Visualizzazione post con etichetta Killer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Killer. Mostra tutti i post

6 maggio 2023

Anna (Luc Besson, 2019)

Anna (id.)
di Luc Besson – Francia/USA 2019
con Sasha Luss, Luke Evans, Helen Mirren
**

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Anna (Sasha Luss), modella russa che vive a Parigi, è in realtà un sicario addestrato dal KGB che sfrutta la sua copertura per avvicinare i bersagli da eliminare. Stufa di questa vita, vorrebbe riconquistare la propria libertà, ma sa bene che i suoi datori di lavoro (fra cui Helen Mirren e Luke Evans) non le permetteranno mai di "licenziarsi". Quando un agente della CIA (Cillian Murphy) scopre la sua identità e le chiede di passare dalla parte degli Stati Uniti, decide di provare un pericoloso doppio (o triplo) gioco... Besson sembra divertirsi a rifare spesso lo stesso film (e a lanciare nuove e giovani attrici, esordienti o quasi), e in questo caso sono evidenti le similitudini con "Nikita". Non che manchino momenti interessanti, tanto a livello di sceneggiatura (la struttura a flashback e flashforward continui e incatenati, che sorreggono diversi colpi di scena) che di regia (ma le scene d'azione, in cui Anna uccide a mani nude o a colpi di pistola decine e decine di avversari, sembrano un misto fra "John Wick" e un videogioco). Tutto però ricorda cose già viste, e rispetto al citato "Nikita" manca l'elemento di rottura o di follia che in quel film era il personaggio interpretato da Jean Reno. La storia si svolge nel 1990, appena prima della fine della guerra fredda, ma non fa alcun riferimento a personaggi e situazioni reali.

10 dicembre 2022

The Batman (Matt Reeves, 2022)

The Batman (id.)
di Matt Reeves – USA 2022
con Robert Pattinson, Zoë Kravitz
**

Visto in TV (Now Tv).

Un misterioso killer, l'Enigmista (Paul Dano), sta uccidendo i più importanti funzionari (giudici e poliziotti) di Gotham City, accusandoli di essere corrotti e lasciando sul posto criptici messaggi destinati a Batman (Robert Pattinson). Questi indaga, aiutato dal commissario Gordon (Jeffrey Wright), l'unico fra la polizia a tollerare la presenza del vigilante, e dall'acrobatica ladra Selina Kyle, alias Catwoman (Zoë Kravitz): ma scoprirà suo malgrado torbide ombre nel passato del suo stesso padre, Thomas Wayne, fino ad allora ritenuto integerrimo... L'ennesimo rilancio cinematografico di Batman (la pellicola non ha nessun legame, almeno esplicito, con le incarnazioni più recenti, quelle in cui a interpretare l'uomo pipistrello c'erano Christian Bale e Ben Affleck, né con altri film del DC Extended Universe) è un lungometraggio cupo, pesante, con toni da noir (c'è anche la voce narrante fuori campo, che ricorda quella del Rorschach di "Watchmen") e inutilmente lungo: quasi tre ore per raccontare una storia dall'intreccio farraginoso, con dialoghi artefatti ed espositivi, scene d'azione noiose e un finale anticlimatico. Sotto il cielo di una Gotham oscura e piovosa c'è poco di fresco o di originale: gli stilemi e i riferimenti sono quelli anni ottanta (i fumetti di Frank Miller) e novanta ("Seven" di David Fincher), a partire da un Batman grosso, corazzato, violento e tormentato, che solo nel finale abbandonerà le sue ossessioni ("Io sono vendetta" è il modo in cui si presenta all'inizio, salvo cambiare prospettiva quando si troverà di fronte alla follia dei suoi avversari) e da una Selina Kyle che sembra uscire direttamente dal "Batman: Year One" di Miller/Mazzucchelli (che apparentemente è l'unico riferimento fumettistico per il personaggio al cinema). Pattinson convince quando è in maschera, nei panni dell'uomo pipistrello, molto meno come Bruce Wayne, troppo cupo e tormentato: i due personaggi dovrebbero essere più antitetici (ma forse lo diventeranno). In un certo senso il film rappresenta un'origin story per Batman, anche se in maniera obliqua: secondo i piani, dovrebbe essere il primo di una nuova trilogia. Insolito il casting, che rende irriconoscibili Andy Serkis (il maggiordomo Alfred) e Colin Farrell (il Pinguino), mentre John Turturro è il boss mafioso Carmine Falcone, legato a doppio filo alle origini sia di Batman che di Catwoman. La colonna sonora di Michael Giacchino gira a più riprese attorno all'Ave Maria di Schubert. Nel finale, comparsata per il Joker ad Arkham. Mediocre l'adattamento italiano, in grande difficoltà nel rendere i giochi di parole contenuti negli indovinelli dell'Enigmista.

24 ottobre 2022

Possessor (Brandon Cronenberg, 2020)

Possessor (id.)
di Brandon Cronenberg – Canada/GB 2020
con Andrea Riseborough, Christopher Abbott
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Tasya Vos (Andrea Riseborough) lavora come killer per un'organizzazione che sfrutta un'avanzata tecnologia neurale per trasferire la coscienza dei propri sicari in altre persone e usarle per commettere gli omicidi. Il suo nuovo incarico consiste nel prendere possesso di Colin (Christopher Abbott), fidanzato con la figlia di un magnate dell'informatica (Sean Bean), e uccidere quest'ultimo. Ma qualcosa va storto durante la procedura, e Tasya scopre di non riuscire a controllare del tutto Colin ma soprattutto di avere difficoltà ad uscire dal suo corpo... Scritto e girato dal figlio di David Cronenberg, un thriller fantascientifico freddo e disturbante, decisamente nello stile del padre: la psiche, la memoria e i corpi vengono scambiati e sconvolti, fra allucinazioni e perdita del sé, e proprio questi sono gli aspetti più interessanti, al di là della trama legata all'organizzazione che compie gli omicidi (per non parlare della strana azienda di data mining in cui lavora Colin, che tramite webcam invade la privacy altrui per catalogare oggetti di arredamento o di uso quotidiano). La crescente alienazione della killer, che dopo ogni missione rischia di lasciare una parte di sé nel corpo che aveva posseduto, fa il resto. Un film interessante e ben fatto, sgradevole a tratti ma volutamente. Bella la fotografia di Karim Hussain. Nel cast anche Jennifer Jason Leigh (il boss di Tasya), Tuppence Middleton (la fidanzata di Colin) e Rossif Sutherland (l'ex marito di Tasya).

