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15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

2 dicembre 2020

L'albero del vicino (H. G. Sigurðsson, 2017)

L'albero del vicino (Undir trénu, aka Under the tree)
di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson – Islanda 2017
con Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir
*1/2

Visto in TV.

Atli (Steinþórsson) viene cacciato di casa dalla moglie Agnes (Lára Jóhanna Jónsdóttir) perché sorpreso a guardare un vecchio film porno che aveva girato con la sua ex. Si trasferisce così a casa dei genitori Baldvin (Sigurður Sigurjónsson) e Inga (Björgvinsdóttir), scoprendo che questi sono in lite con i vicini, Konrad (Þorsteinn Bachmann) ed Eybjorg (Selma Björnsdóttir) per via del loro albero che fa troppa ombra nell'altro giardino. Dalla semplice richiesta di sfrondare un po' la pianta, il dissidio si ingigantisce poco a poco, passando da piccoli dispetti ad atti vandalici sempre maggiori... Attraverso due storie parallele (la lite coniugale e quella condominiale), una metafora dei rapporti umani che si deteriorano senza che sia possibile parlarsi per comprendersi a vicenda o troavre un punto d'incontro. Personaggi antipatici e sgradevoli (i peggiori sono le donne, come la moglie e la madre di Atli) e una regia fredda e senza particolari qualità fanno ben poco per rendere piacevole la visione. Nel finale, quella che poteva sembrare anche una commedia, per quanto cupa e grottesca, si colora di cinismo noir. Musiche di Daníel Bjarnason.

4 ottobre 2020

Sangue bleu (Nino Oxilia, 1914)

Sangue bleu
di Nino Oxilia – Italia 1914
con Francesca Bertini, Angelo Gallina
**1/2

Visto su YouTube.

L'irrequieta principessa Elena di Montvallon (o Mira di Monte Cabello, a seconda delle copie) si separa consensualmente dal consorte, il principe Egon, stufo della sua continua gelosia. Per via delle macchinazioni di una rivale, che grazie alle foto di due investigatori privati la fa accusare di frequentazioni illecite, le viene però tolta la custodia dell'amata figlioletta. Caduta in disgrazia e finita nelle braccia di un attore francese (André Habay), che ne dilapida le ricchezze al gioco e la costringe a recitare in teatro (!) per guadagnare altro denaro, mediterà il suicidio in scena, durante una rappresentazione della "Carmen". Curioso melodramma (genere che all'epoca era assai popolare nel cinema italiano: si pensi anche a "Ma l'amor mio non muore" di Mario Caserini, uscito l'anno precedente) con la classica eroina che soffre senza colpe per la crudeltà di chi le sta intorno, ambientato in un mondo di nobili costretti a "contaminarsi" con la borghesia (la protagonista soffre perché le è stata tolta la figlia, certo, ma anche perché deve umiliarsi recitando in pubblico, lei che in precedenza lo aveva fatto soltanto per beneficenza e davanti ai suoi pari), ma che dà ampio spazio alla rappresentazione dei sentimenti e dei tormenti interiori attraverso suggestive immagini. Da sottolineare l'inatteso lieto fine. Al di là del soggetto prosaico, quello del talentuoso Oxilia – già noto come poeta e commediografo, e celebre per "Addio giovinezza!" – è un cinema già maturo per i temi e per lo stile: la regia cerca inquadrature varie e dinamiche, la fotografia sfrutta in maniera magistrale le luci e le ombre, le scenografie sono realistiche e non più teatrali, la recitazione comincia a scolorire l'enfasi in momenti più intimi e compassati. Il regista morirà purtroppo a soli 28 anni durante la prima guerra mondiale, dopo aver firmato solo una manciata di film. La Bertini fu una delle prime "dive" del cinema italiano, insieme a Maria Jacobini e Lyda Borelli. La copia esistente è stata restaurata a partire da una pellicola conservata in un museo olandese.

23 giugno 2020

Il calamaro e la balena (N. Baumbach, 2005)

Il calamaro e la balena (The Squid and the Whale)
di Noah Baumbach – USA 2005
con Jesse Eisenberg, Jeff Daniels
***

Visto in TV.

