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16 giugno 2023

Gli inesorabili (John Huston, 1960)

Gli inesorabili (The Unforgiven)
di John Huston – USA 1960
con Burt Lancaster, Audrey Hepburn
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Quando un misterioso straniero, un vecchio militare con l'occhio di vetro (Joseph Wiseman), si presenta alle porte della loro fattoria, accusando la loro sorella adottiva Rachel (Audrey Hepburn) di essere una trovatella di sangue indiano, sottratta in tenera età alla stessa tribù Kiowa da cui provenivano i guerrieri che hanno ucciso loro padre, i tre fratelli Ben (Burt Lancaster), Cash (Audie Murphy) e Andy (Doug McClure) Zachary devono fare i conti con l'ostracismo e l'ostilità dell'intera comunità di allevatori cui appartengono, soprattutto dopo che una tribù di indiani giunge sulle loro terre per reclamare a forza la ragazza. Da un romanzo di Alan Le May (lo stesso autore di "Sentieri selvaggi", con cui ha molti temi in comune), un epocale western a sfondo melodrammatico e famigliare, che non lesina pugni nello stomaco e temi scottanti (dal razzismo diffuso – anche fra i protagonisti – verso gli indiani, che raramente era assurto così in primo piano in una pellicola per il grande pubblico, a scene di morte e di linciaggio), pur nell'ingenuità tipica dei grandi spettacoloni hollywoodiani, che spesso evitavano le controversie. Notevole il cast, che in ruoli minori comprende Lillian Gish (la vedova Zachary), John Saxon, Charles Bickford e Albert Salmi. Qualcuno ha accusato la Hepburn di non essere del tutto credibile come pellerossa (per non parlare del "whitewashing", la pratica – allora diffusa – di assegnare ad attori bianchi e celebri anche ruoli di altre etnie), ma il punto è proprio quello: lo sarà davvero, o si tratta solo delle calunnie di un vecchio rancoroso? Prodotto dallo stesso Lancaster, il film ebbe una lavorazione travagliata, a cominciare dalla sostituzione del regista e dello sceneggiatore inizialmente previsti (alla regia, in particolare, Delbert Mann fu rimpiazzato da Huston, che peraltro si scontrò a più riprese con la produzione perché voleva enfatizzare ancora di più il tema del razzismo). Inoltre la Hepburn cadde da cavallo durante le riprese, costringendo la troupe a un'interruzione di qualche mese e l'attrice stessa a stare lontana dalle scene per più di un anno (tornerà nel 1961 con "Colazione da Tiffany").

28 aprile 2020

Moby Dick (John Huston, 1956)

Moby Dick, la balena bianca (Moby Dick)
di John Huston – USA 1956
con Gregory Peck, Richard Basehart
**

Rivisto in TV.

