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26 ottobre 2021

Provvedimenti contro i fanatici (W. Herzog, 1968)

Provvedimenti contro i fanatici (Maßnahmen gegen Fanatiker)
di Werner Herzog – Germania 1968
con Petar Radenkovic, Mario Adorf
**

Visto in DVD.

Il primo lavoro a colori di Herzog è un breve mockumentary surreale e nonsense, girato presso la pista di un ippodromo vicino a Monaco di Baviera. Vengono intervistati una serie di fantini, ciascuno dei quali si prodiga in discorsi fumosi e privi di significato. Uno di essi, in particolare, afferma di avere l'incarico (auto-attribuitosi?) di "proteggere i cavalli dai fanatici", perché "anche i cavalli sono esseri umani" (sic!). Le persone intervistate vengono tutte, immancabilmente, interrotte da un vecchio signore senza un braccio che insiste affinché se ne vadano via, in quanto lui è l'unico che sa trattare veramente i cavalli. Fra i protagonisti si riconosce un giovane Mario Adorf. L'ultima scena, anziché all'ippodromo (da cui è stato cacciato), è ambientata presso uno zoo, dove l'uomo di cui sopra è passato dal proteggere i cavalli ai fenicotteri. Herzog stesso ha dichiarato che il film non deve essere preso sul serio, e che l'ha girato con intenti umoristici.

8 luglio 2021

Vita da vampiro (T. Waititi, J. Clement, 2014)

Vita da vampiro (What we do in the shadows)
di Taika Waititi, Jemaine Clement – Nuova Zelanda 2014
con Taika Waititi, Jemaine Clement
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Una troupe cinematografica (che non vediamo mai sullo schermo) riprende la vita quotidiana di un gruppo di vampiri che abitano insieme a Wellington, in Nuova Zelanda: si tratta di Viago (Taika Waititi), dandy del diciassettesimo secolo; di Vladislav (Jemaine Clement) detto "L'impalatore" (ovvero Dracula); di Deacon (Jonathan Brugh), "giovane ribelle"; e di Petyr (Ben Fransham), simil-Nosferatu, il più anziano e recluso di tutti. L'idea alla base di questo divertente mockumentary è la stessa del film belga "Il cameraman e l'assassino" (dove la troupe di documentaristi seguiva un serial killer durante il suo lavoro e nell'esistenza di tutti i giorni), anche se virata maggiormente verso la commedia. Assistiamo così alle "normali" interazioni fra i quattro vampiri, che proprio come ogni gruppo di coinquilini devono imparare a convivere con le differenti personalità; alle loro attività (ovviamente notturne), agli incontri con altre creature fantastiche (streghe, zombie, e soprattutto licantropi) e al rapporto con i succubi, come Jackie (Jackie van Beek), "serva" di Deacon che gli procura vittime da cui succhiare il sangue; fra queste c'è Nick (Cori Gonzalez-Macuer), che diventerà il nuovo vampiro del gruppo, e il suo amico Stu (Stuart Rutherford), umano che li introdurrà alla vita moderna. Ispirato da un precedente cortometraggio (realizzato da Waititi e Clement nel 2005), di cui riprende alcuni personaggi e amplia le situazioni, il film ha riscosso un successo tale da portare alla nascita di una serie televisiva. Era anche in programma un sequel dedicato alla banda di lupi mannari che i vampiri incrociano a più riprese, ma poi non è stato realizzato (almeno per ora). Nel complesso un film semplice, carino e divertente per come gioca con i luoghi comuni e gli stereotipi sui vampiri (riuscendo comunque a rispettarli), mescolandoli con le dinamiche della vita moderna (le uscite con gli amici, i rapporti con i propri ex).

19 luglio 2020

Prendi i soldi e scappa (W. Allen, 1969)

Prendi i soldi e scappa (Take the money and run)
di Woody Allen – USA 1969
con Woody Allen, Janet Margolin
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Cresciuto in un quartiere disagiato di San Francisco, Virgil Starkwell diventa – senza troppa fortuna – un criminale che alterna fallimentari tentativi di rapine in banca a brevi soggiorni in penitenziari dai quali, in un modo o nell'altro, riesce sempre ad evadere. Al suo primo vero film da autore completo (attore, sceneggiatore e regista) dopo l'esperimento "Che fai, rubi?", Woody Allen sceglie la strada del mockumentary (il "finto documentario"), con tanto di voce narrante e di interviste ai vari personaggi che il protagonista ha incontrato nel corso della sua vita (a partire dai genitori, che appaiono sullo schermo con nasi e baffi finti). Lo sfortunato Virgil è una specie di Clyde, la cui Bonnie è rappresentata dalla tenera e virginea Louise (Janet Margolin), incontrata per caso (“Era così tenera, così dolce mentre camminava accanto a me nel parco, che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla. Dopo mezz'ora avevo rinunziato del tutto all'idea di rubarle la borsetta”). La comicità è soprattutto situazionista, praticamente slapstick (esilaranti le scene in cui il protagonista è incatenato ad altri cinque evasi con cui forma una chain gang), lontana dalla verbosità e dalle ossessioni intellettuali che diventeranno il marchio di fabbrica del comico dal decennio successivo. La tecnica del documentario anticipa naturalmente "Zelig" (e c'è anche una scena in cui Virgil, per breve tempo, si trasforma in un rabbino). Prima di decidere di fare lui stesso il regista, Allen aveva chiesto che a dirigere la pellicola fosse Jerry Lewis. Il film è stato scritto insieme all'amico Mickey Rose, che Woody aveva conosciuto al liceo e che collaborerà con lui anche nel suo secondo film, "Il dittatore dello stato libero di Bananas".

9 settembre 2019

Il cameraman e l'assassino (R. Belvaux et al, 1992)

Il cameraman e l'assassino (C'est arrivé près de chez vous)
di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoît Poelvoorde – Belgio 1992
con Benoît Poelvoorde, Rémy Belvaux
**

Visto in divx.

