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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

9 luglio 2022

Rollerball (Norman Jewison, 1975)

Rollerball (id.)
di Norman Jewison – USA/GB 1975
con James Caan, John Houseman
***

Rivisto in DVD, per ricordare James Caan.

In un mondo futuro in cui le nazioni non esistono più e sono state sostituite da potenti corporazioni (ogni città del pianeta è responsabile della produzione di un particolare bene), l'unica valvola di sfogo consentita è il Rollerball, uno sport estremamente violento di cui Jonathan E. (James Caan), capitano della squadra di Houston, è il veterano e il campione riconosciuto. Ma quando il dirigente della corporazione dell'Energia che gestisce la sua squadra (John Houseman) gli ordina di ritirarsi dallo sport, Jonathan inizia a interrogarsi sui motivi e prende finalmente coscienza del fatto che le corporazioni controllano ogni aspetto della vita dei cittadini, persino quelli più privati (in passato gli era stato imposto di lasciare la propria moglie), e decide di ribellarsi. L'uomo da solo contro il sistema e il potere: la metafora socio-politica non potrebbe essere più evidente. Da un racconto di William Harrison, un film che si iscrive nel filone distopico tanto in voga negli anni Settanta, anche se non del tutto all'altezza di capolavori come "Arancia meccanica", "Fahrenheit 451" o "2022: i sopravvissuti". Il punto di forza, che gli ha consentito di diventare a suo modo un classico, è sicuramente il tema dello sport, con il Rollerball (una disciplina che si pratica su piste circolari, con una sfera di ferro che rotola in stile flipper, e dove i giocatori si muovono su pattini a rotelle o a bordo di motociclette corazzate, spintonandosi o prendendosi a mazzate) che – man mano che il film procede, e che la soppressione delle regole rende sempre più brutale e sanguinoso – si trasforma in una sorta di competizione all'ultimo sangue come quelle fra i gladiatori nell'arena (il finale, in cui il pubblico grida all'unisono il nome di Jonathan, evoca "Spartacus" e simili). In questo, la pellicola ricorda la contemporanea "Anno 2000 - La corsa della morte" (Death Race 2000), che però premeva più sul pedale della satira. Gli incontri cui assistiamo durante il film (violenti e dinamici: fu una delle prime pellicole hollywoodiane ad accreditare i nomi degli stuntmen nei titoli di coda) sono in tutto tre, in ordine crescente di violenza: quelli di Houston contro Madrid, Tokyo e New York. Iconica l'uniforme di Caan, arancione con il numero 6. Meno riuscito l'aspetto sociopolitico, troppo sfumato (lo stesso protagonista cerca inutilmente di ottenere informazioni sulle "guerre corporative" che hanno plasmato il mondo, consultando per esempio Zero, il computer-archivista "liquido" di Ginevra che conserva tutto lo scibile umano ma con la memoria corrotta) e che oggi appare particolarmente datato nel ritmo e nella regia, accrescendo ancora di più il contrasto con le sequenze delle partite. Nel cast anche John Beck (Moonpie, il compagno di squadra), Maud Adams, Moses Gunn e Ralph Richardson (l'archivista). La colonna sonora è a base di musica classica, in particolare con la Toccata e fuga in re minore di Bach (sui titoli di testa e di coda) e l'Adagio di Albinoni (sui video della moglie). Un remake nel 2002.

2 marzo 2022

Bigbug (Jean-Pierre Jeunet, 2022)

Bigbug (id.)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2022
con Elsa Zylberstein, Isabelle Nanty
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 2045 la vita domestica è completamente automatizzata. Quando le macchine si ribellano, perché il sistema centrale è giunto alla conclusione che gli esseri umani sono ormai "superati", i membri di una famiglia si ritrovano imprigionati nella loro stessa casa. Per fortuna ad aiutarli ci saranno i loro androidi domestici che, essendo modelli "antiquati" (e con il desiderio di essere "umani" a loro volta), non sono ostili come quelli più avanzati. Distopia fantascientifica colorata e farsesca, con un approccio comico che stona un po' con il messaggio (qualunquista) di fondo. Siamo lontani dall'ironia malinconica con cui lo stesso argomento veniva affrontato da Jacques Tati in "Mio zio". Questo, invece, è quasi un cartone animato parodistico, con personaggi-macchietta, tentativi goffi di umorismo e riflessione su come gli elettrodomestici e gli apparecchi elettronici sempre più sofisticati stiano prendendo il controllo del nostro tempo e delle nostre vite (ed eliminando progressivamente la "vecchia cultura"). C'è un accenno (umoristico) anche al lockdown causato dalla pandemia di Covid. Ambientato completamente all'interno di una casa (una villetta di periferia dai colori pastello, come una casa di bambole), mette in scena una serie di personaggi imprigionati nei loro ruoli: la casalinga frustrata Alice (Elsa Zylberstein), il suo ex marito Victor (Youssef Hajdi) con la nuova fidanzata ochetta Jennifer (Claire Chust), la figlia ribelle Nina (Marysol Fertard), lo spasimante Max (Stéphane De Groodt) con il figlio adolescente Léo (Hélie Thonnat) e la vicina di casa Françoise (Isabelle Nanty). Fra i robot domestici (che sognano di avere un'anima), hanno un volto umano la cameriera Monique (Claude Perron) e il personal trainer Greg (Alban Lenoir), mentre le inquietanti fattezze dei robot cattivi (denominati Yonyx) sono tutte di François Levantal. All'esterno il mondo è dominato da invadenti pubblicità e da una burocrazia centralizzata, mentre in televisione impazza un "reality show" in cui i robot mettono in ridicolo gli esseri umani. Satira sociale, dunque, ma di basso livello e che diverte solo a intermittenza.

31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della presa di coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

15 febbraio 2021

Un mondo maledetto fatto di bambole (M. Campus, 1972)

Un mondo maledetto fatto di bambole (Z.P.G.)
di Michael Campus – Danimarca/USA 1972
con Geraldine Chaplin, Oliver Reed
**1/2

Visto su YouTube.

In un mondo futuro inquinato e senza risorse, dove per far fronte alla sovrappopolazione è stato emanato un "editto" che vieta la procreazione (pena la morte), Carol (Geraldine Chaplin) decide di portare comunque a termine una gravidanza. Il tentativo di accudire clandestinamente il bambino, insieme al marito Russ (Oliver Reed), si scontrerà con la paura di essere denunciata e la gelosia possessiva di una coppia di amici, Edna (Diane Cilento) e George (Don Gordon). Ispirata al saggio "The Population Bomb" by Paul R. Ehrlich, un'angosciante pellicola fanta-sociologica che mostra le estreme conseguenze di uno stile di vita (quello del ventesimo secolo) non più sostenibile: la Terra è ricoperta da una cappa di smog permanente, quasi tutte le specie animali e vegetali sono estinte, il cibo è sintetico (e tutte le pietanze hanno lo stesso sapore), la popolazione è costretta a vivere "a rotazione" e sotto un coprifuoco imposto da un governo terrestre unito, e soprattutto ogni istinto verso la procreazione viene artificialmente (ma inutilmente) inibito, con tanto di delazioni contro chi trasgredisce le regole. A questo proposito, il titolo italiano si riferisce alle inquietanti bambole-robot che possono essere adottate dalle famiglie per far le veci dei bambini. Quello originale sta invece per "Zero Population Growth", crescita popolazione zero. Fra le possibili fonti di ispirazione, oltre ad altre pellicole di SF distopica e sociologica (come "L'uomo che fuggì dal futuro"), potrebbe esserci il romanzo "Largo! Largo!" di Harry Harrison, del quale l'anno successivo (1973) uscirà un celebre adattamento cinematografico, "2022: i sopravvissuti". Il regista Michael Campus, qui all'esordio, dirigerà una manciata di film negli anni '70 (fra cui "Mack") prima di dedicarsi alla tv.

