsson – Islanda 2018
con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson
**1/2

Visto in TV.

La quarantenne Halla (Geirharðsdóttir), direttrice di un coro, è segretamente l'eco-terrorista nota come "la donna elettrica", che compie azioni di sabotaggio ai danni delle linee elettriche e dei piloni che portano l'energia agli impianti siderurgici situati nel bel mezzo della brughiera islandese. Ma quando riceve la notizia che la sua richiesta di adottare una bambina dall'Ucraina, avanzata quattro anni prima, è stata finalmente accettata, le sue prospettive cominciano a cambiare. Con il consueto approccio "nordico" che consente di trattare di temi seri con leggerezza (o forse il contrario), il secondo lungometraggio di Erlingsson è una pellicola stralunata ma accattivante, che non pretende di mettere la protagonista in buona luce (le sue convinzioni ecologiche e le sue idee contro la globalizzazione e l'industria inquinante faranno presa solo su chi già la pensa come lei) ma ne mostra le diverse sfaccettature con toni a tratti surreali. L'eroina è una sorta di Don Chisciotte, che combatte contro i mulini a vento (i piloni dell'elettricità, i droni che le danno la caccia nelle sconfinate brughiere dell'isola), che idolatra Gandhi e Mandela, e cerca invano di incitare la popolazione alla rivolta. Proprio la leggerezza consente di passare sopra il difetto di voler accatastare troppi ingredienti e troppi elementi (il messaggio ecologista, quello esistenziale, quello politico, quello legato all'adozione e dunque al desiderio di maternità), con il rischio di non approfondire veramente nessuno di essi (lo stesso vale per alcuni personaggi minori che non aggiungono granché alla vicenda, come il cicloturista latino-americano, che ritorna dal precedente "Storie di cavalli e di uomini"). Sul versante artistico, invece, l'aspetto più interessante è quello legato alla colonna sonora, semi-diegetica, sempre suonata da qualcuno presente fisicamente sulla scena anche quando non sarebbe possibile (i "suonatori" non vengono visti dagli altri personaggi). Il risultato ricorda a tratti il surrealismo di Roy Andersson. Straordinaria la Geirharðsdóttir in un doppio ruolo: oltre a Halla, interpreta infatti anche la sorella (gemella?) Ása, insegnante di yoga e di meditazione, che infatti viene spesso scambiata con lei (e la cosa la aiuterà a cavarsi dai guai). Nella scena conclusiva, l'inondazione che sommerge la strada è quasi una metafora della natura che impazzisce (o forse, semplicemente, del fatto che non sempre la strada che vogliamo percorrere ci è resa visibile). Annunciato un remake USA, diretto e interpretato da Jodie Foster.

2 febbraio 2020

Survivor (James McTeigue, 2015)

Survivor (id.)
di James McTeigue – USA/GB 2015
con Milla Jovovich, Pierce Brosnan
*1/2

Visto in TV.

Kate Abbott (Milla), agente di sicurezza presso l'ambasciata americana a Londra, scopre un complotto per far entrare un gruppo di terroristi negli Stati Uniti. Ma a causa delle macchinazioni dello spietato killer detto "L'orologiaio" (Brosnan), e dopo che una bomba ha ucciso tutta la sua squadra, sarà proprio lei a essere accusata di tradimento e a dover fuggire per provare la propria innocenza, fino a sventare personalmente l'attentato che i terroristi stanno organizzando. Ambientato negli anni immediatamente successivi all'11 settembre, un mediocre thriller d'azione dai temi vagamente hitchcockiani (la caccia all'uomo – in questo caso una donna – innocente, con resa dei conti finale in un celebre luogo pubblico, una Times Square affollata di newyorkesi per festeggiare il capodanno), ma purtroppo assai noioso e con molti problemi di scrittura. La trama è infatti piena di forzature e di buchi logici, con tutti i personaggi (tranne la protagonista, ovviamente) che si comportano in modo stupido. Carenti le caratterizzazioni e sprecato il cast (che oltre a Milla e Brosnan comprende Dylan McDermott, il diretto superiore di Kate, James D'Arcy, l'ispettore inglese che le dà la caccia, e Angela Bassett, l'ambasciatrice americana). Decente almeno la confezione, con una regia competente pur senza guizzi.