La separazione fra Bernard (Jeff Daniels) e Joan (Laura Linney), entrambi scrittori, vista attraverso gli occhi dei due figli, il maggiore Walt (Jesse Eisenberg) e il minore Frank (Owen Kline). Siamo a Brooklyn, negli anni ottanta: e i due ex coniugi, che si dividono l'affido dei figli, si ritrovano a vivere ai due lati opposti del parco. Un film semi-autobiografico, acuto e penetrante, che con pochi ma riusciti tocchi riesce ad approfondire psicologicamente i suoi personaggi: se dei due adulti vengono evidenziati soprattutto i difetti (in particolare l'uomo, un tempo scrittore di successo ma da anni ormai in crisi e relegato a tenere un corso di scrittura creativa, con un ego rimasto però smisurato e un atteggiamento snob e competitivo che l'ex moglie non riesce più a sopportare), i figli sono invece ritratti in momenti della crescita in cui un buon modello genitoriale sarebbe importante per raggiungere la maturità. Walt ha scelto proprio il padre come esempio di vita, dipendendo da lui e dai suoi gusti in tutto e per tutto, finendo persino col mentire a sé stesso e agli altri: millanta la conoscenza di libri che non ha letto, finge di aver scritto una canzone dei Pink Floyd, frequenta una ragazza, Lili (Anna Paquin), ma in realtà è attratto da una delle studentesse del padre, Sophie (Halley Feiffer). Il fratello minore Frank, invece, rimane più legato alla madre, ma è confuso e disturbato nella scoperta della propria sessualità. E col tempo, la consapevolezza delle problematiche della vita adulta comincia a farsi strada e a cambiare le iniziali visioni ristrette. Un "piccolo" film che con grande naturalezza porta alla luce i meccanismi che conducono all'espressione del sé, alla presa di coscienza del fatto che anche le cose brutte fanno parte della vita e alla necessità di accettarle, attraverso sentimenti come la rabbia, l'indecisione, l'imbarazzo, la confusione, la gelosia. Rispetto a "Storia di un matrimonio", con cui Baumbach nel 2019 tornerà a esaminare le dinamiche di un divorzio, mi è sembrato più immergente e meno melodrammatico. Il titolo si riferisce a un'installazione nel museo di storia naturale di New York che aveva impressionato Walt quando era piccolo, la lotta fra due animali marini che, ovviamente, prefigura e simboleggia quella fra i suoi genitori. William Baldwin è Ivan, il maestro di tennis di Frank, all'apparenza sempliciotto (Bernard guarda a lui dall'alto in basso) ma in realtà assai più equilibrato e in grado di dare felicità a Joan. Nella colonna sonora, anche per motivi diegetici, spicca "Hey You" di Roger Waters. Una nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

15 gennaio 2020

Storia di un matrimonio (N. Baumbach, 2019)

Storia di un matrimonio (Marriage Story)
di Noah Baumbach – USA 2019
con Adam Driver, Scarlett Johansson
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Il matrimonio fra il regista teatrale Charlie (Adam Driver) e l'attrice Nicole (Scarlett Johansson) è in crisi, tanto che i due decidono di separarsi di comune accordo. Ma quando intervengono gli avvocati, la causa di divorzio si fa sempre più complessa, litigiosa e costosa. Anche perché c'è un figlio di otto anni di mezzo, e i due ex coniugi vorrebbero vivere ai lati opposti degli Stati Uniti (lui a New York, dove dirige la sua compagnia di teatro d'avanguardia; lei a Los Angeles, dove è nata, per tornare a lavorare nel cinema e nella televisione). Nel filone di "Kramer contro Kramer", un film che, nonostante il titolo, non è la storia di un matrimonio ma di un divorzio: ma proprio attraverso la sua dissoluzione i due protagonisti sono costretti a riflettere su quella che è stata la loro relazione e che cosa ha significato (nella prima scena, su suggerimento di un mediatore familiare, li vediamo mettere per iscritto i lati positivi del rispettivo coniuge). Attento agli aspetti psicologici e alle ragioni di entrambe le parti (anche se forse il punto di vista del personaggio maschile è leggermente privilegiato), dal desiderio di autodeterminazione dalle esigenze lavorative, dalla necessità dei propri spazi al bisogno di mantenere un rapporto con il figlio, il lungometraggio sembra voler criticare soprattutto le assurdità di un sistema, quello degli avvocati divorzisti, che soprattutto in USA "premia i cattivi comportamenti" (come ammette uno degli stessi legali) e che consuma tutte le risorse delle parti (emotive ma anche economiche) in nome del presunto "bene" del bambino, rischiando di lasciare dietro di sé soltanto macerie. E per questo motivo può risultare una visione sgradevole. Noah Baumbach aveva già raccontato (e vivisezionato) una separazione ne "Il calamaro e la balena". Buone le interpretazioni: Driver, in particolare, conferma tutte le sue qualità (ricordiamo che aveva già recitato in un film sulla dissoluzione di una coppia, l'italiano "Hungry hearts"). Gli avvocati sono interpretati da Laura Dern, Alan Alda e Ray Liotta. Ben sei le nomination agli Oscar (fra cui quelle per il miglior film, sceneggiatura, attore e attrice).