16 ottobre 2021

Confessioni di una mente pericolosa (G. Clooney, 2002)

Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a dangerous mind)
di George Clooney – USA 2002
con Sam Rockwell, Drew Barrymore
**

Visto in TV (Now Tv).

Il film che segna l'esordio alla regia di George Clooney è una biografia (romanzata? vedi sotto) di Chuck Barris (Sam Rockwell), ideatore e conduttore di popolari programmi televisivi americani fra gli anni Sessanta e Settanta, come "Il gioco delle coppie", "Tra moglie e marito" e il celeberrimo "The Gong Show" (un format simile al nostro "La corrida"). Nella sua autobiografia, scritta nel 1984, Barris millantò di aver lavorato in segreto come killer per la CIA durante la guerra fredda, e di aver ucciso numerosi agenti nemici nel corso dei suoi viaggi all'estero: che sia vero o meno (quasi sicuramente non lo è), il film lo prende sul serio, anche se i toni della narrazione sono semi-comici. L'intera vicenda – con lo svilupparsi in parallelo delle due "carriere" di Chuck – è raccontata in flashback dallo stesso Barris, mentre scrive la propria biografia, rinchiuso in una camera d'albergo. Nel ruolo del protagonista Rockwell "steals the show", come si suol dire: attorno a lui si muovono lo stesso Clooney (l'agente della CIA che lo assolda), Rutger Hauer (la spia tedesca), e soprattutto Drew Barrymore e Julia Roberts, le due donne di cui Chuck si innamora nella sua doppia vita (una pubblica, l'altra segreta). Pur di apparire nel film dell'amico George, Barrymore e la Roberts hanno accettato di ridursi il compenso al minimo. Particina anche per Maggie Gyllenhaal (Debbie), e cameo per Brad Pitt e Matt Damon nei panni dei concorrenti sconfitti in una puntata de "Il gioco delle coppie". Nel complesso un film divertente ma ondivago, con una narrazione frammentata e un po' confusa che contrappone una brillante e svagata leggerezza a una certa ambizione artistico-intellettuale (alcuni critici hanno ravvisato nello stile della pellicola un mix di influenze dei registi con cui Clooney, da attore, ha più lavorato, ovvero Steven Soderbergh e i fratelli Coen). Peccato che alla resa dei conti non riesca a creare nulla di veramente memorabile, a parte forse il titolo, e che tanto la satira (o l'analisi) del mondo dello spettacolo quanto il cinismo da black comedy risultino alquanto superficiali. Lo sceneggiatore Charlie Kaufman ha disconosciuto in parte la pellicola, lamentando di non essere stato coinvolto da Clooney nelle fasi di produzione e montaggio.

13 aprile 2021

The odd one dies (Patrick Yau, 1997)

The Odd One Dies (Liang ge zhi neng huo yi ge)
di Patrick Yau – Hong Kong 1997
con Takeshi Kaneshiro, Carman Lee
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Il giovane delinquente Mo (Kaneshiro), taciturno e testa calda, viene assoldato come killer a pagamento per uccidere un gangster thailandese che sta per giungere a Hong Kong. Dopo aver vinto inaspettatamente una forte somma di denaro al gioco, però, Mo decide di "subappaltare" il pericoloso incarico a un'ex detenuta dal passato torbido (Carman Lee). Ma nell'attesa del momento in cui dovranno colpire, i due finiranno per innamorarsi e progetteranno di fuggire all'estero. Prodotto da Johnnie To e scritto da Wai Ka-fai, il primo film di Patrick Yau (regista che nel resto della carriera non combinerà poi molto: dopo altre due pellicole per la Milkyway, "The longest nite" e "Expect the unexpected", si dedicherà per lo più alla tv) è interessante soprattutto sotto l'aspetto stilistico, che a tratti ricorda i primi lavori di Wong Kar-wai (forse anche per la presenza dell'attore protagonista, che per Wong aveva recitato in "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"): molto stilizzato, fa ampio uso di inquadrature sghembe, macchina da presa mobile, ricchezza di primi piani e una fotografia notturna e colorata. L'atmosfera dunque non manca, condita da una robusta dose di fatalismo romantico da neo-noir e black humour: ma la storia dei due loser in cerca di una via di fuga dalle proprie miserie appare a tratti un po' troppo disgiunta, fra occasionali tormentoni comici (il boss della triade cui vengono tagliate le dita) alternati a momenti (melo)drammatici.