Una troupe cinematografica (composta dal reporter Rémy, dal fonico Patrick e dall'operatore André, con quest'ultimo che non si vede mai sullo schermo perché appunto è lui che impugna la macchina da presa) accompagna un serial killer, Benoît, nel corso del suo "lavoro", riprendendone le imprese mentre l'uomo stesso spiega i propri metodi e i trucchi del mestiere. Originale e spiazzante black comedy del tutto sui generis, difficile da prendere sul serio per come "normalizza" in maniera quasi amorale o nichilista la professione dell'assassino seriale, che viene seguito costantemente dalla cinepresa non solo durante i delitti ma anche nel tempo libero (per esempio mentre mangia, o quando fa visita ai genitori o agli amici). L'uomo è estroverso, arrogante, a tratti volgare e comunque sempre sicuro di sé e ben disposto a raccontare con un certo compiacimento tutti i segreti della sua professione (come scegliere le vittime o come sbarazzarsi dei cadaveri, per esempio), finendo col coinvolgere la troupe di cineasti in alcune delle sue imprese, ma anche ad esporre le proprie opinioni sulll'arte, sul mondo, sulla società, sulla violenza stessa. E non mancano livelli di assurdità surreale, come quando l'uomo si "scontra" con un collega assassino, anche lui seguito dalla propria troupe di operatori (televisivi, in questo caso). Girato in bianco e nero, a basso costo (e ovviamente con la camera a mano), il film è nato come progetto amatoriale di quattro studenti di cinema (Belvaux, Bonzel e Poelvoorde, che firmano anche la regia, e il co-sceneggiatore Vincent Tavier) e pur risultando controverso per alcune scene ritenute eccessivamente violente (come quella in cui Benoît uccide un bambino), ha riscosso il plauso e l'attenzione della critica, finendo col diventare un cult movie. Per certi versi (anche per il tema metacinematografico, il cinismo ipocrita e l'aspetto vouyeuristico della violenza), può essere paragonato a "Funny games" di Michael Haneke. Dei quattro autori, l'unico che farà carriera nel mondo del cinema è Poelvoorde, che qui interpreta il killer protagonista ed è sempre al centro della scena. Un'idea simile sarà alla base nel 2017 del neozelandese "Vita da vampiro - What we do in the shadows".

26 novembre 2017

The Falls (Peter Greenaway, 1980)

The Falls (id.)
di Peter Greenaway – GB 1980
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Greenaway, dopo numerosi corti, rappresenta l'inevitabile punto d'arrivo del percorso intrapreso fino ad allora, all'insegna di mappe immaginarie, insolite catalogazioni, formali compilazioni di materiale bizzarro e apparentemente senza senso, legato solo da fili conduttori al tempo stesso pretestuosi e fortemente focalizzati. Si tratta di un (falso) documentario che raccoglie le biografie di 92 personaggi fittizi (il numero 92 è da sempre ricorrente nell'opera del regista inglese, una delle sue tante ossessioni: si tratta, ovviamente, del numero atomico dell'uranio, l'elemento più pesante che si possa trovare in natura), tutti con nomi improbabili e con cognomi che cominciano con "Fall". Alcuni di essi sono particolarmente significativi, come il numero 88, Erhaus Bewler Falluper, ricercatore e sondaggista che aveva intervistato alcuni degli altri soggetti; oppure intere famiglie, come i Fallbutus (40-45) e i Fallcaster (48-54). Ci sono anche due italiani, il 30, Coppice Fallbatteo, e il 56, il "mitico" Appropinquo Fallcatti. Qui l'elenco completo. In comune, i personaggi hanno il fatto di essere fra le 19 milioni di vittime del VME, il Violento e Misterioso Evento (Violent Unknown Event, o VUE, in inglese) che ha colpito l'intero pianeta e ha provocato in loro strane malattie e misteriose mutazioni, per lo più associate al volo e agli uccelli. Inoltre, parlano tutti nuove e strane lingue (come regesto, curdino, agreeto, karnash, allow, capistano, abcadefgano, hartileas B, le cui caratteristiche vengono accuratamente descritte da esperti linguisti) e hanno sviluppato una vera ossessione per l'ornitologia (non che in precedenza non avessero strani hobby o interessi, o non conducessero esistenze insolite). Fra gli aspetti più controversi del VME c'è inoltre il dono dell'immortalità ("congelando" le vittime all'età che avevano al momento di esserne colpite) e lo sviluppo di una sorta di "quadrimorfismo sessuale" (alcune di loro vengono descritte come "uomo di sesso femminile", "donna di sesso femminile", ecc.). Ciascuna delle 92 biografie dura dai 2 ai 4 minuti, per un totale che supera le tre ore (alcune delle biografie mancano o sono state secretate per vari motivi), e i personaggi sono presentati in rigoroso ordine alfabetico (si tratta della catalogazione di un registro, pubblicato ogni tre anni da un fantomatico comitato che indaga sulle vittime del Violento e Misterioso Evento).