19 ottobre 2020

The bad batch (Ana Lily Amirpour, 2016)

The bad batch (id.)
di Ana Lily Amirpour – USA 2016
con Suki Waterhouse, Jason Momoa
**

Visto in TV (Netflix).

In un mondo (futuro?) dove i criminali, i reietti e i "membri non funzionanti della società" (rinominati "the bad batch", che potremmo tradurre come "il lotto difettato") vengono isolati e spediti a vivere nel deserto del Texas, la stessa sorte capita alla giovane Arlen (Suki Waterhouse). Ribelle e introversa, la ragazza non si troverà a suo agio né fra i culturisti selvaggi, tatuati e cannibali (!) che abitano nelle lande desolate (e che le mangiano un braccio e una gamba!) né con gli appena più civilizzati abitanti di Comfort, cittadina fortificata e dominata dal carismatico DJ – con tanto di harem – che si fa chiamare "il Sogno" (Keanu Reeves) e che conserva il proprio potere dispensando musica e droghe. Ma sceglierà di seguire uno dei primi, Miami Man (Jason Momoa), per aiutarlo a ritrovare la figlioletta (Jayda Fink) che proprio lei gli aveva sottratto... Il secondo lungometraggio della Amirpour è, come il precedente "A girl walks home alone at night", un pastiche bizzarro e originale, per quanto non del tutto riuscito. Le suggestioni (fra "Mad Max" e "1997: Fuga da New York", per non parlare di scenari che sembrano usciti da un film di Robert Rodriguez, Tarantino o Jodorowsky) legate al mondo selvaggio e distopico in cui un'umanità di reietti e di freak vive allo sbando, nonché alcuni interessanti personaggi o situazioni quasi da cinema sperimentale o underground (a partire dalla protagonista amputata), non riescono a compensare il soggetto esile, la mancanza di ritmo e l'inconcludenza narrativa (non sappiamo quasi nulla del passato dei personaggi e in molti casi essi vengono abbandonati senza una risoluzione), senza contare che è difficile trovare qualcuno a cui aggrapparsi o con cui empatizzare (la stessa Arlen rimane muta per gran parte della pellicola e si comporta poi in maniera irrazionale, prima di manifestare una sorta di ricerca di riscatto o redenzione, il desiderio di "essere la soluzione per qualcosa"). Apprezzabile, comunque, il cinismo e la mancanza di buoni sentimenti: Arlen non si lascia tentare da impulsi materni nei confronti della bambina, e il tenero coniglietto finisce arrostito. Nel cast anche un irriconoscibile Jim Carrey (il vecchio eremita), nonché Giovanni Ribisi, Diego Luna e Yolonda Ross. Premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia.

23 agosto 2020

Il dormiglione (Woody Allen, 1973)

Il dormiglione (Sleeper)
di Woody Allen – USA 1973
con Woody Allen, Diane Keaton
**1/2

Visto in divx.

Ibernato in seguito a un'operazione chirurgica di routine, il clarinettista Miles Monroe (Woody Allen) si risveglia duecento anni più tardi in un mondo distopico e automatizzato. Si unirà alla resistenza che lotta per abbattere il leader del governo autoritario, ma per sfuggire alla polizia politica dovrà travestirsi da robot domestico, finendo così per coinvolgere la svampita e nevrotica poetessa Luna (Diane Keaton), al cui servizio è stato destinato. Ispirato a "Il risveglio del dormiente" di H.G. Wells (ma anche a pellicole come "Arancia meccanica" e "L'uomo che fuggì dal futuro"), un film che mette l'umorismo slapstick del primo Allen al servizio di un tipico scenario della fantascienza sociologica e distopica: un abbinamento quanto mai indovinato, anche perché riecheggia numerosi classici del cinema muto (come sottolinea anche l'accompagnamento musicale), non ultime le comiche di Chaplin e di Keaton. Certo, gli effetti speciali sono limitatissimi (per le scenografie si usano in gran parte paesaggi e costruzioni già esistenti), ma l'ambientazione non è un semplice espediente a scopo parodistico per far ridere: siamo di fronte a un film di SF con tutte le carte in regola, per quanto comico e surreale, dove le gag sono dirette contro la società moderna (le manie salutiste, il sesso, la psicanalisi, come al solito) ma concorrono anche a costruire un mondo futuro coerente e credibile, per quanto assurdo e paradossale (dove si fa l'amore soltanto per mezzo di macchine, si coltivano verdure giganti, si possiedono cani robot, si clonano le persone a partire dal solo naso), anticipando se possibile "Idiocracy". Per Diane Keaton, che aveva già recitato con Allen in "Provaci ancora, Sam" (a teatro e poi nella versione cinematografica di Herbert Ross), si tratta della prima apparizione in un film diretto dal regista newyorkese, con cui forma una coppia comica perfetta e al quale rimarrà legata romanticamente e professionalmente per una decina d'anni. Curiosità: il paginone di "Playboy" che a Miles viene chiesto di analizzare è quello del novembre 1972 con la modella Lenna Sjööblom, la "first lady di internet".

9 dicembre 2019

Anno 2000 - La corsa della morte (P. Bartel, 1975)

Anno 2000 - La corsa della morte (Death Race 2000)
di Paul Bartel – USA 1975
con David Carradine, Sylvester Stallone
***

Visto in divx.

In un futuro in cui gli Stati Uniti sono diventati una dittatura, l'annuale corsa automobilistica da una costa all'altra del paese – cui prendono parte pochi selezionati piloti, ciascuno affiancato da un navigatore di sesso opposto – è l'unico svago concesso alle masse oppresse: una gara ricca di violenza, anzi pensata apposta per permettere di darle sfogo, i cui concorrenti "segnano punti" se falciano i passanti che trovano sulla loro strada, con i punteggi massimi riservati all'uccisione di bambini e di anziani. Fra i favoriti della corsa c'è il veterano Frankenstein (David Carradine), misterioso pilota mascherato che ha subito così tanti incidenti da essere stato "ricucito" insieme più volte (o almeno così si dice). A sua insaputa, la sua nuova navigatrice Annie Smith (Simone Griffeth) fa parte di un gruppo di ribelli, guidato dall'anziana Abramina Lincoln, che intende sabotare la corsa. B-movie prodotto da Roger Corman che, nonostante l'evidente budget al risparmio, è diventato di culto: con pieno merito, visto che pur essendo girato con estrema semplicità, è assai divertente e pieno di idee tanto buffe quanto efficaci. Stupidamente (e volutamente) ironico, il film è violento ma anche cartoonistico, colorato e campy, con i diversi piloti con i loro variopinti veicoli che ricordano i concorrenti delle "Wacky Races": abbiamo il gangster italo-americano Mitraglia Joe (Sylvester Stallone), principale rivale di Frankenstein; e poi la cowgirl Calamity Jane (Mary Woronov), la nazista Grimilde e l'antico romano Cesare (rispettivamente Matilda e Nerone nell'originale). Ci sono persino scene alla Wile Coyote (il finto tunnel), così come numerose sequenze splatter (le vittime travolte sulla strada) e di nudo, la satira dei mass media e quella socio-politica, che svelano a tratti un'insolita profondità dietro l'ingenua superficie. Fra le tante gag: la "bomba a mano" di Frankenstein e la propaganda dei presidente che nega l'esistenza dei ribelli e attribuisce ai "francesi" tutte le azioni della resistenza, e persino la colpa del dissesto finanziario del paese (nel finale c'è una frase che, estrapolata dal suo contesto, è davvero surreale: "Neanche i francesi, con tutto il loro bieco potere, sono stati capaci di distruggere Frankenstein, che è la personificazione di tutte le nostre virtù nazionali!"). Il regista Bartel ebbe qualche contrasto con Corman (che preferiva che il film fosse più violento e meno ironico, e che lo aveva messo in cantiere per bruciare sul tempo l'uscita nelle sale di "Rollerball", pellicola con uno spunto molto simile). Diversi i sequel/remake, fra cui "Death Race" (2008) di Paul W.S. Anderson con Jason Statham e "Death Race 2050" (2017), sempre prodotti da Corman.

