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26 marzo 2022

A Bug's Life (John Lasseter, 1998)

A Bug's Life - Megaminimondo (A Bug's Life)
di John Lasseter [e Andrew Stanton] – USA 1998
animazione digitale
**

Rivisto in TV (Disney+).

Per affrontare le terribili cavallette che alla fine della stagione torneranno a reclamare tutto il cibo che la colonia ha faticosamente radunato, la formica Flik assolda una compagnia di insetti circensi, erroneamente convinto che si tratti di guerrieri. Ma grazie alla propria inventiva, all'amicizia e al concetto che l'unione fa la forza (le formiche, anche se più deboli, sono infatti più numerose delle cavallette!), riuscirà a scacciare i nemici e a salvare il formicaio. Il secondo lungometraggio della Pixar (dopo "Toy story") è una rilettura de "I sette samurai" di Kurosawa (mescolata con la fiaba di Esopo sulla cicala e la formica), sufficientemente simpatica, anche se il passo indietro rispetto al film precedente in termini di profondità della trama e caratterizzazione dei personaggi è indubbio. Si tratta infatti del titolo meno memorabile della prima ondata di capolavori animati della Pixar, tanto da sfigurare persino al confronto con "Z la formica", il film con cui la DreamWorks si affacciò, lo stesso anno, al mondo dell'animazione digitale. I personaggi sono piatti e stereotipati, la storia alquanto generica, le svolte prevedibili, e persino il livello tecnico dell'animazione, peraltro assai elevato per l'epoca, non stupisce più di tanto. La scelta di usare gli insetti fu fatta perché si trattava di personaggi alquanto semplici da realizzare a livello di disegno e di movimenti, in un momento in cui l'animazione digitale non consentiva ancora di rappresentare personaggi umani in maniera convincente. Stupidissimo il (sotto)titolo italiano. Nei titoli di coda, per la prima volta in un film Pixar, appaiono i cosiddetti bloopers, ovvero i ciak sbagliati, scene in cui gli "attori" del film sbagliano le loro battute, inciampano o scoppiano a ridere: una trovata che si ripeterà in alcune delle pellicole successive, ispirata a quelle, analoghe, che comparivano nei film di Jackie Chan.

5 gennaio 2021

How a mosquito operates (W. McCay, 1912)

How a mosquito operates, aka Winsor McCay and his Jersey Skeeters
di Winsor McCay – USA 1912
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Se il precedente "Little Nemo" del 1911, così come altri pionieristici film d'animazione (per esempio quelli di James Stuart Blackton ed Émile Cohl), non raccontavano una storia vera e propria ma erano sequenze di immagini in libertà, semplici dimostrazioni di come si potessero far "muovere" dei disegni (o dare l'illusione che si muovessero) mostrando un pot-pourri di situazioni o un "flusso di coscienza", con questa opera seconda McCay realizza un'ulteriore pietra miliare nel campo del cinema d'animazione, illustrando una storia compiuta e incentrata su un personaggio. La vicenda – ispirata a una tavola della sua serie a fumetti "Dream of a rarebit fiend", serie che già aveva dato origine a un film dal vivo nel 1906 – è quella di una zanzara (anzi, un zanzarone gigante, con tanto di valigetta e cappello come se fosse un medico in visita: non a caso il titolo la accomuna a un chirurgo che "opera") che si introduce nella casa di un uomo e lo punge ripetutamente mentre questo dorme, gonfiandosi di sangue fino a scoppiare. Il mix di umorismo, realismo, orrore e grottesco pare addirittura anticipare i lavori di Bill Plympton, che peraltro utilizzerà la stessa tecnica di McCay, ovvero il disegnare a mano ogni singolo fotogramma, un metodo (allora come adesso) enormemente dispendioso, che richiede tempo e fatica. McCay disegna infatti ogni volta non solo i personaggi ma anche gli sfondi (per quanto essenziali e minimalisti: la porta di casa, il letto, le coperte), non essendo stata ancora inventata la tecnica dei rodovetri (fogli trasparenti su cui si disegnano solo i personaggi, da sovrapporre a un fondale che rimane invece lo stesso per ogni fotogramma). Il cortometraggio – che conta 6000 disegni su carta di riso, 2000 in più di "Little Nemo", per 6 minuti di durata – fece scalpore anche per il (relativo) naturalismo e la grande scorrevolezza dell'animazione, assai superiore a quella di altri film contemporanei, e influenzò molti animatori successivi, quali Raoul Barré e John Randolph Bray. Come per "Little Nemo", la sequenza animata era anticipata da un prologo in live action, oggi andato perduto, con McCay e sua figlia tormentati dalle zanzare nella loro casa in New Jersey (dove, all'inizio del secolo, era in atto una vera invasione di questi insetti, chiamati infatti "Jersey skeeter") e uno scienziato che parla la lingua degli insetti, che chiede al disegnatore di illustrare in un film "il modo con cui le zanzare operano". Alcune copie della pellicola, anch'esse non sopravvissute, furono colorate a mano.

