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22 maggio 2023

La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969)

La caduta degli dei
di Luchino Visconti – Italia/Germania 1969
con Helmut Berger, Dirk Bogarde, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Helmut Berger.

Nel febbraio del 1933, la stessa notte dell'incendio del Reichstag che favorirà l'ascesa di Hitler, l'aristocratica famiglia von Essenbeck si riunisce attorno al suo decano, il barone Joachim (Albrecht Schönhals), per festeggiarne il compleanno. Presidente delle acciaierie di famiglia, che ha saputo tenere a galla durante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, per ingraziarsi il nuovo potere il barone medita controvoglia di nominare alla vicepresidenza il nipote Konstantin (Reinhard Kolldehoff), simpatizzante di Hitler e membro delle SA, esautorando Herbert (Umberto Orsini), marito dell'altra nipote Elisabeth (Charlotte Rampling), che invece è apertamente ostile al nascente regime. La notte stessa, però, il barone viene assassinato nel suo letto, e il controllo dell'acciaieria passa all'ambizioso dirigente Friedrich (Dirk Bogarde), amante di Sophie (Ingrid Thulin), vedova dell'unico figlio del barone (morto in guerra) e madre del giovane Martin (Helmut Berger), un ragazzo dissoluto, in balia delle proprie perversioni (si veste da donna per fare il verso a Marlene Dietrich, ha tendenze pedofile e incestuose) e facilmente manipolabile tanto dalla madre quanto da Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino che fa parte delle SS. Ispirandosi alle tragedie di Shakespeare (il Macbeth su tutti, ma in parte anche l'Amleto), e con un titolo wagneriano, il primo film della cosiddetta "trilogia tedesca" di Visconti (seguiranno "Morte a Venezia" e "Ludwig") rilegge gli anni dell'avvento del nazismo in Germania attraverso intrighi e lotte di potere all'interno di una famiglia. I paralleli fra la dissoluzione della società, le storture della dittatura e della politica e le perversioni individuali sono evidenti, e la regia di Visconti (aiutato dalla bella fotografia colorata di Pasqualino De Santis e Armando Nannuzzi, degna a tratti di un film horror) li cattura in profondità, avvolgendo lo spettatore in una spirale di morte, follia e decadenza. La pellicola è intensa e molto carica, con alcune scene che si trascinano a lungo (su tutte quella della festa/orgia delle camice brune a Bad Wiessee, prima di essere trucidati dalle SS durante la "notte dei lunghi coltelli") e un'impostazione corale, anche se Berger (che aveva già recitato per Visconti due anni prima, in un episodio de "Le streghe") ne è in un certo senso il protagonista principale. Nel cast anche Renaud Verley (lo studente Günther, figlio di Konstantin), Florinda Bolkan, Nora Ricci. I costumi sono di Piero Tosi, il montaggio di Ruggero Mastroianni, le musiche di Maurice Jarre. La famiglia von Essenbeck è ispirata ai Krupp, proprietari dell'omonima e storica acciaieria di Essen che forgiò armi e cannoni per i nazisti durante la guerra.

25 aprile 2020

Giorni di gloria (De Santis, Visconti, et al, 1945)

Giorni di gloria
di Mario Serandrei, Giuseppe De Santis,
Luchino Visconti, Marcello Pagliero – Italia 1945
**

Visto in divx.