26 luglio 2019

Katia, regina senza corona (R. Siodmak, 1959)

Katia, regina senza corona (Katia)
di Robert Siodmak – Francia 1959
con Romy Schneider, Curd Jürgens
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Innamorata dello zar Alessandro II (Jürgens), la giovane principessa decaduta Ekaterina "Katia" Dolgorukova (Schneider) ne diventa la protetta e l'amante, restando al suo fianco durante i suoi tentativi di riformare l'impero (abolendo il servaggio e concedendo una costituzione al popolo), ma dovrà assistere impotente al suo assassinio per mano di rivoluzionari fomentati dai suoi stessi ministri. Remake di un film del 1938 con Danielle Darrieux, la pellicola si ispira alla biografia di Katia scritta dalla principessa rumena Martha Bibescu e romanza diversi dettagli della vicenda reale, mantenendo però intatti i principali eventi storici. Come risultato, il film soffre per una certa mancanza di equilibrio, essendo quasi diviso in due: una prima parte più romantica e sentimentale, incentrata sul rapporto fra i due protagonisti, e una seconda più storica e politica, con lo zar che deve far fronte alle rivolte popolari e ai complotti di corte, in particolare quelli del ministro della polizia Koubaroff (Pierre Blanchar). Poco ispirato, ma si salvano la regia competente di Siodmak (al secondo film francese dopo essere tornato in Europa) e gli interpreti. La Schneider, all'epoca solo ventunenne, era già celebre per le pellicole in cui aveva vestito i panni di un'altra "sovrana", l'imperatrice Sissi (Elisabetta d'Austria). Monique Mélinand è la zarina Maria, Françoise Brion la rivoluzionaria Sofia Perovskaya.

30 marzo 2019

Divine wind (Merzak Allouache, 2018)

Divine wind (Rih rabani)
di Merzak Allouache – Algeria/Francia 2018
con Sarah Layssac, Mohamed Oughlis
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In una capanna nel deserto algerino, ospiti di un'anziana contadina, una giovane reclutatrice dell'ISIS e un ragazzo che ha scelto di andare a combattere con i terroristi islamici attendono di ricevere gli ordini per compiere la propria missione: un attentato suicida presso un vicino impianto petrolifero. Girato in bianco e nero e caratterizzato da estrema lentezza, un film assai dilatato che lascia appena intuire il passato e i trascorsi dei suoi personaggi (nelle scarne telefonate che il ragazzo fa al padre, cercando di convincerlo di trovarsi a Barcellona, e negli sguardi che la ragazza rivolge alla foto della sorella defunta). Lui è fragile, insicuro, incerto, mentre lei è all'apparenza assai dura e decisa, salvo lasciarsi andare a profonde reazioni emotive quando non pensa di essere vista: e naturalmente fra i due scatta qualcosa, anche se una relazione affettiva non può aver veramente modo di svilupparsi. Ma nonostante la bella fotografia (quasi da cinema muto o da Nouvelle Vague) che rende al meglio gli affascinanti spazi del deserto, la pellicola risulta davvero troppo esile, anche perché la lunga fase di attesa e sospensione (gli eventi accadono soltanto nel finale) non è accompagnata da alcun approfondimento o riflessione particolare sui suoi personaggi e sul tema stesso del terrorismo (il titolo, "Vento divino", traduce il termine kamikaze) o del fanatismo religioso (perché i due protagonisti sono diventati così?).

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

17 novembre 2018

Ragtime (Miloš Forman, 1981)

Ragtime (id.)
di Miloš Forman – USA 1981
con Howard E. Rollins jr., Brad Dourif
**1/2

Rivisto in TV.

Nella New York di inizio novecento si intrecciano le storie di diversi personaggi (alcuni dei quali realmente esistiti): la più importante è quella di Coalhouse Walker Jr. (Howard Rollins), pianista di colore che, per vendicarsi di un affronto subito (uno scherzo razzista che porta a tragiche conseguenze), terrorizzerà l'establishment bianco, minacciando di far saltere in aria la biblioteca privata del milionario J.P. Morgan se non gli sarà consegnato il responsabile del gesto, il pompiere volontario Willie Conklin (Kenneth McMillan). Ma c'è anche la storia della famiglia bianca e benestante di New Rochelle, appena fuori New York, che accoglie Sarah, compagna di Coalhouse e madre di suo figlio, rimanendo coinvolta nella vicenda: i suoi membri – il padrone di casa (James Olson), la sua sensibile moglie (Mary Steenburgen) e il fratello minore di lei (Brad Dourif) che, simpatizzante della causa di Walker, si unirà al gruppo di questi fornendogli armi e bombe – curiosamente non hanno nome per tutto il film. E c'è la giovane modella e attrice Evelyn Nesbit (Elizabeth McGovern), che ha posato per una statua nuda posizionata sul tetto del Madison Square Garden, cosa che fa impazzire di gelosia il suo ricco marito, l'industriale Harry Thaw (Robert Joy), il quale sparerà all'architetto Stanford White (Norman Mailer). E c'è l'artista di strada Tateh (Mandy Patinkin), migrante che farà fortuna nel mondo del cinema, scegliendo proprio Evelyn come protagonista dei suoi lavori... Un montaggio di spezzoni di cinegiornale, all'inizio della pellicola, introduce alcuni di questi e molti altri personaggi pubblici dell'epoca (Harry Houdini, Theodore Roosevelt e il suo vice Charles W. Fairbanks, Booker T. Washington, J. P. Morgan) che saranno legati, in maniera diretta o indiretta, alle vicende narrate. Ne risulta un affresco corale e "altmaniano", fra la realtà storica e la fiction, bel calato nell'atmosfera di inizio secolo: un momento in cui la società americana era in piena trasformazione, fra nuove forme di arte (il cinema, la musica, come il ragtime che dà il titolo alla pellicola), mutamenti sociali e di costume (il ruolo della donna, le minoranze razziali), l'incombere della guerra. Nel cast spicca James Cagney (nel ruolo del capo della polizia Rheinlander Waldo), di ritorno al cinema dopo vent'anni di assenza e alla sua ultima apparizione sullo schermo (a lui, per rispetto, va il primo posto nei titoli). Ultimo film anche per Pat O'Brien. Ma ci sono anche piccole parti per interpreti all'esordio come Samuel L. Jackson, Debbie Allen e Jeff Daniels. La musica è di Randy Newman. Otto nomination agli Oscar (fra cui sceneggiatura, fotografia e colonna sonora, oltre a Rollins e McGovern come attori non protagonisti) ma nessuna statuetta. Il film è tratto dall'omonimo romanzo storico di E. L. Doctorow.