29 dicembre 2020

Phenomena (Dario Argento, 1985)

Phenomena
di Dario Argento – Italia 1985
con Jennifer Connelly, Donald Pleasence
***

Visto in TV.

La quattordicenne Jennifer Corvino (Connelly), figlia di un celebre attore americano, viene mandata a frequentare un collegio femminile nelle Alpi, in una regione (soprannominata "la Transilvania della Svizzera") dove da alcuni mesi un misterioso serial killer si accanisce contro ragazze della sua età. Ma Jennifer, che soffre di sonnambulismo notturno, è dotata della straordinaria capacità di comunicare con gli insetti. E proprio le mosche che si nutrono dei cadaveri, come le spiega l'entomologo McGregor (Donald Pleasence), che abita nei pressi del pensionato della scuola, potrebbero aiutarla a rintracciare l'assassino... Forse l'ultimo film davvero "bello" di Dario Argento, nonché il preferito del regista stesso: un thriller/horror che da un lato riprende numerosi elementi dei lavori precedenti (la protagonista straniera, la scuola femminile e l'ambientazione mitteleuropea, in particolare, ricordano "Suspiria") ma dall'altro presenta uno stile molto più freddo e preciso, mai così "perfetto", rispetto a tutto ciò che aveva sfornato in passato. Le suggestioni sono parecchie, a partire dal legame empatico e telepatico di Jennifer con gli insetti, per proseguire con il rapporto fortemente antagonistico nei confronti della scuola e delle altre studentesse (odio e antipatia sono ricambiate), compresa la severa direttrice (Dalila Di Lazzaro) e la sua vice Frau Brückner (Daria Nicolodi). Indimenticabile anche la figura "paterna" fornita dal professor McGregor, paralitico che vive isolato nei suoi studi, con una scimmietta addestrata (!), Inga, come assistente. Molte le sequenze di pregio: dalle visioni notturne di Jennifer durante il suo sonnambulismo (la soggettiva del corridoio pieno di porte) alle scene "fiabesche" di lei, vestita di bianco, che cammina nel bosco guidata da una lucciola. E non mancano ovviamente scene "forti", specialmente in un finale che è un crescendo di momenti horror, splatter o ad effetto, dove talvolta l'aspetto serafico e angelico della Connelly sembra quasi stonare con le atrocità che la circondano. Fra gli interpreti figurano anche Fiore Argento, prima figlia di Dario (la giovane turista uccisa nella scena iniziale), Federica Mastroianni (Sophie), Patrick Bauchau (l'ispettore Geiger) e il regista Michele Soavi (l'assistente di quest'ultimo). Trucco ed effetti speciali (comprese le sequenze degli insetti) sono opera di Sergio Stivaletti. La ricca colonna sonora dei Goblin e di Claudio Simonetti comprende anche alcuni brani heavy metal ("Flash of the Blade" degli Iron Maiden, "Locomotive" dei Motörhead). Da notare che, come per i precedenti "Inferno" e "Tenebre", anche in questo caso il titolo è suggestivo ma pare dato un po' a caso, senza un legame con i contenuti della pellicola.

