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5 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone (Hayao Miyazaki, 2023)

Il ragazzo e l'airone (Kimitachi wa do ikiru ka)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2023
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Impero, con Sabrina.

Dopo la morte della madre Himiko in un incendio, all'inizio della seconda guerra mondiale, il dodicenne Mahito si trasferisce in campagna con il padre, ingegnere militare, e la nuova compagna di questi, Natsuko, sorella minore della stessa Himiko. Il ragazzo fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e soprattutto ad accettare la matrigna e la nuova situazione famigliare. Attirato in una torre diroccata da un misterioso airone cenerino parlante, si ritrova trasportato in un’altra dimensione, un mondo fantastico popolato da uccelli antropomorfi e governato dalla magia, dal soprannaturale e da differenti leggi temporali. Qui, fra le altre cose, ritroverà sua madre da giovane e imparerà ad accettare il proprio destino. Dieci anni dopo "Si alza il vento" (che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, prima di ripensarci), Miyazaki realizza una delle sue pellicole più complesse, allegoriche e filosofiche, su un soggetto originale (e in parte autobiografico) ispirato al romanzo "E voi come vivrete?" di Genzaburo Yoshino (da cui proviene il titolo giapponese). All'apparenza è una rilettura/variazione de "La città incantata", con un protagonista (stavolta maschile) che, come in "Alice nel paese delle meraviglie", si ritrova in un mondo onirico, fantastico e surreale, dominato da regole strane e paradossali e popolato da creature bizzarre. La fantasia e la visionarietà sono però al servizio di temi particolarmente profondi – la morte, la nascita, la guerra, la famiglia – affrontati attraverso simboli e allegorie: l'intero percorso di Mahito è un viaggio dantesco (sulla porta della torre è letteralmente inscritta una citazione di Dante, in italiano: "Fecemi la divina potestate"), dagli inferi al paradiso, fino all'incontro con il creatore. Anche se a tratti si ha l'impressione che la fantasia di Miyazaki scorra un po' troppo a ruota libera, saltando di palo in frasca (e introducendo personaggi, creature o ambienti senza pausa), le suggestioni sanno come colpire nel segno e rimangono impresse nello spettatore perché risuonano di concetti e temi propri dell'essere umano. Certo, un film simile è evidentemente frutto della maturazione e della tarda età del suo autore, che riflette all'indietro sulla propria infanzia, e per questo motivo la pellicola potrebbe risultare meno gradita al pubblico più giovane, che al limite ne apprezzerà soltanto gli aspetti più fantasy, buffi e visionari (gli uccelli parlanti, i "wara-wara", gli echi avventurosi). La bella colonna sonora di Joe Hisaishi è meno sinfonica del solito, e per lo più composta al pianoforte. L'edizione italiana è fortunatamente Cannarsi-free (anche se alcune frasi qua e là tendono a ricordare il suo stile). Disegni, sfondi e animazioni eccellenti, come al solito.

6 settembre 2022

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001)

La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2001
animazione tradizionale
****

Rivisto in TV (Netflix).

Impegnata con la famiglia in un trasloco da una città a un'altra, la piccola Chihiro si imbatte in un parco dei divertimenti apparentemente deserto in una località di campagna. In realtà il luogo non è abbandonato, ma semplicemente è riservato non agli esseri umani, bensì agli spiriti e alle divinità della natura, che vi giungono quando cala la notte. Per via della loro ingordigia, i genitori si ritrovano trasformati in... maiali e messi all'ingrasso, mentre la bambina, con l'aiuto di Haku, un misterioso ragazzo che afferma di conoscerla, riesce a farsi assumere come lavorante nel gigantesco edificio che funge da terme e bagni pubblici per gli spiriti, gestito dalla strega Yubaba. Questa, per avere potere su di lei, "ruba" il vero nome della bambina, che viene così ribattezzata Sen. Vivrà numerose avventure, prima di riuscire a riappropriarsi del proprio nome e a ottenere dalla strega il permesso di tornare al mondo degli umani, insieme ai suoi genitori. Difficile dire quale sia il capolavoro di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli (le mie preferenze personali vanno a "Laputa" e "Totoro"), ma questo va senza dubbio collocato nella lista delle sue opere migliori e forse dei film giapponesi animati più belli di sempre. Ricchissimo e affascinante, colmo di momenti, trovate e personaggi visionari, ispirati al vasto universo del folklore nipponico ma anche frutto di una rilettura personale di miti e fiabe occidentali (le "prove" che la piccola protagonista deve superare, il ruolo del cibo degli spiriti, le trasformazioni magiche, il divieto di guardarsi indietro mentre percorre il tunnel d'uscita...), il film offre immagini davvero suggestive, anche per merito della grande qualità di disegni, fondali e animazioni cui lo Studio Ghibli ci ha abituato, ma che in questo caso sembrano addirittura superiori alla media: il treno che corre sul pelo dell'acqua (popolato da spiriti: impossibile non pensare al "gatto-bus" di Totoro); le tante creature e creaturine che popolano questo universo soprannaturale, che ne siano normali abitanti o opera di magia come gli uccelli di carta; e naturalmente il gigantesco e complesso edificio termale, con i suoi interni, i ponti, i corridoi, le camere dove alloggiano i lavoranti e le grandi vasche frequentate dagli ospiti. In Giappone la cultura delle terme (onsen) è antica e radicata, e non stupisce come possa essere associata anche al mondo del mito, del folklore e degli spiriti, i cosiddetti kami: mi sovvengono, per esempio, alcune suggestive e inquietanti puntate di "Lamù" dirette da Mamoru Oshii.

