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31 dicembre 2022

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
di Mel Brooks – USA 1974
con Gene Wilder, Marty Feldman
****

Rivisto in DVD.

Il dottor Frederick von Frankenstein (Gene Wilder), nipote del celebre scienziato che anni prima creò il famigerato mostro, non sembra interessato a seguire le tracce del suo antenato, di cui quasi si vergogna (tanto da cambiare la pronuncia del suo stesso cognome). Almeno fino a quando non entra in possesso del suo diario, con le indicazioni dettagliate su come dare vita alla creatura. A quel punto, la tentazione di riprodurne gli esperimenti sarà troppo forte per resisterle... Pare che l'idea di realizzare una parodia del classico "Frankenstein" di James Whale (includendovi anche elementi dei successivi sequel, in particolare "La moglie di Frankenstein", da cui proviene la scena dell'eremita cieco, e "Il figlio di Frankenstein", da cui deriva il personaggio dell'ispettore Kemp) sia stata di Wilder, co-sceneggiatore del film insieme a Mel Brooks (al quarto lungometraggio: è senza dubbio il suo capolavoro). Grazie all'eccellente cast di interpreti, alla qualità delle battute, alla riproduzione delle atmosfere dell'originale (mediante la fotografia in bianco e nero, lo stile di inquadrature degli anni trenta, la colonna sonora e persino il riutilizzo di alcune scenografie dell'epoca, come le attrezzature del laboratorio realizzate da Kenneth Strickfaden), il risultato è al tempo stesso avvincente ed esilarante, da considerare una delle migliore parodie (nel senso che non stravolge o banalizza il materiale di cui si prende gioco, ma gli rende un fedele e affettuoso omaggio, con una stupefacente attenzione ai dettagli) e uno dei film più divertenti di tutti i tempi, tanto nella versione originale quanto in quella italiana, splendidamente adattata da Mario Maldesi, le cui battute (spesso "rimodellate") sono a tratti persino più memorabili di quelle originali (a partire dal leggendario "Lupo ululà... Castello ululì"). Grazie anche agli eccellenti doppiatori (come Oreste Lionello su Frankenstein, Gianni Bonagura su Igor, Livia Giampalmo su Inga), tantissime gag, semplici frasi o scambi di battute sono rimaste impresse nelle orecchie, nella memoria e nell'immaginario degli spettatori italiani, come ben pochi altri film possono vantare. Da "Si... può... fare!" a "Che lavoro schifoso!" - "Potrebbe essere peggio" - "E come?" - "Potrebbe piovere!"; da "Ma è un malocchio questo!" - "E questo no?" a "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"; da "Rimetta... a posto... la candela!" a "Presto! Dategli un... sedadavo!", e potrei continuare per ore, citando praticamente tutto il film (senza dubbio uno dei lungometraggi più "citabili" di sempre!). A proposito dell'adattamento italiano, consiglio la lettura del bell'articolo di Evit pubblicato sul suo blog "Doppiaggi italioti". Dicevamo del cast: al fianco dell'ottimo Wilder, estremamente espressivo nel ruolo dello scienziato pazzo, c'è uno straordinario Marty Feldman nei panni del servo Igor ("Gobba? Quale gobba?"), forse il personaggio più divertente del film (è il suo ruolo più noto). Il mostro è interpretato da Peter Boyle, che gli dona un vasto range di emozioni e stravolge in chiave comica i manierismi che furono di Boris Karloff. Non è da meno il comparto femminile, che comprende Teri Garr (l'assistente Inga: "Allora avrebbe un enorme Schwanzstück!"), la sempre meravigliosa Madeline Kahn (Elizabeth, la fidanzata del dottore, che nel finale sfoggia le celebri mèches de "La moglie di Frankenstein") e Cloris Leachman ("Frau Blucher!", il cui nome è sempre seguito dal nitrire dei cavalli). Infine, da citare Kenneth Mars (l'ispettore Kemp) e naturalmente Gene Hackman (quasi irriconoscibile sotto il trucco dell'eremita cieco). Da notare che si tratta di uno dei rarissimi film di Mel Brooks in cui il regista non recita. Oltre alle gag verbali, non da meno sono quelle visive, alcune delle quali (spesso con protagonista Igor) facevano scoppiare dal ridere gli stessi attori sul set, costringendoli a rigirare intere scene. Fra le molte sequenze delle pellicole originali virate in parodia, oltre alla suddetta dell'eremita, da ricordare quella della bambina presso il lago. Il risultato è così divertente e, soprattutto, memorabile, che ormai è quasi impossibile guardare di nuovo i classici film della Universal senza ridere involontariamente a ogni scena. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura e il sonoro. Dal 2007 esiste anche un musical teatrale.

22 agosto 2022

Il talento di Mr. C (Tom Gormican, 2022)

Il talento di Mr. C (The unbearable weight of massive talent)
di Tom Gormican – USA 2022
con Nicolas Cage, Pedro Pascal
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Insoddisfatto di come procede la sua carriera, e in crisi nella relazione con la figlia sedicenne, Nicolas Cage (sé stesso) medita di abbandonare il cinema e, nel frattempo, accetta l'invito di un ricco fan, lo spagnolo Javi Gutierrez (Pedro Pascal), che lo ospita nella sua villa a Maiorca per discutere di una sceneggiatura da lui scritta. Ma si ritroverà al centro di un vero e proprio thriller, quando due agenti dell'FBI, sospettando che Javi sia un criminale internazionale, lo convinceranno a indagare per conto loro... L'idea dell'attore in crisi che interpreta sé stesso in una pellicola parodistica e auto-ironica non è certo nuova: qualche anno fa lo aveva fatto, per esempio, anche Jean-Claude Van Damme in "JCVD". Qui Gormican (anche sceneggiatore) gioca sul fatto che Cage ha la fama di non rifiutare quasi nessun ruolo e, pertanto, di apparire in moltissimi film, spesso di qualità discutibile, nonostante nella sua carriera non siano mancati lavori belli e importanti (fra i tanti che vengono citati in un modo o nell'altro durante la pellicola, "Face/Off" di John Woo e "Cuore selvaggio" di David Lynch, il cui protagonista – una versione giovane e ribelle dello stesso Cage – appare talvolta davanti agli occhi del suo alter ego per conversare con lui, come fosse la sua coscienza). Anche se l'idea è comunque carina e il divertimento non manca (toccante l'amicizia che Nick stringe con Javi, e spassose le scene in cui i due agiscono sotto effetto dell'LSD), alla resa dei conti il film è un po' piatto e meno dirompente di come avrebbe potuto essere senza il freno a mano tirato (per non parlare della commistione fra realtà e fantasia: alla fine non è chiaro se tutto ciò cui abbiamo assistito sia vero o sia cinema). Ma l'interpretazione di Cage, che parodizza più volte sé stesso e le proprie "doti sciamaniche d'attore", è ottima, come anche quella di Pascal. Il titolo italiano, che richiama "Il talento di Mr. Ripley", è più banale e meno evocativo di quello originale.

