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2 agosto 2023

I misteri di un'anima (G. W. Pabst, 1926)

I misteri di un'anima (Geheimnisse einer Seele)
di Georg Wilhelm Pabst – Germania 1926
con Werner Krauss, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Rimasto scosso dalla notizia di un omicidio avvenuto nella casa accanto (una donna uccisa con un rasoio), un uomo (Werner Krauss) inizia ad avere strani incubi, costellati da misteriose visioni. E in concomitanza con il ritorno dall'Oriente del suo più caro amico d'infanzia (Jack Trevor), nonché cugino della moglie (Ruth Weyher), scopre di avere il terrore di impugnare un coltello o una lama affilata, provando l'irresistibile impulso di usarli per uccidere proprio la consorte. Fugge così di casa, incontrando per caso un medico (Pavel Pavlov) che si offre di aiutarlo usando un nuovo metodo messo a punto da poco, la "psicoanalisi". Nel corso di una serie di sedute, il dottore riuscirà infatti a scoprire il motivo delle pulsioni alla base del trauma del protagonista. Per quanto non privo di ingenuità (il cartello iniziale recita "In ogni uomo ci sono desideri e passioni inconsci. Dal loro tentativo di emergere possono derivare misteriose malattie. La psicoanalisi le cura."), uno dei primi film a mettere in scena in maniera realistica e scientifica le teorie e i metodi della nuova disciplina di analisi del profondo. Il protagonista, un chimico viennese, ama la moglie ma vede irrazionalmente nel cugino una "minaccia" al loro matrimonio, nonché la causa del fatto che non abbiano figli. E le immagini surreali del sogno acquistano il loro reale significato solo quando vengono rielaborate e descritte dallo psichiatra, che analizzandole le riconduce a esperienze, paure e umiliazioni passate. Ovviamente basta ricordare traumi e sogni, ovvero portare le immagini fuori dall'inconscio, e si guarisce di colpo. Il produttore del film, Hans Neumann, avrebbe voluto direttamente Sigmund Freud come consulente scientifico per la pellicola, ma lui rifiutò, e allora si rivolse a due suoi allievi, Karl Abraham e Hanns Sachs, citati nei titoli di testa.

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

7 luglio 2021

Girandola (Mark Sandrich, 1938)

Girandola (Carefree)
di Mark Sandrich – USA 1938
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**

Rivisto in divx.

Per scoprire come mai la sua fidanzata Amanda (Ginger Rogers) sia così refrattaria al matrimonio, il belloccio Stephen (Ralph Bellamy) la manda in cura dal suo miglior amico, lo psicanalista Tony (Fred Astaire). Naturalmente i due, dopo le iniziali incomprensioni, si innamoreranno. L'ottavo film "classico" (ovvero in chiave di commedia screwball) della coppia Astaire/Rogers, nonché il quinto e ultimo diretto da Mark Sandrich, è anche uno dei più fiacchi. La sceneggiatura – la "solita" commedia degli equivoci all'acqua di rose, garbata e non particolarmente memorabile – è piuttosto deboluccia, e anche la satira della psicanalisi è generica e spuntata. Se la pellicola si lascia guardare con piacere è dunque soltanto – ovviamente – per i numeri di ballo, benché pure questi siano pochi e non all'altezza delle pellicole precedenti: da segnalare giusto la sequenza del sogno di Amanda ("I Used to Be Color Blind", girata con l'effetto ralenti per simulare l'atmosfera onirica, al termine della quale Fred e Ginger si concedono un raro bacio sullo schermo, quasi in risposta ai critici che ne avevano sottolineato la mancanza nei film precedenti), la danza nel ristorante (anticipata dalla canzone "The Yam", cantata da Amanda) e quella nel finale in cui lui cerca di dis-ipnotizzare lei (con la canzone "Change Partners", candidata all'Oscar). Musiche e canzoni sono di Irving Berlin, che – a parte la suddetta "Change Partners" – le compose in pochi giorni. Del gruppo di comprimari fanno parte Luella Gear (la zia Cora) e Jack Carson (Connors, l'assistente di Tony).

13 gennaio 2021

Transfer (David Cronenberg, 1966)

Transfer
di David Cronenberg – Canada 1966
con Mort Ritts, Rafe Macpherson
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Uno psicanalista megalomane ed eccentrico, fuggito a vivere in campagna perché nauseato dal proprio lavoro ("La comunicazione è il peccato originale"), è raggiunto da un suo ex paziente, Ralph, ossessionato da lui e che vorrebbe ricominciare le sedute. Ambientato all'aperto in un campo innevato, vicino a una fattoria, questo breve cortometraggio di 7 minuti non sarebbe niente più di una curiosità, se non fosse la prima fatica registica di David Cronenberg, ai tempi studente di lettere all'Università di Toronto. Ma a parte il bizzarro spunto, con personaggi dal comportamento infantile e dialoghi surreali, c'è poco da interessante o di notevole in quello che è a tutti gli effetti un sketch amatoriale. Cronenberg firmerà un altro corto nel 1967 ("From the drain") per dedicarsi poi ai suoi primi lungometraggi underground ("Stereo" nel 1969 e "Crimes of the future" nel 1970).

