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6 marzo 2022

Lanterne rosse (Zhang Yimou, 1991)

Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao gua)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 1991
con Gong Li, He Saifei
***

Rivisto in divx.

Alla morte del padre, la diciannovenne Songlian (Gong Li) è costretta ad abbandonare gli studi universitari per sposare il ricchissimo aristocratico Chen Zuoqin (Ma Jingwu), di cui diventa la quarta moglie, praticamente una concubina. Si trasferisce così nel suo enorme palazzo, e si ritrova imprigionata in un mondo fuori dal tempo, dominato da antiche regole di famiglia, tradizioni e consuetudini: fra queste, quella che prevede che ogni giorno i servi del palazzo accendano delle enormi lanterne rosse davanti all'appartamento della moglie con la quale il padrone trascorrerà la notte. Naturalmente fra le quattro donne si innesca una ragnatela di gelosie e rivalità, intrighi e complotti, con le diverse "signore" pronte a tutto pur di guadagnarsi i favori dell'uomo. Da un romanzo ("Mogli e concubine") di Su Tong, ambientato negli anni Venti del ventesimo secolo (il periodo della storia cinese noto come "dei signori della guerra"), uno dei film più celebri della cinematografia cinese, che insieme ad altri lavori coevi ("Ju Dou", "La storia di Qiu Ju") ha lanciato la carriera del regista Zhang Yimou e della sua musa, la bellissima Gong Li. E la prospettiva tutta femminile di un mondo rigido e governato da regole arcaiche e patriarcali (il padrone si intravede solo di sfuggita, spesso da lontano o fuori inquadratura), che costringe le donne a tradirsi a vicenda anziché a sviluppare solidarietà (sia fra di loro, sia attraverso le diverse classi, per esempio nel rapporto fra Songlian e la serva Ya), può essere interpretata in maniera letterale o come una sorta di critica verso la Cina contemporanea, il che spiega perché la censura di stato, pur avendo approvato la sceneggiatura, abbia vietato la pellicola per un certo periodo. Jin Shuyuan è la "prima signora", ormai vecchia, stanca e trascurata. Cao Cuifen è la "seconda signora", all'apparenza amichevole verso la nuova arrivata ma in realtà infida e traditrice. He Saifei è la "terza signora", un'ex cantante lirica che in un primo momento sembra ostile a Songlian ma con cui poi la ragazza stringe un sodalizio. Kong Lin, infine, è la servetta Ya, cameriera personale di Songlian ma gelosa di lei. Suggestiva la location, un enorme complesso di palazzi, cortili e corridoi di pietra (il film è stato girato nel complesso residenziale della famiglia Qiao, nella prefettura di Jinzhong) che fanno da sfondo al mutare delle varie stagioni (estate, autunno, inverno...). Candidato all'Oscar come miglior film straniero (per Hong Kong, però, non per la Cina), venne battuto da "Mediterraneo".

31 ottobre 2021

Ju Dou (Zhang Yimou, 1990)

Ju Dou (id.)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina/Giappone 1990
con Gong Li, Li Baotian
**1/2

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'anziano e avaro Yang (Li Wei), proprietario di una tintoria in un piccolo villaggio nella Cina degli anni Venti, sposa la giovane Ju Dou (Gong Li), nella speranza di avere finalmente quell'erede maschio che ha sempre sognato. Di fronte ai maltrattamenti che la donna deve subire, il nipote adottivo di Yang che lavora nella tintoria, Tianqing (Li Baotian), se ne innamora: e sarà proprio lui a mettere incinta Ju Dou, che darà finalmente alla luce un bambino. Ma l'amore fra i due sarà osteggiato dal destino avverso. Il secondo film a portare Zhang Yimou alla ribalta internazionale, dopo il debutto con "Sorgo rosso" (con cui condivide l'ambientazione rurale e la collocazione temporale) e prima di "Lanterne rosse", è stato anche uno dei primi film cinesi prodotto con capitali esteri (nella fattispecie, giapponesi): riscosse un grande successo critico, con tanto di nomination agli Oscar come miglior film straniero. Tratto da un romanzo popolare di Lui Heng (autore anche della sceneggiatura), ne restringe l'ambientazione sia temporalmente (la storia si svolge nell'arco di una decina d'anni) che spazialmente (tutta la vicenda è concentrata praticamente all'interno della tintoria, spazio scenico che con i suoi tessuti colorati appesi ad asciugare, le vasche della tintura, le corde, gli ingranaggi e le ruote dentate, caratterizza in maniera notevole l'intero dramma). Anche le relazioni fra i personaggi (solo quattro di fatto, contando anche il bambino) guidano la trama in maniera dinamica: si passa dai soprusi del vecchio Yang al capovolgimento dei rapporti di forza quando questi si ritrova paralizzato e alla mercé dei due amanti, per poi cambiare nuovamente con la morte del vecchio (che costringe Tianqing e Ju Dou a vivere separati, per evitare pettegolezzi) e la crescita del figlio, che inaspettatamente si era schierato dalla parte di Yang. Se l'incipit, scenario a parte, poteva ricordare un noir in stile "Il postino suona sempre due volte", gli sviluppi fanno pensare a un melodramma o, salendo di tono, a una tragedia greca. E il contorno, il villaggio ancora prigioniero di tradizioni arretrate (vedi il funerale) e di dettami morali che mettono i bastoni fra le ruote alla ricerca di felicità dei protagonisti, ha stimolato anche letture politiche ("una metafora del processo di restaurazione che pose fine agli entusiasmi e ai sogni che si erano accompagnati alla Rivoluzione Culturale"), il che spiega perché non fu bene accolto dalle autorità in patria. Ottima la regia, così come la fotografia di Gu Changwei, particolarmente attenta ai cromatismi (i colori gialli e rossi dei drappi appesi ad asciugare). Il secondo regista accreditato, Yang Fengliang, aveva collaborato con Zhang anche nel precedente "Operazione Cougar": di lui di sa poco o nulla, ma Zhang ha dichiarato che si trattava di un supervisore che gli era stato affiancato perché era ritenuto ancora troppo inesperto per girare un film da solo.