28 giugno 2021

Lego Batman - Il film (Chris McKay, 2017)

Lego Batman - Il film (The Lego Batman Movie)
di Chris McKay – USA/Danimarca 2017
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Spin-off di "The Lego Movie" dedicato a uno dei personaggi che più aveva suscitato simpatia in quella pellicola, ovvero la versione "mattoncino" di Batman, che rispetto alla sua controparte fumettistica è particolarmente sborone. Con un'elevata opinione di sé, e abituato a lavorare da solo, scoprirà di aver bisogno anche lui di un gruppo di amici, o di una "famiglia" (composta dal maggiordomo Alfred, dal "figlio adottivo" Dick alias Robin, e dalla nuova commissaria Barbara Gordon alias Batgirl), per sconfiggere il Joker e il nutrito gruppo di "supercattivi" (provenienti da differenti franchise: abbiamo fra gli altri Sauron, Voldemort, King Kong e i Dalek) che questi ha portato a Gotham dalla Zona Fantasma. Colorato, infantile e campy come il telefilm degli anni sessanta (che infatti è citato a più riprese: dal "bat-repellente per squali" alle onomatopee che appaiono durante le scazzottate), il film è divertente e non privo di gag e battute indovinate, anche se un po' troppo citazioniste; peccato però che il messaggio (l'importanza di una famiglia, appunto, e il fatto che l'unione faccia la forza) sia insistito eccessivamente, ripetuto in continuazione ed esplicitato allo sfinimento, dal primo all'ultimo fotogramma. Persino il rapporto fra Batman e Joker è rappresentato all'insegna della dipendenza dell'uno dall'altro (la loro è una vera e propria "relazione", che Batman all'inizio vuole negare e poi finisce per riconoscere). Come nel prototipo, l'animazione è tutta digitale (niente stop motion), il che a mio parere ne diminuisce il valore.

24 agosto 2020

Amore e guerra (Woody Allen, 1975)

Amore e guerra (Love and Death)
di Woody Allen – USA 1975
con Woody Allen, Diane Keaton
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

All'inizio dell'Ottocento, quando la Russia è invasa dall'esercito napoleonico, il pavido, ateo e pacifista Boris Grushenko (Allen) è costretto ad arruolarsi insieme ai suoi fratelli per combattere le forze nemiche. Diventato un eroe e tornato a Mosca, dopo aver battuto a duello un aristocratico, si sposa con la cugina Sonja (Keaton), da lui sempre amata. Insieme, i due cercheranno di uccidere Napoleone... Parodia di "Guerra e pace" di Tolstoj, che strizza però l'occhio anche a Dostoevskij (in una scena si menzionano praticamente tutti i titoli dei suoi romanzi) e al cinema di Ingmar Bergman (di cui cita dialoghi da vari film, scene da "Persona" e l'incontro con la Morte da "Il settimo sigillo") e di Eisenstein ("La corazzata Potëmkin" nella scena con i leoni e in quella della battaglia). Rispetto alle pellicole precedenti, Allen inizia ad abbandonare la comicità slapstick e fisica (presente ancora in un pugno di scene) per spostarsi su quella puramente verbale, fra battute nonsense, gag irriverenti e dialoghi verbosamente assurdi (come la presa in giro delle discussioni filosofiche). In effetti il film può essere considerato un punto di transizione fra i primi lavori e quelli che caratterizzeranno i decenni successivi. Colmo di paradossi e non sequitur, fu girato in Francia e Ungheria: ma l'esperienza si rivelò talmente problematica che il regista non realizzò più un film fuori dagli Stati Uniti nei successivi vent'anni (fino a "Tutti dicono I Love You" nel 1996). Fra le battute più divertenti: "Domattina alle sei verrò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevo essere giustiziato alle cinque ma ho un avvocato in gamba"; "D'ora in poi pulirai la mensa e le latrine! - "Signorsì, da che vedo la differenza?"; "Mi dicono matto... però un giorno, quando sarà scritta la storia della Francia, tra queste pagine non mancherà il mio nome: Pinco Pallino". James Tolkan è Napoleone (nonché il suo sosia), Olga Georges-Picot è la contessa. Nella colonna sonora si sentono brani di Prokofiev. Orso d'argento a Berlino.

14 agosto 2020

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... (W. Allen, 1972)

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) (Everything you always wanted to know about sex* (*but were afraid to ask))
di Woody Allen – USA 1972
**

Visto in divx.

Film a episodi, ispirato (quantomeno nel titolo e nella struttura a domanda e risposta dei vari segmenti) a un popolare saggio del sessuologo David Reuben, uscito nel 1969. I sette capitoli sono altrettante parodie, e spesso l'argomento accennato nella domanda è trattato in modo farsesco e paradossale. Allen recita soltanto in quattro dei sette segmenti. L'ultimo episodio salva il film, che negli altri segmenti risulta datato e poco divertente, interessante giusto per gli elementi culturali e il gioco parodistico di alcuni di essi (il terzo, sul cinema italiano; il quinto, sui quiz televisivi; e il sesto, sul cinema fantastico). Sui titoli di coda e di testa, un proliferare di conigli bianchi.

1. Gli afrodisiaci funzionano?
Nel medioevo, un giullare (Woody Allen) cerca di conquistare la regina del castello (Lynn Redgrave) per mezzo di una pozione magica, ma deve fare i conti con la sua cintura di castità e con la gelosia del re (Anthony Quayle). Ispirato ai Decamerotici, ma poco divertente.
2. Che cos'è la sodomia?
Un pastore armeno (Titos Vandis) confessa a un dottore (Gene Wilder) di essere innamorato di una pecora. Quando la vede, anche il medico se ne invaghisce e inizia una relazione clandestina con lei. Poco più che una barzelletta surreale. Wilder sprecato.
3. Perché alcune donne faticano a raggiungere l'orgasmo?
Gina (Louise Lasser), moglie bolognese del romano Faustino (Allen), riesce a soddisfarsi soltanto facendo l'amore in pubblico. L'intero segmento, in originale parlato in italiano, è un pretestuoso omaggio al cinema di Federico Fellini, di Michelangelo Antonioni e di Bernardo Bertolucci.
4. I travestiti sono omosessuali?
Un'anziana coppia fa visita ai genitori del fidanzato della loro figlia. L'uomo (Lou Jacobi), di nascosto, sale nella camera degli ospiti per provarsi i vestiti della futura consuocera, ma per non essere scoperto è costretto a fuggire in strada. L'episodio meno memorabile del lotto.
5. Cosa sono le perversioni sessuali?
In un quiz televisivo, i concorrenti devono indovinare quale sia la perversione dell'ospite della serata. In seguito, un altro ospite, un rabbino (Baruch Lumet), vede soddisfatti i propri feticismi, sempre in diretta tv. È una parodia del popolare gioco a premi "What's My Line?".
6. Gli studi sul sesso sono affidabili?
Un biologo (Allen) e una giornalista (Heather MacRae) fanno visita al dottor Bernardo (John Carradine), uno scienziato pazzo dedito a misteriosi esperimenti sul sesso. Fra questi, la creazione di una tetta gigante che semina terrore nella campagna circostante. Parodia dei film di mostri.
7. Cosa succede durante l'eiaculazione?
Dalla centrale operativa nel cervello vengono controllate tutte le funzioni corporee. In preparazione di un rapporto sessuale, gli spermatozoi (fra cui Allen) si preparano all'eiaculazione come dei paracadutisti pronti a essere lanciati da un aereo. Nella sala di controllo si riconoscono Tony Randall e Burt Reynolds. È senza dubbio l'episodio migliore, nonché il più celebre: anticipa non solo "Inside out" della Pixar, ma anche "Osmosis Jones" e serie come "Siamo fatti così".

18 luglio 2020

Che fai, rubi? (Woody Allen, 1966)

Che fai, rubi? (What's up, Tiger Lily?)
di Woody Allen [e Senkichi Taniguchi] – USA/Giappone 1966
con Woody Allen, Tatsuya Mihashi
*

Rivisto in divx.