17 luglio 2020

Ciao pussycat (Clive Donner, 1965)

Ciao pussycat (What's new pussycat)
di Clive Donner – USA/Francia 1965
con Peter O'Toole, Peter Sellers
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Il britannico Michael James (Peter O'Toole), redattore per una rivista di moda a Parigi, esita a sposarsi con la sua eterna fidanzata Carole (Romy Schneider) perché non vuole rinunciare alle avventure quotidiane con le numerose altre donne che gli girano attorno (e che chiama tutte con il vezzegiativo “Pussycat”). Fra queste: la spogliarellista Liz (Paula Prentiss), perennemente depressa e incline al suicidio; la ninfomane Renée (Capucine), paziente dello psicanalista Fritz Fassbender (Peter Sellers), a sua volta ossessionato dal sesso e geloso dei successi di Michael; e la paracadutista Rita (Ursula Andress), che gli piomba giù letteralmente dal cielo. Pochade scollacciata che ha i suoi pregi essenzialmente nel gruppo di interpreti, fra i quali spicca Woody Allen, autore anche della sceneggiatura, alla sua prima esperienza nel cinema (prima di esordire l'anno successivo anche alla regia) nei panni di Victor, l'amico imbranato di Michael e Carole (battuta cult: "Ho trovato lavoro in un locale di striptease, aiuto le ragazze a spogliarsi e a vestirsi. 24 franchi a settimana" - "Non sono molti" - "Beh, è quanto posso spendere..."). Nel complesso una farsa di scarso valore che ironizza sulle dipendenze sessuali ma anche (e soprattutto) sulla psicanalisi, leitmotiv di tutto il cinema di Allen, con Sellers nei panni di un terapeuta che ha più problemi dei suoi stessi pazienti. Camei di Richard Burton e Françoise Hardy. Il tema musicale, cantato da Tom Jones, è di Burt Bacharach. Inizialmente i protagonisti avrebbero dovuto essere Warren Beatty e Groucho Marx.

4 luglio 2018

Confusi e felici (M. Bruno, 2014)

Confusi e felici
di Massimiliano Bruno – Italia 2014
con Claudio Bisio, Anna Foglietta
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Lo psicoanalista romano Marcello (Claudio Bisio) piomba nella depressione quando gli viene diagnosticata una grave malattia agli occhi, una maculopatia che lo renderà cieco nel giro di pochi mesi. Su suggerimento della sua segretaria Silvia (Anna Foglietta), saranno i suoi stessi pazienti – lo spacciatore Nazareno (Marco Giallini), in preda ad attacchi di panico anche per via di un figlio in arrivo; il telecronista sportivo Michelangelo (Rocco Papaleo), soggetto a scatti d'ira per via del tradimento della moglie; l'autista di bus Pasquale (lo stesso regista Bruno), eterno bambino e dipendente dalla madre; la ninfomane Vitaliana (Paola Minaccioni); la coppia formata da Enrico (Pietro Sermonti) e Betta (Caterina Guzzanti), coniugi con problemi di sesso – a coalizzarsi per cercare di risollevargli il morale e a fargli vincere le sue paure, compresa quella di sottoporsi a una pericolosa operazione che potrebbe salvargli la vista. E nel frattempo, naturalmente, anche i pazienti sapranno superare i propri problemi grazie a questa "terapia di gruppo". I personaggi discretamente abbozzati (benché un po' macchiettistici) e un certo pathos di fondo sono i punti di forza di una commedia non del tutto scontata e con alcuni buoni momenti, ma complessivamente di stampo televisivo, con una sceneggiatura sfilacciata e non proprio indimenticabile. Breve cameo per Max Gazzè, Niccolò Fabi e Daniele Silvestri nella scena della serenata.

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non... ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta sul compagno le proprie ossessioni relative al sesso e alla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

25 marzo 2018

Sheikh Jackson (Amr Salama, 2017)

Sheikh Jackson
di Amr Salama – Egitto 2017
con Ahmed El Fishawy, Ahmed Malek
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa e Patrizia,
in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

La notizia della morte di Michael Jackson, di cui era stato un grande fan da adolescente, fa piombare in crisi spirituale (e non solo) un giovane imam, che inizia a dubitare della propria fede. Gli incubi e l'ossessione per la morte lo portano da una psicoanalista, davanti alla quale rievocherà il proprio passato e in particolare il difficile rapporto con il padre. E alla fine riuscirà finalmente ad accettare sé stesso, riappacificandosi con il genitore e cessando di rinnegare una parte di sé. Etichettato come una commedia (e in effetti non mancano scene surreali o momenti divertenti: si pensi alle "apparizioni" di Michael Jackson a disturbare il protagonista durante le preghiere, o all'anello elettronico con cui tiene il conto dei peccati e delle buone azioni commesse), questo insolito film (campione d'incassi in Egitto, nonostante un soggetto che potrebbe sembrare quantomeno poco ortodosso da un punto di vista religioso) è una lunga riflessione di un personaggio che cerca di conciliare e rimettere insieme le diverse parti di sé, a cominciare dalla propria identità. Il suo vero nome Khaled, infatti, non viene quasi mai usato: i compagni di classe lo prendono in giro con un nomignolo dispregiativo, lui stesso si ribattezza Jackson per far colpo su una ragazza (a sua volta appassionata del cantante) di cui è innamorato, e da adulto a un certo punto perde pure la carta d'identità. La via d'uscita, come sempre, sta nella sincerità e nel bandire le ipocrisie (per esempio, non vietando alla figlia di seguire le proprie passioni, a differenza di quello che il padre aveva fatto con lui). Nonostante i numerosi riferimenti e le tante citazioni visive, nella pellicola non è presente alcun brano del cantante.