7 aprile 2021

Amores perros (Alejandro G. Iñárritu, 2000)

Amores perros (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico 2000
con Gael García Bernal, Emilio Echevarría
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Tre storie di persone e di cani (perros, parola che in spagnolo, come in italiano, può essere usata come aggettivo denigrativo: "amori cattivi") si intrecciano a Città del Messico. Il giovane Octavio (Gael García Bernal), innamorato di Susana (Vanessa Bauche), moglie del suo violento fratello Ramiro (Marco Pérez), sogna di fuggire con lei e a questo scopo comincia a procurarsi il denaro necessario facendo combattere il suo cane Kofi in un ring di combattimenti clandestini. La fotomodella Valeria (Goya Toledo), dopo aver perso l'uso delle gambe in un incidente stradale, vede incrinarsi il rapporto con l'amante Daniel (Álvaro Guerrero) anche per le peripezie del suo cagnolino Richie nel nuovo appartamento della coppia. Il barbone El Chivo (Emilio Echevarría), che si procura da vivere per sé e per i suoi numerosi cani lavorando come sicario per un corrotto agente di polizia (José Sefami), cerca di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva abbandonato vent'anni prima per andare a fare il guerrigliero. Pellicola d'esordio per Iñárritu, scritta dall'amico Guillermo Arriaga, con cui collaborerà anche nei due lavori successivi ("21 grammi" e "Babel"). Come quelli, anche questo è un film corale con numerosi personaggi e storie che si intrecciano, al punto da non consentire una semplice divisione in tre parti: situazioni e protagonisti di ciascuna delle vicende appaiono anche nelle altre due, con diversi punti di contatto (in particolare l'incidente stradale che cambia il destino di tutti), in maniera non dissimile da "Prima della pioggia" e "Pulp fiction". Il tema principale è quello della fedeltà e del tradimento, evidente non solo nei rapporti con i cani ma anche fra le persone, spesso imparentate fra loro: da fratelli che si odiano (Octavio e Ramiro, ma anche il mandante e la vittima dell'omicidio che viene commissionato al Chivo) a coniugi che si tradiscono (Susana e Ramiro, Daniel e la moglie). E la violenza fa capolino da ogni parte, mescolata all'amore, spesso trasfigurata nel rapporto con gli animali. E così c'è chi uccide od odia le persone ma ama i cani (El Chivo) e chi li sfrutta soltanto per far soldi (Mauricio (Gerardo Campbell), il "rivale" di Octavio), cani che a loro volta rispecchiano il ventaglio di ruoli e sfumature dei personaggi umani. Esemplare Kofi, il rottweiler di Octavio, che si rivela un killer talmente spietato da innescare un cambiamento nel Chivo e costringerlo a ripensare la propria esistenza. Piuttosto lungo, è un film duro, spietato e intenso, adrenalinico e cruento, capace però di raccontare storie che scuotono nel profondo, senza divisioni nette fra bene e male o fra buoni e cattivi, dove le persone si comportano come cani e viceversa. Da guardare, magari, a fianco del "Dogman" di Garrone. Le sequenze dei combattimenti fra cani sono impressionanti, ma a quanto pare sono simulate: un cartello nel finale sottolinea che a nessun animale è stato recato danno durante le riprese. Grande successo di critica, con premi a numerosi festival e nomination agli Oscar per il miglior film straniero: sia il regista, sia lo sceneggiatore, sia l'attore protagonista (García Bernal) avvieranno da qui una fortunata carriera hollywoodiana.

10 marzo 2021

Time to hunt (Yoon Sung-hyun, 2020)

Time to hunt (Sanyangui sigan)
di Yoon Sung-hyun – Corea del Sud 2020
con Lee Je-hoon, Choi Woo-shik
**1/2

Visto in TV (Netflix).

In una Corea economicamente in bancarotta, in preda al caos sociale e funestata da povertà e criminalità, il giovane ladruncolo Jun-seok (Lee Je-hoon), appena uscito di prigione, sogna di fuggire verso un paradiso tropicale e a questo scopo organizza una rapina a una casa da gioco clandestina insieme agli amici Ki-hoon (Choi Woo-shik), Jang-ho (Ahn Jae-hong) e Sang-soo (Park Jung-min). Ma i gangster che gestivano il locale scatenano sulle loro tracce un killer solitario e implacabile, l'ex poliziotto Han (Park Hae-soo), che darà la caccia ai ragazzi giocando con loro come il gatto con i topi... Solido crime movie che ha nelle scene di tensione e nell'umanità dei personaggi il suo punto di forza. Senza velleità autoriali (anche se il contesto sociale semi-distopico è un ingrediente inatteso e che arricchisce la vicenda) ma comunque ben diretto e interpretato, il film si lascia seguire con interesse fino a un finale, a dire il vero, un po' deludente nella sua incapacità di essere del tutto risolutivo. Nonostante alcune svolte improbabili (come i due mercanti d'armi gemelli interpretati da Jo Sung-ha), il tono di fondo è piuttosto realistico: i personaggi commettono errori o cedono all'emozione, tutti ovviamente tranne l'inarrestabile e misterioso killer, una sorta di "uomo nero" o di Babau, sempre pronto a uscire dall'ombra (o dai sogni) per avventarsi sui protagonisti, la cui fuga diventa una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

15 dicembre 2020

La farfalla sul mirino (S. Suzuki, 1967)

La farfalla sul mirino (Koroshi no rakuin)
di Seijun Suzuki – Giappone 1967
con Joe Shishido, Koji Nanbara
***

Visto in TV (Prime Video).