15 aprile 2018

Predestination (Michael e Peter Spierig, 2014)

Predestination (id.)
di Michael e Peter Spierig – Australia 2014
con Ethan Hawke, Sarah Snook
**1/2

Visto in divx.

In un pub di New York nel 1970, un barista (Ethan Hawke) ascolta la bizzarra storia di un cliente (Sarah Snook), scrittore di "confessioni intime" per riviste di terz'ordine, che gli racconta le numerose e contorte traversie della propria vita: nato donna e cresciuto in un orfanotrofio, ha cambiato sesso poco dopo aver dato alla luce una bambina che è stata misteriosamente rapita a pochi giorni dalla nascita: inoltre è stato abbandonato dall'uomo che l'aveva messa incinta, di cui ignora persino l'identità. A sorpresa il barista gli rivela di essere un agente temporale, e gli offre la possibilità di tornare indietro nel tempo per vendicarsi del misterioso seduttore... Da un racconto breve di Robert A. Heinlein ("Tutti voi zombie", noto in Italia anche come "Tutti i miei fantasmi"), una sofisticata pellicola sui paradossi temporali, di cui mette in scena praticamente tutti gli esempi più classici, e anche di più (l'uomo che è padre e madre di sé stesso). Rispetto al materiale di partenza, i due fratelli tedesco-australiani (anche sceneggiatori) aggiungono un'ulteriore sottotrama per accrescere la tensione (l'agente temporale è alla caccia di un terrorista che sembra prevedere ogni sua mossa), ma restano comunque fedeli allo spirito del racconto di Heinlein. Se alcune svolte sono prevedibili durante la visione (basta aver letto un po' di letteratura fantascientifica sul tema, provare a ragionare sui presupposti, oltre che conoscere certe regole cinematografiche: quando non si mostra mai il volto di un personaggio, è perchè è previsto un colpo di scena che lo riguarda), l'insolita costruzione della pellicola (la prima metà è tutta riservata al racconto in flashback di Jane/John) e la sua altissima densità lo elevano comunque sopra la media del genere, quel tipo di fantascienza che si basa più sui personaggi e sulle loro vicende che non sugli effetti speciali o le scene d'azione. Ecco perché, nonostante la complessa struttura a incastro (ma non è più complicato da seguire di "Memento" o de "I soliti sospetti") e la scelta di aggiungervi una piega da thriller, a emergere sono i temi esistenziali e filosofici (l'identità e la consapevolezza di sé, il destino e la libertà di scelta): questo perché è scritto con intelligenza e interpretato con coraggio e intensità (spicca la Snook, in un ruolo multiplo e non certo facile). Resta forse il dubbio che si tratti solo di un gioco intellettuale (il racconto originale è stato scritto in un solo giorno, quasi una sfida di Heinlein con sé stesso), ma i personaggi sono ben caratterizzati e la loro storia è talmente curiosa e interessante da appassionare per tutta la durata del film. Annotarsi la cronologia degli eventi o concedersi una seconda visione, in ogni caso, può aiutare. Peter Spierig firma anche la colonna sonora. Heinlein è citato a più riprese (c'è un dottore che si chiama così, si intravedono altri libri scritti da lui).

8 aprile 2017

La scoperta dell'alba (S. Nicchiarelli, 2013)

La scoperta dell'alba
di Susanna Nicchiarelli – Italia 2013
con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli
**

Visto in divx, con Sabrina.

