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2 marzo 2021

Fantasma d'amore (Dino Risi, 1981)

Fantasma d'amore
di Dino Risi – Italia/Francia/Germania 1981
con Marcello Mastroianni, Romy Schneider
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il commercialista Nino Monti (Mastroianni), sposato e senza figli, conduce una vita tranquilla e ordinaria. Quando si imbatte per caso in Anna (Romy Schneider), suo antico amore di gioventù, in lui si risvegliano ricordi e passioni. Ma la vicenda si complica in più direzioni: dapprima scopre che di Anna ce ne sono due, una ancora bella e fresca, sposata con un ricco nobile, e un'altra vecchia e malata, quasi irriconoscibile e persino ripugnante. E poi un amico medico gli rivela che la donna in realtà è morta tre anni prima: che dunque si tratti del frutto della sua immaginazione, o addirittura di un fantasma tornato per vendicarsi di antichi torti? Da un romanzo di Mino Milani, ambientato in una Pavia brumosa e invernale (la fotografia è di Tonino Delli Colli), una pellicola d'atmosfera e malinconica, che si dipana sul filo dei ricordi e del mistero (inizialmente sembra voler intavolare una riflessione sul "tempo che ci fa invecchiare, che ci consuma", poi subentra una trama da giallo parapsicologico). Il fascino non manca, grazie ai temi, all'ambientazione, alla regia composta e a una grande coppia di interpreti. Ma qualche svolta non del tutto imprevedibile e un finale ambiguo e forse superfluo (che ricorda "Il gabinetto del dottor Caligari") fanno abbassare un po' il giudizio. Eva Maria Meineke è Teresa, la moglie di Nino. Michael Kroecher è Don Gaspare, inquietante figura mistica di prete/mago che cita Nostradamus e Coleridge. L'immagine del volto di Anna che fissa Nino da sotto l'acqua ricorda l'Ofelia di Millais o le tante figure acquatiche e semi-divine della mitologia. Nella colonna sonora di Riz Ortolani spicca il clarinetto di Benny Goodman.

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

16 settembre 2019

In nome del popolo italiano (Dino Risi, 1971)

In nome del popolo italiano
di Dino Risi – Italia 1971
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman
***

Visto in divx alla Fogona.

Il giudice istruttore Mariano Bonifazi (Tognazzi) vede nell'imprenditore Lorenzo Santenocito (Gassman) tutto quello che combatte con severità e solerzia: l'arroganza del potere, l'arricchimento ai danni della comunità, la disonestà, la corruzione, la spregiudicatezza nel commettere abusi edilizi e nell'inquinare l'ambiente, le mani in pasta in mille affari di grande e piccolo calibro. Come se non bastasse, Santenocito è un ex fascista (mentre Bonifazi è di sinistra), e questo ne fa un avversario anche dal punto di vista ideologico. Tanto basta per concentrare su di lui le indagini sulla morte di una giovane prostituta d'alto bordo (Ely Galleani) che Santenocito non solo frequentava, ma di cui si serviva per “ammorbidire” le trattative d'affari durante cene e festini. L'alibi dell'uomo per la sera in questione non regge: ma sarà davvero colpevole? Nonostante qualche personaggio minore un po' caricaturale (il medico legale, l'archivista del tribunale che cita Belli, il cameriere gay), i toni non sono quelli della commedia o della satira: strutturato come un giallo (soltanto nel finale scopriremo la verità sulla morte della ragazza) e basato sullo scontro fra due personalità contrapposte, il film fa riflettere su come il boom economico abbia prodotto una categoria di imprenditori che sfruttano ogni occasione, legale o meno, per arricchirsi (come i palazzinari de “Le mani sulla città”), nell'indifferenza se non con la complicità della società civile. Tanto che Bonifazi si trova a riflettere amaramente se quel “popolo italiano” in nome del quale la giustizia emette le sue sentenze – e che sembra trovare una propria unità soltanto di fronte alle vittorie calcistiche, per di più non senza manifestazioni di teppismo e volgarità – meriti davvero di essere tutelato e protetto. Di fatto Santenocito è un Berlusconi prima di Berlusconi (manca soltanto la discesa in politica, per il resto c'è tutto: dagli appoggi altolocati alle “cene eleganti”). Soggetto e sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, la musica è di Carlo Rustichelli.

