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8 settembre 2022

Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963)

Il maestro di Vigevano
di Elio Petri – Italia 1963
con Alberto Sordi, Claire Bloom
**1/2

Visto su Facebook Watch

Antonio Mombelli (Sordi) lavora da diciannove anni come maestro elementare a Vigevano, fiorente cittadina che prospera grazie all'industria delle scarpe. La moglie Ada (Bloom), che sogna una vita migliore, vorrebbe che abbandonasse la scuola per dedicarsi, come molti altri, alla fabbricazione di calzature: ma lui rifiuta di cambiare attività e di abbandonare quella che reputa la sua vocazione per diventare uno "scarparo" o, peggio ancora, un arricchito volgare come il commendator Bugatti (Piero Mazzarella), industriale agli antipodi del proprio mondo. E questo nonostante le umiliazioni che subisce quotidianamente dal direttore dell'istituto (Vito De Taranto), lo stipendio da fame, i sacrifici che deve compiere per mantenere la propria "dignità", e la triste fine che vede fare al suo unico amico Nanini (Guido Spadea), timido insegnante che vive di supplenze. Dall'omonimo romanzo di Lucio Mastronardi, adattato dallo stesso regista insieme ad Age e Scarpelli, il terzo film di Petri (il suo primo successo al botteghino, nonostante qualche concessione al patetismo) è un ritratto malinconico e dolceamaro di un personaggio che cerca di rimanere sé stesso di fronte a un mondo che cambia (siamo al culmine del boom economico) e dove la ricchezza dell'industria sta spazzando via i valori del passato. Mombelli si identifica a tal punto con la figura del maestro che, quando la scuola è chiusa, è come se anche lui non esistesse. I sogni di elevazione sociale e di ricchezza della moglie non fanno presa su di lui, che è tormentato da ben altri incubi (non mancano scene legate all'immaginazione), i suoi problemi di coscienza sono sbeffeggiati da chi lo circonda, e gli esempi di onestà e correttezza che vorrebbe dare al figlioletto Rino cadono nel vuoto. Quando, dopo un anno di alti e bassi, torna l'autunno e la scuola riapre, è come se non fosse cambiato nulla. Ottimo Sordi, a suo agio con un personaggio complesso, e memorabili a modo loro le figure meschine o macchiettistiche che gli girano attorno, come il pomposo direttore della scuola che parla di sé al plurale e lascia sempre le parole a metà per farle completare al suo interlocutore, il tragico Nanini ("Francamente crepare sarebbe l'unico modo per fottere tutti"), che sogna di "vivere agrestamente, primitivamente" come nel giardino dell'Eden, o anche l'avvocato Racalmuto, che pensa di sostituire le parole con numeri per avere un linguaggio universale. Musiche di Nino Rota.

7 ottobre 2021

Il posto (Ermanno Olmi, 1961)

Il posto
di Ermanno Olmi – Italia 1961
con Sandro Panseri, Loredana Detto
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

Da Meda, cittadina della Brianza, il giovanissimo Domenico (Panseri) si reca a Milano nella speranza di farsi assumere in una grande azienda. Siamo infatti negli anni del boom economico, quando un posto fisso come impiegato, specie in una grande città, era ormai un'alternativa preferibile al lavoro in campagna ("È un posto sicuro per tutta la vita"). Dopo una lunga serie di esami Domenico viene assunto, ma è mandato in un reparto esterno dove, in attesa che si liberi un posto da impiegato, viene utilizzato come fattorino. Nel frattempo ha conosciuto una ragazza, la spigliata Antonietta (Loredana), che si fa chiamare Magalì (alla francese) ed è stata assunta insieme a lui ma nella sede centrale, e faticherà per rivederla... Il secondo lungometraggio di Ermanno Olmi, dopo una lunga serie di corti e di documentari industriali (girati prevalentemente per la Edison, dove lavorava: gli uffici e i palazzi dove si svolge il film sono proprio quelli milanesi della società energetica), è un ritratto delicato e intimo di un momento chiave della società italiana, caratterizzato dallo sviluppo del settore terziario e dalla nascita del consumismo, visto attraverso gli occhi di un giovane sperduto, timido e silenzioso. I toni sono realistici (evidente la lezione del neorealismo), ma con una vena surreale e malinconica (vedi la descrizione dell'ambiente di lavoro e dei vari colleghi, ognuno con le proprie manie o idiosincrasie, e soprattutto la sequenza finale del ballo di capodanno organizzato dal dopolavoro aziendale) che in certe cose sembra anticipare Iosseliani ("La caduta delle foglie") o Kaurismäki. La pellicola è preziosa anche per la cura nella descrizione dell'ambiente, ritratto in un momento di passaggio in cui il vecchio dialetto milanese convive con la modernità (si intravede Piazza San Babila sventrata dal cantiere per la metropolitana), il tutto senza di perdere di vista le peripezie intime del giovane protagonista, più interessato a rivedere la ragazza di cui si è invaghito che non al suo nuovo lavoro, una routine ("Siamo una sorta di grande famiglia") triste e ben poco accattivante (gli uffici, la mensa), nella quale si sente a poco agio, anche perché circondato da persone più anziane di lui e che spesso non lo degnano di uno sguardo (fa eccezione l'usciere che lo prende sotto la sua protezione). Gli attori erano quasi tutti non professionisti: uno degli esaminatori è interpretato dal critico Tullio Kezich.