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati dal regista per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendono in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

13 maggio 2018

I giorni del cielo (Terrence Malick, 1978)

I giorni del cielo (Days of Heaven)
di Terrence Malick – USA 1978
con Richard Gere, Brooke Adams
***1/2

Visto in divx.

Nel 1916, dopo aver ucciso senza volerlo un sorvegliante nella fonderia dove lavorava, l'operaio Bill (Richard Gere) fugge da Chicago portando con sé la sorellina Linda (Linda Manz) e la fidanzata Abby (Brooke Adams), che fa passare per sua sorella maggiore. I tre giungono in Texas, dove vengono assunti come braccianti stagionali per la raccolta del grano. Il ricco e giovane proprietario dei terreni (Sam Shepard), che vive da solo e senza famiglia, si innamora di Abby e le chiede di sposarlo. Bill la spinge ad accettare, convinto che l'uomo, gravemente malato, abbia soltanto pochi mesi di vita... Col passare del tempo (il film si svolge nell'arco di un anno, da estate ad estate), però, non solo il padrone non muore ma comincia a sospettare che il rapporto fra fratello e sorella sia più stretto di quanto dovrebbe essere. La resa dei conti avverrà in contemporanea con la natura che si scatena (sotto forma di un'invasione di locuste). Il secondo film di Terrence Malick (anche sceneggiatore), girato cinque anni dopo "La rabbia giovane", ha diverse cose in comune con il precedente, a partire dall'atmosfera astratta e sospesa e dalla voce narrante di una quindicenne (lì Sissy Spacek, qui Linda Manz). E in effetti il punto di vista di una bambina aiuta a spiegare le debolezze nella caratterizzazione dei personaggi (soprattutto il giovane padrone), che appaiono quasi artificiali: le dinamiche dell'amore e della vita adulta sono ritratte attraverso gli occhi di una ragazzina che non le comprende appieno, oppure le semplifica o le schematizza. Certo, questo è il senno di poi, visto che la decisione di aggiungere la voce off fu presa all'ultimo momento, per risolvere problemi di montaggio. Ma dove il film brilla veramente è nell'aspetto visivo, grazie alla regia ariosa di Malick (che punta sui ritmi lenti) ma soprattutto alla splendida fotografia del truffautiano Néstor Almendros (e di Haskell Wexler, che subentrò a metà lavorazione), giustamente premiata con l'Oscar. La qualità pittorica delle immagini, che lo rende uno dei film "esteticamente" più belli di sempre, fa risaltare in maniera indelebile i paesaggi sullo schermo, le distese di campi di grano, i primi piani degli animali (compresi uccelli o insetti), i personaggi immersi nella natura. E la bellezza delle immagini non è fine a sé stessa, visto che riflette la confusione, l'indecisione o i tumulti nell'animo degli esseri umani (l'invasione delle locuste e il successivo incendio nei campi avvengono in contemporanea con l'esplosione delle tensioni e del conflitto fra i due uomini). L'appendice con la fuga in barca sul fiume e la caccia della polizia ricorda il primo lavoro di Malick. Anche se ambientato nel nord del Texas, il film è stato girato in Canada (per la precisione in Alberta). La lavorazione fu problematica, con Malick che sforò budget e tempi (anche per la volontà di girare quasi sempre durante le ore dell'alba o del tramonto), e il non eccelso risultato al botteghino (sommato al fatto che, negli anni a venire, le case di produzione smisero di dare carta bianca ai registi in seguito al flop de "I cancelli del cielo" di Cimino, curiosamente un film dal titolo simile a questo) contribuì a far sì che il regista non girasse un altro film per vent'anni, tornando dietro la macchina da presa soltanto nel 1998 con "La sottile linea rossa". Premio per la regia al Festival di Cannes. La colonna sonora di Ennio Morricone ingloba un tema de "Il carnevale degli animali" di Saint-Saëns. Robert J. Wilke è il caposquadra della fattoria.

24 aprile 2016

Ant-Man (Peyton Reed, 2015)

Ant-Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2015
con Paul Rudd, Michael Douglas
**

Visto in divx.

