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26 aprile 2022

Teresa Venerdì (Vittorio De Sica, 1941)

Teresa Venerdì
di Vittorio De Sica – Italia 1941
con Vittorio De Sica, Adriana Benetti
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane pediatra Pietro Vignali (De Sica), medico fannullone e mantenuto dal padre ricco (Annibale Betrone), è costretto dal genitore, stufo del suo stile di vita, ad assumere l'incarico di ispettore sanitario in un orfanotrofio femminile. Qui conosce l'intraprendente orfanella diciottenne Teresa Venerdì (Adriana Benetti), che lo assiste come infermiera e si innamora di lui, riportando in qualche modo ordine nella sua vita (non senza, in primo luogo, una buona dose di scompiglio). Il terzo film di De Sica come regista è un garbato mix fra commedia degli equivoci e melodramma romantico, sulla falsariga del precedente "Maddalena... zero in condotta": la sceneggiatura, ispirata a un soggetto dell'ungherese Rezső Török (come da consuetudine per il cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi", che si appoggiava spesso a lavori teatrali di autori magiari), è spigliata e vivace, con le peripezie di un Pietro vessato da un lato dai debiti e dai creditori, e dall'altro da vicende sentimentali incrociate: ha infatti un'amante (Anna Magnani!), che fa la cantante e la soubrette, e un'inopportuna fidanzatina (Irasema Dilian) frivola e svampita, che parla sempre in rima perché appassionata di poesia. C'è poi spazio anche per varie macchiette comiche, a partire da Antonio Perticone (Virgilio Riento), il cameriere combinaguai, di bassa estrazione e poco avvezzo alle buone maniere dell'alta società. Proprio diverse frecciatine legate ai rapporti fra le classi sociali si annidano dietro l'apparente leggerezza (vedi il disdegno degli arricchiti, o aspiranti tali, verso i servi o i lavori più umili; il diverso tipo di rapporto nei confronti delle arti; l'atteggiamento dei medici più anziani, che per ogni malanno prescrivono l'olio di ricino). Guglielmo Barnabò è Agostino Passalacqua, il padre della fidanzata Lilli; Elvira Betrone è la direttrice dell'orfanotrofio.

14 agosto 2018

Maddalena... zero in condotta (V. De Sica, 1940)

Maddalena... zero in condotta
di Vittorio De Sica – Italia 1940
con Carla Del Poggio, Vera Bergman
**1/2

Visto in divx.

Il secondo film di De Sica come regista (ma il primo in cui dirige da solo, avendo firmato il precedente "Rose scarlatte" insieme a Giuseppe Amato) è una brillante commedia degli equivoci ispirata a un testo teatrale di Laszlo Kadar (cosa non rara nel cinema dei "telefoni bianchi", che infatti era anche detto "commedia all'ungherese"). Il titolo richiama il celebre film di Jean Vigo: non pretestuosamente, visto che anche questo è ambientato in una scuola. Si tratta di un istituto femminile superiore, le cui alunne studiano – fra le altre cose – come redigere corrispondenza commerciale sotto la guida della giovane signorina Malgari (Vera Bergman, nessuna parentela con Ingrid o Ingmar, e per età quasi coetanea delle sue allieve!). Le lettere vengono indirizzate a un fantomantico uomo d'affari di Vienna, il signor Alfredo Hartman: quando una di queste missive (per di più una lettera d'amore, scritta dalla stessa insegnante) viene affrancata e spedita per errore, si scopre che Alfredo (De Sica) esiste realmente. Innamoratosi dell'autrice della lettera, l'uomo si reca a Roma per rintracciarla, e per una serie di equivoci si convince che si tratti di Maddalena Lenci (Del Poggio, al debutto sullo schermo), l'alunna più indisciplinata della classe, che pure è assai affezionata alla sua insegnante e fa di tutto per favorire il suo incontro con il fascinoso Hartman... Gli scherzi della pestifera Maddalena e i suoi rapporti con i vari professori (quello burbero di chimica in primis) lasciano pian piano spazio alla doppia storia romantica (la stessa Maddalena si innamora di Stefano Armani (Roberto Villa), il cugino italiano di Alfredo: e per un breve momento, i due uomini pensano di essere in competizione per la stessa ragazza). Il tutto è narrato con toni spigliati e leggeri, con delicatezza e un ritmo fluente (ma mai indiavolato), simile a quello dei film di Mario Camerini in cui De Sica recitava. Ottimo il riscontro di pubblico e di critica. Il regista, in una breve scena, interpreta anche il padre e il nonno di Alfredo Hartman. Guglielmo Barnabò è il padre di Maddalena, protagonista di alcune delle migliori gag (quelle in cui è scambiato per un cacciatore di bisonti). Giuseppe Varni è il bidello (doppiato da Aldo Fabrizi). Irasema Dilian è la svampita contessina che si presenta alle lezioni come privatista. Fra i pochi riferimenti al periodo fascista, la lezione in classe sul "prototipo ideale della razza bianca".