23 settembre 2019

Estasi (Gustav Machatý, 1933)

Estasi (Extase, aka Symphonie der Liebe)
di Gustav Machatý – Cecoslovacchia 1933
con Hedy Lamarr, Aribert Mog
***

Visto al cinema Beltrade, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Trascurata dal noioso marito (Zvonimir Rogoz) sin dalla prima notte di nozze, la giovane sposa Eva chiede il divorzio. E nel frattempo ha una fugace storia d'amore con un aitante ingegnere che lavora alla costruzione di una strada. Girato nel 1933 in tre versioni (rispettivamente in ceco, in francese e in tedesco), presentato alla Mostra di Venezia nel 1934 e ora restaurato (nella versione in lingua ceca) per l'edizione del 2019, questo film è passato alla storia per quello che viene considerato il primo nudo integrale di un'attrice protagonista sul grande schermo: quello di Hedy Lamarr, che ai tempi era diciottenne e si firmava ancora col suo vero nome (Hedy Kiesler). Si dice che suo marito Fritz Mandl, spinto dalla gelosia, cercò di acquistare tutte le copie della pellicola per distruggerle, ma inutilmente. Pur sonorizzato (e musicato: la colonna sonora è pressoché ininterrotta), stilisticamente il film è praticamente un muto, visto come ricorre quasi esclusivamente alle immagini per raccontare la sua storia. E in ogni inquadratura abbondano allusioni e metafore di ogni tipo (la natura che si risveglia di pari passo ai sensi della protagonista, fra campi di grano e cavalli selvaggi, per esempio). Se l'incipit può ricordare certe commedie di ambito domestico come quelle di Lubitsch, la parte centrale è pervasa da un erotismo assai spinto e suggestivo, grazie alla bellezza della Lamarr e, naturalmente, alla celebre e succitata scena, quella in cui la ragazza, mentre fa il bagno in un fiume, rimane nuda perché il suo cavallo è scappato portandosi via i suoi vestiti, e viene soccorsa da Adam (Aribert Mog). La regia elegante, la fotografia avvolgente e la leggerezza con cui scorrono le situazioni lo rendono estremamente gradevole ancora oggi: peccato solo per il finale spurio e "sovietico", con l'esaltazione del lavoro, che c'entra poco con tutto il resto. Naturalmente il soggetto "scandaloso" suscitò tentativi di censura in diversi paesi (anche perché, contrariamente alla morale e alle consuetudini dell'epoca, l'adulterio di Eva non è punito né rappresentato come riprovevole in alcun modo: si tratta semplicemente del naturale sfogo di una ragazza rimasta senza amore), ma diede grande fama internazionale al regista (già noto per un precedente film muto su temi simili, "Erotikon" del 1929) e soprattutto alla bella (e geniale) attrice, che qualche anno più tardi si trasferirà a Hollywood in fuga dalla Germania nazista.

3 giugno 2019

Cerco il mio amore (M. Sandrich, 1934)

Cerco il mio amore (The gay divorcee)
di Mark Sandrich – USA 1934
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**1/2

Visto in TV.

Appena giunto in Inghilterra, il ballerino americano Guy Holden (Fred Astaire) si innamora di Mimì (Ginger Rogers). Di lei ignora ogni cosa, a partire dal fatto che è (infelicemente) sposata. Dopo averla cercata per tutta Londra, la ritroverà casualmente in un resort balneare, dove verrà scambiato da lei per l'amante "fasullo" con cui vorrebbe farsi sorprendere dal marito per spingerlo a chiedere il divorzio... Primo film da protagonisti per Fred e Ginger (i due avevano già recitato insieme in "Carioca", ma lì erano comprimari), una coppia che entrerà nella storia del cinema con la loro gradevole (e un po' goffa) esuberanza, l'allegria contagiosa, l'impagabile complicità e soprattutto i trascinanti numeri di canto e di ballo, al servizio di garbate commedie degli equivoci perfettamente in linea con il tono delle pellicole romantiche o screwball degli anni trenta. In questa, la cui sceneggiatura riesce a rendere leggero ed esilarante anche un argomento dalle forte connotazioni morali, sono attorniati da un nutrito gruppo di caratteristi, molti dei quali saranno presenze fisse nei film della coppia: Edward Everett Horton (Egbert, l'avvocato di Mimì nonché amico di Guy), Alice Brady (la zia impicciona Ortensia), Erik Rhodes (Tonetti, il finto amante italiano), Eric Blore (il cameriere). Fra le ragazze ospiti dell'albergo c'è anche una Betty Grable a inizio carriera (è lei che danza con Horton). Premio Oscar (il primo della storia in questa categoria) per la canzone "The Continental", eseguita da un ensemble: ma il brano musicale più bello è "Night and day" di Cole Porter, danzata suggestivamente da Fred e Ginger. Nel musical di Broadway originale da cui il film è tratto (intitolato "Gay divorce" e interpretato dallo stesso Astaire) erano presenti anche altri brani di Porter, eliminati dalla versione filmata. Da notare che il "gay" nel titolo originale non significa omosessuale ma semplicemente "allegro".