Il ladruncolo Scott Lang (Paul Rudd), da poco uscito di prigione e in cerca di un lavoro, viene assoldato dallo scienziato Henry "Hank" Pym (Michael Douglas) affinché indossi una speciale tuta di sua invenzione, in grado di rimpicciolire il corpo umano alle dimensioni di un insetto. Pym, negli anni della guerra fredda, era stato infatti un supereroe noto come Ant-Man (l'uomo formica), e intende evitare che il segreto della sua scoperta, le cosiddette "particelle Pym", venga usato a scopi malvagi. Con l'aiuto della figlia di Pym, la bella Hope (Evangeline Lilly), e di un gruppo di scapestrati amici (guidati dall'ex compagno di cella Luis, interpretato da Michael Peña), Scott dovrà dunque introdursi nei sorvegliatissimi laboratori di Darren Cross, l'uomo d'affari che si è impadronito della tecnologia di Pym per mettere a punto una versione ben più letale della tuta di Ant-Man: l'armatura del Calabrone... Con l'intenzione di rimpolpare il roster dei suoi personaggi cinematografici (e tutto è già intavolato per il crossover con gli Avengers, che avverrà in "Captain America: Civil War": qui Ant-Man ha il suo battesimo del fuoco quando cerca di penetrare nella base degli eroi più potenti della Terra e si ritrova ad affrontare uno di loro, ovvero Falcon), i Marvel Studios portano sullo schermo uno dei personaggi più classici della fase pionieristica della Casa delle Idee: non nella sua incarnazione originale degli anni sessanta, però (Hank Pym, appunto, che si "limita" al ruolo di mentore, anche perché un flashback rivela che ha perso in missione la sua compagna di una vita, Janet Van Dyne/Wasp), ma in quella degli anni ottanta (Scott Lang, con tanto di figlioletta Cassie a carico). Leggero, spensierato e a tratti incoerente, a parte i poteri dell'eroe (oltre a rimpicciolirsi e a tornare normale a piacimento, c'è la capacità di comunicare mentalmente con gli insetti), che consentono di mettere in scena divertenti combattimenti su "piccola scala" (lo scontro finale con il cattivo avviene in un diorama con il modellino di un treno), il film ha ben poco di originale e ricalca dinamiche viste già altre volte in pellicole dello stesso tipo, come il conflitto – su più livelli – fra genitori e figli (e lo stesso personaggio di Cross, il rivale di Pym che indossa il costume del Calabrone, ricorda in maniera impressionante l'Obadiah Stane del primo "Iron Man"), cercando di renderle più vivaci con una robusta iniezione di umorismo: è probabilmente una delle pellicole Marvel più marcatamente "per famiglie". Nel controfinale si suggerisce una possibile carriera per Hope come nuova Wasp. Ambientato a San Francisco, il film doveva inizialmente essere diretto da Edgar Wright, che ha firmato la prima versione della sceneggiatura insieme a Joe Cornish e che ha abbandonato il progetto quando è stato deciso di smussarne gli elementi comici e di legarlo in maniera più stretta al Marvel Cinematic Universe.

7 febbraio 2016

Mimic (Guillermo del Toro, 1997)

Mimic (id.)
di Guillermo del Toro – USA 1997
con Mira Sorvino, Jeremy Northam
*1/2

Visto in divx.

Tre anni dopo aver debellato una terribile epidemia portata dagli scarafaggi grazie a una specie di insetto modificata geneticamente e utilizzata come agente biologico, l'immunologo Jeremy Northam e l'entomologa Mira Sorvino scoprono che alcuni individui di quella specie sono sopravvissuti (nonostante fossero stati programmati come sterili) e sono mutati in maniera mostruosa e inquietante. Il metabolismo accelerato degli insetti, infatti, ne ha velocizzato l'evoluzione. E la capacità di "mimare" i loro predatori, in questo caso l'uomo, li ha trasformati in un gigantesco ibrido uomo-insetto che ora infesta i sotterranei e i tunnel in disuso della metropolitana di New York. Il secondo lungometraggio di Guillermo Del Toro, al suo primo lavoro negli Stati Uniti, è un fanta-horror a tinte cronenberghiane e che richiama a tratti il mix fra azione e claustrofobia di "Alien", ma che dopo un promettente inizio non sfugge alle trite logiche del film da totomorti (il gruppo di persone in pericolo in un luogo chiuso: assieme ai due protagonisti ci sono l'immancabile poliziotto nero, due piccoli ladruncoli, e un anziano ciabattino con figlio autistico). Buoni gli spunti di partenza (la passione del regista per gli insetti era evidente sin dal suo film d'esordio, il messicano "Cronos") e il focus sui bambini, per non parlare dell'aspetto visivo, ma per lunghi tratti ci si annoia e di brutto. A onor del vero, Del Toro ha lamentato di non aver potuto gestire il montaggio finale, dichiarandosi insoddisfatto del risultato (nel 2011 è comunque uscita una "Director's Cut"). Nel cast anche Josh Brolin, Giancarlo Giannini e F. Murray Abraham. Con due seguiti direct-to-video (non di Del Toro).