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

3 ottobre 2018

Poveri milionari (Dino Risi, 1958)

Poveri milionari
di Dino Risi – Italia 1958
con Maurizio Arena, Renato Salvatori
**

Visto in TV.

Terzo episodio delle avventure di Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), cominciate con "Poveri ma belli" e proseguite con "Belle ma povere". A questo giro manca la co-protagonista Marisa Allasio, sostituita da Sylva Koscina in un ruolo piuttosto stereotipato, e cambia anche il setting della vicenda: ma senza l'ambientazione proletaria (che diventa piccolo borghese) si perde molto dell'atmosfera che rendeva speciali i primi due film. Freschi di nozze l'uno con la sorella dell'altro – Marisa (Lorella De Luca) e Anna Maria (Alessandra Panaro) – dopo una problematica luna di miele i giovani si trasferiscono a vivere in un appartamento ancora in costruzione (mancano persino i vetri alle finestre). Investito dall'auto della ricchissima ed eccentrica Alice (Koscina), Salvatore perde la memoria e viene accolto in casa da questa, che se ne innamora e lo nomina direttore generale dei grandi magazzini di cui è proprietaria. Si tratta degli stessi negozi dove Romolo lavora come commesso, e dove Salvatore farà assumere anche Marisa, di cui si invaghisce senza sapere che è già sua moglie... Non più bulli di borgata, i due personaggi sembrano ora uscire da una commedia degli equivoci americana o dalle pagine di un fumetto comico (la trovata dell'amnesia è quanto di più riciclato ci possa essere), e la pellicola risulta assai lontana dal realismo precedente, oltre che prevedibile e debole sia come trama che come gag (un'altra botta in testa farà guarire Salvatore). Ma la verve dei due attori (che battibeccano di continuo), oltre al buon ritmo della regia di Risi, tiene a galla la baracca e garantisce un innocuo divertimento. Dei due interpreti, che con questa trilogia ottennero un'improvvisa popolarità, quello che farà poi la carriera migliore è Salvatori (lo ricordiamo, per esempio, ne "I soliti ignoti", "Rocco e i suoi fratelli" e "Queimada"). Cameo per Fred Buscaglione.

2 ottobre 2018

Belle ma povere (Dino Risi, 1957)

Belle ma povere
di Dino Risi – Italia 1957
con Maurizio Arena, Renato Salvatori
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

È il sequel di "Poveri ma belli". Gli amici Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori) sono ormai fidanzati l'uno con la sorella dell'altro, le giovani Anna Maria (Alessandra Panaro) e Marisa (Lorella De Luca). Le due ragazze sognano il matrimonio, ma prima vorrebbero che i compagni mettessero la testa a posto e si trovassero un lavoro stabile. Non sarà facile: Romolo, più portato per lo studio, riesce a diplomarsi in elettrotecnica e ad aprire un piccolo negozio di radio, ma per farlo è costretto a chiedere un prestito all'ex amica e fidanzata Giovanna (Marisa Allasio). Salvatore, meno bravo a scuola, passa invece da un lavoretto all'altro (come quello di riscuotere le tasse sui cani da compagnia). Nel frattempo, bisticci e incomprensioni seminano zizzania fra loro e le ragazze, tanto che Romolo avrà la tentazione di un'altra avventura con Giovanna, anche perché lei lo incoraggia nella speranza di ingelosire il suo nuovo corteggiatore Franco (Riccardo Garrone). Salvatore, invece, accetterà di partecipare a un furto, scassinando proprio la gioielleria di Franco. Per fortuna, grazie all'intervento delle due fidanzatine, tutto si risolverà senza danni e le due coppie potranno convolare a nozze (una immediatamente dopo l'altra, utilizzando gli stessi abiti). Commedia garbata ed episodica, messa in cantiere nel giro di pochi mesi dopo il successo del film precedente, dal quale gli attori riprendono le rispettive parti (con un ruolo più importante, come da titolo, per le due fidanzate). Questa volta i toni leggeri e disimpegnati non vanno a discapito di riflessioni più profonde sulla gioventù, le difficoltà sociali (il lavoro, la povertà), le responsabilità e l'amicizia. Carlo Giuffré è il biondo corteggiatore di Marisa. Memorabile il bassotto Endimione. La trilogia si completerà l'anno seguente con "Poveri milionari".