11 aprile 2017

Lasciati andare (Francesco Amato, 2017)

Lasciati andare
di Francesco Amato – Italia 2017
con Toni Servillo, Veronica Echegui
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Elia Venezia (un Servillo per una volta prestato alla commedia), psicoanalista ebreo di mezza età, è annoiato dalla vita, tiene tutto e tutti a distanza, e pare completamente indifferente a ciò che lo circonda. E questo si aggiunge agli altri tratti negativi che ormai lo caratterizzano: è infatti pigro, caustico, goloso, indolente, passivo, egoista, tirchio, incapace di smuovere un'esistenza che ruota ancora intorno alla (ex) moglie (Carla Signoris), che abita nell'appartamento a fianco e da cui continua a dipendere, anche sentimentalmente, senza però volerlo ammettere. Quando, per problemi di salute, viene convinto a frequentare una palestra, fa la conoscenza di Claudia (Echegui), giovane e spigliata personal trainer spagnola con un background avventuroso. E la reciproca frequentazione (la trainer dovrebbe allenare il corpo dell'uomo, lo psicanalista fare chiarezza nella mente della ragazza) non farà che del bene a entrambi. Lo spunto alla base del film è il più semplice che si può, ed evidentemente troppo esile (e stereotipato) per costruirci sopra un intero lungometraggio: ecco dunque che, nella seconda parte, deve essere "rimpolpato" con una trama più movimentata, che coinvolge uno degli ex di Claudia, Ettore (l'ottimo Luca Marinelli), uno scalcinato ladro di gioielli che vorrebbe sfruttare le doti di ipnotista di Elia per riuscire a ricordare dove ha nascosto il malloppo... Se l'originalità non è il suo forte, il film ha però il merito di non perdere mai la briosa vivacità che lo caratterizza, e tutto sommato riesce a divertire fino alla fine grazie al ritmo frenetico, a battute piacevoli (le migliori: quella su Winnicott, confuso da Claudia con Winny the Pooh, e quella di Ettore sul nome della bambina) e personaggi simpatici (Servillo è il mattatore, ma anche i comprimari fanno la loro parte). Piccoli ruoli per Giacomo Poretti (uno dei pazienti di Elia), Giulio Beranek (il calciatore gay) e Vincenzo Nemolato (il ladro ucraino). Nella colonna sonora, la mozartiana "Non più andrai, farfallone amoroso".

24 settembre 2011

A dangerous method (D. Cronenberg, 2011)

A dangerous method (id.)
di David Cronenberg – Canada/Germania 2011
con Michael Fassbender, Keira Knightley
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Sabina Spielrein, russa di origine ebrea, fu paziente (e amante) di Carl Gustav Jung e poi corrispondente e allieva di Sigmund Freud. Divenne in seguito una delle prime donne psicoanaliste: la storia della sua vita si intreccia dunque inesorabilmente con quella della psicoanalisi, che proprio negli anni precedenti alla prima guerra mondiale stava muovendo i suoi primi passi. Tratta dal testo teatrale "The talking cure" di Christopher Hampton (da lui stesso adattata per il cinema), la pellicola utilizza proprio la figura della Spielrein come filo conduttore per raccontare l'incontro, la collaborazione e poi i contrasti fra i due massimi teorici dell'analisi dell'inconscio: Freud (interpretato da un controllato Viggo Mortensen, al suo terzo film consecutivo con Cronenberg), fondatore della disciplina, e il più giovane Jung (un somigliantissimo Michael Fassbender), a lungo considerato il suo "erede" e successore designato, prima che profonde divergenze di varia natura li portassero a prendere strade diverse (Jung rimproverava a Freud l'ostinazione a interpretare ogni elemento da un punto di vista sessuale, nonché la visione dell'incoscio come un semplice "deposito" di emozioni e desideri repressi, mentre il pragmatismo di Freud mal tollerava il tentativo di Jung di allargare la psicoanalisi allo studio di funzioni più trascendenti, agli archetipi e a un'energia psichica più generalizzata). Ben documentato e attento ai particolari storici e biografici (molti episodi sono riproposti con estrema fedeltà: il primo colloquio fra Freud e Jung, che durò quasi tredici ore; la reticenza di Freud a raccontare un suo sogno a Jung durante il viaggio in nave verso gli Stati Uniti per "non mettere a repentaglio la propria autorità"; e si cita di sfuggita persino la diatriba sul nome da dare alla disciplina: "psicanalisi" per Jung, "psicoanalisi" per Freud), il film è sicuramente interessante ma non riesce mai a decollare. A tratti si ha l'impressione che Cronenberg e Hampton si siano limitati a svolgere un "compitino" senza particolare creatività, soprattutto se lo si confronta con pellicole come "Amadeus" che, pur non rinunciando ai dettagli storici, si prendevano enormi libertà per raccontare non solo le vite dei personaggi ma per darne anche un'interpretazione artistica, offrendo "qualcosa di più" di quello che può essere trovato semplicemente leggendo una biografia o una voce enciclopedica. Qui, a parte alcuni momenti (quelli della relazione con venature masochistiche fra Sabina e Jung, per esempio), la narrazione rimane freddina e i protagonisti non prendono mai davvero vita. Fortunatamente la regia solida e le buone prove degli attori (anche se Keira Knightley tende un po' a esagerare nella sua recitazione) rendono comunque piacevole la visione. Alla fine il personaggio che rimane più impresso è forse quello dell'eccentrico Otto Gross, interpretato da Vincent Cassell, che pur essendo solo un comprimario in una breve sequenza, risulta simpatico e memorabile. La vita di Sabina Spielrein e la sua turbolenta relazione con Jung sono al centro anche di un altro film recente, "Prendimi l'anima" di Roberto Faenza, che non ho ancora visto. Curiosità: uno psicoanalista era al centro anche del primissimo lavoro di Cronenberg, il cortometraggio amatoriale "Transfer", girato quando il regista era solo uno studente.