Trent'anni dopo la misteriosa scomparsa del padre, docente e giurista che era finito nel mirino delle Brigate Rosse, Caterina (Buy) indaga sulla sua sparizione con l'aiuto di sé stessa da bambina: attraverso un vecchio telefono a disco, rimasto misteriosamente in funzione nella casa di famiglia al mare, scopre infatti di poter comunicare con il passato, nel 1981, quando aveva solo dodici anni... Le verità che scoprirà cambieranno le sue prospettive, ma le permetteranno di fare finalmente la pace con i propri sensi di colpa. Al secondo film dopo l'acclamato "Cosmonauta", Nicchiarelli (anche interprete, nel ruolo della sorella Barbara) adatta un romanzo di Walter Veltroni che non lesina certo la carne al fuoco: gli anni di piombo e il brigatismo (visti attraverso il ricordo di coloro che all'epoca erano bambini), la nostalgia per il passato (i primi anni ottanta sono rievocati anche dalla colonna sonora, con canzoni come "99 Luftballons" e "Video killed the radio star", e dai corsi di aerobica di Sydne Rome), i rapporti familiari (come quelli con la sorella minore), i conflitti interiori e le crisi di mezza età (Caterina, da adulta, è tentata di tradire il fidanzato con cui sta per traslocare in una nuova casa). In mezzo a tutto questo, l'elemento fantascientico o soprannaturale che consente la comunicazione fra due epoche diverse – e che ricorda il film coreano "Il mare" e il suo remake hollywoodiano "La casa sul lago del tempo" – sembra soltanto un'escamotage narrativo, da non prendere troppo sul serio (i paradossi temporali sono sempre dietro l'angolo!) e da considerare come una semplice suggestione, magari psicanalitica. Anche l'eccessiva costruzione della trama – con numerosi red herring (l'impresario musicale che "potrebbe" essere il padre, il collega diventato preside), in attesa della rivelazione finale – e alcune gag estemporanee (la biblioteca che apre alle 8 in punto) sfociano in fondo in poca cosa, non essendo sorrette da un adeguato approfondimento dei personaggi. Nel cast anche Sergio Rubini, Lino Guanciale, Renato Carpentieri e Lina Sastri.

28 agosto 2015

Sabotaggio (Alfred Hitchcock, 1936)

Sabotaggio (Sabotage, aka The woman alone)
di Alfred Hitchcock – GB 1936
con Sylvia Sidney, Oskar Homolka
**1/2

Visto in divx.

Il signor Verloc (Oscar Homolka), proprietario di un cinema di Londra, all'insaputa della giovane moglie (Sylvia Sidney) lavora per agenti stranieri che intendono scuotere la città con atti di sabotaggio e di terrorismo, destabilizzando l'opinione pubblica e distogliendo così l'attenzione della Gran Bretagna dalla situazione politica internazionale. Dopo che un primo tentativo di spegnere la centrale elettrica si risolve senza grandi conseguenze, Verloc viene incaricato dai suoi mandanti di far esplodere una bomba nel bel mezzo di Piccadilly Circus. Sospettato dalla polizia – che gli ha messo alle calcagne un detective in borghese, il tenente Spencer (John Loder), il quale si finge commesso nella drogheria accanto al cinema – Verloc affida il compito di portare la bomba fino in stazione al fratellino della moglie, l'adolescente Stevie (Desmond Tester). Ma questi si attarda durante il tragitto... e l'ora in cui l'ordigno deve esplodere si avvicina pericolosamente. Ispirato da un racconto di Joseph Conrad, "The secret agent" (che ironicamente era il titolo del suo film precedente, con cui però non aveva niente a che fare), Hitchcock realizza un altro thriller di spionaggio ed intrigo, ormai il suo marchio di fabbrica. In questo sottovalutato lungometraggio, con cui sembra davvero fare le prove generali per alcuni capolavori successivi, la suspense sale a livelli altissimi, soprattutto nella sequenza in cui il ragazzino, con il pacco con la bomba sotto il braccio, viaggia a bordo dell'autobus: noi spettatori sappiamo che l'esplosivo è destinato a scoppiare alle 13.45 precise, e man mano che l'ora si avvicina la tensione cresce inesorabilmente. Altri temi chiave sono rappresentati dalla figura della moglie, a tratti l'autentica protagonista della pellicola, che scopre che l'amato marito che l'ha condotta in quel paese non è altro che una spia, e il fatto che i "cattivi" possano nascondersi fra la gente comune e i normali cittadini (anche colui che assembla la bomba e la consegna a Verloc è apparentemente un innocuo commerciante, proprietario di un negozio di animali: per recapitarla al complice la nasconde nella gabbietta di un canarino!). Non mancano, infine, sequenze oniriche e visionarie, come quella ambientata nell'acquario londinese dove Verloc si incontra con il suo mandante (e ha una visione della distruzione di Piccadilly in una delle vasche), o i volti di Stevie che si sovrappongono a quelli degli altri ragazzi tra la folla nell'immaginazione di Sylvia Sidney.

