Visualizzazione post con etichetta Dinosauri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dinosauri. Mostra tutti i post

18 febbraio 2023

Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966)

Un milione di anni fa (One Million Years B.C.)
di Don Chaffey – GB 1966
con Raquel Welch, John Richardson
*1/2

Visto su YouTube, per ricordare Raquel Welch.

In un mondo primitivo e selvaggio, il cavernicolo Tumak (John Richardson) è scacciato dalla sua tribù (quella delle "rocce"), ma viene accolto da un'altra (quella delle "conchiglie"), dove conosce la bella Loana (Raquel Welch). Capostipite del filone "preistorico" (anche se a tutti gli effetti è un remake di una precedente pellicola americana del 1940, "Sul sentiero dei mostri"), questo film è degno di nota per due cose soltanto: i dinosauri e/o mostri giganti realizzati in stop motion da Ray Harryhausen, e la notevole presenza di Raquel Welch in bikini di pelliccia, che divenne all'istante un sex symbol e un'icona di costume degli anni sessanta (il ruolo era stato inizialmente offerto a Ursula Andress, che lo rifiutò). Per il resto, la trama è esile e fumettistica, e la ricostruzione storica è risibile e colma di anacronismi, a cominciare dall'assurdo titolo (un milione di anni?) e dalla convivenza fra uomini e dinosauri. Parlando di quest'ultimi: oltre a un allosauro, un paio di pteranodonti, un triceratopo e un ceratosauro (che lottano fra loro), ci sono anche varie creature con fattezze di animali giganti (mostri-pesci, tartarughe, serpenti, iguane, tarantole...). Da notare il contrasto fra le due tribù: quella di Tumak (con i capelli scuri) è più violenta, quella di Loana (con i capelli biondi) più civilizzata. Il film è privo di dialoghi: a parte un narratore "documentaristico" nelle scene iniziale, tutti i personaggi si esprimono solo tramite singole parole (i loro nomi, per lo più) e suoni gutturali. Gli esterni sono stati girati alle isole Canarie. Naturalmente l'eruzione vulcanica e il terremoto nel finale sono realizzati con modellini ed effetti pionieristici (che ricordano il cinema muto dei primordi). Nonostante i suoi molti difetti, la pellicola ebbe un grande successo di pubblico, divenne un fenomeno culturale e portò alla realizzazione di seguiti, imitazioni e parodie: rivista oggi, purtroppo, sembra essa stessa una parodia (nello stile di Mel Brooks).

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

1 marzo 2021

Land of the lost (Brad Silberling, 2009)

Land of the Lost (id.)
di Brad Silberling – USA 2009
con Will Ferrell, Anna Friel
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Grazie a un "amplificatore di tachioni" da lui inventato, lo scienziato-paleontologo Rick Marshall (Will Ferrell) viaggia non tanto nel tempo quanto in una confusa dimensione parallela dove coesistono passato, presente e futuro. E in compagnia della bella assistente Holly (Anna Friel), del buzzurro Will (Danny McBride) e dell'uomo-scimmia Chaka (Jorma Taccone), dovrà vedersela con dinosauri ed extraterrestri. Ispirato all'omonima serie televisiva del 1974 (in italiano "La valle dei dinosauri"), di cui finisce però per essere la parodia, un film d'avventura demenziale, infantile e sconclusionato. Credo che Ferrell, con il suo umorismo adolescenziale e deadpan, sia uno dei comici meno divertenti che esistano al mondo: insiste sempre sullo stesso tipo di battuta (spesso a sfondo volgare, sessuale o scatologico) e non fa mai ridere. Qui si salvano la curiosa e surreale ambientazione, a metà fra un videogioco (Holly sembra Lara Croft!), "King Kong", "Il pianeta delle scimmie" e "Il mondo perduto" di Conan Doyle (hanno un loro fascino, per esempio, le scene girate nel deserto del Mojave da dove spuntano rottami di auto e frammenti di resort di lusso) e tutto sommato il recupero dell'ingenuità tipica dei film e dei fumetti d'avventura di un tempo, col merito di non prendersi mai sul serio. Ma la trama in sé è quanto di più scontato ci sia, e soprattutto le gag, appunto, sono stupide, ripetitive e poco divertenti (a meno, forse, di guardarle in compagnia di amici alla ricerca di una comicità "so bad it's good": sotto questo aspetto in effetti ha i suoi fan). Nella prima e nell'ultima scena, il giornalista televisivo Matt Lauer interpreta sé stesso.