Goro Hanada (Shishido), "killer numero 3" al servizio di una potente organizzazione criminale, ama il profumo del riso bollito e non sopporta la solitudine, che dovrebbe essere invece l'unica compagna di un assassino. Per questo sceglie di sposare la folle Manami (Mariko Ogawa), che gira sempre nuda per casa, e si lascia poi attrarre dalla misteriosa Misako (Annu Mari), una ragazza ossessionata dalla morte, che lo contatta per commissionargli un omicidio. Ma una farfalla che si posa per un attimo sul mirino del suo fucile (il caso, il destino?) gli fa mancare il colpo: e per questo motivo viene condannato a morte dalla sua stessa organizzazione, che gli manda contro l'avversario più pericoloso di tutti, il Fantasma, ovvero il "killer numero 1" (Nanbara). La pellicola più famosa (anzi, famigerata) di Seijun Suzuki è un delirante e confuso B-movie anarchico e frammentario, dal ritmo sconnesso e dai contenuti risibili che mescolano thriller ed erotismo, ma dallo stile altamente personale. Girato in un avvolgente bianco e nero espressionista, ricco di suggestioni e di momenti bizzarri, il lungometraggio pare procedere per proprio conto in un mondo astratto e surreale, popolato da killer spietati e da donne folli, che agiscono in preda a pulsioni e feticismi, attraverso situazioni improvvisate e debolmente legate le une alle altre che si dipanano in un'atmosfera torbida e notturna: i fantasiosi omicidi commessi da Hanada, il suo perverso rapporto con la moglie, le farfalle e gli uccellini morti di cui si circonda Misako, e infine lo scontro fra i due killer che si braccano come il gatto con il topo, condividendo lo stesso spazio e la stessa casa, prima di affrontarsi nella penombra di un palazzetto dello sport. A tratti ridicolo e a tratti struggente, il film è sicuramente superiore alla somma delle sue parti. La casa di produzione Nikkatsu aveva chiesto a Suzuki (autore anche della sceneggiatura insieme a un gruppo di collaboratori, accreditati collettivamente con lo pseudonimo Hachiro Guryu, ovvero "Il gruppo degli otto") di realizzare un film di yakuza tradizionale, anche per lanciare definitivamente la carriera dell'attore Joe Shishido (che anni prima si era gonfiato le guance con un'operazione di chirurgia plastica per avere lineamenti più "mascolini" e recitare così parti da cattivo e da duro), e non fu per nulla soddisfatta del confuso risultato finale, licenziando il regista e ritirando la pellicola dalla circolazione. Ne seguì una celebre disputa legale che, se da un lato rese Suzuki un eroe della controcultura e del cinema underground, dall'altro gli fece terra bruciata intorno e gli impedì di dirigere un altro film per dieci anni. Col tempo, la pellicola è stata riscoperta dal pubblico e rivalutata dalla critica, diventando un autentico cult movie. In Italia è uscita anche con il titolo "Il marchio dell'assassino", traduzione letterale dell'originale, mentre in America è nota come "Branded to kill". Ispirata in parte dai film di James Bond e dai noir americani, ma anche dalla pop art e dal teatro kabuki, ha influenzato a sua volta Jim Jarmusch (che ne ha citato una scena in "Ghost dog"), Quentin Tarantino, John Woo, Johnnie To, Takeshi Kitano ("Getting any?"), Wong Kar-wai ("Angeli perduti") e persino la serie di Lupin III (personaggio del quale Suzuki stesso dirigerà un film nel 1985, "La leggenda dell'oro di Babilonia"). Nel 2001 il regista firmerà una sorta di sequel/remake/omaggio con "Pistol opera".

6 luglio 2020

John Wick 3 (Chad Stahelski, 2019)

John Wick 3: Parabellum (John Wick: Chapter 3 - Parabellum)
di Chad Stahelski – USA 2019
con Keanu Reeves, Ian McShane
*1/2

Visto in TV.

Il terzo capitolo di quella che ormai è diventata una saga (anche se dall'inizio del primo è passata una sola settimana!) comincia esattamente dove era terminato il secondo. John Wick è stato "scomunicato" dalla Gran Tavola, l'organizzazione di killer di cui faceva parte, e con una taglia di 14 milioni di dollari sulla testa è ormai il bersaglio di tutti i suoi ex colleghi. Nel corso della sua fuga (durante la quale veniamo a sapere che probabilmente è di origine bielorussa e che il suo vero nome è Jardani Jovonovich) fa una tappa a Casablanca per incontrare Sofia (Halle Berry) e ottenere la grazia dal "reggente" Berrada (Jerome Flynn), prima di tornare a New York, dove dovrà difendere l'hotel Continental dell'amico Winston (Ian McShane) dalla furia del giapponese Zero (Mark Dacascos). Smarrita ormai la purezza del primo episodio, la sceneggiatura continua ad aggiungere alla trama una sovrastruttura tutt'altro che interessante. L'organizzazione dei killer si fa sempre più stratificata e complessa, con riti e regole via via più assurde e nuovi personaggi – come la "Giudicatrice" (Asia Kate Dillon) – che rendono la storia ancora più inconsequenziale. Tutto viene costruito per poi essere smontato poco dopo, i personaggi continuano a prendere decisioni senza senso, e nulla sembra originale o sorprendente. E se va ammesso che alcune scene d'azione sono ricche di stile, almeno a livello di scenografie e coreografie (ma con un utilizzo casuale di elementi culturali "alti" per risultare più chic: dagli arredamenti alla musica di Vivaldi, fino al titolo del film che proviene dalla frase in latino "Si vis pacem, para bellum"), è anche vero che i combattimenti sono prolungati più del dovuto, fino a sconfinare nella noia (come è il caso dello scontro finale nell'albergo). E a proposito di combattimenti e sparatorie (di fatto l'ossatura del film): alcuni sono indubbiamente interessanti (la battaglia con i coltelli nel negozio di armi), ma altri fanno smaccatamente il verso ai videogiochi sparatutto (come quello a Casablanca, che li imita anche attraverso la fotografia, le soggettive e i movimenti di macchina, e con tanto di armi o munizioni prese ai nemici uccisi). Persino Reeves pare annoiarsi e risulta meno convincente, mentre Dacascos è inutilmente pompato come nemico all'altezza di John Wick (ovviamente non lo è). Dal primo film torna, se non altro, il tema del cane da vendicare (stavolta quello di Halle Berry). Un altro cliffhanger nel finale: ci toccherà un quarto episodio. Nota di demerito per i titolisti italiani che non hanno mantenuto la coerenza con il secondo film, eliminando la parola "capitolo".

John Wick 2 (Chad Stahelski, 2017)

John Wick: Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2)
di Chad Stahelski – USA 2017
con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio
*1/2

Visto in TV.