23 settembre 2014

Good kill (Andrew Niccol, 2014)

Good Kill (id.)
di Andrew Niccol – USA 2014
con Ethan Hawke, January Jones
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Thomas (Hawke) è un pilota di droni: dalla sua base militare nel deserto del Nevada, nei pressi di Las Vegas, controlla a distanza velivoli senza pilota che sganciano missili su vere o presunte basi di terroristi in Afghanistan e dintorni. Fra dubbi e problemi di coscienza, il desiderio di tornare a pilotare aerei "veri" e la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in gran parte delle sue operazioni (che sempre più spesso hanno come effetto collaterale la morte di vittime civili e innocenti), il suo mondo comincia ad andare in pezzi. E si ritroverà a dover compiere una difficile scelta. Con un occhio all'attualità e un altro alla finzione (la guerra combattuta come un videogioco), Niccol aggiorna allo scenario della "lotta al terrore" alcuni dei temi che aveva già affrontato ai tempi del "Truman Show": difficile non pensare a quel film quando Thomas alza lo sguardo al cielo, consapevole della presenza di satelliti e veicoli spia che attraversano le orbite, invisibili a tutti. Ma pur non rinunciando a porre domande scomode e ad instillare dubbi di ogni genere tanto nei suoi personaggi quanto negli spettatori (con il merito di affrontare, forse per primo, un tema che potrebbe diventare sempre più pressante nell'immediato futuro: come l'evoluzione tecnologica sta cambiando, o forse ha già cambiato, le regole della guerra), il film fallisce nel dare risposte accettabili o non troppo semplificate, e si limita a tracciare un inquietante parallelo fra le strade dei poveri villaggi del Medio Oriente bombardati dai droni e quelle delle villette a schiera tutte uguali dell'America o, addirittura, il colorato e kitsch "strip" di Las Vegas: due modi ben diversi di vivere in mezzo al deserto. Il titolo si riferisce al gergo con cui si indica un colpo andato a segno. Nel cast, January Jones è la moglie di Hawke, Zoë Kravitz il suo "copilota", Bruce Greenwood il suo superiore.

14 marzo 2014

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2012
con Jessica Chastain, Jason Clarke
*1/2

Visto in TV.

Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 (di cui non vengono mostrate immagini: si odono solo suoni e registrazioni audio su uno schermo nero), un'unità speciale della CIA dà la caccia al principale responsabile, Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda. Seguendo per anni una pista assai esile, un'agente particolarmente ostinata riuscirà a individuare il suo rifugio segreto in Pakistan, permettendo così ai marines di irrompere nell'edificio e di ucciderlo. Dopo l'imprevisto successo di "The Hurt Locker", la Bigelow decide di battere il ferro finché è caldo e sforna una versione romanzata della caccia all'uomo più ricercato del mondo, che la sceneggiatura (di Mark Boal) racconta dal punto di vista di un singolo personaggio, l'agente Maya (interpretato da Jessica Chastain), ritratta dapprima come sperduta e a disagio e poi, via via, sempre più dura, decisa e ostinata. Ma tale protagonista, dalla caratterizzazione superficiale e priva di personalità, non è in alcun modo in grado di fare da guida allo spettatore, lasciato di fatto a sé stesso in una pellicola noiosa e senza ritmo né suspense, che si barcamena infelicemente fra finzione e documentario e che cerca inutilmente di coprire la propria mediocrità con l'emozione fornita dai fatti reali. Il risultato è piatto, retorico, vendicativo, americano-centrico, incapace di approfondire tanto il contesto storico quanto i suoi stessi personaggi, oltre che troppo lungo e senza un'idea di cinema che lo sostenga. Dopo 20-25 minuti già avevo perso ogni interesse in un film che per quasi un'ora e mezza gira a vuoto, e solo nel finale pare cambiare marcia con la sequenza dell'irruzione dei marines, peraltro girata (con notevole stacco stilistico rispetto al resto) come se si trattasse di un videogioco: irreale, del tutto priva di tensione e da guardare come anestetizzati. Velatamente pro-Bush e anti-Obama, soprattutto nella descrizione delle torture e degli interrogatori da parte degli agenti della CIA, ritratti come necessari: quando viene eletto il nuovo presidente, gli agenti commentano che "è cambiata l'aria" e si mostrano delusi di non poter più continuare con gli stessi metodi perché i nuovi politici non glielo permetteranno. Il titolo significa, in gergo militare, "mezzanotte e mezza", l'ora in cui è stato ucciso Bin Laden.

18 luglio 2013

La pacifista (Miklós Jancsó, 1970)

La pacifista, aka Smetti di piovere
di Miklós Jancsó – Italia 1970
con Monica Vitti, Pierre Clémenti
*1/2

Visto in DVD.