Dietro la superficie e la forma, però, ci sono anche i contenuti: siamo di fronte a una storia di coming-of-age, di crescita, che mostra una ragazzina (presentata nelle prime scene come disinteressata e annoiata, oltre che gracile e sgraziata: il character design è un po' diverso da quello solito di Miyazaki) costretta ad affrontare di colpo le difficoltà della vita, senza l'appoggio dei genitori; a dover imparare cosa sono la responsabilità, l'impegno, il rispetto delle regole (tutto ciò che si collega al lavoro), ma anche l'altruismo, la disponibilità, la bontà, il perdono. E supera tutte le prove grazie alla sua rettitudine, all'intelligenza, alla mancanza di quell'avidità e ingordigia che invece ha tradito i suoi genitori (si pensi, per esempio, a come rifiuti i doni e le pepite d'oro che lo spirito Senza-Volto le offre di continuo). Attorno a lei si muovono numerosi personaggi ben caratterizzati, tanto come personalità quanto dal lato estetico, per quanto (ovviamente) spesso bizzarri: il bello e misterioso Haku, per esempio, ragazzo che assume magicamente anche l'aspetto di un dragone e la cui vera identità – una trovata magnifica! – è svelata solo nel finale; l'inserviente Lin, che prende la piccola Sen sotto la sua ala protettiva; il vecchio e "ragnesco" Kamagi, che gestisce le caldaie dei bagni pubblici con l'aiuto di tante creaturine nere che ricordano gli spiriti della fuliggine di "Totoro"; l'avida strega Yubaba e la sua sorella gemella Zeniba (chi sia la buona e chi la cattiva rimane in bilico per quasi tutto il film); il figlio di Yubaba, il gigantesco "Piccino", trasformato in topo da Zeniba; i tanti lavoranti delle terme e i pittoreschi ospiti, fra i quali spiccano il "dio putrido" (Gualtiero Cannarsi, ma che hai in testa?), che in realtà è lo spirito di un fiume, e, appunto, il timido ma goloso Senza-Volto. A condire il tutto, la splendida colonna sonora firmata da Joe Hisaishi. La versione italiana che circola attualmente (si tratta del secondo doppiaggio del film) è purtroppo mediocre, per via del brutto adattamento dei dialoghi di Cannarsi (e non è nemmeno uno dei suoi lavori peggiori), per non parlare del titolo generico e incongruente che ha ereditato dalla precedente (quale sarebbe questa "città" incantata?). Quello originale può essere tradotto come "Sen e Chihiro rapite dagli spiriti": meglio allora il titolo inglese, "Spirited away".

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non l'essere una principessa e avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al tempo trascorso: ma l'effetto non è certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte rovinata dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

28 marzo 2011

Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Porco Rosso (Kurenai no buta)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1992
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

"Un maiale che non vola è solo un maiale".

Siamo negli anni venti, nel periodo di crisi economica e politica fra le due guerre mondiali. L'italiano Marco Pagot (il nome è lo stesso del figlio dell'animatore Nino Pagot, con cui Miyazaki aveva collaborato ai tempi de "Il fiuto di Sherlock Holmes"), già eroico pilota di caccia durante la Grande Guerra, è stato misteriosamente trasformato in un maiale e ora è noto come "Porco Rosso", dal colore dell'idrovolante che pilota nei cieli sopra il Mar Adriatico, nei pressi delle coste croate, dove si guadagna da vivere come cacciatore di taglie ai danni dei pirati che assaltano le navi di passaggio. Come questi, frequenta abitualmente l'Hotel Adriano, dove risiede e lavora la bella Gina, di cui è amico di lunga data ed è forse innamorato. L'arrivo di un nuovo rivale, l'americano Donald Curtis, lo costringerà ad accettare una difficile sfida, proprio mentre la polizia segreta italiana è sulle sue tracce per arrestarlo come traditore ("Meglio essere un maiale che un fascista!"). Al suo fianco ci sarà anche la giovane meccanica Fio, che ha rimesso a punto il suo aereo.