Portata a termine la sua vendetta nel film precedente, John Wick sperava di potersi ritirare finalmente a vita privata. Ma è costretto a tornare in azione per onorare controvoglia un "pegno" che aveva contratto in passato con il boss della camorra Santino D'Antonio (Scamarcio), il quale gli chiede di recarsi a Roma per uccidere la propria sorella Gianna (Claudia Gerini). Uno dei pregi del prototipo era la semplicità della trama, la storia di un killer che cercava una vendetta personale. Qui invece si amplia l'orizzonte, si aggiungono scenari "esotici" (Roma, appunto) e società criminali in lotta fra loro, dando vita a un setting da film di spionaggio (tipo James Bond, per intenderci). E il finale aperto, in cui il protagonista viene "scomunicato" dall'organizzazione di killer di cui faceva parte ed è costretto alla fuga da solo, prepara il terreno per un ulteriore sequel. Già il primo film non brillava per originalità o realismo (i cattivi si comportavano in maniera assurda, non uccidendo per esempio l'eroe quando ne avevano la possibilità), ma stavolta tutto sembra ancora più fine a sé stesso, con personaggi che vivono in un mondo a parte, senza punti di contatto con quello della gente comune (al punto da spararsi o uccidersi fra di loro anche per strada e in pubblico) e dove la vita umana non ha alcun valore. Le scene girate in Italia (in location come le Terme di Caracalla, gli Horti Sallustiani e Piazza Navona) trasudano stereotipi e convenzionalità, mentre gli attori nostrani (Scamarcio e la Gerini, ma c'è anche Franco Nero) si doppiano da soli, generando una sensazione di dilettantismo se confrontati con le voci dei personaggi americani. La cosa migliore, nonostante tutto, continuano a essere i riti e le regole di killer e malavitosi, il vero motore dietro l'effetto domino che genera infinite scene d'azione e di sparatorie. Nel cast anche il rapper Common (Cassio, la guardia del corpo di Gianna), Ruby Rose (Ares, l'assassina muta) e Laurence Fishburne (il "re" dei mendicanti della Bowery).

5 luglio 2020

John Wick (Chad Stahelski, 2014)

John Wick (id.)
di Chad Stahelski [e David Leitch] – USA 2014
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist
**

Visto in TV.

Ex sicario ritiratosi a vita privata, John Wick torna in azione dopo la morte della moglie per vendicarsi di una gang di mafiosi russi che, ignorando la sua identità, gli hanno rubato l'auto e ucciso il cane. Un plot semplicissimo e non troppo originale, un personaggio visto mille volte (il killer inarrestabile che da solo affronta centinaia di avversari), scene d'azione ripetitive che sembrano uscite da un videogioco (a un certo punto, a sottolineare la cosa, uno sparatutto in prima persona compare davvero sullo schermo), cattivi che fanno sempre la scelta sbagliata: nonostante tutto, però, ci si diverte, perché – vivaddio – il film non si prende sul serio e non aspira a essere nulla più di quello che è, senza sovrastrutture filosofiche o rimandi all'attualità. La cosa più interessante sono i piccoli particolari che ampliano il mondo attorno al protagonista e ai suoi "colleghi": un universo dove fare il killer è un lavoro come un altro e i sicari seguono un proprio codice, si radunano presso l'hotel Continental (una sorta di "porto franco" dove potersi rifugiare, rilassare, o incontrare i propri clienti), si fanno pagare in "monete d'oro" e hanno a propria disposizione una serie di servizi per le questioni più pratiche, come ripulire le scene delle sparatorie dai cadaveri che hanno seminato. Keanu Reeves è in gran forma nel ruolo dell'assassino freddo ed elegante (veste sempre di nero), carismatico e inespressivo, che combatte per una vendetta personale senza lasciar trapelare più di tanto le proprie emozioni. Michael Nyqvist è il boss mafioso russo, Alfie Allen il figlio arrogante e stupido che ha scatenato l'ira del protagonista, Ian McShane il misterioso proprietario del Continental, John Leguizamo il garagista Aurelio, mentre Willem Dafoe e Adrianne Palicki sono due "colleghi" di John, rispettivamente un alleato e un'antagonista. Da notare le traduzioni dal russo che appaiono sullo schermo come fossero le didascalie di un fumetto. Opera prima della coppia di ex stuntmen Chad Stahelski (regista) e David Leitch (produttore), sceneggiata da Derek Kolstad, la pellicola ha riscosso un inatteso successo di pubblico che ha portato alla realizzazione di vari sequel, dando così vita a una fortunata franchise (attualmente sono in lavorazione anche una serie televisiva e degli spin-off).

7 giugno 2020

Gemini man (Ang Lee, 2019)

Gemini man (id.)
di Ang Lee – USA 2019
con Will Smith, Mary Elizabeth Winstead
*1/2

Visto in TV.

Henry Brogan (Will Smith), infallibile cecchino impiegato dal governo americano in missioni segrete in giro per il mondo per "eliminare" terroristi, ha deciso di andare in pensione. Ma i suoi stessi superiori intendono ucciderlo per evitare che scopra che è stato clonato: esiste infatti una sua versione più giovane che dovrà sostituirlo, nella speranza che a differenza sua non provi stanchezza nell'uccidere e non sviluppi una "coscienza". E naturalmente proprio a "Junior" sarà affidato l'incarico di rintracciare ed eliminare Henry, che dal suo canto vedrà nel ragazzo l'opportunità di rivivere la propria esistenza, questa volta in maniera più compiuta e soddisfacente. Da un soggetto di Darren Lemke rimasto nel limbo per oltre vent'anni, un film d'azione che mantiene molto meno di quanto promette. Gli sviluppi della storia sono scontati, le situazioni viste e straviste, i personaggi senza caratterizzazione (a parte quella necessaria per la trama), e i comprimari e il cattivo – Henry è aiutato dall'agente Danielle Zakarewski (Mary Elizabeth Winstead) e dall'amico di un tempo Barone (Benedict Wong), mentre l'antagonista è Clive Owen – del tutto generici o intercambiabili. Persino la direzione di Ang Lee è abbastanza anonima, anzi stupisce trovare il nome del regista taiwanese associato a questo progetto (avrebbe potuto girarlo un qualsiasi mestierante). A parte il tema del conflitto generazionale, l'aspetto più interessante è quello tecnico, e non solo per il "ringiovanimento" digitale di Will Smith che gli consente di interpretare due parti (anzi, tre), di combattere contro sé stesso e di apparire al contempo ventenne e cinquantenne. Come il precedente film di Lee, "Billy Lynn", l'intera pellicola (che naturalmente è uscita nelle sale anche in versione 3D) è stata girata e proiettata con un high frame rate (HFR) di 120 fotogrammi al secondo (anziché i consueti 24), dando alle immagini una nitidezza fin troppo elevata e iperreale: il risultato, soprattutto nelle sequenze ambientate nelle varie località "esotiche" in cui si svolge la storia, come Cartagena o Budapest, fa pensare agli spot turistici. Brutto il doppiaggio italiano.