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non l'essere una principessa e avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al tempo trascorso: ma l'effetto non è certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.

6 dicembre 2013

Fase 4: distruzione Terra (Saul Bass, 1974)

Fase 4: distruzione Terra (Phase IV)
di Saul Bass – USA/GB 1974
con Michael Murphy, Nigel Davenport
**1/2

Visto in divx.

Incuriosito dall'anomalo comportamento delle formiche in una regione desertica dell'Arizona (dove specie diverse di insetti, di solito antagoniste fra loro, si alleano e combattono insieme i loro naturali predatori, oltre ad erigere misteriose "torri" di sabbia), un ambizioso biologo (Davenport) si stabilisce sul posto per studiare il fenomeno, coadiuvato da un tecnico (Murphy) specializzato nel decifrare il linguaggio animale. Insieme assistono all'escalation di quella che è una vera e propria "guerra" delle formiche contro gli esseri umani, divisa in "fasi" (la pellicola mostra le prime tre fasi: il titolo lascia intendere che la fase successiva comporterà la conquista o addirittura la distruzione dell'intero pianeta). Tratto da una sceneggiatura originale di Mayo Simon (poi trasposta in un romanzo da Barry Malzberg), l'unico lungometraggio mai diretto da Saul Bass (più celebre come title designer che come regista, avendo curato le sequenze iniziali di tanti celebri film, in particolare per Otto Preminger e Alfred Hitchcock) è un thriller di fantascienza davvero insolito, con pochissimi personaggi (essenzialmente tre: oltre ai due scienziati c'è la ragazza interpretata da Lynne Frederick), dai toni inquietanti e catastrofici, sul tema della natura che si ribella all'uomo. Numerose le sequenze che vedono gli insetti come protagonisti (il film si apre con sette-otto minuti in cui si vedono solo formiche!), grazie a riprese ravvicinate e girate con maestria dall'entomologo Ken Middleham. L'atmosfera claustrofobica e paranoica è rinforzata dal ritmo lento con cui evolve la vicenda (e con cui monta la tensione), nonché dalle musiche spettrali ed elettroniche di Brian Gascoigne, David Vorhaus e Desmond Briscoe. Degna di nota la scena in cui i due protagonisti scoprono un "cerchio nel grano" realizzato dalle formiche super-intelligenti (in seguito proveranno a comunicare con loro utilizzando appunto forme geometriche): secondo alcuni esperti, proprio quella scena (che precede di due anni i primi avvistamenti di fenomeni simili) sarebbe stata la fonte di ispirazione per i burloni che disegnano strane forme nei campi. L'origine della mutazione delle formiche non è spiegata, ma si suggerisce che sia dovuta a qualche evento di natura "cosmica". Gran parte del film si svolge nel laboratorio isolato e computerizzato in cui i due scienziati si sono rinchiusi, assediati dalle colonie di insetti che li tengono sotto scacco dall'esterno. La conclusione giunge un po' improvvisa: i produttori avrebbero tagliato il finale "spettacolare e surreale", lungo quattro minuti, in cui Bass mostrava come sarebbe cambiata la vita sulla Terra una volta che le formiche avessero preso il sopravvento.