Di tutti i film di Miyazaki, "Porco Rosso" (che, come "Il mio vicino Totoro", è uscito nelle sale italiane con vent'anni di ritardo, cosa assurda e incomprensibile se si pensa che la pellicola è addirittura ambientata in gran parte nel nostro paese) è quello con la genesi più bizzarra e improvvisata. Il maestro, grande appassionato di velivoli e veicoli d'epoca, collaborava da tempo con una rivista nipponica di modellismo, "Model Graphix", realizzando illustrazioni ad acquarello e brevi fumetti nei quali inseriva spesso dei buffi maialini antropomorfi nei panni di piloti e meccanici. Proprio ispirandosi a uno di questi manga, su richiesta della Japan Airlines, mise in cantiere quello che avrebbe dovuto essere un cortometraggio da proiettare a bordo degli mezzi di linea della compagnia aerea (e questo spiega anche l'introduzione con le scritte in più lingue). Solo successivamente il film è stato gonfiato fino alle dimensioni di un lungometraggio che, oltre a offrire spettacolari duelli aerei, sfiora anche temi socio-politici e persino riflessioni sulla morte e l'aldilà (indimenticabile e di grande impatto la sequenza in cui Marco ricorda lo scontro aereo in cui ha visto cadere tutti i suoi compagni, e in seguito al quale ha probabilmente perduto la sua "umanità"). Apparentemente più scanzonato e leggero di altri lavori del regista, in realtà è quello meno "fantastico" e più legato alla realtà: maiali e scene comiche a parte, sembra davvero ambientato nel nostro mondo, in un momento di passaggio in cui la gioia di vivere (le folle festanti, le donne eleganti, il piacere del volo e dell'avventura) stava lasciando il passo a uno dei periodi più oscuri della storia dell'umanità.

A differenza della maggior parte delle pellicole del regista giapponese, il protagonista qui è maschile e non femminile: duro e romantico, cinico e disilluso come il miglior Humphrey Bogart. E nelle divertenti baruffe contro i pirati rivali si ritrovano echi di lavori miyazakiani precedenti, come "Lupin III" e, appunto, "Sherlock Holmes". Ma c'è anche spazio per l'amore, l'amicizia, la nostalgia e per spettacolari evoluzioni aeree all'insegna dell'avventura e dell'azione. Notevole, come sempre, la cura di sfondi, scenari e ambientazioni (e dispiacciono, pertanto, alcuni piccoli errori nelle scritte in italiano, come il "Non si fo credito" che spicca sul muro di un ufficio). Fra le scenografie rimangono impresse le coste del Mar Adriatico (probabilmente quelle della Dalmazia), l'isolotto su cui sorge l'Hotel Adriano (che ricorda certe località del Lago Maggiore) e la fabbrica sui Navigli di Milano (dove l'aereo di Porco viene ricostruito da un gruppo di donne operaie). Perfettamente caratterizzati anche i vari comprimari, dal vanesio Curtis (che aspira a diventare attore a Hollywood e poi presidente degli Stati Uniti, come farà Ronald Reagan) all'affascinante Gina (che canta, in francese, "Le temps des cerises"), dalla piccola Fio (un'adolescente simpatica e ostinata) ai pittoreschi pirati dell'aria (con il leader della banda Mammaiuto che assomiglia al Bruto di "Popeye"!). E se lo si guarda in versione originale, non si può non sorridere quando si sentono i personaggi chiamare il protagonista, in un misto di italiano e giapponese, "Porco Rosso-san!"

28 agosto 2010

On your mark (H. Miyazaki, 1995)

On your mark
di Hayao Miyazaki – Giappone 1995
animazione tradizionale (video musicale)
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Per il video della canzone "On your mark" (interpretata da Chage & Aska, una delle coppie più celebri del pop giapponese fra gli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta), Hayao Miyazaki e gli animatori dello studio Ghibli hanno realizzato un vero e proprio minifilm di sette minuti. L'ambientazione è fantascientifica: in una megalopoli sotterranea, dove l'umanità si è rifugiata per paura della contaminazione radioattiva, due poliziotti (alter ego degli stessi Chage & Aska) cercano di restituire la libertà a una ragazza con le ali d'angelo, dapprima tenuta prigioniera da una setta religiosa e poi dagli scienziati dell'esercito. Un primo tentativo di fuga va male, ma il video ne mostra subito dopo un secondo che invece si conclude con il lieto fine: i tre personaggi giungono in superficie dove scoprono che la natura è rifiorita e che la vita è di nuovo possibile. Disegni e animazione sono accattivanti e recano l'inconfondibile firma di Miyazaki (riconoscibile soprattutto nel character design), mentre la canzone – se non proprio memorabile – è almeno orecchiabile.

5 maggio 2010

Laputa (Hayao Miyazaki, 1986)

Laputa - Il castello nel cielo (Tenku no shiro Laputa)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Ilaria.

