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20 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody (Bryan Singer, 2018)

Bohemian Rhapsody (id.)
di Bryan Singer [e Dexter Fletcher] – USA 2018
con Rami Malek, Lucy Boynton
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

La vita e la figura di Freddy Mercury raccontata attraverso la storia dei Queen (dalle origini nel 1970 al concerto Live Aid del 1985), il suo stile eccentrico, le crisi personali, il successo planetario, la scoperta della malattia. Potendo contare (oltre che sull'ottima interpretazione di Rami Malek) su un punto di forza indiscutibile come la stratosferica musica del gruppo, il film sceglie giustamente di lasciare ampio spazio a quest'ultima (in particolare nel finale), a costo di sacrificare il contorno e gli approfondimenti. E dunque, se la sceneggiatura è quella di una biografia convenzionale (in contrasto con le scelte artistiche e di immagine di Mercury), l'energia dei brani musicali e la loro capacità di fondere i generi (il rock, l'opera, la disco) e di risultare anche melodicamente memorabili, bastano e avanzano per coinvolgere lo spettatore e farlo entrare emotivamente in sintonia con il personaggio principale, un artista di enorme talento che vaga alla ricerca dell'amore o anche solo dell'amicizia. Anche la fedeltà nella ricostruzione storica è talvolta sacrificata ad esigenze di semplificazione o di narrazione: ma il risultato è comunque trascinante come se ci si trovasse a un vero concerto (soprattutto se il film viene visto in sala o con un impianto audio all'altezza). Pur essendo la regia accreditata al solo Singer, questi in realtà ha abbandonato la pellicola con qualche polemica durante le riprese, che sono state completate da Dexter Fletcher. Per il ruolo di Freddy Mercury si era pensato a Sacha Baron Cohen e poi a Ben Whishaw. I membri dei Queen (il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor e il bassista John Deacon) sono interpretati rispettivamente da Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello. Lucy Boynton è Mary Austin, l'amica e compagna di Freddy, Allen Leech è Paul Prenter, il suo segretario personale. Cameo per Mike Myers nei panni del produttore (fittizio, ma ispirato al boss della EMI Roy Featherstone) che si fa sfuggire la band perché spaventato dalla durata e dalla novità di "Bohemian Rhapsody". Di quest'ultimo brano, che pure dà il titolo al film, si sentono numerosi passaggi ma non è mai riprodotto per intero. Nella colonna sonora ci sono quasi tutte le canzoni più celebri dei Queen: da "Killer Queen" a "Love of My Life", da "We Will Rock You" ad "Another One Bites the Dust", da "I Want to Break Free" a "Who Wants to Live Forever", da "Radio Ga Ga" a "We Are the Champions", per concludere (sui titoli di coda) con "The Show Must Go On". Nella sua casa, circondato da gatti, Freddy ascolta invece brani d'opera (in particolare Puccini, dalla "Madama Butterfly" alla "Turandot"). Le scene ambientate a Monaco di Baviera sembrano rifarsi alle atmosfere dei film di Fassbinder. Accolta tiepidamente dalla critica (ma premiata ai Golden Globe e agli Oscar), la pellicola ha riscosso un enorme successo di pubblico, restando nelle sale diversi mesi (anche in versione karaoke) e diventando il biopic musicale con il maggior incasso di sempre.

27 aprile 2018

I soliti sospetti (Bryan Singer, 1995)

I soliti sospetti (The Usual Suspects)
di Bryan Singer – USA 1995
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in DVD.