Dedicato "a tutti coloro che in Italia hanno sofferto e combattuto l'oppressione nazifascista" e co-prodotto dall'Anpi, un documentario (di montaggio) sulla resistenza, sui movimenti partigiani nell'Italia occupata e sui primi passi della rinascita e della ricostruzione nazionale dopo la guerra. Coordinato da Mario Serandrei (montatore) e Giuseppe De Santis (regista), e contenente anche spezzoni diretti da Luchino Visconti (il processo a Pietro Caruso, capo della polizia di Roma durante l'occupazione tedesca, e a Pietro Koch, dove il regista era presente come testimone) e Marcello Pagliero (l'apertura delle Fosse Ardeatine), il film utilizza materiale d'archivio (anche proveniente dal regime) e riprese effettuate in clandestinità per mostrare scorsi di vita e di lotta partigiana, raccontare piccoli e grandi episodi, far percepire l'atmosfera dei mesi immediatamente precedenti. E così si assiste all'organizzazione dei movimenti di resistenza sulle montagne e nelle città, si sentono i canti dei partigiani, si raccontano le azioni di sabotaggio e di guerriglia, si rievocano episodi come le Fosse Ardeatine e la strage di via Rasella, si documentano i processi ai complici delle forze di occupazione e la fucilazione delle spie, si odono le testimonianze delle vedove dei deportati o di coloro che furono uccisi dalle SS, si succedono scene di combattimento, scioperi e insurrezioni per riconquistare le città del nord, la folla che saluta l'arrivo delle truppe alleate per le strade di Milano, i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi, e si termina mostrando i primi passi della ricostruzione ("con la forza paziente, onnipotente, del lavoro"). A raccontare il tutto c'è un narratore enfatico e una certa dose di retorica (inevitabile e giustificata, però, visto che gli eventi erano estremamente recenti), al netto dei quali non manca comunque l'evidente valore come testimonianza e documento storico.

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

27 giugno 2017

Vaghe stelle dell'Orsa... (L. Visconti, 1965)

Vaghe stelle dell'Orsa...
di Luchino Visconti – Italia 1965
con Claudia Cardinale, Jean Sorel
**1/2

Visto in divx.

La bella Sandra (Claudia Cardinale), in compagnia del marito americano Andrew (Michael Craig), torna nella sua casa di famiglia a Volterra per l'inaugurazione di un parco pubblico dedicato alla memoria del padre (morto nei campi di concentramento durante la guerra). Il suo ritorno dopo diversi anni e l'incontro con i personaggi del passato, ma soprattutto con il fratello Gianni (Jean Sorel), giovane e scapestrato aspirante scrittore, riaccende turbolente tensioni e rievoca ricordi e segreti all'insegna dell'ambiguità: sui due fratelli gira(va)no infatti voci di un rapporto fin troppo stretto, che Gianni intende rinfocolare raccontando in un romanzo autobiografico gli anni della propria adolescenza... Il tutto mentre la madre (Marie Bell) è ricoverata in preda alla follia, e il secondo marito di lei, l'avvocato Gilardini (Renzo Ricci), ha un rapporto a dir poco conflittuale con i due fratelli. Torbido dramma familiare, dalle atmosfere cupe e morbose, curiosamente uscito nello stesso anno in cui Bellocchio realizzava il suo "I pugni in tasca" (con cui ha diverse similarità, anche se il milieu sociale qui è ovviamente diverso). La regia elegante e la buona prova degli attori sono sovrastate da una sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico ed Enrico Medioli) ambiziosa ma poco ariosa, che gioca a fondere il passato con il presente (la scelta di Volterra come ambientazione, con la sua eredità "etrusca", non è casuale) per esprimere quei temi della decadenza e della morte che caratterizzano gran parte del cinema di Visconti. Il titolo, naturalmente, è tratto dal primo verso delle "Ricordanze" di Leopardi. Come colonna sonora c'è il Preludio, corale e fuga per pianoforte di César Franck. Leone d'Oro a Venezia, forse per compensare la precedente mancata attribuzione del premio a "Rocco e i suoi fratelli".

4 marzo 2017

Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Il gattopardo
di Luchino Visconti – Italia 1963
con Burt Lancaster, Claudia Cardinale
****

Visto in divx.