13 dicembre 2020

Deserto rosso (M. Antonioni, 1964)

Il deserto rosso, aka Deserto rosso
di Michelangelo Antonioni – Italia/Francia 1964
con Monica Vitti, Richard Harris
***

Rivisto in divx.

Giuliana (Monica Vitti), moglie del chimico industriale Ugo (Carlo Chionetti), attraversa una crisi esistenziale e depressiva. Dopo un incidente stradale (in realtà un tentativo di suicidio) e una breve permanenza in clinica, appare distratta e dissociata ("C'è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos'è"), spaventata ("Ho paura delle strade, delle fabbriche, dei colori, della gente, di tutto!"), in crisi d'identità ("Ma io chi sono?") e in balìa dell'angoscia (sogna di sprofondare nelle sabbie mobili), ma con il desiderio di amare e di essere amata: un desiderio che non può placare né con il marito, sempre assente per lavoro ed emotivamente distante, né con il figlio, ben più a suo agio di lei nel mondo moderno che lo circonda (ha un robot per giocattolo, si diletta con il microscopio). L'incontro con Corrado (Richard Harris), ingegnere minerario amico del marito, sembra poterle fornire un appiglio: ma anche l'uomo vive in uno stato di perenne irrequietezza, mai soddisfatto e sempre pronto a cercare la felicità altrove, tanto che sta per trasferire l'industria di famiglia il più lontano possibile, in Patagonia (ovvero in un luogo, si spera, ancora incontaminato). "Chissà se c'è nel mondo un posto dove si va a stare meglio. Forse no", commenta Giuliana. Il primo film a colori di Michelangelo Antonioni (e la fotografia di Carlo Di Palma è molto interessante: le tinte appaiono per lo più spente e smorte, ma con occasionali colori più vivaci, come le "seducenti" pareti rosse del capanno da pesca dove Ugo, Giuliana, Corrado e altri amici – Max (Aldo Grotti), Linda (Xenia Valderi) e Milly (l'ex spogliarellista Rita Renoir) – trascorrono una movimentata serata) riprende ulteriormente il tema dell'alienazione che il regista (anche sceneggiatore insieme a Tonino Guerra) aveva già affrontato nella precedente trilogia in bianco e nero, sempre con la Vitti ("L'avventura", "La notte" e "L'eclisse"). Stavolta, ancor più che nei film precedenti, è tutta l'umanità che sembra aver perso il contatto con una natura che viene sfruttata e inquinata (siamo negli anni del "boom economico" e della crescita senza precedenti dell'industria italiana, di cui il film mette in dubbio i valori). Esemplare la scena finale, con il dialogo fra Giuliana e il figlioletto sui fumi che escono dalle ciminiere: "Perché quel fumo è giallo?", "Perché c'è il veleno", "Allora se un uccellino passa lì in mezzo muore?", "Ormai gli uccellini lo sanno, e non ci passano più". Ma sono tanti i momenti e gli episodi che, in questo contesto, appaiono significativi: la nave con l'epidemia a bordo (indice di un mondo malato), i personaggi sperduti nella nebbia, la paralisi misteriosa e temporanea del bambino (un semplice tentativo di attirare la sua attenzione, ma che rende evidente il distacco fra persone e apparenze). La soluzione, per quanto è possibile, è nell'amore e nei rapporti umani ("Una goccia più una goccia fa una goccia"), anche perché il mondo esterno è grigio e rumoroso, sporco e inquinato (innumerevoli sono le scene, come quelle nella fabbrica, con fumi e vapori, e un forte e sgradevole rumore di fondo che quasi copre i dialoghi). Frase cult: "Mi fanno male i capelli", citazione da una poesia di Amelia Rosselli. La colonna sonora di Giovanni Fusco comprende anche composizioni elettroniche di Vittorio Gelmetti. La spiaggia incontaminata di sabbia rosa dove è ambientata la "fiaba" che Giuliana racconta al figlio è quella di Budelli, in Sardegna, mentre il resto del film si svolge a Ravenna e dintorni (ma con scenari completamente disumanizzati). Bellissima e straordinaria la Vitti. Leone d'oro a Venezia, la pellicola disorienta e può apparire oggi forse datata nello stile ma non nei contenuti (anche se gli anni del boom sono passati, il tema dell'inquinamento è ancora attuale). Giuliana non è pazza o dissociata, ma sta male per ragioni ben precise (che però solo lei intravede: il mondo va verso la distruzione). Il titolo è enigmatico (quello di lavorazione era "Celeste e verde", le tinte con cui Giuliana immaginava di dipingere le pareti del suo negozio, già suggerendo l'importanza della sperimentazione cromatica). In ogni caso, il nome corretto del film, come figura nei titoli di testa, è "Il deserto rosso", con l'articolo: tuttavia è più comunemente noto come "Deserto rosso", senza articolo (compare così, infatti, sulla locandina).