Il terzo lungometraggio d'animazione diretto da Miyazaki (dopo "Il castello di Cagliostro" e "Nausicaä della valle del vento"), nonché il primo prodotto dall'allora neonato Studio Ghibli, è sicuramente uno dei miei preferiti. Sin dai magnifici titoli di testa, disegnati come se fossero vecchie stampe e accompagnati dalla dolcissima colonna sonora di Joe Hisaishi, "Laputa" è un'affascinante avventura colma di sense of wonder e suggestioni steampunk, ambientata in un'Europa verniana e fittizia di inizio secolo, fra miniere, treni, automi, macchine volanti e dirigibili. Il nome Laputa, che compare anche ne "I viaggi di Gulliver" di Swift, è quello di una leggendaria isola volante che secoli prima aveva ospitato un mitico e potentissimo regno, dotato di un elevato livello di conoscenza tecnologica. Abbandonata dai suoi abitanti e popolata ormai soltanto dai robot che continuano a prendersi cura dei giardini e dei palazzi, l'isola vaga nei cieli protetta dalle nuvole e dalle tempeste che tengono lontani i curiosi. Coloro che vorrebbero raggiungerla per mettere le mani sui suoi tesori sono molti, e in conflitto fra loro: i pirati dell'aria, l'esercito e i servizi segreti, questi ultimi guidati da Muska, un misterioso individuo che intende utilizzare il suo immenso potere distruttivo per dominare il mondo. A custodire il ciondolo di "gravipietra", l'unico oggetto in grado di rivelare la posizione di Laputa, è una bambina di nome Sheeta: con l'aiuto del giovane e coraggioso minatore Pazu, e dopo molte avventure, riuscirà a sbarcare sull'isola e scoprirà di essere la discendente dell'antica stirpe reale.

La pellicola, dalla trama complessa ma lineare, è ricca di dettagli e di ambientazioni curatissime: fra queste spiccano il villaggio minerario dove vive Pazu, per il quale Miyazaki si è ispirato ai paesaggi del Galles; la vallata con le case costruite a ridosso dei fianchi delle montagne; le oscure miniere e i tunnel dove le pietre "cantano"; la fortezza dell'esercito in cui viene rinchiusa Sheeta; l'aeronave dei pirati dell'aria, un'indimenticabile "famiglia" (che ricorda la Banda Bassotti o, meglio ancora, i cattivi de "I Goonies") guidata dalla matriarca Dola, rude piratessa dal cuore d'oro; e naturalmente Laputa stessa, con i suoi raffinati giardini e le imponenti strutture che custodiscono terribili segreti. I magnifici disegni e l'animazione morbida si mettono al servizio di una storia in continuo movimento, di personaggi simpatici e carismatici e di paesaggi splendidi, dove risaltano i prati, i cieli, le nuvole (le migliori mai viste in un film d'animazione!) e gli aeromezzi (bellissimi, per esempio, i piccoli velivoli con ali da libellula utilizzati dai pirati). Oltre che di siparietti comici (come quando viene mostrata la vita a bordo dell'aeronave pirata) e di momenti "barksiani" (la scena in cui i soldati saccheggiano i tesori di Laputa mi ha fatto pensare alle Sette Città di Cibola), il film è anche infarcito di piccoli riferimenti e citazioni ai precedenti lavori di Miyazaki: i robot di Laputa ricordano quello apparso in un celebre episodio di Lupin III ("I ladri amano la pace"), gli scoiattoli che vivono sull'isola volante sono identici all'animaletto di Nausicaä, e molte scene, personaggi e atmosfere fanno tornare con la mente a "Conan" (Pazu e Sheeta sono quasi dei cloni di Conan e Lana) e persino a "Heidi": per non parlare dei temi tipicamente miyazakiani come l'antimilitarismo, l'ecologia, l'amicizia, il fascino per il volo. E naturalmente c'è la metafora dell'albero gigante, che con le sue radici tiene insieme quel che resta di Laputa, i cui abitanti forse si sono estinti proprio perché hanno voluto abbandonare le proprie radici, staccandosi dalla Terra per dominare il mondo dall'alto ma perdendo così il necessario contatto con la natura.

21 marzo 2010

Kiki's delivery service (H. Miyazaki, 1989)

Kiki - Consegne a domicilio (Majo no takkyubin)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1989
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Rachele e Ilaria.