6 gennaio 2021

Gertie il dinosauro (Winsor McCay, 1914)

Gertie il dinosauro (Gertie the dinosaur)
di Winsor McCay – USA 1914
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Per quanto possa sembrare strano, alcuni spettatori, dopo aver assistito al precedente lavoro di Winsor McCay, "How a mosquito operates" (1912), si erano convinti che il disegnatore avesse semplicemente ricalcato con il suo tratto un filmato reale (una forma di rotoscopia ante litteram!), o addirittura che la zanzara fosse mossa tramite dei fili. Per dimostrare che non era così, per il suo nuovo film McCay scelse un soggetto che era impossibile da filmare nella realtà: un brontosauro! La struttura della pellicola è la stessa delle due che l'avevano preceduta (a partire dal "Little Nemo" del 1911), vale a dire una sequenza introduttiva in live action (aggiunta in occasione della proiezione nel circuito delle sale cinematografiche), in cui McCay scommette (in questo caso con il collega George McManus, assieme al quale – e ad altri amici: il cartoonist Tad Dorgan, lo scrittore Roy McCardell e l'attore Tom Powers – si è recato in visita al museo di storia naturale di New York) di essere in grado di "riportare in vita" con la propria arte un dinosauro. Dopo sei mesi di lavoro (e 10.000 disegni su carta di riso, "ciascuno diverso dal precedente"), l'artista presenta il risultato. Assistiamo così alla sequenza animata vera e propria, in cui il dinosauro (anzi, la dinosaura: si specifica che è di sesso femminile!) Gertie esce timidamente da una grotta, in un paesaggio roccioso presso la riva di un lago, per "esibirsi" davanti al pubblico. Scodinzolando e obbedendo agli ordini di McCay come fosse una cagnolina, l'animale saluta e danza, mangia (un albero completo, comprese le radici!) e beve (l'acqua dell'intero lago!), e interagisce in vari modi con altre creature (un serpente di mare, una lucertola alata, e un mammut di nome Jumbo!). L'illustratore riscuote infine la scommessa vinta. Nonostante i limiti della tecnica (ignorando l'uso dei rodovetri, McCay è costretto a ridisegnare ogni volta anche il paesaggio circostante: in compenso fa uso per la prima volta di espedienti pratici come i keyframe e le sequenze in loop per facilitarsi il lavoro), l'animazione appare assai fluida, anche rispetto agli esperimenti precedenti, e i disegni sono chiari e realistici: il film ebbe un profondo impatto sugli spettatori e sull'industria cinematografica, ispirando numerosi studi che si lanciarono in imitazioni o in proposte più originali. Pur non trattandosi del primo cartoon della storia – anticipato in questo, oltre che dai corti precedenti di McCay, anche dai pluricitati lavori di James Stuart Blackton ("The enchanted drawing", 1900; "Humorous phases of funny faces", 1906) ed Émile Cohl ("Fantasmagorie", 1908) – è infatti quello che forse ha avuto più influenza sulla nascita del cinema di animazione americano, sia dal punto di vista commerciale che da quello stilistico. Da John Randolph Bray (il cui studio produsse una vera e propria copia di Gertie, un plagio che ancora negli anni '70 era spesso scambiato per l'originale) ai fratelli Fleischer, da Otto Messmer fino a Walt Disney, i successori di McCay ricorsero a linee chiare, tratti semplici ed alto contrasto fra bianco e nero, distanziandosi così dagli animatori europei, il cui stile era più astratto, pittorico e vario. La fama della pellicola non è mai calata nel tempo: se, come detto, non è il primo film in animazione della storia come a volte viene citato, è quasi sicuramente quello con il primo personaggio animato dotato di un nome e di una personalità (divenne così popolare che nel 1921 avrebbe dovuto essere protagonista persino di un sequel, "Gertie on tour", che McCay iniziò ma non terminò). Fra i molti omaggi ricevuti nell'immediato, vanno ricordati il dinosauro (animato a passo uno) che Buster Keaton cavalca ne "L'amore attraverso i secoli" ("Three ages", 1923) e naturalmente quelli in "Fantasia" (1940) di Walt Disney.