Mentre i garibaldini sbarcano in Sicilia (siamo nel 1860, in pieno Risorgimento, alla vigilia dell'Unità d'Italia), il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con malcelato distacco ai cambiamenti in atto nel paese. Consapevole del declino dell'aristocrazia cui appartiene e dell'insorgere di una nuova classe di latifondisti arricchiti, Don Fabrizio si adopera per favorire il matrimonio di suo nipote Tancredi (Alain Delon) con la giovane e bella Angelica (Claudia Cardinale), figlia del rozzo ma ricco latifondista Calogero Sedara (Paolo Stoppa), sindaco di Donnafugata, il paese dove la famiglia si reca tutti gli anni per la villeggiatura estiva. E nel corso dello sfarzoso ballo che celebra il debutto della coppia in società, comincia finalmente a fare un sofferto bilancio della propria vita. Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (che era uscito nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore), sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa e lo stesso Visconti (e le frasi memorabili sono così tante che non potrò fare a meno di riportarne parecchie in questa recensione), uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano, capolavoro del regista milanese (con cui dà definitivamente l'addio al neorealismo, ma soprattutto con cui passa dai temi della militanza politica e comunista alla riflessione nostalgica sulla decadenza dell'aristocrazia, il mondo cui lui stesso apparteneva) e vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes. "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", spiega Tancredi allo zio Fabrizio, che a sua volta ribadisce più tardi il concetto a Don Ciccio durante la battuta di caccia ("Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com'era prima"). Ma tanto Tancredi è ambizioso, spregiudicato e istintivo, pronto ad abbracciare il cambiamento (e a passare da un ideale all'altro per il proprio tornaconto personale, come quando abbandona i garibaldini al loro destino per arruolarsi nell'esercito regio dopo la battaglia dell'Aspromonte), tanto Don Fabrizio è stanco e disilluso, specchio di un'intera Sicilia che desidera solo "un lungo sonno: questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni". Mentre il paese si muove, l'antica aristocrazia si mostra pigra e imperturbabile, rifiutando di lasciarsi scuotere da quegli eventi che tanto coinvolgono la plebe (che intravede la speranza di una vita migliore) e la chiesa (che teme di perdere i propri privilegi). Non che Don Fabrizio non sia cosciente di ciò: capisce benissimo che all'orizzonte c'è qualcosa di nuovo (non necessariamente migliore), ma anche che la sostituzione di una classe dominante con un'altra non apporterà alcun cambiamento significativo nel grande ordine delle cose ("Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra", recita la frase che dà il titolo al libro e al film).

Gli eventi storici e quelli familiari sono tutti filtrati dall'occhio del protagonista, punto di vista soggettivo su un periodo storico (il Risorgimento) a lungo congelato nella cultura italiana nei suoi aspetti mitologici e agiografici, e che soltanto in quegli anni, grazie appunto al romanzo di Tomasi di Lampedusa, cominciava a essere rivisto in chiave meno stereotipata e più lucida e sfaccettata. Nel romanzo, del Risorgimento si esplicita "la natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra la vecchia aristocrazia e l'emergente classe borghese". E il protagonista assurge a simbolo di tutta una terra, la Sicilia, i cui abitanti sono capaci di adattarsi a ogni condizione, a ogni evento, a ogni dominazione straniera. "La mia è un'infelice generazione. A cavallo fra due mondi, e a disagio in tutti e due". La disillusione del principe e la mancanza di speranza lo spingono a rinunciare a ogni possibilità di evoluzione personale (come quando rifiuta la nomina a senatore del nuovo regno), e anche quando abbraccia tale cambiamento (il voto per il sì alle elezioni per l'annessione al Piemonte: curiosamente, lui è l'unico al quale il sindaco Calogero propone entrambe le schede, mentre agli altri elettori viene offerta solo un'opzione) non lo fa per convinzione ma per rassegnazione all'inevitabile declino individuale. Il suo posto sarà preso dai nuovi ricchi (Calogero) e dai giovani ambiziosi ma senza ideali (Tancredi). Per quanto riguarda l'aspetto cinematografico, la messa in scena è a dir poco sontuosa, e non soltanto nella celebre scena finale del ballo (che occupa quasi l'intera ora conclusiva di un film già di per sé lungo, circa tre ore). La fotografia di Giuseppe Rotunno fa risaltare le scenografie di Mario Garbuglia e i costumi di Piero Tosi (ai quali Visconti stesso dedica un'attenzione maniacale: dalle tenute dei garibaldini all'abito bianco di Angelica), mentre la colonna sonora di Nino Rota (arricchita da brani di Verdi, come quelli della "Traviata" che la banda di Donnafugata suona all'arrivo del principe, o il valzer che si ode durante il ballo) punteggia in maniera efficace le immagini di una Sicilia arcaica ma raffinata, un mondo completamente a parte nel tempo e nello spazio. Lancaster, in una delle sue interpretazioni più memorabili (in italiano è doppiato da Corrado Gaipa), svetta su un ricco cast che comprende un Delon al secondo film con Visconti (dopo "Rocco e i suoi fratelli"), una bellissima Cardinale e un giovane Terence Hill (accreditato con il suo vero nome, Mario Girotti) nei panni del conte milanese Cavriaghi, amico di Tancredi, oltre a Paolo Stoppa, Pierre Clémenti, Rina Morelli, Romolo Valli, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Serge Reggiani, Lou Castel, Leslie French.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
****