Come tutte le streghe, all'età di tredici anni la piccola Kiki deve abbandonare la propria casa e lasciare la famiglia per stabilirsi in una lontana città con il suo "familiare" (un simpatico gatto nero) e compiere un anno di noviziato, imparando a cavarsela da sola e mettendo a frutto in qualche modo la propria magia. La bambina trova così dimora in una grande città costiera (che Miyazaki ha ideato fondendo insieme scorci di diverse metropoli europee: è possibile riconoscervi per esempio Monaco, Stoccolma, Marsiglia): e visto che l'unica cosa che sa fare è volare sulla sua scopa, decide di fornire agli abitanti un servizio di consegna di pacchi a domicilio. Ospite di una gentile fornaia, che le consente di abitare nel sottotetto in cambio di un aiuto in negozio, la bambina supererà difficoltà e incertezze, si farà degli amici (una pittrice che vive in una baita nel bosco; un ragazzino appassionato di volo; alcune simpatiche clienti) e imparerà a farsi apprezzare dall'intera comunità. Vero e proprio racconto di formazione e "coming-of-age", il quinto lungometraggio di Miyazaki (nonché quello con la gestazione più breve: è apparso un solo anno dopo il precedente, "Il mio vicino Totoro") è uno dei film più "semplicemente" deliziosi del regista giapponese. Ha un tono intimista e realistico (se si eccettua la sequenza finale, quella con il dirigibile, l'unico momento in cui l'azione psicologica si traduce in azione drammatica vera e propria) e, nonostante si parli di streghe e di magia, è probabilmente il suo lavoro maggiormente calato nel concreto e dove c'è meno spazio per i voli pindarici e di fantasia. Non che questo sia un difetto: anzi, l'approccio quotidiano, episodico e minimalista dona un particolare fascino alla pellicola, grazie anche alla consueta cura per i dettagli, allo studio dei personaggi, all'ambientazione retrò, alle magnifiche scenografie e all'animazione morbida. Piacevole anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, ricca di sonorità mediterranee. Peccato che nell'edizione italiana (uscita solo in DVD) le due canzoni originali siano state sostituite con quelle – meno belle – della versione americana. Dagli abiti, le automobili e la tecnologia (come il dirigibile), il film parrebbe collocato negli anni cinquanta, benché Miyazaki abbia dichiarato che si tratta di un mondo alternativo in cui non sono mai scoppiate le due guerre mondiali. Il filone delle "streghette" (majokko) è molto popolare nel fumetto e nell'animazione giapponese: ma Miyazaki fugge dagli stereotipi delle serie nipponiche, preferendo rifarsi all'iconografia europea e realizzando un melange di immagini e di temi particolarmente suggestivo.

9 ottobre 2009

Il mio vicino Totoro (H. Miyazaki, 1988)

Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1988
animazione tradizionale
****

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Monica ed Elena.

Con ben 21 anni di ritardo (complimenti, distributori!), finalmente questo capolavoro arriva anche nei cinema italiani. Mi rendo conto che è difficile dire quale sia il miglior film di Hayao Miyazaki, uno dei più grandi artisti nel campo dell'animazione, ma personalmente ho sempre avuto un debole proprio per questa stupenda pellicola, poetica e affascinante, colma di suggestioni legate in particolare all'innocenza e alla scoperta della natura. La trama vede come protagoniste due bambine, Satsuki (di 11 anni) e Mei (di 4 anni), che si trasferiscono con il padre in una casa di campagna in modo da stare più vicine alla madre, ricoverata in una clinica nei dintorni. Qui le sorelle entrano in contatto con un mondo finora sconosciuto e fanno una serie di strani incontri: dai piccoli spiriti della fuliggine, che occupano le case rimaste abbandonate a lungo, ad alcune bizzarre creature pelose e tondeggianti che sembrano legate agli alberi e al verde. Il maggiore di questi spiriti, che le bambine chiamano Totoro, è il protettore e custode della foresta, e in particolare del gigantesco albero di canfora che sovrasta la loro nuova casa. Quando Satsuki e Mei avranno bisogno di aiuto, Totoro interverrà inviando in loro soccorso il suo magico Gatto-bus. L'animismo di stampo shintoista, l'ambientazione nel Giappone rurale degli anni cinquanta (le risaie, i viottoli, i ruscelli), i valori dell'amicizia e della famiglia, una riuscita fusione fra realtà e immaginazione si combinano con grandi momenti di cinema (imperdibile la scena in cui Satsuki, sotto la pioggia, offre il proprio ombrello a Totoro, il quale scoppia di entusiasmo quando si rende conto della sua utilità; o quella notturna in cui gli spiriti aiutano le bambine a far crescere i semi che hanno piantato) per dar vita a un film che praticamente non ha difetti. Anche l'apparente mancanza di tensione drammatica, infatti, non è affatto tale, come dimostra la seconda parte della pellicola in cui si arriva a temere tanto per la sorte di Mei quanto per quella della madre. Magnifica anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, e accettabile – tutto sommato – l'edizione italiana, con dialoghi però fin troppo fedeli a quelli giapponesi (al punto da lasciare inalterata la consuetudine nipponica di far parlare i personaggi in terza persona: nella nostra lingua suona decisamente male).

Note: Nel paese del Sol Levante la pellicola era uscita in abbinamento con un altro lungometraggio dello Studio Ghibli, "Una tomba per le lucciole" di Isao Takahata. Da allora Totoro è diventato il simbolo dello Studio Ghibli, che produce tutte le opere di Hayao Miyazaki, e come tale si ritrova nel logo che precede ogni sua pellicola. In Giappone, naturalmente, il personaggio è popolarissimo: ci sono interi negozi che ne vendono peluche di ogni dimensione!