Il lavoro di montaggio (opera dello stesso Greenaway, che ha realizzato la pellicola nell'arco di cinque anni) è incredibile: interviste, brevi filmati, fotografie, disegni e immagini di repertorio si succedono in modo sempre diverso, raccontando le bizzarre esistenze di figure davvero improbabili. E quella che all'inizio pare soltanto una stravaganza nonsense, si fa man mano misteriosamente ipnotizzante e stranamente coinvolgente, con il suo corpus massiccio ed enciclopedico di informazioni random o surreali. Pian piano, anche allo spettatore sembra di cominciare a trovare un ordine nel caos e nella folle complessità del mondo, notando correlazioni (nomi, luoghi e oggetti ricorrenti: fra questi la Torre Eiffel, teatro dei tentativi di volo dei primi pionieri) e riconoscendo schemi di fondo o semplicemente risonanze da una biografia all'altra. Greenaway riutilizza parte del materiale già visto nei suoi corti precedenti (e anticipa anche lavori che devono ancora venire): ricompaiono così i nomi dei personaggi che fanno parte del suo corpus immaginario, come l'ubiquo Tulse Luper (di cui si leggono alcuni racconti, naturalmente a tema ornitologico), il suo "rivale" Van Hoyten, e ancora Cissie Colpitts, Gang Lion, il cineasta H.E. Carter, J.J. Audubon... I dettagli sul VME vengono centellinati, ma tutto questo non fa che rendere ancora più affascinante il suo mistero (legato a una data, il 12 giugno, e ad alcuni particolari luoghi: il "frutteto delle rocce", la clinica di Goldhawk Road a Londra, la penisola di Lleyn in Galles). Della mitologia fanno parte anche le strane malattie (fra cui il petagium fellitis), le nuove lingue (anch'esse in numero di 92), strane organizzazioni (buone e cattive, come l'enigmatica FOX, o VOLPE, "società per lo sterminio ornitologico"), e diverse teorie accademiche (una delle più controverse è quella della "Responsabilità degli Uccelli"). Tutto questo può non avere senso, naturalmente, oppure trovarlo proprio nella sua natura di catalogo o di enciclopedia di un mondo immaginario, parallelo ma immerso nella nostra realtà. Fra le tante suggestioni e fonti di ispirazione, vengono citati il film "Gli uccelli" di Alfred Hitchcock e il romanzo "Il ponte di San Luis Rey" di Thornton Wilder. Il titolo, oltre a richiamare la radice comune del cognome dei personaggi, può essere tradotto come "I casi" o, affine al tema del volo, "Le cadute". La musica è di Michael Nyman, e comprende anche una sorta di "inno del VME" (cantato da Pollie Fallory, numero 74 della lista), il cui testo comprende esclusivamente nomi di uccelli: "Capercaillie, lammergeyer, cassowary...".

10 agosto 2017

Vertical features remake (P. Greenaway, 1978)

Vertical Features Remake
di Peter Greenaway – GB 1978
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

L'Istituto per il Recupero e il Restauro (IRR), un ente statale inventato dallo stesso Greenaway, indaga sull'opera del visionario ricercatore Tulse Luper, misteriosamente scomparso: e basandosi su schizzi, appunti e fotografie ritrovati in vari momenti, tenta di ricostruire un suo film sulla struttura e l'organizzazione degli elementi verticali ("vertical features", appunto) all'interno del paesaggio di campagna inglese. Il progetto, andato perduto e forse distrutto, era costruito attorno a una griglia di 11x11, con 121 sequenze di durata variabile che immortalano tali elementi (alberi, pali, cancelli, ecc.). La pellicola – un falso documentario con la voce narrante di Colin Cantlie – mostra quattro diversi tentativi di ricostruzione del film, intermezzandoli con il resoconto delle diatribe di un gran numero di studiosi (tutti inventati, ovviamente, ma identificati con precisione da cognomi e foto) che, in un contesto pseudo-accademico, discutono delle intenzioni originarie di Tulse Luper (mettendo persino in dubbio la sua reale esistenza), criticano i remake o ne forniscono le intepretazioni più svariate. Non manca chi accusa il tutto di essere un "puro esercizio accademico di montaggio": certo, a chi non condivide la passione di Greenaway per la ricerca di correlazioni (anche fasulle) fra schemi, strutture e realtà, nei paesaggi come nella vita, l'operazione può sembrare inutile e fine a sé stessa: ma è anche indubbiamente affascinante. Tulse Luper, ornitologo immaginario (nonché alter ego di Greenaway) già citato in "A Walk Through H", tornerà a più riprese in altre opere del regista, compresi i mastodontici "The Falls" e "Le valigie di Tulse Luper". Nei primi due remake, le immagini sono accompagnate da una voce femminile che conta le sequenze; negli altri due, c'è una musica di Michael Nyman (ma il tema dell'IRR, elettronico e inquietante, è di Brian Eno).

3 maggio 2017

Big Man Japan (Hitoshi Matsumoto, 2007)

Big Man Japan (Dai-nipponjin)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2007
con Hitoshi Matsumoto, UA [Kaori Shima]
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Masaru (Matsumoto) appartiene a una famiglia i cui membri sono in grado di diventare "giganti" alti 30 metri se sottoposti a scariche elettriche ad alto voltaggio, e che da generazioni combattono, come veri e propri supereroi, i malvagi mostri che terrorizzano il Giappone. La popolazione, che è al corrente della loro esistenza, ne segue le imprese in tv come se si trattasse di lottatori di wrestling. Masaru, in particolare, è noto con il nome "Il re del dolore". Opera prima del folle comico Hitoshi Matsumoto (autore poi di "Symbol", uno dei film più assurdi che abbia mai visto), la pellicola è girata in gran parte sotto forma di mockumentary, con un intervistatore (che non vediamo mai in volto) intento a seguire il protagonista nella sua vita di tutti i giorni, indagando i suoi sentimenti e intervistando, oltre a lui, le persone che gli stanno accanto: parenti, vicini di casa, la manager (che gli procura gli sponsor i cui marchi esibisce sul corpo durante i combattimenti), ecc. L'attenzione si sposta così su problemi come il rapporto con la figlia, le questioni economiche legate al suo lavoro, e così via... Ne risulta un bizzarro e originale omaggio al filone dei film sui kaiju (mostri giganti, tipo Godzilla) e ai tokusatsu (le pellicole con effetti speciali, di solito supereroistiche), che però punta le sue carte su un umorismo sottotraccia e minimalista, talmente all'insegna del quotidiano e dell'understatement da risultare a tratti finanche noioso. A parte le occasionali scene in cui Masaru si trasforma (di solito recandosi in una centrale elettrica e sottoponendosi a uno strano rito religioso) per poi combattere mostri dai corpi grotteschi e deformi, sbucati fuori da nulla e "richiamati in cielo" dopo essere stati da lui sconfitti, la pellicola si trascina senza regalare particolari emozioni allo spettatore, anche se questi cerca di stare al gioco (condizione peraltro indispensabile per divertirsi). Fa eccezione l'assurdo e brusco finale, che rinuncia di colpo agli effetti digitali per fare ricorso ai più classici attori in costume (come da lunga tradizione del cinema fantastico giapponese), e nel quale Masaru viene aiutato a sconfiggere il suo nemico più forte da un demenziale gruppo di supereroi americani, la famiglia Justice. E qui il film assume decisamente i toni della parodia, né più né meno del "Getting any?" di Takeshi Kitano.