20 febbraio 2019

King Kong (Cooper, Schoedsack, 1933)

King Kong (id.)
di Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack – USA 1933
con Fay Wray, Robert Armstrong, Bruce Cabot
***1/2

Rivisto in divx.

"Then something went wrong
for Fay Wray and King Kong
they got caught in a celluloid jam..."

Carl Denham (Armstrong), eccentrico produttore cinematografico, guida una spedizione sulla misteriosa Isola del Teschio, lembo di terra non segnato sulle mappe, anche perché popolato da dinosauri e mostri giganti. Il re di tutti questi è Kong, colossale gorilla temuto e idolatrato dai locali indigeni, che gli dedicano sacrifici umani e pensano bene di donargli in sposa Ann Darrow (Wray), la bionda protagonista del film che Denham intendeva girare. La ragazza viene salvata dall'intrepido primo ufficiale Jack Driscoll (Cabot), e lo scimmione è catturato e condotto a New York per essere esibito nei teatri di Broadway come "ottava meraviglia del mondo". Ma riuscirà a liberarsi dalle catene che lo tenevano imprigionato (suscitando il panico fra la folla), a catturare Ann e ad arrampicarsi con lei in cima all'Empire State Building, dove sarà abbattuto dall'aviazione. Il padre di tutti i film di mostri, una pellicola seminale e influente che non solo ha generato innumerevoli imitazioni, sequel e remake (basti citare le versioni del 1976 di John Guillermin e del 2005 di Peter Jackson), ma ha creato una vera e propria icona massmediale (lo scimmione King Kong, appunto) e ha addirittura dato vita a un intero genere cinematografico di successo a livello globale (basti pensare al giapponese "Godzilla"). La sceneggiatura di James Ashmore Creelman e Ruth Rose (oltre che di Horace McCoy e Leon Gordon, non accreditati), da un soggetto del regista Cooper e di Edgar Wallace, insiste a più riprese sul tema de "La bella e la bestia": non solo Kong agisce perché invaghito della bella Ann, ma la frase finale di Denham sugella in questo modo il suo destino: "Oh, no, it wasn't the airplanes. It was Beauty killed the Beast". Il tutto rende Kong un personaggio tragico, quasi un antieroe, e non un semplice cattivo da film horror: e dunque gli spettatori arrivano a provare una certa empatia nei suoi confronti, creatura strappata al proprio mondo selvaggio per essere trasportata nella "civiltà" ed esibita come un fenomeno da baraccone (qui c'è anche una metafora dello schiavismo).

L'avvincente lungometraggio, che si dipana senza un attimo di tregua, ha tutte le stimmate dei film (o dei fumetti o romanzi) d'avventura ambientati nella giungla o in luoghi esotici, compreso qualche stereotipo coloniale. In particolare è fortemente debitore al classico racconto di Arthur Conan Doyle "Il mondo perduto", da cui provengono i dinosauri, e che pochi anni prima – nel 1925 – era stato portato sullo schermo con gli effetti speciali di Willis O'Brien, responsabile anche di quelli di "King Kong". E proprio l'eccezionale (per l'epoca) resa del gorilla gigante, modellato da Marcel Delgado e animato a passo uno, che interagisce lungamente con gli attori in carne e ossa (per non parlare degli altri mostri e dei dinosauri con i quali si batte: memorabile soprattutto lo scontro con il tirannosauro con cui si contende Ann, ma sullo schermo compaiono anche uno stegosauro, un brontosauro, uno pterodattilo, un'iguana e un serpente gigante), fu uno dei segreti dell'enorme successo del film. C'è poi la trovata di spostare, nel finale, il setting in un ambiente urbano, lasciando che lo scimmione si aggiri per le strade di New York, distruggendo treni e ferrovie e arrampicandosi sui palazzi, fino al catastrofico e celeberrimo finale sulla cima di quello che allora era il grattacielo più alto del mondo (a questo proposito, uno dei tanti lasciti del film nella cultura di massa è anche l'ispirazione per il videogioco "Donkey Kong", dal quale proviene il popolarissimo personaggio di Super Mario). Da notare che nel film non viene data nessuna spiegazione (scientifica o di altro tipo) per l'esistenza di Kong e dei dinosauri. Il fatto che lo scimmione compaia soltanto a film già inoltrato (dopo un'attesa di oltre 40 minuti) non fa altro che accrescere la suspense. Cooper e Schoedsack si divisero equamente i compiti di regia: il primo si occupò delle sequenze d'azione, il secondo di quelle di dialogo. Nel ruolo più celebre della sua carriera, Fay Wray (che aveva già lavorato con Cooper, Schoedsack e Armstrong l'anno prima ne "La pericolosa partita") divenne la prima scream queen del cinema horror. Già nove mesi più tardi, in quello stesso 1933, Schoedsack realizzava un seguito, "Il figlio di King Kong". Il film originale fu ridistribuito più volte nelle sale (fino al 1956), con varie censure, e nel 1989 venne colorizzato per la televisione.

