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20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

18 febbraio 2023

Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966)

Un milione di anni fa (One Million Years B.C.)
di Don Chaffey – GB 1966
con Raquel Welch, John Richardson
*1/2

Visto su YouTube, per ricordare Raquel Welch.

In un mondo primitivo e selvaggio, il cavernicolo Tumak (John Richardson) è scacciato dalla sua tribù (quella delle "rocce"), ma viene accolto da un'altra (quella delle "conchiglie"), dove conosce la bella Loana (Raquel Welch). Capostipite del filone "preistorico" (anche se a tutti gli effetti è un remake di una precedente pellicola americana del 1940, "Sul sentiero dei mostri"), questo film è degno di nota per due cose soltanto: i dinosauri e/o mostri giganti realizzati in stop motion da Ray Harryhausen, e la notevole presenza di Raquel Welch in bikini di pelliccia, che divenne all'istante un sex symbol e un'icona di costume degli anni sessanta (il ruolo era stato inizialmente offerto a Ursula Andress, che lo rifiutò). Per il resto, la trama è esile e fumettistica, e la ricostruzione storica è risibile e colma di anacronismi, a cominciare dall'assurdo titolo (un milione di anni?) e dalla convivenza fra uomini e dinosauri. Parlando di quest'ultimi: oltre a un allosauro, un paio di pteranodonti, un triceratopo e un ceratosauro (che lottano fra loro), ci sono anche varie creature con fattezze di animali giganti (mostri-pesci, tartarughe, serpenti, iguane, tarantole...). Da notare il contrasto fra le due tribù: quella di Tumak (con i capelli scuri) è più violenta, quella di Loana (con i capelli biondi) più civilizzata. Il film è privo di dialoghi: a parte un narratore "documentaristico" nelle scene iniziale, tutti i personaggi si esprimono solo tramite singole parole (i loro nomi, per lo più) e suoni gutturali. Gli esterni sono stati girati alle isole Canarie. Naturalmente l'eruzione vulcanica e il terremoto nel finale sono realizzati con modellini ed effetti pionieristici (che ricordano il cinema muto dei primordi). Nonostante i suoi molti difetti, la pellicola ebbe un grande successo di pubblico, divenne un fenomeno culturale e portò alla realizzazione di seguiti, imitazioni e parodie: rivista oggi, purtroppo, sembra essa stessa una parodia (nello stile di Mel Brooks).

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

8 novembre 2022

Wendell & Wild (Henry Selick, 2022)

Wendell & Wild (id.)
di Henry Selick – USA 2022
animazione a passo uno
**

Visto in TV (Netflix).

Per riportare in vita i genitori defunti, l'orfana ribelle Kat Elliot stringe un patto con i suoi "demoni personali", Wendell e Wild, accettando di "evocarli" sulla Terra, dove i due demoni intendono costruire un parco dei divertimenti (!). Seguirà caos. A tredici anni di distanza da "Coraline", Henry Selick torna alla regia con un altro film animato in stop motion, sceneggiato insieme a Jordan Peele (che, in coppia col comico Keegan-Michael Key, suo sodale di vecchia data, fornisce le voci dei due demoni in questione), sempre all'insegna della commedia horror e macabra. I personaggi sono tantissimi: dalla protagonista punk e trasgressiva, all'amico Raul e le altre compagne della scuola cattolica in cui viene rinchiusa, dal diavolo "capo" Buffalo Belzer (Ving Rhames) alla suora esorcista Sorella Helley (Angela Basset), dal prete zombie Padre Best ai loschi imprenditori Lane e Irmgard Klaxon che intendono arricchirsi costruendo "prigioni private", più molti altri ancora: in effetti soggetto e sceneggiatura sono così densi di eventi e di personaggi da lasciare poco respiro all'insieme, dando luogo a una narrazione confusa, con tanti cambi di direzione e spunti accennati senza il necessario approfondimento. Fra momenti bizzarri e surreali, altri di pura black comedy in stile Grand Guignol, inconsueti messaggi sociali e politici e numerose sequenze slapstick, si rischia di perdere la trebisonda. Ma la pellicola si tiene a galla per il suo aspetto visivo, sempre interessante a livello grafico (ai pupazzi 3D si affiancano sezioni in cutout animation), e per quello che è forse l'unico filo conduttore della storia svolto con coerenza, ovvero le riflessioni sul rapporto fra genitori e figli (non solo Kat con i suoi, ma anche i due demoni con il padre satanico e la compagna di classe Siobhan con i due imprenditori). Visti i progressi della tecnica, l'animazione a passo uno è ormai quasi indistinguibile da quella al computer (e in un certo senso è un peccato).

6 febbraio 2022

The house (aavv, 2022)