Cinque criminali di piccolo calibro, sospettati di aver rapinato un camion di fucili, vengono arrestati dalla polizia di New York per un "confronto all'americana". Dopo aver stretto amicizia in cella ed essere stati rilasciati, i cinque – l'ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), i ricettatori Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro), lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollak) e il truffatore "Verbal" Kint (Kevin Spacey) – decidono di mettersi a lavorare insieme. E in seguito a un paio di colpi, vengono contattati dal misterioso avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite) per eseguire un pericoloso incarico (recuperare una partita di droga al molo di San Pedro, in California) per conto del leggendario e "diabolico" gangster Keyser Söze, la cui vera identità nessuno conosce. Il secondo film di Bryan Singer (e dell'amico sceneggiatore Christopher McQuarrie) è sicuramente il suo capolavoro: un noir complesso e d'atmosfera, costruito sui flashback e sul montaggio (la prima scena del film anticipa in realtà il finale, e l'intera vicenda è poi raccontata da "Verbal" ai poliziotti Kujan (Chazz Palminteri) e Rabin (Dan Hedaya) nel corso di un interrogatorio), ricco di misteri e di colpi di scena che ingannano non solo i personaggi ma lo spettatore stesso. Il plot twist finale, con lo svelamento della reale identità di Keyser Söze, è talmente da manuale da essere diventato l'elemento più iconico della pellicola stessa, un segreto da proteggere con cura nei confronti di chi non l'ha ancora vista (e come tale, non ne farò accenno in questa recensione), al pari di colpi di scena di analoga vastità in lungometraggi come "Il sesto senso", "La moglie del soldato" o "Testimone d'accusa". Però, proprio come la rivelazione di Rosabella in "Quarto potere", esso non solo non pregiudica una seconda visione del film, ma anzi l'arricchisce, permettendo di godere ancora di più della maestria di sceneggiatore e regista. Azzardo addirittura che una seconda visione, conoscendo già il segreto di Keyser Söze, rende il film ancora più bello: non si rimane spersi fra red herring, personaggi e sottotrame che non portano da nessuna parte, e si apprezzano invece le tracce che già da subito puntavano nella giusta direzione (come i riferimenti al diavolo nei dialoghi, e ovviamente nell'iconografia, in relazione a un particolare personaggio). I tanti, troppi particolari che vengono dati in pasto allo spettatore acquistano poi maggiore o minore importanza quando ci si rende conto che la pellicola utilizza il trucco del "narratore inaffidabile": come in "Rashomon", non sempre quello che la macchina da presa ci mostra sullo schermo è veramente ciò che è accaduto. "La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste", è la frase chiave. A concorrere alla riuscita di quello che ormai è un grande classico contribuiscono, oltre che la regia, la sceneggiatura e il montaggio (di John Ottman, anche autore dello splendido tema musicale), la straordinaria prova degli attori: Spacey (che nello stesso anno conquistò le platee anche in "Seven") vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista; ma anche Byrne, Palminteri, Baldwin e Del Toro si confermano dei fuoriclasse, per non parlare di Postlethwaite, le cui particolari fattezze – tutt'altro che giapponesi, comunque (e ovviamente!) – caratterizzano il personaggio di Kobayashi. Il cast è completato da Suzy Amis, Giancarlo Esposito, Clark Gregg e Peter Greene. Oscar anche per McQuarrie. Il titolo è una citazione da "Casablanca" ("Round up the usual suspects", diceva Claude Rains).

28 maggio 2016

X-Men: Apocalisse (Bryan Singer, 2016)

X-Men: Apocalisse (X-Men: Apocalypse)
di Bryan Singer – USA 2016
con James McAvoy, Michael Fassbender
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

"Il terzo film è sempre il peggiore", afferma un personaggio mentre esce dal cinema dopo aver appena visto "Il ritorno dello jedi" (la storia si svolge infatti nel 1983). Probabilmente Singer intendeva lanciare un meta-commento al terzo capitolo della trilogia originale degli X-Men, "Conflitto finale", guarda caso l'unico non diretto da lui (ed effettivamente il più brutto dei tre). Ma la frase è valida anche se riferita a questa trilogia di prequel, di cui "Apocalisse" è appunto il terzo episodio dopo "X-Men: L'inizio" e "Giorni di un futuro passato". Non che manchi l'intrattenimento: chi da un film di supereroi si attende spettacolari scene d'azione, variopinti poteri, e vivaci dinamiche fra i vari personaggi (particolarmente simpatici i siparietti con Quicksilver e Nightcrawler) non resterà troppo deluso. Ma rispetto ai suoi due predecessori, la storia è parecchio generica, le caratterizzazioni superficiali, le svolte prevedibili e stereotipate, sono assenti i sottotesti sociali e razziali (sostituiti da una vaga metafora religiosa) e si resta con l'impressione di aver assistito semplicemente a un unico, prolungato, artificio per ripristinare lo status quo della franchise, reintroducendo personaggi cardine (Ciclope, Tempesta, Nightcrawler), quasi tutti in versione teen, e formando la squadra che sarà protagonista delle future avventure (manca giusto Wolverine, che comunque si concede un'apparizione nei panni dell'Arma X). Certo, in mezzo ai tanti qualcuno risulta sacrificato: penso a Magneto (Michael Fassbender), ridotto quasi a una figura di contorno (se si eccettua la sequenza in cui perde la moglie e la figlia con cui aveva cercato di rifarsi una vita normale, tornando di conseguenza sulla strada del male); in confronto Mystica (Jennifer Lawrence) sembra invece divenuta un punto di riferimento centrale nella saga, tanto che molti giovani mutanti (a partire da Tempesta) la venerano come un'eroina e un modello da seguire. Eppure, come ho già avuto modo di dire, preferisco di gran lunga i film degli X-Men a quelli degli Avengers prodotti direttamente dai Marvel Studios: almeno "sembrano" vero cinema e non lunghi episodi di un telefilm.