27 ottobre 2012

Io e te (Bernardo Bertolucci, 2012)

Io e te
di Bernardo Bertolucci – Italia 2012
con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Anziché partire per una settimana bianca con la scuola, come ha fatto credere alla madre, il quattordicenne Lorenzo – un ragazzo problematico che non ama la compagnia e non ha amici – si nasconde per una settimana nella cantina di casa, dopo essersi ben organizzato con le dovute provviste, il computer, musica e libri. I suoi piani di stare da solo vengono però stravolti dall'arrivo imprevisto della sorellastra Olivia, di qualche anno più grande di lui e tossicodipendente in fuga, con la quale sarà costretto a condividere i sette giorni in cantina. Per il suo ritorno al cinema a quasi dieci anni di distanza da "The Dreamers" (e a oltre trent'anni dal suo ultimo film di produzione italiana), Bertolucci sceglie di adattare un romanzo di Niccolò Ammanniti che sin dal titolo suggerisce quale sarà il tema trattato (le difficoltà di socializzazione) e che offre parecchi spunti in linea con i suoi lungometraggi precedenti: il giovane Lorenzo, con la sua introversione, i rapporti irrisolti con i genitori e le fantasie incestuose, può ricordare il protagonista de "La luna"; i ragazzi che si isolano dal resto del mondo e mettono in moto dinamiche personali all'interno di quattro mura fanno venire in mente lo stesso "The Dreamers"; mentre Olivia, che sogna di andare a vivere nella campagna toscana, ha velleità artistiche ed è l'oggetto dell'attenzione di uomini più anziani di lei, ha diversi punti in comune con la giovane protagonista di "Io ballo da sola". Simbolico l'interesse di Lorenzo per animali e insetti in grado di "mimetizzarsi" (il camaleonte, gli insetti stecco) o di vivere in maniera organizzata e autosufficiente (le formiche: nel suo rifugio il ragazzo si porta appunto un formicaio sotto vetro, che osserva con attenzione grazie alla stessa lente d'ingrandimento che poi utilizzerà per scrutare il volto della sorellastra mentre dorme). La sua analisi da entomologo è però sempre rivolta al mondo fuori da sé, mentre rifiuta o ignora ogni tentativo (quello dello psicanalista, quello della madre, quello della stessa Olivia) di rivolgere tale attenzione verso sé stesso. Rispetto al romanzo, Bertolucci ha scelto di eliminare il controfinale ambientato dieci anni più tardi. Ottima la prova dei due giovani attori, che reggono l'intera pellicola quasi da soli (in più ci sono Sonia Bergamasco, la madre; Veronica Lazar, la nonna; Pippo Delbono, lo psicanalista; e Tommaso Ragno, l'amico di Olivia). Nella colonna sonora spicca il folk psichedelico di David Bowie ("Ragazzo solo, ragazza sola", cantato in italiano su testi di Mogol, e la sua versione originale, "Space Oddity"). La regia rende vivo anche il polveroso scantinato che ospita i due personaggi, quasi come se fosse il terzo protagonista della vicenda.

30 novembre 2009

The hole (Tsai Ming-liang, 1998)

The hole – Il buco (Dong)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1998
con Yang Kuei-mei, Lee Kang-sheng
***1/2

Rivisto in divx, con Martin, in originale con sottotitoli.

Mentre il capodanno del 2000 si avvicina e le piogge torrenziali scuotono la città, Taipei è colpita da una misteriosa epidemia: un virus di origine sconosciuta, trasmesso dagli scarafaggi, spinge gli esseri umani a comportarsi in modo psicotico e a rintanarsi come insetti in cerca di buio e di umidità. Intere aree vengono messe in quarantena, la raccolta dei rifiuti e l'erogazione dell'acqua potabile sono sospese per costringere gli abitanti ad andarsene. Fra coloro che restano nella propria casa ci sono un uomo e una donna che vivono in due appartamenti di un immenso condominio, l'uno sopra l'altro. I due non si conoscono, non hanno alcun contatto e si parlano a malapena, ma un buco scavato nel pavimento/soffitto delle rispettive abitazioni finirà con mettere in comunicazione i loro spazi vitali e a unirli indissolubilmente. E quando lei sembrerà aver contratto la malattia, lui riuscirà a "riportarla alla luce", sottraendola alla solitudine e all'alienazione.