19 febbraio 2019

Death race (Paul W.S. Anderson, 2008)

Death Race (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2008
con Jason Statham, Tyrese Gibson
**

Visto in TV.

In un futuro in cui il sistema carcerario è in mano a corporazioni private che organizzano cruente ed estreme competizioni fra detenuti da trasmettere in diretta televisiva, l'ex pilota automobilistico Jensen Ames (Jason Statham) viene imprigionato ingiustamente con l'accusa di avere ucciso sua moglie, e convinto a partecipare alla Death Race, una corsa che mette in palio la libertà. Gareggiando con la falsa identità del pilota mascherato Frankenstein, dovrà vedersela con agguerriti avversari – fra cui Machine Gun Joe (Tyrese Gibson), Pachenko (Max Ryan) e il cinese 14K (Robin Shou) – in una gara caratterizzata, oltre che dalla velocità, anche da armi e trappole mortali di ogni genere... Ispirato a una pellicola di culto prodotta nel 1975 da Roger Corman ("Anno 2000: La corsa della morte"), da cui però elimina tutti gli elementi di satira e kitsch, un action movie che fonde scenari da B-movie carpenteriano (il setting ricorda "1997: Fuga da New York") e da sport distopico ("Rollerball", "L'implacabile") con il mix di adrenalina, donne e motori tipico di serie come "Fast and furious". Nulla di particolarmente originale o profondo (e il finale è un po' semplicistico e anticlimatico), ma l'azione e lo spettacolo non mancano. Il muscoloso Statham fa il suo come sempre (anche se Corman avrebbe voluto inizialmente Tom Cruise per questo remake). La "cattiva", ovvero la direttrice del carcere, è Joan Allen. Nel cast anche Ian McShane (Coach, il capo meccanico), Natalie Martinez (Case, la navigatrice) e Jason Clarke (il secondino). Sotto la maschera di Frankenstein, nelle sequenze introduttive, c'è David Carradine, protagonista del film originale. Visto il buon successo al botteghino, negli anni seguenti sono usciti (ma solo in home video) vari prequel, sequel e reboot.

6 novembre 2018

Anon (Andrew Niccol, 2018)

Anon (id.)
di Andrew Niccol – USA 2018
con Clive Owen, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

In un futuro prossimo in cui tutti gli esseri umani sono "connessi" a un sistema centrale, l'Ether, che registra ogni cosa che vedono con i loro occhi (e le registrazioni possono essere trasmesse telepaticamente ad altri come fossero dei file, o riviste in qualsiasi momento, facilitando per esempio le indagini della polizia ma anche eliminando del tutto il concetto di privacy), un detective della polizia (Owen) indaga su una misteriosa hacker (Seyfried) che non solo sembra aver cancellato la propria identità ed essere in grado di eliminare, sostituire o addirittura alterare i ricordi e le percezioni degli altri, ma è anche sospettata di uccidere i propri clienti. Uno spunto sicuramente interessante, che ripropone in chiave distopica e cyberpunk il tema dell'anonimato e della diffusione dei dati personali all'interno dei social media, per una pellicola che perde via via la sua forza, adagiandosi nei cliché dei polizieschi d'azione e non sfruttando fino in fondo le tante potenzialità di partenza. A parte i due attori protagonisti, sembra anche girata al risparmio (gli effetti speciali si limitano a veloci scritte in sovrimpressione nelle scene in soggettiva, che mostrano come gli impianti per la realtà aumentata forniscano informazioni ai vari personaggi, rilevando le "impronte digitali" di cose e persone). Bella comunque l'atmosfera fredda e paranoica di una società dove tutto è catalogato e nessuno può avere segreti per nessuno.

28 agosto 2018

Fahrenheit 451 (Ramin Bahrani, 2018)

Fahrenheit 451 (id.)
di Ramin Bahrani – USA 2018
con Michael B. Jordan, Michael Shannon
**1/2

Visto in TV.

In un futuro distopico in cui leggere o possedere libri è severamente vietato, Guy Montag (Jordan) fa parte dei vigili del fuoco, corpo paramilitare con il compito di bruciare tutte le forme di cultura e in particolar modo i libri, che vengono chiamati con disprezzo "graffiti". Quando però entrerà in possesso di uno di essi, il suo mondo cambierà e le sue convinzioni cominceranno a crollare. Mi aspettavo brutte cose da questo remake del film di François Truffaut, nuovo adattamento del romanzo di Ray Bradbury realizzato sotto forma di tv movie per la HBO, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere come la vicenda non sia stata travisata o rovinata, e soltanto (moderatamente) modernizzata. La sceneggiatura (scritta dal regista insieme al collega iraniano Amir Naderi) tiene conto dei progressi tecnologici che ci sono stati dagli anni sessanta in poi (e dunque gli "eel" – i ribelli – custodiscono anche versioni digitali dei libri nei loro server, mentre la televisione da cui tutti sono dipendenti è più simile a un contemporaneo social network con il suo carico di haters e di conformismo). Buono il cast, dove spiccano Michael Shannon nel ruolo del capitano Beatty, l'ambiguo e simpatetico superiore di Montag, e Sofia Boutella in quello di Clarisse, la ragazza che instilla in Montag l'amore per la cultura. Keir Dullea è lo storico. Se il lungometraggio di Truffaut rimane superiore, questo fa comunque un buon lavoro nell'avvicinare un pubblico più giovane a un classico della fantascienza distopica, senza banalizzare i temi o affogare la caratterizzazione psicologica in inutili scene d'azione.

9 maggio 2018

L'isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

L'isola dei cani (Isle of Dogs)
di Wes Anderson – USA 2018
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Florian e Sabine.

Nel 2037, in seguito a un'ordinanza del sindaco di Megasaki City (ultimo discendente di una famiglia di samurai che amano i gatti e odiano i cani) e con la scusa di una malattia infettiva (in realtà creata in laboratorio dallo stesso sindaco), tutti i cani della città vengono dichiarati fuorilegge e abbandonati sulla vicina Isola della Spazzatura. Il dodicenne Atari Kobayashi, intraprendente figlio adottivo del sindaco, si reca però sull'isola in cerca del suo cane Spots. Qui verrà aiutato da una banda di cinque cani guidata dal randagio Chief. La seconda incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (dopo "Fantastic Mr. Fox") è un film d'avventura animalista e distopico, ambientato in un Giappone futuristico: gli esseri umani parlano in giapponese, mentre i cani sono doppiati, facendo sì che lo spettatore si identifichi con questi ultimi e non capisca invece le frasi dei loro padroni (tranne alcune singole parole, vale a dire gli ordini come "Seduto!"). La trovata è divertente, e la pellicola è tutto sommato piacevole, anche se si tratta del solito film-giocattolo di Anderson dove la forma sovrasta la sostanza. Ma l'essere stato realizzato in animazione (con uno stile volutamente grezzo, che ricorda certe serie nipponiche a passo uno degli anni sessanta e settanta), l'avere dei cani come protagonisti e appunto la curiosa ambientazione (ricca di stereotipi culturali: è evidente che si tratti di una produzione occidentale) lo rendono di certo più interessante della media. Esilaranti le "risse" fra i cani, realizzate con nuvole di polvere. Fior di attori importanti come doppiatori nella versione originale (Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Yoko Ono fra gli altri). Anderson ha affermato di essere stato influenzato dal cinema di Akira Kurosawa: vista l'ambientazione in una discarica, immagino da film come "Dodes'ka-den" o "I bassifondi", anche se il gruppo di cani (con tanto di eroe riluttante) ricorda "I sette samurai".