Il primo film diretto da Woody Allen (che all'epoca vantava già una brillante carriera da autore, comico, cabarettista) è una vera sciocchezza, di quelle che tutti prima o poi provano a fare per gioco: il ridoppiaggio comico di un altro film, nella fattispecie una spy story giapponese, "Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi", quarto capitolo di una serie di spionaggio che già parodiava per conto suo le pellicole di James Bond. Allen ne stravolge il montaggio e ne modifica i dialoghi, trasformando la storia in una confusa lotta per il possesso di una ricetta per l'insalata di uova. Ma se l'idea poteva anche dare i suoi frutti, è sorprendente quanto il risultato sia poco (leggi: per nulla) divertente, del tutto privo di battute memorabili o di situazioni esilaranti. Peggio ancora, la produzione avrebbe aggiunto ulteriori scene all'insaputa di Allen (come quelle con i membri del gruppo musicale The Lovin' Spoonful, che firma la colonna sonora), gonfiando per la distribuzione cinematografica quello che inizialmente doveva essere uno special televisivo della durata di un'ora. E come se non bastasse, il doppiaggio italiano altera a sua volta i dialoghi e i nomi dei personaggi (il protagonista, chiamato Phil Moscowitz nella versione di Allen, diventa "James Tokio, agente 006", mentre le due fanciulle interpretate da Akiko Wakabayashi e Mie Hama, che erano le sorelle Suki Yaki e Teri Yaki, diventano delle più banali Rosie e Samantha). La ragazza che si spoglia sui titoli di coda è la playmate China Lee. Nel complesso una farsa noiosa, di interesse solo per i completisti di Allen, che lascia semmai con la curiosità di guardarsi il film giapponese originale.

14 luglio 2020

Insieme a Parigi (Richard Quine, 1964)

Insieme a Parigi (Paris when it sizzles)
di Richard Quine – USA 1964
con William Holden, Audrey Hepburn
**

Visto in TV.

Lo sceneggiatore americano Richard Benson (Holden), alcolista, donnaiolo e disilluso, deve scrivere in soli due giorni la sceneggiatura per il film "La ragazza che rubò la Torre Eiffel" che gli era stata commissionata mesi prima dal produttore Meyerheim (Noël Coward). Ad aiutarlo, nel suo appartamento di Parigi, arriva la spigliata dattilografa Gabrielle Simpson (Hepburn). Insieme i due improvviseranno la trama del film (che si svolge tutto in un solo giorno, la festa nazionale del 14 luglio), cambiandone continuamente mood e direzione con improbabili svolte e colpi di scena, mentre sia i personaggi dello script (che sono dei loro alter ego, Rick e Gaby) sia loro stessi finiranno per innamorarsi. Remake di una commedia francese del 1952 ("Henriette" di Julien Duvivier) adattata da George Axelrod, una confusa parodia del cinema hollywoodiano e dei suoi vari generi (sono attraversati tutti, dal romantico allo spionaggio). Anche se al pastiche non mancano fantasia e dialoghi spigliati e sopra le righe, il suo punto di forza sono soprattutto i due interpreti, che avevano già recitato insieme dieci anni prima in "Sabrina". Fra le cose più divertenti ci sono gli strali che l'idiosincratico sceneggiatore lancia contro i film impegnati ("dove non succede mai niente") o contro gli attori (riservando continue figuracce o umiliazioni a Tony Curtis, qui costretto in un ruolo secondario). Molti inoltre i riferimenti espliciti ad altri film di Audrey Hepburn (da "Colazione da Tiffany" a "My fair lady"). Grégoire Aslan è l'ispettore Gilet, l'acerrimo nemico del "ladro internazionale" Rick nel film, mentre Raymond Bussières è uno dei gangster. Breve cameo per Marlene Dietrich. Il titolo originale proviene da un verso di una canzone di Cole Porter. Mentre si trovava a Parigi, la Hepburn girò di seguito anche un altro film, "Sciarada" di Stanley Donen. L'anno successivo Quine firmerà un'altra pellicola che gioca a mescolare la fantasia di uno scrittore (stavolta di fumetti) con la realtà, "Come uccidere vostra moglie".

23 gennaio 2020

Monty Python e il sacro Graal (Gilliam, Jones, 1975)

Monty Python e il sacro Graal (Monty Python and the Holy Grail)
di Terry Gilliam, Terry Jones – GB 1975
con Graham Chapman, John Cleese
***1/2

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli, per ricordare Terry Jones.

Il primo lungometraggio vero e proprio del gruppo comico britannico dei Monty Python (composto da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin), dopo la raccolta di sketch "E ora qualcosa di completamente diverso", è una parodia dei miti di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, le cui vicende sono trasposte in un medioevo cupo, sporco e del tutto privo del glamour tipico dei lungometraggi hollywoodiani: un medioevo la cui natura fittizia è però rivelata a più riprese, segnatamente nel finale in cui la pellicola viene interrotta bruscamente e sul più bello dall'arrivo della moderna polizia che arresta gli attori e la troupe. Il risultato è un capolavoro di umorismo nonsense, comicità surreale e corrosiva, ironia british e non sequitur, che si alternano su un canovaccio che segue i vari personaggi impegnati nella ricerca del Santo Graal, compito affidato loro direttamente da Dio (che appare in animazione: i disegni e i cartoon sono, come sempre, opera di Terry Gilliam). Tutti i membri del gruppo interpretano diversi ruoli, anche en travesti: ma in particolare Chapman è Re Artù, Gilliam è lo scudiero Patsy (nonché "il vecchio della scena 24", ovvero il guardiano del Ponte della Morte che pone tre domande a chi cerca di passare), Cleese è il coraggioso ma troppo impulsivo Lancillotto (ma anche il bizzarro soldato francese che insulta Artù nei modi più assurdi e inventivi, o lo stregone Tim), Idle è il codardo Sir Robin (sempre seguito da una flotta di menestrelli che ne cantano le "gesta"), Jones è l'astuto Sir Bedevere (che per espugnare un castello escogita la costruzione di un "coniglio di Troia", dimenticandosi però che qualcuno doveva nascondervisi dentro) nonché l'effemminato principe Herbet, e Palin è Sir Galahad "il casto", nonché il capo dei cavalieri che dicono "Tiè!" (ma nell'originale dicono "Ni!"). La povertà del budget dà origine a grandi trovate creative: a parte l'uso dell'animazione, da ricordare le noci di cocco che vengono sbattute fra loro per simulare gli zoccoli dei cavalli (un "trucco" che viene scopertamente commentato in una delle prime scene del film), e le scenografie ripetute (i castelli diroccati, tutti uguali, immersi nelle brughiere scozzesi). Innumerevoli comunque le gag, tanto stupide, surreali o grottesche quanto memorabili, sin dai titoli di testa con i loro farlocchi sottotitoli in "svedese" (interrotti più volte dal licenziamento e dalla sostituzione dei responsabili): la discussione sulle rondini che trasportano noci di cocco, il duello contro il Cavaliere Nero, il castello assediato che risponde a colpi di vacche, il cavaliere con tre teste, le due guardie che devono sorvegliare il figlio del re per non farlo uscire dalla stanza, il coniglio feroce a guardia della caverna, il castello di Aaargh, la santa granata... Per la prima volta il gruppo dei Monty Python decide di non ricorrere a un regista esterno (come Ian MacNaughton, che aveva diretto i loro sketch precedenti) ma di fare tutto in famiglia: la pellicola segna così l'esordio alla regia sia per Gilliam (destinato poi a una brillante carriera dietro la macchina da presa) che per Jones. Diventato di culto in patria e negli Stati Uniti, il film ha dato origine anche a un musical teatrale, "Spamalot". Il doppiaggio della versione italiana, a lungo nota semplicemente con il titolo "Monty Python", realizzato dagli attori della compagnia teatrale del Bagaglino (fra cui Oreste Lionello, Bombolo e Pippo Franco), fa ampio uso di dialetti regionali e modifica diverse battute, spesso con allusioni sessuali (in ossequio al genere "boccaccesco" che andava di moda in quel periodo), per fortuna senza alterare più di tanto il senso della storia.

5 novembre 2019

Leningrad Cowboys meet Moses (Aki Kaurismäki, 1994)

Leningrad Cowboys meet Moses
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Germania/Francia 1994
con Matti Pellonpää, Kari Väänänen
**

Visto in divx, in originale.