Comandata dal capitano Achab (Peck), ossessionato dall'odio e dal desiderio di vendetta, la baleniera Pequod viaggia per i sette mari alla ricerca di Moby Dick, la leggendaria balena bianca che anni prima aveva tranciato al capitano la gamba sinistra. La sua storia è narrata in prima persona da uno dei marinai, Ismaele (Basehart), che sarà anche l'unico sopravvissuto dell'impresa. Non la prima versione cinematografica del capolavoro di Herman Melville (c'erano già stati un film muto nel 1926, "Il mostro del mare", e uno sonoro nel 1930, "Moby Dick", entrambi con John Barrymore nel ruolo del capitano) ma senza dubbio la più celebre, anche per via dei grandi nomi coinvolti. La sceneggiatura è firmata da Ray Bradbury, la regia da un John Huston che progettava il film da dieci anni (e inizialmente pensava di affidare la parte di Achab a suo padre, Walter Huston: ma questi morì nel 1950) e che impiegò tre anni per realizzare la pellicola, girandola in esterni in Irlanda, in Galles, in Portogallo e alle Canarie (ma in alcune scene è evidente la retroproiezione) e con ampio uso di modellini di balene. Fu però un flop di pubblico e di critica: in effetti non riesce a restituire la complessità, la potenza e i significati di quello che è probabilmente il più grande romanzo della letteratura statunitense, conservandone solo gli aspetti più superficiali della trama. E nonostante il talento dei suoi realizzatori (e le ampie risorse spese), non aggiunge né fa nulla meglio del libro, di cui risulta alla fine una sorta di Bignami. Di tutta la simbologia della balena (il mitico leviatano come metafora della morte o del destino dell'uomo, il mostro "interiore" che si manifesta come forza esterna, feroce ma indifferente) e di ciò che si porta appresso (il misticismo del colore bianco, l'ossessione di Achab che diventa una lotta personale contro Dio e la natura, e dunque contro sé stesso) resta ben poco nelle scene di caccia e di avventura, nonostante le dichiarazioni dello stesso Huston ("Achab è l’uomo che odia Dio e che vede nella balena bianca la maschera della perfidia del creatore"). Fra le cose da salvare c'è senza dubbio Gregory Peck, in uno dei ruoli più celebri della sua carriera, caratterizzato dalla cicatrice che gli procura un ciuffo bianco su barba e capelli. Nel resto del cast (dove Leo Genn è il primo ufficiale Starbuck, Harry Andrews il secondo Stubb e Friedrich von Ledebur il ramponiere polinesiano Queequeg) sono da segnalare Royal Dano nel ruolo del "profeta" pazzo Elia, Joan Plowright in quello della moglie di Starbuck (nella scena in chiesa) e soprattutto Orson Welles nei panni di Padre Mapple, il parroco del villaggio di pescatori. La sua scena, nella quale predica (su Giona) da un pulpito a forma di prua di una nave su cui sale con una scaletta di corda, è però del tutto superflua nel contesto della pellicola. Da notare che l'anno precedente all'uscita del film (1955) Welles aveva scritto un testo teatrale su un gruppo di attori intenti a recitare Melville ("Moby Dick — Rehearsed"). Pur avendolo scelto personalmente, Huston entrò in conflitto con Ray Bradbury (che molti anni più tardi, nel 1992, raccontò i retroscena della lavorazione del film nel romanzo "Green Shadows, White Whale") e finì per modificarne il lavoro, facendosi poi accreditare come co-sceneggiatore.

24 ottobre 2019

Città amara - Fat City (John Huston, 1972)

Città amara - Fat City (Fat City)
di John Huston – USA 1972
con Stacy Keach, Jeff Bridges
***

Visto in divx.

Nella cittadina di Stockton, il pugile fallito Billy Tully (Stacy Keach) si barcamena con vari lavoretti stagionali e attraversa una crisi profonda, esacerbata dal malsano rapporto con l'alcolizzata Oma (Susan Tyrrell) e dai ripetuti tentativi di tornare sul ring. Nel frattempo conosce il diciottenne Ernie (Jeff Bridges), che è tutto quello che lui non è: giovane, pulito, assai promettente come boxeur e dalla vita apparentemente più regolata (sposa infatti la ragazza che mette incinta). Da un romanzo di Leonard Gardner, autore anche della sceneggiatura, una malincolica pellicola a sfondo sportivo ma soprattutto esistenziale, ambientata nell'America rurale e più profonda, dove i sogni di gloria si scontrano con la grigia e amara realtà. Le manca forse un po' di focus, divisa com'è nel seguire le storie di due personaggi, e una conclusione memorabile: ma la solida regia di Huston e le buone interpretazioni sono al servizio di un racconto intimo e sincero sulla mediocrità e il desiderio di rivalsa, elementi che si sposano alla perfezione con il mondo del pugilato, che si conferma ancora una volta sport cinematografico per eccellenza. Qui, come in "Stasera ho vinto anch'io" di Robert Wise, se ne rappresenta il sottobosco di periferia, fra palestre e ring di quart'ordine, incontri fra vecchie glorie e immigrati messicani, manager disillusi, spettatori annoiati. Il contorno non è da meno, anche se nel ritratto dei lavoratori nei campi o dei locali frequentati da alcolisti non c'è un tentativo di denuncia sociale ma semplicemente il desiderio di dare uno sfondo realistico alla vicenda. Bridges era praticamente agli esordi (aveva recitato l'anno prima ne "L'ultimo spettacolo" di Bogdanovich), la Tyrrell fu nominata all'Oscar. Nella colonna sonora spicca la canzone country "Help me make it through the night" di Kris Kristofferson.

6 agosto 2017

Il tesoro dell'Africa (John Huston, 1953)

Il tesoro dell'Africa (Beat the Devil)
di John Huston – USA 1953
con Humphrey Bogart, Jennifer Jones
*1/2

Visto in divx.