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

17 luglio 2016

Le notti bianche (Luchino Visconti, 1957)

Le notti bianche
di Luchino Visconti – Italia 1957
con Marcello Mastroianni, Maria Schell
**1/2

Visto in divx.

Passeggiando di notte senza meta, Mario (Mastroianni) incontra Natalia (Schnell), una ragazza che da un anno attende inutilmente notizie dell'uomo (Jean Marais) di cui è innamorata. Infatuato del suo candore e della sua semplicità, Mario cerca di scuoterla dalle sue illusioni e di convincerla che l'uomo non tornerà più: ma proprio quando sembra che fra i due possa nascere un idillio, il misterioso straniero si rifà vivo per portargliela via. Dall'omonimo racconto di Dostoevskij, di cui trasferisce l'azione da San Pietroburgo a una Livorno tutta ricostruita in studio, un film dalle atmosfere irreali e oniriche, alle quali contribuiscono la regia elegante di Visconti, l'evocativa fotografia di Giuseppe Rotunno e le musiche spettrali di Nino Rota. Mario accusa Natalia di essere "innamorata di un fantasma": e il modo in cui i personaggi si materializzano all'improvviso, o scompaiono come ombre dai ponti e dai vicoli della città, fa sembrare in effetti che la storia si svolga in una sorta di limbo soprannaturale, popolato da anime perse (vedi anche la prolungata sequenza del ballo, dove il tempo pare perdere di significato, o l'inizio del racconto della ragazza, con l'ambientazione che muta senza alcuno stacco dell'inquadratura). Come sempre nel cinema di Visconti, sono da sottolineare i meta-riferimenti operistici: nel flashback, Natalia e il suo innamorato vanno a teatro ad assistere al "Barbiere di Siviglia": e alcuni elementi (la nonna tutrice che la sorveglia, la lettera allo spasimante "già scritta" e affidata all'amico affinché gliela consegni) sembrano uscire direttamente dal libretto dell'opera di Rossini. Non mancano comunque suggestioni e simboli più universali, quasi "magici": dal cane che segue Mario all'inizio e alla fine del film, come per condividere la sua solitudine, all'insolita nevicata che imbianca le strade e i tetti della città nel finale, un evento fuori dall'ordinario proprio come l'incontro con Natalia è stata una parentesi straordinaria nella vita del protagonista. Alla fine, colui che ha vissuto un'illusione d'amore si rivelerà essere lui, mentre il sogno puro e fedele della ragazza (messo giusto un poco alla prova dall'insistenza di Mario) sarà ricompensato, come in una fiaba. Clara Calamai è la prostituta. Contrariamente alle pratiche dell'epoca, la Schell non è stata ridoppiata in italiano. Nel 1971 anche Bresson adatterà il racconto di Dostoevskij in "Quattro notti di un sognatore".

4 luglio 2016

Senso (Luchino Visconti, 1954)

Senso
di Luchino Visconti – Italia 1954
con Alida Valli, Farley Granger
***1/2

Visto in divx.