The House (id.)
di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza – Gran Bretagna 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Tre episodi (di mezz'ora ciascuno) in animazione stop motion, surreali e inquietanti, ambientati nella stessa casa ma in contesti ed epoche diverse. Cambiano anche i protagonisti: umani nel primo segmento, topi e gatti antropomorfi negli altri due. La produzione è degli studi londinesi di Nexus, che ha affidato ciascuno dei tre episodi a un team di animatori differente, mentre la sceneggiatura dell'intera pellicola è di Enda Walsh. I temi sono kafkiani (soprattutto nei primi due capitoli), mentre l'atmosfera ricorda a tratti il cinema di Jan Švankmajer, con tocchi persino di Lynch e Cronenberg. Il primo episodio, "E dentro di me, si tessero menzogne" (diretto da Emma de Swaef e Marc James Roels), è una favola cupa e dark, horror e angosciante, che ci racconta l'origine della casa. Siamo in epoca vittoriana: un misterioso ed eccentrico architetto si offre di costruire una nuova dimora per una famiglia povera che vive in campagna. Ma i suoi abitanti si ritroveranno trasformati in parte del mobilio. Il secondo episodio, "È smarrita la verità che non si può vincere" (diretto da Niki Lindroth von Bahr), si svolge in epoca contemporanea. Un topo ristruttura la casa in stile moderno, con l'intenzione di venderla. Ma dopo un disastroso party per presentarla ai potenziali acquirenti, scopre che due di questi si sono stabiliti nella dimora e non intendono andarsene, proprio come scarafaggi o parassiti. È decisamente l'episodio più kafkiano e surreale. Il terzo, "Ascolta bene e cerca la luce del sole" (diretto da Paloma Baeza), si svolge in un imprecisato futuro post-apocalittico, dove un'inondazione ha ricoperto quasi tutto il territorio circostante. La casa, circondata dalle acque, ospita adesso la gatta Rosa, che sogna di riammodernarla per farne una pensione. Ma gli unici due ospiti, il pigro Elias e la sciroccata Jen, non hanno il denaro per pagarla... È l'unico dei tre episodi che si conclude in qualche modo con un messaggio positivo, invitando a prendere in mano il controllo della propria vita e a non rimanere attaccati alle fondamenta (della casa, ovvio!), al contrario dei primi due segmenti dove l'attaccamento ai beni materiali finiva col far perdere ai personaggi la propria identità. Un tema dunque esistenziale ma al tempo stesso concreto e di notevole interesse, per un film che merita di certo una visione.

10 novembre 2021

La sposa cadavere (Burton, Johnson, 2005)

La sposa cadavere (Corpse bride)
di Tim Burton, Mike Johnson – USA 2005
animazione a passo uno
**1/2

Rivisto in TV (Netflix).

Il giovane Victor, promesso sposo a Victoria (si tratta di un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie, il che non impedisce ai due giovani di innamorarsi l'uno dell'altra a prima vista), si ritrova per errore sposato invece con... un cadavere, quello di Emily, che lo trascina con sé nel regno dei morti. Il secondo lungometraggio in animazione stop motion di Tim Burton (ma il primo da lui diretto, sia pure insieme a Mike Johnson, visto che la regia del precedente "Nightmare before Christmas" non era sua ma di Henry Selick) è una fiaba dark e romantica ambientata in epoca vittoriana (il che si riflette nei nomi dei due promessi sposi: Victor e Victoria) e ispirata a una leggenda del folklore russo di origine ebraica. Con il film su Jack Skeletron condivide parecchie cose: dal gusto per il macabro all'aspetto deforme e inquietante dei personaggi, dalle scenografie espressioniste (da notare, in particolare, l'uso dei colori: se nel mondo reale la tavolozza è del tutto smorta, quasi monocromatica, il regno dei morti invece è variopinto e colorato) alla struttura musicale (con canzoni e musiche di Danny Elfman, a dire il vero non proprio memorabili). Ma nonostante il buon riscontro critico e il mood generalmente accattivante, la trama semplicistica, le gag scialbe, la debole caratterizzazione dei personaggi di contorno (alcuni dei quali, come i genitori, scompaiono di scena senza un motivo a metà film) e le idee riciclate dai lavori precedenti (vedi il cagnolino scheletro) lo rendono più povero del precedente, lasciando l'impressione di aver assistito – complice anche la breve durata – non a un lungometraggio, ma a un cortometraggio "gonfiato". Anche il doppiaggio italiano non è all'altezza di quello di "Nightmare before Christmas", soprattutto per quanto riguarda le parti cantate. In originale le voci sono di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Emily Watson, mentre lo stesso Elfman canta nel ruolo dello scheletro jazzista. L'animazione a passo uno appare molto fluida e ripulita, tanto da lasciare il sospetto che sia stata generata al computer (in realtà si tratta del primo film in stop motion girato con camere digitali). Da notare le citazioni per Ray Harryhausen (il cui nome è inciso sul pianoforte) e "Via col vento".

9 maggio 2021

L'hotel elettrico (Segundo de Chomón, 1908)

L'hotel elettrico (Hôtel électrique)
di Segundo de Chomón – Francia 1908
con Segundo de Chomón, Julienne Mathieu
***

Visto su YouTube.

Una coppia di turisti (interpretati dallo stesso Chomón e da sua moglie Julienne Mathieu) arriva in un grande albergo dove, grazie a una serie di comandi su una consolle, le valigie si spostano da sole fino in camera, dove si aprono e tutti gli oggetti e gli abiti al loro interno si dispongono nei cassetti e negli armadi. Sempre grazie a questa meravigliosa tecnologia, le spazzole lucidano le scarpe da sole, i capelli della signora vengono pettinati e l'uomo viene rasato da strumenti che si muovono autonomamente. Persino una lettera ai parenti, per comunicare loro che il viaggio è andato bene, viene scritta da sola. Ma proprio quando tutto sembra andare bene, un malfunzionamento fa impazzire le apparecchiature elettriche e l'intero contenuto della stanza viene scosso in un turbine incessante. Trionfo del "cinema di effetti speciali" di cui Chomón era maestro: qui non si tratta però di imitare Georges Méliès come in altri suoi lavori, che spesso erano copie pedisseque dei film del regista francese (si pensi a "Excursion dans la lune" del 1908, remake scena per scena del "Viaggio sulla Luna" del 1902); il riferimento sembra essere invece "The haunted hotel" (1907) di James Stuart Blackton (a sua volta, comunque, ispirato a "L'auberge ensorcelée" di Méliès). Siamo infatti di fronte all'applicazione su larga scala dell'animazione a passo uno (stop motion), tecnica che Chomón aveva già sperimentato in precedenza (per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" del 1906) e che ora porta alle estreme conseguenze: il movimento degli oggetti è fluido e convincente (per l'epoca), ma la grande novità è l'applicazione della "pixilation", ovvero la fusione fra attori in carne e ossa e oggetti mossi a scatto singolo (nella scena della pettinatura e della rasatura). Memorabile sotto diversi punti di vista, il film raggiunge il suo climax nel finale caotico e distruttivo che porta bruscamente la pellicola alla conclusione. E per certi versi l'argomento trattato anticipa il "Mio zio" di Jacques Tati (con la sua casa moderna, piena di elettrodomestici e automatismi).