26 settembre 2016

Un re allo sbando (Brosens, Woodworth, 2016)

Un re allo sbando (King of the Belgians)
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che ben si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

29 settembre 2015

Pecore in erba (Alberto Caviglia, 2015)

Pecore in erba
di Alberto Caviglia – Italia 2015
con Davide Giordano, Anna Ferruzzo
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza, Marta, Francesca, Tiziana e Annapaola (rassegna di Venezia).

Surreale mockumentary che fa satira sull'antisemitismo (e sulla discriminazione in generale) immaginando un mondo alla rovescia, in cui il vero problema sociale è la cosiddetta "antisemifobia" e ad essere considerati discriminati sono coloro che non possono manifestare liberamente l'odio verso gli ebrei. Ecco così che il protagonista Leonardo Zuliani, la cui vita viene ricostruita da un servizio giornalistico trasmesso in tv in occasione di una manifestazione pubblica in suo onore, è considerato un paladino dei diritti civili per aver sempre lottato contro gli ebrei, sin da quando era bambino. Fumettista, designer, inventore, Leonardo è diventato una figura pubblica di grande ispirazione per la paradossale società descritta nella pellicola: e la sua storia viene raccontata attraverso interviste ad amici e familiari, ma anche a personaggi celebri di vario genere, molti dei quali si sono prestati al gioco e recitano nella parte di sé stessi (per esempio Corrado Augias, Carlo Freccero, Vittorio Sgarbi, Aldo Cazzullo, Ferruccio De Bortoli, Gianni Canova, Giancarlo De Cataldo: ma ci sono anche Fabio Fazio, Tinto Brass, Gipi, Linus, Mara Venier, e molti altri ancora). Leggero e divertente, ricco di battute e di situazioni surreali che deformano la realtà, il film procede per accumulo e forse pecca di ripetitività e ridondanza. In fondo, tenendo buona l'idea di partenza, avrebbe potuto durare 30 minuti come 3 ore. La vita di Leonardo (dalla quale si immagina anche che sia stato tratto un film neorealista, "Paura d'odiare", di cui si mostrano alcuni – irresistibili – spezzoni) è costellata di alti e bassi che si succedono senza però una reale progressione: ne risulta quindi un andamento che alla lunga – una volta compreso il messaggio e digerito il "gioco" del regista – potrebbe stancare. In ogni caso, per le intenzioni e il risultato, resta un piacevole e riuscito esperimento di satira sociale, che con la sua comicità parodistica, basata sul ribaltamento delle prospettive, strizza l'occhio persino ai Monty Python e a Luis Buñuel.

21 ottobre 2013

Forgotten silver (Peter Jackson, 1995)

Forgotten silver (id.)
di Peter Jackson e Costa Botes – Nuova Zelanda 1995
con Peter Jackson, Costa Botes
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Eleonora, Paola, Costanza e Francesca.

Documentario su Colin McKenzie, misconosciuto pioniere del cinema neozelandese, di cui Peter Jackson ha ritrovato per caso un baule colmo di vecchie pellicole che ne rivelano l'arte eclettica e la perizia tecnica. Peccato che si tratti solo di... un'elaborata finzione, visto che tanto McKenzie quanto le sue incredibili imprese sono state inventate di sana pianta dall'ingegnoso Jackson e dal suo sodale Costa Botes, senza rivelarlo nemmeno nei titoli di coda (dove gli attori che impersonano Colin e gli altri personaggi nei filmati d'epoca fasulli non sono accreditati). Il film, realizzato in occasione del centenario del cinema, venne trasmesso in televisione nel 1995 senza alcuna indicazione che si trattava di una burla, scatenando l'entusiasmo degli spettatori e di tutti coloro che credevano di aver appena scoperto l'esistenza di un nuovo D.W. Griffith, e per di più neozelandese. La messinscena è corroborata da interviste ad "autorità" del calibro del produttore Harvey Weinstein, del critico Leonard Maltin e dell'attore Sam Neill, che si sono prestati al gioco, rilasciando dichiarazioni di sorpresa ed entusiasmo a favore di Colin McKenzie. Eppure gli indizi per capire che si trattava di un divertissement e non di un vero documentario sono dispensati a piene mani, fra anacronismi (Colin avrebbe ripreso un uomo che vola prima dei fratelli Wright, avrebbe anticipato il documento di denuncia con un caso simile a quello di Rodney King, ecc.), esagerazioni (l'incredibile McKenzie, dalla genialità e dall'inventiva pari a quelle di un Leonardo da Vinci mescolato con Edison e Méliès, avrebbe inventato il cinema sonoro, quello a colori, la candid camera, il lungometraggio, molto prima di chiunque altro; avrebbe costruito da solo un gigantesco set "biblico" nella foresta neozelandese; avrebbe ripreso persino la propria morte!), ironiche strizzatine d'occhio (l'addetta all'ambasciata russa si chiama Alexandra Nevsky) e tanti dettagli assurdamente inverosimili (il primo film sonoro della storia non ebbe successo perché era... in cinese!). Per rendere il tutto più credibile, Jackson e Botas hanno realizzato abilmente, scimmiottando gli stili dell'epoca, tutti i "film" di McKenzie, comprese le "comiche" di Stan the Man e naturalmente il kolossal biblico su "Salomè", il suo capolavoro perduto e mai distribuito. Ne risulta, in ogni caso, un magnifico atto d'amore verso il cinema e la sua storia, una delle pellicole più appassionanti fra tutte quelle che nel 1995 furono realizzate per rendere omaggio ai cento anni della settima arte. E comunque, l'operazione di Jackson e Botas ha numerosi precedenti illustri: senza voler scomodare i decadentisti francesi, uno dei casi più famosi fu quello di Ern Malley, poeta fittizio "inventato" nel 1943 (con tanto di biografia e corpus di opere) da una coppia di burloni australiani, ed elogiato su una rivista letteraria prima che venisse rivelato che non esisteva. Il titolo "Forgotten silver" fa riferimento al nitrato d'argento usato nelle pellicole cinematografiche.