21 dicembre 2015

La vendetta di Gwangi (J. O'Connolly, 1969)

La vendetta di Gwangi (The Valley of Gwangi)
di James O'Connolly – USA 1969
con James Franciscus, Gila Golan
**

Visto in divx.

All'inizio del novecento, un gruppo di mandriani e di artisti di un circo western scopre una valle segreta, nel deserto del Messico, in cui vivono dinosauri che avrebbero dovuto essersi estinti da cinquanta milioni di anni. Fra questi c'è Gwangi, un temibile tirannosauro, che viene catturato per essere esposto nel circo: ma l'animale fugge e semina il panico per le strade della città. Impreziosita dagli effetti speciali di Ray Harryhausen, una curiosa contaminazione fra il western e il monster movie, fortemente debitrice a "Il mondo perduto" di Arhur Conan Doyle e al primo "King Kong". Proprio all'autore degli effetti speciali di quest'ultimo film, Willis O'Brien, si deve il progetto originale, risalente però ad almeno due decenni prima. Visto che il suo maestro non era riuscito a realizzarlo (anche se nel 1956 produsse un'altra pellicola che mostrava per la prima volta cowboy alle prese con un mostro preistorico, "La valle dei disperati"), ci pensò il suo allievo Harryhausen, per l'ultima volta impegnato nell'animazione a passo uno di un dinosauro. Peccato che si fosse ormai fuori tempo massimo. Il cinema di mostri era infatti in declino (per non parlare del western, ormai in piena fase crepuscolare e revisionista) e la pellicola, nonostante le qualità tecniche (le animazioni sono fluide e la fusione con le riprese dal vivo è ben riuscita), non riscosse alcun successo, salvo essere rivalutata in seguito come cult di nicchia. Oltre al tirannosauro, Harryhausen dà vita in stop motion ad altre creature: uno pteranodonte, un ornitomimo, un iracoterio (il cavallo in miniatura), uno stiracosauro e un elefante (questi ultimi due si battono con Gwangi). L'attrice e modella israeliana Gina Golan, che dovette essere doppiata per via del suo forte accento, è qui alla sua ultima apparizione sullo schermo.

5 settembre 2015

Il mondo perduto (Harry Hoyt, 1925)

Il mondo perduto (The Lost World)
di Harry O. Hoyt – USA 1925
con Wallace Beery, Bessie Love
**1/2

Visto su YouTube.

