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15 giugno 2021

Matthias & Maxime (Xavier Dolan, 2019)

Matthias & Maxime (id.)
di Xavier Dolan – Canada 2019
con Xavier Dolan, Gabriel D'Almeida Freitas
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Amici sin da bambini, Matthias (Gabriel D'Almeida Freitas) e Maxime (Xavier Dolan) vengono convinti a "recitare" una scena in cui si baciano davanti alla videocamera della sorella di un amico, aspirante cineasta. L'episodio, apparentemente banale e scherzoso, li scuoterà profondamente, facendoli interrogare sui reali sentimenti che nutrono l'uno per l'altro. Forse non originalissimo come temi, il film – con cui Dolan torna a recitare in una pellicola da lui diretta (con un'evidente "voglia di vino" sulla faccia), affrontando le consuete tematiche dell'amicizia, dell'omosessualità e, tanto per non farsi mancare nulla, del rapporto con la madre (quella di Maxime, con problemi psichiatrici e di cui il ragazzo è costretto a prendersi cura) – è nobilitato dalla forma, con tante soluzioni registiche raffinate, ottime interpretazioni e un geniale (come sempre) uso delle musiche (brani classici o pop che siano). Le vicende dei personaggi seguono quasi due binari paralleli (Max, con i suoi problemi familiari, che sta apprestandosi a lasciare il Canada per trasferirsi in Australia; Matt, che lavora nello studio legale del padre e ha una compagna stabile, ma che attraversa una profonda crisi d'identità e si interroga sul proprio futuro). Il cast è completato da Pier-Luc Funk (l'amico Rivette), Camille Felton (la sorella cineasta di questi, che parla in un comico miscuglio di francese e inglese), Anne Dorval (la madre di Max), Marilyn Castonguay (Sarah, la compagna di Matt), Harris Dickinson (il "belloccio" venuto da Toronto). Per una volta il doppiaggio italiano fa la cosa giusta, adattando nella nostra lingua solo un idioma (il francese) e lasciando l'altro (l'inglese) in originale, visto che la loro contrapposizione o contaminazione è importante a fini espressivi.

5 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan (X. Dolan, 2018)

La mia vita con John F. Donovan (The Death and Life of John F. Donovan)
di Xavier Dolan – Canada/Gran Bretagna 2018
con Kit Harington, Jacob Tremblay
**

Visto al cinema Colosseo.

L'undicenne Rupert (Jacob Tremblay), trapiantato dagli Stati Uniti in Gran Bretagna insieme alla madre (Natalie Portman), aspira a diventare un attore come il suo idolo John F. Donovan (Kit Harington), eroe di una serie tv. Ma non è l'unica cosa che hanno in comune: sia il bambino incompreso e bullizzato a scuola, sia il divo dalla vita apparentemente di successo, sono in realtà soli, infelici, emarginati e impossibilitati a esprimere la propria vera natura. John è gay, ma non può dichiararlo al pubblico né agirlo, prigioniero del proprio ruolo e dello show business (con tanto di una fidanzata di facciata): e come Rupert, si sente fuori posto nel mondo e schiacciato da tutto ciò che lo circonda, compreso il difficile rapporto con la madre (i padri, come spesso capita nel cinema di Dolan, sono assenti). All'insaputa di tutti, pur non essendosi mai incontrati di persona (anché perché vivono in continenti diversi), i due hanno una lunga corrispondenza epistolare: che anni più tardi, dopo la morte di John, sarà al centro di un libro scritto da Rupert, diventato a sua volta autore e divo di successo, intervistato da una giornalista (Thandie Newton) poco ricettiva ("Sono solo disavventure del primo mondo"). Al primo film in lingua inglese del francofono Dolan non mancano certo gli spunti e i temi interessanti (molti dei quali, come al solito, semi-autobiografici), così come la forte attenzione ai personaggi, ai loro sentimenti e alle loro relazioni: peccato che, man man che la pellicola proceda, aumentino i cliché e si notino momenti sempre più retorici e forzati (in particolare quando è di scena il bambino, personaggio poco credibile e dai dialoghi innaturali: la meno riuscita è la scena del tema sulla madre con successiva riconciliazione). E le due storie narrate in flashback scorrono troppo parallele, senza un reale punto di contatto (fra John e Rupert non c'è una comunicazione diretta, tanto che non leggiamo mai le loro lettere, con l'eccezione di quella finale, e dunque non percepiamo in che modo il divo tormentato abbia il tempo di riuscire a dare fiducia e un appiglio a distanza al suo giovane fan). Nel cast anche Ben Schnetzer (Rupert da adulto), Susan Sarandon (la madre di John) e Kathy Bates (la manager). Michael Gambon è l'uomo incontrato nel ristorante. Nella colonna sonora pop si sentono "Rolling In The Deep" di Adele, "Bittersweet Symphony" dei Verve e "Stand by me" nella versione di Florence and The Machine. Curiosità: da piccolo Dolan ammirava Leonardo DiCaprio e gli scrisse una lettera che, a differenza di quanto accade nel film, rimase senza risposta.