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

17 marzo 2018

Regarde les hommes tomber (J. Audiard, 1994)

Regarde les hommes tomber
di Jacques Audiard – Francia 1994
con Jean Yanne, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'esordio alla regia di Jacques Audiard (fino ad allora soltanto sceneggiatore) è un insolito noir, tratto da un romanzo di Teri White, che segue due storie parallele (leggermente sfasate temporalmente) che si incontrano solo alla fine. Simon (Yanne), rappresentante di biglietti da visita in crisi di mezza età, lascia il lavoro e la moglie per dedicarsi a tempo pieno alla ricerca del killer che ha sparato al suo giovane amico Mickey, un poliziotto infiltrato, mandandolo in coma. Contemporaneamente, l'anziano vagabondo e giocatore d'azzardo Marx (Trintignant) stringe un sodalizio con il più giovane e sempliciotto Frédéric (Kassovitz), che si fa chiamare Johnny: per ripagare il debito con un gangster, i due accettano di diventare dapprima suoi esattori e poi addirittura sicari. E in effetti sarà proprio Johnny a sparare a Mickey, scatenando i propositi di vendetta di Simon... La struttura a incastro consente ad Audiard di mantenere alta la tensione e al tempo stesso di esplorare al meglio i sentimenti dei suoi personaggi. Si tratta di due storie d'amicizia virile (e anche qualcosa di più) assai simili fra loro: asimmetriche per età (Simon e Marx anziani, Mickey e Johnny giovani), all'insegna del non detto e della mancanza di comunicazione (il tema dei vari linguaggi, così caro ad Audiard, è presente sin da questo primo film: si pensi alle scene in cui Simon legge ad alta voce il giornale all'amico in coma, o a quelle in cui Johnny descrive cosa c'è in televisione alla vecchietta cieca), dove l'amicizia, l'affetto e la dipendenza si intrecciano inesorabilmente. E a questo proposito, importante anche la metafora del cane: se Johnny si attacca a Marx come un cagnolino (significativo che rinunci al proprio nome quando gli viene detto che "Fredo" è un nome da cane), sia Simon che Marx prendono consapevolezza del legame quando incrociano lo sguardo di un cane che passa al loro fianco. Trattandosi di un'opera prima, non tutto è perfetto: qualche vezzo stilistico un po' fine a sé stessso (l'occasionale voce femminile narrante, i cartelli), una narrazione non sempre chiara e una fotografia da rivedere sono però compensate da diverse scene assai intense (per esempio quella in cui Simon chiede a un ragazzo di strada com'è la vita in comune con un altro uomo), da un'interessante colonna sonora (di Alexandre Desplat) e da uno struggente finale. Nel cast anche Bulle Ogier e Christine Pascal. Il titolo ha ispirato il nome di un gruppo di heavy metal francese.

7 febbraio 2018

Nikita (Luc Besson, 1990)

Nikita (id.)
di Luc Besson – Francia/Italia 1990
con Anne Parillaud, Tchéky Karyo
***

Rivisto in DVD.

Dopo aver ucciso un poliziotto nel corso di una rapina a una farmacia in compagnia di tre amici tossici, la giovane delinquente Nikita (Parillaud, nel ruolo più famoso della sua carriera) viene scelta dal governo per essere addestrata come sicario all'interno di un programma top secret. L'agente Bob (Tchéky Karyo) trasforma lentamente quella che era una ragazza insicura e ribelle in un'infallibile macchina per uccidere. Pur continuando a obbedire ai suoi ordini, però, Nikita svilupperà il desiderio di condurre una vita normale al fianco del fidanzato Marco (Jean-Hugues Anglade). Proseguendo nella sua filza di successi a inizio carriera, Besson realizza un thriller d'azione serrato e coinvolgente, in particolar modo nelle scene che mostrano le varie missioni della protagonista (una delle quali a Venezia), anche se l'insieme risulta a tratti ingenuo e decisamente fumettistico. Al fianco della Parillaud compaiono molti caratteristi e vecchi volti del cinema francese (Jeanne Moreau, Philippe Leroy). Il regista dirige con solidità e un buon ritmo, concedendosi pochi svolazzi autoriali, aiutato da una fotografia con evidenti influenze del cinema hongkonghese (si pensi all'illuminazione in blu nella scena iniziale). Dove la pellicola deraglia e perde il suo equilibrio è nell'ultima mezz'ora, quando entra in scena Victor l'Eliminatore (Jean Reno, ormai pronto per il successivo "Leon"), personaggio ingombrante che ruba la scena alla protagonista. E il finale voleva forse lasciare aperta la porta a un sequel che non c'è mai stato. Ma arriveranno due remake made in USA ("Nome in codice: Nina") e Hong Kong ("Black cat"), e due serie tv ("La femme Nikita" e "Nikita"). Musica di Éric Serra. Il nome russo "Nikita" solitamente è maschile (basti pensare a Krusciov o a Michalkov), ma Besson lo utilizza al femminile, ispirato dal video della canzone "Nikita" di Elton John.