L'irascibile professor Challenger (Wallace Beery) afferma che nel cuore dell'Amazzonia esiste un altopiano popolato da dinosauri ancora vivi e vegeti. E per dimostrarlo a un'opinione pubblica che non lo prende sul serio, organizza una spedizione nel cuore della giungla. Vi partecipano il reporter Edward Malone (Lloyd Hughes), che vuole dar prova del proprio coraggio alla fidanzata e il cui giornale sponsorizza il viaggio; la giovane Paula White (Bessie Love), che spera di trovare le tracce del padre, esploratore scomparso proprio in quella zona; il cacciatore John Roxton (Lewis Stone), in cerca di nuove prede; e il professor Summerlee (Arthur Hoyt, fratello del regista), scettico collega di Challenger. Dal romanzo d'avventura di Arthur Conan Doyle (che introduce la pellicola presentandola in prima persona agli spettatori), un film che fece furore all'epoca grazie agli avveniristici effetti speciali di Willis O'Brien, che ha animato i dinosauri con la tecnica dello stop motion. Gli spettatori, in particolare, rimasero colpiti nel vedere mostri apparentemente giganteschi lottare fra di loro e condividere le stesse inquadrature degli attori umani, qualcosa che non era mai stato fatto in precedenza su così larga scala. Diverse sequenze, fra cui quella nel finale dove il brontosauro semina il panico fra le strade di Londra, anticipano il "King Kong" di Cooper e Schoedsack, i cui effetti speciali saranno sempre realizzati da O'Brien. Ma gli saranno debitori anche i lavori di Ray Harryhausen (che riteneva O'Brien il proprio maestro) e tutti i film di dinosauri successivi, da "Godzilla" a "Jurassic Park" (il cui secondo capitolo gli rende omaggio sin dal sottotitolo, "Il mondo perduto" appunto). Fra le specie animate si riconoscono allosauri, brontosauri, triceratopi, stegosauri, tirannosauri e pterodattili. Rifatto nel 1960 (con lucertole "truccate" da dinosauri!) e più volte dagli anni novanta in poi.

28 gennaio 2013

King Kong (Peter Jackson, 2005)

King Kong (id.)
di Peter Jackson – USA 2005
con Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Peter Jackson aveva desiderato per tutta la vita di realizzare un remake di “King Kong”, il classico film del 1933 che più di ogni altro, da bambino, l’aveva fatto innamorare del mondo del cinema. E l’occasione si è finalmente presentata dopo il successo della saga de “Il Signore degli Anelli”, quando – forte degli stratosferici incassi e dei numerosi premi vinti con la trilogia tolkieniana (compreso l’Oscar come migliore regista) – ha facilmente trovato uno studio che gli finanziasse il suo progetto più caro. La nuova versione del classico di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack (la terza, visto che già nel 1976 era uscito un primo remake, quello prodotto da Dino De Laurentiis con Jessica Lange come protagonista e gli effetti speciali di Carlo Rambaldi) si basa fedelmente sulla sceneggiatura originale, ma può contare su moderni effetti digitali e sull’incontenibile entusiasmo di Jackson, che non si è certo trattenuto dall’allungare a dismisura le scene ambientate sull’Isola del Teschio, dove i nostri eroi se la devono vedere non solo con lo scimmione gigante ma anche con dinosauri, ragni, insetti e mostri di ogni tipo. Pur divertenti (ma a tratti eccessivamente spinte sul versante del grottesco: vedi la fuga “videogiocosa” dai dinosauri che rotolano lungo la scarpata) e reminescenti del periodo horror del regista (le sequenze con gli insetti giganti), le parti centrali sono soltanto un collante fra quelle che meglio definiscono l’anima del film: l’incipit, in cui – sullo sfondo della grande depressione – l’ambizioso e opportunista regista Carl Denham (Jack Black) e il sensibile sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) scritturano la giovane attrice Ann Darrow (Naomi Watts) e partono per girare un kolossal su una misteriosa isola nemmeno segnata sulle mappe, dove – a loro insaputa – vivono mostri e animali giganti; e soprattutto il finale, in cui la colossale scimmia (realizzata con la tecnica del motion capture a partire dalla recitazione di Andy Serkis, già “interprete” di Gollum nella saga tolkieniana), catturata dall’equipaggio della nave guidata dal capitano Englehorn (Thomas Kretschmann), viene condotta a New York per essere esposta nei teatri di Broadway come un fenomeno da baraccone, ridotta in catene come uno schiavo (mentre un tempo era il “re” della propria isola). Liberatasi, correrà alla ricerca della donna che ha rapito il suo cuore (le scene della scimmia e della Watts che si concedono una passeggiata romantica a Central Park, con tanto di pattinata sul ghiaccio come in ogni film sentimentale che si rispetti, sono al tempo stesso commoventi e grottesche, forse una delle intuizioni migliori della pellicola) e si perderà per causa sua, venendo colpita dagli aerei dopo essere salita in cima all'Empire State Building. “La bella ha ucciso la bestia”, la frase che conclude il film, è la stessa con cui terminava anche la versione degli anni trenta (ma qua e là non mancano diversi altri riferimenti all’originale). Anche se appare a tratti poco equilibrato, tra eccessi di gigantismo, scene d’azione fuori controllo e personaggi non sempre caratterizzati con sufficiente cura (ma anche gli attori non sembrano sempre convinti dei propri ruoli), il film non può che lasciare ammirati per l’amore di Jackson verso un tipo di cinema oggi quasi scomparso: pur attraverso i moderni effetti digitali, si intravede tutto l’affetto per il lato più artigianale e “popolare” della settima arte.