1 ottobre 2018

Poveri ma belli (Dino Risi, 1957)

Poveri ma belli
di Dino Risi – Italia 1957
con Maurizio Arena, Renato Salvatori, Marisa Allasio
**1/2

Visto in TV.

Romolo (Arena) e Salvatore (Salvatori), due giovani bellimbusti, vivono con le rispettive famiglie nello stesso condominio popolare nel centro di Roma, presso piazza Navona. I due, amici sin dall'infanzia, trascorrono le giornate andando a caccia di ragazze, che si passano l'un l'altro senza troppi pensieri. Ma quando incontrano la bellissima e prosperosa Giovanna (Allasio), commessa di un negozio di sartoria maschile, se ne innamorano all'istante, diventando rivali e rischiando di mettere a repentaglio la propria amicizia... Grande successo di pubblico (e prima consacrazione per Risi) per una commedia entrata subito nell'immaginario popolare. Giovanile e scanzonata, leggera e senza troppe pretese, ricca di gag (fra l'umoristico e il satirico) e di belle ragazze, è impreziosita dagli scenari di Roma e dai dialoghi spigliati. Vista l'ambientazione proletaria, c'è chi ha parlato di "neorealismo in salsa rosa", e non c'è dubbio che il regista dimostra di essere "in perfetta sintonia con l'evoluzione del costume nazionale". Dato l'eccellente riscontro il film avrà ben due seguiti, sempre diretti da Risi e con gli stessi attori: "Belle ma povere" (1957) e "Poveri milionari" (1958), dove si aggiungerà anche una traccia di analisi sociale, qui ancora mancante. Alla sceneggiatura hanno collaborato Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa. La bella fotografia in bianco e nero è di Tonino Delli Colli. La Allasio, allora sconosciuta come gli altri attori, divenne una celebrità, ma non seppe più togliersi di dosso il personaggio della ragazza bella, al tempo stesso ingenua e smaliziata (è perfettamente consapevole dell'effetto che fa sugli uomini). Lorella De Luca e Alessandra Panaro sono le sorelle minori dei due protagonisti, del cui affetto incrociato loro non si accorgono fino alla fine. Mario Carotenuto è lo zio Mario, proprietario del negozio di dischi. Ettore Manni è Ugo, l'ex (manesco) di Giovanna.

7 luglio 2013

Il sorpasso (Dino Risi, 1962)

Il sorpasso
di Dino Risi – Italia 1962
con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant
****

Visto in divx, con Marco, Eleonora e Sabrina.