Sperduti nel deserto messicano alla fine del film precedente, i Leningrad Cowboys ("la peggior banda di rock'n'roll del mondo") ritrovano il loro vecchio manager Vladimir (Pellonpää), che ora si fa chiamare Mosé, sfoggia una lunga barba nera e dichiara di essere stato inviato per ricondurre il suo popolo in patria. Si lasciano così convincere a ripartire per l'Europa, dove, a bordo di un vecchio pulmino rosso, attraverseranno vari paesi (dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia) diretti verso l'ex (ma tuttora esistente) Unione Sovietica. Sulle loro tracce c'è però un agente della CIA (André Wilms), che li insegue perché Vladimir/Mosé ha rubato il naso della Statua della Libertà (!), e che si unisce al gruppo spacciandosi per il profeta Elia... Dopo il brillante "Leningrad Cowboys go America", ecco un sequel divertente ma assai meno significativo, nonostante le bizzarrie non manchino (così come la parodia degli eventi biblici: vedi Mosé che cammina sulle acque). I membri del gruppo (nato dalla fantasia di Kaurismäki, ma che nel frattempo era diventato una vera rock band) – divisi tra i dipartimenti "messicani", con tanto di poncho, sombreri e baffoni, e "sovietici", con uniformi militari e medaglie – interpretano sempre sé stessi, con gli inconfondibili ciuffi a punta, affiancati da un pugno di attori cari al regista (Kari Väänänen è ancora l'accompagnatore muto, che li tira spesso fuori dai guai). Ma tutto sembra meno nostalgico e più fine a sé stesso: non a caso il film, a differenza del prototipo, non ha avuto la stessa fama (non è nemmeno stato distribuito in Italia) e rimane tuttora il meno noto di tutti i lavori di Kaurismäki. Impagabili comunque i dialoghi in un inglese rudimentale e maccheronico, che accentuano il senso di spaesamento, e la consueta ironia minimalista, straniante e surreale. Nello stesso anno Kaurismäki dirigerà il primo film-concerto del gruppo, "Total Balalaika Show".

7 dicembre 2018

Ridere per ridere (John Landis, 1977)

Ridere per ridere (The Kentucky Fried Movie)
di John Landis – USA 1977
con Evan Kim, Bong Soo Han
**

Rivisto in divx.

Il secondo film di John Landis, scritto dal trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker, all'esordio cinematografico: fino ad allora avevano lavorato solo in teatro, firmandosi come The Kentucky Fried Theater, da cui il titolo originale della pellicola, che ovviamente fa il verso a una celebre catena di fast food) è una parodia della programmazione di un canale televisivo, con tanto di telegiornali, programmi di attualità, dibattiti, film e persino finte pubblicità. L'idea è forse ispirata a "The Groove Tube" di Ken Shapiro (1974, inedito in Italia): da notare che Landis, insieme ad altri registi, ripeterà l'esperimento nel 1987 con "Donne amazzoni sulla Luna". Trattandosi essenzialmente di un collage di sketch spesso scollegati fra loro, il risultato è diseguale: il film è composto per lo più da gag demenziali, volgari, nonsense o semplicemente stupide, giochi di parole puerili (molti dei quali andati persi nel doppiaggio italiano), nudità femminili gratuite e scenette di cattivo gusto. Ma ha anche dei difetti. No, parlando seriamente: oggi, in epoca di political correctness, sarebbe forse impossible realizzare un film come questo per il circuito mainstream (e senza il divieto ai minori!). E in mezzo all'anarchia e al trash si annidano perle di geniale umorismo, quasi da teatro dell'assurdo, che non sfigurerebbero in uno sketch dei Monty Python (la mia preferita è la scena dei prigionieri nelle gabbie all'interno del film "Per un pugno di yen": "Sono relitti che non sanno dove sono e non gliene importa..."). Fra le gag da ricordare: la rubrica dell'oroscopo, con il tormentone dei nati sotto il segno dei gemelli che devono "aspettarsi l'inaspettato" (e per tutto il film vengono colpiti da frecce vaganti); la proiezione del film "con gli effetti speciali" realizzati direttamente in sala dalle maschere del cinema; la pubblicità dell'Unione Amici della Morte, che suggerisce di reinserire i defunti nella società; il documentario sull'ossido di zinco; i finti trailer di pellicole in arrivo (tutte prodotte dal fittizio Samuel L. Bronkowitz, al cui nome si ispirerà il gruppo comico italiano Broncoviz), che appartengono ai generi di serie B più in voga negli anni '70: l'erotico soft-core ("Liceali cattoliche in calore"), il catastrofico ("Il giorno del giudizio"), la blaxploitation ("Cleopatra Schwartz"). E naturalmente la parte del leone (ovvero la "fetta" più consistente della pellicola, visto che dura oltre 30 minuti, ma anche il segmento più riuscito) è data dal suddetto "Per un pugno di yen", spoof de "I tre dell'operazione drago" e in generale di tutto il cinema di arti marziali, anche se il finale a sorpresa sconfina in un'altra celebre pellicola classica. Evan Kim è Loo, parodia di Bruce Lee, mentre il fantastico Bong Soo Han è il suo arcinemico Dottor Klahn (che, nella scena in cui parla in coreano, chiede scusa agli spettatori che conoscono questa lingua). per il resto, per tutto il film sono distribuiti camei e comparsate di attori noti come Donald Sutherland, George Lazenby, Bill Bixby e lo stesso John Landis. Nella scena al cinema si può notare il poster del suo primo film, "Slok".

1 novembre 2018

Bio-zombie (Wilson Yip, 1998)

Bio-zombie (Sheng hua shou shi)
di Wilson Yip – Hong Kong 1998
con Jordan Chan, Sam Lee, Angela Tong
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I commessi di un centro commerciale – fra i quali Woody Invincible (Jordan Chan) e l'amico Crazy Bee (Sam Lee), impiegati di un negozio di Video CD pirata, e Rolls (Angela Tong), ragazza che lavora in un beauty shop – devono far fronte a un'epidemia di zombie scatenata da un'arma chimica irachena (!). Il primo film a portare Wilson Yip all'attenzione della critica comincia come una parodia del genere (sui titoli di testa ci sono addirittura spettatori che parlano fra loro), con personaggi comici o sgangherati e situazioni che fanno il verso al classico "Zombi" di Romero (quello ambientato, per l'appunto, in un grande magazzino). Ma pur essendo girato con un budget poverissimo (siamo di fronte a un vero e proprio B-movie che non si fa scrupolo di sconfinare nel trash) e presentando la stessa vena dissacrante di titoli come "L'alba dei morti dementi" ("Shaun of the dead") e delle prime pellicole di Peter Jackson ("Splatters - Gli schizzacervelli"), man mano che la storia procede ci rendiamo conto di stare assistendo ad uno zombie movie con tutte le carte in regola, con energia e ritmo da vendere, e che le battute e gli sberleffi non vanno a detrimento della tensione. Il bel finale nichilista, infine, suggella il tutto. Come in Romero, l'ambientazione vuole far riflettere sulla società consumistica, e gli zombie continuano a compiere le stesse azioni che facevano quando erano umani: mangiare, fare shopping, cercare l'amore della propria vita. Non mancano riferimenti al mondo dei videogiochi (con schermate che presentano i personaggi e scritte in sovrimpressione sullo schermo).

24 agosto 2018

Basil l'investigatopo (aavv, 1986)

Basil l'investigatopo (The Great Mouse Detective)
di Ron Clements, Burny Mattinson, David Michener,
John Musker – USA 1986
animazione tradizionale
**

Rivisto in TV.