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (***), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

16 dicembre 2015

Le streghe (Visconti, Pasolini, De Sica, et al., 1967)

Le streghe
di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi, Vittorio De Sica – Italia 1967
con Silvana Mangano, Totò, Clint Eastwood
**

Visto in divx.

Film ad episodi sul tema della "donna strega". Dei cinque segmenti, due (quelli di Bolognini e Rossi) sono brevissimi, poco più che degli sketch di quattro-cinque minuti, mentre gli altri tre si estendono più a lungo, sui trenta minuti. Il migliore è senza dubbio quello di Pasolini (una fiaba fuori dal tempo con Totò e Ninetto Davoli, quasi un sequel di "Uccellacci e uccellini"), anche se qualcosa di interessante, seppure evanescente o datato, si trova anche negli episodi di De Sica (con un Eastwood "imborghesito") e di Visconti. Il filo conduttore è Silvana Mangano (all'epoca moglie del produttore Dino De Laurentiis), protagonista di tutti gli episodi, in seguito una presenza ricorrente nei film di Pasolini ("Edipo Re", "Teorema", "Il Decameron") e Visconti ("Morte a Venezia", "Ludwig", "Gruppo di famiglia in un interno"). I titoli di testa, in stile cartoon, sono di Pino Zac. Piero Piccioni realizza la colonna sonora per quattro dei cinque episodi (in quello di Pasolini, la musica è di Ennio Morricone).

"La strega bruciata viva", di Luchino Visconti (*1/2), con Silvana Mangano, Annie Girardot
Una diva di Hollywood, in visita a un'amica nella sua casa di Kitzbühel per le vacanze invernali, è al centro dell'attenzione di tutti: le donne ne ammirano la bellezza, gli uomini vorrebbero portarsela a letto. In un'atmosfera superficiale e svagata, fra tediosi giochi di società e goffi tentativi di adulterio, la diva fa preoccupare tutti sul suo stato di salute a causa di un lieve mancamento. Ma quando scopre di essere incinta, tenta inutilmente di convincere il marito (che è rimasto a New York) di lasciarle abbandonare il cinema per uno o due anni, scagliandosi contro l'ipocrisia di produttori, cineasti e pubblico. Il conformismo, i vizi e le virtù dell'(alta) borghesia, in un episodio – scritto da Giuseppe Patroni Griffi e Cesare Zavattini – dove la vena "decadentista" di Visconti sfiora quella intellettuale di Antonioni sull'incomunicabilità. Rivisto oggi, appare francamente datato. Nel cast, piccoli ruoli per Francisco Rabal, Clara Calamai, Marilu Tolo ed Helmut Berger (quest'ultimo alla prima collaborazione con Visconti).

"Senso civico", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano, Alberto Sordi
Una donna carica sulla sua macchina un camionista rimasto ferito in un incidente stradale, affermando di volerlo portare in ospedale. In realtà se ne serve per avere il via libera in tutti gli incroci e giungere così più rapidamente all'appuntamento con il suo amante. Sketch squallido e per nulla divertente, servito da una regia monotona.