3 dicembre 2020

Operazione Cougar (Zhang Yimou, 1989)

Operazione Cougar (Daihao meizhoubao)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina 1989
con Ge You, Gong Li
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un aereo privato commerciale, in volo da Taipei a Seul, viene dirottato da un gruppo terroristico. Costretti a un atterraggio di emergenza in un campo nei pressi di Pechino, i criminali chiedono alle autorità di liberare il loro capo (imprigionato a Taiwan), minacciando di uccidere gli ostaggi. Per far fronte alla situazione, pur non avendo contatti diplomatici ufficiali da 40 anni, i governi di Pechino e Taipei decidono di collaborare inviando in segreto una task force formata da membri di entrambi i paesi. Forse la pellicola più atipica e meno significativa di tutta la filmografia di Zhang Yimou, un thriller noioso e abbastanza dozzinale, di scarso valore e nessun interesse se paragonato con le cose che in contemporanea venivano prodotte a Hong Kong (anche se il modello è semmai smaccatamente americano), e naturalmente distante anni luce dai lavori di ambientazione storica dello stesso Zhang. Che lo diresse per fare un favore a un amico che lo aveva finanziato: ma molti elementi dello script vennero eliminati dalla censura cinese, lasciando la pellicola monca e senza personaggi o aspetti di rilievo, se non l'eccessiva enfasi con cui si sottolinea ripetutamente (e con molta retorica) la collaborazione fra le nazioni rivali, un auspicio forse per una riconciliazione anche nella realtà. Lo stile cerca di rimediare alla povertà del budget con numerosissimi primi piani e pochi momenti concitati, mentre quelli più "operativi" sono resi attraverso una serie di fotogrammi fissi (a mo' di reportage fotografico) accompagnati da una voce fuori campo. Ridicolo il finale che ripropone scene già viste (anche tragiche) con una canzoncina allegra in sottofondo. Ge You è il capo dei dirottatori, Liu Xiaoning e Wang Xueqi rispettivamente i comandanti delle squadre di Pechino e Taipei, Gong Li l'infermiera che collabora controvoglia con i terroristi perché innamorata del loro capo (un personaggio fondamentalmente inutile, inquadrata spesso ma praticamente senza linee di dialogo). Il co-regista Yang Fengliang dirigerà insieme a Zhang anche il successivo "Ju Dou", dopodiché le carriere (e le fortune) dei due prenderanno strade differenti.

7 luglio 2019

Sorgo rosso (Zhang Yimou, 1987)

Sorgo rosso (Hong gaoliang)
di Zhang Yimou – Cina 1987
con Gong Li, Jiang Wen
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni venti, in una zona rurale della provincia di Shandong (nella regione nord-orientale della Cina), la giovane Jiu-Er (Gong Li), "Nove Fiori", viene destinata in matrimonio dalla famiglia a un uomo ricco, anziano e malato, proprietario di una distilleria di vino di sorgo nel bel mezzo del deserto. L'uomo, però, muore dopo una sola notte di nozze, e la ragazza diventa così l'unica proprietaria della fabbrica, che farà prosperare con l'aiuto dei lavoranti, uno dei quali (Jiang Wen) diverrà il padre di suo figlio. Nove anni più tardi, con l'arrivo dei giapponesi, Jiu-er e gli uomini della distilleria si sacrificheranno per combattere gli invasori. Uno dei primi film della cosiddetta "quinta generazione" cinese (ovvero di quei registi e autori cresciuti dopo la Rivoluzione Culturale), nonché il primo titolo della Repubblica Popolare della Cina a essere distribuito ufficialmente nel nostro paese, il lungometraggio – che vinse l'Orso d'Oro al festival di Berlino e fece conoscere internazionalmente il regista Zhang Yimou (qui all'esordio) e l'attrice Gong Li – adatta con grande intensità le prime due parti (di cinque) dell'omonimo romanzo epico-generazionale di Mo Yan. Siamo lontani dalle opere di propaganda che avevano caratterizzato il cinema cinese nei decenni precedenti (anche se ne permangono alcune tracce: si pensi al comportamento di Jiu-Er quando diventa padrona della distilleria, rifiutando di farsi chiamare capo e coinvolgendo tutti i lavoratori nella sua gestione collettiva; o in generale alla seconda parte, quando la vicenda cambia rapidamente di tono, e da fiaba quasi atemporale si fa più drammatica e legata agli eventi storici): i personaggi sono mossi da passioni e sentimenti individuali, come l'erotismo o il desiderio di vendetta. In effetti, nel finale Jiu-Er e i suoi uomini non si battono contro i giapponesi per difendere la patria, ma per vendicare uno dei loro compagni, il "fratello Liu" (Ting Rujun), ucciso dagli invasori. Nonostante fosse il suo primo lavoro da regista, il film mette già in mostra tutta la maestria e la vena autoriale di Zhang Yimou, che trasfigura i bei paesaggi desertici, le terre frequentate dai briganti e i vasti campi di canne di sorgo mossi dal vento con una fotografia (di Gu Changwei) filtrata con colori intensi, soprattutto rossicci. Da notare che lo stesso Zhang, prima di darsi alla regia, è stato direttore della fotografia. Il rosso, che richiama tanto il vino di sorgo quanto il sangue (ed è ovviamente anche il colore della Cina), e dunque tutte le passioni che muovono i personaggi, caratterizza cromaticamente ogni scena della pellicola (con l'eccezione di alcune vedute notturne, con la luna piena verde che si staglia nel cielo senza stelle), culminando con la rossa eclissi finale. L'attenzione ad ambienti e culture rurali e marginali della Cina rende "viva" la vicenda (si pensi alle tradizioni legate al matrimonio della ragazza, o al canto dei lavoranti per la distillazione del vino). L'intera storia è raccontata dalla voce di un narratore fuori campo, nipote dei due protagonisti (proprio come avverrà in un successivo film di Zhang, "Il viaggio verso casa").