Siamo negli anni ottanta, dunque: come le due pellicole precedenti sfruttavano lo scenario degli anni '60 e '70 per dare spessore all'ambientazione, anche in questo caso trovamo sullo sfondo le dinamiche socio-politiche dell'epoca (i materiali di repertorio comprendono filmati di Reagan e Andropov). Il cattivone è En Sabah Nur (Oscar Isaac), ossia Apocalisse, forse il primo mutante in assoluto, in giro da almeno cinquemila anni e in grado di accumulare nuovi poteri a ogni reincarnazione. Risvegliato da un sonno millenario e intenzionato a conquistare il mondo, comincia con lo "smantellare" gli arsenali nucleari delle superpotenze, aiutato dai quattro mutanti che ha scelto come suoi "cavalieri": Angelo (cui ha donato ali metalliche, come nei fumetti), Psylocke (entrambi in una versione differente da quella apparsa in passato), Tempesta (reclutata nelle strade del Cairo) e Magneto. A opporsi a loro ci sono il professor Xavier (James McAvoy) e i suoi studenti: i fedeli Bestia e Havok, la rediviva Mystica, la giovane Jean/Fenice e le nuove reclute Ciclope e Nightcrawler, ai quali si aggiunge Quicksilver (figlio di Magneto, all'insaputa di questi). Come si vede, tantissimi personaggi, e tutti più giovani rispetto alle incarnazioni successive (si completa così il ricambio generazionale degli interpreti: qui Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp vanno a sostituire James Marsden, Famke Janssen, Alan Cumming e Halle Berry rispettivamente nei panni di Ciclope, Jean, Nightcrawler e Tempesta). Fra le new entry, Olivia Munn è Psylocke, Ben Hardy è Angelo e Lana Condor è Jubilee (poco più di un cameo, visto che dal montaggio finale è stata tagliata tutta la parte al centro commerciale). Brevi apparizioni per Calibano e Blob. Nella colonna sonora spiccano i brani non originali, utilizzati in quelle che forse sono le scene più belle dell'intero film: l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella sequenza della distruzione degli arsenali nucleari) e la canzone "Sweet Dreams (Are Made of This)" degli Eurythmics (quando Quicksilver salva gli studenti della scuola Xavier, mostrata tutta dal punto di vista "accelerato" del personaggio). Lo scontro mentale fra Xavier e Apocalisse nel finale potrebbe essere stato ispirato dal classico duello fra il professore e il Re delle Ombre nella serie a fumetti. Il consueto cameo di Stan Lee, per una volta, include anche sua moglie, Joanie. La scena post-credits, in cui la Essex Corporation recupera campioni di sangue dell'Arma X, sarà probabilmente sviluppata nei futuri film di Wolverine, di Gambit e degli stessi X-Men.

11 novembre 2015

Public access (Bryan Singer, 1993)

Public access (id.)
di Bryan Singer – USA 1993
con Ron Marquette, Dina Brooks
**1/2

Visto in divx.