L'avventuriero Billy Dannreuther (Bogey) e sua moglie Maria (Gina Lollobrigida) si trovano in Italia, in attesa di imbarcarsi per l'Africa in compagnia di quattro "soci d'affari" – loschi individui di varie nazionalità: Petersen (Robert Morley), O'Hara (Peter Lorre), Ravello (Marco Tulli) e il maggiore Ross (Ivor Barnard) – per darsi al contrabbando di uranio. Mentre aspettano che il piroscafo, in riparazione, sia pronto per la partenza, fanno conoscenza con un'altra coppia in viaggio, il compassato inglese Harry Chelm (Edward Underdown) e sua moglie Gwendolen (Jennifer Jones), donna curiosa e dalla forte immaginazione. Fra intrighi, sospetti e complotti (i gangster diffidano l'uno dell'altro), tra le due coppie scattano infatuazioni e innamoramenti incrociati... Girato sulla costiera amalfitana (fra Ravello e Atrani), sceneggiato a quattro mani da John Huston e Truman Capote, con un cast di stelle e di ottimi comprimari, un film che sulla carta aveva tutto per diventare un classico... e invece fallisce sotto ogni punto di vista. I toni oscillano fra la commedia e la farsa (gli autori intendevano fare una parodia delle pellicole di spionaggio), ma la trama, confusa e mai focalizzata, si dipana in modo incerto con gag inconcludenti e situazioni sospese (Huston e Capote lavoravano allo script giorno per giorno, durante le riprese: e si vede). E se la storia non va da nessuna parte, la caratterizzazione dei personaggi non è da meno: i gangster sono macchiette spaesate (che nemmeno grandi caratteristi come Morley o Lorre riescono a rivitalizzare più di tanto), mentre gli amori fra le due coppie lasciano il tempo che trovano. Sprecate anche le location, con una fotografia in bianco e nero che non rende giustizia ai paesaggi della costiera di Amalfi e alla vista dalla "Terrazza sull'infinito" di Villa Cimbrone.

12 aprile 2017

I cinque volti dell'assassino (J. Huston, 1963)

I cinque volti dell'assassino (The list of Adrian Messenger)
di John Huston – USA 1963
con George C. Scott, Jacques Roux
**

Visto in divx.

Questo film è passato alla storia, più che per il suo reale valore (è un giallo vecchio stile, ambientato in Gran Bretagna, tratto da un romanzo di Philip MacDonald), per la trovata pubblicitaria di accreditare sulle locandine e nei titoli di testa cinque attori di punta (Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Kirk Douglas e Frank Sinatra) che recitano camuffati con maschere di gomma praticamente per l'intero film. Uno di essi, in effetti, è l'assassino, che alterna numerosi travestimenti per portare a termine i suoi loschi piani, mentre gli altri sono soltanto comprimari utilizzati per intorbidare le acque: ben sapendo che lo spettatore (visti i limiti del trucco dell'epoca) si sarebbe accorto quando il volto di un personaggio era finto, Huston e i produttori pensarono di aggiungere altri personaggi mascherati, che fossero sospettabili in ugual misura. La trama vede lo scrittore inglese Adrian Messenger (John Merivale) chiedere all'amico Anthony Gethryn (George C. Scott), agente segreto ora in pensione, di indagare su una lista di nomi: si tratta di persone di varia estrazione sociale, apparentemente senza legami fra loro, rimaste tutte vittima in tempi recenti di misteriose "morti accidentali". Quando lo stesso Adrian scompare in un incidente aereo, Anthony si convince che sia all'opera un misterioso assassino. Con l'aiuto del francese Raoul Le Borg (Jacques Roux), unico sopravvissuto allo stesso disastro aereo e innamorato della cugina di Adrian, Lady Jocelyn (Dana Wynter), il detective focalizzerà i sospetti su George Brougham, "pecora nera" di una famiglia ricca e aristocratica, che prima di ereditarne il patrimonio intende cancellare ogni traccia di un misfatto da lui compiuto durante la guerra, eliminando uno a uno i possibili testimoni... Per il regista si trattò di una pellicola di poco impegno, da girare mentre era in villeggiatura nella sua casa in Irlanda, e con lunghe sequenze incentrate su una delle sue passioni: la caccia alla volpe. E infatti, se la prima parte punta tutte le sue carte sui numerosi travestimenti dell'assassino, l'ultima mezz'ora si ravviva grazie al setting nel mondo dell'aristocrazia britannica. Piccole parti per "vecchie glorie" come Clive Brook, Gladys Cooper e Herbert Marshall.

6 aprile 2017

L'uomo dai 7 capestri (John Huston, 1972)

L'uomo dai 7 capestri (The life and times of Judge Roy Bean)
di John Huston – USA 1972
con Paul Newman, Jacqueline Bisset
**1/2

Visto in TV.