1866: nel Veneto occupato dagli Austriaci, alla vigilia della terza guerra di indipendenza, la contessa Livia Serpieri (Valli) – patriota e nazionalista – si innamora di un giovane ufficiale delle forze imperiali, il tenente Franz Mahler (Granger). Per lui arriverà a tradire la famiglia e i propri ideali: ma quando si renderà conto che l'uomo ha soltanto approfittato di lei, si vendicherà denunciandolo per diserzione. Da un racconto di Camillo Boito (fratello di Arrigo), rielaborato e adattato insieme a Susi Cecchi D'Amico, Visconti realizza il suo primo film a colori nonché la prima pellicola in cui mette da parte i temi del neorealismo per tuffarsi a piene mani nella descrizione di un ambiente a lui assai più congeniale, quello di un'aristocrazia in crisi perché ormai avviata al declino e alla decadenza ("Un intero mondo sparirà, quello cui apparteniamo tu e io. E il nuovo mondo non ha alcun interesse per me", afferma Franz in una delle scene chiave del film). Le sontuose scenografie, la grande cura nei costumi e nella ricostruzione storica, la qualità pittorica della fotografia (ispirata, pare, ai dipinti di Francesco Hayez: la scena in cui Livia e Franz si baciano nella villa di Aldeno ricorda in particolare proprio "Il bacio"), la colonna sonora (con brani della settima sinfonia di Bruckner) e la raffinata interpretazione della Valli contribuiscono a definire una nuova cifra stilistica per Visconti, che manterrà per il resto della sua filmografia e che lo porterà a capolavori come "Ludwig", "Il gattopardo" e "Morte a Venezia". Accolto da un grande successo di pubblico, e destinato a ritagliarsi un posto importante nella storia del cinema italiano, il film fu ferocemente osteggiato dalla censura e dal governo (il titolo originale, "Custoza", fu considerato "disfattista" da parte del ministero della difesa, mentre il sottosegretariato allo spettacolo impose il taglio di numerose scene d'amore ritenute "immorali" nonché il cambiamento del finale), anche per il rifiuto della retorica patriottistica con cui fino ad allora si era sempre raccontato il risorgimento, qui visto invece come "la fine di un'era", appunto, un momento di passaggio che reca con sé anche tragedia e disillusione. La descrizione della folle passione di Livia per Franz, che da donna idealista e pragmatica la trasforma in romantica e perduta, è raccontata in prima persona dalla stessa protagonista, con una voce narrante bassa e suadente (lo stesso tenente, a più riprese, la rimprovera di parlare troppo piano!). Se Livia, al momento del suo primo incontro con Franz, afferma "Non mi piace l'opera quando si svolge fuori scena", la vicenda di cui è protagonista è invece in tutto e per tutto degna di un melodramma. La pellicola si apre proprio in un teatro lirico, la Fenice di Venezia, mentre sulle note del "Trovatore" va in scena una manifestazione patriottica che aiuta subito a collocare la vicenda nel suo contesto storico. E gli sviluppi successivi ricordano a tratti opere come la "Tosca". L'impegno della produzione, oltre che dallo sforzo finanziario evidente nella ricostruzione d'epoca e nelle scene di battaglia, risalta anche dai collaboratori assoldati per l'edizione internazionale: alla sceneggiatura della versione inglese hanno collaborato anche Paul Bowles e Tennessee Williams. Come assistenti alla regia figurano Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi a inizio carriera. L'operatore Giuseppe Rotunno diventerà il direttore della fotografia di fiducia di Visconti. Per il ruolo dei protagonisti, il regista milanese aveva pensato inizialmente a Ingrid Bergman e Marlon Brando. Quanto al resto del cast, Heinz Moog è il marito di Livia, Massimo Girotti è il cugino rivoluzionario Roberto, Rina Morelli è la governante, Marcella Mariani (che morirà l'anno seguente, in un incidente aereo, a soli 19 anni) è la giovane prostituta.

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al., 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo (fra cui Marcella Mariani), avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".

18 aprile 2016

Bellissima (Luchino Visconti, 1951)

Bellissima
di Luchino Visconti – Italia 1951
con Anna Magnani, Walter Chiari
***

Visto in divx, con Sabrina, Paola e Chiara.