21 giugno 2016

È solo la fine del mondo (Xavier Dolan, 2016)

È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde)
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2016
con Gaspard Ulliel, Marion Cotillard
***

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina e Daniela,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo dodici anni di assenza, il trentasettenne Louis (Gaspard Ulliel), drammaturgo gay, torna nella casa di famiglia con l'intenzione di comunicare ai parenti la notizia della sua morte imminente. Ma l'incontro con la madre (Nathalie Baye), il fratello maggiore (Vincent Cassel), la sorella minore (Léa Seydoux) e la cognata (Marion Cotillard) si rivela più difficile di quanto avesse immaginato. Tratto da un dramma teatrale di Jean-Luc Lagarce, a metà fra le tensioni familiari di Tennessee Williams e il teatro dell'assurdo di Samuel Beckett, un film diverso rispetto agli altri lavori di Dolan, pieno di dialoghi che girano intorno all'argomento senza riuscire ad esprimerlo. Fra chiacchiere e banalità, incertezze, imbarazzi e silenzi, Louis si scopre incapace di comunicare quello che aveva intenzione di dire, e nel frattempo è sovrastato dai parenti, che proiettano su di lui rimpianti, conflitti, sfoghi e frustrazioni: i ricordi e i rimorsi della madre, le speranze della sorella, il rancore e l'invidia del fratello, la curiosità della cognata (l'unica con cui riesce a stabilire un contatto, anche perché è una nuova conoscenza). E tutto gira intorno al "non detto", al tentativo doloroso di Louis di riempire un vuoto (quello del tempo perduto, o quello che verrà dopo la sua morte), attendendo un momento giusto che naturalmente non arriverà mai. La regia si concentra sui primissimi piani dei volti dei personaggi (il cast è di primissimo livello), salvo occasionalmente concedersi sequenze più ariose, quelle dei ricordi e dei flashback, accompagnate da una colonna sonora non particolarmente raffinata (con brani come "Dragostea din tei", "Natural blues" e "I Miss You": ma sono pochi a saper mescolare bene musica e immagini come Dolan). È il secondo film del regista canadese a essere tratto da un lavoro teatrale, dopo "Tom à la ferme", con il quale infatti ha più punti in comune. Poco amato dai critici a Cannes, dove peraltro ha vinto il Gran Premio della Giuria.

14 maggio 2016

Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012)

Laurence Anyways (id.)
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2012
con Melvil Poupaud, Suzanne Clément
***

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Raccontati in un unico e lungo flashback (la durata del film sfiora le tre ore!), dieci anni della vita di Laurence Alia, insegnante di letteratura di Montreal che nel 1989, all'età di trent'anni, comunica alla fidanzata Frédérique e ai parenti la propria intenzione di diventare una donna. Se la famiglia e la scuola lo ostracizzano, Fred sceglie invece di rimanere al suo fianco: il percorso si rivelerà però difficile, e la loro relazione ne soffrirà le conseguenze. Al suo terzo film, il regista prodigio Xavier Dolan mette in scena l'odissea di un personaggio transgender che sceglie di andare per la propria strada, incurante di tutto e di tutti, fino a conquistare quell'identità di cui era in cerca da sempre. Al centro del racconto, prima ancora della trasformazione di Laurence (“Non sto mica diventando un unicorno!”), c'è però costantemente il suo rapporto con Fred, la donna che ama e che ancor più di lui attraversa crisi di ogni genere pur di stargli vicina. A un certo punto Fred prova ad allontanarsi da Laurence e a costruirsi una vita “normale”, con un marito e un figlio, ma le basi su cui poggia sono fragili perché manca quel legame di complicità e di scherzo che funzionava così bene con lui. La regia virtuosistica di Dolan fa respirare la vicenda con sprazzi di visionarietà e arricchisce alcune sequenze con uno stile da videoclip, un utilizzo mai banale (a tratti kubrickiano) della musica più disparata (Beethoven e Prokofiev, fra gli altri) e una cura delle immagini che, anche nei momenti più surreali (la farfalla che esce dalla bocca, la pioggia in casa, la nevicata di panni), non perdono mai il loro valore di metafora e di simbolo della liberazione dai ruoli sociali di genere. Ottimi gli interpreti, in particolare la Clément (favolosa nella scena in cui esplode di rabbia nella tavola calda). Nel cast anche Nathalie Baye (la madre di Laurence), Monia Chokri (la sorella di Fred) e Susan Almgren (la giornalista che intervista Laurence).