Sullo sfondo di una Milano attraversata da cortei di protesta studentesca in favore degli operai e dagli intrighi di gruppi eversivi di estrema destra, la giornalista televisiva Barbara (Monica Vitti) – che si aggira spersa e neutrale fra questi "fremiti di guerriglia urbana" – scopre di essere pedinata da un misterioso e affascinante giovane (Pierre Clémenti), che si introduce persino nella sua casa-rifugio, e di cui finisce con l'innamorarsi. Si tratta di un membro di un'organizzazione terroristica di destra, che sta per compiere un attentato. Il giovane vorrebbe dissociarsi, ma i suoi compagni non glielo permettono; e quando Barbara prova a denunciarli alla polizia, il commissario la crede una mitomane, costringendola così a farsi giustizia da sola. Primo film "italiano" del regista ungherese Miklós Jancsó, scritto e sceneggiato dalla sua compagna di allora, Giovanna Gagliardo, è un lungometraggio ideologico e irrimediabilmente datato, nonostante abbia il merito di descrivere bene il clima delle contestazioni dell'epoca che stava per lasciare il posto agli anni di piombo (a un certo punto il commissario chiede a un suo sottoposto: "Non credi che i nostri figli un giorno o l'altro ci uccideranno?"). Molti dei discorsi politici risultano "fumosi" o addirittura vengono volontariamente coperti dai rumori ambientali (traffico, sirene), dalle musiche della colonna sonora (di Giorgio Gaslini), dai canti dei comunisti e degli anarchichi che marciano per le strade: è come se quello che dicono i personaggi non contasse veramente, ma solo il loro "vissuto". Nel finale la sceneggiatura cerca comunque di riannodare le fila del discorso e di lanciare il suo messaggio: bisogna provare a resistere alla violenza con la forza della pace (quello che la protagonista non riesce a fare). Quanto allo stile, per tutto il film Jancsó fa ricorso a lunghissimi piani sequenza, il suo marchio di fabbrica, che terminano spesso con un primissimo piano del volto pensieroso o assorto della Vitti; e, in maniera davvero interessante, sceglie di usare come scenografie non le normali strade della città ma cortili, giardini e chiostri di alcuni luoghi particolarmente insoliti (la Rotonda della Besana, il Giardino della Guastalla, via Cavalieri del Santo Sepolcro, via Palestro, la Pinacoteca di Brera). Nella versione originale la pellicola terminava con la frase "Ma liberte c'est celle des autres", che capovolge e contraddice la celebre asserzione (di John Stuart Mill?) "La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri": ma poi il film venne rieditato (con il titolo "Smetti di piovere") e ridoppiato in maniera indecorosa e parodistica, eliminando il finale e "coprendo" i silenzi con parole, dialetti, battute e volgarità: un po' come accadrà anche con "Fritz il gatto".

28 maggio 2013

True lies (James Cameron, 1994)

True lies (id.)
di James Cameron – USA 1994
con Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'insaputa della moglie Helen e della figlia Dana, che lo credono un noioso rappresentante di computer, Henry Tasker (Schwarzy, al terzo film con Cameron dopo i due "Terminator") è in realtà un agente segreto che combatte in mezzo mondo contro il terrorismo. Ispirato a un film francese di tre anni prima ("La Totale!" di Claude Zidi), una commedia che mescola gli stereotipi del cinema d'azione (il riferimento diretto è 007: si pensi soltanto all'incipit, con la "mini-missione" in Svizzera, l'intrusione alla festa e la fuga sulla neve) con gli equivoci coniugali in stile hawskiano (tutta la parte centrale, quella in cui Henry sospetta dell'infedeltà di Helen, è sicuramente la migliore del film), e cui non manca nemmeno una punta di ironica misoginia. Se Schwarzy per una volta si sforza di recitare, a rubargli la scena è una strepitosa Jamie Lee Curtis nei panni di Helen, contemporaneamente comica e sexy: indimenticabile, per esempio, il suo spogliarello impacciato ma sensuale nella stanza d'albergo, davanti a un uomo che – a sua insaputa – è proprio suo marito. Spettacolari, comunque, le scene d'azione, talmente "cariche" nel comparto acrobazie, spari ed esplosioni (la sparatoria nei bagni, l'inseguimento fra il cavallo e la moto che culmina sulla terrazza dell'hotel, la fuga dalla base dei terroristi – così esagerata da sembrare una sequenza di "Commando" – e l'attacco finale con il jet contro il palazzo) da poter passare quasi per una parodia del genere come "Last Action Hero". Al momento della sua uscita si trattava di uno dei film più costosi mai prodotti (oltre 100 milioni di dollari), anche se a rivederla oggi si potrebbe definirla come la pellicola meno ambiziosa di Cameron, quasi una pausa di "leggerezza" fra un "Terminator 2" e un "Titanic". Il tema portante, annunciato sin dal titolo, è quello delle bugie: se uno dei talenti di una spia è proprio quello di saper mentire, per condurre la sua "doppia vita" Henry deve farlo tanto con i nemici che con la sua famiglia. Mente però anche Helen, che sogna una vita avventurosa a fianco del "belloccio" Simon (Bill Paxton); mente quest'ultimo, venditore di auto usate che si spaccia per spia pur di conquistare le sue prede femminili; e mentono, prima o poi, quasi tutti i personaggi. Ma le bugie si ritorcono più volte contro di loro, come quando Henry, per mettere alla prova la moglie e verificare se lei lo ama davvero, le fa credere di essere stata assoldata a sua volta come agente segreto, finendo però per coinvolgerla veramente nella sua lotta contro i terroristi arabi (a proposito: il muro di Berlino era crollato da poco, e dunque al posto dei soliti russi ecco che i cattivi sono islamici; ai tempi ci furono critiche per questa scelta, ma con il senno di poi il film – uscito sette anni prima dell'11 settembre – seppe davvero cogliere o anticipare i tempi; e proprio dopo l'attentato delle Torri Gemelle, Cameron mise da parte il progetto di realizzare un sequel, affermando che il terrorismo non era più un argomento da affrontare in maniera leggera). Battute memorabili: Helen che, dopo aver visto Schwarzy in azione, commenta: "Ho sposato Rambo!". Ed Henry che, alla moglie che gli chiede se abbia mai ammazzato qualcuno, risponde candidamente: "Sì, ma erano tutti cattivi". Nel cast anche Charlton Heston (il capo dell'agenzia segreta per cui lavora Henry), Art Malik (il capo della "Crimson Jihad"), Eliza Dushku (Dana, la figlia di Henry ed Helen) ma soprattutto la bella Tia Carrere (l'infida trafficante d'arte che lavora per i terroristi).