Parodia "topesca" di Sherlock Holmes, ispirata a una serie di libri per bambini di Eve Titus e ambientata nella Londra vittoriana. Basil (il nome è un omaggio all'attore Basil Rathbone, che interpretò proprio il personaggio di Conan Doyle in una serie di film degli anni trenta e quaranta) è un topo detective, la cui tana è situata proprio sotto l'appartamento del "vero" Sherlock in Baker Street. A lui si rivolge la piccola Olivia, il cui padre – un giocattolaio – è stato rapito da un misterioso pipistrello. Insieme al dottor Topson, Basil scoprirà che dietro il rapimento c'è il malvagio Professor Rattigan, che intende costringere il padre di Olivia a costruire un robot con le fattezze della Regina per trasferire a sé tutti i suoi poteri. Cartone animato senza infamia e senza lode, ma con alcuni meriti: nella sua semplicità (e poca originalità: qualche anno prima c'era stato lo Sherlock Holmes "canino" di Hayao Miyazaki, e la stessa Disney aveva realizzato una parodia a fumetti del personaggio con le storie di Ser Lock) è comunque gradevole e accattivante, e contribuì a rimettere in carreggiata il reparto animazione della Disney che negli anni precedenti aveva vissuto tempi grigi, toccando il fondo con il colossale flop di "Taron e la pentola magica". Tanto che il nuovo management dell'epoca, proprio in virtù del moderato successo di "Basil" (e del contemporaneo "Fievel" di Don Bluth), si convinse a dare il via libera a nuovi progetti, e questo portò al Rinascimento Disney a partire dal 1989 con "La sirenetta". Fra i quattro registi, oltre al veterano Mattinson e al misconosciuto Michener, figurano proprio i due nomi che più di altri saranno legati al periodo successivo, ovvero la coppia Clements-Musker (che dirigeranno, oltre alla "Sirenetta", anche "Aladdin" ed "Hercules"). Musiche di Henry Mancini, con alcune canzoni non proprio eccezionali. I personaggi, naturalmente, sono tutti corrispettivi di quelli delle reali storie di Holmes. Fra i doppiatori originali, spicca Vincent Price nel ruolo del cattivo. Nella scena del duello all'interno del Big Ben, gli ingranaggi in movimento sono stati disegnati al computer in wireframe.

21 agosto 2016

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)

Per favore, non mordermi sul collo!
(The Fearless Vampire Killers)
di Roman Polanski – GB/USA 1967
con Roman Polanski, Jack MacGowran
**

Rivisto in DVD.

Il professore Abronsius (MacGowran) e il suo assistente Alfred (lo stesso Polanski, non accreditato) giungono in Transilvania a caccia di vampiri. Sara (Sharon Tate), la figlia del proprietario della locanda dove i due alloggiano, viene rapita durante la notte dal Conte von Krolock (Ferdy Mayne). Per salvarla, Abronsius e Alfred si introducono nel castello del Conte, scoprendo che si tratta di un vampiro: ma riusciranno a sfuggire alla sua sete di sangue? Al suo primo film ad alto budget, Polanski scrive (con Gérard Brach), dirige e interpreta una parodia del filone horror dei vampiri, prendendo spunto sorpattutto dai tanti cliché delle pellicole inglesi della Hammer. Peccato che proprio le gag non siano particolarmente divertenti: in generale non ho mai amato i film di genere o comico-avventurosi del regista polacco (credo che questo e "Pirati" siano i suoi due lavori peggiori). Fra le cose migliori, sicuramente la fotografia (di Douglas Slocombe) e in generale la confezione (i costumi, le scenografie). Girato, non senza difficoltà produttive, a Ortisei e nelle Dolomiti. Per molti versi sembra un fumetto alla "Alan Ford", con personaggi pasticcioni, pavidi, straccioni e pezzenti (il professore, l'assistente, il locandiere che viene vampirizzato a sua volta, il figlio gay del Conte) e un umorismo di grana grossa, amplificato dalle scelte del distributore americano che aggiunse un'introduzione animata e fece ridoppiare alcuni personaggi con una voce più goffa e da cartoon (il professor Abronsius su tutti). Il titolo di lavorazione (mantenuto nel musical che dal film fu tratto) era "Dance of the Vampires". Sharon Tate, che indossa una parrucca rossa, sostituì all'ultimo momento la prima scelta Jill St. John e divenne poco dopo la moglie di Polanski.

3 dicembre 2015

Mars attacks! (Tim Burton, 1996)

Mars Attacks! (id.)
di Tim Burton – USA 1996
con Jack Nicholson, Pierce Brosnan
*1/2

Rivisto in DVD.

Con una flotta di dischi volanti, i marziani giungono sulla Terra. Sono brutti, cattivi e guerrafondai, e approfittano dell'ingenuità dei terrestri (che provano a intavolare relazioni di pace) per seminare morte e distruzione. Saranno sconfitti dalle note di una canzone degli anni '50, "Indian Love Call" di Slim Whitman, la cui frequenza in falsetto fa esplodere loro il cervello. Una pellicola ispirata a una collezione di figurine (le omonime trading cards pubblicate dalla Topps nel 1962) non poteva che rivelarsi una sciocchezza, soprattutto se a portare sullo schermo la sgangherata sceneggiatura di Jonathan Gems c'è un regista ipocrita e incorerente come Tim Burton, incapace di andare fino in fondo con la cifra stilistica demenziale e la black comedy. In mezzo a tanti personaggi idioti ci sono infatti un pugno di character "seri" (su tutti il pugile nero che lavora a Las Vegas, ma anche i suoi due figlioletti e la figlia del presidente) che ovviamente si riveleranno degli eroi. A salvare la situazione, nella maniera più scontata, sono infatti i "losers", come il ragazzino di campagna e la sua nonna rimbambita, mentre i potenti della terra (il presidente, lo scienziato, i militari) fanno solo figure da fessi. Per il resto, il film non è altro che un susseguirsi di scene di distruzione ridicole e infantili, che vorrebbero prendere in giro il filone fantascientifico degli anni '50 e '60 (d'altronde, visto il materiale di origine, quella è l'estetica dei marziani – resi con una computer grafica assai cartoonistica – e dei loro dischi volanti) e magari fare satira sui tempi moderni, ma con un'ironia spuntata e superficiale, ripetitiva e mai veramente divertente. E come nel coevo "Independence Day" (che però era un film "serio", il che non lo rende migliore di questo, intendiamoci), l'emergenza aliena sembra una questione del tutto americano-centrica (le tre scene con i francesi, il Taj Mahal e l'isola di Pasqua non sono altro che delle gag estemporanee). Il vastissimo cast (la pellicola è di fatto corale) comprende fra gli altri Jack Nicholson (in un doppio ruolo: il presidente degli USA e un imprenditore di Las Vegas), Glenn Close (la first lady), Pierce Brosnan (lo scienziato), Annette Bening (la fanatica new age), Sarah Jessica Parker (la conduttrice tv che viene rapita dai marziani), Jim Brown (l'ex pugile di cui sopra), Lukas Haas (il ragazzo del Kansas), Sylvia Sidney (sua nonna, all'ultima apparizione sullo schermo), Natalie Portman (la figlia del presidente). E ancora: Rod Steiger (il generale), Martin Short (il segretario del presidente), Michael J. Fox (un reporter), Danny DeVito (il giocatore d'azzardo), Lisa Marie (la donna marziana), Pam Grier, Jack Black, Janice Rivera, Paul Winfield, Joe Don Baker e il cantante Tom Jones nei panni di sé stesso. Per non contare i camei di Jerzy Skolimowski (lo scienziato che inventa il traduttore) e Barbet Schroeder (il presidente francese). Per quanto mi riguarda, una solenne stupidata nonché uno dei peggiori film di Burton, sicuramente il più brutto prima del 2000.