5 giugno 2013

Hollywood brucia (Alan Smithee, 1997)

Hollywood brucia (An Alan Smithee Film: Burn Hollywood Burn)
di Alan Smithee [Arthur Hiller] – USA 1997
con Eric Idle, Ryan O'Neal
*

Rivisto in TV.

Nell'industria hollywoodiana, è consuetudine che un regista scontento di come il suo film sia stato manipolato in fase di post-produzione (per esempio se l'intervento dei produttori durante il montaggio ne altera irrimediabilmente la visione artistica) ritiri il proprio nome e lo firmi con lo pseudonimo di "Alan Smithee". Ma quando il malcapitato regista si chiama davvero così, cosa può fare? È quello che accade al protagonista di questo film (interpretato da Eric Idle, ex Monty Python), che dopo aver diretto "Trio", un blockbuster d'azione con Sylvester Stallone, Whoopi Goldberg e Jackie Chan, se lo vede modificare drasticamente in peggio dai suoi produttori (Ryan O'Neal e Richard Jeni). Decide allora di rubare la pellicola e di darsi alla macchia, minacciando di bruciarla in sprezzo a Hollywood. La cosa assurda (la realtà supera la fantasia!) è che il film, già metacinematografico di suo, diventa addirittura meta-metacinematografico – e quindi autoreferenziale – quando scopriamo che il regista Arthur Hiller, scontento del risultato, ha realmente disconosciuto il proprio lavoro, e dunque la pellicola è davvero uscita a firma Alan Smithee: di fatto parla di sé stessa. Commedia satirica sull'industria di Hollywood costruita come un mockumentary, con i personaggi che narrano le vicende alla macchina da presa e si rivolgono direttamente agli spettatori (in un continuo montaggio di "finte interviste"), è però un film confuso e pasticciato, a tratti imbarazzante per la pochezza dei dialoghi e delle situazioni (non a caso figura in molte liste dei "peggiori film della storia"). Colpa essenzialmente della sceneggiatura di Joe Eszterhas (anche produttore e di fatto il vero "autore" del film), che vorrebbe essere autoironica (non si contano le battute o le frecciatine ai suoi stessi lavori: a un certo punto, per descrivere quanto sia brutto "Trio", si dice "È peggio di Showgirls!") ma si rivela incapace di far ridere (e non parliamo di far riflettere), anche quando è costretta a "scomodare" mostri sacri come Stallone, Jackie e la Goldberg nei panni di sé stessi (il loro ruolo è comunque minimo: probabilmente avranno girato la parte in un solo giorno). Nel cast, anche i rapper Coolio e Chuck D (che interpretano i registi Brothers), Harvey Weinstein (sì, il produttore, qui nei panni del detective Sam Rizzo) e numerose star, registi o producer che interpretano sé stessi (Billy Bob Thornton, Shane Black, Robert Evans, Robert Shapiro, Larry King, lo stesso Joe Eszterhas).

20 giugno 2012

Room 237 (Rodney Ascher, 2012)

Room 237
di Rodney Ascher – USA 2012
documentario
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

“Shining” di Stanley Kubrick è uno dei massimi capolavori del genere horror, ma non solo: come per tutti i lavori del regista americano, la ricchezza di temi, contenuti e dettagli ha spinto critici e spettatori a leggerlo in chiave differente, uscendo cioè dai confini del semplice “film di paura” per tentare di cogliervi metafore o significati più vasti e profondi. Questo bizzarro documentario – il cui sottotitolo è “Un’indagine su Shining in nove parti” – espone alcune di queste interpretazioni. Diciamo subito che non è da prendere sul serio: è vero che Kubrick, noto per la sua maniacalità e l’attenzione ai dettagli, non lasciava nulla al caso; ma pensare che ogni singolo oggetto o elemento che si vede sullo schermo servisse per lanciare un messaggio allo spettatore sembra davvero esagerato. Solo in questo modo si possono avallare alcune delle sconcertanti ipotesi avanzate da sedicenti studiosi o critici: da quella che si tratti di una sorta di “confessione” di Kubrick a proposito del suo coinvolgimento nella falsificazione dello sbarco sulla Luna (una teoria cospirazionista piuttosto diffusa, infatti, afferma che il regista di “2001: Odissea nello Spazio” avrebbe girato in studio tutti i materiali che documentano l’allunaggio; lo rivelerebbe, fra le altre cose, il maglioncino con la scritta “Apollo 11” indossato dal piccolo Danny in una scena topica del film) all’idea che l’intera pellicola sia una denuncia del genocidio degli indiani d’America da parte dell’uomo bianco; dalla convinzione che il film parli in realtà dell’Olocausto, a quella secondo cui “Shining” è una lettura moderna dei miti greci (e segnatamente di quello del Minotauro: da qui il labirinto). Alcune di queste ipotesi sono suggestive, e non mancano di fondamento, ma complessivamente siamo di fronte a un semplice gioco: con la ricchezza di elementi che il film fornisce, non sarebbe difficile costruire teorie alternative che puntino in qualsiasi altra direzione; lo dimostra il fatto che ognuno dei critici può leggere gli stessi dettagli in maniera diversa. Divertente e ben assemblato (anche attraverso spezzoni di altre celebri pellicole, di Kubrick e non), alla fine “Room 237” lascia un po’ il tempo che trova e brilla soprattutto di luce riflessa: ma è sempre bello (ri)vedere le immagini del film sul grande schermo, scoprire tanti dettagli che a una prima visione possono sfuggire, accorgersi dei numerosi “errori di continuità” (molti dei quali probabilmente voluti) e sentirsi suggerire nuove modalità di visione di un capolavoro (come quella di guardarlo proiettato al contrario e sovrapposto). Alla fine, non si può non essere d’accordo con chi azzarda un’analogia con la fisica quantistica: l’osservatore modifica l’oggetto osservato.