Insieme a "L'uomo del west" (1940) di William Wyler, è il film più famoso sulla figura del giudice Roy Bean, ex bandito autoproclamatosi difensore della legge "a ovest del Pecos" (ovvero nelle terre del Texas dove la civiltà non era ancora arrivata). Bean amministrava la giustizia con il pugno di ferro, a proprio arbitrio e in totale autonomia, dal suo saloon "La bella Lily" (così chiamato in onore di Lily Langtry, attrice di teatro di cui era un fervente ammiratore). Uomo dai modi burberi e spicci (e dall'impiccagione facile), di lui si dice che "strappò la terra al demonio civilizzandola con una corda e una pistola". A differenza del film di Wyler, però, qui i toni sono del tutto fantasiosi, scanzonati e ironici. E a dire il vero, da questo punto di vista la pellicola è un po' un pastrocchio, sempre indecisa sul registro da prendere (lo sceneggiatore John Milius, che l'aveva pensata come un omaggio epico a una figura leggendaria del west, ossessionato dalla giustizia e dal progresso ma a suo modo visionario e incorruttibile, si lamentò per come il regista l'avesse "rovinata", trasformando il personaggio in una macchietta comica e svagata e il film stesso in un cartoon): si passa da sequenze violente e polverose (la sparatoria nell'incipit, in cui Bean esce dal deserto e giunge nel bordello di Vinegaroon, i cui abitanti cercano di rapinarlo e faranno una brutta fine) ad altre che rompono il "quarto muro" (diversi personaggi si rivolgono direttamente allo spettatore, anche subito prima di sparire dalla storia), da sezioni grottesche o surreali (il duello con Bad Bob l'albino, tutte le scene con "l'orso da guardia") all'elogio della convivialità (le partite a poker e le bevute sono per Roy e i suoi uomini dei riti da prendere assolutamente sul serio). E si conclude su toni crepuscolari e malinconici, quando Bean, dopo essersi inoltrato nel deserto ed essere così sparito dalla storia del west, vi fa ritorno nel 1919 sotto forma di leggenda (nella realtà il giudice morì nel 1903) per aiutare la figlia Rose (Bisset) a scacciare coloro che vorrebbero toglierle il saloon in cerca di petrolio (dimostrando così che i moderni farabutti, pur spalleggiati dalla legge, sono infinitamente peggiori dei banditi di un tempo). Un controfinale, ambientato dopo la morte del giudice, mostra finalmente l'attrice Lily (interpretata da Ava Gardner) giungere a visitare il saloon a lei dedicato, trasformato ormai in un museo. Anche se a tratti ci si diverte (l'approccio leggero ricorda "La ballata di Cable Hogue"), il film soffre alquanto per via della mancanza di focus e per un'ambientazione storica del tutto vaga. Ottimo Newman. Victoria Principal, al debutto sullo schermo, è Maria Elena, la donna di Roy. Anthony Perkins è il reverendo LaSalle, Ned Beatty il barista Tector. Huston in persona fa un cameo nei panni del trapper di montagna John "Grizzly" Adams, anche lui un personaggio realmente esistito.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

8 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatoi, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth), scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama (in parte debitrice a "Quella sporca ultima meta"), il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

9 dicembre 2010

Giungla d'asfalto (J. Huston, 1950)

Giungla d'asfalto (The asphalt jungle)
di John Huston – USA 1950
con Sterling Hayden, Sam Jaffe
***1/2

Rivisto al cinema Greenwich Village di Torino, con Giovanni, Rachele ed Eleonora, in originale con sottotitoli (Torino Film Festival).