10 giugno 2015

Les amours imaginaires (Xavier Dolan, 2010)

Les amours imaginaires (aka Heartbeats)
di Xavier Dolan – Canada 2010
con Xavier Dolan, Monia Chokri, Niels Schneider
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Il secondo lungometraggio del giovanissimo Xavier Dolan (anche interprete, sceneggiatore, montatore e costumista!), più elaborato, stilizzato e pretenzioso del precedente (con tutti i rischi che questo comporta), ne conferma comunque il talento e, anzi, ne mette in risalto ancora di più le enormi capacità tecniche e artistiche. Al servizio dei temi a lui cari (i sentimenti, l'omosessualità, il complesso di Edipo) c'è infatti una regia in stile videoclip e fortemente visiva che quasi sommerge con le sue immagini, i suoi colori e le sue inquadrature una storia semplice ma coinvolgente, e che pure non nasconde i suoi debiti verso alcuni mostri sacri del passato e del presente (Cocteau, Godard, Bertolucci, Wong, Araki). A Montreal, il gay Francis (Dolan stesso) e la sofisticata Marie (Chokri), amici per la pelle, incontrano ad una festa e si innamorano del bel Nicolas (Schneider), che con i suoi modi affabili e la sua apparente disponibilità seduce entrambi in breve tempo, più o meno inconsapevolmente. Pur avendo una propria vita, e i rispettivi amanti, sia Francis che Marie non pensano più ad altro che a Nico, tanto che in un rapporto di amicizia fino ad allora perfetto cominciano a sorgere sospetti e gelosie. Il loro amore per Nicolas, però, è solo "immaginario": in realtà l'efebico ragazzo (una sorta di angelo che sfiora la terra ma non ne è toccato) non è interessato a nessuno dei due. Se il soggetto è quello di un triangolo atipico, fatto di illusioni, speranze, sogni e sentimenti inconfessati (ma il tono del racconto è sempre leggero e a tratti quasi ironico), lo stile folgorante si basa su diverse tecniche di ripresa – con macchina a mano, camera fissa con zoom (durante le "interviste" ad altri ragazzi che raccontano allo spettatore, a loro volta, storie di amori a senso unico), carrelli, panoramiche, campi lunghi, primissimi piani, transizioni in nero – e su una fotografia che pone in risalto i colori primari, accesi e vivaci, oltre che su una colonna sonora particolarmente studiata per portare su un altro livello le immagini cui si abbina: la canzone "Bang Bang" di Sonny Bono, nella versione in italiano cantata da Dalida, accompagna a mo' di commento le transizioni con i protagonisti che si muovono al ralenti per le strade (scene che ricordano assai da vicino le sequenze di "In the mood for love"); ma c'è anche Bach (le suite per violoncello) e Wagner (il preludio del "Parsifal"), così come non mancano riferimenti culturali di vario genere (i disegni di Jean Cocteau, le poesie di Rimbaud e di Gaston Miron, i film con Audrey Hepburn). Anne Dorval, che interpreta la madre di Nicolas, era già stata coprotagonista del primo film di Dolan, "J'ai tué ma mère", e tornerà nei successivi "Laurence Anyways" e "Mommy". Nel finale, comparsata per Louis Garrel.

20 giugno 2014

Mommy (Xavier Dolan, 2014)