"La terra vista dalla luna", di Pier Paolo Pasolini (**1/2), con Totò, Ninetto Davoli, Silvana Mangano
Proseguendo nel filone comico-surreale inagurato l'anno prima con "Uccellacci e uccellini" (un mini-ciclo con Totò e Ninetto Davoli che sarebbe poi proseguito con un altro cortometraggio, "Che cosa sono le nuvole?", e che avrebbe dovuto concludersi con il film "Re magio randagio", mai realizzato a causa dell'improvvisa morte dell'attore napoletano), Pasolini propone una vera e propria fiaba "stralunata" (vedi il titolo!) e "contro il senso comune". Protagonisti sono Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Davoli), in cerca di una donna che possa fare da moglie per l'uno e da madre per l'altro. Dopo un'estenuante ricerca durata un anno, la trovano in Assurda Caì (Mangano), fata sordomuta da capelli verdi, che porterà serenità e bellezza nella loro povera casa. E soprattutto, tornerà magicamente e inspiegabilmente dalla morte, dopo essere caduta dal Colosseo per un incidente. La morale, come recita la didascalia finale: "essere morti o essere vivi è la stessa cosa". Lontano dai sottotesti ideologici e satirici di "Uccellacci e uccellini", un episodio innocente e leggero, ambientato in un mondo dove passato, presente e futuro coesistono, così come l'allegria e la tristezza, la realtà e la sua caricatura, la ricchezza interiore e la desolazione esteriore. L'intento di PPP, in effetti, stavolta non era quello di lanciare un messaggio sociale o politico (il cartello iniziale spiega che "visto dalla Luna, questo film [...] non è niente e non è stato fatto da nessuno") ma di sviluppare un nuovo e personale linguaggio fimico (fra i modelli, oltre naturalmente alle fiabe, i fumetti – si pensi alle didascalie, ma anche ai colori di acconciature e abiti – e le comiche di Chaplin – omaggiato in un ritratto appeso in casa Maio, nonché dal mutismo di Assurdina), più universale e archetipico, che caratterizzerà i successivi lavori del regista.

"La siciliana", di Franco Rossi (*1/2), con Silvana Mangano
In un paesino della Sicilia, uno sgarbo di poco conto a una donna è la scintilla che dà il via a una faida sanguinosa a base di vendette a catena. Nonostante alcuni accenni satirici sul concetto di onore e il suo stereotipo nel Sud, il maggior pregio dell'episodio è quello di essere veloce e brevissimo.

"Una sera come le altre", di Vittorio De Sica (**), con Silvana Mangano, Clint Eastwood
Una moglie soffre perché la sua relazione con il marito, dopo dieci anni di matrimonio, è precipitata nella monotonia e nelle abitudini. Se l'uomo è stanco e svogliato, la donna è repressa e frustrata: nelle sue fantasticherie, immagina di ribellarsi, di insultarlo e di maltrattarlo, di farsi corteggiare da altri – dapprima dai personanaggi dei fumetti e poi da una folla immensa – e di suscitare così la sua passione o la sua gelosia. Su sceneggiatura (fra gli altri) di Zavattini, De Sica mette in scena la noia di una coppia borghese, in un episodio che non manca di momenti onirici e visionari (gli scenari completamente bianchi, o tutta la sequenza finale), ma tirata un po' troppo per le lunghe. Interessante vedere Eastwood in un ruolo così lontano dalla sua immagine di pistolero western (aveva appena girato la trilogia del dollaro con Sergio Leone), anche se, in alcuni momenti del sogno ad occhi aperti della moglie, usa effettivamente la pistola.

19 agosto 2015

I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944)

I bambini ci guardano
di Vittorio De Sica – Italia 1944
con Luciano De Ambrosis, Emilio Cigoli
***

Visto in divx alla Fogona.

Il piccolo Pricò è testimone silenzioso ma attento delle vicissitudini familiari che si svolgono attorno a lui: la madre (Isa Pola) fugge di casa con l'amante, costringendo il padre (Emilio Cigoli) ad affidarlo dapprima alla zia e poi alla nonna; alla fine la donna torna dal marito, e per un breve periodo sembra che la frattura si possa sanare; ma poi, durante una vacanza ad Alassio, ogni cosa si riapre, e finirà in tragedia. Da un romanzo di Cesare Giulio Viola (che lo ha adattato insieme allo stesso De Sica e a Cesare Zavattini, fra gli altri), un film che filtra attraverso gli occhi e la sensibilità del piccolo protagonista tutti quei piccoli “scandali” borghesi e familiari di cui gli adulti cercano di non parlare in presenza dei figli o dei bambini (o lo fanno solo con accenni o con giri di parole), ma che questi ultimi comprendono benissimo (come mostra la celebre scena finale, in cui Pricò rifiuta di abbracciare la madre). Visto oggi risulta forse un po' moralista, ma per l'epoca fu una boccata d'aria fresca, tanto da essere considerato – insieme a "Ossessione" di Visconti – uno dei principali precursori del Neorealismo e della nuova stagione del cinema italiano che sarebbe esplosa nel dopoguerra: nella sua attenzione ai personaggi, agli ambienti e ai problemi sociali, per esempio, precede e anticipa "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" dello stesso De Sica. Inoltre è impreziosito da una regia che dona un indiscusso fascino a diverse sequenze (il viaggio in treno con il bambino febbricitante, con un montaggio di immagini quasi horror; la scena in cui Pricò, chiuso in camera sua, ascolta attraverso le pareti il dialogo fra la madre e l'amante; e la fuga notturna per il lungomare di Alassio). All'inizio, un teatrino di marionette in piazza sembra prefigurare la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia: e non a caso sono più i bambini spaventati dallo spettacolo che quelli divertiti. Adriano Rimoldi è l'amante Roberto, Giovanna Cigoli la governante Agnese. Musiche di Renzo Rossellini. L'attore Luciano De Ambrosis, di soli sei anni, aveva perso la madre poco prima dell'inizio delle riprese. Continuerà a lavorare nel mondo del cinema come doppiatore.