28 settembre 2018

Shadow (Zhang Yimou, 2018)

Shadow (Ying)
di Zhang Yimou – Cina 2018
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato nell'epoca in cui la Cina era divisa in più regni, il film ha come protagonista Jing (Deng Chao), una "Ombra", ovvero un sosia perfetto che il comandante dell'esercito del regno di Pei utilizza come propria controfigura da quando versa in gravi condizioni di salute per via di una ferita inflittagli dal rivale Yang. Il comandante vorrebbe riconquistare la città di Jing, caduta in mano nemica, e utilizza il sosia per forzare la mano al proprio re (Zheng Ryan), che invece non intende rompere la tregua con quello che ora è un alleato. Uno spunto che ricorda il "Kagemusha" di Kurosawa (ma gli sviluppi sono differenti), complessi intrighi di corte, eleganti duelli all'arma bianca, e anche un sanguinoso finale shakespeariano in cui muoiono (quasi) tutti: nel nuovo film di Zhang Yimou c'è l'intero repertorio delle pellicole wuxiapian di ambientazione storica. Ma a rimanere impresso è lo stile estetico con cui è girato, a cominciare dalla tavolozza cromatica: se si eccettua il colorito roseo delle persone, la luce gialla delle candele e il rosso del sangue, tutto il film è praticamente in bianco e nero, una bicromia che caratterizza interni ed esterni, oggetti ed edifici, costumi e armature. Il bianco e nero richiama ovviamente la duplicità (bene/male, maschio/femmina, yin/yang), che si riflette anche nelle scenografie (i duellanti si battono sopra un enorme simbolo del tao) oltre che ovviamente nella trama, incentrata sul tema del doppio e dei tradimenti. Spettacolari, come al solito, le scene d'azione (dai duelli di addestramento fra il comandante e la sua ombra, interpretati peraltro dallo stesso attore, all'assalto alla città assediata), con combattimenti alquanto originali (l'ombrello utilizzato contro l'alabarda, i movimenti sinuosi femminili contro quelli rigidi maschili). Guan Xiaotong è l'indomita principessa, Sun Li la moglie del comandante, Wang Qianyuan il capitano Tian.

26 gennaio 2018

The great wall (Zhang Yimou, 2016)

The Great Wall (id.)
di Zhang Yimou – USA/Cina 2016
con Matt Damon, Jing Tian
**

Visto in TV.

La Grande Muraglia non è stata costruita soltanto per delimitare i confini della Cina: un millennio fa serviva anche a difendersi dai periodici attacchi di una razza di mostri ancestrali, i Taotié, usciti dalle viscere della Terra per cibarsi di carne umana. Almeno è quanto racconta questo kolossal fantasy, coproduzione fra Cina e Stati Uniti e film più costoso mai girato in lingua inglese nel paese asiatico. Sfarzoso nella messa in scena, nei colori e nell'utilizzo della computer grafica (ovviamente in sala è uscito in versione 3D), il lungometraggio sfoggia un cast internazionale (fra gli altri: Willem Dafoe, Andy Lau, Zhang Hanyu) ma alla resa dei conti resta un'avventura banalotta e mai veramente stimolante. William (Matt Damon) e Tovar (Pedro Pascal) sono due mercenari europei che si recano in Cina alla ricerca della leggendaria "polvere nera" (ovvero, polvere da sparo), ma resteranno coinvolti nella guerra fra i membri dell'Ordine senza Nome (un esercito appositamente addestrato per affrontare questo nemico) e i mostruosi Taotié, creature animalesche simil-Alien (con tanto di regina madre da cui dipendono: ovvio che basterà uccidere questa per sconfiggerli tutti). Zhang Yimou dà il meglio di sé con la messa in scena e le coreografie, suoi punti di forza nonché di tutto il cinema orientale (dai paesaggi alle scene di battaglia, dai costumi alle scenografie, anche se l'estetica è più quella di un videogame fantasy – si nota in particolare nel personaggio del comandante Lin, interpretata da Jing Tian – che non di un affresco storico), ma contenuti, storia, personaggi e nemici sono del tutto generici, e le svolte narrative prevedibili. Nonostante il grande sforzo produttivo, gli incassi non sono stati particolarmente cospicui né in America né in Cina.