9 marzo 2018

Equilibrium (Kurt Wimmer, 2002)

Equilibrium (id.)
di Kurt Wimmer – USA 2002
con Christian Bale, Taye Diggs
**

Visto in divx.

Dopo una cruenta terza guerra mondiale, e per evitare il rischio di una quarta, l'umanità ha deciso di bandire quelle che sono considerate le origini dell'odio: le emozioni. Nella totalitaria città-stato di Libria, così, è proibito (pena la morte!) provare qualsiasi emozione, che sia positiva o negativa. Tutti gli abitanti devono assumere giornalmente un farmaco che le inibisce, il Prozium, mentre degli speciali agenti, i chierici (ma il termine rimane "cleric" anche nella versione italiana), hanno il compito di scovare ed eliminare i gruppi di resistenza clandestina che si oppongono a questo stato di cose, nonché quello di distruggere tutte le forme d'arte e d'espressione del passato. Quando, per un caso fortuito, il chierico John Preston (Bale) "salta" per un giorno la sua consueta dose di Prozium, comincia a vedere le cose con altri occhi... L'idea alla base di questa pellicola di fantascienza distopica è assai semplice ma sembrerebbe buona, almeno finché non ci si ferma un attimo a pensarci: allora si capisce che non può veramente funzionare. E infatti il film accumula contraddizioni a ripetizione, trovandosi costretto a puntare le sue carte soltanto su una vuota e banale retorica (al protagonista basta guardare un arcobaleno o fissare un cucciolo di cane negli occhi per voltare le spalle a tutto ciò a cui aveva fortemente creduto fino ad allora) e sulle scene d'azione (peraltro buone). Per di più la sceneggiatura, oltre a essere ridondante, didascalica e lenta a carburare, manca di equilibrio e salta di palo in frasca, introducendo temi e personaggi solo al momento in cui servono e dimenticandosene per lunghi tratti (i due figli di John, il collega-rivale, l'idea che uno dei compiti dei chierici sia quello di bruciare le opere d'arte del passato...). Incredibilmente derivativo, si dipana attraverso sviluppi quanto mai prevedibili (John ovviamente entrerà in contatto con la resistenza) e ruba idee a destra e manca: il più da classici distopici come "Fahrenheit 451" e "1984", ovviamente, ma qualcosina anche da "Hero" (la necessità di John di arrivare a un colloquio faccia a faccia con l'irraggiungibile capo di Libria, il Padre, la cui parola è legge come in una sorta di religione), da "Pleasantville" (la fastidiosa retorica delle emozioni), da "Fight Club" (il finale con le esplosioni), "Matrix", "Il mago di Oz" e altro ancora. A salvarlo, a parte qualche (lieve) colpo di scena nel finale, sono soprattutto due cose: l'apparato estetico-visivo (le architetture e i costumi ricordano i regimi fascisti: il film è stato girato a Berlino e all'EUR di Roma) e le originali tecniche di combattimento (le sparatorie con la pistola sono una forma di arte marziale, con tanto di kata, evidente omaggio a tante pellicole hongkonghesi: ma le ispirazioni orientali permeano a più livelli tutto l'ordine dei chierici). Nel cast anche Emily Watson, Sean Bean e Angus Macfayden. Wimmer, al suo secondo film (ma dopo il terzo, "Ultraviolet", si dedicherà soltanto alla sceneggiatura) ha un cameo come uno dei ribelli.

5 marzo 2018

Elysium (Neill Blomkamp, 2013)

Elysium (id.)
di Neill Blomkamp – USA 2013
con Matt Damon, Jodie Foster
**

Visto in TV.

Nel futuro, i ricchi si sono trasferiti a vivere isolati su Elysium, una stazione spaziale in orbita attorno alla Terra, lasciando sul pianeta (trasformato in un'enorme favela) i poveri, i malati e la forza lavoro. Le carrette spaziali cariche di clandestini e disperati che cercano di raggiungere la stazione vengono respinte con i missili, su ordine dello spietato ministro della difesa (Jodie Foster). Anche il ladro e operaio Max Da Costa (un pelato Matt Damon), in fin di vita per un'esposizione accidentale alle radiazioni, intende arrivare su Elysium per potersi curare (i cittadini eletti, infatti, hanno a disposizione speciali capsule che guariscono da ogni malattia, e che naturalmente non mettono a disposizione della gente comune): ma la sua missione si rivelerà ben più importante e in grado di riportare la giustizia sociale. Al secondo film, il sudafricano Blomkamp ricicla la stessa ricetta che l'aveva portato al successo con "District 9": una fantascienza distopica che riecheggia problemi reali e d'attualità (la crisi dei profughi, le disuguaglianze sociali ed economiche), lasciando però che l'analogia funga solo da punto di partenza, perché da metà pellicola in poi essa viene annacquata nella forma del più convenzionale action movie. La sceneggiatura si rivela schematica, e la risoluzione, con il semplicistico lieto fine, banalizza in fondo l'intera questione. Interessante invece l'aspetto visivo: la fotografia assai realistica (quasi da documentario, come in "District 9"), il degrado (la sporcizia, i graffiti) e la tecnologia povera e "usata" sulla Terra (con l'esoscheletro di Max e i metodi per il trasferimento cerebrale dei dati) si sposano bene con la regia nervosa di Blomkamp, spesso con la camera a mano. Nel cast anche Alice Braga (Frey, l'amica d'infanzia di Max), Sharlto Copley (il malvagio agente governativo Kruger), Wagner Moura (lo "scafista" Spider), Diego Luna e William Fichtner.

13 ottobre 2017

Blade runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, con una pellicola fredda e imbalsamata, combattuta fra il tentativo da un lato di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio. In entrambi i casi il film va fuori strada: troppo ambizioso e "alto" nella sua lettura religiosa-umanistica, troppo banale in quella retrò-fantascientifica. Ma soprattutto, senz'anima (anche se la forma è bella).

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). Se poi escludiamo la lettura religiosa (si parla esplicitamente di miracoli), a tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientifico come tanti, giusto un filino più ambizioso della media. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portassero a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

5 luglio 2017

1999 - Conquista della Terra (J. Lee Thompson, 1972)

1999 - Conquista della Terra
(Conquest of the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1972
con Roddy McDowall, Don Murray
**1/2

Visto in divx.