22 settembre 2020

La vendetta del cineoperatore (W. Starewicz, 1912)

La vendetta del cineoperatore (Mest kinematograficheskogo operatora)
di Władysław Starewicz – Russia 1912
animazione a passo uno
**1/2

Visto su YouTube.

Una coppia di coleotteri si tradisce a vicenda: lui frequenta una libellula che danza in un night club, mentre lei – approfittando delle sue frequenti assenze – ha una relazione con un insetto pittore. Le tresche verranno alla luce quasi contemporaneamente, per via di una cavalletta gelosa che ha ripreso su pellicola gli incontri clandestini del coleottero con la libellula, e li proietta poi in pubblico (un caso di "revenge porn" ante litteram!). Innovativa pellicola d'animazione in stop motion che racconta una cinica storia di infedeltà coniugale, la cala in un contesto surreale di insetti che vivono in un mondo semi-antropomorfo (hanno case, locali notturni, atelier e teatri, e si spostano in carrozza o in bicicletta) e strizza l'occhio all'allora nuova moda del cinema. Si tratta del più famoso dei tanti film con pupazzi-insetti realizzati dal regista per la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Nato a Mosca da genitori lituani di origine polacca, Starewicz aveva cominciato a interessarsi di cinema mentre era direttore del museo di storia naturale di Kaunas. Dopo aver realizzato alcuni brevi documentari, progettò di riprendere su pellicola la lotta fra due coleotteri: poiché però gli insetti non erano in grado di sopravvivere sotto la luce dei riflettori necessari per le riprese, decise di ricreare la battaglia con la tecnica dell'animazione a passo uno, ispirandosi ad alcuni lavori di Émile Cohl. Creò dunque una specie di burattini con i corpi di insetti morti, con fili d'acciaio articolati al posto delle gambe. Il primo film da lui girato in questo modo, "Lucanus Cervus" (1910), è andato perduto, ma ne sopravvivono diversi altri, sempre più elaborati e fantasiosi, alcuni dei quali prendono in prestito le loro trame da classici testi della letteratura. Oltre che da Cohl, la tecnica dello stop motion era già stata usata occasionalmente da registi come Georges Méliès e Segundo de Chomón, ma Starewicz la portò ad un altro livello, lavorando con grande cura e meticolosità. Fra gli altri suoi titoli di questo periodo vanno ricordati "La bellissima Ljukanida", "La cicala e la formica" e "La notte prima di Natale". Dopo la rivoluzione d'ottobre si trasferì in Francia, dove continuerà a lavorare fino alla morte nel 1965.

7 gennaio 2020

The haunted hotel (J. Stuart Blackton, 1907)

The haunted hotel, or Strange adventures of a traveler
di James Stuart Blackton – USA 1907
con Paul Panzer
**1/2

Visto su YouTube.

In una notte di tempesta, un uomo in una stanza d'albergo in campagna ha a che fare con oggetti che si muovono da soli, come se fossero maneggiati da spiriti o fantasmi. Il tema della casa infestata era assai frequentato dal cinema dei primordi, sin da quando Georges Méliès aveva dimostrato che era possibile usare trucchi cinematografici (anziché teatrali) per far sparire, spostare o muovere oggetti inanimati. E in effetti questo film – che ebbe un notevole successo internazionale – può essere considerato un remake de "L'auberge ensorcelée" (1897) dello stesso Méliès (o dei successivi “L'auberge du bon repos”, 1903, e “Le diable noir”, 1905), e a sua volta venne rifatto in maniera quasi identica nel 1908 da Segundo de Chomón, con "La maison ensorcelée". Degna di nota è soprattutto la lunga ed elaborata sequenza della cena che si prepara da sola, con il coltello che taglia il pane sulla tavola e la teiera che versa il caffé, realizzata mediante la tecnica della stop motion (come nei coevi lavori dello stesso Chomón, stiamo assistendo alle origini dell'animazione a "passo uno" nello stile che sarà di Jan Švankmajer o di Ray Harryhausen). La scena è ripresa in primo piano, senza la presenza di attori in carne ed ossa, e lasciò una forte impressione su artisti come Émile Cohl (che la vide a Parigi, quando aveva iniziato da poco a lavorare per la Gaumont), spingendolo a realizzare un film interamente in animazione, "Fantasmagorie" e dando così il via all'industria dei cartoni animati.

6 gennaio 2020

Le théâtre de petit Bob (S. de Chomón, 1906)

Le théâtre de petit Bob (aka Le théâtre de Bob)
di Segundo de Chomón – Francia 1906
animazione a passo uno

Visto su YouTube.