23 novembre 2016

La locanda della felicità (Zhang Yimou, 2002)

La locanda della felicità (Xìngfu shiguang, aka Happy times)
di Zhang Yimou – Cina 2002
con Zhao Benshan, Dong Jie
**

Rivisto in DVD.

L'attempato e spiantato Zhao, alla ricerca di una moglie, fa credere a una donna (Lifan Dong) di essere il direttore di un importante albergo: in realtà si tratta di un vecchio autobus abbandonato in un parco pubblico, che lui e l'amico Li hanno sistemato e ridipinto per offrire alle coppiette del parco un rifugio in cui "appartarsi". La donna accetta la sua corte, ma nel frattempo gli chiede di trovare un lavoro per la figliastra cieca Wu Ying, di cui vorrebbe sbarazzarsi. E Zhao, approfittando della sua cecità, la "assume" come massaggiatrice: peccato che la "sala massaggi" sia un ambiente fasullo, ricostruito nel capannone abbandonato di una vecchia fabbrica, e che i clienti della ragazza siano i suoi amici pensionati, che si presentano a turno e la pagano (dopo che Zhao ha finito i soldi) con pezzi di carta straccia. Naturalmente Wu Ying si accorge ben presto dell'inganno, ma anche lei continua a recitare la propria parte, per la felicità di tutti... Ispirata a un racconto di Mo Yan, una commedia con cui Zhang (dopo "Keep Cool") continua a raccontare la Cina contemporanea e le sue contraddizioni. Ma gli mancano l'incisività, la coerenza e la cattiveria necessaria: il risultato è leggero e nel migliore dei casi simpatico, per farsi un po' stucchevole nei momenti in cui la sceneggiatura vorrebbe calcare la mano sul pathos. Insoddisfacente il finale: sembra quasi che gli autori non sapessero come concludere la storia. Eccezionale Jie Dong (ballerina alla sua prima esperienza cinematografica) nel ruolo della ragazza cieca, abbandonata dal padre e maltrattata dalla matrigna, che trova negli inganni di Zhao quella considerazione e quell'affetto che le sono sempre mancati.

18 marzo 2015

La strada verso casa (Zhang Yimou, 1999)

La strada verso casa (Wode fuqin muqin)
di Zhang Yimou – Cina 1999
con Zhang Ziyi, Honglei Sun
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Marta, Beatrice, Giulia, Costanza, Elisa, Gioia.

Alla morte del padre, Yusheng (Honglei) torna nel villaggio natale, fra le montagne nel nord della Cina, per organizzare il funerale. La madre vorrebbe che le esequie seguissero l'antica usanza di trasportare il corpo a piedi dal luogo in cui è morto fino al cimitero, in modo che il defunto non dimentichi qual è "la strada verso casa". Ma c'è un problema: nel villaggio sono rimasti ormai solo bambini e anziani, i giovani sono tutti andati a lavorare in città, e dunque non ci sono uomini a sufficienza per svolgere il compito. Per onorare il grande amore che ha unito i suoi genitori, tuttavia, il figlio troverà una soluzione. Questa cornice, in bianco e nero, fa da introduzione ed epilogo al lungo segmento centrale del film, fotografato invece a colori, che narra il primo incontro fra il padre e la madre di Yusheng, avvenuto quarant'anni prima: lei giovane contadina (interpretata da una radiosa Zhang Ziyi, al suo debutto sullo schermo, che ruba la scena in ogni inquadratura) e lui insegnante inviato da Shanghai nella piccola scuola locale. Semplice e toccante, lineare e commovente, il film porta in scena i sentimenti della fanciulla (vera e propria protagonista, visto che ogni evento è filtrato dal suo punto di vista) in maniera diretta e trasparente, senza appesantirli con dialoghi o complicazioni narrative (persino la sottotrama dei problemi dell'insegnante con il partito, negli anni in cui molti intellettuali venivano perseguitati, non è approfondita più di tanto perché si colloca al di fuori del "raggio di pensieri" della ragazza, preoccupata soltanto del fatto di non poter rivedere il suo amato). A parte la voce narrante di Yusheng, la pellicola si sofferma quasi solo sul volto di Zhao Di, a seconda dei casi curiosa, trepidante, paziente, ostinata, preoccupata, felice... Lo scenario naturale, che lo scorrere delle stagioni colora di tinte differenti, fa da perfetto sfondo alla vicenda. Tratto da un romanzo ("Remembrance") di Bao Shi, autore anche dell'adattamento, e realizzato subito dopo "Non uno di meno", il film appartiene al filone più intimo e realista del cinema di Zhang, caratterizzato da buoni sentimenti e, tra le righe, dall'elegia verso il passato, le tradizioni e le usanze (destinate a scomparire) dei villaggi delle regioni più ai margini delle grandi città. Indicativa, al riguardo, la curiosa presenza di una locandina di "Titanic" in una delle case del villaggio.