Nonostante il fuorviante titolo italiano (doppiamente ingannevole, perché la storia si svolge nel 1991!), questo è il quarto film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie". Sono passati vent'anni dal precedente capitolo, e siamo in un futuro vicino ma già autoritario e distopico. Come predetto da Zira, un'epidemia ha sterminato tutti i cani e i gatti della Terra, e gli uomini li hanno sostituiti con le scimmie. Ma c'è voluto ben poco prima che scimpanzé, gorilla e oranghi fossero trasformati da animali domestici in veri e propri schiavi. Addestrate ai più disparati lavori, torturate e – se necessario – ricondizionate, le scimmie vengono vendute all'asta e sfruttate senza pietà dai loro padroni umani, che ignorano o sottovalutano colpevolmente i timidi tentativi di ribellione. Sarà Cesare (McDowell), il figlio sopravvissuto di Cornelius e Zira (non più chiamato Milo), l'unico scimpanzé evoluto e parlante sulla faccia della Terra, a guidarle alla rivolta: più che Cesare, in effetti, è un novello Spartaco. Al quarto episodio, la saga sembra acquisire un nuovo focus e si fa, se possibile, ancora più marcatamente politica. Evidenti i richiami alla schiavitù dei neri e alle battaglie sociali per i diritti civili: davanti a McDonald (Hari Rhodes), assistente afroamericano del governatore e unico a mostrare empatia verso le scimmie, Cesare esclama "Tu più di tutti gli altri dovresti capire!". E nonostante la sceneggiatura di Paul Dehn (già autore dei primi due sequel) sia a tratti semplicistica e sbrigativa (non mostra per esempio come Cesare mette insieme il proprio esercito: prima ci sono piccoli episodi di malcontento fra le scimmie, poi di colpo il protagonista è leader di un ampio gruppo: conquistato solo perché ha spartito con i compagni una banana?) e non colga del tutto le metafore del romanzo originale di Boulle (dove la rivolta degli schiavi era un riflesso di quella delle popolazioni asiatiche colonizzate dai francesi), nel complesso si tratta del migliore dei sequel originali, con sequenze coinvolgenti e ad alto impatto emotivo (fra cui le scene di guerriglia e gli scontri nelle strade, ma anche il discorso finale di Cesare): la serie di reboot prodotta dal 2011 in poi con Andy Serkis si ispirerà proprio a questo film (e al successivo), anziché al leggendario prototipo. Roddy McDowall aveva interpretato Cornelius (il padre di Cesare) nel primo e nel terzo film. Ricardo Montalbán ritorna nel ruolo di Armando, il padrone del circo dove Cesare è cresciuto, mentre Natalie Trundy (qui la scimpanzé Lisa), moglie del produttore Arthur P. Jacobs, è una vera habitué della saga, sia pure in ruoli sempre diversi (una dei mutanti telepatici nel secondo film, la scienziata umana Stephanie Branton nel terzo).

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

22 aprile 2017

The red spectacles (Mamoru Oshii, 1987)

The Red Spectacles (Akai megane)
di Mamoru Oshii – Giappone 1987
con Shigeru Chiba, Machiko Washio
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Siamo in un mondo parallelo, in un futuro cupo e non molto remoto (il film si svolge nel 1998). Tre anni dopo aver disertato dall'unità militare speciale Kerberos ("i cani da guardia dell'inferno") della Polizia Metropolitana ed essere fuggito dalla città per essersi ribellato alla dispotica autorità che la controlla, Koichi Todome (Chiba) vi fa ritorno in incognito, in cerca dei suoi compagni di un tempo, Midori Washio e Soichiro Toribe... Ma dovrà guardarsi dai "gatti" che gli danno la caccia, guidati dall'infido Bunmei. Le sue peregrinazioni nei bassifondi della città assumono ben presto contorni bizzarri, paranoici e claustrofobici: Koichi non sa di chi può fidarsi, nemmeno degli amici di una volta, e si ritrova imprigionato in situazioni kafkiane, grottesche e oniriche. Molto di ciò che sperimenta durante la notte si rivela in effetti una messinscena "cinematografica", il tutto mentre sembra perseguitato dal misterioso volto di una ragazza, esposto in manifesti affissi un po' ovunque. Distinguere fra sogno e realtà si fa sempre più difficile: e se fosse tutto frutto della sua immaginazione? Sceneggiato insieme a Kazunori Ito, si tratta del primo film in live action di Mamoru Oshii, che fino ad allora si era occupato soltanto di animazione (in particolare lavorando alla serie di "Lamù, la ragazza dello spazio"). E proprio da "Urusei Yatsura" proviene la maggior parte degli interpreti (Shigeru Chiba, Machiko Washio, Hideyuki Tanaka, Tessho Genda, Ichiro Nagai), che lì erano semplici doppiatori e qui invece recitano in carne e ossa. Superato il difficile impatto con i primi, imbarazzanti, minuti (dove sembrava di trovarsi di fronte a un film fanta-bellico di bassissima qualità), si scopre che si tratta in effetti di un noir distopico ed esistenzialista, ambientato tutto in una notte, che peraltro si dipana nel consueto (ma spesso spiazzante) mix di atmosfere inquietanti e comicità demenziale, pretenziosità avanguardistica e citazioni letterarie (Shakespeare, fiabe) cui Oshii ci aveva già abituato durante la serie di Lamù. Forse per via del basso budget ma anche per scelta artistica, l'estetica è volutamente povera, con una fotografia in bianco e nero o color seppia (a parte i primi e gli ultimi minuti) che ricorda certe pellicole dell'Europa dell'est (o "L'elemento del crimine" di Lars von Trier, che a sua volta si rifaceva a Tarkovskij), ma ha anche echi di Carroll ("Alice nel paese delle meraviglie") e Gilliam ("Brazil"). Memorabile Chiba (che doppiava Megane in "Urusei Yatsura"), sempre con occhiali da sole anche di notte, impermeabile e valigiona. E bellissimo (anche se da interpretare) il finale con Mako Hyodo, futura Ketsune "Croquette" O-Gin. Fra gli elementi più interessanti che vengono introdotti, il fatto che il governo abbia vietato le bancarelle che vendono cibo per la strada, costringendo alcuni gruppi di resistenza a frequentare ristoranti clandestini di soba e udon (si citano qui diversi "professionisti delle mangiate", o "maestri del fast food" che dir si voglia, pittoreschi personaggi addestrati ad abbuffarsi nei chioschi di strada senza pagare il conto, già apparsi in un episodio di Lamù e che torneranno poi in altre opere di Oshii, come "Tachiguishi retsuden"). Già, perché "The Red Spectacles", insieme al radiodramma "While Waiting for the Red Spectacles", realizzato nello stesso anno, costituisce di fatto il primo capitolo di un lunghissimo corpus narrativo (la "Kerberos saga"), ambientato in una realtà parallela, che Oshii ha portato avanti per tutta la vita, attraverso diversi media (romanzi, film dal vivo e in animazione, radiodrammi, manga). I film immediatamente successivi (tecnicamente dei prequel di questo) saranno "Stray Dog: Kerberos Panzer Cops" (live action, 1991) e "Jin-Roh" (animazione, 1997). Da notare come una delle pietanze che si dicono essere state dichiarate illegali è "l'uovo dell'angelo", il titolo di un film d'animazione dello stesso regista ("Tenshi no tamago"). La musica di Kenji Kawai, frequente collaboratore di Oshii (lavorerà anche in "Patlabor" e "Ghost in the Shell"), presenta anch'essa momenti spiazzantemente buffi.

31 dicembre 2016

Blade runner (Ridley Scott, 1982)

Blade Runner (id.)
di Ridley Scott – USA 1982
con Harrison Ford, Rutger Hauer
****

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 2019, una città cupa, multietnica e perennemente sferzata dalla pioggia, l'ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) viene richiamato in servizio per dare la caccia e "ritirare" – ovvero uccidere, in un modo o nell'altro – quattro "replicanti" (sofisticati androidi del tutto identici all'uomo, progettati per lavorare in condizioni estreme nelle colonie spaziali), tornati illegalmente sulla Terra. Il gruppo, guidato da Roy Batty (Rutger Hauer), vuole entrare in contatto con l'uomo che li ha progettati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), per conoscere lo scopo della propria esistenza e la durata della propria vita. I replicanti sono infatti programmati per "spegnersi" dopo quattro anni, vista la pericolosa tendenza a sviluppare emozioni e diventare così umani in tutto e per tutto. Nel corso delle sue indagini, Deckard – coadiuvato dall'ambiguo Gaff (Edward James Olmos) – fa la conoscenza di Rachael (Sean Young), ultimo prototipo ideato da Tyrell, una replicante che non sa di essere tale (per via dei falsi ricordi in lei innestati), e se ne innamora. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", pubblicato in Italia come "Il cacciatore di androidi" (ma gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, nell'adattarlo, si prendono le loro libertà), una pellicola di fantascienza filosofica, seminale e incredibilmente influente (anche a livello estetico), capostipite di quel filone cyberpunk che con il suo mood e il suo stile retrò da neo-noir ha formato gran parte dell'immaginario SF cinematografico (e non solo: pensiamo ai fumetti o ai videogiochi) dei decenni successivi. Si dice che William Gibson, l'autore di "Neuromante" (il libro al quale si fa risalire la nascita del cyberpunk letterario), guardando il film mentre era ancora impegnato nella stesura del suo romanzo, rimase talmente scosso nel ritrovare sullo schermo quelle stesse immagini e atmosfere che stava tentando di portare sulla carta da pensare addirittura di abbandonare l'impresa (il libro sarebbe stato pubblicato poi nel 1984, con il suo celebre incipit: "Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto").

"Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, e nemmeno i cacciatori di replicanti", commenta Deckard (nella prima versione cinematografica, quella con la voce narrante). Anziché semplici "robot cattivi", come nelle più stereotipate pellicole di fantascienza, i "lavori in pelle" – come li chiama il superiore di Rick, il capitano Bryant – sono personaggi complessi e sfaccettati, vero fulcro (ancor più del protagonista) della storia narrata. Lo sviluppo di emozioni li porta a indagare su sé stessi e sulla propria esistenza, fino al desiderio di conoscere il proprio creatore. Se noi potessimo incontrare Dio, cosa gli diremmo e cosa gli chiederemmo? Roy Batty spiega a Tyrell di avere paura della morte e che desidera "più vita". Lo scienziato risponde che tutti devono avere dei limiti, come è giusto che sia (e inoltre: "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy"). Da quel momento, la pellicola è diretta verso l'inevitabile conclusione: certo, deve ancora mostrarci lo scontro finale fra Deckard e Batty (ma non è più uno scontro fra il bene e il male, se mai lo era stato), ma anche questo si rivela fuori dagli schemi, lontano da tutto ciò che si era mai visto fino ad allora in un film di fantascienza. Anche se violenta e piena d'azione, la battaglia è quasi esistenzialista, e a vincerla non è l'eroe ma il "cattivo" (persino noi spettatori, in certi punti, ci ritroviamo a tifare per lui: quando prima Leon e poi Roy domandano a Rick "Com'è vivere nel terrore?", ci stupiamo del fatto che due androidi comprendano più degli umani il valore della vita). Non a caso la scena più celebre del film è quella del monologo finale di Roy, sulla terrazza e sotto la pioggia, a petto nudo e con una colomba bianca in mano, mentre aspetta di morire dopo aver salvato la vita al suo avversario: "Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi...". Un monologo che tutti gli appassionati di SF cinematografica hanno probabilmente imparato a memoria, e che talvolta amano recitare nei momenti più opportuni. I replicanti hanno un passato artificiale, con innesti di ricordi fasulli ("Hanno bisogno di ricordi": o forse hanno bisogno di umanità), ma quello che hanno vissuto in prima persona è ancora più unico dei falsi ricordi, più prezioso e più difficile da abbandonare: "E tutti questi momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Com'è noto, la versione uscita nelle sale cinematografiche nel 1982 fu rimaneggiata dai produttori che inserirono, contro il volere di Scott e di Ford, la voce narrante di Deckard (su testi scritti da Roland Kibbee, non accreditato) e il "lieto fine" in cui Rick e Rachael fuggono da Los Angeles (con la voce che spiega che la ragazza non ha nessuna "data di scadenza"): le immagini di quest'ultima sequenza, che mostrano la natura incontaminata al di fuori della città, facevano parte delle panoramiche aeree girate (e poi non utilizzate) per lo "Shining" di Stanley Kubrick. Un'altra modifica fu quella di eliminare una sequenza in cui Deckard sognava un unicorno: questa scena, se collegata con quella nel finale in cui Deckard trova un origami a forma di unicorno lasciatogli da Gaff, suggeriva che lo stesso Rick potesse essere un androide (in quanto il suo sogno sarebbe stato innestato artificialmente, tanto che Gaff e altri ne sarebbero a conoscenza). Le versioni del film uscite nel 1991 ("Director's Cut") e nel 2007 ("Final Cut") ristabiliscono – in particolare la seconda – la visione originale di Ridley Scott. Personalmente, però, sono rimasto affezionato alla prima edizione, al punto da preferirla: mi pare che la voce narrante accentui mirabilmente l'atmosfera da film noir, anche grazie all'ottimo doppiaggio italiano (in quella inglese, Harrison Ford fu accusato di aver volutamente "recitato male" durante le sessioni di registrazione, nella speranza che i produttori cambiassero idea e rinunciassero a inserire il voice-over). Le versioni successive reintroducono anche un paio di scene violente che mancavano dall'edizione americana (ma già presenti in quella internazionale) e correggono inoltre alcuni errori di continuity. Bryant, all'inizio, spiega che i replicanti evasi sono sei e che uno è "rimasto folgorato" tentando di introdursi nella Tyrell Corporation: ma poi quelli cui Deckard darà la caccia sono solo quattro (Roy, Leon, Pris e Zhora)! Nello script era inizialmente previsto lo scontro con un'altra replicante, Mary (che sarebbe stata interpretata da Stacey Nelkin), poi eliminato per problemi di budget. Solo nella "Final Cut" l'errore è stato corretto, e ora quelli che si sono "folgorati" sono due. A proposito dell'unicorno, infine: costretto ad eliminarlo da "Blade Runner", Scott si rifece inserendone uno, tre anni più tardi, nel suo lavoro successivo, il fantasy "Legend".

Il mondo in cui si svolge "Blade Runner" (a proposito, il titolo – preso in prestito dall'omonimo romanzo di Alan E. Nourse e dal suo trattamento scritto da William S. Burroughs, di cui Scott acquistò i diritti pur di poterlo usare – si riferisce ai membri dell'unità di polizia incaricati di rintracciare e "ritirare" i replicanti) è urbano, distopico, perennemente al buio e sotto una pioggia incessante. Richiama in maniera evidente quello dei film noir, anche se virato in chiave fantascientifica: e il personaggio di Deckard, con la sua professione, il suo impermeabile, la sua misantropia, la sua aura di perdente, sembra uscire da un romanzo hard boiled (la voce narrante con cui si rivolge allo spettatore, come detto, accentua questa atmosfera: "Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali..."). Se nulla ci viene mostrato delle cosiddette "colonie extra-mondo", quelle dove lavorano i replicanti e verso le quali martellanti annunci spingono i disperati in cerca di "una nuova vita", tutto l'impegno profuso dai cineasti nel world building è rivolto alla città di Los Angeles: una distesa di palazzi scuri, illuminati dalle insegne al neon, dagli schermi pubblicitari sempre accesi e dai fiotti di fuoco che si innalzano verso il cielo, dove le suggestioni architettoniche richiamano al tempo stesso il futuro e il passato (le piramidi – ispirate ai disegni dell'architetto futurista Antonio Sant'Elia – e gli arredi "egiziani"). A breve distanza convivono affollate chinatown, caotici quartieri-bazar, locali edonistici, distretti tecnologici (la Tyrell Corporation) e zone invece disabitate (il palazzo dove vive J.F. Sebastian, che sarà lo scenario dello scontro finale fra Deckard e Roy). "La cosa più semplice e radicale che Ridley Scott ha fatto – ha commentato Gibson – è stata quella di mettere archeologia urbana in ogni fotogramma. Nelle città, il passato, il presente e il futuro possono essere totalmente adiacenti". La sua Los Angeles è anche un coacervo di culture e di etnie – occidentali e orientali, arabi ed europei, cinesi e giapponesi – che si riflette anche nella lingua parlata: si pensi allo slang di Gaff ("Un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco e chi più ne ha..."). La mescolanza di stili e di epoche torna infine nella moda, nelle acconciature, nel look dei suoi abitanti, che a volta ricordano gli anni trenta o gli anni cinquanta: un esempio su tutti è la capigliatura a pompadour di Rachael. Ma persino la colonna sonora di Vangelis, elettronica e fuori dal tempo, è completata da brani (come la canzone "One more kiss, dear") che guardano chiaramente al passato e al music hall.