20 aprile 2015

Il grande Lebowski (Joel Coen, 1998)

Il grande Lebowski (The Big Lebowski)
di Joel Coen – USA 1998
con Jeff Bridges, John Goodman
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Los Angeles: un uomo viene incaricato da un miliardario paraplegico di indagare su una scomparsa e un ricatto relativo a una giovane donna della sua famiglia. Le indagini porteranno alla luce una complicata ragnatela di complotti e intrighi, coinvolgendo numerose altre persone, alcune delle quali legate al mercato della pornografia. Stiamo parlando de "Il grande sonno" di Raymond Chandler? No, di una sua grottesca parodia, al tempo stesso omaggio e distorsione (sin dal titolo), che rappresenta non solo il miglior film dei fratelli Coen (e fin qui ci voleva poco: chi mi segue, sa bene che non li amo affatto) ma anche una delle pellicole più significative del cinema americano degli anni novanta (nonostante il flop al botteghino: all'epoca i Coen non erano ancora i beniamini di critica e pubblico). E questo grazie soprattutto a un protagonista indimenticabile, a una serie di comprimari sopra le righe (al punto da sfiorare la macchietta) e a una sceneggiatura a modo suo quasi perfetta, che accatasta dialoghi e situazioni ricche di un'ironia surreale e grottesca, all'insegna della stravaganza ma anche dell'understatement, della controcultura retrò e di un superficiale esistenzialismo. Ambientato all'inizio del decennio, ai tempi in cui gli Stati Uniti erano coinvolti nella prima Guerra del Golfo (c'è anche una comparsata onirica per Saddam Hussein), il film segue le vicende dell'ex hippy Jeffrey Lebowski, detto "Drugo" ("The dude" in originale): personaggio pigro, indolente, rinunciatario, fuori dagli schemi e libero dalle preoccupazioni, che fra uno spinello, un white russian e una partita a bowling con gli amici (Walter, iracondo reduce del Vietnam, e Donny, sempliciotto e clueless) si ritrova coinvolto negli affari di un suo omonimo – il miliardario di cui sopra – quando due sconosciuti entrano in casa sua, avendolo scambiato con "l'altro" Lebowski, e urinano sul suo tappeto. Recatosi nella villa del riccone per chiedere un improbabile risarcimento ("Quel tappeto dava un tono all'ambiente"), Drugo viene convinto da Lebowski a fare da "corriere" per consegnare il riscatto ai presunti rapitori della sua giovane moglie Bunnie. Il maldestro intervento di Walter (convinto che la ragazza si sia "rapita da sola") complicherà le cose, e la vicenda finirà con coinvolgere anche Maude, figlia di prime nozze del miliardario, femminista nonché stravagante artista concettuale; Jackie Treehorn, il re della pornografia di Los Angeles; e un trio di bizzarri "nichilisti tedeschi".

Lontano anni luce dalla figura dell'investigatore privato alla Marlowe, ovvero cinico e scaltro (le poche volte che prova a fare qualcosa di "intelligente", come nelle scene in cui vuole inchiodare la porta o recuperare un'informazione da un taccuino di appunti, ne escono risultati comici), Drugo (interpretato da un fenomenale Jeff Bridges) è un personaggio marginale e rassegnato, pacato e anarchico, fondamentalmente buono, refrattario a ogni tentazione (alle fascinazioni del denaro, del potere, dell'autorità, delle convenzioni sociali), e con la mente spesso troppo annebbiata dalle droghe o dall'alcol per poter riflettere adeguatamente sulla confusa situazione in cui si trova, tanto da ritrovarsi perennemente in balia degli eventi (frase mitica: "Ci sono un sacco di input e di output... Ma fortunatamente io rispetto un rigido regime di droghe per mantenere la mente flessibile"). Disoccupato e senza ambizioni, l'unico suo vero interesse sembra essere quello di giocare a bowling con gli amici; e proprio il bowling diventa spesso una metafora dell'intera esistenza, tanto da venire rappresentato anche nei sogni e nelle visioni del Drugo nei brevi momenti in cui perde conoscenza (qui la regia dei Coen raggiunge vette surreali). L'amico Walter (John Goodman) lo compensa e lo completa; opposto, istintivo, schizzato, bipolare, a volte ostenta un eccessivo rispetto delle leggi ("Questo non è il Vietnam, è il bowling, ci sono delle regole!") e in altre parte per la tangente. Il ricchissimo cast è completato da Steve Buscemi (Donny: "Obladì, Obladà..." "Non Lennon, Lenin!"), protagonista involontario di una delle scene più celebri, lo spargimento delle ceneri nel finale; David Huddleston (il Lebowski miliardario); Julianne Moore (Maude); John Turturro (Jesus, il giocatore rivale di bowling: vista la sua introduzione avrebbe meritato decisamente più spazio, ma anni dopo Turturro lo renderà protagonista di uno spin-off); Philip Seymour Hoffman (il segretario); Tara Reid (Bunnie); Ben Gazzara (Treehorn); Peter Stormare (uno dei nichilisti). Ma ci sono anche David Thewlis (il video-artista Knox Harrington) e Sam Elliot (il cowboy narratore, figura che francamente lascia il tempo che trova e che ben rappresenta quello che non mi piace dei due fratelli). Fra le tante citazioni, da segnalare quelle da "La Bella e la Bestia" ("Il signor Lebowski si è chiuso nell'ala ovest") e da "Full Metal Jacket" (lo sceriffo di Malibu). Alcuni personaggi e situazioni (come il compito di scuola del quindicenne ritrovato nell'auto rubata) sono stati ispirati ai Coen da eventi realmente accaduti a loro amici.

6 aprile 2015

The Lego Movie (P. Lord, C. Miller, 2014)

The Lego Movie (id.)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA/Danimarca 2014
animazione digitale
***1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il malvagio Lord Business è entrato in possesso del Kragle, l'arma segreta che gli consentirà di governare e distruggere tutti i regni che compongono il multiverso. A contrapporsi a lui, secondo una profezia, può essere solo lo "speciale", ovvero colui che troverà il "pezzo forte" ("piece of resistance" nella versione originale), l'unico oggetto capace di fermare i piani del cattivo. A sorpresa, l'eletto risulta essere Emmet, un semplice operaio della città di Bricksburg, "uomo medio" ordinario in tutto e per tutto e apparentemente privo di spirito di iniziativa e intraprendenza: è infatti del tutto integrato nella società creata da Business, che si regge sull'omologazione e sulla soppressione di qualsiasi forma di creatività (e dove anche l'intrattenimento popolare concesso alle masse segue schemi fissi e imposti dall'alto, come si nota nei tormentoni della canzone "È meraviglioso" e dello show televisivo "Dove sono i miei pantaloni?"). Business è infatti ossessionato dall'ordine, dal rispetto delle regole e dalla ricerca della "perfezione": anche per questo motivo ha separato i mondi l'uno dall'altro, per impedire a cose e personaggi diversi di interagire fra loro. Emmet si unirà a un gruppo di ribelli di diversa provenienza che si oppongono al dittatore: ma per avere la meglio su di lui, dovrà uscire dalla propria dimensione e incontrare, metafisicamente, il proprio demiurgo, "l'uomo che sta in alto"... Originale pellicola (che segna il ritorno della Warner Bros al cinema di animazione a oltre dieci anni di distanza dall'ultimo tentativo) ispirata ai celebri mattoncini da costruzione, "The Lego Movie" è un film che funziona su molteplici livelli, di cui la storia è soltanto il primo e il più superficiale (anche perché, a ben vedere, è una trama inventata sul momento da un ragazzino che gioca con i suoi Lego: si spiegano così i crossover e la comparsata di personaggi di franchise differenti – i supereroi della DC Comics, Star Wars, il Signore degli Anelli, Harry Potter, i giocatori della NBA... – o i tanti luoghi comuni dei film di avventura; il bambino gioca con i pezzi a sua disposizione e non si fa scrupolo di mescolare personaggi che non hanno nulla a che fare gli uni con gli altri, o di sovracaratterizzarli in maniera ridicola, come nel caso di Batman). C'è poi il gioco delle citazioni cinematografiche: la profezia su Emmet ne fa una sorta di eletto come il Neo di "Matrix" (con Vitruvius nei panni di Morpheus e Wyldstyle in quelli di Trinity); la fuga dalla città di Bricksburg ricorda quella di "The Truman Show"; il poliziotto Poliduro, dal doppio volto, fa venire in mente il sindaco di "Nightmare before Christmas"; in generale, il concetto dei vari mondi (il west, il medioevo, i pirati...) riecheggia "Il mondo dei robot" di Michael Crichton; e così via. L'ironia e le battute tongue in cheek (Batman che usa solo pezzi neri...) fanno parte del concetto di divertimento infantile, sregolato, che dà libero spazio alla fantasia e all'immaginazione.