Un misterioso viaggiatore, Whiley Pritcher, giunge nella piccola città di Brewster e acquista uno spazio presso l'emittente televisiva locale (una cosiddetta "public access television", ovvero una stazione che permette a chiunque, dietro pagamento, di mandare in onda i propri contenuti), dando vita a un talk show per discutere i problemi della cittadina ("Cosa c'è che non va a Brewster?" diventa la sua catch-phrase). Ben presto quella che sembrava una città idilliaca, priva di criminalità e con una fiorente occupazione, comincia a rivelare i suoi altarini: all'inizio, piccole beghe fra vicini o discussioni sulla moralità dei personaggi pubblici; e poi la corruzione nascosta del sindaco Breyer, che pure Whiley sostiene apertamente nel corso delle sue trasmissioni. Ma chi è Whiley e quali sono i suoi veri intenti? Il film d'esordio di Bryan Singer, girato in soli 18 giorni e con pochi soldi quando aveva soltanto 28 anni, è uno strano viaggio all'interno della provincia americana, con riflessioni sul fragile benessere delle comunità (nei dialoghi si cita il caso di Flint, la cittadina del Michigan che subì un crollo demografico e sociale per la crisi dell'industria automobilistica cui doveva la propria prosperità, come raccontato da Roger Moore nei suoi documentari) ma anche sul potere manipolatorio dei mass media, sull'ambiguità dei politici e sul fenomeno dei "predicatori" televisivi (anche se qui non si parla di religione ma di temi sociali). Forse un po' fumoso a livello di storia e di personaggi, il film brilla però per la regia di Synger, avvolgente e ipnotica, caratterizzata da lenti movimenti di macchina e da una fotografia virata sul rosso che a tratti dona connotazioni infernali agli scorci della tranquilla cittadina di Brewster (e non a caso, visto che una possibile lettura del film è quella che il misterioso Whiley sia una sorta di diavolo, giunto lì per seminare la zizzania). In effetti, la suspense è assicurata dall'ambiguità del personaggio principale, manipolatore e inquietante, venuto dal nulla e senza un passato, di cui a lungo ignoriamo i veri motivi. La pellicola vinse il premio della giuria al Sundance Film Festival e valse al giovane cineasta quella notorietà che gli consentì di attirare qualche nome di punta (Kevin Spacey) per il suo secondo progetto, "I soliti sospetti", scritto – come questo – insieme al suo amico ed ex compagno di liceo Christopher McQuarrie, che riscosse un successo planetario. Un altro amico, John Ottman, ha curato sia il montaggio che la colonna sonora.

9 aprile 2015

Il cacciatore di giganti (Bryan Singer, 2013)

Il cacciatore di giganti (Jack the Giant Slayer)
di Bryan Singer – USA 2013
con Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson
**

Visto in TV.

Adattamento delle favole "Jack e la pianta di fagioli" e "Jack l'uccisore di giganti" (più note nel mondo anglosassone, a dire il vero, che da noi), fuse insieme come se si trattasse di un'unica vicenda. Il protagonista (Hoult) è un giovane contadino che entra in possesso per caso di un pugno di fagioli magici, dai quali nasce una pianta che collega la terra con il mondo dei giganti, fluttuante nel cielo. Si arrampicherà sulla pianta per salvare la principessa Isabel (Tomlinson), fuggita dal castello in cerca di avventure. Ma oltre che con i mostri, che a loro volta intendono scendere sulla Terra, dovrà vedersela con l'infido consigliere del re, Lord Roderick (Stanley Tucci), deciso a controllare i giganti per mezzo di una corona magica e usarli per conquistare il mondo. Tecnicamente ben fatto e a tratti divertente, il film sconta una trama semplicistica e uno sviluppo piatto (se non inesistente) dei personaggi principali, risultando essenzialmente monodimensionale. Può intrattenere durante la visione, anche perché Singer è abile a mantenere la tensione e a non infantilizzare più di tanto la storia avventurosa che racconta (niente spalle comiche, grazie al cielo!), ma non lascia molto da ricordare allo spettatore. Il controfinale "moderno", ambientato nella Londra dei giorni nostri, rischia poi di danneggiare la sospensione dell'incredulità, oltre a favorire un'interpretazione "alla lettera" della fiaba, priva dunque del suo significato simbolico. Buoni gli effetti digitali e le scene di battaglia, nonché la ricostruzione "realistica" del mondo fiabesco-medievale. Flop al botteghino. Nel cast anche Ewan McGregor (il capo delle guardie), Ian McShane (il re) e Bill Nighy (una delle due facce del capo dei giganti).