20 agosto 2018

Il signore e la signora Smith (A. Hitchcock, 1941)

Il signore e la signora Smith (Mr. & Mrs. Smith)
di Alfred Hitchcock – USA 1941
con Robert Montgomery, Carole Lombard
**

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi David e Ann Smith (Montgomery e Lombard), avvocato lui e casalinga lei, sono una coppia litigiosa ma affiatatissima. Dopo tre anni di vita insieme, però, scoprono che a causa di un disguido burocratico il loro matrimonio non è legalmente valido. La moglie si aspetterebbe che il marito voglia rimediare all'istante, sposandola una seconda volta: ma quando lui non accenna a prendere sul serio la questione, è lei a decidere di non volerne più sapere di lui, cacciandolo di casa e lasciandosi corteggiare invece dal suo socio in affari, Jeff (Gene Raymond). Fra bisticci e tentativi di ingelosirsi a vicenda, alla fine l'amore tornerà a trionfare. Una delle poche commedie “pure” di Hitchcock (priva cioè del benché minimo elemento giallo o di suspense), che ricorda in parte le pellicole screwball degli anni trenta sul “rimatrimonio” (quel genere di commedia romantica, così definito dal filosofo Stanley Cavell, basato sulla “rottura” di un legame coniugale per permettere ai due protagonisti di vivere la tentazione di avventure separate prima di rimettersi insieme a fine film, in modo da ottemperare formalmente all'obbligo – imposto dal codice Hays – di non rappresentare l'adulterio sullo schermo). Ma gli manca la verve e l'energia dei film migliori di Hawks o Cukor: i personaggi non escono dai limiti del loro ruolo nella storia, sono poco empatici e non capiamo mai cosa pensino veramente (perché all'inizio David tergiversa? E Ann ha davvero intenzione di sposare Jeff?). Inoltre la vicenda si trascina troppo a lungo e termina bruscamente, con un finale che giunge all'improvviso. Anche stilisticamente la pellicola sembra più datata di quanto non sia (i due attori maschili paiono uscire da un film muto). A parte il titolo, nulla in comune con la spy comedy "Mr. & Mrs. Smith" del 2005 con Brad Pitt e Angelina Jolie.

23 marzo 2018

No bed of roses (Mostofa Sarwar Farooki, 2017)

No bed of roses (Doob)
di Mostofa Sarwar Farooki – Bangladesh/India 2017
con Irrfan Khan, Parno Mittra
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Saberi (Nusrat Imrose Tisha), figlia del celebre e popolare regista Javed Hasan (interpretato da Irrfan Khan), assiste impotente al divorzio dei suoi genitori e al successivo matrimonio del padre con Nitu (Parno Mittra), giovane attrice sua coetanea e che era stata sua compagna di scuola. Non la prenderà bene: la famiglia romperà ogni rapporto con il padre, fino a quando questi, pochi anni più tardi, morirà improvvisamente. Qualche polemica in patria (ma poi grande successo di pubblico) per un film ispirato, pur se non esplicitamente, alla vita del regista e scrittore bengalese Humayun Ahmed, che lasciò appunto la propria moglie dopo 27 anni di matrimonio per sposare un'attrice molto più giovane di lui. Ma la buona regia (con eleganti movimenti di macchina a indugiare su volti e particolari), le convincenti interpretazioni e i bei paesaggi non bastano a ravvivare quella che è semplicemente una storia poco interessante e priva di sviluppi significativi: forse l'unico che vale la pena di menzionare è il passaggio della madre Maya (Rokeya Prachy) da una totale dipendenza (al punto da essere persino incapace di scegliere quali vestiti indossare) a una maggiore autonomia. Per il resto, si naviga nella noia e nel disinteresse.