21 aprile 2011

Habemus papam (N. Moretti, 2011)

Habemus papam
di Nanni Moretti – Italia 2011
con Michel Piccoli, Nanni Moretti
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Appena eletto dai cardinali riuniti in conclave, e prima ancora che il suo nome venga annunciato in pubblico, il nuovo papa (Michel Piccoli) ha una crisi di panico, si rifiuta di apparire sul palco per salutare i fedeli e scopre di non sentirsela di accettare la responsabilità del nuovo ruolo. Per risolvere il problema viene convocato in gran segreto uno psicanalista (Nanni Moretti), ma nemmeno lui può aiutarlo a vincere le proprie paure, anche perché la solennità del luogo, la diffidenza e l'ingerenza dei prelati gli impediscono di imbastire una vera terapia. Mentre gli altri cardinali (e con loro il terapeuta) sono costretti a rimanere chiusi nelle sale del Vaticano senza poter comunicare con l'esterno fino a quando la "crisi" non sarà superata, il neo pontefice – fuggito dalla sorveglianza delle guardie svizzere e dalle pressioni del portavoce del Vaticano (Jerzy Stuhr) – vaga da solo per la città di Roma alla ricerca di sé stesso, aggrappandosi all'amore giovanile per il teatro (un riferimento a Karol Wojtyla?) e frequentando una compagnia di attori impegnati in una rappresentazione di Cechov (curioso, a tal proposito, che un tempo proprio questa professione era considerata abominevole dalla chiesa, al punto che gli attori erano una delle categorie di persone – come i suicidi, per esempio – cui erano proibite le onoranze funebri o la sepoltura in terra consacrata). Il nuovo lungometraggio di Nanni Moretti, uscito cinque anni dopo "Il caimano", non è tanto un film sulla fede (quella del protagonista non è mai in bilico) quanto – proprio come il precedente – sul potere: e affronta il tema della paura del mutamento e della fuga dalle responsabilità da un punto di vista davvero inedito, grazie a un buon Piccoli perfettamente credibile nella parte dell'uomo in preda ai dubbi, consapevole che sono necessari "grandi cambiamenti" (e che dunque ci sia bisogno di un papato tutt'altro che conservatore) ma incapace di accettare un compito così gravoso: un sentimento non soltanto suo, peraltro, vista la scena d'apertura in cui praticamente tutti i cardinali, pregando fra sé e sé, chiedono a Dio di non essere scelti per salire al soglio pontificio. Il tono generalmente macchiettistico con cui vengono ritratti i clericali (infantili, rimbambiti, litigiosi, dipendenti dai farmaci, legati a un passato ormai superato: "Palla prigioniera non esiste più da cinquant'anni!") li mostra come dei simpatici bambinoni che vivono fuori dal mondo e senza un reale contatto spirituale con le persone – per lo più giovani – che all'esterno attendono trepidanti l'annuncio del nome del nuovo papa, nella speranza di una presa di coscienza che il mondo sta cambiando ("Todo cambia", canta infatti Mercedes Sosa). La pellicola convince meno quando invece è di scena Moretti stesso, in un ruolo come sempre sovracaricaturale: di fatto fra lui e il papa non c'è un vero rapporto (a parte il breve incontro iniziale, i due personaggi non si incrociano più per il resto del film) e lo psicanalista rimane una figura marginale nell'economia della pellicola, protagonista di sequenze come il torneo di pallavolo fra i cardinali che francamente lasciano il tempo che trovano, anche se comunque in linea con la cinematografia morettiana precedente (lo sport, la competitività, l'autocentrismo). Ma anche il personaggio interpretato da Margherita Buy, moglie separata di Moretti e a sua volta psicanalista, è un po' sacrificato. Memorabile, in ogni caso, il finale.

7 dicembre 2010

The ward (John Carpenter, 2010)

The ward - Il reparto (John Carpenter's The Ward)
di John Carpenter – USA 2010
con Amber Heard, Lyndsy Fonseca
**1/2

Visto al cinema Massimo di Torino, con Giovanni e Rachele, in originale con sottotitoli (Torino Film Festival).