Ma dove il film sale davvero di livello è con la scena in live action, che da un lato ammanta di toni metafisici, appunto, la storia "interna" (Emmet incontra Dio padre e figlio, e ha una sorta di "illuminazione" buddista, tanto che diventa finalmente un "maestro costruttore", ossia un individuo capace di "vedere" i codici numerici dei vari pezzi di Lego e dunque di usarli per costruire qualcosa di nuovo), e dall'altro esplicita il vero significato del lungometraggio stesso: nel mondo reale il cattivo è il padre, che si è impossessato dei giochi destinati al figlio, gli impedisce di toccare quello che ha costruito e addirittura utilizza la colla (il "Kragle" non è altro che un tubetto di "Krazy Glue", con il quale l'uomo è solito fissare irrimediabilmente i mattoncini affinché non vengano più staccati, mentre il "pezzo forte" è il tappo del tubetto) per andare contro quella che è l'autentica filosofia del Lego: la creatività senza regole, con la libertà di ignorare – se si vuole – le istruzioni di montaggio fornite insieme alle scatole per costruire invece tutto ciò che la fantasia suggerisce, utilizzando i pezzi a disposizione (e spesso "riciclandoli" da altre cose: mitica la scena in cui Batman ruba un pezzo dal Millenium Falcon di "Guerre stellari", o il pirata che ha sostituito il proprio corpo con un robot formato da mattoncini presi qua e là), anche se provengono da set diversi e distanti nel tempo e nello spazio (il bambino usa come personaggio anche un astronauta di un vecchia confezione degli anni ottanta). Il film diventa dunque anche una sorta di critica sociale (agli adulti che giocano con i giochi dei bambini, impedendo ai figli di divertirsi, anche perché – a differenza di loro – intendono seguire sempre alla lettera le istruzioni accluse) e supera, anzi decostruisce con una certa irriverenza, i limiti intrinseci di tante pellicole di animazione recenti, avvicinandosi semmai a vette metanarrative come quelle della serie di "Toy Story" della Pixar, dove però giocattoli e bambini convivevano nello stesso mondo e non in due piani diversi. Ecco perché il finale a sorpresa è forse apprezzato più dagli spettatori adulti che non dai bambini, dal cui punto di vista, invece, la scena nel mondo reale in un certo senso può distruggere la "magia" del film. A tratti, nella descrizione di Bricksburg e della società voluta da Lord Business, ci si avvicina alla parodia del fascismo o del totalitarismo (con echi dell'orwelliano "1984", oltre che dei già citati "The Truman Show" e "Matrix"), ma anche della società dei consumi. Chi l'avrebbe detto che un film sul Lego avrebbe parlato in questo modo dei "mattoncini integrati nel sistema"? I registi, anche sceneggiatori, sono quelli di "Piovono polpette". Gli attori del segmento dal vivo sono Will Ferrell (il padre, che in originale dà anche la voce a Lord Business) e Jadon Sand (il figlio). L'animazione è digitale, e non in stop motion (lo sforzo richiesto sarebbe stato immane!), ma il risultato è di tutto rispetto. Visto il grande successo, sia di critica che di pubblico, sono stati messi in cantiere sequel e spin-off.

15 marzo 2015

Shrek (A. Adamson, V. Jenson, 2001)

Shrek (id.)
di Andrew Adamson, Vicky Jenson – USA 2001
animazione digitale
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Rivisto in TV, con Sabrina.

Per tornare in possesso della propria palude, che è stata invasa dai personaggi delle fiabe scacciati dalle loro case dal perfido (e basso) Lord Falquad, il misantropo orco Shrek accetta di portare a termine una missione per conto di quest'ultimo: salvare la principessa Fiona, imprigionata da un drago in un castello, e condurgliela affinché la possa sposare. Ma nel corso dell'impresa, condotta a termine con l'aiuto di un bizzarro mulo parlante, l'orco e la principessa – nonostante i rispettivi "ruoli" lo dovrebbero impedire – finiranno con l'innamorarsi... Da un libro per bambini di William Steig, che gioca con gli stereotipi delle fiabe classiche rivoltandoli o stravolgendoli, la pellicola in animazione digitale che più di ogni altra ha fatto il successo della DreamWorks. Il personaggio dell'orco volgare, puzzolente e ripugnante, che come nei migliori buddy movie fa amicizia con il Ciuchino dalla parlantina facile (la voce originale è di Eddie Murphy), e che soprattutto si innamora (ricambiato) della principessa, ha colpito l'immaginario di un pubblico ormai stufo dei cliché dei cartoni della Disney (ai quali si rivolgono numerose frecciatine parodistiche: dall'introduzione con il classico libro delle fiabe, una pagina del quale viene usata da Shrek come carta da toilette, alle canzoni che irrompono quando meno ce le si aspetta, fino alle scene con gli animaletti – quel povero uccellino... – o la cittadella stessa di Duloc che ricorda Disneyland, con tanto di parcheggio, guardie e merchandising). Apprezzabile l'elogio della diversità e l'insegnamento di "non giudicare dalle apparenze". Ma l'umorismo è di grana grossa e a senso unico, il setting perde presto significato (i personaggi delle fiabe introdotti all'inizio non hanno praticamente alcun ruolo all'interno della vicenda, e rimangono lì come semplici strizzatine d'occhio allo spettatore), le gag si basano essenzialmente su un'unica idea (quella, appunto, di sovvertire gli stereotipi fiabeschi) e le citazioni (come la scena di combattimento alla "Matrix") lasciano il tempo che trovano. Come se non bastasse, dalla metà in poi la pellicola si "normalizza" e – cosa peggiore di tutte – il finale contraddice il messaggio che il resto del film aveva cercato di veicolare: per vivere felici e contenti, Shrek e Fiona devono essere entrambi della stessa razza, perché in realtà non c'è spazio (o non è accettabile) che un orco e una ragazza possano davvero sposarsi. Il grande successo al botteghino ha dato origine a una vera e propria saga, con diversi sequel (con una qualità di animazione superiore, per quel che conta) e spin-off. Il film è inoltre passato alla storia per aver vinto il primo premio Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione (categoria istituita appunto a partire da quell'anno).

11 luglio 2014

Small soldiers (Joe Dante, 1998)

Small soldiers (id.)
di Joe Dante – USA 1998
con Gregory Smith, Kirsten Dunst
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Rivisto in TV.