12 maggio 2012

Troll Hunter (André Øvredal, 2010)

Troll Hunter (Trolljegeren)
di André Øvredal – Norvegia 2010
con Otto Jespersen, Glenn Erland Tosterud
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Nella tradizione di "Cannibal holocaust" e "The Blair Witch Project", un film in cui si finge di mostrare materiale filmato e rinvenuto per caso (una didascalia a inizio pellicola avvisa che la casa di produzione ha ricevuto i video in un pacco anonimo) come se tutto fosse vero. Un gruppo di studenti universitari, aspiranti documentaristi, vorrebbe intervistare un presunto bracconiere di orsi: ma scopriranno che l’uomo è invece un cacciatore di troll, i celebri giganti di pietra delle fiabe e delle leggende norvegesi, e che lavora agli ordini di un’agenzia governativa segreta con il compito di sterminare i mostri che escono dai loro territori, prima che qualcuno si renda conto della loro esistenza. Girato con pochi mezzi in luoghi isolati fra i boschi e le montagne del paese (gli effetti speciali sono ben integrati con il realismo della messinscena) e con attori semisconosciuti (ma i ruoli principali sono ricoperti da alcuni noti comici norvegesi), è stato un piccolo “caso” che ha meritatamente attratto l’attenzione della critica: anche perché non punta solo sulle atmosfere horror e le scene d’azione, ma sa costruire una trama interessante e soprattutto descrivere un personaggio – Hans, il cacciatore di troll – dotato di un certo spessore. Notevole la cura dei dettagli: dalla burocrazia del TST (il Troll Security Team), per cui per ogni troll ucciso bisogna riempire un modulo e fare rapporto con tutte le informazioni su come è stato trovato, all’intervista alla veterinaria che spiega perché alla luce del sole i troll si tramutino in pietra oppure esplodano, per non parlare di questioni “religiose” (i troll fiutano la presenza di chiunque creda nel Dio cristiano: i ragazzi si affrettano a negare di essere credenti, ma uno di loro – l'operatore – mente e farà una brutta fine, lasciandoci per un po’ con l’obiettivo incrinato; verrà sostituito da un'altra cameraman, che è musulmana!). Molti di questi dettagli giocano sulle tradizioni o su vari stereotipi norvegesi o scandinavi. Le immagini sullo schermo, naturalmente, sono tutte sempre in soggettiva: vediamo solo quello che è stato registrato dalla camera a mano impugnata da uno dei ragazzi. A parte alcune incongruenze (anche nei momenti più concitati o mentre è in fuga l'operatore riesce sempre a trovare la miglior inquadratura, per non parlare del montaggio fatto direttamente “in macchina” o della ripresa di dettagli che normalmente sarebbero stati ritenuti superflui), la scelta risulta efficace per coinvolgere lo spettatore e farlo sempre sentire nel mezzo dell’azione. Nel finale c’è una divertente gaffe del primo ministro norvegese, che durante un’intervista si lascia sfuggire una conferma dell'esistenza dei troll. Sui titoli di coda, l'inevitabile Grieg ("Nella sala del re della montagna").

19 settembre 2011

Il mundial dimenticato (Garzella, Macelloni, 2011)

Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Italia/Argentina 2011
con Sergio Levinsky, Marcelo Auchelli
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tutti gli appassionati di calcio sanno che dopo i mondiali del 1938, anno in cui l'Italia si laureò campione del mondo per la seconda volta, la FIFA fu costretta ad annullare le edizioni del 1942 e del 1946 a causa della seconda guerra mondiale, e che il torneo venne riorganizzato soltanto nel 1950, in Brasile. Ma è proprio vero? Questo documentario racconta "la vera incredibile storia dei mondiali di Patagonia 1942", ovvero di un campionato organizzato in una delle più remote regioni del pianeta, mentre il resto del mondo era insanguinato dal conflitto, e mai riconosciuto ufficialmente dalla federazione internazionale, al punto da essere stato quasi dimenticato; un torneo le cui vicende si confondono fra realtà e leggenda, organizzato dall'eccentrico conte Otz (esule ungherese in Patagonia) per amore dello sport, di cui era appassionato e nel quale vedeva l'unico antidoto alla follia distruttrice della guerra, e conteso da nazionali non sempre ufficiali, in cui militavano soprattutto giocatori non professionisti (emigrati, operai, minatori, esiliati, soldati), e persino da una squadra di indios mapuche. Come nel leggendario mockumentary "Forgotten silver" di Peter Jackson, si comincia a seguire la ricostruzione della vicenda con il dubbio se i fatti raccontati siano accaduti realmente o meno, nonostante la presenza di numerosi personaggi celebri (da Roberto Baggio a João Havelange) che, intervistati, dicono la loro sul fantomatico mundial: ma poi l'accumularsi di circostanze sempre più ridicole e improbabili (il figlio di Butch Cassidy che arbitra gli incontri armato di pistola; le incredibili acrobazie dei giocatori; il portiere mapuche che ipnotizza i rigoristi avversari) e soprattutto di situazioni che anticipano famosi eventi avvenuti solo in seguito (la semifinale fra Italia e Germania che finisce 4-3, con tanto di gol simile a quello segnato da Rivera nel 1970, il gol-non gol nella partita dell'Inghilterra che precorre quello del 1966 e che fornisce addirittura l'occasione per introdurre la moviola in campo, benché si debba interrompere la partita per diverse ore per dare il tempo agli operatori di sviluppare la pellicola!) fanno capire che siamo di fronte a un divertissement non dissimile da quello di Jackson. Al resoconto delle imprese sportive e dei risultati del torneo si sovrappongono vicende umane (come quelle del cineoperatore argentino che vuole emulare Leni Riefenstahl e che inventa le più svariate e sofisticate tecniche di ripresa sportiva), sentimentali (la bella Helene, figlia del Conte Otz, contesa fra il bomber tedesco – pur essendo lei ebrea – e il portiere mapuche) e storiche (l'orgoglio degli immigrati italiani, le tensioni della guerra). Non mancano ironie sui luoghi comuni (i polacchi missionari, i nazisti "potenziati" in laboratorio come l'Evil Team di "Shaolin Soccer"). Ottima la ricostruzione dei filmati d'epoca. Il divertente film, frutto di quattro anni di duro lavoro da parte dei due registi e raccontato attraverso la testimonianza di un celebre giornalista sportivo argentino, Sergio Levinsky, è ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano.