Kristen, una ragazza ribelle e dal passato misterioso, viene rinchiusa nel reparto speciale di un ospedale psichiatrico (siamo negli anni sessanta), quasi una sorta di prigione, insieme ad altre quattro giovani donne. Ma qui, oltre a progettare la fuga e a difendersi dalle crudeltà di medici e sorveglianti, dovrà vedersela con il fantasma di una delle precedenti ospiti che intende vendicarsi di tutte le ragazze ricoverate, uccidendole una a una. E scoprirà che la cosa la riguarda più da vicino di quanto avesse immaginato. Nove anni dopo "Fantasmi da marte", Carpenter torna al cinema con un horror di impostazione classica, forse non molto originale per temi e contenuti ma sicuramente efficace nel mantenere costantemente alta la tensione per l'intera durata della pellicola e nel mettere paura nei momenti giusti, grazie al sapiente uso di tutti i "trucchi del mestiere" per far sobbalzare gli spettatori nelle poltrone. I colpi di scena nel finale, benché preannunciati da numerosi indizi, sorprendono e riescono a spiegare in maniera coerente tutta la vicenda. Nulla di nuovo, ma girato benissimo e con un interessante cast di giovani attrici semisconosciute (oltre alla protagonista Amber Heard, le altre ragazze sono Danielle Panabaker, Lyndsy Fonseca, Mamie Gummer, Laura-Leigh e Mika Boreem). L'unico ruolo maschile di rilievo, oltre al sorvegliante D. R. Anderson, è quello di Jared Harris nei panni del medico.

19 settembre 2010

Surviving life (Jan Švankmajer, 2010)

Sopravvivere alla propria vita (Prežít svuj život)
di Jan Švankmajer – Repubblica Ceca 2010
con Václav Helšus, Klára Issová
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Lucia.

Švankmajer in persona, il maestro dell'animazione a passo uno che a 76 anni non ha certo perso lo smalto o la voglia di giocare, introduce il film (con un voice over in italiano!) giustificando agli spettatori la scelta della tecnica usata per esigenze di risparmio economico: un misto di riprese dal vero e di paper cut out, che consiste nell'animare fotografie o figure di carta ritagliate, la stessa tecnica utilizzata spesso da Terry Gilliam nei film dei Monty Python e che consente di creare grotteschi ibridi fra uomini e animali, di alterare spazi e proporzioni, e di costruire una dimensione onirica e simbolica. Allo stesso tempo, il regista sminuisce con molta modestia lo spessore di quella che definisce una "commedia psicanalitica", la cui idea gli è stata ispirata da un sogno del quale ha provato a immaginare il prosieguo e la conclusione. E invece questo divertissement su un uomo, Evžen, che cerca disperatamente di fuggire dalla propria vita grigia rifugiandosi in un sogno in cui frequenta una donna bellissima (vestita di rosso sangue e dai nomi sempre diversi), è tutt'altro che banale o approssimativo, e si diverte a giocare con ironia sui luoghi comuni della psicoanalisi. Divertentissimi, fra le altre cose, i due ritratti di Freud e di Jung, appesi nello studio dell'analista da cui si reca Evžen, che si fanno i dispetti e si prendono addirittura a cazzotti fra loro! Fra complessi di Edipo irrisolti, problemi famigliari e molto altro, il nostro protagonista troverà un modo per fare a suo piacimento la spola fra il sogno e il mondo reale, e scoprirà parecchie cose sul proprio passato, su sua madre e su suo padre. Lo stile, surreale e semplice ma coerente, è sorretto da un'esecuzione impeccabile ed è adattissimo a un racconto che fonde continuamente sogno e realtà, i drammi dell'inconscio e l'umorismo visionario, senza mai perdere il gusto dell'invenzione.

16 maggio 2010

Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979)

Stalker (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1979
con Aleksandr Kajdanovskij, Anatolij Solonitsyn
****

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni, Rachele, Ginevra ed Eleonora.