23 maggio 2019

La vita agra (Carlo Lizzani, 1964)

La vita agra
di Carlo Lizzani – Italia 1964
con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Luciano Bianchi (Tognazzi), intellettuale di provincia, lascia il paese natìo per trasferirsi a Milano dopo che un'esplosione ha devastato la miniera locale, causando 43 morti (il riferimento reale è alla tragedia di Ribolla, avvenuta nel 1954). La sua intenzione è quella di farsi giustizia, distruggendo con il tritolo l'enorme grattacielo (il “torracchione”) in cui ha sede la compagnia mineraria. Ma nel corso di un anno (raccontato tutto in un lungo flashback), la sua spinta rivoluzionaria si esaurirà e lui finirà con rientrare nei ranghi e farsi riassorbire dal “sistema”. Dal romanzo semi-autobiografico di Luciano Bianciardi, sceneggiato con Luciano Vincenzoni, una pellicola antropologica, dai toni a tratti surreali (Tognazzi parla in prima persona direttamente allo spettatore) e satirici, che riflette sull'Italia moderna, sulle conseguenze del miracolo economico, sulla trasformazione della società e della cultura (per mantenersi Luciano cambia diversi lavori, da consulente culturale a traduttore di romanzi dall'inglese, trovando infine successo come ideatore di slogan pubblicitari (ovvero “persuasore occulto”), finendo col tornare a lavorare come responsabile del marketing proprio per quella compagnia che lo aveva licenziato in precedenza). Se in provincia ha lasciato una moglie e un figlio, nonché il ruspante amico Libero (Giampiero Albertini) con il quale si è accordato per distruggere il grattacielo, in città si trova un'amante, la giornalista Anna (Giovanna Ralli), anch'essa inizialmente contestatrice e poi riassorbita pian piano in un ruolo borghese. Insieme a lei si trasformerà proprio in quell'“italiano medio” verso il quale provava insofferenza: passa da una squallida pensione a una camera in affitto (nell'appartamento di una bizzarra coppia “svizzera”), fino all'acquisto di una casa propria nelle periferie in via di sviluppo (oltre a un'automobile, passando dalla condizione di “pedone” schiacciato ai margini della strada a quella di “autista” che la strada la occupa, sia pure imbottigliato nel traffico). Nel complesso, un film dai toni acuti che ritrae in modo emblematico (e senza retorica passatista) un periodo storico-culturale ben preciso, quello in cui l'Italia stava diventando un paese moderno, con tutte le contraddizioni del caso: molti temi anticipano addirittura “Fight Club” (benché la costellazione psicologica sia ben diversa). In alcune sequenze c'è un giovane Enzo Jannacci che canta in trattoria un paio di canzoni poco note (fra cui "L'ombrello di mio fratello"). Nel romanzo (e nella realtà), Bianchi/Bianciardi proveniva da Grosseto e non da Guastalla.

12 febbraio 2019

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

La dolce vita
di Federico Fellini – Italia 1960
con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg
****

Visto in divx.