16 dicembre 2008

Il castello errante di Howl (H. Miyazaki, 2005)

Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2004
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

In un paese mitteleuropeo immaginario, il regno di Ingary, caratterizzato da un'avanzata tecnologia steampunk e dalla diffusa presenza della magia, l'umile cappellaia Sophie viene coinvolta nella rivalità fra Howl, giovane incantatore che vive in un castello in grado di muoversi da solo nelle brughiere, e la perfida Strega delle Lande: quest'ultima trasforma con un incantesimo Sophie in una vecchietta, ma anche così la ragazza riuscirà a conquistare il cuore di Howl. Nel frattempo il re di Ingary si appresta a scatenare una guerra contro il paese vicino e tutti i maghi e gli stregoni vengono invitati a partecipare al conflitto. Howl, spirito libero e indipendente, non ha alcuna intenzione di combattere: ma scenderà in campo lo stesso, rischiando di trasformarsi definitivamente in un mostruoso uomo-uccello, nel tentativo di fermare la distruzione e di proteggere le persone a lui care. Tratto da un romanzo fantasy di una scrittrice inglese, Diana Wynne Jones, questo film di Miyazaki mi ha sempre lasciato con sensazioni ambivalenti: da un lato è – come di consueto – affascinante per i disegni, le scenografie (curatissime), l'ambientazione, i personaggi e le dinamiche fra di loro, sempre in evoluzione. Dall'altro, però, la trama è confusa e a volte eccessivamente complicata, e la sceneggiatura è poco equilibrata: difetti che possono essere fatti risalire quasi in toto al processo di adattamento del romanzo e al fatto che inizialmente non si trattava di un progetto del maestro (Miyazaki è subentrato alla regia, dopo aver dichiarato di non voler fare più film, quando Mamoru Hosoda se ne è tirato fuori). Non ho letto il libro, ma pare che il regista abbia cambiato notevolmente la trama e il tono della seconda parte della vicenda. E così gli elementi che all'inizio sembrano più importanti (come l'incantesimo che invecchia Sophie) vengono pian piano dimenticati o risolti senza particolare enfasi, mentre quelli che parevano messi lì soltanto sullo sfondo, magari per caratterizzare meglio il mondo in cui si svolge la storia (la guerra stessa, per esempio), balzano in primo piano. Ci sono inoltre lunghissime scene che ai fini della trama non servono quasi a niente e personaggi introdotti per essere poi ignorati, come la sorella di Sophie, mentre il finale è spaventosamente affrettato: tutti i punti rimasti in sospeso vengono risolti in pochi minuti (il voltafaccia di madame Suliman è troppo repentino). Addirittura la canzone dei titoli di coda parte sovrapponendosi ai dialoghi dei personaggi quando ancora le loro vicende non si sono concluse. Per questi motivi, e nonostante visivamente sarebbe uno dei più belli, è il film di Miyazaki che mi è piaciuto di meno. Fra i personaggi minori (ma non troppo) spicca Calcifer, il simpatico demone del fuoco, legato a doppio filo a Howl da un patto segreto e responsabile del potere magico del castello. Fra gli spunti narrativi, invece, ho trovato particolarmente intrigante la capacità del castello di aprire la propria porta su luoghi lontanissimi fra loro (il che consente a Howl di gestire più "identità" contemporaneamente). Nella sua media (quindi comunque ottima) la colonna sonora di Joe Hisaishi, che punta quasi tutto sul bel tema principale che ritorna a più riprese.

9 dicembre 2008

Lupin III: Il castello di Cagliostro (H. Miyazaki, 1979)