In seguito alla caduta di un meteorite, una gigantesca regione denominata "la Zona" – ora disabitata – viene dichiarata off limits. L'esercito ne sorveglia i confini, vietando l'accesso a chiunque, anche perché al suo interno si verificano fenomeni misteriosi e chi vi si inoltra non fa più ritorno. Ma alcune guide che operano illegalmente, i cosiddetti "stalker", possono accompagnare chi ne ha più bisogno fino alla stanza che si trova al centro della Zona e che ha il potere di far avverare i desideri più segreti, profondi e inconsapevoli. Pochi però hanno il coraggio di entrarvi: esemplare è il caso di un uomo che era giunto fin lì per salvare la vita del fratello e si era invece ritrovato immensamente ricco, rendendosi così conto della propria natura egoistica. Adattando a modo suo un racconto dei fratelli Arkadj e Boris Strugatskij ("Picnic sul ciglio della strada"), Tarkovskij torna alla fantascienza sette anni dopo "Solaris" con un film simbolico e profondo, stilisticamente costruito su long takes e lenti movimenti di camera e ambientato in un "non luogo" fatto di campi incolti, case diroccate o allagate, cunicoli, rovine, natura selvaggia e acquitrini, evidente metafora del viaggio nel proprio inconscio. Come uno psicanalista, lo stalker guida i suoi clienti (individui infelici o alla ricerca di una maggior consapevolezza di sé) in un territorio ostile e ambiguo, dove la strada più corta non è mai quella diretta, per procedere occorre affidarsi agli istinti e alle intuizioni (il lancio dei dadi), gli scenari e gli ambienti mutano in continuazione a seconda degli stati d'animo, ed è pericoloso inoltrarsi armati o con intenzioni distruttive. I due personaggi senza nome che assoldano il protagonista per farsi condurre fino alla stanza sono uno scrittore (in crisi personale e creativa) e un professore (un fisico che ha in realtà intenzione di distruggere la stanza miracolosa con una bomba), dunque un intellettuale cinico e un materialista scettico, simboli delle due attività umane – l'arte e la scienza – che, se lasciate senza una guida consapevole, diventano sterili, inutili e fini a sé stesse. Lungo il cammino, lo stalker li indirizza sul giusto cammino mentre lui stesso si mantiene sempre un passo indietro, e rimane deluso quando coloro che ha guidato non hanno il coraggio di "credere", di andare fino in fondo.

Simbolo della natura selvatica della Zona, o forse di quella instintiva dell'uomo, è anche il cane nero che lo stalker riporta a casa con sé: scuro, silenzioso, impenetrabile, eppure dolce e mansueto. Non mancano altri suggestivi paralleli, come quelli con Virgilio, che accompagna Dante attraverso gli inferi, oppure con Gesù Cristo: a un certo punto lo stalker comincia a raccontare l'episodio dei discepoli di Emmaus, e verso il finale lo scrittore si mette sul capo una corona di spine. Un'ulteriore, curiosa e possibile sovra-interpretazione è quella dello stalker come Dungeon Master di un gioco di ruolo, che guida i giocatori attraverso trappole e gallerie nei meandri di un territorio che si modifica man mano che si procede, e che per scegliere la direzione da prendere "tira i dadi" (anche se nel film si tratta di dadi da bulloni, non di poliedri da gioco!). Quello dello stalker è comunque un mestiere – oltre che illegale – anche pericoloso, che segna nello spirito e nel corpo. Fuori dalla Zona, ad attenderlo c'è però una famiglia: la moglie paziente e devota – che in una breve scena si rivolge direttamente agli spettatori per spiegare la difficoltà della propria relazione con il marito – e una figlia "mutante", dotata di poteri telecinetici, che conclude la pellicola recitando una poesia (di Fyodor Tjutchev, mentre altri versi che vengono citati nel film sono del padre di Tarkovskij, Arsenij). Molto interessante la fotografia, che alterna scene a colori (per le sequenze ambientate all'interno nella Zona e per quelle, nel finale, con la figlia dello stalker) ad altre girate in monocromia (un color seppia che sembra un quasi bianco e nero, riservato al mondo esterno). Gran parte del film, la cui lavorazione non fu priva di intoppi, è stata girata presso una centrale idroelettrica abbandonata in Estonia. Se l'idea del meteorite è probabilmente ispirata all'evento di Tunguska del 1908, sette anni dopo l'uscita del film si verificò invece l'incidente di Chernobyl: la regione attorno alla centrale nucleare venne evacuata e coloro che avevano il compito di curare la bonifica, almeno stando a Wikipedia, cominciarono a definirsi "stalker" e a chiamare l'area abbandonata "la Zona".

4 marzo 2009

Il bacio della pantera (J. Tourneur, 1942)

Il bacio della pantera (Cat people)
di Jacques Tourneur – USA 1942
con Simone Simon, Kent Smith
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il capostipite, nonché il più celebre degli horror prodotti da Val Lewton per la RKO negli anni quaranta: film di serie B e a bassissimo budget che hanno creato dal nulla un nuovo tipo di cinema di mistero, terrore e suspense, lasciando ampi margini all'immaginazione degli spettatori e basandosi più sul fascino e l'atmosfera, sulle suggestioni esistenziali e soprannaturali, sui giochi d'ombra e sugli effetti sonori, che non sull'esibizione scoperta e sensazionalistica della minaccia sullo schermo come invece accadeva nelle pellicole in voga fino ad allora, come le saghe dei "mostri" della Universal. Lewton (che collaborava spesso alle sceneggiature, non accreditato) e i suoi collaboratori (fra i quali i registi Jacques Tourneur, Mark Robson e Robert Wise) danno invece vita a un cinema fatto di inquietudini, di metafore e di psicologie contorte, uno stile al quale si sono poi ispirati sia i maestri europei del brivido (compresi Argento e Bava) sia quelli asiatici (si pensi agli horror giapponesi).