Un bambino si annoia in casa, e insieme al fratellino costruisce con i propri giocattoli un “teatrino” nel quale assistiamo a una serie di esibizioni/pantomime di pupazzi animati, che si affrontano con le spade, lottano a mani nude o volteggiano atleticamente sulle parallele. L'animazione di marionette o di oggetti in stop motion (ovvero a “passo uno”, muovendoli a mano e filmando fotogramma per fotogramma) era già stata sperimentata occasionalmente da Georges Méliès e da altri cineasti (come l'americano James Stuart Blackton, che l'aveva applicata ai disegni su una lavagna), ma Chomón vi ricorre più diffusamente in questa pellicola, dove soltanto l'incipit presenta degli attori in carne e ossa (le sequenze successive, tutte con i pupazzi protagonisti, sono precedute da cartelli con i numeri 1, 2 e 4: manca dunque la terza, andata perduta). Si tratta di uno dei lavori più iconici e originali del regista spagnolo, ben diverso dalle semplici “imitazioni” delle pellicole e dei trucchi di Méliès cui appartengono gran parte degli altri suoi film (girati spesso, ricordiamolo, su commissione della Pathè, la casa per la quale lavorava e che volutamente intendeva fare concorrenza al più celebre cineasta parigino). La qualità dell'animazione è fluida e tutto sommato impressionante per l'epoca, anche se i movimenti dei personaggi non sempre appaiono naturali. Chomón perfezionerà la tecnica negli anni successivi, usandola anche a scopi più narrativi (come ne “L'araignée d'or“ o “La maison ensorcelée”) e non soltanto per mettere in scena numeri da acrobata o da mago del vaudeville, fino a "La guerra ed il sogno di Momi".

20 febbraio 2019

King Kong (Cooper, Schoedsack, 1933)

King Kong (id.)
di Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack – USA 1933
con Fay Wray, Robert Armstrong, Bruce Cabot
***1/2

Rivisto in divx.

"Then something went wrong
for Fay Wray and King Kong
they got caught in a celluloid jam..."

Carl Denham (Armstrong), eccentrico produttore cinematografico, guida una spedizione sulla misteriosa Isola del Teschio, lembo di terra non segnato sulle mappe, anche perché popolato da dinosauri e mostri giganti. Il re di tutti questi è Kong, colossale gorilla temuto e idolatrato dai locali indigeni, che gli dedicano sacrifici umani e pensano bene di donargli in sposa Ann Darrow (Wray), la bionda protagonista del film che Denham intendeva girare. La ragazza viene salvata dall'intrepido primo ufficiale Jack Driscoll (Cabot), e lo scimmione è catturato e condotto a New York per essere esibito nei teatri di Broadway come "ottava meraviglia del mondo". Ma riuscirà a liberarsi dalle catene che lo tenevano imprigionato (suscitando il panico fra la folla), a catturare Ann e ad arrampicarsi con lei in cima all'Empire State Building, dove sarà abbattuto dall'aviazione. Il padre di tutti i film di mostri, una pellicola seminale e influente che non solo ha generato innumerevoli imitazioni, sequel e remake (basti citare le versioni del 1976 di John Guillermin e del 2005 di Peter Jackson), ma ha creato una vera e propria icona massmediale (lo scimmione King Kong, appunto) e ha addirittura dato vita a un intero genere cinematografico di successo a livello globale (basti pensare al giapponese "Godzilla"). La sceneggiatura di James Ashmore Creelman e Ruth Rose (oltre che di Horace McCoy e Leon Gordon, non accreditati), da un soggetto del regista Cooper e di Edgar Wallace, insiste a più riprese sul tema de "La bella e la bestia": non solo Kong agisce perché invaghito della bella Ann, ma la frase finale di Denham sugella in questo modo il suo destino: "Oh, no, it wasn't the airplanes. It was Beauty killed the Beast". Il tutto rende Kong un personaggio tragico, quasi un antieroe, e non un semplice cattivo da film horror: e dunque gli spettatori arrivano a provare una certa empatia nei suoi confronti, creatura strappata al proprio mondo selvaggio per essere trasportata nella "civiltà" ed esibita come un fenomeno da baraccone (qui c'è anche una metafora dello schiavismo).

L'avvincente lungometraggio, che si dipana senza un attimo di tregua, ha tutte le stimmate dei film (o dei fumetti o romanzi) d'avventura ambientati nella giungla o in luoghi esotici, compreso qualche stereotipo coloniale. In particolare è fortemente debitore al classico racconto di Arthur Conan Doyle "Il mondo perduto", da cui provengono i dinosauri, e che pochi anni prima – nel 1925 – era stato portato sullo schermo con gli effetti speciali di Willis O'Brien, responsabile anche di quelli di "King Kong". E proprio l'eccezionale (per l'epoca) resa del gorilla gigante, modellato da Marcel Delgado e animato a passo uno, che interagisce lungamente con gli attori in carne e ossa (per non parlare degli altri mostri e dei dinosauri con i quali si batte: memorabile soprattutto lo scontro con il tirannosauro con cui si contende Ann, ma sullo schermo compaiono anche uno stegosauro, un brontosauro, uno pterodattilo, un'iguana e un serpente gigante), fu uno dei segreti dell'enorme successo del film. C'è poi la trovata di spostare, nel finale, il setting in un ambiente urbano, lasciando che lo scimmione si aggiri per le strade di New York, distruggendo treni e ferrovie e arrampicandosi sui palazzi, fino al catastrofico e celeberrimo finale sulla cima di quello che allora era il grattacielo più alto del mondo (a questo proposito, uno dei tanti lasciti del film nella cultura di massa è anche l'ispirazione per il videogioco "Donkey Kong", dal quale proviene il popolarissimo personaggio di Super Mario). Da notare che nel film non viene data nessuna spiegazione (scientifica o di altro tipo) per l'esistenza di Kong e dei dinosauri. Il fatto che lo scimmione compaia soltanto a film già inoltrato (dopo un'attesa di oltre 40 minuti) non fa altro che accrescere la suspense. Cooper e Schoedsack si divisero equamente i compiti di regia: il primo si occupò delle sequenze d'azione, il secondo di quelle di dialogo. Nel ruolo più celebre della sua carriera, Fay Wray (che aveva già lavorato con Cooper, Schoedsack e Armstrong l'anno prima ne "La pericolosa partita") divenne la prima scream queen del cinema horror. Già nove mesi più tardi, in quello stesso 1933, Schoedsack realizzava un seguito, "Il figlio di King Kong". Il film originale fu ridistribuito più volte nelle sale (fino al 1956), con varie censure, e nel 1989 venne colorizzato per la televisione.