Pochi film sono entrati nell'immaginario collettivo e nella storia del cinema globale come "La dolce vita", uno dei capolavori di Fellini, il cui titolo stesso (forse una citazione dal Paradiso di Dante) è diventato un'espressione idiomatica usata – anche all'estero – per indicare uno stile di vita mondano e spensierato come quello che caratterizzava via Veneto e la Roma del boom economico, cosmopolita e mediatica, alla fine degli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta (molti episodi del film sono infatti ispirati ad eventi reali, di costume ma anche di cronaca nera). Per non parlare di termini come "paparazzi" per indicare i fotoreporter scandalistici, invadenti e senza scrupoli, dal nome del fotografo Paparazzo (Walter Santesso), amico del protagonista, modellato sul reporter romano Tazio Secchiaroli, divenuto celebre proprio per aver immortalato alcuni di questi eccessi. Siamo in effetti in un momento di passaggio e di profondi cambiamenti all'interno della società italiana ed europea in generale. Un Mastroianni iconico (con i suoi occhiali scuri) interpreta il suo omonimo Marcello Rubini, giornalista di rotocalchi, dongiovanni e inquieto viveur, sempre a caccia di scandali e di vip nella Roma "bene" del mondo dello spettacolo e dell'aristocrazia, mentre attraversa una crisi esistenziale per via delle sue ambizioni frustrate (il suo sogno era quello di diventare un romanziere) e di un rapporto difficile e insofferente con la compagna Emma (Yvonne Furneaux). La sceneggiatura (scritta da Fellini insieme ai fidi Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello Rondi) ce lo mostra al lavoro in un mosaico di situazioni e di episodi, spesso slegati l'uno dall'altro, di cui è sovente soltanto uno spettatore od osservatore passivo. Di questi, il più (giustamente) celebre è quello che lo vede interagire con Sylvia (Anita Ekberg), prorompente ed esuberante attrice hollywoodiana di origine svedese, che accompagnerà in una gita notturna per le strade di Roma, culminante in quel bagno nella fontana di Trevi che è forse la singola scena più celebre di tutto il nostro cinema (omaggiata poi in decine di altre pellicole, a cominciare da "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola). L'intero episodio sembra cominciare a mettere in crisi le certezze e l'esistenza stessa di Marcello, che di fronte alla semplicità e all'esuberanza della ragazza inizia a dubitare del proprio stile di vita ("Ma sì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto!"), così imprigionato in schemi e ruoli borghesi.

In realtà, Marcello non pare far tesoro di questi insegnamenti, dato che l'intera pellicola alterna momenti di consapevolezza (spesso legati a episodi drammatici o nostalgici: l'inspiegabile suicidio dell'amico Steiner (Alain Cuny), la cui vita apparentemente "perfetta" Marcello aveva affermato di invidiare; oppure la serata trascorsa per locali notturni insieme al padre (Annibale Ninchi), giunto inaspettatamente a Roma dal paese, e con il quale comincia a recuperare un rapporto mai sviluppato) ad altri di assoluto svago, incoscienza e rilassatezza (i ricevimenti, come quello nel castello degli aristocratici fuori Roma, o il party/orgia a Fregene per festeggiare l'annullamento del matrimonio dell'amica Nadia (Nadia Grey: anche lei, come Mastroianni, conserva il proprio nome), all'insegna di spogliarelli e volgarità). Tutto il film, a ben vedere, corre lungo il tema del contrasto: c'è contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra l'arretratezza e il benessere, fra la dignità e l'edonismo, fra l'ordine e la libertà, fra la vita e la noia, fra il classico e il moderno (si pensi ai balli e alla musica rock – a cantare è un giovane Adriano Celentano! – in mezzo alle rovine di Caracalla), fra il sacro e il profano, fra momenti di silenzio e di contemplazione e altri di caos tra la folla e il circo mediatico, fra scorci di una Roma arcaica o provinciale e quella invece moderna e cosmopolita (l'ambiente in cui bazzica Marcello è pieno di stranieri), fra un centro città fatto di edifici classici e una periferia di cantieri e palazzi in costruzione, fra emozioni contrastanti (ma spesso coesistenti) come la tristezza e l'allegria. I contrasti sono evidenti sin dall'inizio (si passa da un'immagine della statua di Gesù, portata in volo da moderni elicotteri, a danzatori esotici in un locale notturno orientale) e perdurano per tutta la pellicola. E nonostante ci si muova nel mondo moderno del jet set, in molte sequenze si respira un'atmosfera "circense", tipicamente felliniana (si pensi ai clown che si esibiscono al cabaret dove Marcello si reca con il padre), grazie anche alle musiche di Nino Rota. Fra gli altri episodi da ricordare, quello del presunto "miracolo" dei due bambini che affermano di aver visto la Madonna e che richiama una folla di credenti, curiosi e giornalisti (si tratta di una delle due scene – l'altra è quella del castello dei nobili – non presenti nella sceneggiatura originale e improvvisate sul set). Il finale, con il ritrovamento della mostruosa manta sulla spiaggia (forse un riferimento simbolico al caso di Wilma Montesi), si ricongiunge con l'incipit: in entrambe le scene, le parole di Marcello (con le ragazze che prendono il sole sul tetto, con la ragazzina sul lungomare) sono coperte dai rumori ambientali (le pale dell'elicottero, il suono delle onde), rendendo difficile la comunicazione. Siamo già di fronte al tema dell'incomunicabilità, così caro ad Antonioni...