11 aprile 2013

20th Century Boys 1 (Yukihiko Tsutsumi, 2008)

20th Century Boys: l'inizio della fine (20-seiki shonen: honkaku kagaku boken eiga)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2008
con Toshiaki Karasawa, Takako Tokiwa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Nel 1969, quando erano bambini, Kenji e alcuni amici della scuola elementare si inventarono per gioco una storia in cui un'organizzazione malvagia avrebbe cercato di conquistare il mondo. Nel 1997, da adulti, scoprono che il misterioso guru di una setta (chiamato "l'Amico" e dal volto mascherato), sta mettendo in atto proprio quei piani che loro avevano immaginato, e si fregia del simbolo ideato a quei tempi. Che si tratti di uno dei loro compagni di gioco? Dal bellissimo fumetto di Naoki Urasawa, un adattamento cinematografico in tre parti (questo primo film "copre" i primi cinque volumi del manga) che, pur vantando una notevole fedeltà al materiale di partenza, non gli rende certo giustizia. Regia e attori sono da prodotto televisivo, e anche se il lavoro di casting non è per nulla da disprezzare (quasi tutti gli interpreti assomigliano parecchio alle loro controparti disegnate), come qualità complessiva sembra di assistere a un telefilm, anzi al riassunto condensato di qualche decina di puntate di un telefilm! A livello di trasposizione non si è voluto rinunciare quasi a nulla dell'intricatissimo plot, e dunque episodi ed eventi sono tutti fatalmente compressi: per chi non abbia già letto il fumetto, è facile perdersi nella miriade di personaggi, di accadimenti, di piccoli dettagli (nessuno dei quali è insignificante: si tratta di un vero puzzle di indizi, flashback e rivelazioni che si incastrano fra di loro), al punto che molti colpi di scena risultano anticlimatici e tanti particolari rischiano di andare perduti o sottovalutati nel marasma di informazioni fornite. Con il manga era possibile fermarsi, tornare indietro a rileggere una pagina, procedere con il ritmo che si desiderava e "assorbire" così ogni dettaglio prima di procedere al capitolo successivo. Qui invece, con gli episodi che si succedono senza pausa, manca persino il tempo di caratterizzare in maniera soddisfacente i tanti personaggi principali, figuriamoci quelli secondari. Peccato, perché gli spunti offerti dalla trama sono parecchi e non certo banali: l'alternanza fra i ricordi d'infanzia, ammantati di nostalgia ma anche offuscati dal tempo, e la triste quotidianità del presente; il giocare con i cliché dei manga stessi (pistole laser, robot giganti, organizzazioni criminali) che, quando diventano realtà, rivelano tutta la loro natura fasulla e artificiale; la grande umanità dei tanti personaggi (a partire proprio da Kenji, rocker mancato che ha dovuto mettere da parte sogni e ambizioni per lavorare nel negozio di famiglia e badare a Kanna, la figlia della sorella fuggita misteriosamente di casa) che si ritrovano a "fare gli eroi" in un mondo che rifiuta l'eroismo e favorisce invece l'arrivismo (la setta dell'Amico si ricicla in un partito politico, e vince pure le elezioni!); il senso e il valore dell'amicizia e della stessa parola "amico"; il tutto innestato in un thriller ad alta tensione, visto che sulla possibile identità dell'Amico si specula a più riprese (il mistero, naturalmente, non si risolverà che nell'ultimo episodio). Da notare che manca la scena iconica dei personaggi che vengono ricevuti e premiati alle Nazioni Unite, mentre vengono anticipate alcune sequenze ambientate nel 2015 (diminuendo di fatto la tensione durante l'attacco del robot nel capodanno del 2000: sappiamo già che il mondo non finirà). Il titolo dell'opera proviene dalla canzone rock "20th Century Boy" dei T-Rex.

20 dicembre 2012

Che bella giornata (G. Nunziante, 2011)

Che bella giornata
di Gennaro Nunziante – Italia 2011
con Checco Zalone, Nabiha Akkari
**

Visto in TV, con Sabrina.