Il regista Alessandro Blasetti (che interpreta sé stesso) cerca una bambina di sei-otto anni per il nuovo film che deve girare a Cinecittà. Fra le molte madri che portano le loro figlie all'audizione c'è anche Maddalena Cecconi (Anna Magnani), infermiera a domicilio che sogna per la sua Maria una luminosa carriera nel mondo dello spettacolo, quella cui forse lei stessa aveva aspirato in gioventù senza poterla realizzare. Incurante delle critiche, della derisione e dei tentativi di scoraggiamento che le giungono dai familiari e dai vicini di casa, Maddalena compie ogni sacrificio per far sì che Maria venga scelta dal regista. La povera bambina, che non viene mai interpellata, è così trascinata nel giro di pochi giorni da un provino all'altro, costretta a prendere lezioni di recitazione (da un'insegnante sciroccata, ex attrice fallita) e di ballo (con la madre che spera che di vederla volteggiare sulle punte dopo una sola ora), a farsi ritrarre in posa dal fotografo e a vestirsi come una vedette, a truccarsi e a tagliarsi i capelli ("Solo una spuntatina e due ricciolini", si raccomanda Maddalena, ma le cose andranno diversamente). E visto che la mamma non intende lasciare alcuna carta intentata, prova anche la via della raccomandazione, finendo però fra le mani del traffichino Alberto Annovazzi (Walter Chiari), che la trufferà per comprarsi una Lambretta... Alla fine, nonostante tutto, l'obiettivo sarà raggiunto e la timida Maria sarà scelta dal regista. Ma avendo assistito all'umiliazione della bambina da parte dei cineasti, che ridevano durante il provino in cui la piccola era scoppiata a piangere, sarà proprio Maddalena a cambiare idea e a non volere più che la figlia diventi uno zimbello per intrattenere il pubblico. Realizzato nella cornice del neorealismo (il soggetto è di Cesare Zavattini), il film mette in scena tutte le illusioni di gloria, di ricchezza e di riscatto di un personaggio che subisce, in particolare, l'attrazione del magico mondo del cinema, tanto quello popolare che quello hollywoodiano (Maddalena è una fan appassionata dei grandi attori americani, come Montgomery Clift o Burt Lancaster: curiosamente, pochi anni più tardi la stessa Magnani reciterà insieme a quest'ultimo). A differenza di parabole come "A che prezzo Hollywood" o il futuro "La signora senza camelie" di Antonioni, qui il sogno non è vissuto dalla protagonista in prima persona ma attraverso la figlia, sulla quale vengono proiettati desideri e aspirazioni impossibili da realizzare direttamente. Quando diventa chiaro quale sia il prezzo da pagare per esaudire tali desideri, ovvero la perdita della dignità, Maddalena avrà il coraggio e l'orgoglio di rinunciarvi e di tornare fra le braccia di quel marito pragmatico che disapprovava i suoi sforzi e che si poneva traguardi e progetti più immediati e concreti (come l'acquisto di una nuova casa). Strepitosa la prova della Magnani, una vera forza della natura, personaggio comico e senza freni ma capace di mostrare un'espressività talmente intensa ed emozionale da risultare commovente. Visconti, al terzo film e di ritorno alla regia dopo l'insuccesso de "La terra trema", dà l'addio al neorealismo con una commedia cinica e a tratti grottesca, che ritrae senza sconti la gente comune ed è lontana anni luce dall'idealizzare tanto la povertà quanto il falso mito della ricchezza. La colonna sonora incornicia il tutto nel segno del melodramma con brani da "L'elisir d'amore" di Donizetti: all'inizio tracciando un parallelo fra il ciarlatano Dulcamara e l'illusoria truffa della fama cinematografica; nel finale sottolineando dolcemente il sonno della bambina, che finalmente può assopirsi tranquilla. Il film segna la prima collaborazione di Visconti con il costumista Piero Tosi, che lavorerà poi con lui in quasi tutti i lungometraggi successivi.

8 aprile 2016

Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

Ossessione
di Luchino Visconti – Italia 1943
con Massimo Girotti, Clara Calamai
***1/2

Visto in divx.