La protagonista del film è Irina, una bella e tormentata disegnatrice di moda di origine serba. Convinta di essere la discendente di una razza di mutanti in grado di trasformarsi in enormi felini, rifiuta di "consumare" il matrimonio con il marito Oliver perché teme di trasformarsi in una belva e di sbranarlo durante l'amplesso. Di fatto, i suoi continui dinieghi spingono il marito fra le braccia della collega Alice, da sempre innamorata di lui. Ma la gelosia di Irina nei confronti della ragazza sembra incanalarsi verso un'irrefrenabile sete di vendetta, e Alice per ben due volte si accorge di essere seguita da "qualcosa" che minaccia di aggredirla (le due scene, quella della passeggiata notturna e quella nella piscina, con i riflessi dell'acqua proiettati su soffitto e pareti, sono magistrali per tensione e suspense). Immaginazione o realtà? Metafora sessuale o puro escapismo fantastico? Per tutta la sua durata, attraverso simboli di un male ancestrale e immagini ambigue, la pellicola lascia lo spettatore nel dubbio sulla reale interpretazione dei fatti, complice anche il personaggio dello psicanalista che funge da contraltare razionale ai timori e alle convinzioni di Irina, la quale si sente irrimediabilmente attratta dai grandi felini dello zoo e la cui sola presenza terrorizza a morte i piccoli animali. Due anni dopo, Robert Wise ne realizzò un buon seguito con "Il giardino delle streghe". Nel 1982 Paul Schrader ne ha fatto invece un remake con Nastassja Kinski.

27 febbraio 2009

Il corvo (Henri-Georges Clouzot, 1943)

Il corvo (Le corbeau)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1943
con Pierre Fresnay, Ginette Leclerc
***1/2

Visto in divx.

La relativa quiete di un paesino di provincia viene scossa da una lunga serie di infamanti lettere anonime, recapitate un po' a tutti gli abitanti ma soprattutto ai notabili e ai cittadini più in vista. Oltre a svelare segreti, suscitare scandali e portare alla luce scheletri nell'armadio, le missive – misteriosamente firmate "Il corvo" – se la prendono soprattutto con il cupo e riservato dottor Germain, un medico che lavora come ginecologo nell'ospedale della cittadina e che viene accusato – fra le altre cose – di praticare aborti clandestini. I sospetti di essere l'autrice delle lettere cadono inizialmente su un'infermiera zitella, cognata dell'anziano caporeparto di psichiatria, che ha in antipatia Germain perché ritiene che abbia una relazione con la giovane sorella. Ma tutti, chi più chi meno, potrebbero essere i responsabili... Un piccolo capolavoro di mistero e di tensione, cinico, paranoico e spietato, costruito come un sofisticato giallo dove il colpevole non viene rivelato che nell'ultima scena, ma capace anche di scrutare nei recessi più ambigui e oscuri della natura umana. Dopo la Liberazione venne proibito in patria, non soltanto per i temi controversi (si parla, più o meno scopertamente, di aborto, adulterio, suicidio, pedofilia, ateismo) ma soprattutto perché – prodotto durante l'occupazione nazista – fu accusato di fornire un'immagine meschina dei francesi, mettendo sotto i riflettori maldicenze e ipocrisie e affrontando il delicato argomento delle delazioni anonime. Memorabile la scena in cui lo psichiatra, facendo dondolare una lampada, illustra la sua teoria sulla relatività del bene e del male; impressionante il tentato suicidio di una bambina; curatissima la descrizione dei personaggi minori, come la ninfomane zoppa Denise o la piccola Rolande. Ma è soprattutto il personaggio anticonformista di Germain, ateo e libero pensatore, a intrigare ancora oggi. Il soggetto è ispirato a un fatto di cronaca veramente accaduto negli anni Venti, nel paesino di Tulle. Otto Preminger, nel 1951, ne realizzò un remake, "La penna rossa", che è passato alla storia come il primo film hollywoodiano girato tutto in esterni (in Canada).

12 settembre 2008

Il segreto di una donna (O. Preminger, 1949)

Il segreto di una donna (Whirlpool)
di Otto Preminger – USA 1949
con Gene Tierney, José Ferrer
**1/2

Visto in DVD.

Anna, bella e fragile moglie di un ricco psicanalista, è segretamente una cleptomane: pur di non rivelarlo al marito, preferisce affidarsi alle cure di un misterioso individuo, il dottor Korvo, astrologo e ipnotizzatore. Costui la plagia lentamente e riesce addirittura a farla accusare di omicidio, ma il marito (Richard Conte) e un anziano poliziotto (Charles Bickford) cercheranno di scoprire la verità. Raffinato noir che difetta forse di tensione (l'innocenza di Anna, per gli spettatori, non è mai in dubbio come invece per i personaggi della pellicola) ma è girato con grande stile da parte del regista, che fa abbondante uso dei primi piani e può contare sull'ottima fotografia in bianco e nero di Arthur Miller. Ingenuità psicanalitiche a parte, la sceneggiatura (di Ben Hecht) punta tutto sulla descrizione dei rapporti di forza e di debolezza fra i personaggi: nella prima parte mette al centro dell'attenzione quello interpretato da Gene Tierney e rivela come il suo matrimonio apparentemente perfetto non sia tutto rose e fiori. Nella seconda sale invece alla ribalta il folle Korvo, disposto ad auto-ipnotizzarsi pur di sopportare il dolore di un'operazione chirurgica necessaria per crearsi un alibi. Bello il finale, con la figura della donna uccisa che torna a vivere e a confrontarsi con l'assassino attraverso il suo ritratto e la sua voce, incisa su un disco. Cinque anni prima la Tierney aveva già collaborato con Preminger nel ben più memorabile "Vertigine" (e anche lì c'era di mezzo un ritratto...).