21 settembre 2017

L'affido (Xavier Legrand, 2017)

L'affido - Una storia di violenza (Jusqu'à la garde)
di Xavier Legrand – Francia 2017
con Denis Ménochet, Léa Drucker
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Antoine e Miriam, divorziati, sono in lotta per l'affidamento del figlio undicenne Julien. Il padre chiede l'affido condiviso, la madre vorrebbe negarglielo perché lo accusa di essere violento. In effetti anche il bambino (così come l'altra figlia Josephine, ormai diciottenne) sembra temere il padre: ne ha ben donde, o è stato solo "plagiato" dalla madre? Per gran parte della sua durata, il film ci lascia nel dubbio, fino a una scena finale quanto mai intensa e drammatica. Al suo esordio come regista, Xavier Legrand mostra uno sguardo attento alle sfumature, sfrondato dall'inessenziale, con una giusta dose di ambiguità iniziale e che poi si focalizza sempre più: fra coniugi rancorosi, bambini spaventati, bugie e sotterfugi, ne risulta uno spaccato di vita drammatico e realistico, anche se amaro e sgradevole. Ottime le prove degli attori (impressionante in particolare Thomas Gioria nei panni del piccolo Julien), forse però esagerato il Leone d'Argento per la miglior regia che ha ricevuto a Venezia. Prima di passare dietro la macchina da presa, Legrand ha avuto trascorsi da attore (aveva esordito da bambino, sul set di "Arrivederci ragazzi" di Louis Malle).

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia, il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Marcello Mastroianni) vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca) perché invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

10 agosto 2016

CinquePerDue (François Ozon, 2004)

CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (5x2)
di François Ozon – Francia/Italia 2004
con Valeria Bruni Tedeschi, Stéphane Freiss
***

Rivisto in divx.

Dalla separazione fino al primo incontro, la storia di una coppia raccontata "al contrario", attraverso cinque sequenze montate in ordine anti-cronologico. Si comincia quindi con il divorzio (con un tardivo tentativo di riconciliazione destinato a fallire), si prosegue con una serata in casa che evidenzia già una profonda crisi, e poi la nascita di un figlio, il matrimonio, il primo incontro in un villaggio vacanze. L'insolita struttura a ritroso, come in altre pellicole che ne fanno uso ("Peppermint Candy", "Irreversible", "Memento"), guida con intelligenza lo spettatore alla scoperta della storia dei personaggi mostrandone prima gli effetti e poi le cause, o meglio gli indizi del fatto che qualcosa sarebbe andato storto. Tentazioni di infedeltà (Marion cede alle avances di uno sconosciuto la notte stessa delle nozze), la paura di costruire un futuro insieme (Gilles non riesce ad accettare la nascita del figlio, non presentandosi all'ospedale al momento del parto), la mancanza di intesa o di complicità (durante la cena con il fratello di Gilles, i due coniugi viaggiano su binari diversi e paralleli)... E i difetti segnano anche l'inizio e la fine della relazione, rendendo i due protagonisti umani e fallibili. Il passaggio da una sequenza all'altra è accompagnato da una colonna sonora a base di canzoni italiane: Paolo Conte ("Sparring partner"), Luigi Tenco ("Ho capito che ti amo" e "Mi sono innamorato di te"), Bobby Solo ("Una lacrima sul viso") e Nico Fidenco ("Se mi perderai"). I brani di Tenco, in particolare, sottolineano alla perfezione i paradossi e le contraddizioni di una storia d'amore che Ozon – aiutato da due ottimi attori – ritrae in maniera schietta e realista, senza cinismo ma anche senza paraocchi, rendendo interessante una vicenda che sarebbe apparsa banalissima se raccontata nel normale ordine cronologico. Co-sceneggiato con Emmanuèle Bernheim. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Françoise Fabian e Michael Lonsdale.

18 gennaio 2016

Carol (Todd Haynes, 2015)

Carol (id.)
di Todd Haynes – GB/USA 2015
con Cate Blanchett, Rooney Mara
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro.