3 febbraio 2015

I fiori della guerra (Zhang Yimou, 2011)

I fiori della guerra (Jinling shisan chai)
di Zhang Yimou – Cina 2011
con Christian Bale, Ni Ni
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

1937: dopo la battaglia di Nanchino, la città cade in mano all'esercito giapponese. Un gruppo di studentesse adolescenti trova rifugio in una chiesa cattolica abbandonata. Qui saranno protette da un becchino americano (Bale), che si è travestito da prete, e da alcune prostitute che sceglieranno di farsi passare per loro pur di salvarle dagli stupri da parte dei soldati invasori. Da un racconto di Yan Geling (a sua volta ispirato ai veri diari di Minnie Vautrin, missionaria statunitense che protesse numerosi rifugiati durante il massacro di Nanchino), un film ambizioso e ad ampio respiro che da un lato denuncia le atrocità dell'esercito invasore (memorabile la scena, girata interamente in un piano sequenza, delle due prostitute che vengono catturate mentre tentano di recuperare i loro effetti personali nel bordello) e dall'altro celebra l'altruismo e il coraggio di eroi del tutto inaspettati: l'occidentale imboscato e ubriaco che si prende a cura in modo quasi paterno la sorte delle studentesse, e naturalmente le prostitute che si redimono sacrificandosi per le ragazzine (il tema, metaforico, è quello della "potente azione salvifica ed espiatoria del peccato che entra in chiesa e ne esce sacrificandosi per l'innocenza"). Buona – anche se a tratti scolastica – la regia di Zhang, eccellente la ricostruzione storica: ma la versione italiana appiattisce il tutto, doppiando come al solito in un'unica lingua i vari idiomi (mandarino, giapponese, inglese) parlati dai differenti personaggi. Forse un po' troppo lungo, anche se la durata è necessaria per costruire il contesto dentro il quale si svilupperà la vicenda.

15 giugno 2014

Lettere di uno sconosciuto (Zhang Yimou, 2014)

Lettere di uno sconosciuto (Guilai, aka Coming home)
di Zhang Yimou – Cina 2014
con Gong Li, Chen Daoming
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Incarcerato durante la Rivoluzione Culturale, l'intellettuale Lu Yanshi torna a casa dopo vent'anni di "riabilitazione" solo per scoprire che la moglie non lo riconosce più. La donna soffre infatti di un raro disturbo mentale, un'amnesia selettiva che le impedisce di ricordare il volto del marito. Con l'aiuto della figlia, e per starle sempre vicino, l'uomo si stabilisce in una casa a fianco di quella della moglie, tentando in tutti i modi di riattivarle la memoria: ma né le immagini (le fotografie di quando era giovane) né i suoni (la musica del pianoforte) riescono a fare il miracolo. Zhang Yimou torna al suo fortunato filone intimista con una pellicola ispirata a un romanzo di Yan Geling (la stessa autrice de "I fiori della guerra", da cui Zhang aveva tratto il suo film precedente). Se l'incipit poteva far pensare anche in questo caso a un dramma a sfondo politico-sociale (fra l'altro il regista aveva già parlato della Rivoluzione Culturale in "Vivere!"), progressivamente invece il film perde le connotazioni storiche e ideologiche per tramutarsi in un'accattivante versione cinese di "Amour" (con echi di "Memento": vedi i bigliettini sparsi per casa), con l'uomo che per anni rimane a vivere al fianco di una donna che non lo riconosce (e alla quale deve presentarsi nuovamente ogni giorno, sempre con una diversa identità) ma che tuttavia continua ad amarlo, al punto da recarsi ogni 5 del mese alla stazione nella speranza di vederlo tornare. E per comunicare in qualche modo con lei, le scriverà false lettere dalla "prigionia". Evidente, a livello di metafora, il tema della rimozione e dell'alterazione della memoria storica: quando il padre era imprigionato, la figlia – indottrinata dal partito – aveva tagliato via con la forbice il suo volto da tutte le fotografie presenti in casa; quando l'uomo ritorna, invece, a sparire in maniera analoga è il suo volto dalla memoria della moglie. Bello e toccante il finale, sotto la neve invernale. A otto anni da "La città proibita" e per solo la seconda volta in quasi vent'anni Zhang torna a collaborare con Gong Li, la sua musa di un tempo, qui autrice di una prova intensa e commovente. Bravi anche Chen Daoming e la giovane Zhang Huiwen nei panni della figlia Dandan, che si esibisce fra l'altro come danzatrice in una rappresentazione del classico balletto dell'era comunista "Il distaccamento femminile rosso".