26 maggio 2011

The tree of life (Terrence Malick, 2011)

The tree of life (id.)
di Terrence Malick – USA 2011
con Brad Pitt, Jessica Chastain
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Una religiosissima famiglia del midwest texano è scossa dalla perdita di uno dei figli. Ai giorni nostri, il primogenito Jack riuscirà a ritrovare la pace interiore e a recuperare il rapporto con la bellezza (interiore ed esteriore) e con i genitori. La sensazione di trovarsi di fronte a pura fuffa new age sorge dopo pochi minuti di pellicola, e per tutte le quasi due ore e mezza di visione sarà difficile liberarsene, nonostante il tentativo di scoprirci dentro chissà quali significati oltre a quelli suggeriti dalla citazione iniziale del Libro di Giobbe. Il documentario in stile Discovery Channel sui dinosauri, che irrompe inatteso dopo qualche scena, e la surreale (e banalissima) sequenza finale con Sean Penn nei panni di un Jack adulto che ritrova i genitori e gli altri personaggi della sua infanzia sulle rive di un immenso mare/limbo (che pare uscito da un pilot de "Il fiume della vita" di Philip J. Farmer) non aiutano di certo. Per fortuna la parte centrale della pellicola, quella che racconta più concretamente l'infanzia del protagonista negli anni '50, offre qualche appiglio al povero spettatore che da un film chiede qualcosa di più che un videoclip di belle immagini e un concentrato teosofico-spirituale di aria fritta. Il difficile rapporto di Jack con un padre severo e dittatore, i suoi tentativi di ribellione, la scoperta della bellezza e delle brutture del mondo, e i giochi con i fratelli e gli altri bambini del vicinato riescono parzialmente a tenere desta l'attenzione, grazie anche al piccolo interprete (Hunter McCracken) e pur con qualche lungaggine di troppo, ma senza dire nulla di veramente originale o sconvolgente. Malick, che per gran parte del film gira fastidiosamente con la camera a mano e in movimento, gioca a fare il Tarkovskij (l'acqua, la memoria) e il Kubrick (negli effetti speciali è coinvolto pure il Douglas Trumbull di "2001"), ma non ha né la profondità psicologica del primo, né il rigore formale del secondo.

17 maggio 2008

Allegro non troppo (B. Bozzetto, 1977)

Allegro non troppo
di Bruno Bozzetto – Italia 1977
con Maurizio Nichetti, Maurizio Micheli
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD.