3 giugno 2018

Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson, 2009)

Fantastic Mr. Fox (id.)
di Wes Anderson – USA 2009
animazione a passo uno
**

Visto in TV.

Non potendo sfuggire alla propria natura di animale selvatico, una volpe antropomorfa va a rubare nei pollai dei tre fattori che vivono di fronte alla collina dove ha la tana. I tre, furibondi, daranno la caccia a lui e alla sua famiglia, costringendoli a rifugiarsi sotto terra e a studiare un piano per rendere agli uomini pan per focaccia... Da un libro per bambini di Roald Dahl (pubblicato in Italia con il titolo "Furbo, il signor Volpe"), la prima incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (inizialmente avrebbe dovuto essere una collaborazione con Henry Selick) è una fiaba senza particolari livelli di lettura, fra lezioni di crescita stereotipate e cattivi a una sola dimensione. Gli animali (ai quali, nella versione originale, prestano la voce fior di doppiatori, da George Clooney a Bill Murray, da Meryl Streep a Willem Dafoe) sono simpatici con la loro caratterizzazione semi-umana (fanno tutti lavori "rispettabili", come giornalisti, avvocati, ecc.) e le dinamiche di gruppo, ma nonostante l'umorismo surreale (e alcune scene occasionalmente azzeccate, come l'incontro con il lupo), siamo lontani dalle vette esistenziali dei funny animals alla "Pogo". Nel complesso, un film sopravvalutato (come tutto il cinema di Anderson), che può risultare noioso per i bambini e superficiale (o stupido) per gli adulti. L'animazione è nervosa e rigida. Bella invece la colonna sonora di Alexandre Desplat.

9 maggio 2018

L'isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

L'isola dei cani (Isle of Dogs)
di Wes Anderson – USA 2018
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Florian e Sabine.

Nel 2037, in seguito a un'ordinanza del sindaco di Megasaki City (ultimo discendente di una famiglia di samurai che amano i gatti e odiano i cani) e con la scusa di una malattia infettiva (in realtà creata in laboratorio dallo stesso sindaco), tutti i cani della città vengono dichiarati fuorilegge e abbandonati sulla vicina Isola della Spazzatura. Il dodicenne Atari Kobayashi, intraprendente figlio adottivo del sindaco, si reca però sull'isola in cerca del suo cane Spots. Qui verrà aiutato da una banda di cinque cani guidata dal randagio Chief. La seconda incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (dopo "Fantastic Mr. Fox") è un film d'avventura animalista e distopico, ambientato in un Giappone futuristico: gli esseri umani parlano in giapponese, mentre i cani sono doppiati, facendo sì che lo spettatore si identifichi con questi ultimi e non capisca invece le frasi dei loro padroni (tranne alcune singole parole, vale a dire gli ordini come "Seduto!"). La trovata è divertente, e la pellicola è tutto sommato piacevole, anche se si tratta del solito film-giocattolo di Anderson dove la forma sovrasta la sostanza. Ma l'essere stato realizzato in animazione (con uno stile volutamente grezzo, che ricorda certe serie nipponiche a passo uno degli anni sessanta e settanta), l'avere dei cani come protagonisti e appunto la curiosa ambientazione (ricca di stereotipi culturali: è evidente che si tratti di una produzione occidentale) lo rendono di certo più interessante della media. Esilaranti le "risse" fra i cani, realizzate con nuvole di polvere. Fior di attori importanti come doppiatori nella versione originale (Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Yoko Ono fra gli altri). Anderson ha affermato di essere stato influenzato dal cinema di Akira Kurosawa: vista l'ambientazione in una discarica, immagino da film come "Dodes'ka-den" o "I bassifondi", anche se il gruppo di cani (con tanto di eroe riluttante) ricorda "I sette samurai".