15 marzo 2011

Keep cool (Zhang Yimou, 1997)

Keep Cool (You hua hao hao shuo)
di Zhang Yimou – Cina 1997
con Jiang Wen, Li Baotian
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Zhao Xiaoshuai, giovane venditore ambulante di libri, è innamorato della bella An Hong, che però lo ha lasciato per mettersi con Liu Delong, ricco proprietario di un night club. Nella lite fra i due uomini rimane convolto il mite Lao Zhang, il cui computer portatile viene distrutto. Lao vorrebbe essere rimborsato da Zhao, mentre questi non ha altro in mente che vendicarsi di Liu... Per la prima volta Zhang Yimou si dedica alla rappresentazione della Cina urbana e moderna (il film è ambientato a Pechino, fa computer, cellulari e karaoke), e per meglio adattarsi al soggetto abbandona lo stile laccato e manierista dei film precedenti in favore di un modo di girare più "nervoso" e occidentale: inquadrature sghembe, camera a mano, montaggio frenetico, colonna sonora pop e rock. Il tutto per ritrarre – attraverso un "piccolo" episodio – la confusione e la frenesia della vita in una grande città, dove denaro, lavoro e amore si intrecciano irrimediabilmente. I dialoghi da commedia, le situazioni grottesche e gli accenni di satira sociale (non mancano nemmeno tocchi di ironia verso la legge, come i discorsi "educativi" del poliziotto quando rimette in libertà prima Xiao e poi Lao, dopo sette giorni di carcere per disturbo alla quiete pubblica) lo rendono uno dei primi film cinesi giunti in occidente a non mostrare un'immagine esotica ed estetizzante del paese asiatico ma il suo volto più moderno e contraddittorio. Non a caso fu anche uno dei pochi casi in cui Zhang ebbe seri problemi con la censura, che impedì la proiezione del film a Cannes e impose un lieto fine. Incidentalmente, è il primo film del regista senza Gong Li (l'unico ruolo femminile, quello di An Hong, è interpretato dalla splendida modella Qu Ying), e solo il secondo ambientato in epoca contemporanea (dopo "La storia di Qiu Ju", se non contiamo "Operazione Cougar" che ha co-diretto). Lo stesso Zhang Yimou recita nei panni del ciclista che vende roba vecchia. Il protagonista Jiang Wen, oltre che attore (aveva già recitato nel primo film di Zhang Yimou, "Sorgo rosso"!), è stato anche regista ("In the heat of the sun").

8 giugno 2010

Non uno di meno (Zhang Yimou, 1999)

Non uno di meno (Yi ge dou bu neng shao)
di Zhang Yimou – Cina 1999
con Wei Minzhi, Zhang Huike
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

La contadina tredicenne Wei Minzhi viene assunta per sostituire per un mese il maestro della scuola elementare di un remoto villaggio di campagna, con la raccomandazione di non lasciare che nemmeno un alunno abbandoni gli studi. Quando Zhang Huike, il "discolo" della classe, viene inviato dalla famiglia a lavorare in una grande città, l'ostinata Wei decide di andarlo a recuperare per riportarlo indietro... Con un film di impronta neorealista, quasi "iraniano" (benché, rispetto a Kiarostami, qui si ricerchi maggiormente la partecipazione e la commozione del pubblico anche attraverso un pizzico di retorica), Zhang Yimou torna a occuparsi della Cina moderna come aveva già fatto in "Keep cool" e come farà in molti dei suoi lungometraggi successivi, che personalmente preferisco a quelli di impostazione più spettacolare. Gli attori sono in gran parte non professionisti, hanno gli stessi nomi dei loro personaggi e interpretano sé stessi. Lo spaccato sociale che ne esce è toccante e impressionante, e non si può non provare simpatia per le peregrinazioni della giovane protagonista, dapprima in difficoltà nel dover gestire alunni che hanno soltanto pochi anni meno di lei e poi alle prese con la confusione, la burocrazia e l'indifferenza che regnano in città (si tratta di Zhangjiakou, oltre 4 milioni di abitanti, nella provincia di Hebei). Alla fine riuscirà a ritrovare il bambino grazie al potere della televisione, che trasformerà la sua storia in un commovente "caso" di vita reale a beneficio degli spettatori. Girato con il beneplacito del governo cinese, che si è preoccupato affinché non ne uscisse un'immagine troppo retrograda del paese e soprattutto che alla fine la struttura sociale apparisse in grado di rimediare ai problemi degli abitanti, anche di quelli delle regioni più remote e rurali della nazione (ma il messaggio finale che invita a effettuare donazioni contro l'abbandono scolastico risulta fastidioso e posticcio), il film ha vinto il Leone d'Oro a Venezia (il secondo per Zhang) dopo che era stato escluso dal concorso al Festival di Cannes. Bravi e simpatici (come spesso accade in questi casi) i bambini, protagonisti di scene esilaranti come quelle dell'alzabandiera, delle lezioni di matematica "applicata", del lavoro nella fabbrica di mattoni e delle due lattine di Coca-Cola in condivisione.