11 ottobre 2017

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Elektra (id.)
di Rob Bowman – USA/Canada 2005
con Jennifer Garner, Kirsten Prout
*

Rivisto in TV.

Il titolo non ha nulla a che fare con la mitologia, né tantomeno con l'opera di Richard Strauss. Elektra è un personaggio Marvel, sicario ninja di origine greca, creato da Frank Miller negli anni ottanta nella sua leggendaria run su "Daredevil". E proprio dal film su Devil con Ben Affleck (di cui questo è uno spin-off) proviene l'incarnazione interpretata da Jennifer Garner, quasi irriconoscibile rispetto alla sua controparte disegnata. In quel film, tra l'altro, veniva uccisa: ma qui è stata magicamente resuscitata. Spietata killer, Elektra viene assoldata per eliminare un uomo, Mark Miller (Goran Višnjić: il cognome è senza dubbio un omaggio al creatore fumettistico del personaggio), e sua figlia, la tredicenne Abby (Kirsten Prout). Sceglie però di risparmiarli, anche perché nella bambina rivede forse sé stessa, e per questo motivo si ritrova contro i ninja della Mano, organizzazione criminale (con superpoteri) che dà la caccia proprio ad Abby, che ritiene destinata a diventare il guerriero che romperà l'equilibrio fra bene e male. Un film mediocrissimo e senza alcuna qualità, fra i Marvel movie meno ispirati di sempre (non che la sua appartenenza all'Universo Marvel sia in qualche modo esplicitata: una scena in cui sarebbe dovuto apparire Ben Affleck nei panni di Matt Murdock è stata eliminata). Alla sua uscita l'avevo detestato, stavolta semplicemente non mi ha fatto né caldo né freddo. Della complessità del personaggio originale non rimane nulla, anche per via di un'errata scelta di casting (la Garner non ha carisma né personalità). E la trama è quella di un thriller d'azione come mille altri, piatto e convenzionale, per lunghi tratti pure noioso, e con un finale quanto mai scontato. Terence Stamp è il sensei cieco Stick. Fra i cattivi figurano Will Yun Lee (Kirigi) e Natassia Malthe (Typhoid Mary, qui un membro della Mano).

12 luglio 2017

Il soldato americano (R. W. Fassbinder, 1970)

Il soldato americano (Der Amerikanische Soldat)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Karl Scheydt, Elga Sorbas
**

Visto in divx.

Richard Murphy (Karl Scheydt), killer tedesco da tempo emigrato in America (chiamato "soldato" nel titolo perché ha combattutto in Vietnam), torna a Monaco dopo diversi anni per eseguire una serie di contratti. Fra un omicidio e l'altro, trova il tempo di salutare l'amico di un tempo Franz Walsch (Fassbinder stesso, non accreditato) e di fare una breve visita alla madre alcolizzata e al fratello psicolabile (Kurt Raab). Quando chiede una ragazza alla reception dell'albergo in cui alloggia, uno dei detective che lo hanno assoldato (Jan George) gli fa mandare in camera la sua compagna Rosa (Elga Sorbas) per sorvegliarlo più da vicino. La donna finisce per innamorarsene e vorrebbe fuggire con lui, ma Richard la uccide. La resa dei conti sarà inevitabile. Terzo (e ultimo) capitolo della saga di Franz Walsch (dopo "L'amore è più freddo della morte" e "Dei della peste"), un lento pseudo-noir nichilista ed esistenzialista, colmo di rimandi e richiami (a volte freddamente ironici) ai gangster movie made in USA (un riferimento evidente è Sam Fuller, il cui cognome è dato all'informatrice Magdalene), girato in un algido bianco e nero e ambientato in un mondo cupo, misogino e privo di affetti (dove le donne, in particolare, non hanno scampo dai maltrattamenti e dalla violenza: vedi anche la cameriera dell'albergo, interpretata da Margarethe von Trotta, che finisce col suicidarsi nell'indifferenza di tutti per una delusione d'amore) e dove l'unico valore rimasto è l'amicizia. Anche se non si tratta dell'ultimo film dell'Antiteater, la morte di Walsch/Fassbinder simboleggia un po' la fine di quell'esperienza: dopo ben dieci film in due anni, dal 1971 il regista comincerà una nuova fase della sua carriera, dalle ambizioni più "cinematografiche" e sempre più acclamata dalla critica. La vicenda raccontata dalla Von Trotta nel suo soliloquio sarà portata sullo schermo da RWF quattro anni più tardi (nel film "La paura mangia l'anima"). Il tema musicale è opera del produttore Peer Raben, autore anche della canzone (con testi di Fassbinder) sull'interminabile sequenza finale.

8 maggio 2017

Looper (Rian Johnson, 2012)

Looper - In fuga dal passato (Looper)
di Rian Johnson – USA 2012
con Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis
**1/2

Visto in divx.