Usare i cartoni animati per illustrare la musica classica è sempre stata un'aspirazione di tutti gli animatori dotati di una certa “fantasia”. E cosa importa se ci aveva già pensato prima un certo Frisney... Pisney... Grisney...? Con il suo lungometraggio più celebre e popolare – e con la collaborazione di alcuni fra i migliori artisti e disegnatori italiani dell'epoca (Giuseppe Laganà, Walter Cavazzuti, Giovanni Ferrari, Guido Manuli...) – Bruno Bozzetto ha creato un'opera ironica e diseguale ma a tratti davvero affascinante, che regge assolutamente il confronto con l'illustre precedessore anche se non intende certo ricalcarne lo stile. Le sei sequenze animate (sette, se si conta anche il grottesco finale) sono introdotte e inframmezzate da scene con attori in carne e ossa, girate in un bianco e nero espressionista e ricche di toni surreali, nelle quali vediamo il produttore del film (Micheli) alle prese con l'organizzazione dello spettacolo: c'è un'orchestra composta da vecchiette decrepite, un burbero direttore spagnolo (Nestor Garay), una giovane sguattera (Maria Luisa Giovannini, alla sua prima e unica apparizione sullo schermo) e soprattutto un povero artista (Nichetti), schiavizzato e costretto a realizzare in tempo reale i disegni animati mentre l'orchestra sta suonando. Le gag di questi spezzoni live, ambientati sul palcoscenico del teatro Donizetti di Bergamo, spaziano dalla parodia felliniana ai dispetti in stile Stanlio e Ollio, ma naturalmente l'interesse principale del film sta nei segmenti animati, che presentano una notevole varietà di stili e atmosfere. Più che rappresentare graficamente la musica (come capitava nei pezzi più astratti di “Fantasia”), a Bozzetto interessa raccontare storie che abbiano i brani come sfondo. Nel Preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy, un anziano satiro tenta inutilmente di correre ancora dietro alle giovani ninfe. La Marcia slava n. 7 di Dvořák è un divertente inno contro il conformismo. Il Bolero di Ravel (il segmento più ambizioso e più famoso del film) mostra l'evoluzione della vita (sulla Terra?) a partire da una bottiglietta di Coca-Cola abbandonata da un astronauta. Nel Valzer triste di Sibelius, un gatto malnutrito si aggira fra le rovine di un palazzo distrutto, ricordando con nostalgia la vita, gli oggetti e le persone che un tempo lo abitavano. Nel Concerto in do maggiore di Vivaldi, un'ape intenta ad abbuffarsi di polline viene disturbata da una coppia che amoreggia sull'erba. Nell'Uccello di fuoco di Stravinsky, infine, non essendo riuscito a tentare Adamo ed Eva, il serpente dell'Eden mangia la mela lui stesso e piomba nell'inferno del mondo moderno e del consumismo. Il mio episodio preferito è quello di Sibelius (impossibile trattenere le lacrime di fronte alle immagini melanconiche e nostalgiche del gatto), ma mi piacciono molto anche quelli di Ravel (che con i suoi dinosauri può ricordare La sagra della primavera di “Fantasia”) e di Dvořák (l'episodio in stile Bozzetto più puro).

20 agosto 2007

Il risveglio del dinosauro (E. Lourie, 1953)

Il risveglio del dinosauro (The beast from 20.000 fathoms)
di Eugene Lourie – USA 1953
con Paul Hubschmid, Paula Raymond
**

Visto in divx alla Fogona.

Primo film di un mini-ciclo che ho dedicato a Ray Harryhausen, leggendario artigiano degli effetti speciali, amato e idolatrato fra gli altri da Peter Jackson e Tim Burton, e responsabile di affascinanti e ingenui b-movie a base di mostri e astronavi.

Un'esplosione atomica sperimentale al circolo polare artico risveglia un dinosauro rimasto imprigionato fra i ghiacci da cento milioni di anni. Un fisico nucleare, unico superstite ad aver visto il mostro, non viene inizialmente creduto, ma con l'aiuto di un paleontologo e della sua bella assistente riesce a convincere i militari del pericolo appena prima che il dinosauro raggiunga New York e semini panico e distruzione in città. Ispirato da una storia di Ray Bradbury, è un film avventuroso e catastrofico dove gli scienziati, per una volta, sono protagonisti in positivo e dove il pericolo proviene dal passato e non dal futuro. Anzi, proprio un proiettile radioattivo (sparato da un giovane Lee Van Cleef) si rivela l'arma migliore per eliminare il mostro e i germi di cui è portatore. La pellicola deve gran parte del suo fascino agli effetti di Harryhausen, che anima il mostro a passo uno in sequenze che oggi forse possono sembrare un po' ridicole, ma che a quei tempi devono aver avuto un grande impatto sul pubblico. Degno di nota anche un combattimento sottomarino fra un polpo gigante e uno squalo. Il film ispirò probabilmente un altro celebre mostro, Godzilla, che sarebbe nato in Giappone l'anno seguente, ma prende spunto a sua volta da "King Kong" e da "La cosa da un altro mondo". Ma il regista non è Hawks né Tourneur: i personaggi non vengono particolarmente approfonditi e il mostro è esibito quasi subito, azzerando la suspense.