Una storia d'amore fra due donne nell'America di Eisenhower. Siamo nell'inverno del 1952, anni del Maccartismo e del "politicamente corretto". Therese è una giovane impiegata dei grandi magazzini Frankenberg di Manhattan, aspirante fotografa e piena di dubbi e incertezze sul proprio futuro; Carol è una sofisticata signora dell'alta borghesia, madre di una bambina che però rischia di perdere perché impegnata in una causa di divorzio, con il marito che l'accusa di comportamento immorale per via delle sue frequentazioni femminili che vanno al di là delle normali convenzioni sociali. E proprio l'amicizia spontanea che nasce fra Carol e Therese (con tanto di breve vacanza passata insieme "on the road", fra Natale e Capodanno, che culmina in una notte d'amore in un motel) rischia di far precipitare la situazione. Haynes – che in un certo senso aveva già affrontato l'argomento e lo stesso periodo storico in "Lontano dal paradiso" (a mio parere più bello) – adatta un romanzo semi-autobiografico di Patricia Highsmith con uno stile lucido e controllato, una grande attenzione alla ricostruzione d'epoca (gli abiti, le automobili, le canzoni) e una cura ricercata nei dettagli e nelle finezze psicologiche, ma il risultato è troppo freddo e sospeso, privo di ritmo e di tensione, a tratti noioso anche perché in fondo è tutto molto scontato. Se la backstory di Carol (il divorzio, le precedenti amicizie, il rapporto con il marito e la bambina) guida la storia, il vero punto di riferimento per lo spettatore è invece Therese, personaggio purtroppo molto meno interessante (anche perché la Mara recita con una sola espressione) e con cui dunque il coinvolgimento scatta, se mai lo fa, con estrema fatica. Decisamente Haynes è un regista con cui non riesco proprio ad entrare in sintonia (il suo precedente "Io non sono qui" è stato l'unico caso – su migliaia di film visti – in cui sono uscito da un cinema prima della fine).

28 ottobre 2014

Boyhood (Richard Linklater, 2014)

Boyhood (id.)
di Richard Linklater – USA 2014
con Ellar Coltrane, Ethan Hawke
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'infanzia e l'adolescenza di Mason jr (Ellar Contrane), figlio di genitori separati (Patricia Arquette ed Ethan Hawke), che cresce con la sorella Samantha (Lorelei Linklater, figlia del regista) in una cittadina del Texas. La particolarità di "Boyhood", e forse anche il suo maggior pregio, sta nel concetto alla base della sua realizzazione: Linklater ha infatti girato "in tempo reale" per dodici anni (dal 2002 al 2013, ogni volta per pochi giorni) con attori che nel frattempo crescevano proprio come i loro personaggi. Si parte quando il protagonista è un bambino di sei anni e si termina quando compie diciott'anni, si diploma e lascia la casa per andare al college. Nel mezzo, i rapporti con i genitori e la sorella, i traslochi prima a Houston e poi a San Marcos, le amicizie, i primi amori, la scuola, l'interesse per la fotografia, e via dicendo. Il risultato è un romanzo di coming of age (definito addirittura "tolstoiano" da Hawke) che procede con il realismo della vita vera, visto che la sceneggiatura veniva quasi improvvisata anno dopo anno (con gli stessi attori che contribuivano a scrivere i dialoghi dei propri personaggi, una pratica consueta per Linklater: vedi per esempio la trilogia di "Prima dell'alba", sempre con Hawke). Assistiamo così a scene di vita quotidiana che scandiscono le diverse vicissitudini che capitano alla famiglia (la madre cerca un paio di volte di ricostruirsi una vita con un altro uomo, senza fortuna; il padre, d'altro canto, rimane comunque affezionato ai suoi due figli, tornando a visitarli ogni volta che può), con tanti siparietti che coinvolgono personaggi che entrano ed escono dalle vite dei bambini/ragazzi (memorabile la festa per i quindici anni di Mason, con i nonni acquisiti che gli regalano un fucile e una bibbia!). Tutta una successione di "momenti", dunque, incorniciata dalla frase finale: "Non siamo noi a cogliere i momenti, sono i momenti a cogliere noi". Da notare la cospicua presenza di riferimenti culturali che aiutano a caratterizzare i vari periodi in cui si svolge la storia e soprattutto lo scorrere del tempo: videogiochi (con il passaggio dal Game Boy alla Xbox e alla Wii), cartoni animati ("Dragonball") e film ("Faranno mai un nuovo Guerre Stellari?"), libri ("Harry Potter", "Twilight"), musica, l'avvento dei social network... ma anche eventi politici (la guerra in Iraq, la campagna di Obama). Fra i tanti camei, c'è quello del chitarrista Charlie Sexton (Jimmy, l'amico musicista del padre). Al tempo stesso "epico" e ad ampio respiro (per la vastità del progetto) e intimo e minimalista (per la normalità e l'umanità dei personaggi), è sicuramente un film unico nel suo genere (anche se in passato non sono mancati esperimenti dello stesso tipo: ricordo per esempio "Anna: 6-18" di Nikita Michalkov, con protagonista la figlia del regista russo; oppure, per restare in Italia, "Sorelle mai" di Marco Bellocchio; per non parlare della serie di documentari "Up" di Michael Apted, della saga di François Truffaut dedicata ad Antoine Doinel o, perché no?, dello stesso "Harry Potter"). E chissà che regista e attori non continuino a narrare le vicende di Mason: magari fra una decina di anni vedremo in sala un sequel. Certo, rimane da chiedersi se il film avrebbe lo stesso valore se fosse stato concepito in modo tradizionale, ovvero girandolo tutto in una volta, con attori differenti a interpretare i bambini nelle varie fasi della crescita e un apposito make-up per "invecchiare" gli adulti. Ma forse non è lecito scindere il risultato finale dalla sua caratteristica fondante, visto che (come già detto) Linklater non era partito con una sceneggiatura completa e che anche questa è stata il frutto di un'evoluzione in tempo reale.