30 maggio 2014

X-Men: Giorni di un futuro passato (B. Singer, 2014)

X-Men: Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past)
di Bryan Singer – USA 2014
con Hugh Jackman, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Bryan Singer torna alla franchise che lui stesso aveva lanciato con i primi due film. E lo fa alla grande, adattando per lo schermo una delle più belle storie degli X-Men dei fumetti, quel "Giorni di un futuro passato" con cui nel 1981 Chris Claremont e John Byrne introdussero i viaggi nel tempo nel già complicato mondo dei mutanti Marvel. La pellicola è un perfetto trait d'union fra la prima trilogia (da cui tornano personaggi e attori come Xavier/Patrick Stewart, Magneto/Ian McKellen, Tempesta/Halle Berry, oltre naturalmente a Wolverine/Hugh Jackman, l'unico finora presente in tutti i sette film sugli X-Men se consideriamo anche le sue due pellicole "a solo") e il bel prequel firmato da Matthew Vaughn, qui co-autore della storia (e dunque largo spazio ai "giovani" Xavier/James McAvoy, Magneto/Michael Fassbender, Bestia/Nicholaus Hoult e Mystica/Jennifer Lawrence). La trama prende le mosse da un cupo futuro in cui le robotiche Sentinelle ideate dallo scienziato Bolivar Trask (Peter Dinklage) hanno scatenato una guerra contro i mutanti, sterminandoli (quasi) tutti. Per salvare la propria specie ma anche l'intero pianeta da un conflitto senza fine, Kitty Pryde (Ellen Page) proietta la coscienza di Wolverine cinquant'anni indietro nel tempo, all'interno del suo corpo più giovane. Qui, nel 1973, Logan dovrà convincere un immaturo Xavier e un impulsivo Magneto ad allearsi per fermare Mystica, il cui tentativo di uccidere Trask innescherà la catena di eventi che porterà alla catastrofe. Come solitamente accade nelle migliori storie degli X-Men, l'azione e la complessità della trama sono al servizio di riflessioni di natura sociale o introspettiva, e i personaggi, con la loro umanità, rimangono sempre al centro della vicenda. In più, è un piacere per i Marvel fan di vecchia data riconoscere qua e là alcuni dei numerosissimi character del mondo mutante: spettacolare, in questo caso, il Quicksilver ancora teenager (interpretato da Evan Peters) che con la sua super-velocità aiuta i nostri eroi a far evadere Magneto dal carcere di sicurezza sotto il Pentagono. Strizzatine d'occhio per i fan dei comics ("Una volta mia madre è stata con uno che controllava i metalli"), riferimenti ai film precedenti (William Stryker), curiosità varie (J.F. Kennedy era un mutante!?) condiscono il tutto.

Nonostante qualche piccolo problema di continuity (lo Xavier del futuro non era morto in "X-Men: conflitto finale"?), la pellicola in un certo senso chiude un cerchio e si rivela come la perfetta conclusione di un mini-ciclo di cinque film, "rimediando" nel finale alle stonature provocate dal deludente episodio di Brett Ratner (Scott e Jean saranno nuovamente utilizzabili), fondendo abilmente le anime della vecchia e della nuova generazione di X-Men (meglio di quanto non avesse fatto l'analogo "Generations" per "Star Trek") e consentendo così alle pellicole successive, a seconda del bisogno, di proseguire sia con il filone mutante del passato che con quello del futuro. A proposito: il controfinale dopo i titoli di coda rivela già cosa ci aspetta nel prossimo film: En Sabah Nur, ovvero Apocalisse. Detto di un cast ben mixato fra grossi calibri e giovani promesse, resta da segnalare la presenza nel roster dei personaggi di Alfiere, Blink, Sunspot e Warpath nel futuro (oltre a Kitty, Colosso e Uomo Ghiaccio), e di Toad, Havok, Ink e Spyke nel passato (soldati durante la guerra del Vietnam). Solo brevi ma graditi cameo nel finale per Rogue/Anna Paquin (che aveva girato molte più scene, poi tagliate in fase di post produzione), Jean/Famke Janssen e Ciclope/James Marsden. E a proposito di cameo: stavolta non c'è Stan Lee, ma in compenso abbiamo Len Wein e Chris Claremont (oltre allo stesso Bryan Singer). Nota per chi pensasse che la trama della storia si ispiri a "Terminator": gli albi originali furono pubblicati tre anni prima dell'uscita del film di Cameron, e dunque semmai è vero il contrario (pare in realtà che le ispirazioni per entrambi siano da far risalire ad alcuni episodi delle serie televisive "Dr. Who" e "The Outer Limits"). Poche ma significative, comunque, le differenze fra il film e il soggetto di Claremont e Byrne: nei comics era Kitty (e non Logan) a viaggiare indietro nel tempo, grazie ai poteri di Rachel Summers (in effetti Kitty non ha mai avuto capacità mentali o telepatiche!): e la destinazione non era il 1973 ma il 1981, ossia il presente di allora. Infine, l'oggetto del tentativo di assassinio di Mystica era il senatore Kelly e non Bolivar Trask.