Pur proveniente da un paese di provincia, Marcello è ben introdotto nell'ambiente romano dei Vip e dei divi, conosce tutto e tutti, o meglio tutte: sono le donne che gli ruotano intorno e che incontra, infatti, uno dei fili conduttori della storia. A partire da Maddalena (Anouk Aimée), ricca e infelice, che gioca a corteggiare a più riprese (vanno persino a fare l'amore nella stamberga allagata di una prostituta), salvo vederla sparire proprio quando lei, ubriaca, gli dichiara il proprio amore. Marcello e Maddalena sono complici e simili, perfetto specchio l'uno dell'altra (nonostante le differenze di classe e di risorse economiche). Del tutto diversa è invece Sylvia, donna perfetta venuta dal nulla che irrompe nella sua vita per donargli alcuni momenti magici e andarsene improvvisamente come era venuta. La più prosaica Emma resta invece per lo più a casa annoiata mentre lui è in giro a lavorare, e il suo rapporto con lei è altalenante: si passa da tentativi di suicidio a litigi furiosi, seguiti da immediate riappacificazioni (che dimostrano, se non altro, l'inconcludenza e l'incapacità di decidere della propria vita da parte del protagonista, perennemente in cerca di sé stesso). Nel ricchissimo cast anche Lex Barker (il fidanzato di Sylvia), Magali Noël (la ballerina francese Fanny), Jacques Sernas, Riccardo Garrone e la cantante Nico. La ragazzina sulla spiaggia è Valeria Ciangottini. Il film avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis, che si tirò indietro perché la sceneggiatura era "troppo caotica" (e perché Fellini voleva a tutti i costi Mastroianni come protagonista, anziché un attore straniero come Paul Newman): gli subentrarono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato. Altri attori presi in considerazione per ruoli minori furono Maurice Chevalier (per il padre di Marcello) ed Henry Fonda (per Steiner), mentre Luise Rainer avrebbe dovuto interpretare una scrittrice in una sequenza che fu poi eliminata dalla sceneggiatura. La pellicola, che nonostante alcune iniziali polemiche – o forse anche per la pubblicità da esse scaturita – riscuoterà un enorme successo di pubblico (persino inaspettato, vista la struttura insolita e le tre ore di durata), diventando istantaneamente un fenomeno di critica e di costume, si rivelerà nel corso degli anni una delle più influenti del cinema moderno, lanciando definitivamente la carriera di Fellini (è con questa e il successivo "8 1/2" che nasce il termine "felliniano"), e non cessando mai di ispirare altri registi e artisti (basti pensare a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che ne è quasi un aggiornamento a cinquant'anni di distanza). Palma d'Oro al Festival di Cannes. Nominata a quattro Oscar, vinse quello per i migliori costumi.

25 agosto 2013

La cuccagna (Luciano Salce, 1962)