24 dicembre 2011

Una separazione (A. Farhadi, 2011)

Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin)
di Asghar Farhadi – Iran 2011
con Peyman Maadi, Leila Hatami
***1/2

Visto al cinema Centrale.

Simin e Nader, sposati da quattordici anni e con una figlia di undici, sono una coppia dell'alta borghesia di Teheran. La donna ha ottenuto i visti per l'espatrio e vorrebbe lasciare il paese per garantire alla figlia un futuro migliore, mentre il marito intende restare in Iran per accudire l'anziano padre, malato di Alzheimer. Per spingerlo a seguirla, Nader minaccia di chiedere il divorzio e abbandona il tetto coniugale tornando dalla propria famiglia, mentre la figlia Termeh sceglie di rimanere con il padre, consapevole che si tratta dell'unico modo a sua disposizione per impedire la separazione definitiva. Nel frattempo Nader è costretto ad assumere una badante per l'anziano genitore: la scelta ricade su Razieh, una ragazza incinta e profondamente religiosa, il cui marito Houjat – che ignora che la moglie fa questo lavoro – è disoccupato e pieno di debiti. In seguito a un litigio (Razieh si assenta per andare dal ginecologo, e Nader la accusa di aver lasciato da solo il padre oltre che di aver rubato una somma di denaro da un cassetto), Nader spintona la ragazza, che cade dalle scale e perde il bambino. La questione finisce in tribunale, dove si rivela però assai più complessa di quanto sembra, fra menzogne (quelle di Nader, che afferma di non essere stato al corrente della gravidanza di Razieh) e insicurezze (Razieh potrebbe aver perso il figlio per un incidente avvenuto in precedenza), mentre alle colpe che devono essere stabilite dalla giustizia si sovrappongono quelle morali. E nemmeno il tentativo di Simin di porre fine alla diatriba offrendo un risarcimento alla famiglia di Razieh andrà a buon fine.

La cinematografia iraniana, più vivace che mai nonostante le difficoltà e le imposizioni del regime, continua a stupire. Questa eccellente pellicola, con cui Farhadi ha vinto l'Orso d'Oro all'ultimo Festival di Berlino, mette in scena – attraverso una complessa vicenda di drammi personali e familiari – il grande dilemma dell'Iran moderno, con le nuove generazioni (rappresentate qui dalla figlia dei due protagonisti) costrette a scegliere fra due stili di vita diametralmente opposti: quello filo-occidentale e votato al cambiamento (che molti vedono come una fuga dalle proprie responsabilità e dai propri diritti) e quello più tradizionale e legato a un passato (rappresentato dal nonno malato di Alzheimer) dal quale non ci si riesce a staccare. L'ottima sceneggiatura porta sullo schermo uno spaccato di società in cui tutti hanno i loro torti e le loro ragioni, e che tira in ballo, fra le varie cose, anche la religione, la morale, la giustizia e il senso di colpa. I personaggi sono caratterizzati in maniera esemplare: il diverso atteggiamento di moglie e marito davanti alle difficoltà della vita, per esempio, viene mostrato anche attraverso alcuni episodi minori, come quello in cui Simin accetta di pagare un extra di tasca propria ai traslocatori che stanno trasportando il pianoforte per le scale pur di non discutere ulteriormente, o quello in cui Nader intima alla figlia di farsi restituire la mancia dal benzinaio perché non aveva effettuato lui il rifornimento. La scelta che la figlia è costretta a prendere davanti al giudice, nel finale, non è dunque semplicemente fra i due genitori o fra l'espatriare e il rimanere (anche perché, come suggeriscono gli abiti dei personaggi, ormai è inverno e i visti – che avevano una durata di quaranta giorni – sono probabilmente già scaduti) ma, più simbolicamente, fra le due facce contrapposte di un paese giunto al bivio. Che tutto questo venga detto senza ricorrere – almeno apertamente – al solito cinema di denuncia politica (e infatti il regime non ha apprezzato, ma non ha nemmeno vietato la pellicola) è un ulteriore punto a favore del film. Un plauso a tutti gli interpreti, intensi e convincenti (in particolare mi è piaciuta Sarina Farhadi, che interpreta la figlia Termeh).