14 gennaio 2014

L'allievo (Bryan Singer, 1998)

L'allievo (Apt pupil)
di Bryan Singer – USA 1998
con Brad Renfro, Ian McKellen
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il sedicenne Todd Bowden scopre che un suo vicino di casa, l'anziano e apparentemente innocuo Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, un criminale di guerra nazista fuggito in America sotto falso nome dopo la fine del conflitto. Spinto dalla curiosità, e minacciando di rivelare il suo segreto, comincia a frequentarlo e a farsi raccontare le sue esperienze come gerarca delle SS e responsabile di un campo di concentramento. Se da un lato il ragazzo inizia a subire gradualmente il fascino del male, dall'altro l'uomo sente risvegliare in sé istinti e ricordi che aveva cercato di dimenticare... Da un racconto di Stephen King, un'interessante pellicola sulla corruzione e sull'attrazione per il "lato oscuro" (il film si apre con l'insegnante di storia di Todd che interroga i ragazzi sui reali motivi alla base del nazismo). Il rapporto che si instaura fra Todd e Dussander è all'insegna dell'ambiguità: da un lato ricalca quello fra insegnante e allievo, o addirittura fra padre e figlio (con il vecchio che si prende a cuore i risultati scolastici del ragazzo: spacciandosi per suo nonno, si reca persino a scuola per parlare con i professori), dall'altro si sviluppa all'insegna di minacce e di ricatti, con i due personaggi che a turno tengono il coltello dalla parte del manico e "guidano" le danze. Entrambi si scoprono cambiati dall'incontro con la controparte: Todd diventa manipolatore, capace di mentire e persino di uccidere; Kurt riscopre l'orgoglio e il piacere di rivangare un passato rimosso ma mai dimenticato. Singer è bravo a trattare la spinosa materia senza scivolare nei cliché retorici o ricattatori dei film che parlano del nazismo e dell'olocausto, anzi sfruttando a pieno le atmosfere "normali" delle pellicole liceali o addirittura quelle horror (le sequenze oniriche, la scena dell'omicidio). Fra i difetti: la prova un po' piatta di Renfro (grandiosa invece quella di McKellen, già "nazista" nel Riccardo III di Richard Loncraine e futuro Magneto per lo stesso Singer) e qualche ingenuità di troppo nello sviluppo narrativo, in particolar modo nel finale, peraltro diverso rispetto al racconto originale di King (che portava la parabola di Todd fino a ben più estreme conseguenze). Comparsata per David Schwimmer nei panni del consulente scolastico.

11 febbraio 2009

Operazione Valchiria (B. Singer, 2008)

Operazione Valchiria (Valkyrie)
di Bryan Singer – USA/Germania 2008
con Tom Cruise, Kenneth Branagh
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il film racconta la storia del tentativo fallito di assassinare Hitler il 20 luglio 1944, con successivo colpo di stato, da parte di un gruppo di ufficiali tedeschi fra i quali il colonnello Claus von Stauffenberg, colui che piazzò personalmente la bomba. L'evento storico è ricostruito minuziosamente, in maniera solida e senza fronzoli, ma la pellicola è forse troppo Cruise-centrica: la sceneggiatura non perde mai di vista il protagonista e invece si sofferma poco sul contesto, non spiega in modo approfondito chi fossero i congiurati o che motivazioni avessero, non parla del ruolo dell'aristocrazia nel complotto (Stauffenberg era un conte), non mostra le reazioni e i sentimenti della popolazione, e rimane chiusa in un microcosmo interno che sembra trovare la propria ragione d'essere nella volontà di dimostrare che esistevano anche tedeschi ostili al regime (e in effetti al cinema la resistenza tedesca non è quasi mai rappresentata). Ma se al posto di Hitler o dei nazisti ci fossero altre figure, persino fittizie, in fondo a livello di tensione e di spettacolo filmico non cambierebbe niente. Cruise è inespressivo come al solito, ma almeno è circondato da un pugno di buoni attori, perlopiù europei (Kenneth Branagh, Tom Wilkinson, Bill Nighy, Terence Stamp, Eddie Izzard, Thomas Kretschmann). La regia di Singer è professionale ma anonima, e in alcuni casi anche poco coraggiosa: non viene mai mostrata chiaramente la mano amputata di Stauffenberg, per esempio (persino nella scena in cui fa il saluto nazista, il moncherino è sfocato o fuori quadro!). Fra le sequenze migliori, quelle nella stanza delle comunicazioni con le dattilografe che alzano la mano quando leggono la notizia della morte di Hitler. Il fallito attentato ha ispirato in passato numerosi altri film, sia americani sia tedeschi (fra cui uno di G. W. Pabst del 1955).