30 settembre 2009

District 9 (Neill Blomkamp, 2009)

District 9 (id.)
di Neill Blomkamp – Sudafrica/USA/NZ 2009
con Sharlto Copley, David James
**1/2

Visto al cinema Plinius.

Una gigantesca nave extraterrestre si ferma "in panne" nel cielo sopra Johannesburg. Lo scafo è colmo di alieni-crostacei, denutriti e in condizioni pietose, che vengono evacuati in un campo di permanenza temporaneo. Ma questo in breve tempo si trasforma in una squallida baraccopoli ai margini della città, con tutto il corollario di criminalità e illegalità che ne segue: vent'anni dopo è sorto un nuovo apartheid e l'ostilità fra umani e alieni è alle stelle, con i primi che non tollerano più la presenza dei secondi. Una potente organizzazione militare privata organizza quindi lo sgombero dello slum, ma durante le operazioni uno degli addetti viene contaminato dai fluidi extraterrestri e il suo dna comincia a mutare: di colpo il suo organismo diventa preziosissimo, anche perché è l'unico essere umano in grado di usare le tecnologie (e soprattutto le armi) degli alieni, che funzionano soltanto se a impugnarle sono loro. Prodotta da Peter Jackson, l'opera prima di Blomkamp colpisce subito per l'originalità della messinscena e la lettura in chiave fantascientifica di questioni sociali e politiche come lo sbarco dei clandestini e il modo in cui vengono accolti nei paesi più avanzati. Peccato solo che dopo una prima mezz'ora accattivante, caratterizzata da toni satirici e grotteschi (finanche esagerati), le idee si esauriscano e la pellicola si trasformi in un action movie hollywoodiano come tanti, che punta tutto su confuse scene d'azione (gli effetti speciali, soprattutto per quanto riguarda i mecha, si fanno invadenti e ricordano "Transformers") e su sviluppi e caratterizzazioni straviste e improbabili (il protagonista, da sempliciotto e razzista, stringe amicizia con uno dei "gamberoni" e diventa eroico e disinteressato). Inoltre, oltre ad abbandonare completamente il parallelo con i profughi (non si fa accenno al motivo del viaggio degli extraterrestri, e tutto lascia intendere che la loro nave si sia fermata sulla Terra soltanto per una banale mancanza di carburante) viene meno anche l'impostazione da mockumentary con le finte interviste e i reportage televisivi che avevano dominato la prima parte, che lascia spazio a una narrazione più convenzionale, al cui servizio c'è per di più una regia fastidiosa e moderna (camera a mano, montaggio frenetico). In fin dei conti, dunque, nonostante gli indubbi pregi della pellicola, si resta soprattutto amareggiati per l'occasione sprecata e per la mancanza di coerenza e di coraggio nel portare fino in fondo le scelte stilistiche iniziali.

13 settembre 2007

Le ragioni dell'aragosta (S. Guzzanti, 2007)

Le ragioni dell'aragosta
di Sabina Guzzanti – Italia 2007
con Sabina Guzzanti, Pierfrancesco Loche
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi
(rassegna di Venezia)

Per sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema della crisi della pesca dell'aragosta nelle acque della Sardegna (ma si tratta di un pretesto per fare satira politica: l'argomento in realtà non interessa a nessuno), Sabina Guzzanti richiama tutti i protagonisti della trasmissione comica "Avanzi" con l'intenzione di organizzare uno spettacolo a Cagliari. Ma i dubbi, le insicurezze, le discussioni rischiano più volte di mandare all'aria il progetto. Sarò forse fuori target (d'altronde non ho mai visto in vita mia una sola puntata di "Avanzi" né di altri programmi o film della Guzzanti), ma non ho riso una sola volta. La comicità televisiva, di sinistra o di destra che sia, mi sembra tutta ugualmente insulsa. Ma forse non si tratta più nemmeno di satira: ormai in Italia, quando si parla di politica, i comici riscuotono presso il pubblico più credito dei politici di professione. In ogni caso, questo resta un filmetto senza valore né interesse, se non nel mettere in scena una crisi (di mezz'età) di un gruppo di intrattenitori che forse cominciano a rendersi conto che la loro comicità libera e impegnata non è poi di qualità così superiore a quella imbrigliata o commerciale.