19 marzo 2008

Persona (Ingmar Bergman, 1966)

Persona (id.)
di Ingmar Bergman – Svezia 1966
con Bibi Andersson, Liv Ullmann
***

Visto in DVD.

Elisabeth (Ullmann), attrice di teatro stufa di "recitare" e stanca dell'ipocrisia della vita, si chiude in un ferreo mutismo. Per scuoterla da questa strana apatia nei confronti del mondo e distoglierla dal silenzio e dall'immobilità, la giovane e loquace infermiera Alma (Andersson) la conduce in una villa sul mare. Le due donne diventano amiche e Alma si lascia andare a confessioni e ricordi personali, ma nemmeno il tentativo di Elisabeth di ripararsi dalla vita per non dover più mostrare reazioni false e insincere le impedisce di ferire i sentimenti della ragazza. Un film esistenzialista e introspettivo sul concetto di individuo e sul suo rapporto con il mondo esterno, forse un po' pallosetto nella sua astrazione ma sicuramente interessante per lo stile, con primissimi piani sui volti delle protagoniste e una bellissima fotografia (di Sven Nykvist) molto contrastata. Pur essendo votata al "privato", ossia a scrutare all'interno dell'animo delle persone, la pellicola non tralascia accenni a fatti "pubblici" (si intravede la celebre foto del bambino del ghetto di Varsavia; si parla della guerra del Vietnam, con le immagini dei bonzi che si danno fuoco per protesta), forse per indicare l'impossibilità di astrarsi completamente dal mondo come vorrebbe fare Elisabeth. Nel finale una scena (un frammento di discorso di Alma) viene ripetuta per due volte, inquadrando prima il volto di chi ascolta e poi quelli di chi parla, come se le due protagoniste si rispecchiassero l'una nell'altra e di fondessero in un'unica "persona". I primi minuti del film, un montaggio di immagini subliminali (anche di un pene eretto!), vecchi filmati e ricordi d'atmosfera, hanno una carica crudele, surreale e metacinematografica che mi ha fatto venire in mente "Un chien andalou" di Buñuel (ma anche Lynch). A metà film, inoltre, la pellicola sembra spezzarsi e prendere fuoco, proprio nel punto in cui Alma è soggetta a un esaurimento nervoso e il suo rapporto con Elisabeth si degrada irrimediabilmente. Belle ed brave le due attrici.

6 marzo 2008

Il gabinetto del dottor Caligari (R. Wiene, 1920)

Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari)
di Robert Wiene – Germania 1920
con Werner Krauss, Conrad Veidt
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa, con cartelli in inglese.

Il manifesto dell'espressionismo tedesco, nonché precursore di molte pellicole con il twist ending (oggi un suo remake potrebbe benissimo essere girato da M. Night Shyamalan), è caratterizzato dalle scenografie sperimentali e pittoriche, deliranti e assurde, fasulle e contorte (case, strade e mobili sono distorti e obliqui come gli animi dei personaggi), da un senso di oppressione e paura che molti, col senno di poi, associarono al futuro avvento del nazismo, e da una storia piena di mistero e di suspense e con un finale memorabile, anche se a uno spettatore di oggi – abituato a tempi più rapidi e colpi di scena molteplici – potrebbe apparire poco intrigante. Il film si regge sulla possibile interpretazione di tutte le vicende (narrate in un lungo flashback) come del semplice frutto della fantasia e della paranoia di un malato di mente, rinchiuso in un manicomio, che sceglie come protagonisti del suo racconto i suoi compagni e il direttore dell'istituto (quest'ultimo naturalmente nei panni del "cattivo"). Proprio la follia del narratore permette di giustificare anche la deformità delle scenografie, trasfigurate dalla sua mente malata. Elementi come l'illusionismo e la magia, la fiera di paese, l'uomo ridotto ad automa e l'ambientazione senza tempo rimandano alla tradizione del racconto fantastico tedesco (alla E.T.A. Hoffmann), ma sottendono anche una critica di tipo politico e sociale. Fra le scene più memorabili ci sono quella in cui il sonnambulo Cesare penetra nella casa della fanciulla per rapirla e quella in cui il malvagio antagonista si aggira per le strade di notte, tormentato dalla sua ossessione di ripercorrere i passi del leggendario mistico Caligari (e attorno a lui compaiono le parole della frase "Du mußt Caligari werden!", "Tu devi diventare Caligari!", che fu voluta dal produttore Erich Pommer come slogan per il lancio dell'opera). Il regista, di origine polacca, realizzò il film (diviso in sei "atti") in sole tre settimane: in origine avrebbe dovuto girarlo il giovane Fritz Lang (Caligari come precursore di Mabuse, oltre che di Hitler?), che rifiutò per altri impegni di lavoro, anche se probabilmente i veri artefici del suo successo furono lo sceneggiatore Carl Mayer e gli scenografi Walter Röhrig, Herman Warm e Walter Reimann della rivista espressionista Der Sturm. La copia che ho visto era virata a colori.