Checco, pugliese trasferitosi in Brianza dove lavora come buttafuori in una discoteca, sogna di diventare Carabiniere ma viene regolarmente scartato ai colloqui. Grazie a una raccomandazione, riesce però a farsi assumere come addetto alla sicurezza presso la Curia di Milano, dove l’Arcivescovo lo incarica di controllare i turisti che salgono a visitare il Duomo. Una coppia di terroristi arabi, fratello e sorella, vorrebbe approfittare della sua ingenuità per portare una bomba sulle guglie e far esplodere la Madonnina: ma la ragazza, Farah (che si spaccia per studentessa di architettura, e della quale Checco si innamora a prima vista, al punto da portarla persino a conoscere la sua famiglia in Puglia), dopo aver sperimentato la sua amicizia e il suo buon cuore, rinuncerà a compiere l’attentato. Secondo film di Zalone come protagonista (dopo “Cado dalle nubi”) ed enorme successo al botteghino: ha addirittura superato “La vita è bella” come maggior incasso italiano di tutti i tempi (ed è rimasto dietro solo ad “Avatar”, superando dunque “Titanic”, fra le pellicole straniere). Un po’ troppo, forse, per un filmetto nulla più che simpatico e dalle gag non particolarmente memorabili, che puntano tutto sulla macchietta del meridionale buzzurro e caciarone, ignorante e superficiale, che combina guai a ripetizione come Mister Bean o l’ispettore Closeau (c’è anche uno pseudo-Dreyfus, il colonnello interpretato da Ivano Marescotti), del tutto inconsapevole di quello che accade attorno a lui. Ha però almeno il merito di non ripiegarsi sui soliti cliché della commedia all’italiana, di non scadere o eccedere nelle volgarità (come invece fanno i cinepanettoni), di non appoggiarsi su uno scontato lieto fine (Checco non coronerà la sua storia d’amore) e di affrontare con il sorriso sulle labbra temi di attualità italiana (le raccomandazioni, la famiglia) e globale (il terrorismo, la religione), risultando – alla resa dei conti – un inno alla tolleranza. Cameo del cantante pugliese Caparezza, “costretto” a esibirsi in brani ultrapopolari (come “Sarà perché ti amo”) al matrimonio della cugina di Checco.

4 aprile 2012

Romanzo di una strage (M. T. Giordana, 2012)

Romanzo di una strage (id.)
di Marco Tullio Giordana – Italia 2012
con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, uccidendo 17 persone e ferendone 88. I sospetti si dirigono inizialmente sugli anarchici: il 15 dicembre, durante un interrogatorio, Giuseppe Pinelli muore precipitando dalla finestra della questura milanese. In seguito si appurerà che l'attentato fu eseguito da terroristi eversivi di destra, con la complicità di servizi deviati dello stato (o addirittura di governi stranieri), per perseguire quella "strategia della tensione" volta a favorire l'adozione di politiche restrittive e autoritarie. Nel realizzare, a oltre quarant'anni di distanza, un film su vicende per le quali i cui colpevoli non sono mai stati puniti nelle aule dei tribunali (anche se la verità storica e le responsabilità sono ormai accertate), Giordana ricorre a un'impostazione misurata e rigorosa, evitando ogni tentazione di spettacolarità e le trappole del sensazionalismo tipico delle fiction tv, anche nelle scene più a rischio (come quelle con la vedova Pinelli). E per farlo rinuncia in parte sia al coinvolgimento emotivo dello spettatore sia al "tocco visionario dell'artista che rilegge la realtà facendola brillare di luce nuova", che erano presenti in altre sue opere che affrontavano temi legati alla storia recente dell'Italia, come "I cento passi" o "La meglio gioventù". Qui, come appunto in un romanzo d'inchiesta (il titolo della pellicola non è casuale), la vicenda è scansionata attraverso "capitoli" (con titoli rossi su fondo nero) che ne mostrano gli sviluppi con una grande cura nella ricostruzione ambientale e una forte attenzione alla struttura dell'indagine, senza invece scendere nei dettagli della situazione politica e sociale dell'epoca (di cui non vengono indagate le ragioni e i retroscena). Anche perché, dei tanti personaggi coinvolti, il regista sceglie – un po' sorprendentemente – di mantenere sempre il punto di vista del commissario Calabresi (interpretato con grande empatia da un ottimo Valerio Mastandrea): il film si conclude con il suo assassinio, e le successive risultanze delle indagini sono lasciate a sovrimpressioni prima dei titoli di coda. Bravi comunque tutti gli attori, a partire da Pierfrancesco Favino nei panni di Giuseppe Pinelli. Luigi Lo Cascio è il giudice Paolillo, Fabrizio Gifuni è Aldo Moro, Omero Antonutti è il presidente Saragat, Francesco Salvi è il tassista Rolandi. Nel finale la pellicola avanza la teoria del "doppio attentato", suggerita dal controverso libro "Il segreto di Piazza Fontana" di Paolo Cucchiarelli (da cui il film è liberamente tratto), mentre non chiarisce né mostra fino in fondo cosa accadde nella stanza del commissariato in occasione della morte di Pinelli.