17 giugno 2016

La mia vita da zucchina (Claude Barras, 2016)

La mia vita da zucchina (Ma vie de courgette)
di Claude Barras – Svizzera/Francia 2016
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo aver provocato senza volerlo la morte della madre alcolizzata (il padre, invece, è fuggito di casa), il novenne Icare, detto "Zucchina", finisce in una struttura che ospita orfani o bambini abbandonati dai genitori, ciascuno con la sua triste storia. Ma tutti insieme, grazie a un'amicizia che si cementa con il passare del tempo, sapranno reagire alle avversità per garantirsi, almeno alcuni di loro, un futuro migliore. Dal romanzo "Autobiografia di una zucchina" di Gilles Paris, adattato da Céline Sciamma (la regista di "Tomboy"), un film d'animazione in stop motion che mostra sullo schermo, in maniera delicata e comprensibile agli stessi bambini, i traumi dell'abbandono o della separazione violenta dai genitori. Merito, prima ancora che dei dialoghi o della narrazione, dello stile visivo: dall'espressività dei personaggi, i cui occhi giganteschi e spalancati evidenziano la tristezza, la paura, la titubanza e le emozioni, al design generale di personaggi e ambienti, con immagini semplici e naif che intendono riproporre il punto di vista di un bambino (il romanzo originale era scritto in prima persona), filtrando attraverso gli occhi dell'innocenza anche i temi più scabrosi. Forse un tantino costruito a tavolino per commuovere, soprattutto nel finale: ma senza dubbio efficace e meritevole per come sa affrontare questioni difficili senza banalizzarle né scadere nel melodramma. Resto però convinto che per comunicare certi argomenti ai bambini sia meglio usare il linguaggio della fiaba o dei simboli che non spiattellare loro in faccia la realtà. Oltre alla simpatia del protagonista (e degli altri personaggi), nel cuore e nella memoria restano alcune trovate brillanti, come il "meteo dei bambini", tramite il quale i piccoli ospiti dell'istituto comunicano il loro umore.

14 marzo 2016

Anomalisa (C. Kaufman, D. Johnson, 2015)

Anomalisa (id.)
di Charlie Kaufman, Duke Johnson – USA 2015
animazione a passo uno
***

Visto al cinema Apollo.

Il guru aziendale Michael Stone, esperto nella gestione del servizio clienti, vola per lavoro a Cincinnati, dove dovrà tenere un discorso. Il ritorno nella città in cui dieci anni prima aveva vissuto con una vecchia fiamma, da lui abbandonata senza spiegazioni, amplifica la crisi psicologica che sta attraversando. Anche perché tutte le persone che gli stanno intorno – compresa la moglie e il figlio – sono da lui percepite con lo stesso volto e la stessa voce. Proprio per questo si innamora all'istante di Lisa, una ragazza conosciuta in albergo, l'unica che ha un viso diverso e soprattutto una voce differente: una vera e propria "anomalia"... Tratto da un lavoro teatrale dello stesso Kaufman (scritto con lo pseudonimo di Francis Fregoli), un originalissimo film sul tema dell'innamoramento o della sua illusione. A parte il protagonista (doppiato in originale da David Thewlis) e Lisa (Jennifer Jason Leigh), tutti gli altri personaggi hanno infatti lo stesso volto e la stessa voce (quella di Tom Noonan), ed è proprio l'unicità di lei a far scattare l'infatuazione di Michael. Tanto che al mattino dopo, quando l'innamoramento sta già attraversando una fase di regresso, la voce della donna comincia a mescolarsi con quella, standardizzata, di tutte le altre persone. Surreale e molto kaufmaniana anche la sequenza del sogno che vede Michael convocato dal direttore dell'albergo, il quale gli confessa apertamente che tutti gli esseri umani intorno a lui sono una sola persona, di lui innamorata: una sequenza che ricorda in parte "The Truman Show" e in parte "Essere John Malkovich" (scritto proprio da Kaufman). La scelta stessa di realizzare la pellicola in animazione a passo uno, ovvero con pupazzi e modellini, consente di "giocare" con i simboli e i significati del racconto, mostrando tutte le persone con la stessa faccia, ovviamente, ma anche raffigurando simbolicamente i volti – dei quali si intravedono i bordi – come delle "maschere" (a un certo punto, nel sogno, quella di Michael finisce anche per staccarsi). È inoltre insolito, per un film d'animazione (ma questo è decisamente per adulti), mostrare tutta la banalità del quotidiano (le funzioni corporali, il sesso, il mangiare, il bere, la nudità), accentuando così il senso di disagio e la crisi del protagonista. Da notare come la voce omologata si estenda anche alla musica che Michael ascolta (il duetto dei fiori della "Lakmé" di Delibes): anche per questo, quando Lisa intona "Girls Just Want To Have Fun" di Cyndi Lauper (anche in una versione tradotta in italiano!), la sua voce femminile scatena in Michael un'emozione irrefrenabile. Per Kaufman (coadiuvato da Duke Johnson, specialista di animazione in stop motion) è il secondo film da regista dopo "Synecdoche, New York".

21 dicembre 2015

La vendetta di Gwangi (J. O'Connolly, 1969)

La vendetta di Gwangi (The Valley of Gwangi)
di James O'Connolly – USA 1969
con James Franciscus, Gila Golan
**

Visto in divx.