Girovagando in cerca di lavoro, il meccanico Gino Costa (Girotti) si ferma nell'osteria gestita dal corpulento Giuseppe Bragana (Juan de Landa) e da sua moglie Giovanna (Clara Calamai). Qui diventa l'amante della donna, e insieme decidono di uccidere il marito di lei. I sensi di colpa impediranno però alla coppia di continuare a vivere insieme serenamente, e alla fine sarà il destino stesso a punirli. Liberamente tratto dal romanzo "Il postino suona sempre due volte" di James McCain, il film che segna l'esordio alla regia del conte Luchino Visconti di Modrone (dopo alcune collaborazioni in Francia come assistente di Jean Renoir) è una pellicola fondamentale nella storia del cinema italiano, considerata da molti critici come il precursore del neorealismo: non tanto per la storia narrata, torbida e cupa come un noir ante litteram, quanto per l'ambientazione (i luoghi della Bassa Padana, nel ferrarese, e il porto di Ancona) e i personaggi, umili e disadattati, decisamente lontani da quelli del cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi" che aveva imperato durante il fascismo con i suoi scenari art decò e le atmosfere asettiche e da commedia. Qui i temi trattati (l'adulterio in primis, ma anche l'omosessualità, adombrata dal personaggio dello "Spagnolo" interpretato da Elio Marcuzzo), così come la passione delle scene d'amore e la sensualità morbosa che traspare dalle inquadrature del corpo di Massimo Girotti, vero e proprio "oggetto del desiderio", oltre che l'insolita e schietta caratterizzazione di molti personaggi secondari (la giovane prostituta Anita, lo Spagnolo stesso), scandalizzarono le autorità del regime e la Chiesa, al punto che la pellicola venne tolta dalla distribuzione dopo pochi giorni e infine vietata. Visconti stesso ne salvò dalla distruzione una copia, tenendola nascosta fino alla fine della guerra. Stilisticamente si nota un debito alla corrente del realismo poetico francese (la cui influenza sarà evidente anche sul noir americano), anche se Visconti vi sovrappone una personale forza espressiva e una concretezza assai palpabile a livello fisico prima ancora che psicologico. Il regista esordisce con un stile già coerente e maturo, dove trovano spazio l'amore e l'inclinazione al melodramma, ma anche lo studio dei personaggi e i riferimenti al contesto storico e culturale (qui, in particolare, si mescola cultura alta e bassa: indimenticabile, per esempio, la scena in cui Bragana partecipa al concorso canoro per dilettanti, intonando l'aria "Di provenza il mare, il suol" dalla Traviata, mentre Giovanna e Gino amoreggiano alle sue spalle). Importante, come detto, la scelta di girare in esterni, lungo il fiume Po e i suoi argini, facendo dell'ambientazione una protagonista della vicenda al pari dei personaggi e dei loro riti (la pesca, le partite a bocce, le bevute). Un altro elemento di "rottura" rispetto al cinema italiano dell'epoca è naturalmente la fonte del soggetto: in tempi di autarchia e di guerra, ricorrere a un romanzo americano era senza dubbio una scelta controcorrente, tanto da non essere nemmeno indicata nei titoli. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e, non accreditati, Alberto Moravia e Antonio Pietrangeli. Visconti aveva probabilmente letto il libro di McCain mentre si trovava in Francia (dove forse aveva anche visto "Le dernier tournat" di Pierre Chénal, film del 1939 a esso ispirato): tre anni più tardi, negli Stati Uniti, uscirà l'adattamento ufficiale diretto da Tay Garnett con John Garfield e Lana Turner.

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

3 febbraio 2008

Morte a Venezia (L. Visconti, 1971)

Morte a Venezia (Death in Venice)
di Luchino Visconti – Italia 1971
con Dirk Bogarde, Björn Andrésen
***

Rivisto in DVD.