Appena uscito di galera, il genio del crimine "Doc" Riedenschneider (Sam Jaffe) organizza con un pugno di complici un audace colpo notturno a una gioielleria. Vi partecipa anche un delinquente di basso calibro, Dix Handley (Sterling Hayden), che si guadagna da vivere con piccoli furtarelli e che ha bisogno di denaro per riacquistare la fattoria appartenuta ai genitori e perduta durante la Grande Depressione. Il colpo, progettato scientificamente, sembra riuscire: ma gli scherzi del destino (un proiettile partito accidentalmente dalla pistola di una guardia uccide un membro della banda) e l'avidità del finanziatore della rapina, l'avvocato Emmerich (Louis Calhern), che vorrebbe tenersi il bottino tutto per sé, mandano il gruppo alla rovina. Gravemente ferito e braccato dalla polizia, Dix – accompagnato dalla donna che lo ama, Doll (Jean Hagen) – sceglie di andare a morire nella fattoria di famiglia, in mezzo ai puledri selvaggi, in un memorabile finale. Caposaldo del genere noir, la pellicola inaugura il filone degli heist movie anticipando titoli come "Rapina a mano armata" di Kubrick o "Rififi" di Jules Dassin (che gli è molto debitore), ma soprattutto è uno dei primi film polizieschi a mostrare con simpatia il sottobosco criminale, raccontando la vicenda dal punto di vista dei "cattivi" e mostrando pregi e difetti di ciascuno di essi con un approccio quasi naturalistico. La sua forza risiede infatti nel ritratto vivo ed efficace dei numerosi personaggi della vicenda, da quelli principali a quelli minori: il geniale e flemmatico "Doc", di origine tedesca, attento a ogni dettaglio ma con un debole per le giovani ragazze che lo perderà; il "traditore" Emmerich, che si barcamena fra problemi finanziari e una giovane amante (Marilyn Monroe, al suo primo ruolo serio, ancora acerba ma già splendente di luce propria); il barista gobbo Gus Minissi (James Whitmore), fedele amico di Dix che partecipa al colpo come autista; l'esperto scassinatore Louie Ciavelli (Anthony Caruso), che deve sfamare una famiglia fin troppo numerosa; il tenente di polizia Ditrich (Barry Kelley), corrotto e avido; l'emotivo Cobby (Marc Lawrence), che gestisce una sala di scommesse clandestine; il commissario Hardy, che si prodiga a estirpare le "mele marce" dalle forze dell'ordine; l'ardito detective privato Bob Brannon (Brad Dexter), che affianca Emmerich nel tentativo di ingannare i complici della rapina; Doll, ballerina sfortunata e innamorata (senza speranza) di Dix; e naturalmente lo stesso Dix, antieroe che rimane vittima del destino e delle circostanze. Huston ebbe carta bianca nell'adattare con Ben Maddow il romanzo di W. R. Burnett, e ricevette in cambio le nomination all'Oscar come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura (Jaffe vinse invece la Coppa Volpi a Venezia). Magistrali anche la fotografia in bianco e nero di Harold Rosson e la colonna sonora di Miklos Rosza. Numerosi i remake.

6 febbraio 2008

Il mistero del falco (John Huston, 1941)

Il mistero del falco (The maltese falcon)
di John Huston – USA 1941
con Humphrey Bogart, Mary Astor
***1/2

Rivisto in DVD.

Primo film di Huston (anche sceneggiatore), capostipite del genere noir (nonostante fosse già il terzo adattamento cinematografico del romanzo di Dashiell Hammett), archetipo della detective story hard-boiled, passaggio fondamentale nella trasformazione di Bogart da semplice comprimario a più grande star maschile di tutti i tempi: e come se non bastasse, c'è anche l'esordio sullo schermo di Sydney Greenstreet, da subito in coppia con Peter Lorre come farà poi in innumerevoli altri film. Già solo per questo "Il mistero del falco" merita un posto di rilievo nella storia del cinema, senza aggiungere che si tratta anche di un gran film con un finale eccelso, ammantato di tragico e amaro romanticismo: un film che – proprio come la statua del falcone da cui prende il titolo – è composto dalla "materia di cui sono fatti i sogni" (una citazione dalla "Tempesta" di Shakespeare). E dire che doveva trattarsi di un B-movie come tanti: poi Huston impose Bogart alla produzione, al posto del previsto George Raft, e tutto cambiò. L'investigatore privato duro e sardonico, sempre con la battuta pronta, che nasconde dietro una patina di cinismo e di ribellione la sua vera natura romantica e inflessibile, rivoluzionò il cinema introducendo una figura di anti-eroe che regna incontrastata ancora ai giorni nostri. Girato quasi esclusivamente in interni, con un ritmo serrato che non presenta pause o tempi morti e una serie di personaggi memorabili (come la fedele segretaria Effie, alla quale Bogey dice "Sei un uomo in gamba, dolcezza!") e di caratteristi che diventeranno veri e propri habituè del genere (oltre a Bogart, Lorre e Greenstreet c'è anche Elisha Cook jr.), il film vede il protagonista Sam Spade alle prese con la morte improvvisa del suo socio Miles Archer. E mentre indaga sull'omicidio, scontrandosi a più riprese con una polizia per la quale non nutre particolare simpatia, rimane coinvolto nella ricerca di una preziosa statuetta (uno dei più classici esempi di "MacGuffin") da parte di diversi individui e strani avventurieri. C'entra forse la misteriosa donna, dall'apparenza così fragile, che aveva assoldato Archer per pedinare un uomo, a sua volta trovato morto? Su pressione della commissione Hays, Huston dovette eliminare i riferimenti all'omosessualità di alcuni personaggi (anche se Peter Lorre rimane sufficientemente ambiguo). Sam Spade sarà una delle fonti di ispirazione per il Philip Marlowe di Raymond Chandler, che proprio Bogart impersonerà cinque anni dopo ne "Il grande sonno" di Howard Hakws.