In una Roma assolata e svuotata dal caldo ferragostano, l'estroverso e invadente Bruno Cortona (Gassman) stringe amicizia con il timido studente Roberto Mariani (Trintignant) e lo trascina in un'improvvisata gita in auto fuori porta che si protrarrà sempre più verso nord, prima nell'alto Lazio, poi in Toscana e infine verso la Liguria. Dopo numerosi incontri e avventure, la loro corsa si fermerà per un incidente sull'Aurelia, dove Roberto perderà la vita. Capolavoro di Risi, inizialmente accolto con tiepidità ma divenuto ben presto uno dei più noti e popolari esempi di commedia all'italiana (dove l'analisi sociale e la critica di costume si nascondono dietro i toni ironici e i personaggi sopra le righe), è uno straordinario affresco della società italiana nel pieno del boom economico, di cui uno dei simboli è proprio la vettura guidata dal protagonista: una Lancia Aurelia B24 ("uscita dalle officine nel 1956", cito da Wikipedia, "rappresentava allora il prototipo di un'idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell'ideale dell'automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti"). Tantissimi i riferimenti, nei dialoghi e nelle situazioni, alla cultura (Antonioni, di cui si cita irriverentemente "L'eclisse": e la scena iniziale e quasi surreale in cui Bruno vaga per le strade di una Roma deserta in cerca di sigarette e di un telefono ricorda proprio alcune sequenze di quel film), alla politica (Krusciov, le bombe atomiche) e alla vita dell'epoca (un esempio sono le numerose canzonette presenti nella colonna sonora: fra le altre, successi come "Saint Tropez Twist" di Peppino di Capri, "Guarda come dondolo" e "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello, "Vecchio frac" di Domenico Modugno). Ottimamente caratterizzati i due personaggi, anche per merito di due attori eccellenti. Bruno, cialtrone e nullafacente, amante della velocità, delle donne e della bella vita, all'apparenza un vincente (così lo considerano gli altri) ma in realtà un fallito, è il simbolo dell'Italia gaudente che però fatica a togliersi di dosso le sue origini umili e cerca di "nasconderle" dietro l'esuberanza e la vitalità. L'introverso e spaesato Roberto, incapace di difendersi o di non lasciarsi prevaricare da coloro che gli stanno attorno, è invece l'immagine dell'Italia povera ma perbene che stava scomparendo poco a poco. Pur disapprovando il comportamento di Bruno, Roberto non può non sentirne una certa attrazione e il desiderio di diventare come lui (ed è questo il motivo, oltre la naturale arrendevolezza, che lo spinge a rimanere in sua compagnia). E man mano che lascia da parte la propria timidezza e la propria educazione, prendendo l'amico come modello di comportamento (con i suoi contro ma anche i suoi pro, come l'imparare a godersi la vita e a non lasciar fuggire le occasioni che si presentano), non si rende conto di rappresentare simbolicamente la nuova direzione in cui sta muovendo l'Italia. I due uomini infatti "rappresentano due identità della nazione, giunta a un bivio della propria storia. La prima, quella legata ai princìpi, sarà sedotta e morirà, nella fine di un sogno, lasciando campo libero alla seconda Italia, quella furbesca, individualista e amorale". Da sottolineare l'insolito (allora) ricorso alla voce-off, "l'io pensante" di Roberto, attraverso il quale "veniamo a conoscenza della contraddizione tra pensiero e azione che il ragazzo vive a contatto con Cortona, e soprattutto del percorso d'iniziazione erotica e sociale che egli compie. I personaggi protagonisti, così diversi ma in egual misura positivi e negativi, si attraggono e si respingono tra loro, attraendo a loro volta gli spettatori verso due poli distinti e contrapposti d'identificazione sociale". Anche le due scene in cui Bruno e Roberto portano rispettivamente l'amico a conoscere la propria famiglia (da cui si sono irrimediabilmente staccati) vogliono mostrare, fra le altre cose, come il miracolo economico stesse trasformando l'Italia da una società tradizionalmente incentrata sulla famiglia a una più individualistica e consumistica. Quella di Roberto, rimasta ancorata a una rurale e provinciale, è troppo distante persino per lui, che pure fatica a staccarsi dal passato, dalla nostalgia per l'infanzia e dall'influenza del proprio contesto familiare e sociale. Quella di Bruno è quanto di più "moderno" si possa immaginare: genitori separati, figlia (Catherine Spaak) che frequenta (e vorrebbe sposare) un ricco industriale del nord che ha il triplo dei suoi anni (Claudio Gora); ognuno dei suoi membri, Bruno compreso, incarna una caratteristica della nuova alta borghesia benestante, rampante o arrivista.