L'avevo visto per la prima volta al liceo, su iniziativa della professoressa di tedesco (insieme al "Danton" di Wajda, i soli due film che ricordo di aver visto a scuola!) ma allora non mi aveva fatto alcuna impressione, né positiva né negativa. Forse non avevo l'età per apprezzarlo, come invece adesso.
Il maturo professor Gustav von Aschenbach giunge al Lido di Venezia, nel 1911, per un periodo di riposo. Mentre in città soffia lo scirocco e si diffonde un'epidemia di colera, sulla quale le autorità tacciono perché "Venezia vive di turismo", Aschenbach rimane affascinato dal giovane polacco Tadzio, che alloggia con la famiglia nel suo stesso albergo. Non si tratta di un amore omosessuale, ma di un'infatuazione per quella bellezza ideale che proprio lui, per tutta la vita, ha cercato di far sorgere dallo spirito con la propria opera di artista anziché ricercarla, con i sensi, nella natura che lo circonda. Aggiungendovi anche alcuni flashback "proustiani" dei momenti lieti e tristi della vita del protagonista, Visconti realizza un film di impronta decisamente mitteleuropea, lento e decadente, freddo e disperato, fatto di sguardi e di silenzi (i due personaggi principali non si scambiano mai nemmeno una parola), con una messinscena affascinante e una scenografia che riporta in vita lo splendore di un'epoca in cui gli alberghi del Lido rappresentavano un microcosmo dell'alta borghesia internazionale, in crisi alla vigilia della prima guerra mondiale. La regia, elegante e raffinata, indugia forse su qualche zoom di troppo. Nel romanzo di Thomas Mann il protagonista era uno scrittore: Visconti lo ha trasformato in musicista perché convinto che l'intenzione originaria di Mann fosse quella di far riferimento a Gustav Mahler, del quale non a caso vengono utilizzati brani della terza e della quinta sinfonia come efficace colonna sonora.

25 novembre 2007

La terra trema (L. Visconti, 1948)

La terra trema – Episodio del mare
di Luchino Visconti – Italia 1948
con Antonio Arcidiacono, Nelluccia Giammona
***

Visto in DVD, con sottotitoli.

'Ntoni e i suoi fratelli fanno i pescatori ad Acitrezza, ma il loro lavoro è sfruttato dai grossisti e dai mercanti di pesce che acquistano a pochissimo prezzo il risultato delle loro dure fatiche. Intenzionato a cambiare le cose, 'Ntoni ipoteca la casa per mettersi a lavorare in proprio, ma una tempesta distruggerà la sua barca e farà piombare la sua famiglia nella miseria più nera, costringendolo a chinare la testa e a tornare a lavorare dai "padroni". Ispirandosi ai "Malavoglia" ma discostandosi parzialmente dalla visione di Verga (anziché lottare contro il fato o la natura, i personaggi lottano contro altri uomini, ovvero contro un ben preciso sistema di oppressione economica e classista), Visconti realizza un film neorealista con toni da documentario: interpretato non da attori professionisti ma dai veri abitanti del luogo, il progetto si prefiggeva infatti di descrivere le dure condizioni di vita di una Sicilia ancora arretrata dal punto di vista sociale. Come suggerisce il sottotitolo, nelle intenzioni del regista il film doveva rappresentare il primo capitolo di una trilogia sulla Sicilia (gli episodi successivi sarebbero stati quelli dello zolfo e della terra, per raccontare lo sfruttamento dei minatori e dei contadini), poi non proseguita per lo scarso interesse del pubblico. L'opera venne anche boicottata dai benpensanti e dai politici dell'isola, che non apprezzavano il ritratto peggiorativo che a loro dire ne sarebbe uscito (erano gli anni in cui Andreotti affermava che "i panni sporchi si lavano in famiglia"). Il risultato è comunque molto espressivo e potente: i volti, i paesaggi, gli ambienti risaltano anche grazie all'ottima regia e alla maestosa fotografia. Parlato in siciliano stretto (ho dovuto guardarlo con i sottotitoli) ma accompagnato dalla didascalica voce di un narratore che illustra in italiano gli snodi più importanti, è la cronaca di un desiderio di riscatto sociale che fallisce non perché sia sbagliato in sé ma perché è frutto di una ribellione individuale e non collettiva.