4 febbraio 2014

Il giardino dei Finzi-Contini (V. De Sica, 1970)

Il giardino dei Finzi-Contini
di Vittorio De Sica – Italia 1970
con Lino Capolicchio, Dominique Sanda
***

Visto in divx, con Eleonora, Marta, Esther, Beatrice, Francesca e Fausto.

Nella Ferrara del 1938, l'inasprirsi delle leggi razziali sotto il fascismo non sembra toccare più di tanto la serenità della ricca famiglia ebrea dei Finzi-Contini, che nella loro villa circondata da un immenso giardino – da cui escono raramente – continuano a ricevere le visite di amici e conoscenti. Fra questi c'è il giovane Giorgio (Lino Capolicchio), ebreo della media borghesia cittadina, innamorato della raffinata ed enigmatica Micol (Dominique Sanda), che però non ricambia il suo affetto. I turbamenti amorosi di Giorgio andranno di pari passo con il deterioramento del clima sociale e politico, fino a quando anche la gabbia dorata dei Finzi-Contini non sarà più in grado di proteggere la famiglia dalla deportazione. Tratto dall'omonimo romanzo di Giorgio Bassani (che non volle essere coinvolto nell'adattamento), il film racconta in modo originale e intimista il dramma degli ebrei italiani appartententi alle classi sociali più elevate, dapprima illusi che nel proprio paese non si potessero raggiungere i livelli di persecuzione della Germania nazista (esemplare la scena in cui Giorgio, in visita al fratello che si è trasferito a vivere in Francia, viene improvvisamente a conoscenza dei campi di concentramento tedeschi), e poi costretti a un brusco risveglio quando era ormai troppo tardi. All'inizio, infatti, i disagi sembrano essere di poco conto (espulsi dal circolo del tennis, gli amici di Micol ed Alberto si ritrovano nella loro villa a giocare fra loro), poi si fanno via via più opprimenti (il padre di Giorgio perde il lavoro, il ragazzo non può più studiare in biblioteca o addirittura laurearsi, cosa che invece la ricca e privilegiata Micol riesce comunque a fare), e infine si sfocia nella guerra e nel disastro completo. La Sanda era apparsa quello stesso anno anche ne "Il conformista" di Bertolucci, un altro film che raccontava la vita sotto il fascismo. Nel cast anche Helmut Berger (Alberto, il fratello di Micol), Fabio Testi (Giampiero, l'amico milanese) e Romolo Valli (il padre di Giorgio), mentre un giovane Alessandro D'Alatri interpreta Giorgio da bambino in alcuni flashback. Il ritmo lento e la recitazione impostata (che lo differenziano a livello formale dai capolavori del periodo neorealista di De Sica, avvicinandolo invece ai vari Antonioni, Visconti e Bertolucci di quegli anni) non rendono il film necessariamente datato, bensì contribuiscono a creare quell'atmosfera un po' sospesa e irreale che ben descrive le illusioni e la passività dei personaggi in un contesto sociale che a sua volta doveva certamente sembrare irreale a chi ci viveva (spingendo Micol e la sua famiglia a un isolamento sempre più stretto). E l'esperienza del regista gli consente di evitare ogni trappola "intellettuale", fondendo invece mirabilmente le due anime della narrazione (i drammi amorosi e "privati" di Giorgio con quelli a più ampio spettro dovuti al fascismo). La pellicola valse al settantenne De Sica il suo quarto Oscar per il miglior film straniero (un record che condivide con Federico Fellini), nonché l'Orso d'Oro a Berlino.