8 marzo 2007

Borat (Larry Charles, 2006)

Borat – Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
di Larry Charles – USA 2006
con Sacha Baron Cohen, Ken Davitian
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Il personaggio di Borat Sagdiyev, giornalista della tv kazaka, è stato ideato da Baron Cohen nella sua trasmissione televisiva "Da Ali G Show" e giunge ora al cinema con un film solo parzialmente di finzione. La trama principale (che vede Borat incaricato di realizzare a New York un documentario sulla vita negli Stati Uniti: ma dopo aver assistito a una puntata di "Baywatch" in televisione, il reporter decide di attraversare il continente per recarsi in California e sposare Pamela Anderson) non è infatti altro che la cornice per una serie di scene nelle quali il comico interagisce con persone ignare della sua vera natura e convinte di parlare davvero con un kazako ignorante, antisemita e maschilista. Politicamente scorretto verso tutto e tutti, la sua comicità consiste principalmente nel mostrare le imbarazzate reazioni degli intervistati e dei testimoni delle sue "imprese", il cui comportamento genuino svela le ipocrisie della nostra società nei confronti di noi stessi, delle minoranze e degli stranieri. Se gli stessi comportamenti o le affermazioni offensive di Borat provenissero da un occidentale, infatti, la reazione sarebbe probabilmente diversa; trattandosi invece del cittadino di un paese assolutamente sconosciuto (cosa sappiamo del Kazakistan?), subentrano tentativi di comprensione e di giustificazione che fanno passare per valide posizioni decisamente insostenibili. In questo senso il film non è molto diverso da un documentario che avevo visto l'anno scorso, "The Yes Men", nel quale alcuni studenti si spacciavano per incaricati del WTO e partecipavano a congressi ufficiali sostenendo le tesi più assurde, ricevendo non proteste ma applausi. In altri momenti, invece, Borat non mira a suscitare reazioni accondiscendenti ma a smascherare semplicemente il vero modo di pensare della gente, magari convinta che quello che sta dicendo non uscirà mai dai palinsesti della televisione kazaka. In alcuni casi (per esempio nella sequenza che precede il rodeo o nell'incontro con gli studenti sul camper) si può assistere a un volto dell'America (per fortuna non l'unico) bigotto e razzista. Di tutte le scene, però, quella che più mi ha impressionato è stato l'impatto iniziale con la città di New York: a Borat che saluta ogni persona che incontra per strada tendendo la mano, la maggior parte dei passanti reagisce terrorizzata, fuggendo via in preda al panico pur di evitare persino il minimo contatto fisico con uno sconosciuto. Ora, non so voi, ma se qualcuno mi si avvicina con la mano tesa mentre cammino per strada il mio primo impulso è proprio quello di stringergli la mano, non certo scappare via gridando come un ossesso... In certe situazioni, comunque, il comico si è dovuto trattenere: mi riferisco all'incontro con i neri nel ghetto e soprattutto al congresso dei Pentecostali, dove si "limita" a fare l'ingenuo e lo stupido, ma non si spinge certo a offendere: se può infatti permettersi volgarità e comportamenti oltraggiosi in contesti tutto sommato "innocui", come la scuola di bon ton, di certo avrebbe rischiato la vita a fare la stessa cosa in ambienti caratterizzati da una forte dose di fanatismo religioso o sociale. Già ha rischiato abbastanza storpiando l'inno nazionale al rodeo o tentando di rapire Pamela Anderson di fronte alle sue guardie del corpo! Buono l'apporto della "spalla", il grasso e brutto Ken Davitian, che raggiunge vette quasi poetiche con il suo travestimento da Oliver Hardy ("un uomo vestito da Hitler"). Infine, alcune considerazioni: francamente mi aspettavo di ridere di più. Probabilmente la "colpa" è del doppiaggio in italiano. Il problema non è tanto nella voce di Borat, quanto in quella delle persone comuni. Mettere una voce impostata – quella cioè di un attore o di un doppiatore – in bocca a individui presi dalla strada ne "falsifica" la naturalezza. Se aggiungiamo la consapevolezza della presenza della videocamera (giustificata, perché veniva detto che si girava per la tv kazaka), si ottiene la sensazione di una "messinscena" che attenua di molto la vis comica. E se gli sketch non fossero spontanei ma preparati, allora il film non sarebbe diverso da una delle molte farse del cinema demenziale. Dovrò dunque rivederlo in lingua originale, in DVD, per dare un giudizio definitivo.

10 novembre 2006

Fascisti su Marte (C. Guzzanti, 2006)

Fascisti su Marte
di Corrado Guzzanti, Igor Skofic – Italia 2006
con Corrado Guzzanti, Marco Marzocca
**1/2

Visto ieri al cinema Apollo, con Albertino.

Di solito non guardo molta TV, ma qualche sketch dei "Fascisti su Marte" di Guzzanti lo avevo visto e lo avevo trovato simpatico. Le avventure fantascientifiche di un gruppo di Arditi, guidati dal gerarca Barbagli, che nel 1939 avevano raggiunto il "rosso pianeta, bolscevico e traditor" perché convinti che "l'Italia ha diritto alla sua espansione... anche in verticale", narrate con lo stile del cinegiornali d'epoca dell'Istituto Luce, sono surreali e a tratti spassose. In questo film il comico ricicla il materiale già trasmesso (quasi tutta la prima parte del film ne è un montaggio), vi aggiunge nuove scene e soprattutto un finale. Il risultato è gradevole, ma dopo una mezz'oretta di visione comincia già ad annoiare: forse si tratta di un tipo di umorismo più adatto a pillole quotidiane che a un lungometraggio. Inoltre la vena parodistica della prima parte tende pian piano ad assumere le sfumature della farsa, per non parlare delle allusioni alla politica moderna che ne annacquano la natura di (falso) documentario. Da salvare comunque la satira del linguaggio del ventennio e dei temi cari all'immaginario fascista, ma anche alcune trovate come la scomparsa di Majorana narrata nel retrolampo (italica versione di "flashback") o i nomi geografici dati alle località marziane ("Crepaccio ma non mollo", "Valli Alida"). E naturalmente il conto alla rovescia con i numeri romani.