6 gennaio 2011

Donne (George Cukor, 1939)

Donne (The women)
di George Cukor – USA 1939
con Norma Shearer, Joan Crawford
***1/2

Visto in DVD.

Mary Haines, dama dell'alta borghesia di Manhattan, viene a sapere dalla manicure di un salone di bellezza che il marito la tradisce con la commessa di un negozio di profumi (cosa di cui tutte le sue amiche erano già al corrente). Inizialmente cerca di far finta di nulla, continuando la sua vita di tutti i giorni; ma dopo uno "scontro" con la rivale nei camerini di uno stilista di moda, con lo scandalo finito ormai sui giornali, non ha altra scelta che recarsi a Reno (la città del Nevada dove si ritrovano tutte le donne nella sua condizione) per chiedere il divorzio. Pentita, riuscirà a riconquistare il marito strappandolo dalle grinfie dell'arrivista contendente. Acido e ironico ritratto della vita sociale dell'epoca, tratto da un lavoro teatrale di Clare Boothe Luce (scrittrice satirica che divenne poi ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia!) e sceneggiato da Anita Loos (l'autrice de "Gli uomini preferiscono le bionde"), il film è passato alla storia per il cast non solo vasto e stellare, ma esclusivamente femminile: benché di uomini si parli in continuazione, nella pellicola non compare un solo attore maschio, nemmeno nelle scene ambientate in esterni. I produttori dichiararono che persino gli animali che compaiono sullo schermo (cagnolini, cavalli) sono rigorosamente di sesso femminile! Fra le brillanti interpreti spiccano, oltre alla protagonista Norma Shearer (Mary) e alla sua rivale Joan Crawford (Crystal), l'amica impicciona Rosalind Russell (Sylvia), che a sua volta si fa "soffiare" il marito dalla disinvolta Paulette Goddard (Miriam); la più giovane e ingenua Joan Fontaine (Peggy); la "navigata" contessa Mary Boland (Flora); la cronista mondana Hedda Hopper (che interpreta sé stessa); e decine di altri personaggi. Sofisticato ed elegante, il film è dominato dall'ambiente frivolo ma frenetico dell'alta società newyorkese dell'epoca, con i personaggi che si aggirano in continuazione fra negozi, saloni di bellezza, centri per dimagrire o per fare ginnastica, tutti luoghi di aggregazione dove la principale attività consiste nel gossip alle spalle delle amiche. Memorabile, in particolare, la lunga sequenza della sfilata di moda (girata in Technicolor, mentre il resto del film è in bianco e nero), culmine visivo di una pellicola che in ogni scena consente di ammirare centinaia di capi di vestiario, di gioielli, di acconciature femminili dell'epoca. Nonostante le apparenze, comunque, non si tratta di una pellicola "femminista", visto che delle donne vengono messi in luce anche i numerosi difetti e la contraddittoria lotta fra emancipazione e dipendenza (anche e soprattutto economica) dagli uomini. Indicativo, al riguardo, un incisivo scambio di battute: a una signora che sbotta in un "Gli uomini, che mascalzoni, vogliono una cosa sola!", una ragazza replica "Che altro abbiamo da offrire?". Parecchi i remake o le pellicole che vi si sono ispirate: fra i primi, la commedia musicale "Sesso debole?" (1956) di David Miller con June Allyson, Joan Collins e Dolores Gray (che però prevedeva la presenza di uomini nel cast) e il recente "The Women" (2008) di Diane English con Meg Ryan, Annette Benning ed Eva Mendes; fra le seconde, "Donne – Waiting to Exhale" (1995) di Forest Whitaker con Whitney Houston e Angela Bassett. Naturalmente il film ha contribuito a cementare ancora di più la reputazione di Cukor quale "regista di attrici".