Acquistata dalla Globotech, potente multinazionale che fra le altre cose di occupa di tecnologie militari, una casa produttrice di giocattoli immette sul mercato due serie di action figures dotate di un avanzato microchip che le rende "vive", ovvero in grado di parlare, di muoversi e soprattutto di imparare: si tratta dei Gorgonauti, alieni mostruosi ma pacifici, e del Commando Elite, soldati dell'esercito americano che danno loro la caccia. Il giovane Alan (Smith), figlio del proprietario di un negozio di giocattoli, la sua vicina di casa Christy (una Kirsten Dunst sedicenne!) e le rispettive famiglie rimangono così coinvolti in quella che è una vera e propria guerra in formato mignon fra le due fazioni. Atmosfere da anni ottanta (il regista cita a più riprese il suo precedente maggior successo, "Gremlins") per una divertente pellicola d'intrattenimento che per molti versi anticipa la saga pixariana di "Toy Story". I toni sono da commedia d'azione, sia pure su scala "ridotta", e naturalmente abbondano strizzatine d'occhio e parodie: si va da "2001: Odissea nello spazio" (nel commercial in tv dei soldatini) a frasi, situazioni e temi di tante classiche pellicole di genere bellico (compresa, ovviamente, la Cavalcata delle Valchirie di "Apocalypse Now"). Da sottolineare l'inquietante scena in cui le bambole Gwendy (il nome Barbie, evidentemente, era protetto dai diritti) vengono deformate e trasformate in soldati, con tanto di attacco a Christy a mo' di Gulliver. Cast da brivido per quanto riguarda i doppiatori originali: Tommy Lee Jones è il maggiore Chip Hazard, il capo dei soldati, mentre Frank Langella è Archer, il leader dei Gorgonauti; le voci degli altri membri del Commando Elite sono quelle di "Quella sporca dozzina" (George Kennedy, Ernest Borgnine, Jim Brown, Clint Walker), più Bruce Dern, mentre per gli alieni si è fatto ricorso al cast di "This is the Spinal Tap" (Michael McKean, Harry Shearer e Christopher Guest), più Jim Cummings. Infine, Sarah Michelle Gellar e Christina Ricci danno voce alle Gwendy. Scena cult: la "guerra psicologica" con la canzone "Wannabe" delle Spice Girls sparata a tutto volume.

8 gennaio 2014

Cars 2 (John Lasseter, 2011)

Cars 2 (id.)
di John Lasseter [e Brad Lewis] – USA 2011
animazione digitale
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Visto in TV.

Forse le idee cominciano a scarseggiare, o forse anche alla Pixar (ormai legata a doppio filo alla Disney) hanno scoperto che buoni personaggi e buone ambientazioni possono essere sfruttate per più di un film, dando ufficialmente vita a delle franchise. E così, dopo quello che a lungo era rimasto come un caso isolato ("Toy Story 2"), ecco che Lasseter e soci hanno iniziato a offrire al pubblico sequel (e prequel) dei loro titoli più popolari: si comincia con "Cars 2", che sarà poi seguito da "Toy Story 3", da "Monster University" e dall'imminente "Alla ricerca di Dory". Questa volta il protagonista non è Saetta McQueen, auto da corsa impegnata in una sfida di velocità con il rivale italiano Francesco Bernoulli, bensì il suo scalcinato amico Carl Attrezzi, detto "Cricchetto". Quella che era la spalla comica del film precedente si ritrova invischiata in una vicenda di spionaggio internazionale, affiancando una coppia di agenti segreti inglesi che indagano su misteriosi sabotaggi ai danni delle automobili da corsa che usano carburanti alternativi. Le prime sequenze della pellicola, che mostrano la spia Finn McMissile in azione (in puro stile James Bond), lasciano pensare che si tratti di una parodia, e che magari stiamo osservando un "film nel film" guardato dai nostri eroi, un po' come l'incipit di "Toy Story 2" si rivelava un videogioco. Invece è tutto "vero", e la sceneggiatura porterà Saetta, Cricchetto e gli altri amici in giro per il mondo, con McQueen impegnato su circuiti di diverse città (Tokyo, l'italiana Portocorse – un incrocio fra Portofino e Montecarlo! – e Londra) mentre il carro attrezzi è al centro dell'intricata trama principale. Il divertimento non manca, gli stereotipi internazionali "rivisitati" in chiame automobilistica pure (i cliché su giapponesi, francesi, italiani e inglesi si sprecano: a Tokyo ci sono lottatori di sumo, sushi e wasabi, macchinette distributrici e water tecnologici; a Parigi, mimi, baguette e torri Eiffel; in Italia, piazze con monumenti, famiglie numerose, rubacuori e cibo buono; a Londra, Big Ben, la guida sul lato sbagliato della strada, Bobbies e guardie reali), così come le strizzatine d'occhio (chi è appassionato di automobili si divertirà certamente a riconoscere marche e modelli esistenti, ciascuno associato a un personaggio adeguato: dalle utilitarie giapponesi alle vetture da corsa o da rally, dalla vecchie Topolino alle raffinate auto del controspionaggio inglese, dal Papa – con tanto di Papamobile – alla regina Elisabetta, per finire con i mafiosi che ovviamente sono vecchi "catorci", pieni di malanni e spesso d'oltrecortina), la morale è ovviamente presente (l'elogio dell'amicizia, del coraggio, dell'essere sé stessi, ecc.), quello che forse manca è una seconda chiave di lettura. Solo entertainment, dunque, sia pure ai massimi livelli tecnici (che non è poco). In ogni caso, è stato il primo film Pixar non baciato dalla fortuna critica.

26 giugno 2013

The bodyguard (P. Wongkamlao, 2004)

The bodyguard - La mia super guardia del corpo (The bodyguard)
di Petchtai Wongkamlao – Thailandia 2004
con Petchtai Wongkamlao, Piphat Apiraktanakorn
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Visto in TV, con Sabrina.

Dopo che il magnate Chat Petchpantakarn è stato ucciso in un agguato senza che la sua guardia del corpo Wong Kam abbia saputo difenderlo, il suo erede Chaichol decide di fare a meno dei servigi di Wong. Mal gliene incoglie, perché a sua volta sfugge per un pelo ad un attentato ed è costretto a rifugiarsi (senza rivelare la propria identità) presso una povera famiglia dei bassifondi, dove finisce con l'innamorarsi della giovane Mae Jam. Nel frattempo, Wong Kam indaga sui mandanti degli attentati, che mirano a impossessarsi del patrimonio dei Petchpantakarn. Scalcinata action comedy scritta, diretta e interpretata da un popolare comico thailandese, che nelle scene d'azione guarda a John Woo e al cinema hongkonghese (ma lo sberleffo è sempre in agguato), che per lunghi tratti diluisce la vicenda principale in sottotrame e gag di un'ingenuità imbarazzante, che cambia registro in continuazione (si passa dalla commedia demenziale – come nelle scene in cui Wong Kom corre nudo per le strade o in cui uno degli sgherri del cattivo viene rimproverato per i suoi surreali gusti nel vestire – al thriller, dal romantico all'action movie) e che ospita camei e comparsate (alcune persino dichiarate e metacinematografiche) di decine di celebrità thailandesi, fra attori, comici televisivi, sportivi e musicisti, praticamente tutti sconosciuti da noi a parte forse Tony Jaa, il protagonista di "Ong Bak", che dà sfoggio delle sue abilità di arti marziali nella breve scena del combattimento al supermercato, al termine della quale Wong Kom gli grida "Hai sbagliato film!". Da ricordare anche il "balletto" con cui Wong affronta il kung fu dell'avversario cinese (con tanto di tema musicale di Wong Fei-hung in sottofondo). L'accumulo di scene bizzarre e di situazioni senza costrutto può forse far passare in secondo piano l'assoluta mancanza di caratterizzazione dei personaggi (compreso quello principale, che sparisce a lungo dalla scena per dar spazio alle vicende del giovane Chaichol nella baraccopoli), la banalità del soggetto e la scontatezza generale della trama. Come spesso accade, il cinema thailandese dà l'impressione di essere a un livello quasi amatoriale, molto inferiore – per tecnica, ambizioni e realizzazione – a quello di altri paesi asiatici come Hong Kong, Corea, Cina e Giappone. Nel 2007 è uscito un sequel, "The bodyguard 2".