8 luglio 2012

Profumo di donna (Dino Risi, 1974)

Profumo di donna
di Dino Risi – Italia 1974
con Vittorio Gassman, Alessandro Momo
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane attendente Giovanni "Ciccio" Bertazzi (Momo) riceve l'incarico di accompagnare il capitano in pensione Fausto Consolo (Gassman) in un viaggio in treno da Torino a Napoli. Ma ignora che l'uomo – rimasto cieco e senza un braccio in seguito a un incidente – ha progettato, una volta giunto a destinazione, di uccidersi insieme a un suo collega, cieco a sua volta. Nel corso delle varie tappe del viaggio – Genova, dove Fausto si intratterrà con una prostituta (Moira Orfei), e Roma, dove farà visita a un cugino prete – il legame fra il capitano e il suo giovane accompagnatore si farà sempre più stretto; a Napoli sarà invece un’ostinata ragazza, Sara (Agostina Belli), a far breccia nel cuore dell’uomo e a farlo desistere dal suo proposito di chiudersi in sé stesso, rifiutare ogni aiuto e rinunciare alla vita. Come nel successivo remake hollywoodiano (“Scent of a woman”, del 1992, con Al Pacino), quasi tutto il “peso” del film si regge sulle spalle dell’attore protagonista, qui un superbo Gassman che dà vita a un personaggio carismatico ed eccentrico, esuberante e sgarbato, che nasconde la depressione e la tristezza di vivere dietro a un comportamento sopra le righe che soltanto la giovane Sara, innamorata di lui sin da bambina, riesce a “leggere” in maniera positiva. Privo della vista, Fausto si affida agli altri sensi (e soprattutto all’olfatto) per godere di quello che ritiene essere il principale piacere della vita, ovvero le donne. Nel cast, comparsata per Alvaro Vitali (il barista). Bel tema musicale di Armando Trovajoli. La sceneggiatura (di Dino Risi e Ruggero Maccari) è ispirata a un romanzo ("Il buio e il miele") di Giovanni Arpino.

8 giugno 2008

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Una vita difficile
di Dino Risi – Italia 1961
con Alberto Sordi, Lea Massari
***1/2

Visto in DVD.

Dino Risi era un maestro della commedia all'italiana, ma con questo film dimostra di saper padroneggiare perfettamente anche il cinema drammatico a sfondo sociale, realizzando – con l'aiuto di un fenomenale Alberto Sordi – il ritratto di un uomo “che non cerca la fortuna”, disposto a rinunciare a ogni cosa in nome della coerenza e della fedeltà alle proprie idee. La sua vicenda umana si muove di pari passo con la storia dell'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del boom economico, e le diverse scene, spesso ambientate ad anni di distanza l'una dall'altra, attraversano i principali eventi storici e politici del dopoguerra. Dapprima partigiano sul lago di Como (dove incontra la ragazza che diventerà sua moglie), Sordi diventa poi un intransigente giornalista politico in un quotidiano di sinistra e rinuncia a ogni tentazione di ricchezza e di corruzione, preferendo vivere nella miseria, andare in prigione e perdere la moglie piuttosto che tradire i propri ideali: ma quando, dopo l'ennesima sconfitta morale, pur di riconquistare la donna che ha sempre amato accetta di mettersi al servizio di quegli stessi potenti che aveva attaccato e denunciato in passato, l'ennesima umiliazione lo spingerà a rialzare la testa. Fra scene memorabili (su tutte la cena in casa dei nobili monarchici che ha luogo la sera stessa del referendum del 1946), citazioni cinematografiche (Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Alessandro Blasetti, nella scena a Cinecittà, compaiono nelle parti di sé stessi), geniali improvvisazioni (la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso sul lungomare di Viareggio non era nel copione), una colonna sonora ricca di canzonette d'epoca e un misto di ironia e melodramma, con quella comicità amara e malinconica che ha reso grande il cinema italiano, il film descrive con efficacia “una vita difficile” (il titolo è anche quello del romanzo autobiografico che Sordi scrive e che viene rifiutato da tutti gli editori) in un “paese difficile”, attaccando la corruzione e la retorica del potere ma soprattutto l'opportunismo e la mancanza di orgoglio di chi sceglie volontariamente di sottomettervisi.

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.