19 agosto 2006

Superman returns (B. Singer, 2006)

Superman returns (id.)
di Bryan Singer – USA 2006
con Brandon Routh, Kevin Spacey
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino, Ghirmawi e altra gente.

Tutto si può dire di Bryan Singer, tranne che sia un iconoclasta. Per il ritorno di Superman sul grande schermo non solo ha rifiutato di fare tabula rasa delle precedenti pellicole dedicate all'Uomo d'Acciaio ma ha scelto di ripartire proprio da esse, come testimonia il tema della colonna sonora, esattamente lo stesso di quasi trent'anni fa. Dal vecchio film di Donner provengono anche gli spezzoni "riciclati" con Marlon Brando, mentre dalle copertine di celebri albi degli anni trenta e degli anni quaranta arrivano celebri immagini ricreate in studio (altre pose, invece, ricordano in maniera impressionante i disegni iperrealisti di Alex Ross). E così, anziché rinarrare le origini del personaggio (alle quali dedica una sola scena, peraltro completamente inutile e fuori posto nello schema del film), il regista e gli sceneggiatori "fingono" che dalle ultime apparizioni dei personaggi siano passati cinque anni, nel corso dei quali Superman è letteralmente stato assente dal pianeta Terra, impegnato in un lungo e vano viaggio nello spazio alla ricerca dei resti del suo pianeta natale, Krypton. Nel frattempo Lex Luthor è uscito di prigione, Lois Lane ha messo su famiglia e il resto del mondo ha raggiunto uno strano stadio tecnologico in cui telefonini e internet convivono con palazzi e automobili di cinquant'anni fa. Peccato però che la trama principale del film risulti confusa e contraddittoria (mi riferisco a tutta la storia dei cristalli, dell'isola che sorge dalle acque, della kryptonite i cui effetti sembrano poco coerenti), un difetto che la pellicola ha in comune con il primo "X-Men" di Singer. Spacey è un ottimo Luthor, la Bosworth è una Lois Lane poco credibile, mentre nel resto del cast brillano Parker Posey e (strano a dirsi) James Marsden. Poco di buono da dire invece su Routh, anche se Superman non è certo un personaggio che richieda un grande sforzo interpretativo. Nel complesso il film risulta pesante e farraginoso, e non dice veramente nulla di nuovo sull'Uomo d'Acciaio: anche i temi della paternità e della nostalgia delle proprie origini sono appena accennati e sacrificati in favore di una sottotrama da soap opera che francamente lascia il tempo che trova.

1 giugno 2006

X-Men 2 (Bryan Singer, 2003)

X-Men 2 (X2)
di Bryan Singer – USA 2003
con Patrick Stewart, Ian McKellen, Hugh Jackman
***

Per prepararmi alla visione del terzo capitolo, mi sono ripassato rapidamente quelli precedenti.