La cuccagna
di Luciano Salce – Italia 1962
con Donatella Turri, Luigi Tenco
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciottenne Rossella, appena diplomata alla scuola di stenografia e dattilografia, vaga per le strade di Roma alla ricerca di un lavoro. Ma nell'Italia del miracolo economico, dove si fa a gara a sfoggiare la ricchezza e le auto sportive, si lanciano inchieste di mercato e si inventano slogan pubblicitari, non sembra esserci posto per lei. Trovare un impiego è tanto facile quanto perderlo, fra uomini d'affari che millantano contratti milionari, avvocati spiantati, intrallazzatori spennaturisti, tutti pronti a sfruttare la sua bellezza o la sua ingenuità, disposti (a parole) a offrirle incarichi redditizi che però si rivelano effimeri o equivoci, spesso perché da lei vogliono una cosa sola. L'unico fuori dal coro è Giuliano, nullafacente in perenne conflitto con la società, anticonformista e antimilitarista, che guarda con sospetto all'arricchimento collettivo. Insieme a lui, la ragazza mediterà anche un farsesco suicidio, ma non avrà il coraggio di andare fino in fondo. Uscito nello stesso anno de "Il sorpasso" e sceneggiato da Salce (il futuro regista di "Fantozzi") a partire da un soggetto di Alberto Bevilacqua, Goffredo Parise, Carlo Romano e Luciano Vincenzoni, è un'altra commedia che attraverso una graffiante satira di costume metteva in guardia contro l'apparente benessere che derivava dal boom. Più osteggiata che favorita dalla sua bellezza, e boicottata anche dalla famiglia (che – a parte il fratello effemminato e dunque a sua volta emarginato – non approva la sua ricerca di lavoro e che si ritrova unita soltanto per guardare "Carosello" o Mike Bongiorno in televisione), la protagonista sperimenta sulla propria pelle quanto sia difficile per una ragazza giovane e carina trovare un lavoro "serio". Esordio sullo schermo per Luigi Tenco (al suo primo e unico film, dagli inquietanti risvolti autobiografici), che canta, accompagnandosi con la chitarra, "La ballata dell'eroe" di Fabrizio De André. I titoli di testa parlano di prima apparizione sullo schermo anche per la protagonista Turri e il caratterista Umberto D'Orsi (l'iperattivo e inconcludente uomo d'affari veneto), ma non è vero: entrambi avevano già recitato in precedenza. Camei per Ugo Tognazzi (un automobilista), Liù Bosisio (la suora) e lo stesso Salce (il comandante dell'esercito). Da ricordare il ferro da stiro usato da Tenco come piastra elettrica per fare il caffé.

7 luglio 2013

Il sorpasso (Dino Risi, 1962)

Il sorpasso
di Dino Risi – Italia 1962
con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant
****

Visto in divx, con Marco, Eleonora e Sabrina.

In una Roma assolata e svuotata dal caldo ferragostano, l'estroverso e invadente Bruno Cortona (Gassman) stringe amicizia con il timido studente Roberto Mariani (Trintignant) e lo trascina in un'improvvisata gita in auto fuori porta che si protrarrà sempre più verso nord, prima nell'alto Lazio, poi in Toscana e infine verso la Liguria. Dopo numerosi incontri e avventure, la loro corsa si fermerà per un incidente sull'Aurelia, dove Roberto perderà la vita. Capolavoro di Risi, inizialmente accolto con tiepidità ma divenuto ben presto uno dei più noti e popolari esempi di commedia all'italiana (dove l'analisi sociale e la critica di costume si nascondono dietro i toni ironici e i personaggi sopra le righe), è uno straordinario affresco della società italiana nel pieno del boom economico, di cui uno dei simboli è proprio la vettura guidata dal protagonista: una Lancia Aurelia B24 ("uscita dalle officine nel 1956", cito da Wikipedia, "rappresentava allora il prototipo di un'idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell'ideale dell'automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti"). Tantissimi i riferimenti, nei dialoghi e nelle situazioni, alla cultura (Antonioni, di cui si cita irriverentemente "L'eclisse": e la scena iniziale e quasi surreale in cui Bruno vaga per le strade di una Roma deserta in cerca di sigarette e di un telefono ricorda proprio alcune sequenze di quel film), alla politica (Krusciov, le bombe atomiche) e alla vita dell'epoca (un esempio sono le numerose canzonette presenti nella colonna sonora: fra le altre, successi come "Saint Tropez Twist" di Peppino di Capri, "Guarda come dondolo" e "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello, "Vecchio frac" di Domenico Modugno). Ottimamente caratterizzati i due personaggi, anche per merito di due attori eccellenti. Bruno, cialtrone e nullafacente, amante della velocità, delle donne e della bella vita, all'apparenza un vincente (così lo considerano gli altri) ma in realtà un fallito, è il simbolo dell'Italia gaudente che però fatica a togliersi di dosso le sue origini umili e cerca di "nasconderle" dietro l'esuberanza e la vitalità. L'introverso e spaesato Roberto, incapace di difendersi o di non lasciarsi prevaricare da coloro che gli stanno attorno, è invece l'immagine dell'Italia povera ma perbene che stava scomparendo poco a poco. Pur disapprovando il comportamento di Bruno, Roberto non può non sentirne una certa attrazione e il desiderio di diventare come lui (ed è questo il motivo, oltre la naturale arrendevolezza, che lo spinge a rimanere in sua compagnia). E man mano che lascia da parte la propria timidezza e la propria educazione, prendendo l'amico come modello di comportamento (con i suoi contro ma anche i suoi pro, come l'imparare a godersi la vita e a non lasciar fuggire le occasioni che si presentano), non si rende conto di rappresentare simbolicamente la nuova direzione in cui sta muovendo l'Italia. I due uomini infatti "rappresentano due identità della nazione, giunta a un bivio della propria storia. La prima, quella legata ai princìpi, sarà sedotta e morirà, nella fine di un sogno, lasciando campo libero alla seconda Italia, quella furbesca, individualista e amorale". Da sottolineare l'insolito (allora) ricorso alla voce-off, "l'io pensante" di Roberto, attraverso il quale "veniamo a conoscenza della contraddizione tra pensiero e azione che il ragazzo vive a contatto con Cortona, e soprattutto del percorso d'iniziazione erotica e sociale che egli compie. I personaggi protagonisti, così diversi ma in egual misura positivi e negativi, si attraggono e si respingono tra loro, attraendo a loro volta gli spettatori verso due poli distinti e contrapposti d'identificazione sociale". Anche le due scene in cui Bruno e Roberto portano rispettivamente l'amico a conoscere la propria famiglia (da cui si sono irrimediabilmente staccati) vogliono mostrare, fra le altre cose, come il miracolo economico stesse trasformando l'Italia da una società tradizionalmente incentrata sulla famiglia a una più individualistica e consumistica. Quella di Roberto, rimasta ancorata a una rurale e provinciale, è troppo distante persino per lui, che pure fatica a staccarsi dal passato, dalla nostalgia per l'infanzia e dall'influenza del proprio contesto familiare e sociale. Quella di Bruno è quanto di più "moderno" si possa immaginare: genitori separati, figlia (Catherine Spaak) che frequenta (e vorrebbe sposare) un ricco industriale del nord che ha il triplo dei suoi anni (Claudio Gora); ognuno dei suoi membri, Bruno compreso, incarna una caratteristica della nuova alta borghesia benestante, rampante o arrivista.