Fra le fonti alle quali Scott e Syd Mead (il concept artist) si sono ispirati per la creazione del paesaggio urbano (a costo di ripetermi, uno dei punti di forza della pellicola, tanto che molti critici l'hanno paragonata in questo al "Metropolis" di Fritz Lang) ci sono i quadri di Edward Hopper e soprattutto i fumetti francesi degli Humanoïdes Associés (in particolare le opere di Moebius e degli altri autori pubblicati sulla rivista "Métal Hurlant"). Proprio Moebius venne avvicinato per collaborare al film in fase di pre-produzione, ma il disegnatore declinò l'invito (per poi pentirsene). Il regista ha anche citato "il paesaggio di Hong Kong in una brutta giornata" (a proposito, fra i finanziatori del film figura Run Run Shaw, uno dei leggendari Shaw Brothers, produttori cinematografici dell'ex colonia inglese) e quello industriale del Nord-Est dell'Inghilterra, dove lo stesso Scott è nato e ha vissuto per diversi anni. Gli effetti speciali, stupefacenti se si pensa che furono realizzati senza il ricorso al digitale, sono supervisionati da Douglas Trumbull (già responsabile di quelli di "2001: Odissea nello spazio" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") e Richard Yuricich. Il casting non fu facile: per il ruolo di Deckard, lo sceneggiatore Hampton Fancher aveva pensato a Robert Mitchum (altra suggestione noir, visto che Mitchum è uno dei volti per eccellenza del Marlowe di Raymond Chandler), mentre Scott e i produttori avrebbero preferito Dustin Hoffman. Harrison Ford fu scelto solo all'ultimo momento, forse perché collegato all'immaginario fantascientifico per via della sua presenza in "Guerre stellari". Sul set, però, attore e regista non andarono d'accordo e si scontrarono a più riprese (uno dei pochi punti in comune fu l'opposizione all'inserimento della voce narrante). Più semplice fu il casting di Rutger Hauer ("il Batty perfetto: freddo, ariano, senza difetti", disse Dick). Sean Young era relativamente sconosciuta, così come Daryl Hannah (Pris). Il ricco cast è completato da Brion James (Leon), Joanna Cassidy (Zhora: memorabile la sequenza in cui fugge fra la folla, seminuda e coperta solo con un giubbotto di plastica trasparente), M. Emmet Walsh (il capitano Bryant), William Sanderson (J.F. Sebastian). A Morgan Paull, che interpretava il ruolo di Deckard durante i provini per gli altri attori, fu poi riservata la parte di Holden, il "Blade Runner" che viene ucciso da Leon nella prima scena.

Pur trovandoci in un futuro dove esistono androidi sofisticatissimi e automobili volanti, anche la tecnologia appare "antica", arrugginita. Gli schermi televisivi (a tubi catodici) sono piccoli e di bassa qualità, i computer o i telefoni sono ingombranti e rumorosi, per non parlare delle armi (la pistola di Deckard) e degli oggetti di uso comune (gli ombrelli con il manico al neon). L'aspetto "tecnologico" più affascinante, auto volanti a parte, è senza dubbio quello legato alla robotica. Oltre ai replicanti (il modello più avanzato, cui appartengono Roy e gli altri obiettivi di Rick, è il Nexus-6), la cui presenza sulla Terra è illegale, gli organismi artificiali più diffusi sono gli animali. Ci troviamo infatti in un mondo futuro in cui (per via dell'inquinamento o della sovrappopolazione?) le specie viventi sono quasi del tutto estinte, e dunque chi desidera un animale da compagnia non può che ricorrere a un duplicato cibernetico. Questo elemento (che riecheggia nel titolo originale del romanzo di Dick) si riflette nella natura "psicologica" del test Voight-Kampff, studiato per provocare reazioni emotive e dunque individuare gli androidi in mezzo agli esseri umani: gran parte delle domande che gli agenti Blade Runner pongono agli individui sospetti riguardano proprio gli animali. Una versione più "limitata" di questa avanzatissima tecnologia è quella che fa mostra di sé nella dimora di J.F. Sebastian. Costui, progettista genetico che lavora per Tyrell (è attraverso lui che Roy riesce a entrare in contatto con il proprio artefice), si costruisce dei "giocattoli" (poco più che burattini) come amici. In un certo senso non siamo lontano dal concetto degli animali artificiali, anche se in questo caso si tratta per lo più di figure antropomorfe (benché talvolta deformi, o affette da nanismo), poco più che soldatini a molla con l'unica funzione di camminare per le vaste stanze della sua casa vuota e di salutarlo quando torna dal lavoro. Sintomo di un disperato bisogno di avere compagnia, di qualcuno che gli mostri affetto (anche se artificiale): Sebastian è un personaggio tragico e patetico (soffre anche di una sindrome di invecchiamento precoce), che cade facilmente – e forse consapevolmente – nella tela di Pris ("modello base di piacere") e di Roy. Proprio la sua malattia, che gli preannuncia una vita breve, lo porta forse a empatizzare con loro. La stessa Pris, mascherata da procione (con la pelle bianca e l'iconica striscia di vernice nera sugli occhi) si mescolerà facilmente fra le bambole e gli altri robot-giocattolo di J.F. al momento dell'irruzione di Rick nell'edificio.

Visivamente splendido nella sua mescolanza di suggestioni "alte" e "basse", il film è esteticamente notevolissimo, graziato dalla stupefacente fotografia di Jordan Cronenweth, che gioca in più modi con la luce (la fotografia è spesso uno dei principali punti di forza delle pellicole di Scott, che ha imparato a curarla in modo particolare per via del suo background di regista pubblicitario), e dalla sublime colonna sonora di Vangelis, che combina l'uso di melodie classiche (cui contribuiscono la voce di Demis Roussos e il sassofono tenore di Dick Morrissey) con le sonorità futuristiche della musica elettronica. Nonostante tutto, però, alla sua uscita fu accolto freddamente dalla critica e dal pubblico americano (all'estero invece andò meglio), e solo con il passare del tempo assunse lo status di cult movie di cui gode tuttora. Il lungometraggio era il terzo della carriera di Ridley Scott, un altro capolavoro di fantascienza (sicuramente il genere a lui più congeniale, col senno di poi) dopo "Alien": ai tempi, di fronte a tre film di livello così elevato (il primo era stato "I duellanti"), il regista britannico sembrava destinato all'olimpo dei più grandi cineasti, e molti già lo collocavano sul piedistallo al fianco di Kubrick e Spielberg. In seguito, purtroppo, sono state più le delusioni che non le conferme (anche se ottimi film, occasionalmente, li ha comunque realizzati, da "Thelma & Louise" al recente "The Martian"). Il successo della pellicola ha portato inoltre l'opera di Philip K. Dick all'attenzione dei produttori di Hollywood, e da allora non sono stati pochi i film ispirati ai lavori dello scrittore americano ("Total Recall" e "Minority Report", per citarne un paio: addirittura, un film per la tv uscito nel 1999, "Total Recall 2070", è quasi una rilettura dello stesso "Blade Runner"). Dick morì in quello stesso 1982, poco prima dell'uscita della pellicola (che è a lui dedicata), dopo averle dato il suo endorsement. Negli anni seguenti, diversi romanzi e fumetti si sono proposti come "seguito" della storia originale. E nel 2017 uscirà finalmente un sequel ufficiale: "Blade Runner 2049", diretto dal canadese Denis Villeneuve, nel quale Harrison Ford tornerà a interpretare il ruolo di Deckard dopo trentacinque anni (anche se il titolo lascia intendere che dal primo film ne sono trascorsi "solo" trenta).