Lo scienziato militare William Stryker, che considera i mutanti un abominio (anche perché il suo stesso figlio è uno di loro, con poteri che gli permettono di controllare le menti altrui), tenta di scatenare una guerra contro di essi accusandoli di aver attentato alla vita del presidente degli Stati Uniti. Gli si opporranno gli X-Men, per una volta affiancati da Magneto e dalla sua confraternita (avversari nel film precedente). Il secondo film della serie è quello che mi è piaciuto di più, anche perché dà molta importanza alle relazioni interpersonali fra i vari personaggi e per questo mi è sembrato più "claremontiano" del primo: ci sono persino le sottotrame non risolte! Viene introdotto Nightcrawler (Alan Cumming), e appaiono anche Yuriko e (brevemente) Colosso e Siryn. L’Uomo Ghiaccio e Pyro, visti di sfuggita nel primo film, hanno qui un ruolo più importante. E Tempesta ha finalmente una capigliatura decente. Notevole poi lo spazio dedicato a Mystica, presente in numerose sequenze, in una delle quali la splendida Rebecca Romijn-Stamos appare anche “al naturale”, senza il pesante make-up blu. Ottima soprattutto la sceneggiatura. Una delle cose che mi sono piaciute di più in assoluto è il modo naturale con cui vengono presentati, anche a un pubblico che non avesse magari visto il primo film, i numerosissimi personaggi e i loro superpoteri. Anziché interrompere la narrazione o il flusso degli eventi per complesse e inutile spiegazioni, i poteri vengono semplicemente mostrati in azione (le ferite di Wolverine che si rimarginano, Mystica che si trasforma) o fatti capire per accenni e allusioni (i "problemi" di Rogue e Bobby per baciarsi) perfettamente incastonati nei dialoghi. Fra le scene più belle: l'attacco di Nightcrawler al presidente e l'evasione di Magneto dalla prigione di plastica.

X-Men (Bryan Singer, 2000)

X-Men (id.)
di Bryan Singer – USA 2000
con Patrick Stewart, Ian McKellen, Hugh Jackman
**1/2

Rivisto in DVD.

I mutanti, individui con una mutazione genetica che dona loro straordinari poteri, conducono in segreto una guerra che vede in campo essenzialmente due fazioni: gli X-Men, guidati dal professor Xavier, in guisa di super-eroi; e la confraternita di Magneto, che sogna il predominio sulla razza umana. L’universo dei comics degli X-Men è estremamente complesso e non era facile trasporlo al cinema. Singer e collaboratori ci sono riusciti tutto sommato abbastanza bene, prendendosi alcune libertà (l’età di alcuni personaggi, per esempio) e calando la storia in un contesto più "realistico" che fumettistico. La principale difficoltà era naturalmente quella di presentare così tanti personaggi e i loro poteri, cosa che fra l’altro occupa gran parte del film a discapito della trama. L’approccio scelto è stato di guidare lo spettatore attraverso due di loro, Rogue (Anna Paquin) e Wolverine (Hugh Jackman), che scoprono i propri poteri e vengono in contatto per la prima volta con la scuola di Xavier. Del gruppo titolare fanno anche parte Ciclope (James Marsden), Tempesta (Halle Berry) e Jean Grey (Famke Janssen), mentre fra le fila dei ragazzini che studiano nella scuola si intravedono, fra gli altri, l’Uomo Ghiaccio, Kitty e Jubilee. La vicenda non poteva poi prescindere dal villain mutante per eccellenza, un Magneto interpretato in maniera eccellente da Ian McKellen, che insieme a Patrick Stewart (il professor Xavier) rappresenta senza alcun dubbio il punto di forza del cast. A proposito di attori, la pellicola ha lanciato la carriera di Hugh Jackman, anche se quello di Wolverine rimarrà comunque il suo ruolo più celebre (ho sempre rimpianto che Kurt Russell fosse ormai troppo vecchio per la parte). Le scene d'azione, immancabili in un blockbuster di questo tipo, non sono eccessivamente invadenti e i combattimenti sono ben coreografati da Corey Yuen. Il tono generale scelto per il film, nonostante l'assunto fantascientifico, è quello di un certo realismo che ha portato, per esempio, ad abbandonare i variopinti costumi da supereroi in favore di più credibili tute nere (una scelta che, a sua volta, si rifletterà per breve tempo nelle storie a fumetti). Da sottolineare anche la cura nelle scenografie e negli ambienti, con "X" che compaiono un po' dappertutto. Trattandosi di un film della Fox (quelli prodotti direttamente dai Marvel Studios sono ancora di là da venire), sono del tutto assenti riferimenti al più ampio universo Marvel, e lo stesso varrà per i seguiti. In ogni caso la pellicola è da ricordare perché si tratta di uno dei primi cinecomic realizzati in maniera seria e con notevoli ambizioni, e il cui successo aprirà la strada a quello che diventerà il principale filone dei blockbuster hollywoodiani di inizio millennio.