8 febbraio 2011

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello
di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti – Italia/Francia 1963
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in quattro episodi: il titolo è formato dalle prime lettere dei nomi dei registi. Fra i segmenti spicca soprattutto quello di Pasolini, alla sua terza fatica cinematografica dopo "Accattone" e "Mamma Roma". Alla sua uscita venne condannato per vilipendio alla religione, e il regista fu costretto a modificarne alcuni passaggi.

"Illibatezza", di Roberto Rossellini, con Rosanna Schiaffino e Bruce Balaban (*1/2)
Una hostess dell'Alitalia (che al geloso fidanzato invia pellicole da lei filmate anziché lettere d'amore) viene corteggiata a Bangkok da un invadente uomo d'affari americano. Per sbarazzarsene, visto che lui è attratto dal suo aspetto perbene, comincia a comportarsi in maniera più trasgressiva. Episodio insignificante, decisamente il meno interessante del lotto. Come colonna sonora c'è la melodia di "Casta diva".

"Il nuovo mondo", di Jean-Luc Godard, con Jean-Marc Bory e Alexandra Stewart (**)
In seguito a un'esplosione atomica sui cieli di Parigi, gli abitanti della città cominciano a perdere la propria umanità e a comportarsi in maniera apatica e meccanica. Il protagonista se ne rende conto osservando il cambiamento sfuggente e imprevedibile della donna di cui è innamorato (e che gli dice frasi come "io ti ex-amo") . Un approccio intellettualistico e filosofico ai pericoli di "un futuro atomico forse già cominciato".

"La ricotta", di Pier Paolo Pasolini, con Orson Welles e Mario Cipriani (***1/2)
Una troupe cinematografica sta girando sulle colline intorno a Roma un film in costume sulla passione di Cristo. Il poveraccio Stracci, che interpreta la parte del ladrone buono, consegna il suo cestino del pranzo alla propria famiglia e poi, per non morire di fame, vende il cagnolino della prima attrice (Laura Betti) in cambio di pane e ricotta. Dopo essersi abbuffato, morirà sulla croce prima ancora di recitare la sua unica battuta. Straordinario affresco con il quale Pasolini attualizza la rappresentazione sacra, fondendo realismo e visionarietà, dramma e umorismo, spirito religioso (l'empatia verso l'umile protagonista, un "morto di fame" schernito da tutti) e invettiva sociale (l'ira del regista contro l'uomo medio, definito come "un mostro, un pericoloso delinquente... conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista..."). Vivace, ironico e grottesco, il cortometraggio sorprende a ogni scena (dallo spogliarello improvvisato da una comparsa al cane parlante che ripete le parole che i tecnici si passano di bocca in bocca): Pasolini gioca con il movimento (la corsa accelerata), la fotografia (le staticissime scene in costume – tableaux vivants che ricordano le opere dei pittori manieristi – sono a colori, mentre il resto del film è in bianco e nero), il sonoro (la banda musicale che esegue "Sempre libera degg'io" dalla Traviata; i dischi di twist che sostituiscono Scarlatti nella colonna sonora durante le riprese) e contemporaneamente non perde di vista i contenuti. Nella parte del regista marxista che con questa opera afferma di voler esprimere il suo "intimo, profondo, arcaico cattolicesimo" c'è uno straordinario Orson Welles, autentico alter ego di un Pasolini che gli mette in bocca le proprie parole sia quando risponde svogliatamente alle domande di un giornalista (al quale ricorda che "il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale") sia quando legge una sua poesia ("Io sono una forza del Passato"). In parti minori compaiono anche Tomas Milian, Ettore Garofalo e Lamberto Maggiorani.