13 gennaio 2008

Umberto D. (Vittorio De Sica, 1952)

Umberto D.
di Vittorio De Sica – Italia 1952
con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio
****

Visto in DVD.

È uno dei capolavori del neorealismo e forse il suo canto del cigno, visto che segna la fine di quella che ancora oggi rimane una delle stagioni più memorabili del cinema italiano, ed è considerato da molti critici l'esempio più compiuto della poetica di Cesare Zavattini (autore di soggetto e sceneggiatura). Ma è anche un film straordinario sulla vecchiaia, la povertà, la solitudine e la mancanza di mezzi. Ambientato a Roma nell'Italia post-bellica (ma l'umanità che tratteggia è senza tempo e senza luogo), si apre con una manifestazione di anziani che chiedono un aumento delle pensioni. Fra di loro c'è il protagonista della pellicola, Umberto Domenico Ferrari, che vive in una stanza in affitto in compagnia dell'amato cagnolino Flaik. I soldi non gli bastano per arrivare a fine mese, soprattutto perché è indebitato con l'insensibile padrona di casa che vorrebbe sfrattarlo e trasformare la sua stanza in un salone da ricevimenti. Fra decine di scene indimenticabili (il pranzo alla mensa dei poveri; il ricovero in ospedale per risparmiare sul vitto; la "tentazione" di mendicare, subito sopraffatta dalla dignità e dall'orgoglio con la mano protesa a chiedere la carità che di colpo – in una scena quasi chapliniana – viene girata come se stesse cadendo qualche goccia di pioggia), la disperazione di Umberto cresce fino a fargli meditare il suicidio. Ma quando proverà a gettarsi sotto un treno, sarà proprio il suo cagnolino a evitargli di compiere il passo estremo, fuggendo via all'ultimo istante prima che il convoglio passi sui binari: e forse, nel finale (aperto e non risolutivo, ma che sublima tutto e che ha molto in comune con quello di "Ladri di biciclette"), dopo un istante di sconcerto per il gesto del suo padrone, l'animale riacquisterà la sua fiducia e gli restituirà la speranza. Proprio il rapporto fra Umberto e il cagnolino è uno degli elementi centrali della pellicola: entrambi reietti e rifiutati da tutti (quando l'uomo cerca di lasciare il cane in una pensione o di affidarlo a un'altra famiglia incontra soltanto delusioni), si salvano la vita reciprocamente: in precedenza infatti, in una delle scene più intense e strazianti del film, Umberto era andato a cercare Flaik – fuggito di casa in sua assenza – al canile municipale: e lo sguardo disperato di fronte alla camera a gas dove gli animali indesiderati vengono eliminati non può non far riflettere sul destino degli emarginati della società, soprattutto se si pensa che pochi anni prima, durante la guerra, anche molti esseri umani avevano fatto quella fine. La pellicola forse sfiora il patetismo, ma non diventa mai troppo accondiscendente o compassionevole, o peggio ancora ricattatoria, grazie a una narrazione fredda e distaccata, quasi documentaristica, che colpisce nel segno tanto più perché è realistica nella sua descrizione di un mondo cinico e senza pietà, dove i pochi gesti di solidarietà avvengono soltanto fra poveri (gli unici che mostrano amicizia o affetto per il protagonista sono la servetta Maria Pia, a sua volta nei guai perché incinta di uno dei suoi "fidanzati", e l'uomo conosciuto all'ospedale, mentre – al contrario – la padrona di casa, il ricco amico incontrato per strada e il "commendatore" non accennano minimamente a volerlo aiutare). Molti degli attori, compresi i due principali (Umberto e Maria Pia) non erano professionisti. Carlo Battisti, in particolare, era un docente universitario in pensione. Il film è famoso anche per aver scatenato l'ira di Giulio Andreotti, allora sottosegretario allo spettacolo, convinto che "i panni sporchi si devono lavare in casa". Curiose alcune scene, che sembrano quasi degli "inserti" ma che aggiungono profondità all'insieme: mi riferisco a quella in cui la servetta prepara il caffè (lunga, muta, quasi alla Tsai Ming-Liang) e ai diversi incontri di Umberto con la donna che tradisce il marito, e che alla fine ritrova nel parco in compagnia del figlioletto.