Un'organizzazione criminale del futuro si sbarazza dei propri nemici inviandoli indietro nel tempo di trent'anni e facendoli uccidere da sicari chiamati "Looper". Il nome deriva dal fatto che, quando il loro contratto viene terminato, essi sono costretti ad assassinare anche sé stessi da vecchi, chiudendo così il loop (il cerchio). Ma il vecchio Joe (Willis) non ci sta a farsi ammazzare dalla propria controparte giovane, anche perché intende trovare il bambino che nel futuro diventerà il terribile Sciamano, il capo della criminalità organizzata che ha fatto uccidere sua moglie, per eliminarlo prima che sia troppo tardi... Al suo terzo film, Johnson (anche sceneggiatore) si dà alla fantascienza, genere che continuerà a frequentare nell'imminente "Star Wars: Gli ultimi Jedi", e imbastisce una storia di paradossi temporali che – come tutte – rischia di avere poco senso se ci si pensa troppo (gli stessi personaggi, a un certo punto, ironizzano sul fatto che sia meglio non parlarne, altrimenti "ci stiamo tutto il giorno e ci ritroviamo a fare diagrammi con le cannucce"). La trovata è quella di ammettere che ogni cambiamento nel passato si ripercuota immediatamente sul futuro (o sulle persone che ne provengono), modificando la realtà "in diretta" (i cattivi possono torturare la versione giovane di un personaggio, e quella vecchia vedrà apparire su di sé le cicatrici di tali ferite; l'aspetto più interessante è che anche le memorie possono cambiare istantaneamente). Se lo spunto di partenza è intrigante, il film soffre di scarso equilibrio: dopo soli otto minuti ha già raccontato quasi tutto quello che aveva da dire, ed è poi costretto a dilungarsi in sequenze dal respiro più convenzionale (tutta la parte nella fattoria), dando l'impressione di non sapere come riempire la pellicola, oltre a sfiorare il plagio di "Terminator" (con il twist che qui è il protagonista a dare la caccia ai bambini). Fra i vari temi introdotti ci sono la telecinesi (il 10% della popolazione umana ha questo potere) e il rapporto fra giovani e vecchi (nel dialogo con il sé stesso di trent'anni più tardi, Joe dice: "Questa è la mia vita di adesso, tu hai avuto la tua. Quindi fai come tutti gli altri vecchi: muori e levati dalle palle!"; sembra quasi un dibattito sulle pensioni!). Gordon-Levitt, già protagonista del film d'esordio di Johnson ("Brick"), è truccato in modo tale da assomigliare a Bruce Willis da giovane. Nel cast anche Emily Blunt, Paul Dano, Jeff Daniels e Piper Perabo.

6 ottobre 2016

The assassin (Hou Hsiao-hsien, 2015)

The assassin (Cike nie yinniang)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan/Cina/HK 2015
con Shu Qi, Chang Chen
*1/2

Visto al cinema Palestrina.

La giovane Nie Yinniang (Shu Qi), addestrata fra le montagne all'arte della spada da una monaca taoista (Fang-yi Sheu), torna in patria con il compito di assassinare il cugino Tian Ji'an (Chang Chen), governatore militare della provincia di Weibo che si ribella all'autorità della corte imperiale. Ma non avrà il cuore di portare a termine la missione, anche perché proprio Tian era stato il suo promesso sposo. HHH ha impiegato oltre cinque anni di lavoro per adattare un racconto popolare cinese del nono secolo dopo Cristo (ambientato al tempo della dinastia Tang). Il regista taiwanese si è sempre contraddistinto per un cinema molto attento alla forma, e la tendenza raggiunge qui forse il suo apice. L'aspetto visivo è senza dubbio affascinante: costumi, scenografie e paesaggi naturali mozzano il fiato per la loro bellezza, e la contemplazione è favorita dal ritmo lento e ieratico e dalla regia elegante e misurata (quantomeno curiosa, però, la scelta del formato 4:3). Ma la struttura narrativa è confusa, imperfetta o, nel migliore dei casi, enigmatica: e manca del tutto il coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi, anche perché i loro comportamenti sono presentati senza motivazioni o appigli (a parte il vago contesto storico, riassunto brevemente all'inizio della pellicola). Pertanto, nonostante i tanti elogi ricevuti dalla critica, si rimane annoiati e delusi di fronte a un film che getta nel mix un po' di tutto ma senza approfondire nulla e lasciando irrisolti molti fili: intrighi militari, politici, sentimentali, arti marziali e persino magia nera. È comunque sempre un piacere rivedere sullo schermo la bellissima Shu Qi (che per HHH aveva già recitato in "Millenium mambo" e "Three times"), anche se stavolta non ha occasione di mostrare il suo sorriso. Premio per la miglior regia al festival di Cannes. Interessante la colonna sonora di Lim Giong. Il doppiaggio italiano lascia inspiegabilmente delle parole in inglese ("Lord Tian").

21 luglio 2016

La mala ordina (Fernando Di Leo, 1972)

La mala ordina
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Mario Adorf, Adolfo Celi
**

Visto in TV.

Due sicari newyorkesi (Henry Silva e Woody Stroode) giungono a Milano con l'incarico di eliminare Luca Canali (Mario Adorf), un magnaccia siciliano che gestisce la prostituzione al Parco Lambro. Luca, delinquente di piccolo calibro che ha sempre badato a non pestare i piedi a nessuno, si interroga sul perché gli americani lo vogliano morto. E quando il boss locale, don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), gli fa uccidere la moglie e la figlioletta per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio, scatenerà la propria vendetta. Dopo l'ottimo "Milano calibro 9", Di Leo ricorre nuovamente ai racconti di Giorgio Scerbanenco per girare un altro poliziottesco – anche se di poliziotti non ce ne sono – ambientato nella capitale lombarda, di cui però a stento si riconoscono un paio di location (la Darsena, la Stazione Centrale). Fra dialoghi didascalici, personaggi tagliati con l'accetta e tante donnine seminude (fra cui Femi Benussi e Francesca Romana Coluzzi), il film fatica a uscire dai limiti del suo genere e risulta decisamente meno interessante del lavoro precedente, di cui riprende l'ambientazione ma non i personaggi. Da salvare la prova energetica di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores) e l'intensità di un paio di scene d'azione (la morte dei familiari di Luca, con successivo inseguimento al loro killer lungo i Navigli; e lo scontro finale con i due americani nel cimitero delle auto, con il gattino bianco che simboleggia tutti gli innocenti – e sono tanti! – vittime collaterali dei gangster). Luciana Paluzzi è l'hostess dei due sicari, Sylva Koscina la moglie di Luca, mentre Renato Zero fa un breve cameo. Musiche di Armando Trovajoli. Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato alla coppia formata da Henry Silva e Woody Stroode per i due protagonisti di "Pulp Fiction". La cosiddetta "Trilogia del milieu" sarà completata da Di Leo l'anno seguente con "Il boss".