Pellicola geniale, insolita nella forma e ricca nei contenuti: pur con i consueti tempi lenti e l'attenzione ai piccoli gesti quotidiani, Tsai prova stavolta a universalizzare i propri temi (i protagonisti non hanno nome, l'ambientazione fantascientifica è una metafora del mondo intero) e ravviva il contesto della vicenda con bizzarri inserti musicali che esplicitano pensieri e sentimenti e nei quali la donna interpreta – nella propria fantasia – una serie di brani anni '50 della cantante Grace Chang (alla quale è dedicato un ringraziamento finale). Vedere gli abiti colorati e le raffinate coreografie dei balletti prendere vita negli ambienti degradati dell'edificio crea un insolito cortocircuito nella mente dello spettatore. Ma tutto il lungometraggio si mantiene miracolosamente in equilibrio fra il surreale e il quotidiano, senza rinunciare all'ironia e all'assurdo per mostrare il malessere e il disagio esistenziale. Da annoverare fra i migliori lavori del regista, è stato anche il suo primo film che ho visto, quando uscì nelle sale italiane in versione sottotitolata. Indimenticabile – e angosciante – la pioggia scrosciante che cade in continuazione. La pellicola (che fa parte di una serie di lungometraggi, "2000 as seen by...", commissionata a registi di tutto il mondo dal canale televisivo francese Arte) è completamente girata in interni, dalle camere spoglie degli appartamenti con le pareti scrostate per l'umidità, alle scale e ai corridoi del condominio, fino alle vaste sale vuote del mercato coperto dove l'uomo lavora.

27 aprile 2009

Dove sognano le formiche verdi (W. Herzog, 1984)

Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen)
di Werner Herzog – Germania/Australia 1984
con Bruce Spence, Wandjuk Marika
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Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Un geologo che lavora per una compagnia mineraria nel deserto australiano deve interrompere il proprio lavoro perché un gruppo di aborigeni non vuole che il terreno venga devastato dagli esplosivi: quello, sostengono, è infatti il luogo "dove sognano le formiche verdi" e al quale la loro tribù è legata da tempi immemorabili. La causa in tribunale che ne consegue – fondata sulla legge inglese – non può che dar ragione alla compagnia, ma il geologo sarà ormai entrato in contatto con un mondo che non conosceva e questo lo costringerà a ripensare la propria vita...
Con la sua consueta commistione tra fiction e documentario (la vicenda è ispirata a un caso reale), Herzog realizza un film suggestivo, anche se un po' didascalico e "a tema", che parla delle radici ancestrali dell'umanità, dello scontro fra culture e fra i diversi modi di concepire l'esistenza, dell'impossibilità di comunicare (come nel caso dell'aborigeno "muto", chiamato così perché nessuno è in grado di comprendere la sua lingua essendo l'ultimo discendente della propria tribù), del legame indissolubile fra l'uomo e la terra, dall'incompatibilità di determinati individui con la tecnologia occidentale (l'ascensore che si guasta o l'orologio che impazzisce in presenza degli anziani tribali), del ruolo dei canti e dei sogni nel dare forma alla realtà (indimenticabile la scena in cui un gruppo di aborigeni prega all'interno di un supermercato, nel reparto dei detersivi, perché quello è il luogo sacro dove si trovava l'unico albero della regione e dove da millenni gli uomini vanno a "sognare i propri figli"): un film da abbinare alla lettura de "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin. Le formiche verdi (e le loro caratteristiche, illustrate sullo schermo da un bizzarro entomologo) sono frutto della fantasia del regista, che ha preferito inventarsi un animale totemico di sana pianta anziché proporre sullo schermo un mito reale (allo stesso modo in cui gli oggetti sacri della tribù non possono essere mostrati ad estranei, o i nomi dei morti non possono essere pronunciati per diversi anni). Lo spilungone Spence, che assomiglia vagamente a Donald Sutherland, era già apparso nei film della serie "Mad Max".