All'inizio del novecento, un gruppo di mandriani e di artisti di un circo western scopre una valle segreta, nel deserto del Messico, in cui vivono dinosauri che avrebbero dovuto essersi estinti da cinquanta milioni di anni. Fra questi c'è Gwangi, un temibile tirannosauro, che viene catturato per essere esposto nel circo: ma l'animale fugge e semina il panico per le strade della città. Impreziosita dagli effetti speciali di Ray Harryhausen, una curiosa contaminazione fra il western e il monster movie, fortemente debitrice a "Il mondo perduto" di Arhur Conan Doyle e al primo "King Kong". Proprio all'autore degli effetti speciali di quest'ultimo film, Willis O'Brien, si deve il progetto originale, risalente però ad almeno due decenni prima. Visto che il suo maestro non era riuscito a realizzarlo (anche se nel 1956 produsse un'altra pellicola che mostrava per la prima volta cowboy alle prese con un mostro preistorico, "La valle dei disperati"), ci pensò il suo allievo Harryhausen, per l'ultima volta impegnato nell'animazione a passo uno di un dinosauro. Peccato che si fosse ormai fuori tempo massimo. Il cinema di mostri era infatti in declino (per non parlare del western, ormai in piena fase crepuscolare e revisionista) e la pellicola, nonostante le qualità tecniche (le animazioni sono fluide e la fusione con le riprese dal vivo è ben riuscita), non riscosse alcun successo, salvo essere rivalutata in seguito come cult di nicchia. Oltre al tirannosauro, Harryhausen dà vita in stop motion ad altre creature: uno pteranodonte, un ornitomimo, un iracoterio (il cavallo in miniatura), uno stiracosauro e un elefante (questi ultimi due si battono con Gwangi). L'attrice e modella israeliana Gina Golan, che dovette essere doppiata per via del suo forte accento, è qui alla sua ultima apparizione sullo schermo.

5 settembre 2015

Il mondo perduto (Harry Hoyt, 1925)

Il mondo perduto (The Lost World)
di Harry O. Hoyt – USA 1925
con Wallace Beery, Bessie Love
**1/2

Visto su YouTube.

L'irascibile professor Challenger (Wallace Beery) afferma che nel cuore dell'Amazzonia esiste un altopiano popolato da dinosauri ancora vivi e vegeti. E per dimostrarlo a un'opinione pubblica che non lo prende sul serio, organizza una spedizione nel cuore della giungla. Vi partecipano il reporter Edward Malone (Lloyd Hughes), che vuole dar prova del proprio coraggio alla fidanzata e il cui giornale sponsorizza il viaggio; la giovane Paula White (Bessie Love), che spera di trovare le tracce del padre, esploratore scomparso proprio in quella zona; il cacciatore John Roxton (Lewis Stone), in cerca di nuove prede; e il professor Summerlee (Arthur Hoyt, fratello del regista), scettico collega di Challenger. Dal romanzo d'avventura di Arthur Conan Doyle (che introduce la pellicola presentandola in prima persona agli spettatori), un film che fece furore all'epoca grazie agli avveniristici effetti speciali di Willis O'Brien, che ha animato i dinosauri con la tecnica dello stop motion. Gli spettatori, in particolare, rimasero colpiti nel vedere mostri apparentemente giganteschi lottare fra di loro e condividere le stesse inquadrature degli attori umani, qualcosa che non era mai stato fatto in precedenza su così larga scala. Diverse sequenze, fra cui quella nel finale dove il brontosauro semina il panico fra le strade di Londra, anticipano il "King Kong" di Cooper e Schoedsack, i cui effetti speciali saranno sempre realizzati da O'Brien. Ma gli saranno debitori anche i lavori di Ray Harryhausen (che riteneva O'Brien il proprio maestro) e tutti i film di dinosauri successivi, da "Godzilla" a "Jurassic Park" (il cui secondo capitolo gli rende omaggio sin dal sottotitolo, "Il mondo perduto" appunto). Fra le specie animate si riconoscono allosauri, brontosauri, triceratopi, stegosauri, tirannosauri e pterodattili. Rifatto nel 1960 (con lucertole "truccate" da dinosauri!) e più volte dagli anni novanta in poi.

19 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 2012)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 2012
animazione a passo uno
**

Visto al cinema Odeon.

Ispirandosi al cortometraggio omonimo (ma in live action) che aveva realizzato nel 1984, Tim Burton ne fa un remake (animato a passo uno come "Nightmare Before Christmas" e "La sposa cadavere") che amplia la vicenda originale pur conservandone l'idea di base (una parodia infantile e canina del "Frankenstein" di James Whale, qui tramutata in un omaggio a tutto campo al cinema horror e di mostri). Come nel prototipo, il protagonista Victor – un bambino solitario, appassionato di cinema e soprattutto di scienza – riporta in vita il defunto cagnolino Sparky grazie all'elettricità, scatenando però paure e timori nel vicinato: la situazione peggiora quando anche i suoi compagni di scuola, in competizione fra loro per vincere una gara bandita dall'insegnante di scienze, utilizzano lo stesso metodo per dare la vita a mostri di vario tipo (memorabile, per esempio, la tartaruga gigante in stile Godzilla creata dal ragazzino giapponese). Rispetto all'originale, che come questo era in bianco e nero, manca forse un po' di freschezza, la storia sorprende di meno e anche le citazioni si fanno più esplicite. Apprezzabile comunque l'elogio della scienza, anche se naturalmente non si sfugge dai luoghi comuni dei B-movie (ogni tentativo di piegare le leggi della natura al proprio volere si traduce in un disastro). Buona l'animazione e le caratterizzazioni: fra i personaggi minori, rimangono impressi l'insegnante di scienze (che sembra davvero uscito da un film horror) e il perfido gatto bianco, dallo sguardo veramente inquietante. Nel complesso è una gradevole fiaba dark, superiore alla media della recente produzione di Burton, anche se il corto del 1984 sembrava avere una marcia in più.