Lupin III: Il castello di Cagliostro (Rupan sansei: Kariosutoro no shiro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1979
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Già responsabile di diversi episodi della serie televisiva, con questo brillante film dedicato al celebre ladro gentiluomo (ideato dal fumettista Monkey Punch come un discendente del personaggio di Leblanc) Miyazaki realizza il primo lungometraggio cinematografico della sua lunga carriera (in precedenza aveva collaborato, oltre che a serie tv, ai film diretti dall'amico Isao Takahata, come "La grande avventura del piccolo principe Valiant"). L'interessante ambientazione (Cagliostro è una nazione fittizia, dal sapore antiquato, ispirata forse al Liechtenstein e situata nelle Alpi), la cura per i dettagli, i bei disegni e l'animazione morbida contribuiscono a dar vita a una pellicola gradevolissima, con una trama vivace e ricca di momenti dinamici (entusiasmante, per esempio, l'inseguimento iniziale sulle strade del paese di Cagliostro). La sceneggiatura (dello stesso Miyazaki) dona ai personaggi caratterizzazioni un po' diverse dal solito e cerca di farli uscire dai loro ruoli stereotipati: Lupin mostra così una natura più romantica e il suo lato cinico ed egoista viene smussato, mentre Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata sono comprimari funzionali alla vicenda e mai invadenti. I personaggi ideati per l'occasione – la giovane Clarissa e il malvagio Conte di Cagliostro – sono invece miyazakiani in tutto e per tutto. Memorabile la Fiat 500 gialla che il nostro eroe utilizza per i suoi spostamenti in compagnia di Jigen. Alcuni spunti della trama sono stati poi riciclati da Miyazaki nei suoi film successivi: la situazione iniziale, per esempio, con una ragazza in fuga da misteriosi inseguitori che vogliono impadronirsi di un gioiello in suo possesso (un anello, in questo caso) e che la lega a un'antica eredità, ricorda molto da vicino quella di "Laputa". In Italia il film ha avuto ben tre differenti doppiaggi: il primo, per la tv, non eccelleva per le voci (diverse da quelle della serie regolare) e trasformava curiosamente il nome di Fujiko in Rosaria; il secondo, per l'home video, era pieno di errori di traduzione: faceva comicamente passare un vescovo barbuto per "il papa" e la città romana sommersa per "Roma" stessa! Il terzo, infine, è quello della recente riedizione per le sale cinematografiche: non l'ho vista, ma mi aspetto che si tratti della versione più fedele.

13 novembre 2008

Princess Mononoke (H. Miyazaki, 1997)

Princess Mononoke (Mononoke hime)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1997
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo film di Miyazaki giunto nelle sale del nostro paese (ma solo perché in precedenza era uscito negli Stati Uniti, altrimenti ad aspettare i nostri distributori staremmo freschi) è anche uno dei suoi lavori più impegnativi e "adulti". Ambientato in un Giappone feudale e ancestrale, cruento e animista (siamo nell'era Muromachi, 1303-1573), narra il conflitto fra gli spiriti-animali di un'immensa foresta sacra e gli uomini che vorrebbero distruggerla per estrarre il ferro dalla montagna sottostante e costruire armi nuove e sempre più potenti. Ma le fazioni in gioco sono molte (ci sono anche bande di samurai e di briganti che vogliono conquistare la Città del Ferro, attirati dalle sue ricchezze, e subdoli monaci che intendono impadronirsi della testa dello Shishigami, lo spirito supremo della foresta, per donarla all'imperatore, convinto che possa dargli l'immortalità), e il bene e il male non stanno da una sola parte, come testimonia il fatto che la "cattiva" Eboshi difende i diritti di donne e contadini... A lottare a fianco degli animali c'è anche San, "la principessa Mononoke", una ragazza selvatica e allevata dai lupi, mentre il protagonista – il principe Ashitaka, proveniente da un lontano villaggio e ultimo erede di un'antica civiltà – è l'unico che prova a mediare fra i contendenti e a non lasciarsi pervadere dall'odio, sentimento che può trasformare persino gli spiriti benigni in demoni furiosi e assetati di sangue. Per proteggere il suo villaggio da uno di questi, Ashitaka è stato colpito da una strana maledizione: ed è proprio per trovare una cura che si mette in viaggio e scopre come il mondo stia cambiando velocemente. Visivamente magnifico (con scenografie suggestive) e cinematograficamente perfetto (le scene d'azione, gli inseguimenti e gli scontri sono dinamici e coinvolgenti), il film è sicuramente il più complesso e violento di tutti quelli del maestro Miyazaki (nei combattimenti volano teste e braccia) e fa un uso massiccio – per i suoi standard – di computer grafica, per esempio nelle scene della trasformazione del dio Shishigami. Può anche contare, come al solito, su una bellissima colonna sonora di Joe Hisaishi: la canzone principale è cantata da Yoshikazu Mera, un controtenore. Personalmente trovo stupendo il brano "Ashitaka to San", lo ascolterei in loop per ore intere!

In relazione ai film precedenti, ho notato alcuni paralleli con "Nausicaä" (il giovane principe di una cultura isolata e ai margini della civiltà viene coinvolto in una lotta fra due grandi fazioni, una delle quali è guidata da una donna forte ed energica) e con "Totoro" (anche se in questo caso gli spiriti della natura e degli alberi dimostrano di non essere così amichevoli: ma i simpatici kodama, il cui volto ricorda "L'urlo" di Munch, sembrano invece innocui). Negli Stati Uniti i dialoghi del film sono stati adattati da Neil Gaiman, che comunque ha cercato di mantenere il senso della versione originale, semplicemente chiarendo agli spettatori occidentali alcuni riferimenti ai miti animisti nipponici. In quella italiana distribuita dalla Buena Vista, invece, sono stati pesantemente alterati (per rendersene conto, basta guardare il DVD con i sottotitoli, che spesso compaiono anche in momenti in cui i personaggi nella versione giapponese non dicono nulla) e in particolare il significato del finale è stato completamente stravolto. Dopo la distruzione della Città del Ferro, in originale e in inglese, la sua padrona non manifesta pentimento e dichiara semplicemente di volerla ricostruire: in italiano, invece, il doppiaggio le fa affermare retoricamente "Oggi ho capito che la foresta è sacra e nessuno ha il diritto di profanarla". E il monaco aggiunge come chiosa "A quanto pare, la natura stavolta ha avuto la meglio", mentre in giapponese esclamava cinicamente: "Io ci rinuncio, non posso vincere contro gli stupidi". E poi c'è chi accusa Miyazaki di eccessivo fervore ecologista! Un'altra (l'ennesima) dimostrazione della cialtronaggine dei distributori e degli adattatori italiani. [Aggiornamento: nel 2014 è uscita una nuova versione italiana, a cura di Lucky Red, che purtroppo è persino peggiore della precedente. L'adattamento dello sciagurato Gualtiero Cannarsi è a dir poco indecente, per scelta dei termini e costruzioni delle frasi, e rende il doppiaggio in italiano praticamente inascoltabile. Mitico comunque il "Dio Bestia"!]