22 maggio 2007

Il tesoro della sierra madre (J. Huston, 1948)

Il tesoro della Sierra Madre (The treasure of the Sierra Madre)
di John Huston – USA 1948
con Humphrey Bogart, Walter Huston, Tim Holt
***

Visto in DVD.

Alla metà degli anni venti, due americani caduti in disgrazia (Humphrey Bogart e Tim Holt) si barcamenano senza troppa fortuna in una città messicana. Quando incontrano un vecchio cercatore d'oro (Walter Huston, padre del regista), decidono di seguirlo in una spedizione sui monti della Sierra Madre in cerca del prezioso metallo. Troveranno un ricco filone, ma l'improvvisa ricchezza seminerà fra loro discordia e sfiducia verso i propri compagni. Da un romanzo del "misterioso" scrittore tedesco B. Traven (di cui si ignora la reale identità), un bel film d'avventura come non se ne fanno più, con una grande interpretazione di Bogey (una delle sue migliori, oserei dire) nei panni di un uomo che si lascia vincere dalla febbre dell'oro fino a perdere la ragione e l'umanità. Fra avventure e pericoli di ogni genere (compreso lo scontro con un gruppo di bandidos messicani), la pellicola – la prima girata da Huston dopo il lavoro come documentarista durante la guerra – procede con brio verso un finale ironico e amaro, un vero e proprio apologo sull'avidità umana. Gli scenari, il ritmo e la caratterizzazione negativa del personaggio protagonista concorrono a renderlo un piccolo classico, che ha influenzato non poco il genere avventuroso non solo nel cinema, ma anche nei fumetti. Fu uno dei primi film hollywoodiani a essere girato interamente in Messico (in quegli stessi anni l'impresa fu ripetuta, per esempio, da "La collana insanguinata" di Robert Wise e "Il tesoro di Vera Cruz" di Don Siegel). John Huston – che aveva lavorato con Bogart, suo grande amico sin dai tempi di "Una pallottola per Roy", già ne "Il mistero del falco" (il suo film d'esordio) e "Agguato ai tropici" – vinse i premi Oscar per la miglior regia e per la sceneggiatura non originale, suo padre Walter quello per l'attore non protagonista. Amato da registi come Kubrick e Raimi, fu nominato anche come miglior film.

3 giugno 2006

L'uomo che volle farsi re (J. Huston, 1975)

L'uomo che volle farsi re (The Man Who Would Be King)
di John Huston – USA 1975
con Sean Connery, Michael Caine
***

Rivisto in DVD alla Fogona.

Un bel filmone d'avventura epica che Huston ha tratto da un racconto di Rudyard Kipling (il quale, interpretato da Christopher Plummer, compare anche in prima persona come personaggio). Intriso di imperialismo e colonialismo britannico (rivisitato con ironia), è ambientato alla fine dell’ottocento e narra la folle ambizione di due ex soldati inglesi, truffatori e imbroglioni, che dall'India decidono di recarsi nello sperduto territorio del Kafiristan (una regione dell'odierno Afghanistan) per addestrare militarmente una delle tribù del paese e conquistare il potere grazie ai loro fucili, proclamandosi così sovrani assoluti. Ma quando uno dei due viene addirittura scambiato per un dio (ossia per la reincarnazione di Sikander, vale a dire Alessandro Magno, qui descritto come il leggendario fondatore della massoneria), le cose sfuggono al loro controllo. Diretto con mestiere, solido e vecchio stile, il film ha i suoi punti di forza nei due carismatici protagonisti e nei magnifici scenari naturali (è stato girato nel deserto del Marocco), ma è anche una parabola sul potere e l'ambizione. Rossana, la donna di cui Connery si innamora, è interpretata da Shakira Caine, moglie di Michael Caine.