18 gennaio 2013

Vincent (Tim Burton, 1982)

Vincent (id.)
di Tim Burton – USA 1982
animazione a passo uno
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre lavorava alla Disney come animatore, Tim Burton ha realizzato questo breve cortometraggio di sei minuti che costituisce di fatto il suo primo lavoro professionale come regista. Girato a passo uno (la stessa tecnica che sarà alla base di “Nightmare Before Christmas”), il film racconta la storia di Vincent Malloy, un bambino di sette anni che si identifica a tal punto con l’attore Vincent Price da immaginarsi con le sue fattezze in ruoli tragici e tormentati come quelli che lo hanno visto spesso protagonista di pellicole tratte dai racconti di Edgar Allan Poe. Le immagini sono accompagnate un poema in rima, scritto dallo stesso Burton e recitato (nella versione inglese) da Price in persona, colmo di riferimenti a Poe (in particolare a “Il corvo”). Ovviamente, vista l’atmosfera che si voleva ricreare, il breve film è completamente in bianco e nero e le scenografie ricordano lo stile del cinema espressionista tedesco degli anni venti. Suggestivo e inquietante, anticipa temi, elementi e sensazioni che ritroveremo nei lavori migliori di Burton, e può essere letto anche in chiave autobiografica (le fattezze del bambino protagonista, a tratti, ricordano proprio quelle del giovane regista). Vincent Price collaborerà con Tim Burton, suo grande fan, anche in seguito (lo ricordiamo come lo scienziato-creatore di “Edward mani di forbice”).

28 aprile 2011

Terminator (James Cameron, 1984)

Terminator (The Terminator)
di James Cameron – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Da un cupo futuro in cui un sistema informatico (Skynet, nato per la difesa nucleare) ha sviluppato l'autocoscienza e ha scatenato un conflitto globale per sterminare l'umanità, e in cui i pochi sopravvissuti lottano disperatamente contro le macchine che si sono impadronite del pianeta, giunge nel presente (ossia nella Los Angeles del 1984) un androide implacabile e inarrestabile – un "Terminator" – per eliminare la giovane Sarah Connor, che è destinata a diventare la madre di John, il carismatico capo della resistenza. La guerra si sta infatti decidendo in favore degli uomini, e intervenire nel passato per eliminare il nemico prima ancora che possa nascere sembra ormai l'ultima carta rimasta a disposizione delle macchine. Ma in soccorso della ragazza arriva anche un soldato umano, Kyle Reese, che ha seguito il robot per impedirgli di portare a termine il suo compito. Autentica pietra miliare del cinema di fantascienza e d'azione, considerato da Cameron il suo vero debutto (il precedente "Piraña paura" era infatti un lavoro su commissione ed era stato ampiamente rimaneggiato dal produttore), "Terminator" ha segnato indelebilmente l'immaginario cinematografico degli anni ottanta e non solo, facendo decollare la carriera del regista (e quella di Schwarzenegger) e ispirando innumerevoli imitazioni, riletture e parodie (non soltanto nel cinema ma anche, per esempio, nel fumetto). Basato su un plot relativamente semplice, in cui il tema del viaggio nel tempo – con relativi paradossi – e quello del conflitto futuro fra uomini e macchine fanno in realtà soltanto da cornice a un action movie contemporaneo basato sulla fuga e sulla caccia all'uomo, il film ha il suo punto di forza nell'indimenticabile antagonista, una macchina da guerra che sembra davvero indistruttibile. Memorabile, in particolare, il modo in cui nel finale continua a "risorgere" ogni volta che i due protagonisti sono convinti di averlo distrutto, uscendo per esempio dall'incendio di un'autocisterna ridotto a un semplice scheletro metallico (in assenza di computer grafica, il mago degli effetti speciali Stan Winston lo anima a passo uno, come aveva fatto Ray Harryhausen ne "Gli argonauti"), con lo sguardo elettronico che, proprio come "l'occhio" di Hal 9000, si spegnerà definitivamente soltanto alla fine.

Girato con un budget relativamente basso (almeno per quelli che saranno in seguito gli standard di Cameron), il film emoziona con i suoi temi apocalittici e tecnologici e mette i brividi in più di un'occasione: non solo per le spettacolari scene d'azione (l'arrivo del robot e di Kyle nel presente, gli inseguimenti per le strade di Los Angeles, l'incursione del Terminator nella stazione di polizia) ma anche per i piccoli dettagli (il robot che si taglia via i lembi di pelle danneggiata e si cava un bulbo oculare, rivelando i meccanismi sottostanti e le ottiche rosso fuoco, con la conseguente necessità di inforcare quegli occhiali da sole che ne hanno segnato la classica iconografia). E forse si vede qui, per la prima volta, quella visuale in soggettiva di un androide o cyborg che in seguito, a partire da "Robocop", diventerà una costante del genere. Scharzy (mai come in questo caso la sua inespressività si rivela vincente), nel ruolo più celebre della sua carriera, pronuncia in tutta la pellicola soltanto una manciata di battute (fra cui le celebri "Sarah Connor?" e "I'll be back", quest'ultima incautamente tradotta in italiano con "Aspetto fuori": ma naturalmente gli adattatori non potevano prevedere che sarebbe diventata un tormentone) e sfoggia l'aspetto fisico e muscoloso dei tempi d'oro, di quando cioè era un campione di bodybuilding. Linda Hamilton e Michael Biehn, tecnicamente i veri protagonisti del film, passano così in secondo piano rispetto al loro nemico. Film "circolare", chiuso e perfetto in sé stesso, è stato in seguito rivisitato da Cameron con un sequel più ambizioso e spettacolare ma in fondo narrativamente superfluo: in anni successivi, infine, la saga è stata ampliata a dismisura con altri lungometraggi e una serie televisiva ("The Sarah Connor Chronicles"), stavolta senza il coinvolgimento del regista canadese, che contraddicono in parte gli eventi narrati in precedenza.