Nota: per creare la magica foresta della principessa Mononoke, Miyazaki si è ispirato agli antichissimi e giganteschi alberi che ricoprono l'isola di Yakushima, a sud di Kyushu. Ci sono stato proprio questa estate, in compagnia di Hiromi, ed è un luogo davvero affascinante! Oggi, naturalmente, c'è un bel cartello che recita "Mononoke hime no mori"...

27 agosto 2008

Ponyo sulla scogliera (H. Miyazaki, 2008)

Ponyo sulla scogliera (Gake no ue no Ponyo)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2008
animazione tradizionale
***

Visto ai Toho Cinemas di Osaka, con Hiromi, in lingua originale.

Se proprio dovevo vedere un solo lungometraggio in sala nel corso della mia lunga permanenza in Giappone, non potevo chiedere di meglio che capitare nel periodo in cui nei cinema veniva proiettata una nuova opera del maestro Miyazaki, ricca come sempre di fantasia e creatività e che spinge a riflettere – attraverso una fiaba – sull'amicizia, sull'importanza di andare alla scoperta del mondo con occhi infantili, e sul rapporto fra l'uomo e la natura. Naturalmente, avendola vista in giapponese senza alcun sottotitolo (proprio come ero abituato a fare con i suoi primi lavori: che nostalgia!), mi riservo di integrare o di riscrivere questa scheda quando la pellicola uscirà anche in italiano.

Dopo l'eccessiva complessità de "Il castello errante di Howl", il regista realizza con "Ponyo" – la cui trama è vagamente ispirata a "La sirenetta" – il suo film più lineare, semplice e infantile (anche più di "Totoro"), come testimoniano i fondali a matite e pastelli, l'animazione assolutamente tradizionale e bidimensionale, senza alcun uso del computer, e anche l'età del protagonista: un bambino di soli cinque anni, Sosuke, che vive con la madre in una casa in cima alla scogliera dalla quale scruta con costante interesse il mare (il padre è marinaio, come praticamente tutti gli uomini del villaggio). Ponyo, invece, è una strana creatura marina, figlia maggiore della “femminea” schiuma del mare e nata grazie all'intervento di Fujimoto, un misterioso inventore che vive sott'acqua dove prosegue i suoi bizzarri esperimenti. Più di tutti i suoi fratelli minori, Ponyo è dotata di vivacità, curiosità e intraprendenza senza confini e desidera conoscere il mondo esterno: avventurandosi in superficie, stringe una forte amicizia con Sosuke al punto da esprimere il desiderio di diventare un essere umano per poter giocare in sua compagnia. Ma quando assume la forma di una bambina grazie a una delle bevande magiche di Fujimoto, lo squilibrio che ne risulta scatena un tremendo tsunami che sommerge il villaggio e la costa, per poi lasciare un'innaturale alta marea, dovuta all'eccessiva vicinanza della luna, che ricopre strade, case e boschi. Pur se la seconda parte, quella successiva al diluvio, si dilunga forse un po' troppo (come nella scena dell'incontro con i due genitori e la figlioletta sulla barca), la pellicola brilla di luce propria grazie all'inimitabile tocco artistico del maestro (che invece mancava nel precedente film dello Studio Ghibli, quell'opera senz'anima che era "I racconti di Terramare" del figlio Goro): e la bellezza e la semplicità dei disegni è anche la loro forza, capace di meravigliare, di commuovere, di stupire, di dare spessore anche alla storia e ai personaggi. Anziché le consuete nuvole, per una volta Miyazaki dà sfoggio al suo estro animando magnifiche onde, che si fondono fra loro e con la schiuma, il mare e i pesci. Nei giorni in cui ero in Giappone, il tema musicale del film – opera del solito Joe Hisaishi – era un tormentone che si poteva udire un po' dappertutto, dai negozi ai ristoranti, e persino negli ascensori.