15 dicembre 2009

Mille miglia... lontano (Zhang Yimou, 2005)

Mille miglia... lontano (Qian li zou dan qi)
di Zhang Yimou – Cina/Giappone 2005
con Ken Takakura, Li Jiamin
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Per esaudire un desiderio espresso dal figlio Kenichi, che sta morendo in ospedale e con il quale non parla più da anni, un padre di mezza età si reca dal Giappone in Cina con l'intenzione di filmare la performance di un celebre attore dell'Opera di Pechino. Ma quest'ultimo è stato rinchiuso in carcere: per poterlo incontrare, l'uomo dovrà affrontare la burocrazia cinese e superare i problemi di lingua; e per convincerlo a esibirsi davanti alla sua videocamera, dovrà intraprendere un difficile viaggio fino a uno sperduto villaggio, dove vive il suo figlioletto di otto anni. Zhang Yimou mette da parte per un attimo le grandiose ma sterili pellicole wuxia come "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti" per tornare a un cinema più intimo e personale, benché continuamente ad alto rischio di retorica e di buonismo. Attraverso un viaggio in un paese estraneo ed esotico (per il protagonista, naturalmente, non per il regista!), ritratto mediante una fotografia pulita e patinata, quasi da depliant pubblicitario, Zhang si sofferma sul difficile rapporto fra padri e figli (a quello fra il signor Takata e Kenichi fra riscontro quello fra Li Jiamin e il figlioletto) e soprattutto sulla difficoltà di riuscire ad esprimere i propri sentimenti: non a caso la sceneggiatura sceglie come protagonista un giapponese, un membro cioè di una delle popolazioni che più di tutte fanno ricorso a formalità e ipocrisie nel linguaggio e nei rapporti sociali. Soprattutto nella seconda parte, quella che descrive l'incontro fra l'anziano nipponico e il piccolo cinesino, il film riesce, se non a commuovere, almeno a veicolare con efficacia il suo messaggio. Interessante, in ogni caso, la riflessione sulla "solitudine" che un viaggiatore sperimenta (per propria volontà?) quando si trova all'estero, circondato da luoghi e da una lingua che non conosce.

8 gennaio 2008

La storia di Qiu Ju (Zhang Yimou, 1992)

La storia di Qiu Ju (Qiu Ju da guan si)
di Zhang Yimou – Cina 1992
con Gong Li, Liuchun Yang
***

Visto in DVD.

Qiu Ju, la testarda moglie di un contadino che vive fra le montagne, vorrebbe che il capo del villaggio si scusasse con lui per avergli dato un calcio "nelle parti basse" (una lite che non ci viene mostrata, perché avvenuta prima dell'inizio del film). La sua ostinazione si scontra con quella dell'uomo, che non intende mostrarsi debole e perdere la propria autorità, e che accetta di rifondere le spese mediche ma non di fare autocritica: la donna si rivolge dunque alle autorità giudiziarie, compiendo – anche incinta – una serie di lunghi e difficili viaggi prima in paese, poi al distretto di polizia e in seguito nella lontana e grande città. Ma alla fine, quando la giustizia verrà finalmente fatta, le lascerà l'amaro in bocca. Primo film di Zhang con un'ambientazione contemporanea e un tono neorealistico, vinse il Leone d'Oro al Festival di Venezia (e il trionfo fu completato con la Coppa Volpi per la miglior attrice a Gong Li, qui imbruttita e infagottata sotto stracci e cappotti). La pellicola ha poi ispirato altre successive opere del regista: l'ostinazione femminile e l'opposizione fra campagna e città si vedranno anche in "Non uno di meno", mentre il rapporto con la giustizia e il tema delle riconciliazioni delle liti verranno poi rivisitati in "Keep Cool". A margine dell'incontro fra Cina antica (vedi le celebrazioni per il capodanno, con le danze tradizionali) e moderna, spicca l'ambientazione rurale e il contrasto fra la gente semplice di campagna e il caos della città piena di insidie: il film venne comunque gradito anche dalle autorità cinesi, perché sottolineava la presa di coscienza sociale dei cittadini. E anche se la fiducia nelle istituzioni a volte traballa, i funzionari appaiono comunque solerti, giusti e coscienziosi. Interessante il tema, qua e là accennato, del controllo delle nascite. Qualcuno ha paragonato l'inquadratura finale del volto di Gong Li a quella di Jean-Pierre Léaud ne "I quattrocento colpi" di Truffaut.
Pessimo il DVD italiano della BIM: il formato dell'immagine è sbagliato (1:33 anziché 1:85), la durata è accorciata (97' anziché i 116' segnati sull'etichetta: ma l'IMDb indica una durata di 101') e soprattutto manca la lingua originale.

7 gennaio 2008

Vivere! (Zhang Yimou, 1994)

Vivere! (Huozhe, aka To live)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 1994
con Ge You, Gong Li
**1/2

Visto in VHS.