Mommy (id.)
di Xavier Dolan – Canada 2014
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In un Canada distopico dove per legge i genitori possono abbandonare i figli problematici o con malattie psichiche, la quarantenne madre single Diane (detta "Die") sceglie invece di tenere con sé Steve, ragazzo borderline e incontrollabile che soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività. La vita insieme non è facile, e i due si ritrovano spesso a combattere da soli contro il mondo, anche per la mancanza di un impiego fisso e di una figura maschile di riferimento (ci pensa Steve a tenere lontano i possibili uomini che si avvicinano a Diane); soltanto la vicina di casa Kyla, un'insegnante che ha dovuto prendersi un periodo sabbatico perché un disturbo del linguaggio le impedisce di lavorare, riuscirà in qualche modo a far breccia nelle loro barriere e a donargli un pizzico di speranza. Alla sua quinta regia (la prima senza tematiche gay, e solo la seconda in cui rinuncia a recitare nel ruolo del protagonista), il giovanissimo Dolan dimostra ancora una volta di essere un cineasta maturo, di grande talento, conscio dei propri mezzi, e soprattutto coraggioso: non si spiegherebbe altrimenti la scelta di girare quasi l'intero film in un formato di schermo così insolito, praticamente un quadrato 1:1, non un vezzo fine a sé stesso ma un modo assai efficace per indicare come le difficoltà della vita possano "restringere" le prospettive e lo sguardo che si getta sul resto del mondo. Solo in due brevi momenti di speranza e di felicità condivisa (uno dei quali frutto dell'immaginazione) l'inquadratura si allarga e lo schermo si apre a un'ampia panoramica che permette anche allo spettatore di "respirare" finalmente insieme ai personaggi. La potenza e il dinamismo della regia di Dolan non sono dunque solo formali, ma al servizio di una storia che commuove e di personaggi quanto mai vivi. Se il complesso di Edipo è sempre stato al centro del cinema del giovane cadadese (sin dal suo primo film, "J'ai tué ma mère"), in questo "Mommy" – che già dal titolo gira attorno al rapporto con la figura materna – la vera protagonista è la madre più che il figlio (con cui ha un rapporto diretto e senza filtri), il che rende la pellicola una sorta di personale "Mamma Roma". A Cannes ha vinto il premio della giuria (per molti era addirittura da Palma d'Oro), ex aequo – lui che era il regista più giovane del concorso – con Jean-Luc Godard, il più anziano. Ottimi i tre interpreti (La Dorval faceva già la madre nel primo film, Kyla è Suzanne Clément). Nella colonna sonora spiccano canzoni come "White flag" di Dido, "Wonderwall" degli Oasis e, cantata in italiano da Steve al karaoke, "Vivo per lei" di Andrea Bocelli.

20 settembre 2013

Tom à la ferme (Xavier Dolan, 2013)

Tom à la ferme
di Xavier Dolan – Canada 2013
con Xavier Dolan, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Eleonora, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tom, giovane pubblicitario di Montréal, arriva in una fattoria nella campagna del Quebec per assistere al funerale dell'amico Guillaume, di cui (all'insaputa della sua famiglia) era l'amante. Il fratello maggiore di Guillaume, Francis, ha infatti sempre tenuto la madre Agatha all'oscuro del fatto che suo figlio era gay. Costretto con la forza dal violento e omofobo Francis a trattenersi nella fattoria di famiglia e a proseguire la finzione, visto che la sua presenza apparentemente è gradita alla vecchia Agatha, Tom sviluppa una sorta di sindrome di Stoccolma e comincia ad abituarsi alla vita rurale, al punto da subirne il fascino: ai tentativi di fuga si alternano momenti in cui ha l'impressione di aver trovato una famiglia e un posto dove rimanere per tutta la vita. Dramma esistenzialista che assume a tratti i toni del thriller psicologico (con tanto di colonna sonora che riecheggia i film di Hitchcock), quasi una versione noir (ma non horror) di "Non aprite quella porta". Al suo quarto film, il giovane regista/attore Xavier Dolan conferma tutto il suo talento, ma la pellicola – il cui baricentro si sposta progressivamente da Tom a Francis, con quest'ultimo che si rivela il vero fulcro della narrazione grazie alla sua personalità ambigua e complessa – resta con qualcosa di incompiuto nel suo tentativo di raccontare "il forte disagio dell’omosessualità nella spaccatura crescente tra città e campagna e le rispettive nature degli uomini che le abitano". Tratto da una piéce teatrale di Michel Marc Bouchard.

12 giugno 2009

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, 2009)

J'ai tué ma mère
di Xavier Dolan – Canada 2009
con Xavier Dolan, Anne Dorval
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il sedicenne Hubert ha un rapporto estremamente conflittuale con la madre, con cui vive da solo (i genitori sono separati): non sopporta niente di lei e non perde l'occasione per dirglielo in faccia, anche se fra sé e sé ammette in fondo di amarla (e poi, "tutti hanno odiato la propria madre, per un secondo o per un anno"). I due però sono del tutto incompatibili, anche perché Hubert (più intelligente e sensibile dei suoi coetanei, aspirante scrittore e – ma questo alla madre non lo ha mai detto – omosessuale) necessita tremendamente di maggior spazio per sé. La cosa più sorprendente di questo film (il cui titolo è quello di una dissertazione scritta da Hubert) è che il regista e sceneggiatore, nonché attore protagonista, ha solo vent'anni (è nato nel 1989!): e questo fatto, che ho scoperto soltanto dopo la visione, getta una luce particolare su un lungometraggio che comunque è intenso e interessante di suo (anche se fino a un certo punto). Dolan si rivela un cineasta già maturo e rigoroso, riesce a evitare le trappole degli stereotipi e del già visto e scava in profondità nei personaggi principali, che si barcamenano fra amore e odio, senza rinunciare a tratteggiare brevemente quelli secondari (come l'insegnante che prende Hubert in simpatia).