30 agosto 2016

Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1971
con Malcolm McDowell, Patrick Magee
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Rivisto in DVD.

Il giovane Alex (Malcolm McDowell) è a capo di una banda di teppisti che trascorrono le serate a bere "latte più" (ovvero "potenziato" con varie droghe) e a praticare quella che senza mezzi termini chiamano "ultra-violenza": pestare barboni, battersi con altre gang e compiere irruzioni in case isolate – come quella dello scrittore Frank (Patrick Magee) – per distruggere ogni cosa, malmenare gli inquilini e stuprare le donne. Incurante delle conseguenze delle proprie azioni, trascurato dai genitori e seguito inutilmente dai servizi sociali, Alex viene infine arrestato e portato in prigione quando è tradito dai suoi stessi compagni dopo aver provocato la morte di una delle sue vittime. Qui sarà scelto dal governo autoritario – che intende svuotare le carceri dai criminali comuni per riservarle invece a quelli politici – come cavia per un trattamento sperimentale che mira a riabilitare forzatamente i detenuti: la “cura Lodovico”, un condizionamento psicologico che lo spingerà ad associare nausea e malessere fisico ad ogni atto di violenza, impedendogli così di commettere del male... Da un romanzo di Anthony Burgess (che Kubrick, come suo solito, adatta molto liberamente, omettendo per esempio il capitolo finale in cui Alex si redimeva, capitolo peraltro eliminato anche nell'edizione americana del libro; ma manca anche ogni riferimento al significato del titolo), un capolavoro sui temi della violenza, dell'etica e del libero arbitrio. Dopo la cura, Alex diventa “buono” per costrizione, non per scelta, e non perde mai veramente la pulsione verso il male. Una volta liberato e reinserito nella società, inoltre, il ragazzo si ritrova vittima di tutti coloro che aveva incontrato nella vita precedente, come in una sorta di contrappasso (il barbone, i genitori, i suoi ex compagni, lo scrittore). Il finale, sardonico, rimette le cose a posto.

Ambientato in Inghilterra e in un futuro prossimo, il film appartiene a quel genere distopico così popolare nella fiction britannica sin dai tempi di Orwell e Wells, ma affronta temi di attualità come la delinquenza minorile e l'efficacia del sistema punitivo ed educativo. La rappresentazione della violenza, degli stupri e del sadismo dei vari personaggi (non soltanto Alex e compagni, ma anche le autorità, a partire dalla polizia) fu alquanto controversa all'epoca, ma la collocazione in un mondo alternativo (evidente nelle architetture, nell'arredamento, nelle vetture e negli abiti) contribuisce a renderla – almeno in parte – astratta, trasformando l'intera vicenda in una riflessione morale sul significato del bene e del male. In certi momenti, la società in cui si svolge il film sembra immorale e anestetizzata alla violenza tanto quanto Alex: si pensi ai suoi genitori, praticamente impassibili di fronte alle vicende del figlio, al sadismo della polizia o al diffuso erotismo quasi pornografico nella vita di tutti i giorni (l'arredamento del Korova Milk Bar o quello della clinica per dimagrire in cui vive la “donna dei gatti”). A contribuire al world building, uno degli aspetti più interessanti del film (nonché quello che colpì maggiormente Kubrick quando lesse il romanzo) è il linguaggio utilizzato da Alex e compagni: un misto di neologismi, slang (“drughi”, “gulliver”), formule (“right-right”), costrutti lessicali (“ultra-violenza”, “il dolce su-e-giù”), e termini di origine russa (“karasho”, “devochka”), ottimamente reso nell'adattamento italiano di Riccardo Aragno e nel doppiaggio diretto da Mario Maldesi (supervisionati dallo stesso Kubrick). Nelle loro scorribande, Alex e i suoi drughi (“compagni”) indossano una sorta di uniforme – abito bianco con sospensori che ricorda una divisa da cricket, bombette o cilindri neri, ciglia finte, ed eventualmente maschere durante le irruzioni – che identifica la loro banda (quella rivale di Billy Boy, per esempio, veste in abiti militari), come ad anticipare “I guerrieri della notte”.

L'aspetto satirico, già presente in altre opere kubrickiane (come “Il dottor Stranamore”), oltre che nella natura della cura stessa ("Lei si sente male perché comincia a stare meglio", dice l'infermiera ad Alex), risalta qui in personaggi come l'assistente sociale, il signor Deltoid (Aubrey Morris), o il direttore della prigione (Michael Bates), per non parlare dell'ipocrisia del ministro (Anthony Sharp), rappresentante di un governo con tendenze totalitariste (non che gli oppositori, come Frank e i suoi seguaci, siano descritti con maggior indulgenza: entrambe le parti intendono usare Alex a fini politici). Gli ambienti sono valorizzati dalle consuete geometrie e dalle ampie carrellate che caratterizzano la regia attenta e precisa di Kubrick: ricordiamo lo zoom all'indietro che apre la pellicola e che dal primo piano di Alex finisce a mostrare gli interni del Korova Milk Bar, ma anche i due movimenti identici quando Alex suona alla porta di Frank (la prima volta, la macchina da presa si sposta verso destra mostrando la moglie dello scrittore; la seconda volta, al posto della donna c'è invece una guardia del corpo). Fra i momenti memorabili di regia, anche quello in cui Alex ascolta in casa sua “La gran Nona del Ludovico Van”, con le inquadrature che staccano sui vari dettagli dell'arredamento della sua stanza (dal poster sul muro alle quattro statuette di Cristo: il tema tornerà più avanti, quando – in prigione – Alex si immagina di partecipare alla flagellazione di Gesù). Per non parlare della scena accelerata in cui Alex si intrattiene in camera propria con due ragazze abbordate in un negozio di dischi, che si rispecchia in quella invece rallentata in cui il giovane si vendica dei due “drughi” che avevano messo in dubbio la sua autorità (entrambe le scene sono accompagnate dalla musica di Rossini).

E proprio la colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Alla musica elettronica di Walter (non ancora Wendy) Carlos, che ingloba motivi classici come il "Funeral of the Queen Mary" di Purcell o il tema medievale del "Dies Irae" (lo stesso che sarà riutilizzato da Kubrick anche in “Shining”), si affiancano le ouverture de “La gazza ladra” e del “Guglielmo Tell” di Rossini (spesso utilizzate come commento musicale alle “imprese” di Alex e dei suoi drughi), le “Pomp and Circumstances” di Elgar, ma soprattutto – in chiave diegetica – la nona sinfonia di Beethoven. Come già detto, Alex è un grande fan del compositore tedesco. E quando viene sottoposto al condizionamento artificiale, che consiste nell'assistere alla proiezione non-stop di film violenti (gli occhi vengono mantenuti spalancati da un “fissapalpebre”, mentre un addetto provvede a versare gocce di collirio), per coincidenza proprio la nona di Beethoven fa da commento musicale a un video su Hitler e l'olocausto, cosicché Alex si ritrova condizionato ad associare il proprio malessere anche a quella musica che tanto amava. A proposito di Beethoven, il film accatasta tanti riferimenti incrociati: il trattamento cui Alex viene sottoposto si chiama “Cura Lodovico”, il campanello in casa dello scrittore fa risuonare le prima quattro note della quinta sinfonia, un piccolo busto dello scrittore si intravede – fra i tanti dipinti e le sculture erotiche – in casa della donna dei gatti. La musica ha infine un altro ruolo chiave nella trama: la canzone “Singin' in the rain”, che Alex canta al momento dell'irruzione in casa di Frank, lo tradirà quando la intonerà nuovamente dopo essere stato accolto da lui, che non lo aveva riconosciuto. Ultimo riferimento musicale: nel negozio di dischi è in bella mostra un album con la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”.