Le vicissitudini di una coppia di coniugi, fra i drammi privati e i grandi eventi pubblici che hanno segnato le tappe della Cina moderna (dal "Grande balzo in avanti" alla Rivoluzione Culturale), raccontate attraverso quarant'anni di storia del paese e sullo sfondo della diffusione del comunismo: pur essendo il film più "patriottico" e inquadrato della carriera di Zhang Yimou, è però tutt'altro che un film di propaganda e presenta un personaggio, quello di Ge You, per il quale le ideologie contano poco, sicuramente meno dell'amore per la vita e per la sua famiglia, il che potrebbe spiegare come mai la pellicola (pur presentando un tono quasi agiografico nei confronti delle istituzioni) sia stata vietata in patria. Fra le righe, inoltre, non mancano accuse verso le epurazioni degli intellettuali, le condanne sommarie dei dissidenti, e il culto della personalità di Mao. La storia inizia negli anni '30, quando il ricco possidente Fugui dissipa il patrimonio di famiglia con il gioco d'azzardo. Rimasto povero e dovendo mantenere la figlioletta e la moglie incinta, si trasforma in artista di strada dedicandosi al tradizionale "teatro delle ombre cinesi". Lo scoppio della guerra civile lo costringe all'arruolamento forzato: prima nelle fila dell'esercito nazionalista, poi in quello popolare di Mao: grazie al suo nuovo stato di "povero", che lo protegge dalle condanne a morte che vengono comminate ai capitalisti, lui e la moglie si integrano facilmente nella nuova Cina comunista, e fra alti e bassi riescono a sopravvivere con una sempre immutata fiducia nel futuro, nonostante la tragica perdita di entrambi i figli. La pellicola si chiude con la certezza che "la vita diventerà ancora migliore". Curiosamente il titolo è lo stesso di un celebre film neorealista di Kurosawa (anche se in italiano c'è un punto esclamativo in più). La volontà di vivere e di sopravvivere a ogni costo è in effetti la molla che spinge il protagonista ad andare avanti e a superare le molte difficoltà, adattandosi alle circostanze dopo aver superato le debolezze del passato.

La triade di Shanghai (Zhang Yimou, 1995)

La triade di Shanghai (Yao a yao yao dao waipo qiao)
di Zhang Yimou – Cina/Francia 1995
con Gong Li, Wang Xiaoxiao
**

Visto in DVD.

Shanghai, anni trenta: Il piccolo Shuisheng viene condotto in città dallo zio affinché entri al servizio della signorina Bijou, la "regina di Shanghai", amante del boss di una delle maggiori organizzazioni criminali del paese. Ingenuo e innocente, il ragazzo entra così in contatto con un mondo di amore, morte, potere e tradimento, meccanismi che fatica a comprendere e che gli sono del tutto estranei. Quando, dopo essere scampato a un attacco a tradimento, il capo della banda si trasferirà con i suoi uomini più fidati e con la donna in un'isola semideserta ai margini della città, il protagonista si ritroverà unico testimone della sua crudele vendetta. Raffinato e curato nella ricostruzione d'epoca, il film affascina dal punto di vista visivo anche se narrativamente non è del tutto riuscito: diviso in due parti quasi separate, è descrittivo nella prima (quella ambientata in una città notturna che rimane sullo sfondo e di cui non si vede quasi nessuna strada: la maggior parte delle scene si svolgono nella casa di Gong Li o nel cabaret della Triade dove la donna si esibisce come cantante), mentre è più ricco di azione nella seconda, che mi è piaciuta di meno. I personaggi vengono esibiti esteriormente ma non caratterizzati a sufficienza interiormente: il ragazzo, per esempio, rimane un testimone muto e impassibile nel quale non è facile immedesimarsi. Resta comunque un film piacevole da vedere, con una buona dose di ambiguità. È stata la prima pellicola di Zhang Yimou coprodotta con l'occidente: durante la lavorazione, il regista si separò sentimentalmente da Gong Li, fino ad allora attrice in tutti i suoi film. Lei, comunque, è come sempre favolosa e di una bellezza splendente: canta anche in prima persona le varie canzoni d'epoca che si ascoltano nel locale (e che ricordano quelle che cantava Anita Mui in "Miracles" di Jackie Chan).

5 giugno 2007

La città proibita (Zhang Yimou, 2006)

La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, aka Curse of the Golden Flower)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 2006
con Gong Li, Chow Yun-fat
***

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino.

Cina, inizio decimo secolo, tarda dinastia Tang, gruppo di famiglia in un interno: l'imperatore sta segretamente avvelenando l'imperatrice, e lei vuole vendicarsi organizzando un colpo di stato per mettere sul trono uno dei propri rampolli al posto del principe ereditario, figlio di un'altra donna. Dopo "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti", che non mi erano piaciuti (soprattutto il secondo), il furbo Zhang Yimou realizza un terzo wuxiapian, anche se stavolta le scene d'azione sono limitate (tre in tutto, in crescendo di durata e di spettacolarità) e incastonate in una trama dai toni melodrammatici che si svolge tutta all'interno del microcosmo della famiglia imperiale, fra rituali e inchini, fedeltà e tradimenti. Lo stile barocco e le scenografie sontuose e colorate sono perciò finalmente funzionali a una vicenda e a dei personaggi, e non fini a sé stessi come nei due film precedenti. Lo sfarzo e la grandiosità della corte imperiale adempiono perfettamente al loro compito di sfondo teatrale della vicenda, mentre le passioni e le tensioni autodistruttive che corrono fra marito e moglie (soprattutto) e fra i loro figli (solo in parte) riescono a reggere il peso di una pellicola che non può che terminare su toni da tragedia shakespeariana. Ottimi gli interpreti.

Nota sul titolo italiano: come con "Le crociate" di Ridley Scott e innumerevoli altri esempi, i miopi distributori nostrani sembrano ormai allergici alla poetica bellezza dei titoli originali, preferendo secchi schematismi che non facciano volare, nemmeno per un istante, l'immaginazione degli spettatori.