"Il pollo ruspante", di Ugo Gregoretti, con Ugo Tognazzi e Lisa Gastoni (**1/2)
Mentre un economista dalla voce meccanica espone in un congresso di sociologia le sue teorie sul marketing e sull'induzione di "falsi bisogni" nei consumatori, una famiglia ne dimostra inconsapevolmente l'efficacia: bombardati dalla televisione (c'è anche un cameo di Topo Gigio), i bambini si esprimono attraverso slogan pubblicitari, mentre gli adulti si illudono di essere liberi e di pensare con la propria testa senza accorgersi di desiderare quello che altri hanno deciso per loro. Troveranno la forza di ribellarsi, ma faranno una brutta fine. Una satira contro la società dei consumi, forse un po' scontata e didascalica (la metafora del pollo ruspante, più libero rispetto al pollo di allevamento, è fin troppo esplicita) ma comunque ancora attuale e per nulla datata. Il figlio del protagonista è interpretato da Ricky Tognazzi, che all'epoca aveva sette anni.

10 febbraio 2010

C'eravamo tanto amati (E. Scola, 1974)

C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.

Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.

La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.

Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.

6 luglio 2009

La rimpatriata (D. Damiani, 1963)

La rimpatriata
di Damiano Damiani – Italia 1963
con Walter Chiari, Francisco Rabal
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Cinque amici quasi quarantenni si ritrovano nella Milano del boom economico (ma c'è già chi dice "qui costruiscono, costruiscono, ma il miracolo economico è già finito, ce ne accorgeremo..."): quattro di loro hanno fatto fortuna (avvocati, medici, imprenditori edili), mentre il quinto, Cesare, lavora in un piccolo cinema di periferia. Eppure è proprio a lui, eterno fanciullo e da sempre il collante del gruppo, che gli altri si rivolgono per trascorrere insieme una serata spensierata. "Il Cesarino", infatti, ha la fama di abile intrattenitore e procacciatore di ragazze, e l'intento del gruppo è proprio quello di trovare della compagnia femminile e di divertirsi – per una volta – stando lontano dalle mogli asfissianti e dalle preoccupazioni lavorative. Dietro le battute e gli scherzi di un tempo, si nascondono però insoddisfazioni e frustrazioni. Tutte le grandi amicizie nascondono vittime e scheletri nell'armadio, e ogni personaggio si ritroverà a fare i conti con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Un bel film ambientato "tutto in una notte", semisconosciuto e da riscoprire, che anticipa pellicole come "Il grande freddo" e che funziona molto bene grazie alla sceneggiatura in continuo movimento e alle ottime prove degli attori (che vengono un po' da tutta Europa: oltre al buñueliano Rabal, gli altri "amici" sono Paul Guers, Riccardo Garrone e Mino Guerrini, mentre le donne sono Letícia Román, Dominique Boschero, Mimma Di Terlizzi, Tiziana Frada e Jacqueline Pierreux; c'è anche una parte piccola ma significativa per Gastone Moschin, ma naturalmente il mattatore resta Walter Chiari, che interpreta praticamente sé stesso aggiungendo però molta tristezza al suo istrionismo). La carriera di Damiano Damiani, autore di diversi film "impegnati" negli anni '60 e '70, si è praticamente conclusa con la prima miniserie tv "La piovra". Recentemente è caduto piuttosto in basso, visto che ha fatto quasi solo fiction televisive e soprattutto ha diretto il film più brutto che io abbia visto in vita mia, "Alex l'ariete" (e non capisco come un regista con un briciolo di dignità non abbia deciso di firmarlo con uno pseudonimo).